Appendice: storie di giochi e giocattoli


Stesso metodo ma altro oggetto

Anche la classe terza della scuola elementare di Coggiola ha aderito al progetto "Va in scena la memoria". La metodologia di intervento, sia per quel che attiene la ricerca che per l'invenzione di storie, è rimasta la medesima ma, in considerazione dell'età dei bambini coinvolti, è stato proposto loro di avviare una ricerca storica e teatrale che avesse quale oggetto i giochi ed i giocattoli di ieri e di oggi.
Dopo un incontro stimolo, nel quale sono stati mostrati ai bambini alcuni giochi vecchi e nuovi cercando alcune chiavi per classificarli e dividerli, è stata avviata la ricerca. A partire dalla scheda predisposta dall'animatore storico, le insegnanti hanno avviato il confronto con i ragazzi e, attraverso loro, con i testimoni.
Terminata la ricerca, confrontate le storie raccolte, visti i giocattoli ed i giochi documentati e portati in classe, i bambini hanno inventato alcune storie che hanno poi messo in scena. Una delle domande del questionario chiedeva notizie su giocattoli sonori e, durante il lavoro di elaborazione delle storie, sono state inventate alcune parti musicali, poi eseguite in scena da una piccola orchestra.


Ricerca storica e dintorni

La ricerca tendeva a far emergere, sia pure entro un arco di tempo non esteso, le differenze di comportamento individuale e sociale nei confronti del gioco e dei giocattoli.
La elaborazione parallela dei concetti storici che il lavoro di rielaborazione richiedeva ha portato all'introduzione di categorie interpretative semplici: nuovo/vecchio, semplice/complesso, individuale/collettivo, ricco/povero. L'osservazione dei giocattoli ha consentito di introdurre ulteriori criteri di classificazione, con connotazioni temporali, relativi ai materiali (legno, metallo, plastica) ai meccanismi di movimento o interazione (elastico, molla e ricarica, motore elettrico, elettronica) alla dimensione sociale del gioco (individuale, di piccolo gruppo, collettivo) allo spazio (in casa, in cortile, nel prato). A questo si è aggiunta una riflessione che potremmo dire etica o meta-pedagogica, che ha suggerito di distinguere giochi e giocattoli che favoriscono la socializzazione ed il confronto e giochi che specializzano abilità settoriali.
Sono emerse ad esempio, a questo proposito, considerazioni relative alla pericolosità e violenza insite in alcuni vecchi giochi (salire sugli alberi, colpire gli uccelli con la fionda, fare battaglie con i bastoni) o al troppo tempo dedicato dai bambini di oggi a Tv e computer.
Benché non siano mancati momenti di confronto verbale nella forma semplice della discussione, tuttavia il grosso del lavoro di elaborazione è avvenuto dando spazio al pensiero narrativo, attraverso le storie e la riflessione sulle storie che la messa in scena richiedeva.
Raccontare agli altri le storie, metterle in sequenza, dar loro dimensione teatrale, ha costretto i bambini a rielaborare tutto il materiale "messo in gioco" da loro stessi, dall'animatore, dalle insegnanti e dai testimoni.
Per quanto la ricerca tendesse a privilegiare un approccio di tipo storico (tempo, avvenimenti, periodo) e sociale (differenze di status, abitudini, condizioni economiche, luoghi di vendita/acquisto) la specificità degli oggetti presi in considerazione, i giocattoli ed ancora di più i giochi, contraddistinti da pratiche fortemente strutturate, ha introdotto approcci di carattere antropologico ed etnografico che portavano ad esempio alla raccolta di materiale formalizzato orale il quale, benché non centrale per la ricerca, forniva occasioni ulteriori di lavoro.
Le schede fornite alle insegnanti offrivano poi ulteriori aperture a dimensioni interdisciplinari di utilizzo dei documenti raccolti.
Una attenzione particolare, come si è detto, era rivolta ai giocattoli che producevano suoni, proponendo, nella scheda di raccolta, di trascrivere liberamente il suono dell'oggetto, rielaborando la trascrizione a partire dalla descrizione/narrazione avuta nell'intervista, seguendo un percorso strettamente legato alla educazione al suono ed alla musica, ma con forti connessioni con l'uso della lingua e con la storia dei modelli culturali. Nelle schede c'era poi uno spazio per disegnare i giocattoli o per disegnare il campo e gli oggetti di gioco, operazione questa che rientrava negli obiettivi e nei percorsi della educazione all'immagine.


I protagonisti: alunni ed insegnanti

Scuola elementare di Coggiola, classe 3a
Alunni: Jessica Andreoli, Alessio Angonese, Elena Bazzano, Silvia Brera Molinaro, Andrea Carrubba, Alessandra Ceccantini, Alberto Cecchini, Andrea Comolo, Daniele Cuccato, Marcello Fiori, Francesca Galetti, Monica Garatti, Elisa Gullone, Sebastiano Maltese, Carlo Marchisio, Nicolò Miotto, Andrea Moresco, Mattia Perotto, Fatima Qoqaiche, Prasanth Rajacopalasingam, Nicholas Romano, Giada Rossi.
Insegnanti: Luisa Dal Sasso, Daniela Monari.


Le testimonianze

Le testimonianze sono state raccolte dai ragazzi a partire da un questionario predisposto dagli animatori. Inoltre, a partire dal materiale emerso in questa prima intervista, i ragazzi sono tornati dai loro testimoni per avere informazioni più dettagliate su un giocattolo e su un gioco.
Anche per questa seconda parte dell'inchiesta i ragazzi hanno lavorato a partire da una scheda di lavoro predisposta dagli animatori. In classe hanno poi disegnato il giocattolo sul quale avevano avviato l'approfondimento, disegno/giocattolo che è diventato il "personaggio" attraverso il quale sono entrati in gioco durante i momenti di elaborazione delle storie e la loro messa in scena.


Giocavamo nel cortile di casa. Giocavamo tutti insieme a Nascondarella, in una ventina di ragazzi, specialmente di sera, all'imbrunire, quando c'era meno luce ed era più facile nascondersi. Giocavamo anche a Bandierina: un ragazzo teneva un fazzoletto stando in piedi su un paracarro al bordo della strada
e gli altri dovevano correre per prendere il fazzoletto. Di giocattoli ne avevamo pochi: quando ero piccola c'era la guerra. Avevo una bambola di pezza, che mi aveva fatto mia mamma, e avevamo delle pentoline fatte con qualche scatola vuota. Rubavo un po' di riso, della farina, un po' di sale, qualche pezzettino di pane e giocavamo con quello. In paese c'era un solo negozio che vendeva giocattoli, ma quelli erano solo per i bambini ricchi: comprare un gioco in quel negozio è sempre stato il sogno mio e di quelli che giocavano con me. I giocattoli li costruivamo noi.
Uno che mi ricordo era fatto così: si prendevano due latte vuote, si facevano due buchi nel fondo della latta e si legava una corda robusta, facendola passare tra i buchi. Tenendo la corda in mano e mettendosi in piedi sulle latte si facevano gare di abilità e di corsa camminando sulle latte.
Selvina Ventura, nata a Padova nel 1904, intervistata da Alessandra Ceccantini

Ci piaceva tanto giocare nel fienile. Facevamo tanti giochi. Giocavamo con la corda, la Settimana, con la palla e le figurine, giocavamo a Salto in lungo e a Nascondino. Giocattoli non ne avevamo tanti. Facevamo dei fischietti con i rami degli alberi o usavamo qualche scatola, trasformandola in qualche oggetto per giocare.
Maria Uga, nata a Villata nel 1912, intervistata da Mattia Perotto

Giocavamo fuori casa, nel cortile, in piazza, in strada. Giocavamo a prendere, a Nascondino, a cercare nidi di uccelli, giocavamo con le biglie, a scavare, e quando siamo stati più grandicelli giocavamo con le carte. Avevo qualche giocattolo. Mi ricordo una palla, una trottola che suonava, una giostrina ed un burattino a molla. Li avevo avuti in regalo da uno zio che aveva un negozio a Flecchia. Con le biglie facevamo tanti giochi. Mettevamo le biglie a formare un triangolo e poi, usando una biglia, si doveva colpire qualcuna delle biglie del triangolo senza colpire e far muovere le altre. Le biglie erano di ferro.
Renato Marchisio, nato Coggiola nel 1925, intervistato da Carlo Marchisio

Giocavamo molto a Nascondino nel cortile poi avevamo anche una stufetta con le padelline e una bambola di pezza. I giochi li compravamo dal tabaccaio perché qui allora non c'erano altri negozi di giocattoli. Giocavamo anche con i birilli e i maschi usavano la fionda.
Savina Angelino, nato a Coggiola nel 1929, intervistato da Giada Rossi

Io abitavo in campagna quando ero piccola e giocavamo in cortile. Giocavo tanto alla Settimana con i miei amici, disegnando per terra i quadrati e saltando.
Quinta Disimine, nata a Matera nel 1929, intervistata da Francesca Galetti

Giocavamo tanto alla Settimana, a Mosca cieca, e giocavamo anche con le pietre. Non avevamo tanti giochi allora.
Lucia Lauretta, nata a Pachino (Sr) nel 1931, intervistata da Elisa Gullone

Si giocava con le biglie, con le figurine e con una palla fatta di stracci o qualche bastone. Di giocattoli veri non ne avevamo perché c'era la guerra e non c'erano soldi in casa. Avevo un fischietto di terracotta che si comperava al Santuario di Azoglio. Un gioco che ricordo è il Gioco della mella: con un bastone più lungo si faceva saltare un bastone più piccolo e vinceva chi lo lanciava più lontano.
Angelo Angonese, nato a Pray nel 1935, intervistato da Alessio Angonese

Giocavamo con la cerbottana, con le palline di segatura colorate, con le bambole e le pentoline. Avevo anche un flautino fatto di canna. Giocavamo tanto in strada o nei cortili. I giocattoli li compravamo in una merceria. Un gioco che facevamo si chiamava Cirimella: si prendeva un bastone di dieci centimetri con la punta alle due estremità, poi si colpiva con un bastone più lungo, facendolo volare in alto e mentre era in aria, bisognava colpirlo e mandarlo lontano.
Mirella Corti, nata a Isola Sant'Antonio (Al) nel 1935, intervistata da Marcello Fiori

I giochi che facevamo da piccoli erano: Nascondino, con la corda, Settimana e poi giocavamo tanto a salire sugli alberi. Di giocattoli io non ne avevo, di quelli che si usano adesso. Ci si accontentava di poco: facevamo coroncine con erba e fiori oppure mettevamo i gusci di noce nella fontana per fare le barchette.
Mary Pozza, nata a Coggiola nel 1937, intervistata da Nicolò Miotto

Facevamo tanti giochi quando ero piccola: Nascondino, Palla prigioniera, Pignatte, Mosca cieca. Poi saltavamo tanto con la corda e facevamo cappelli con le foglie di castagno, giocavamo anche a cucinare, usando come pentole dei barattoli di latta. Io avevo anche una bambola di pezza che avevo comprato al mercato. Tra i giochi mi ricordo anche il cerchio: si prendeva un cerchio di una bicicletta vecchia senza raggi poi si prendeva un bastone o un altro ferro e con quello si spingeva il cerchio in cortile o in strada.
Vilma Perotto, nata a Borgosesia nel 1940, intervistata da Jessica Andreolo

Giocavamo tanto a Nascondino, alla Settimana, a Muffa, a prendersi. Poi c'era la corda, le bambole e i cerchietti. Il mio gioco più bello era una bambola con i vestiti e le pentoline. Avevo anche un pallone ed i cerchietti.
Giampiera Framorando, nata a Vercelli nel 1941, intervistata da Silvia Brera Molinaro

Giocavamo a Nascondino, a Teresina. Giocavamo con le biglie e con le figurine. Avevo anche la Dama, le carte e mi ricordo anche di una trottola.
Rina Scopel, nata a Marostica (Vi) nel 1943, intervistata da Elena Bazzano

Quando ero in Marocco ed ero piccola giocavo con i vestiti per la bambola e avevo anche le pentoline. Avevo anche dei peluches, un tamburo, una palla e una piccola tartaruga. I giocattoli si compravano al Supermarjane, a Rabat, oppure al Supermakra, a Casablanca. Avevo anche un uovo con dentro un uccellino: quando aprivi l'uovo l'uccellino si metteva a cantare. Un gioco che facevamo nella sabbia era questo: si facevano sette montagnole di sabbia e in quattro mettevi delle pietre, immaginando fossero gioielli; vinceva chi indovinava dove erano i "gioielli". Costruivamo anche qualche gioco: attaccavamo un filo ad un chiodo, piegavamo un foglio di carta a forma di fiore, mettevamo il chiodo al centro e, correndo con il filo in mano, il fiore si metteva a girare velocemente.
Elasraoni Bacheda, nata Bonjad (Marocco) nel 1968, intervistata da Fatima Qoqaiche

Quando ero bambina, negli anni settanta, giocavamo a Nascondino, alle bambole con le pentoline, la cucina e la carrozzina. Facevamo anche un gioco che adesso forse non si fa già più: giocavamo a Carosello. Si faceva un rettangolo per terra, con il gesso, con dieci caselle numerate da 1 a 10. Poi da una certa distanza si tirava il gessetto e facendo tanti salti quanti quelli della casella nella quale era caduto il gessetto, stando su un piede solo, bisognava recuperare il gessetto e se lo si recuperava si faceva un punto.
Raffaella Scarrotta, nata a Ragusa nel 1968, intervistata da Andrea Carrubba

Da quando ero bambina non sono passati tanti anni e i giocattoli che avevo erano un po' quelli di oggi: la Barbie, i Lego, il Cicciobello, il Monopoli. Giocavamo a ladri e poliziotti in bicicletta o alla scuola con i bambini più piccoli che facevano gli alunni. Giocavamo anche a Palla prigioniera.
Rossana Caponsacco, nata a Varallo nel 1972, intervistata da Nicolas Romano


Filastrocche e conte

Sotto la cappa del camino/ c'era un vecchio contadino/ che suonava la chitara/ ara, ara, ara.

A lì u lè che t'ammusé/ che t'approfitta l'usinghé/ tirulem blem blum/ tirulem blem blum/ tirulem blem blum.
Selvina Ventura

L'uccellin che vien dal mare/ quante penne può portare può portarne 1, 2, 3... tocca a te.
Savina Angelino

Amblimblotta, maritta, marotta/cogli un fiore, vincolo d'amore./ Hai visto mio marito?/ Che colore era vestito?/ Ce l'hai tu questo colore?... Quanti soldi aveva in tasca?...
Lucia Lauretta

La Peppina fa il caffè/ fa il caffè con la cioccolata/ la Peppina è malata/ è malata per davvero/ e durerà per un anno intero.
Angelo Angonese

Trenta quaranta/ la gallina canta/ canta lo gallo/ canta la gallina/ madama Tommasina si affaccia alla finestra/ con tre corone in testa/ e tre corone in man...
Mirella Corti

Pim pum d'oro/ la lincuia e la lancia/ questo gioco è nato in Francia/ alle lunedì/ alle martedì/ pim pum d'oro/ e tei fora ti.
Vilma Perotto

Trotta buratta/ la mamma angà 'na matta/ papà l'è andà a Turin/ porta a cà an matalin.

Palla Pallina/ dove sei stata/ dalla nonnina/ cosa ti ha dato/ una pallina/ fammela vedere/ eccola qua.
Giampiera Framorando

La bella lavanderina/ che lava i fazzoletti/ per i poveretti/ della città/ fai un salto/ fanne un altro/ fai la riverenza/ fai la penitenza/ guarda in su/ guarda in giù/ dai un bacio a chi vuoi tu.
Rina Scopel

Pim perepette nuse/ pim perepette pam.
Rossana Caponsacco


Le storie

La prima storia è assolutamente surreale. Un orso di pezza ed una Play Station chiedono alle loro mamme di uscire. Entrambe fanno un serie di raccomandazioni ai loro figli. I due giochi si incontrano. Il dialogo fra i due è inizialmente teso, mettendo in risalto i reciproci difetti. Per fortuna lo scontro dura poco e il giocattolo Play Station si mostra interessato ad una visita al parco: dopo tanta realtà virtuale un po' di realtà vera non guasta. I due escono chiacchierando.

Una bambina trova alcuni giocattoli vecchi in soffitta e apre una piccola bancarella in strada. Vengono presentati al pubblico: un piccolo sonaglio fatto con un guscio di noce, un carillon, un "carrarmato" costruito con un rocchetto di filo, un elastico ed un pezzo di cera. I vecchi giocattoli suscitano l'interesse e la curiosità dei bambini che dopo averli provati decidono di comprarli. In coro pronunciano la frase finale: "È bello giocare anche con i vecchi giocattoli".

Un gruppo di bambini trova una fionda e decide di andare nel bosco ad uccidere uccelli. Un loro amico, scoperta l'intenzione, li segue di nascosto e quando stanno per lanciare il primo sasso fa scappare gli uccelli suonando un tamburo. Nasce una discussione vivace, ma alla fine i bambini con la fionda ammettono di aver scelto un gioco crudele.

È Natale e quattro bambini aprono i loro regali. Sono tutti giochi elettronici. Avidamente senza alzare lo sguardo cominciano a giocare. In una breve interruzione, alzando lo sguardo, vedono dalla finestra una loro amica che gioca in cortile. Stanchi di giocare da soli, scendono in cortile, si incontrano e decidono di giocare tutti insieme alla Settimana.