1940-1945 nel Biellese
Storia, società e memoria


La giornata di studi di Vigliano Biellese ha chiuso il trittico dedicato allo studio del periodo del secondo conflitto mondiale nell'ambito della Valsesia, del Vercellese e del Biellese.
Claudio Dellavalle, docente di storia all'Università di Torino e consigliere scientifico dell'Istituto, introducendo la giornata, ha spiegato come l'obiettivo auspicato sia quello di portare alla luce quanto gli eventi di particolare significato del periodo bellico incisero sulla società di allora, e quanto di quel passato sia ancora potenzialmente attivo oggi.
Dellavalle non ha comunque nascosto le difficoltà nel voler adempiere a questo compito, specie per il mutato rapporto storia-politica. Se da un lato è vero che ogni regime, in ogni epoca, ha sempre utilizzato la storia come strumento di legittimazione politica, è altresì vero che oggi il rapporto storia-politica ha subito una distorsione quanto meno preoccupante. Questo è accaduto soprattutto da quando gli strumenti di comunicazione di massa hanno iniziato a utilizzare la storia piegandola a fini legati non più a poteri istituzionali, ma a soggetti di potere che stanno dentro la società. Dellavalle ha quindi illustrato lo strano paradosso che si è venuto a creare: oggi si parla sempre più spesso di storia, ma l'uso che se ne fa è sempre meno accettabile sotto il profilo della validità. Questo problema, ha concluso Dellavalle, esiste anche sul versante storiografico, specie in Italia, la cui storia è molto giovane e, per certi versi, contraddittoria e non può essere letta attraverso un unico filtro. Nondimeno sui quotidiani è possibile trovare sia proposte per un discorso storico approfondito, sia usi veramente selvaggi della storia. E la collocazione politica dei vari giornali non è indifferente al tipo di uso che fa della storia.
Ad aprire la serie delle relazioni della giornata è stato Giuseppe Rasolo, studioso di storia, il cui intervento, "L'esperienza dei militari in Russia", non si è incentrato molto sulla zona biellese, ma ha avuto un carattere più generale. Del resto, il numero dei dispersi biellesi e vercellesi, sulla base dei dati Istat del 1951, risulta essere di centocinquanta, una cifra relativamente bassa se paragonata al numero complessivo dei militari italiani non più tornati dal fronte russo, quasi settantacinquemila.
Il primo elemento che Rasolo ha invitato a prendere in considerazione è stato che in Unione Sovietica non esisteva la cultura della prigionia per i nemici. Ciò era dovuto al fatto che la guerra sul fronte orientale fu essenzialmente di sterminio, e coloro che venivano catturati erano immediatamente passati per le armi. Gli italiani furono proprio i primi ad essere fatti prigionieri.
Il relatore ha poi presentato una serie di dati riguardanti i soldati italiani: alla fine della guerra furono ottantacinquemila i militari che mancarono all'appello. Di questi solo una parte morì in battaglia, molti perirono durante la ritirata, alcuni, infine, furono fatti prigionieri. Solo diecimila fecero ritorno in Italia negli anni successivi e questa vicenda dei prigionieri italiani in Urss fu fatta oggetto di aspro scontro ideologico durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del 18 aprile 1948. Si parlò, spesso a sproposito, della sorte dei nostri soldati, e sui ritardi per la loro liberazione si fecero tantissime speculazioni politiche, dimenticando che i tempi per il rimpatrio dei prigionieri degli Alleati non furono molto più brevi.
Adolfo Mignemi, storico della fotografia, ha presentato la seconda relazione, intitolata "Fotografi nel Biellese". Nell'introdurre l'argomento, il relatore ha illustrato come, nell'ambito della sterminata produzione fotografica di guerra, in Italia non esista una specifica immagine della lotta di resistenza armata. Dal lato dei partigiani non vi fu grande impegno verso la documentazione fotografica, sia per ragioni di sicurezza, sia perché ritenuta inutile allo scopo della propaganda immediata. D'altra parte furono pochissimi i fotografi professionisti che parteciparono alla Resistenza alternando il fucile alla macchina fotografica. Il Biellese rappresentò invece una felice eccezione, risultando tra le aree più significativamente documentate nel periodo della Resistenza, sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo. La distribuzione cronologica delle foto non appare omogenea, in quanto essa fu in costante crescita dai primi mesi della lotta fino alla fine dell'inverno 1944-45, quando si registrò un vero e proprio boom in coincidenza con i giorni della liberazione.
Per quanto riguarda gli Alleati, Mignemi ha spiegato come per essi fosse fondamentale trasmettere un'immagine subordinata e marginale della Resistenza, al limite folkloristica, piuttosto che darle dignità di autentica lotta di liberazione nazionale. Da parte dei nazifascisti, infine, è fuor di dubbio che il loro unico scopo nel rappresentare la Resistenza fosse quello di minimizzare il fenomeno e di criminalizzarlo.
I fotografi che lavorarono in gran numero per la Repubblica sociale di Salò e le sue formazioni militari avevano un altro compito, quello di rendere visibile la realtà istituzionale dello Stato neofascista e la sua progettualità politica, compito non certo agevole dal momento che il colpo di stato del 25 luglio '43 aveva causato effetti devastanti nell'opinione pubblica. Tuttavia le fotografie degli avvenimenti della società civile risultarono soffocate dalla sovradimensione degli eventi militari. Inoltre vennero rappresentati i temi tipici della propaganda fascista, come la fratellanza d'armi con l'alleato tedesco o il desiderio di riscatto che pervadeva soprattutto i giovani e si concretizzava con il loro presentarsi numerosi per l'arruolamento tra le fila della Rsi.
In realtà, a parere di Mignemi, il materiale fotografico prodotto non raggiunse per nulla lo scopo prefisso. La propaganda dell'Istituto Luce per la Repubblica sociale fu carente di idee e, soprattutto, incapace di attirare proseliti che non fossero già fascisti convinti, continuando a puntare su parole d'ordine patriottiche, che apparivano allora quanto mai vuote ed astratte. Un ultimo grande errore che Mignemi ha imputato alla propaganda fotografica fu l'assoluta incapacità di rappresentare la socializzazione, pur essendo questo tra i temi su cui stampa e radio martellavano maggiormente.
Nella seconda parte della sua esposizione, Mignemi ha affrontato il tema specifico della fotografia tra i partigiani biellesi. Il primo fondo analizzato, nonché il più importante, è costituito dall'archivio dell'agenzia "Fotocronisti Baita", che raccoglie le immagini ritratte da Luciano Giachetti "Lucien", fotografo di professione, che fu partigiano nella 110ª brigata e che documentò la vita della sua formazione e della XII divisione "Nedo". Egli scattò circa duemila fotogrammi, settecento dei quali sono ancora oggi in buone condizioni e costituiscono il fondo di immagini di lotta partigiana più organico e sistematico conosciuto in Italia.
Il secondo fondo fotografico presentato da Mignemi è stato quello di Carlo Buratti "Aspirina", il quale operò come medico nella II brigata "Ermanno Angiono". L'unicità di questo materiale è costituita dal fatto che esso è composto da circa un centinaio di diapositive a colori. Mignemi ha ricordato che proprio per la rarità all'epoca di materiale fotografico a colori, lo sviluppo di queste diapositive richiedeva attrezzature particolari, non presenti a Biella. Unica possibilità era quella di spedire i rullini a Milano, operazione molto rischiosa. Vennero allora custoditi da un fotografo biellese, Adriano Donna, e sviluppati solo a guerra conclusa.
Terzo intervento della giornata è stato quello di Alberto Lovatto, insegnante e consigliere scientifico dell'Istituto, che ha preso in esame il tema della memoria della deportazione biellese. Egli ha preso spunto dal suo ultimo libro, "Deportazione memoria comunità", che ha raccolto il frutto delle ricerche realizzate a partire dal 1982 sulla base delle testimonianze orali dei deportati.
Lovatto ha dato grande importanza al tema della memoria e si è soffermato in particolare sul caso dei deportati di Netro, mettendo in evidenza l'enorme difficoltà che queste persone incontrarono nel far comprendere ai loro compaesani che cosa fu la loro esperienza di prigionieri nei lager. Questa difficoltà li portò a chiudersi in se stessi, a non parlare più di quell'orrendo periodo della loro vita se non tra di loro. In seguito iniziarono ad intrecciare rapporti con superstiti dei campi di concentramento di paesi vicini, ma impiegarono comunque anni per sentirsi completamente integrati nella loro comunità, perlomeno fino al 1968, quando una delegazione del comune di Netro si recò a Mauthausen per deporre una lapide, fatto che sancì finalmente il pieno riconoscimento della loro esperienza da parte della comunità.
A conclusione del suo intervento Lovatto ha rivolto un appello, riallacciandosi a quanto sostenuto da Dellavalle: è più coerente correre il rischio della complessità nel narrare gli eventi storici, piuttosto che cedere alla tentazione di replicare alla pari a chi strumentalizza la storia a proprio uso e consumo.
Ultimo intervento della mattinata è stato quello di Aldo Sola, studioso di storia, che ha presentato la relazione "Note di microstoria nella clandestinità a Vigliano nel 1944".
Sola ha incentrato il suo intervento in particolare su due personaggi della Vigliano del periodo della guerra. Il primo è stato Mario Scarlatta, che faceva parte della Sap di Vigliano e che fu il punto di riferimento sia dei vecchi antifascisti sia dei giovani che si apprestavano ad organizzare la lotta armata. Egli sapeva simulare così bene la sua attività clandestina al punto che nel suo negozio di barbiere entravano sia partigiani che repubblichini. Quando Gemisto venne ferito, fu Scarlatta ad ospitarlo a casa sua, e benché ciò fosse noto a tutti, nessuno a Vigliano rivelò mai il rifugio del comandante partigiano. Il secondo ricordo ha riguardato un'anziana signora di famiglia borghese, Adele Buscaglia. In particolare Sola ha concentrato l'analisi sulla sua agendina, dove furono riportate sia notizie di carattere familiare sia semplici voci su ciò che stava avvenendo in quei mesi nella zona. Si tratta dunque di un documento molto interessante, in quanto mette in luce le ansie e le speranze di una donna benestante durante il periodo della lotta di liberazione.
Ha aperto i lavori della sessione pomeridiana Teresio Gamaccio, insegnante e studioso di storia, con una relazione intitolata "Industria e industriali lanieri biellesi durante la seconda guerra mondiale".
Gamaccio si è soffermato in realtà sul periodo prebellico, presentando un excursus della situazione dell'industria laniera biellese a partire dal 1915, evidenziando alcuni punti chiave.
La prima osservazione si è riferita all'incremento del macchinario impiantato durante la grande guerra, fatto favorito dalla grande richiesta di tessuti per l'esercito e che produsse enormi guadagni per gli industriali biellesi.
Questo enorme sviluppo degli impianti divenne però un grosso problema alla fine della guerra, per il fatto che il mercato interno non era ovviamente più in grado di assorbire la produzione. Gli industriali dovettero perciò fare di necessità virtù e ricorrere all'esportazione, che così quadruplicò nel giro di pochi anni, dal 1913 al 1925. In questa fase, ha fatto notare Gamaccio, il successo dei tessuti biellesi non dipese tanto dalla qualità, quanto piuttosto dai bassi prezzi praticati, in virtù della sensibile diminuzione dei salari degli operai, resa possibile grazie al determinante contributo del regime fascista.
Il secondo punto evidenziato dal relatore ha riguardato il rafforzamento del carattere industriale nell'economia del territorio, come mostrano i dati relativi all'incremento sia del numero delle aziende che del numero dei dipendenti.
La terza sottolineatura ha evidenziato il rapporto tra classe imprenditoriale biellese e fascismo locale. A parere di Gamaccio l'appoggio dato dagli imprenditori al regime fu una confluenza di interessi e non un'alleanza vera e propria. Per i lanieri biellesi il fascismo costituì l'utile strumento per sbarazzarsi delle leghe rosse, ma le vicende successive mostrarono chiaramente che essi non vollero che ai sindacati di classe si sostituissero quelli del regime.
Anche il momento dell'incontro tra potere economico e potere politico fu estremamente indicativo della strumentalità di questo accordo, scaturito a seguito del rinnovo del contratto dei lavoratori tessili del 1920, il primo che prevedesse un incremento dei salari dopo parecchi anni (peraltro inferiore al contemporaneo grande balzo in avanti dell'inflazione). Preso spunto da quel contratto, gli imprenditori biellesi iniziarono a sostenere il nascente fascismo locale, ma solo per raggiungere la loro meta: ridurre i salari degli operai. All'inizio, quando il regime aveva bisogno del pieno appoggio degli industriali per consolidarsi e legittimarsi, lasciò fare. Quando poi, a partire dal 1926 e fino all'inizio degli anni trenta, alcuni uomini del partito e del sindacato fascista tentarono di porre un freno allo strapotere dei lanieri biellesi, questi ebbero sempre buon gioco a costringere il regime a più miti consigli. Unica concessione ottenuta dai sindacati fascisti fu l'ingresso nelle aziende dei fiduciari di fabbrica. Ma gli industriali locali, che sembrarono aver ceduto su questo fronte in un primo tempo, alla prima occasione fecero fallire questa iniziativa, che del resto non avevano mai gradito, considerandola un'intrusione politica nella gestione delle loro aziende. Malgrado l'invio nel Biellese di uomini anche capaci e di mentalità quasi "progressista", come il segretario dei sindacati fascisti biellesi Italo Stagno, il regime non riuscì mai a piegare il potere degli industriali locali.
Altro punto messo in evidenza è stato quello relativo alle condizioni di vita degli operai. Dopo il 1920 si registrarono continue diminuzioni dei salari e, cosa che rendeva ancora più difficile la situazione degli operai, l'inflazione non accennava a diminuire. Da una ricerca operata dal giornale cattolico "Il Biellese" risultava infatti che i prezzi reali dei generi alimentari erano del 30-40 per cento più cari di quanto apparisse, nonostante i vari tentativi di introdurre calmieri. Anche gli affitti delle case aumentarono di parecchio, mentre le condizioni di lavoro peggiorarono sensibilmente.
Infine Gamaccio è entrato nel merito di quella che fu la situazione degli industriali biellesi durante l'ultimo conflitto.
L'intervento dell'Italia in guerra non suscitò un particolare entusiasmo tra i lanieri biellesi, tra i quali serpeggiò una certa preoccupazione per il rischio di perdere i contratti per i rifornimenti della materia prima. L'unica cosa che li convinse ad accettare la nuova situazione fu l'idea di una rapida e vittoriosa conclusione del conflitto, oltre al pensiero del lucro per le forniture militari. Ma a partire dal 1942, quando ormai l'idea di una guerra lampo era da tempo tramontata, i rapporti con il regime si raffreddarono bruscamente.
Quando la guerra finì, il settore tessile si trovò relegato nella stessa posizione secondaria che già occupava dopo il crollo di Wall Street. Ma fu questo, forse, l'unico aspetto negativo. Infatti le aziende non furono bombardate dagli americani né furono oggetto di razzia da parte dei tedeschi. Infine Gamaccio ha sottolineato come non solo gli imprenditori biellesi non persero i contatti con i fornitori delle materie prime, ma addirittura, sulla base di accordi, riuscirono a girare la loro produzione agli Alleati, ricavando così ingenti guadagni; inoltre molti di essi riuscirono a passare praticamente indenni attraverso la fase della lotta di liberazione armata e a rifarsi una verginità politica e sociale.
Ha preso poi la parola Tiziano Bozio Madè, studioso di storia, con la relazione "Aspetti di vita scolastica". L'autore ha analizzato il rapporto tra scuola e regime negli anni dal 1939 al 1945, attraverso le circolari che il Ministero dell'Educazione indirizzava ai direttori didattici e agli insegnanti.
Il contenuto di alcune di queste circolari è risultato particolarmente significativo per comprendere quale fosse il progetto del fascismo a proposito dell'educazione dei giovani. Per esempio, vi è una circolare del 1939 che auspicava un rapporto organico tra scuola e Gioventù italiana del littorio, sulla base di una concezione "totalitaria" della scuola, la quale non avrebbe dovuto solo occuparsi della distribuzione del sapere, ma anche far sì che i giovani partecipassero attivamente alla realizzazione degli obiettivi militari e politici del regime.
Sono state lette, poi, circolari nelle quali concetti intrisi di razzismo venivano comunicati in modo velato e quasi scontato, come se si trattasse di fatti normalissimi. È il caso di una delibera del '40, in cui si richiamavano gli studenti italiani a non rivolgersi più ai loro coetanei etiopi in termini di "fratello" o di "sorella". Sullo stesso tono della precedente, un'altra circolare che vietava l'uso di carte geografiche compilate da ebrei. Al limite dell'assurdo, poi, la risposta del Ministero ad un quesito posto per stabilire se fosse ebreo o ariano il figlio nato da un matrimonio misto: come discriminante fu considerata la data del 1 luglio 1938. Essere stati battezzati prima o dopo quella data segnava la razza della persona.
Infine Bozio Madè ha letto una circolare che si riferiva al periodo immediatamente successivo alla fine della guerra, particolarmente significativa perché mostrava quanto l'influsso di vent'anni di regime fascista avesse influito sulla mentalità della gente. Essa celebrava a tal punto il culto della disciplina che era da ritenere meno grave fare dieci errori in un dettato, piuttosto che arrivare di un solo minuto in ritardo.
È stata quindi la volta di Enrico Pagano, insegnante e consigliere dell'Istituto, con la relazione "Il partigianato biellese: una ricerca di storia quantitativa". Interessanti i dati forniti, come ad esempio la provenienza: più di un terzo dei resistenti era nato fuori provincia, e molti di questi in altre regioni, in particolare nel Veneto. Ciò sta ad indicare che la Resistenza fu anche un fattore di integrazione per gli immigrati.
Altra osservazione importante è stata quella scaturita dalle classi di età e dal momento di adesione al movimento di liberazione. L'arco temporale dell'anno di nascita andava dal 1871 al 1934, ma la classe più rappresentata fu quella del 1926, seguita dal 1925 e dal 1924. Per quanto riguarda l'adesione alla Resistenza, Pagano ha fatto notare come certamente essa fu determinata dalla scelta di non rispondere ai bandi di arruolamento della Rsi, che si susseguirono tra il novembre '43 e il maggio '44, ma anche da motivazioni politiche e sociali.
A proposito del colore politico, il primato garibaldino fu praticamente assoluto, e si attestò ad oltre il 90 per cento dei resistenti, relegando la partecipazione ad altre formazioni a percentuali minime. Tuttavia Pagano ha invitato a non correre a frettolose conclusioni nell'identificare l'opzione resistenziale con quella politica, dovendo considerare che nella zona mancarono concrete alternative nella scelta.
Pagano ha infine esposto i dati relativi alle donne. Da questi si è desunto che, su un totale di 180 donne che presero parte al movimento di liberazione, ben 157 prestarono servizio in formazioni garibaldine, mentre appena 4 appartennero a formazioni di "Giustizia e Libertà".
Ultima relazione è stata quella di Alessandro Orsi, preside dell'Istituto alberghiero di Varallo, che ha presentato la relazione intitolata "Una comunità nel cuore della guerra", sviluppando alcuni argomenti già trattati nel suo libro "Un paese in guerra. La comunità di Crevacuore tra fascismo, Resistenza, dopoguerra", edito dall'Istituto nel 1994.
La prima cosa che l'autore ha osservato nella sua retrospettiva su Crevacuore è stata che questa comunità pacifica non lo fu mai. La seconda guerra mondiale e la Resistenza non rappresentarono, quindi, cesure in cui l'odio prevalse su tutti gli altri sentimenti. I conflitti erano sempre esistiti: all'inizio del secolo lo scontro fu tra socialisti e liberali, dopo la prima guerra mondiale fu tra socialisti e cattolici, infine, nei primi anni venti, divampò la lotta ideologica tra comunisti e fascisti. E andando più indietro nel tempo, le cose non erano molto diverse.
Sotto l'apparente calma del regime fascista si radicalizzarono, in realtà, risentimenti profondi. Ci fu, infatti, un'esatta sovrapposizione tra potere politico e potere economico: non fu un caso se nel novembre del 1943, mentre era podestà di Crevacuore il cavalier Trabaldo, i suoi operai furono tra i primi a spostarsi in montagna per costituire i nuclei partigiani.
Il relatore è poi passato all'analisi delle varie fasi della guerra a Crevacuore. La prima ebbe inizio nel dicembre '43 con la prima uccisione in paese da parte della "Tagliamento" su segnalazione di un crevacuorese e la prima rappresaglia partigiana. In entrambi i casi i protagonisti degli scontri furono crevacuoresi, dando così il via ad una spirale infinita di violenza e di lutti, una vera guerra fratricida. Orsi ha poi smentito la tesi secondo cui questo clima di odio fu portato da fuori, da partigiani esterni o da militi fascisti. Anzi, fu proprio l'inserimento nel movimento partigiano locale di persone esterne, come lo stesso Gemisto, che permise di alzare il livello dello scontro ad una visione più ampia. Tuttavia i due livelli della lotta, quello patriottico e quello fratricida, si succedettero per tutto il periodo della Resistenza, alternando momenti di relativa calma e altri di intenso e drammatico scontro, come nel luglio '44, quando avvenne la fucilazione della madre della ragazza che, dodici anni dopo si sarebbe vendicata assassinando il sindaco Aurelio Bussi. Certamente l'estate del 1944 rappresentò il momento più delicato di tutta la lotta di resistenza, poiché il movimento garibaldino non aveva ancora raggiunto la piena maturità e l'efferata violenza dei nazifascisti non faceva che rendere sempre più difficile stabilire il confine tra difesa legittima e aggressione.
Orsi ha quindi concluso il suo intervento parlando del dopoguerra. Il conflitto non aveva risolto tutti i problemi, anzi, specie dopo il 1948, un clima di risentimento e di odio era palpabile nel paese: nelle aziende i licenziamenti di operai per motivi politici erano all'ordine del giorno. Era, inoltre, il periodo in cui si celebrava il processo contro Francesco Moranino e il procedimento penale contro la donna che uccise Bussi fu sulla stessa scia, ribaltando il ruolo della vittima e quello dell'assassino, nel tentativo di mettere in stato di accusa tutto il movimento partigiano.
I lavori sono stati chiusi da Dellavalle, il quale ha tracciato un bilancio più che positivo della giornata, soffermandosi in particolare sui due diversi modi di analizzare il rapporto tra fascismo e classe industriale biellese proposti da Gamaccio e da Orsi. Dellavalle è stato dell'avviso che sia possibile riscontrare nel coinvolgimento della classe dirigente economica nel fascismo sia un accordo strumentale, come ha detto Gamaccio, sia un accordo organico, secondo la tesi di Orsi.
Dellavalle si è detto convinto del fatto che il fascismo fu certamente usato dagli industriali, i quali però diedero qualcosa in cambio. La conferma di ciò si trova nella evidente chiave di lettura in termini di lotta di classe che si può dare alla lotta resistenziale nel Biellese.
Ha poi concluso con alcune osservazioni sulla relazione di Bozio Madè, sottolineando come le circolari lette hanno mostrato quale fosse la vera anima del fascismo. Il fatto che venissero introdotti nella scuola come fatti scontati concetti quali la disuguaglianza tra gli uomini o il principio gerarchico lascia sconcertati. Non è dunque possibile affermare che anche durante il regime restarono spazi aperti nella società civile, perché in realtà non sarebbe stata quella l'intenzione del fascismo.