Ripensare il '68 a trent'anni di distanza


Un ex "sessantottino" (termine inflazionato e spesso circondato da un alone vagamente spregiativo), oggi preside dell'Istituto alberghiero "Pastore" di Varallo, Alessandro Orsi, al di là dell'anniversario trentennale (amplificato, come tutte le ricorrenze), si è posto una domanda "inattuale": "Ha ancora senso oggi ripensare al '68, e riparlarne, magari con chi non c'era?".
Claudio Dellavalle, docente universitario di storia e consigliere scientifico dell'Istituto, ha raccolto l'idea, ed è nato il convegno di studi, tenutosi il 4 dicembre 1998, con il patrocinio del Comune di Varallo e della Comunità montana Valsesia.
Paola Bossi, assessore alla Cultura della Comunità montana Valsesia, da sempre attenta a cogliere le esigenze di formazione che vengono dal mondo della scuola, ha sottolineato il significato più globale di questa giornata di studio: "una riflessione approfondita sulla valle e sulle sue necessità, sui giovani di oggi e sulla loro rinnovata volontà di 'crescere' insieme".
Luciano Castaldi, presidente dell'Istituto, in questa tappa di un percorso di riflessione storica sulla società contemporanea ha confessato un "ingorgo mentale" nel ripensare al '68, etichetta semplificante, nella quale confluiscono tanti elementi di macro e microstoria.
Ricordando il duplice ruolo di oggi rispetto a quegli avvenimenti: protagonista della storia, quindi testimone, ma contemporaneamente studioso che cerca sui documenti, senza enfasi celebrativa, l'interpretazione di avvenimenti che l'hanno riguardato da vicino, dei quali avverte l'eredità, unitamente al bisogno di trasmettere un'esperienza, Castaldi ha sottolineato come quel periodo segnò una discriminante rispetto al nostro modo di vedere e di vivere, cambiò profondamente la società.
Il convegno era riconosciuto come corso di aggiornamento per i docenti, ma in sala c'erano tante persone, e non solo insegnanti e studenti, distinti solo tra coloro che avevano una conoscenza solo indiretta del '68, i più giovani, e coloro che invece l'avevano vissuto direttamente, riuniti insieme per capire, per "dirsi" cose la cui portata è avvertibile ancora oggi, a trent'anni di distanza, come ha ricordato Dellavalle nella sua relazione introduttiva, "Il '68 come 'rivelazione' ", perché quell'anno segnò un momento cruciale per la storia italiana, un passaggio rivelatore di processi più profondi.
Tutte le altre relazioni del convegno si sono inserite in una efficace sintesi storica, che ha preso le mosse dal Risorgimento, individuando nella prima guerra mondiale, la prima grande esperienza di massa di questo Paese, e sottolineando la grande trasformazione socio-economica seguita al secondo dopoguerra, che produsse un cambiamento radicale, all'inizio avvertito solo in minima parte dalla classe dirigente, ma percepito dalle centinaia di migliaia di studenti, provenienti da situazioni molto diverse, che per la prima volta diventarono soggetti di massa, soggetti politici complessivi.
"L'attualità del '68 sta proprio nel fatto che trent'anni fa dei ragazzi provarono a misurarsi con una serie di problemi che non sono stati cancellati".
Il '68 come "rivoluzione globale, come evento mondiale di rottura" era l'obiettivo della relazione di Attilio Mangano, "Geografia politica e cultura del '68 italiano", che ha tratteggiato i contorni di questa "rivoluzione culturale" abnorme, perché non era nata per prendere il potere, ma per difendersi dal potere, e che introdusse un modo nuovo di fare politica.
I lavori della mattinata si sono conclusi con una relazione molto singolare: " 'Come potete giudicar: il '68 dei capelloni". Diego Giachetti, partendo dal ritornello dell'omonima canzone dei Nomadi, ha condotto un'analisi dei testi delle "canzonette", facendole assurgere alla dignità di fonti storiche, che testimoniano oltre ad una rivoluzione musicale nella linea della canzone melodica italiana, il riflesso del profondo mutamento dei giovani di quel tempo.
Dalla lettura delle cronache dei giornali dell'epoca, che segnalano con preoccupazione la presenza dei primi cappelloni, traspare tutta l'apprensione di una società che non voleva capire cosa stesse accadendo.
La rivista milanese ciclostilata "Mondobeat", della quale uscirono solo sette numeri, presenta tutti i temi che caratterizzarono la contestazione giovanile di quegli anni: pacifismo, antimilitarismo, diritto all'obiezione di coscienza, divorzio, libero amore, critica alla famiglia, richiesta di partecipazione diretta, denuncia e rifiuto del consumismo.
Il movimento beat, fenomeno marginale in Italia, proprio a Milano avrà una risonanza tale da diventare un punto di riferimento, ma non reggerà all'impatto con il '68 che vedrà il prevalere di una forte dimensione politico-ideologica.
"Era il 1969. E il sogno stava chiudendo i battenti. Fu allora che anche Jack Kerouac [...] se ne andò senza far rumore. Chiudendo la porta dietro di sé. Forse senza immaginare che almeno tre generazioni avrebbero continuato ad aprirla, per guardarci dentro, per guardarsi indietro, e rileggere quel sogno [...]. Forse perché sogni così non s'erano mai visti. E non si sarebbero visti più", così Cesare Fiumi chiude "Dreamers. La generazione che ha cambiato l'America", scritto in collaborazione con Fernanda Pivano, dedicato alla Beat Generation americana.
I lavori del pomeriggio sono ripresi con un breve intervento di Claudio Martignon, presidente della Comunità montana Valle Sessera, che ha ricordato il "suo" '68, "un meccanismo con il motore dato dalla voglia di dire, di parlare, di intervenire, di decidere per il proprio futuro, alimentato dal desiderio di libertà e dalla volontà di fare politica".
Marco Scavino ha illustrato la circolarità dei movimenti del '68, in una relazione intitolata "Il '68 come fenomeno mondiale", che faceva riferimento al maggio francese, alla primavera di Praga, alla situazione tedesca, agli Stati Uniti, in cui era all'apice la lotta contro la guerra in Vietnam, fino alla strage di Città del Messico, quando la polizia sparò sulla folla, e in cui un atleta statunitense, che salì sul podio dei 200 metri piani, con il pugno alzato, inguainato in un guanto nero, terminò la propria carriera agonistica.
Marco Scavino ha ricordato come sia difficilmente inquadrabile nel panorama degli eventi europei ed americani la contemporanea rivoluzione culturale cinese, che nel '68 era già sconfitta e finita, e ha concluso il suo intervento negando una presenza della cultura di destra nel '68, tesi che si è affacciata in questi ultimi tempi.
"Il '68 è stato il punto più alto, il momento di declino delle culture politiche tradizionali del Novecento, e nel contempo l'incubazione di nuove culture politiche, già proiettate sul futuro, segnato dall'incapacità di fare davvero i conti con quella complessità e contraddittorietà".
Alessandro Orsi, autore de "Il nostro Sessantotto, 1968-1973. I movimenti giovanili studenteschi e operai in Valsesia e Valsessera", pubblicato nel 1990 dall'Istituto, un libro scritto in occasione del ventennale, per reagire al modo in cui il '68 veniva presentato sui giornali di allora, come se fosse stato la culla del terrorismo e degli "anni di piombo", e per "ripercorrere alcune stagioni di passioni, ideali, utopie tra anni sessanta e settanta", ha concluso i lavori della giornata con una relazione intitolata "La Valsesia e il '68".
Esaminando alcuni dati numerici, appare evidente come in quegli anni anche in Valsesia le scuole superiori vennero "prese d'assalto": il Liceo classico passò dai 70 allievi della fine degli anni cinquanta a 184 iscritti nel '68, segnando l'ingresso di un gran numero di giovani provenienti da famiglie molto umili, che per la prima volta approdavano agli studi superiori. "A trent'anni di distanza che cosa è rimasto? Siamo rimasti noi, oggi assessori provinciali, sindaci, presidi, insegnanti, persone che dirigono delle istituzioni portandosi dentro quel senso dell'impegno civico, teso al miglioramento della società, e soprattutto una profonda scelta di campo, quella di schierarsi dalla parte dei più deboli, 'degli oppressi' si sarebbe detto allora!".
Al convegno ha fatto seguito un animato dibattito, aperto da Albertina Motta, preside della Scuola media di Ghemme: "Ho la sensazione che il '68 non sia finito, e che le cose che volevamo in parte si siano realizzate"; affermazione non condivisa da Ermanno Ziglioli, tecnico di laboratorio all'Istituto professionale di Borgosesia, che ritiene si sia persa l'identità del '68, sommersa da un qualunquismo dilagante. Massimo Bonola, docente di filosofia al Liceo classico di Varallo, ha avuto la sensazione che anche in questa giornata di studio non sia stata considerata la globalità del fenomeno, riducendolo esclusivamente alle cose politiche, non migliorandone il livello di comprensione globale.
Claudio Dellavalle ha ricordato che in Italia siamo soliti usare categorie di questo tipo, proprio perché siamo un Paese che non ha mai trovato una stabilità politica accettata e condivisa, e quindi si parla tanto di politica, come nota Paul Ginsborg nel recente volume "Storia d'Italia. 1943-1996". Il profilo antropologico-sociale è stato meno approfondito e potrà costituire un interessante filone per la ricerca futura. Rispondendo a Ziglioli, Dellavalle, pur comprendendo le delusioni di una persona onesta che si fa carico di certe responsabilità, ha ricordato che i termini in cui si pone la questione politica oggi sono molto diversi da quelli di allora, in cui c'era una forte contrapposizione tra componenti sociali, modificata dal '68. "Gli anni settanta ebbero aspetti di grande trasformazione nel Paese, ma i soggetti politici che avrebbero dovuto interpretare questi cambiamenti non ne furono all'altezza, forse perché avevano esaurito la spinta propulsiva. La politica non è mai un discorso lineare, ma presenta un grosso margine di ambiguità: non è una fede da realizzare, ma un'opportunità. Nella nostra società contemporanea a 'potere diffuso', la contestazione dell'autoritarismo conosce un'attuazione diversa".
Il '68 in Valsesia da qualcuno fu vissuto con forti legami di richiamo al momento resistenziale; entrambi furono stagioni di protagonismo giovanile, non facilmente ripetibili nella storia nazionale, con connessioni interessanti, senza però scadere al livello della pura comparazione, perché l'Italia del '68 era radicalmente diversa dall'Italia del '43.
E dopo il '68? Con questo interrogativo si è conclusa una giornata di studio intensa e "partecipata", che ha lasciato molti argomenti di discussione aperti, che potranno essere approfonditi in incontri successivi. (Piera Mazzone)