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Il 4 aprile 1998 si è tenuta a Trino una giornata di studi dedicata a vari aspetti della vita nel Vercellese durante il
periodo 1940-1945. L'iniziativa, organizzata dall'Istituto, con il patrocinio del Comune, ha fatto seguito alla giornata tenutasi a
Quarona, per l'area valsesiana, ad ottobre e ha preceduto quella di Vigliano, per l'area biellese.
Nell'introdurre i lavori Claudio Dellavalle, docente dell'università di Torino e consigliere scientifico dell'Istituto, ha
posto innanzitutto l'accento sul dibattito che da anni divide la storiografia italiana a proposito di come considerare
l'esperienza resistenziale in relazione alla vicenda storica complessiva del nostro Paese, dall'unità in poi. Da una parte vi è chi
sostiene che la Resistenza sia da considerare come una parentesi all'interno della nostra storia, che si inserisce nella cesura ben
più profonda operata dalla seconda guerra mondiale. Contro questa visione limitativa della Resistenza si schiera l'altro
versante della storiografia, che sente questa breve ma intensa esperienza come l'inizio di un corso storico completamente nuovo
che avrebbe condotto alla Costituente e alla nascita della Repubblica.
Da parte sua Dellavalle ha rintracciato in questa fase storica sia elementi di rottura con il passato sia di continuità con
esso. Ma il punto è un altro: è ormai tempo di non limitarsi più a dare una lettura della Resistenza solo in chiave politico-
partitica. Occorre piuttosto concentrarsi sul versante sociale e, soprattutto, culturale per avere risposte a nuovi interrogativi, per
scoprire ad esempio in che modo gli italiani vissero l'esperienza unitaria fino a quel momento.
L'altro tema toccato da Dellavalle è stato quello del senso della memoria. Esso non può limitarsi alla semplice
trasmissione dei ricordi di un certo evento, in quanto il trascorrere del tempo fa sì che la memoria si carichi di valori che la società
civile percepisce come giusti da tramandare e che finiscono con il distorcere il ricordo stesso. Non esiste quindi "la memoria
pura", poiché essa risulta sempre condizionata dall'ambiente culturale in cui si trova a vivere chi ricorda.
Infine Dellavalle ha offerto alcuni spunti su come descrivere la storia in modo corretto, senza cadere nel rischio della
storia erudita o in quello della storia localistica chiusa in se stessa. Egli ha preso come modello la piccola comunità di Trino
durante il periodo della guerra, ovvero il momento in cui i mutamenti sociali subirono un'improvvisa e fortissima accelerazione,
non sempre con effetti positivi. L'invito rivolto da Dellavalle è stato quello di considerare ciò che avvenne in un piccolo centro
di periferia non come un fatto esclusivo, ma come un qualcosa che avvenne dentro un contesto più generale, che
concerneva l'intera umanità.
La prima relazione della giornata, intitolata "La comunità ebraica vercellese tra leggi razziali e deportazione", è stata
presentata da Alberto Lovatto, insegnante e consigliere scientifico dell'Istituto. Il periodo storico analizzato è stato, in realtà, più
ampio di quello del tema della giornata, in quanto, non essendoci ebrei vercellesi sopravvissuti alla deportazione, Lovatto ha
dovuto far ricorso alle testimonianze di quanti scamparono ad essa fuggendo all'estero, dopo aver subito le violenze a seguito
della promulgazione delle leggi razziali.
Il primo obiettivo perseguito da Lovatto è stato quello di stabilire che tipo di rapporti intercorressero tra comunità
ebraica e resto della società vercellese. Una prima difficoltà sorta è stata quella legata al dibattito sull'unicità di Auschwitz,
discussione nata in Germania, ma che ha trovato parecchi adepti anche tra gli storiografi di destra italiani, che la utilizzano per
scaricare tutte le responsabilità per i crimini più efferati commessi dal nazifascismo esclusivamente sulla Germania di Hitler, così
da circoscrivere il più possibile le colpe del fascismo italiano. Ciò contribuisce a rendere più complessa l'analisi sul
rapporto tra comunità ebraica e regime fascista, in quanto le notizie raccolte fanno pensare ad un buon livello di integrazione degli
ebrei nella società vercellese degli anni trenta, impressione confermata dal numero relativamente basso di deportazioni.
Resta comunque da chiarire la ragione per cui, al termine della guerra, non esistesse più una comunità ebraica a Vercelli.
Per trovare risposte a interrogativi come questo, Lovatto ha proposto una serie di riflessioni. La prima riguardava il
tema razzismo-antisemitismo: sarebbe interessante vedere come esso fu sviluppato dalla stampa locale intorno
all'avvenimento della guerra d'Etiopia. Allo stesso modo varrebbe la pena chiedersi quanto delle motivazioni ideologiche che portarono
alla creazione del mito della razza fosse già presente nella cultura locale prima della guerra in Africa orientale e quanto
fosse permaso dopo la conclusione del conflitto mondiale. Infine si potrebbe condurre una ricerca sul comportamento della
pubblica amministrazione dopo l'entrata in vigore delle leggi razziali, evidenziando gli inquietanti aspetti di una burocrazia
assolutamente asettica ma ligia nell'adempimento della nuova normativa.
Don Mario Capellino, studioso di storia locale, ha presentato la relazione dal titolo "Un registro cronistorico
parrocchiale: fatti, documenti, riflessioni". L'analisi è stata condotta sul registro parrocchiale di Villa del Bosco degli anni compresi tra
il 1937 e il 1948, redatto dal parroco don Leone Leto.
Questi, che incarnò alla perfezione il ruolo del severo custode della morale cristiana, si trovò spesso in disaccordo,
durante il periodo della Resistenza, con la madre superiora delle Piccole suore della divina provvidenza, suor Enrica, che appare
invece mossa solo da carità cristiana. Motivo del contendere non fu tanto l'ospitalità concessa dalle suore ai partigiani e ai
loro familiari, quanto piuttosto il fatto che venissero consentiti atteggiamenti e condotta di vita non aderenti alla morale
cristiana. Così si trovano sovente, nel registro, rimproveri alle suore per aver consentito che alcune ragazze ballassero con i
partigiani da esse ospitati, oppure espressioni di disappunto per la non partecipazione alle funzioni religiose dei familiari dei
partigiani, e altri episodi di questo tipo.
Non si deve tuttavia pensare che il parroco fosse un nostalgico del passato regime. Anzi, certe pagine del registro
parrocchiale, scritte in tempi non sospetti, fanno invece pensare ad un uomo molto attento alla realtà che lo circondava, capace di
riflettere prima e meglio di molti altri sui tragici effetti che avrebbero comportato certe decisioni. Così, il giorno della
dichiarazione di guerra a Francia e Inghilterra, don Leto non ebbe esitazioni a commentare che si stava compiendo "la rovina d'Italia".
Il 25 luglio, giorno della caduta del regime, la sua sensazione prevalente riguardo l'Italia fu un misto di amarezza e
speranza. Il commento in occasione dell'8 settembre descrive da un lato la sincera gioia della popolazione per la
proclamazione dell'armistizio, dall'altro l'angoscia per le prime avvisaglie della vendetta tedesca sui civili italiani.
Questo senso di angoscia era purtroppo destinata ad aumentare nelle settimane e nei mesi successivi, quando i
saccheggi e le stragi nazifasciste erano all'ordine del giorno e l'Italia era spaccata in due, anche se "miseria e spavento"
regnavano ovunque. Particolarmente significativo è, infine, il commento proprio a proposito delle stragi che
quotidianamente insanguinavano l'Italia: "Ecco il frutto del fascismo".
Enrico Pagano, insegnante e consigliere dell'Istituto, ha presentato un lavoro dal titolo "Il partigianato vercellese:
una ricerca di storia quantitativa", da cui rilevare una grande quantità di dati che possono permettere l'avvio di interessanti
discussioni sui più vari aspetti della Resistenza.
Tra i punti più interessanti tra quelli analizzati da Pagano, vi è il dato della provenienza geografica dei resistenti
(ampia categoria che comprende partigiani, patrioti e benemeriti) operanti nel Vercellese. Su un totale di 1.623 unità, circa il 75 per
cento proveniva dalla provincia. La percentuale degli immigrati extraprovinciali risulta pertanto inferiore a quella che si
registra nell'area biellese, dove è pari al 35 per cento. Tuttavia, ha fatto rilevare Pagano, la percentuale della presenza degli
immigrati tra le fila della Resistenza vercellese è comunque superiore a quella della struttura demografica complessiva della
provincia, il che sta ad indicare che la Resistenza fu percepita anche come fattore di integrazione sociale.
Degne di nota sono state anche le considerazioni circa il periodo di afflusso alle formazioni. Se da un lato è innegabile
la relazione tra la scelta di non rispondere ai bandi di arruolamento della Rsi, tra il novembre 1943 e il maggio 1944,
considerato che oltre il 64 per cento dei resistenti era in età di richiamo, dall'altro lato non vanno dimenticate le altre motivazioni
che spinsero all'adesione alla Resistenza, come quelle politiche, sociali e ambientali. In questo modo si viene a scoprire che
il periodo di massimo afflusso nel Vercellese si registrò nel settembre 1944, quando il fattore determinante non era più
l'esigenza immediata di sfuggire al reclutamento della Rsi, quanto la pianurizzazione della lotta.
Per ciò che concerne, infine, il colore politico, i dati in possesso confermano una netta prevalenza dei garibaldini,
intorno al 70 per cento, seguiti a netta distanza dagli autonomi con il 17,4 per cento, mentre matteottini e giellisti hanno
percentuali minime. Pagano ha sottolineato il fatto che il dato relativo agli autonomi è comunque interessante, sia perché
sensibilmente superiore rispetto al resto del territorio provinciale, sia perché mette in luce il fatto che, laddove esisteva la possibilità di
scelta tra diverse formazioni, si registra una maggior articolazione dell'appartenenza alle formazioni.
Unica voce femminile è stata Laura Manione, studiosa della fotografia, la quale ha proposto "Prigioniere della
propria immagine: fotografie di donne vercellesi prima della Liberazione".
Grazie ad un lavoro realizzato nel corso del 1997, Laura Manione ha avuto modo di analizzare con attenzione molte
fotografie con soggetti femminili, scattate tra il 1930 e il 1943, modificate e manipolate dal regime allo scopo di mettere in atto
una politica femminile profondamente antifemminista. Del resto il fascismo si rese conto fin da subito di quale carica di
comunicabilità avesse la fotografia, decisamente superiore a qualunque altro mezzo di comunicazione dell'epoca.
Il regime si servì di questo strumento per costruire quell'immagine stereotipata della donna "sposa e madre
esemplare", per ciò che concerneva l'ambito familiare, e di "infaticabile lavoratrice" nelle faccende domestiche, nonché di cittadina
impegnata socialmente nelle opere di assistenza promosse dal partito fascista, per quello che riguardava la vita pubblica.
La fotografia di regime, oltre a privilegiare in maniera esclusiva questi aspetti della femminilità, trascurò volutamente
tutto ciò che potesse dare spazio a quell'esigenza di emancipazione che molte donne italiane avvertivano già in epoca liberale.
Il fotografo diventò il primo censore del regime, operando la prima distinzione tra quello che era fotografabile e quello
che non lo era.
Le diapositive proiettate durante l'intervento di Manione si riferivano a immagini scattate a Trino e Santhià durante il
ventennio e hanno mostrato proprio i vari stereotipi di donna di cui si è detto. Si sono viste ad esempio gruppi di donne con figli,
affiancate da esponenti dei fasci femminili e da suore. Anche la posa non era lasciata al caso: in alcune fotografie si sono visti
stretti gruppi di donne riprese frontalmente, in modo da trasmettere un'immagine di forte coesione e disciplinata condivisione
di valori. Non poteva ovviamente mancare l'immagine della maestra, colei che affiancava la madre nel compito
dell'educazione. Ma nel Vercellese esisteva anche un'altra figura di donna lavoratrice, non molto incline ad adeguarsi alla visione
femminile fascista: era la mondina, quasi un insulto per i benpensanti indottrinati dalla propaganda fascista a proposito delle
donne lavoratrici. Questa figura femminile è ritratta in sole due occasioni: schierata davanti a funzionari fascisti e sottomessa
all'uomo nella veste di silente lavoratrice.
Concludendo il suo intervento, Manione ha invitato a riguardare le immagini femminili prodotte dalla retorica del
regime, tenendo conto di quell'antico carico di frustrazioni e speranze, congelate dal fascismo ed esplose con forza durante la
Resistenza e il dopoguerra.
A chiudere gli interventi della mattinata è stato Francesco Rigazio, insegnante e studioso di storia, con la relazione
"Alcuni vercellesi (e biellesi) nell'emigrazione politica in Urss".
Rigazio ha strutturato il suo lavoro in tre scansioni cronologiche: la prima copre gli anni dal 1921 al 1923, la seconda
si riferisce al periodo del regime staliniano, l'ultima agli anni della seconda guerra mondiale.
Del primo periodo Rigazio ha riportato le testimonianze dei primi due vercellesi che visitarono la Russia sovietica,
Fabrizio Maffi e Francesco Leone. Vale la pena segnalare le osservazioni di quest'ultimo sulla nuova realtà sovietica e le
comparazioni circa le diverse condizioni sociali e politiche tra Russia e Italia. Leone era infatti convinto che solo passando attraverso la
dura via della persecuzione, dell'esilio e del carcere si potesse forgiare una vera generazione di rivoluzionari in Italia.Nel
secondo periodo analizzato, l'epoca del terrore staliniano, Rigazio ha segnalato la presenza in Urss di diversi emigranti italiani, tra
cui alcuni vercellesi, di vario colore politico, soprattutto comunisti ma anche socialisti, anarchici e semplici antifascisti, i
quali giunsero in Russia sia per sfuggire alla repressione fascista, sia per apportare il loro contributo all'edificazione del socialismo.
Tra i vercellesi e i biellesi di cui è conservata testimonianza, si segnala la presenza di Antonio Roasio, il quale descrive
le difficili condizioni di inserimento degli esuli in un Paese ancora alle prese con gravissimi problemi economici. Rigazio
ha sottolineato il fatto che tra i molti fuorusciti italiani non vi fu uniformità di destino. Alcuni, come lo stesso Roasio o
come Matteo Secchia, erano giovani comunisti che dovevano ravvedersi di fronte al partito per il recente passato bordighista e
così entrarono nel Komintern con il compito, peraltro eseguito con grande scrupolo, di schedare gli altri esuli italiani. Altri
fuorusciti, meno fortunati, caddero essi stessi vittime del terrore stalinista: tra questi due biellesi, Giovanni Gagliazzo e Alice Negro.
Per quanto riguarda il periodo della guerra, Rigazio ha spiegato che i soldati italiani catturati dai sovietici, a differenza
di quelli fatti prigionieri dagli angloamericani, oltre a lavorare, dovettero sottoporsi ad un vero e proprio indottrinamento
politico, che non tardò a produrre i suoi frutti. Già nel 1942 venne lanciato dai prigionieri italiani in Urss un primo appello ai
soldati e al popolo italiano per rovesciare il governo di Mussolini e instaurare un governo democratico.
Durante la prigionia venne perfino pubblicato un periodico, "L'Alba. Per un'Italia libera e indipendente, giornale dei
prigionieri di guerra italiani nell'Unione Sovietica", con scadenza settimanale. Furono anche attivate scuole per antifascisti, che
si prefiggevano di formare istruttori di lavoro politico e commissari politici per i campi di prigionia. Tra essi il trinese
Angelo Irico.
I lavori sono ripresi nel pomeriggio con la lettura della testimonianza di Francesco Leale, ricca di preziosi
flash sulla Vercelli degli anni 1943-45.
Bruno Ferrarotti e Franco Crosio, ricercatori storici, hanno presentato poi un lavoro di storia locale, "La Resistenza a
Trino: il mito e la storia", analisi che si pone lo scopo di fare chiarezza su certe pagine poco limpide della Resistenza vercellese,
senza voler fare dei processi, ma semplicemente per avere una corretta ricostruzione dei fatti.
L'avvenimento che ha attirato l'attenzione dei due ricercatori è stato la misteriosa morte di un partigiano autonomo trinese,
ex garibaldino, Renato Olivero, avvenuta nel luglio 1945 in seguito a ferite. La cosa curiosa, a giudizio di Ferrarotti e
Crosio, è che la storiografia locale ufficiale non si è occupata, se non marginalmente, di questo partigiano, fatto alquanto
singolare, specie considerando che a Trino esiste una via intitolata a Olivero. Si è evidenziato come nei sei lavori di storiografia
locale realizzati negli ultimi dieci anni, sia che si tratti di ricerche scolastiche che di opere di più ampio respiro, non compare
mai alcun cenno significativo su Olivero.
Gli autori hanno ricostruito allora come andarono i fatti, e hanno spiegato che a ferire mortalmente questo partigiano
furono altri partigiani, garibaldini, venuti a diverbio con gli autonomi a proposito del destino di alcuni prigionieri fascisti. Ma
più che l'episodio in sé è importante riflettere sull'incredibile muro di omertà sorto su di esso, al punto che oggi, a Trino,
nessuno pare più ricordare qualcosa.
La relazione di Arnaldo Colombo, insegnante, "L'estate di fuoco del 1944 tra collina e risaia", analizza tre episodi
avvenuti a Gattinara, Roasio e Crescentino, attraverso testimonianze rintracciate innanzitutto negli archivi parrocchiali.
Per Gattinara l'attenzione si concentra sul bombardamento avvenuto nel giugno del 1944 ad opera dei tedeschi per
rappresaglia contro la popolazione locale, colpevole di aver collaborato con i partigiani. Colombo ha citato una testimonianza scritta
locale, intitolata "Le bombe sul borgo", nella quale sono descritti tre momenti di quel tragico giorno: l'operosità della gente
prima della comparsa in cielo degli aerei, l'inquietudine alla loro vista, la desolazione e lo strazio dopo il bombardamento.
Per l'episodio di Roasio la testimonianza è provenuta dal diario del parroco, don Ferraris, il quale descrisse, con
profondo realismo, da un lato il terrore degli abitanti del borgo per il rischio incombente del rastrellamento, dall'altro la barbara
ferocia dei nazifascisti, che arrivò a costringere sessanta persone di Roasio ad assistere all'uccisione dei loro compaesani e dei
partigiani catturati. Appendice dell'episodio di Roasio fu la fucilazione di un partigiano nativo di quel paese ma giustiziato a
Rovasenda. Vengono ricordati la pietosa scena del recupero della salma ad opera della madre, il funerale, avvenuto in un clima
surreale di paura e di angoscia, a cui prese parte solo la madre, essendovi il divieto di sepoltura, e la bellissima testimonianza
d'affetto da parte di altri partigiani e di alcuni compaesani della vittima, con i fiori ritrovati il giorno successivo sulla tomba.
A conclusione del suo intervento, Colombo ha ricordato la rappresaglia avvenuta a Crescentino l'8 settembre 1944, e
descritta dal parroco don Bianco attraverso le toccanti parole di una lettera alla madre di un giovane condannato a morte.
La memorialistica è stata il soggetto dell'ultima relazione della giornata, tenuta da Giuseppe Bo. Egli ha definito
"dotta" la prima fase della memorialistica. Si tratta di libri scritti da persone con una buona base culturale che ha permesso loro
di raccontare la propria memoria in modo diretto, senza dover far riferimento ad altri, e che maturarono, durante la
Resistenza, la loro convinzione politica. Tra i libri che rientrano in questa prima tipologia va certamente annoverato "Il Monte Rosa è
sceso a Milano", di Moscatelli e Secchia. Il secondo filone della memorialistica resistenziale contempla opere realizzate da
studiosi che hanno ricostruito quell'epoca attraverso le testimonianze dei protagonisti. È il caso, ad esempio di "Pagine di
guerriglia", di Cesare Bermani. Una terza tipologia, che si è sviluppata soprattutto negli anni settanta, è costituita dei libri che
riportano esclusivamente vicende autobiografiche di partigiani che vogliono ricordare quel particolare momento della loro vita,
come è il caso del libro di Cesarina Bracco, "La staffetta garibaldina".
Al successivo dibattito hanno preso parte tra gli altri Irmo Sassone, Franco Crosio, Giorgio Nascimbeni, Lovatto e
Bo. Lovatto è intervenuto per fornire alcune precisazioni a proposito dell'utilizzo delle fonti orali, prendendo spunto dalla
relazione di Ferrarotti e Crosio. A parere di Lovatto le fonti orali non vanno utilizzate al fine di ricostruire dei fatti storici e per
ricavare dati oggettivi, ma piuttosto per costruire i meccanismi di relazione tra gli eventi e la memoria, così da comprendere come
il soggetto narrante si rapporti con il proprio passato.
Bo ha, invece, preso la parola per spiegare quale fosse la formazione culturale e scolastica del periodo fascista. Egli è
infatti convinto che le radici di quel clima di odio così profondo avvertito negli anni tra il 1943 e il 1945, siano da
ricercare nell'impostazione stessa dell'educazione fascista. A scuola, ha ricordato Bo, non era improbabile che a bambini delle
elementari venissero lette pagine del "Mein kampf" di Hitler.
Riallacciandosi alle ultime parole di Lovatto, Dellavalle, al quale era affidata la conclusione della giornata, ha
dichiarato che non ci può essere un approccio ingenuo alla memoria, in quanto essa non ci restituisce il fatto in sé, ma ci mostra
piuttosto come il testimone conservi il ricordo di un certo fatto. La storia va intesa come un tribunale in cui, dopo aver ascoltato
tutti i testimoni, si procede al riscontro dei fatti. La verità diventa dunque un percorso che si costruisce nel modo più
attendibile possibile.
Dellavalle si è poi soffermato su alcuni interventi della giornata. Per quanto riguarda la relazione di storia quantitativa
di Pagano, egli ha detto che questo approccio alla storia può tornare molto utile nelle scuole, perché si abituano gli studenti
a ragionare in termini razionali anche in questa disciplina.
Sull'uso strumentale della fotografia durante l'epoca fascista, oggetto della relazione di Laura Manione, Dellavalle
ha rilevato soprattutto il richiamo della relatrice a prestare attenzione a quello che appare in un'immagine, non
accontentandosi di ciò che si vede, ma cercando di scoprire quello che il fotografo ha voluto far vedere.
Per quanto concerne infine il tema della memorialistica, Dellavalle ha trovato interessante il fatto, messo in evidenza da
Bo, che da un certo punto in poi essa perde quella caratteristica di dotta, propria della sua prima fase, e si evolve in
memorialistica popolare, accessibile a quanti intendono ricordare fatti che li videro diretti protagonisti e che non hanno grandi risorse
culturali. Questo fatto è di un'importanza non trascurabile, perché indica un radicale cambiamento all'interno della società civile
nel modo di percepirsi, non più come soggetti passivi, ma come protagonisti di un avvenimento importante non solo per la
loro vita, ma per il nostro Paese.
Questo deve far riflettere, ha concluso Dellavalle, perché se ha senso parlare di esperienza democratica per l'Italia, la
sua genesi va ricercata nella Resistenza, pur senza ipocrisie e false lodi.
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