I totalitarismi nel Novecento


L'Istituto ha organizzato tre iniziative sul tema "Totalitarismo-totalitarismi nel Novecento: fascismo, nazismo, comunismo" (dapprima un corso d'aggiornamento per insegnanti a Borgosesia, poi due conferenze aperte alla partecipazione del pubblico, in particolare degli studenti, a Vercelli e a Biella) nel corso delle quali sono intervenuti Marco Buttino, Giovanni Carpinelli, Claudio Dellavalle, Guido Franzinetti, Luigi Ganapini, Fabio Levi, Gianni Mentigazzi e Gianni Oliva.
Lo scopo è stato quello di analizzare i nodi delle esperienze totalitarie del secolo appena concluso, aspetti di somiglianza e discontinuità tra i casi tedesco, sovietico e italiano. Sono state affrontate tematiche relative alla ricostruzione storica dei fatti e alla loro interpretazione, da angolazioni differenti: vale quindi la pena di riassumere i termini della questione, isolando alcuni concetti che si stanno dimostrando, nel dibattito storiografico recente, efficaci per inquadrare e comprendere questo fenomeno, esclusivo del Novecento.

Perché il totalitarismo è un fenomeno esclusivo del Novecento?
Il Novecento è il secolo dell'irruzione delle masse nella storia: Claudio Dellavalle ha enucleato alcuni nodi problematici della società di massa dell'inizio del secolo, evidenziando innanzitutto che negli ultimi venticinque anni dell'Ottocento vi fu un consistente salto quantitativo e qualitativo nella produzione industriale. La creazione degli insediamenti industriali anche lontani dalle tradizionali fonti di energia (che grazie alla tecnologia poteva essere convogliata nelle località di destinazione) comportò un sempre maggior impiego della forza lavoro nel settore industriale, con conseguente concentrazione sul territorio di un numero rilevante di persone.
L'inurbamento ebbe un risvolto politico rilevante, in quanto le masse divennero protagoniste in virtù del numero, e mise in moto fenomeni che dovevano essere controllati e orientati. Se i sistemi politici di lunga data avevano maturato l'esperienza necessaria al contenimento e convogliamento delle nuove esigenze e richieste, la situazione ebbe per l'Italia e la Germania, ultime nel processo di industrializzazione, esiti drammatici, che si sommarono alla tragedia della prima guerra mondiale e alla crisi economica ad essa seguita.

Totalitarismo come cortocircuito della politica
Se la risposta in termini politici poteva essere l'allargamento della democrazia, si assistette invece all'irrigidimento delle classi dirigenti nel senso di un ripristino delle condizioni precedenti la guerra. La sostanziale diversità, la modernità della nuova situazione sociale costituì un passaggio che la politica fu incapace di gestire, incapace di mantenersi "normale". Con questo si intende che normalmente la società, strutturata in gruppi, si esprime tramite i canali politici della rappresentanza: le richieste dei rappresentati sono convogliate tramite le modalità della rappresentanza (partiti e movimenti) nella dimensione politica. In una situazione normale e democratica, le richieste dei gruppi, seppur conflittuali in quanto rappresentanti interessi diversi, vengono organizzate e mediate dal sistema. Il totalitarismo rappresenta il cortocircuito della "politica normale" in quanto la politica in senso stretto, anziché rappresentare la società, impone ad essa la sua logica: la politica di-viene totale rispetto alla società, è totalitaria, la negazione della politica stessa.
Poiché non vi sono forme di rappresentatività dalla base al vertice, si è in presenza di una "giurisdizione senza diritti", la legittimazione della gestione politica è avvallata dalla personalità del capo carismatico: egli è il capo ispiratore, vero interprete dell'anima del popolo. In quest'anima nazionale, esaltata dalla retorica, pervasiva, trascendente gli individui, il totalitarismo riassume la vita degli individui: li convince, li rende pienamente aderenti alla coscienza collettiva dello stato, li sceglie per alcuni compiti piuttosto che per altri, senza che sia chiamata in causa la loro responsabilità personale o di scelta.

Totalitarismo perfetto/totalitarismo imperfetto
Il termine "totalitario" fu utilizzato per la prima volta, con connotazione positiva, durante il fascismo, proprio per definire la politica di quegli anni, intendendo evidenziarne, rispetto al liberalismo dell'inizio del secolo, la capacità di gestire in modo onnicomprensivo gli aspetti sociali, economici, culturali.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1953 Hannah Arendt ne colse l'aspetto, filosofico più che storico, negativo, di inglobamento dell'identità dell'uomo, del suo annullamento.
Una prima sintesi organica, scientifica, del fenomeno, ne rilevò sei caratteri salienti: la presenza di un'ideologia ufficiale forte relativa a tutta la vita dell'uomo, anche privata; un partito unico di massa interclassista, ma soprattutto legato alle classi medie, all'interno del quale si afferma un capo carismatico; l'esercizio del monopolio sui media del partito e dello stato e, come risvolto, il terrorismo poliziesco per reprimere l'opposizione; monopolio su tutti i corpi armati; controllo totale dell'economia.
Secondo questa definizione, si poteva considerare "totalitarismo perfetto" una situazione in cui tutti questi aspetti fossero presenti. Generalmente sono stati valutati perfetti il totalitarismo nazista e quello sovietico, mentre il fascismo è stato ritenuto "imperfetto".
Alcuni storiografi hanno imputato l'imperfezione del fascismo nel confronto con il modello nazista, ad esempio per quanto riguarda la determinatezza e la proverbiale precisione e sollecitudine dimostrata dai nazisti nell'obbiettivo dello sterminio, chi alla tradizionale bonarietà di fondo del nostro popolo (Hannah Arendt), per "struttura mentale", chi all'incapacità del fascismo di darsi regole ferree ed esecutori efficienti (Steinberg), chi nella mai completa adesione al fascismo da parte degli italiani. In ogni caso, si tratta di semplificazioni superficiali, poiché se ci si addentra nello studio dell'apparato fascista si rilevano piuttosto altri motivi della mancata perfezione (ammesso e non concesso che totalitarismo perfetto sia stato il nazismo, quando invece stalinismo e nazismo avevano altrettante "smagliature" nel progetto totalitario), a livello strutturale.
In più, secondo Ganapini, dal punto di vista formale e giuridico, il fascismo italiano fu un totalitarismo più perfetto di quello tedesco, per la definizione formale che attribuì alla sua struttura: e se la diarchia re-duce può essere prova di imperfezione, certo vi furono segnali palesi del tentativo di accentrare ulteriormente il potere nelle mani del partito fascista e del suo capo. Il Gran consiglio del fascismo, costituito nel 1928, ad esempio, aveva tra i poteri quello di sottoporre al re, in caso di morte del duce, una lista di eredi tra cui scegliere il futuro capo del governo, ingabbiando di fatto il re in una serie di lacci istituzionali che ne limitavano il potere decisionale.
È assodato, infine, come ha evidenziato Carpinelli, che il fascismo fu una macchina così funzionante che soltanto le crepe che si formarono dall'interno, la dissidenza nel partito, e una congiuntura "negativa" consentirono di rovesciare, dopo le glorie degli ultimi anni trenta.
Incompleta fu probabilmente l'influenza del fascismo nell'economia, la gestione della quale fu affidata ad enti parastatali, ma nella quale la presenza dei privati rimase massiccia, mentre molto forte fu il tentativo di creare un sistema corporativo, annullando completamente la forza dei sindacati.
Il comunismo, al contrario, perseguì la perfezione totalitaria proprio nell'economia: la presunzione da parte dell'autorità politica centrale di poter conoscere e gestire la vita dei cittadini arrivò al punto di progettare razionalmente un'idea di futuro e sviluppo nell'economia, previa la distruzione della proprietà privata, a costo di milioni di vite umane. Un piano razionale doveva gestire tanto la politica quanto l'economia, tanto il lavoro agricolo quanto il lavoro in fabbrica.
Ad ogni modo, se il totalitarismo italiano perfetto non fu, esso fece di tutto per diventarlo, muovendosi sui due binari della creazione del consenso e repressione dell'opposizione.

L'organizzazione del consenso
Circa l'organizzazione del consenso da parte dei regimi totalitari, va fatta una premessa molto importante: il totalitarismo è fenomeno del Novecento proprio perché in questo secolo la manipolazione dell'informazione diviene uno dei più importanti strumenti per gestire il potere.
Dato che per totalitarismo si intende un sistema in grado di penetrare in ogni aspetto della vita politica e civile e il controllo di ogni manifestazione della vita dei cittadini, come ha sottolineato Gianni Oliva, il fascismo tentò di organizzare in modo profondo il consenso dei cittadini, non solo con la propaganda e la costruzione dell'immagine del regime, ma soprattutto con la creazione di occasioni di partecipazione: in questo senso il regime fascista percepì il bisogno di partecipazione da parte della popolazione dopo la prima guerra mondiale (che era stata una grande occasione di partecipazione per tutti) a cui le classi dirigenti liberali non si erano dimostrate sensibili. Il fascismo creò grandi momenti di identità e appartenenza per tutti, bambini e adulti, adunate, marce, inni, feste di regime, manifestazioni di massa, sfilate di reduci, vedove, mutilati: attorno al mito della guerra realizzò forme di aggregazione ideale, grandi occasioni retoriche di creazione di identità, di senso di appartenenza alla nazione e alla memoria della nazione.
Alla luce degli avvenimenti successivi al 1943, gli storici discutono, soprattutto in seguito alla monumentale opera di Renzo De Felice, se si debba parlare di grande consenso popolare di massa: certo l'antifascismo clandestino dal punto di vista numerico fu limitato, come confermato dalla storiografia recente, ma di vero e proprio consenso si sarebbe potuto parlare solo se fossero esistite occasioni reali di manifestazione del dissenso.
Il problema del rapporto tra la forza del regime e il consenso ad esso si pone ancora più urgentemente quando si considerino i totalitarismi che attuarono una persecuzione violenta e sanguinaria di coloro che potevano ostacolare il raggiungimento degli obiettivi. Quale consenso politico effettivo ebbe dal 1917 il regime bolscevico? I bolscevichi centralisti erano infatti una minoranza qualitativamente privilegiata (avevano il monopolio del grano) attorno alla quale si catalizzò il consenso dei coloni: l'adesione all'ideologia comunista fu successiva (infatti il partito comunista fu costituito dopo l'insediamento della dittatura).
E quale consenso e contributo popolare ebbe il nazismo, tenuto presente dell'inesistenza di canali di propagazione del dissenso?
Se si possono ravvisare differenze ideologiche tra stalinismo, totalitarismo "razionale", che intendeva attuare modifiche nel futuro al sistema produttivo, e nazismo, totalitarismo imbevuto di retorica nazionalista, basato sui valori di una mitologica "età dell'oro", certo nel mezzo scelto per il perseguimento degli scopi (lo sterminio dell'oppositore) non differirono.

La repressione dell'opposizione
Buttino ha parlato, a proposito dell'esperienza sovietica, di "stato giardiniere": per avere un bel giardino si estirpano le erbacce.
Allo stesso modo si sono comportati i regimi totalitari: si trattasse di oppositori politici, o di ebrei, non ariani, individui con handicap o ritenuti "devianti", coloro che avessero in qualche modo potuto ostacolare il piano di ordine avrebbero dovuto essere eliminati. Purtroppo - e questa è un'altra componente che fa riferire al solo Novecento il manifestarsi del totalitarismo - la tecnologia consentì di eliminare in massa, di sterminare, di "estirpare le erbacce".
Non solo: il totalitarismo sovietico (che in virtù del proprio progetto politico incominciò a reprimere i dissidenti fin dalla prima fase di instaurazione, quella della guerra civile) nella fase di consolidamento dell'ingegneria sociale, quella di creazione di una nuova classe dirigente affidabile selezionata attraverso il setaccio politico, iniziò ad avvertire una forma di "malattia del sospetto". L'avversario politico, infatti, non è riconosciuto come tale, poiché il regime totalitario non prevede avversari (con i quali si potrebbero stipulare anche alleanze): l'altro è necessariamente nemico.
È molto interessante notare che la pretesa dello stato di dettare una sola verità, una sola giustizia - che sono conseguenza della presenza di un solo partito, una sola cultura (e nel caso sovietico di nessuna religione) - ha come devastante conseguenza la "cultura del sospetto": potenzialmente dietro ad ognuno può nascondersi la spia, che nel caso del nazismo è l'ebreo e nel caso sovietico è il dissidente politico. In questo senso la realtà del fascismo si distanziò piuttosto nettamente da queste considerazioni, poiché in Italia rimase comunque molto forte la presenza della chiesa cattolica.
Proprio la "mania di totalizzazione" fu una delle cause della disgregazione del sistema sovietico: in un territorio di dimensioni vastissime, ogni crisi del consenso comportava una compressione delle libertà, un ritorno al potere centralizzato, per evitare le spinte nazionalistiche, come avvenne nel 1917, e ciò era evidentemente incompatibile con l'apertura politica di Gorbaciov.

Lo sterminio degli ebrei
Quanto fu preciso "ingegnere sociale" lo stalinismo, tanto fu scrupoloso "ingegnere genetico" il nazismo. Lo sterminio degli ebrei rappresenta l'espressione estrema di distruzione sistematica dell'altro in quanto tale, apice della manifestazione del nazismo.
Nonostante la brutalità dello sterminio ponga gli storici nella condizione di narrare l'inenarrabile, talmente terribile da essere quasi incredibile e pertanto sottoponibile al più bieco revisionismo - che nega lo sterminio nei tempi e metodi trasmessi dalla storiografia - la Shoah (termine ebraico traducibile con "disastro") è disgraziatamente un fatto storico che come tale va considerato con precisione e puntualità. Lo sterminio di sei milioni di ebrei come insetti nocivi, il tentativo di eliminare un intero popolo in quanto tale, e la sua memoria, costituisce una guerra parallela che Hitler condusse, una volta persa la guerra contro le potenze Alleate, ma che aveva già precedentemente avviato. Lo sterminio degli ebrei infatti, fu realizzato in tre successivi passaggi: dal 1939 la ghettizzazione in Polonia, dal 1941 l'uccisione sistematica, ad uno ad uno, degli ebrei nel territorio sovietico, e infine il trasferimento ai campi di concentramento, lo sterminio tecnologico.
Fabio Levi ha posto attenzione sul fatto che la Shoah presenta specificità che sottendono un progetto preciso di annullamento, scollegato dalla seconda guerra mondiale, cioè non può considerarsi prodotto della guerra stessa, ma della storia della Germania, della struttura politica e sociale, del popolo, della cultura tedesca: persa una guerra, il nazismo ne continuò un'altra, autonoma, per distruggere gli ebrei d'Europa.
Non si risolve tuttavia storiograficamente la questione dell'estremo epilogo del nazismo solo professandosi intenzionalisti (Hitler perseguì la distruzione del popolo ebraico) o strutturalisti (lo sterminio fu portato dalla struttura burocratica della società germanica, che, una volta avviata, funzionò autonomamente nell'attuare la persecuzione): è sociologicamente complesso spiegare l'entità e le modalità dell'apporto da parte delle persone comuni al sistema dello sterminio e non va dimenticato che vi fu un movimento di Resistenza al nazismo, che causò inceppamenti alla macchina sterministica: il regime non penetrò completamente nella società civile e religiosa, che manifestò proteste contro l'eutanasia e contro lo sterminio.
Le camere a gas, la cui esistenza i "negazionisti" hanno tentato di confutare, non sono che il simbolo estremo dello sterminio, ma esso ha comportato l'uccisione di milioni di individui singoli, con una dimensione esistenziale soggettiva.

I totalitarismi: un bilancio
Come ha affermato Guido Franzinetti, la differenza più eclatante tra i totalitarismi è la loro durata e la loro fine: il comunismo, infatti, ha resistito fino al 1989, anno in cui ha abdicato (più o meno spontaneamente) in tutta l'Europa. Nazismo e fascismo, più limitati nel tempo, sono crollati al costo di una guerra mondiale.
Probabilmente fare un bilancio numerico delle vittime dei totalitarismi non sarà mai possibile: è piuttosto realistico e utile tentare un bilancio qualitativo storico-morale.
Nelle esperienze totalitarie è stato ravvisato da alcuni un seme di modernità: certo il totalitarismo ha rappresentato una risposta drammatica al cambiamento della società, dell'economia, dell'uso della tecnologia e dei mezzi di comunicazione di massa nel ventesimo secolo, un cambiamento che mai era stato così rapido. Ma piuttosto che una fase di effettiva modernizzazione, i regimi totalitari hanno rappresentato un momento di non ritorno, un anello imprescindibile della catena storica, una stazione d'arrivo della storia europea, un punto di partenza per l'indagine storiografica e per la coscienza civile. I totalitarismi sono prodotti storici che possono riproporsi, in altri luoghi e tempi, con altri protagonisti. Per questo motivo è utile oggi studiare le esperienze totalitarie del Novecento, valorizzando la dimensione individuale delle stesse, mostrando che non si tratta di eventi isolati, dei progetti insani di protagonisti mostruosi che hanno compiuto atrocità, ma dell'esito estremo di una catena storica che ha macchiato di sangue il Novecento, travestendolo di modernità.
Seguire il percorso individuale delle vittime e dei carnefici consente di vedere come il potere possa rompere la normalità, attraverso la persecuzione, fino all'esito estremo.
Partendo dalle reazioni emotive, riflettendo sulle esperienze individuali, si deve riuscire a trasformare l'emozione in analisi e ragionamento per rendere utile lo studio: la dimensione storica, cioè, non può prescindere dal giudizio morale, per ciò che riguarda i crimini perpetrati dai sistemi totalitari. (Monica Favaro)