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Sabato 27 ottobre 1997 si è svolta a Borgosesia una tavola rotonda sull'opera di Cesare Bermani, edita dall'Istituto.
Pubblichiamo qui di seguito le relazioni, in ordine di intervento, di Filippo
Colombara, dell'Istituto "Ernesto de Martino", di Roberto Botta, direttore dell'Istituto di Alessandria, di Laurana Lajolo,
membro del Consiglio direttivo dell'Istituto nazionale, e dell'autore.
Filippo Colombara
Partecipare ad una "tavola rotonda" su tre libri importanti, che hanno avuto una gestazione di trent'anni, per
giunta con l'autore presente, è impegnativo.
Il mio intervento vuole tentare di tracciare la genesi di questa avventura, un'avventura che dura appunto da
trent'anni e non è ancora finita, perché Cesare Bermani sta ancora, a quanto ne so, raccogliendo fonti per la riedizione del primo
volume. Vicende di una ricerca storica, peraltro, che lo hanno accompagnato per una bel pezzo della vita: dagli
anni sessanta a oggi.
Il primo volume di "Pagine di guerriglia", a mio avviso, va collocato nell'ambito di una serie di lavori che
Bermani allora svolgeva all'interno delle attività del "Nuovo canzoniere italiano", poi Istituto "Ernesto de Martino", i cui
esiti vennero pubblicati nei primi anni settanta. Tra questi citerei "L'altra cultura. Interventi, rassegne, ricerche.
Riflessi culturali di una milizia politica (1962-1969)" (Milano, Edizioni del Gallo, 1970), volume che raccoglie suoi scritti
di ricerca e di intervento politico, "La battaglia di Novara" (Milano, Sapere, 1972), quella del 1922 contro i fascisti, e
che egli pubblicò cinquant'anni dopo gli eventi, e "Zone d'ombra della Resistenza" (Milano, Sapere, 1973), che
contiene due saggi, l'uno sui fatti relativi all'oro delle miniere di Pestarena in valle Anzasca e l'altro sul tradimento di
Taras, comandante della "Volante Azzurra", formazione partigiana che operava sul Mottarone. Lavori inizialmente
appartenenti al progetto di "Pagine di
guerriglia", ma da esso estrapolati, sia perché non attinenti direttamente alle vicende
dell'"Osella" e sia a causa della loro ampiezza.
Peculiarità degli interventi di Cesare Bermani, e del gruppo a cui appartiene, sono la loro finalizzazione. Si
tratta certamente di ricerche di carattere storico, a cui viene però addizionato l'impegno della lotta politica. Storici
militanti, quindi, che non si limitano a fissare la realtà così come emerge dalle indagini in campo, ma che contemplano
l'obiettivo di discuterla per poterla trasformare.
In questo senso le valenze che assumono gli studi sulle culture "altre" sono del tutto particolari. L'intendimento
è indagare i saperi del mondo popolare e proletario anche sotto il profilo antagonista e contrapposto alle culture
egemoni e borghesi. Disegno questo, che trae vigore anche da una lettura critica e dall'"alleanza" con quell'importante
intellettuale che fu Ernesto de Martino. Tra i lavori di de Martino vorrei ricordare non tanto quelli noti a tutti, ma un breve
saggio (una ventina di pagine) che ritengo importante, anche sotto il profilo metodologico, per la definizione del lavoro
di Bermani e compagni. Si tratta de "Il folklore progressivo emiliano", pubblicato nel '51 sulla rivista "Emilia",
poi riedito dall'Istituto "Ernesto de Martino" negli anni sessanta e, recentemente, sulla rivista dell'omonimo istituto ("Il
de Martino", n. 4-5, 1996). Il saggio è importante perché parla di folklore progressivo, di studio delle classi popolari
non solo dal punto di vista della tradizione, ingessate in un passato arcaico, ma nel momento della loro
trasformazione, quindi il passaggio da un'Italia contadina ad una Italia moderna e industriale, dai modi di intendere il mondo
dei contadini a quello degli operai.
Queste posizioni di de Martino, in sintonia con quelle di Gianni Bosio - l'intellettuale che influenzerà
maggiormente il gruppo -, sono fatte proprie e rielaborate dai ricercatori del "Nuovo canzoniere italiano", anche attraverso un
dibattito interno, non privo di dissidi, e determinerà la scelta di passare dallo studio delle campagne o meglio, dei suoi
aspetti passati e tradizionali, a quello degli operai industriali. Scegliendo, quindi, di abbandonare i lidi abbastanza tranquilli
e vicini all'accademia del folklore, per sporcarsi le mani con le culture e le lotte operaie, entrando in un terreno
dove spesso ricerca e impegno politico si mescolano volutamente.
Una scelta del genere non sarà tuttavia priva di un ritorno politico negativo, che condizionerà, spesso con
l'isolamento, sia la vita e il lavoro dei ricercatori sia l'attività dell'Istituto "de Martino" che con le sole proprie forze
intende mantenere una voce fuori dal coro.
"Pagine di guerriglia" si colloca in questo clima, divenendo occasione per uno studio diverso della Resistenza:
non più una storia conforme alla retorica ufficiale ma una storia che emerga dall'esperienza diretta dei suoi protagonisti.
Un cenno a queste posizioni le fa proprio l'autore nell'introduzione al primo volume quando, registrando
le testimonianze dei primi resistenti durante l'avvio della ricerca si accorge dell'esistenza di un "universo partigiano"
ben diverso da quello che in quel periodo - siamo nel '65, ventennale della Resistenza con il centro-sinistra in auge -
si intendeva conformare e appiattire sull'unità delle forze politiche antifasciste.
Rispetto alla metodologia della ricerca, che darà origine all'opera sull'"Osella", vorrei sottolineare alcuni aspetti.
L'ambito in cui interviene Bermani è quello della microstoria, egli sceglie di indagare una sola brigata partigiana
in un ambito territoriale ben delimitato, perché questo è il modo di avere maggiori possibilità per penetrare
l'esperienza partigiana in tutti i suoi aspetti. Diversamente, una ricerca che avesse abbracciato spazi territoriali più estesi,
coinvolgendo un numero di attori decisamente superiore, difficilmente sarebbe riuscita ad analizzare le peculiarità ed avrebbe
rischiato - come ancora oggi accade - la genericità.
Per quanto riguarda le fonti documentarie è il caso di soffermarsi sull'uso che fa l'autore sia di quelle scritte
che orali.
L'ambito delle fonti scritte è ascrivibile a quelle tradizionali, soprattutto documentazioni delle formazioni
partigiane e dei comandi, in misura minore egli impiega quelle diaristiche e di memoria di parte popolare. Al proposito vi è un
suo appunto - sempre nel primo volume - in cui sostiene che questo particolare tipo di fonti è soggetto a seri problemi
di attendibilità, dato che nella stesura di testi del genere opera, a volte pesantemente, la censura dei protagonisti.
Questa posizione emerse in un momento in cui vi era scarsa disponibilità di fonti del genere, inoltre, una coscienza sull'uso
di epistolari, diari e memorialistica maturò più tardi tra gli studiosi. Ciò avvenne negli anni ottanta, grazie all'impegno
di riviste come "Materiali di lavoro", di Rovereto, e alle iniziative dell'Archivio della scrittura popolare, fondato
sempre a Rovereto.
Le fonti orali, specificità di "Pagine di guerriglia", operano all'interno del progetto con pari dignità rispetto
all'altra documentazione. Vi sono però diversità nelle modalità del loro impiego tra il primo volume - che, ricordiamo, è
edito nel 1971 e quindi costruito nel decennio precedente - e i due successivi editi recentemente. Nel primo volume,
ad esempio, le fonti scritte citate sono tutte riportate tra virgolette, quindi si tratta di incisi veri e propri che riproducono
gli atti originali, mentre quelle orali in rari casi sono riprodotte integralmente. Questo perché Bermani - e lo
dichiara nell'introduzione metodologica - ha costruito il testo fondendo il linguaggio dei testimoni e il loro modo di
esprimersi con il suo linguaggio di studioso. È questa una scelta di sperimentazione letteraria, intrapresa anche da altri negli
anni sessanta, che tuttavia verrà abbandonata in seguito, nei lavori successivi e fino ai due ultimi volumi di "Pagine
di guerriglia", in cui le testimonianza orali, come quelle scritte, quando sono citate integralmente, vengono riportate
tra virgolette, e, nell'originalità di Cesare, in lunghi e a volte lunghissimi incisi.
Altra questione relativa all'oralità, che differenzia il primo dai successivi volumi, è il tipo di interessi che investono
l'autore. Originariamente le fonti sono usate per scoprire e verificare i dettagli di eventi fattuali, di episodi, di
battaglie. Quindi l'attenzione è ad un impiego delle fonti orali molto simile a quello delle documentazioni scritte, le
singolarità delle memorie orali, che riguardano anche la sfera psicologica dei testimoni, il significato storico che attribuiscono
al passato ecc., matureranno e appariranno successivamente, con il crescere del dibattito tra i ricercatori. I risultati
in Bermani si rilevano, per l'appunto, nel secondo e terzo volume di "Pagine di guerriglia". In questi lavori trovano
spazio aspetti dell'oralità prima assenti: dall'importanza di indagare errori commessi dagli informatori nelle narrazioni,
alle testimonianze false, all'immaginario.
Ultima osservazione e anche domanda che rivolgo a Bermani. Vi sono trent'anni di distanza tra la raccolta
delle prime testimonianze orali pubblicate e quelle recenti, ma cosa è cambiato nei testimoni? Vi è un accenno a
questo problema nell'introduzione al secondo volume, però credo che valga la pena riprenderlo. È una questione di
carattere metodologico ma non solo: cosa cambia e come cambiano i testimoni? In che modo i contenuti e gli
atteggiamenti mutano? Quanto di ciò che dicevano allora ripetono oggi e come?
Roberto Botta
Leggendo e lavorando sui tre volumi di Cesare Bermani, mi sono imbattuto in quei problemi cui accennava
Filippo Colombara al termine del suo intervento.
Vorrei innanzitutto sottolineare la singolare vicenda, per così dire, cronologica, della faticosa edizione
dell'altrettanto faticoso lavoro di Bermani.
1971: primo volume di "Pagine di
guerriglia", o meglio, primo tomo edito, perché, come si può facilmente
capire scorrendo quelle pagine, anche i volumi successivi erano praticamente pronti per la stampa. Passano però molti
anni e si arriva al 1995-96: edizione del secondo e terzo tomo, pubblicati conservando l'impianto di venticinque anni
prima, con una naturale e doverosa integrazione e rivisitazione del testo - ci dirà Bermani sino a che punto ha potuto fare
questo lavoro di revisione.
Questa vicenda così complicata all'autore è indubbiamente costata sacrifici e lacerazioni d'animo - e
probabilmente anche di rapporti umani - non indifferenti, perché, come è noto, la pubblicazione è stata interrotta anche, ma è
forse meglio dire soprattutto, per ragioni non certo di carattere scientifico, ma piuttosto di pretestuosità politico-ideologica (non trovo termine migliore). Non so se questo potrà servire a dare qualche conforto postumo a Bermani, ma
come spesso accade, è possibile trarre qualcosa di positivo anche dal male, perché il lettore ha potuto trovarsi di fronte
a un'operazione editoriale che presenta dei lati di lettura abbastanza curiosi. Ad esempio si può ragionare su quanto
di attuale o quanto di datato vi è in volumi scritti venticinque anni fa: certo ripensati e integrati, però scritti
venticinque anni fa e pubblicati per la gran parte negli anni novanta. Ed è possibile anche evidenziare meglio alcuni
problemi storiografici peculiari della letteratura storica dedicata alla Resistenza e al movimento partigiano.
Ebbene, leggendo insieme i tre volumi, posso dire di aver toccato con mano un problema piuttosto interessante,
reso evidente proprio da quel "ti pubblico-non ti pubblico" che tanto ha fatto penare Cesare Bermani: "Pagine di
guerriglia" ci dimostra che la storiografia sulla Resistenza, al di là di una certa retorica o di certi atteggiamenti pregiudiziali
che possiamo trovare con facilità in questi anni sui giornali e ancor più facilmente vedere sugli schermi della nostra
televisione, già vent'anni fa era arrivata ad un livello di spregiudicatezza e di indipendenza da incrostazioni politiche, che non
credo sia facile trovare in altri ambiti storiografici. Naturalmente questa capacità era patrimonio di singoli personaggi,
come appunto Cesare Bermani e altri, che hanno saputo essere dei veri innovatori, a volte scontrandosi anche con il
mugugno e il rancore di amici e compagni di fede politica. E allora non era così indolore come oggi, lo abbiamo appena
visto a proposito della vicenda di questo ponderoso lavoro, perché le difficoltà di edizione che Bermani ha incontrato
in quegli anni erano in primo luogo la conseguenza di una interpretazione non canonica della vicenda dei garibaldini
della Valsesia.
Detto in sintesi: chi oggi ci vuol far credere di aver scoperto il "triangolo della morte" o altre pagine
"inesplorate" della Resistenza, come le foibe o la "Volante rossa" - chissà se Cesare Bermani ne ha mai sentito parlare... - forse
se andasse a leggere volumi pubblicati dieci, e anche venti o venticinque anni fa troverebbe già lì, se non delle
risposte, l'individuazione di alcuni problemi, di alcune questioni che hanno accompagnato la storia della Resistenza e che
una parte della storiografia aveva saputo vedere. Era naturalmente, come spesso accade, proprio quella storiografia
meno protetta istituzionalmente e meno introdotta nella grande distribuzione editoriale. Una produzione fuori dal coro
mass-mediologico che non ha potuto evitare di cadere nell'oblio, lasciando in questi anni novanta spazio a polemiche
pretestuose e infondate: credo ci sia, su questo terreno, motivo di riflessione per tutti.
Permettetemi un inciso: questo sguardo innovativo e disincantato su quel fantastico biennio lo aveva saputo
gettare, prima e meglio della storiografia, la letteratura. Se noi esaminiamo in parallelo la storiografia della Resistenza e
la letteratura della Resistenza, ci accorgiamo in modo evidente di quanto la storiografia sia debitrice alla letteratura.
E quindi ha fatto bene Colombara a ricordare l'importanza che ha avuto la riscoperta della diaristica e della
memorialistica per il rinnovamento della storiografia, perché anche questa letteratura minore, sia pure con toni più discontinui,
aveva proposto temi, questioni, interpretazioni che solo negli anni più recenti sono diventati patrimonio condiviso
della storiografia italiana.
Quando Bermani diede alle stampe il primo volume del suo lavoro (inizio anni settanta, e quindi primi risultati di
una storiografia direttamente ispirata dalle lotte operaie e studentesche del Sessantotto e del rapporto complicato e
contorto di quei movimenti con la Resistenza) "Pagine di guerriglia" rappresentò una delle più significative opere di
quella storiografia che, per riprendere un'espressione di allora, potremmo definire militante, o scritta dai cosiddetti
"storici scalzi", e che si contrapponeva, a volte esplicitamente altre meno, alla storiografia ufficiale, più legata a
interpretazioni canoniche e semplificate del fenomeno partigiano e di tutti i temi storiografici, e diventò anche un primo "ponte"
tra quella letteratura resistenziale, sino ad allora guardata con qualche sospetto, e la storiografia. Non è certo un caso
se - mi si perdoni il parallelo forse un po' ardito - stesso destino di stroncatura e stesso sospetto di eresia sia caduto su
opere di grande letteratura come quelle di Fenoglio e su tentativi di ricostruzione storiografica come quelli condotti da Bermani...
Un'altra considerazione è utile per capire l'importanza del lavoro di Bermani. Daniele Borioli ed io, quando
uscì "Una guerra civile", di Claudio Pavone, realizzammo con lui una lunga intervista (pubblicata su diverse riviste
della rete degli istituti storici della Resistenza, tra cui anche "l'impegno") e tra le considerazioni più significative di
Pavone ci colpì il suo dichiarato riconoscimento di un debito verso la storiografia precedente e soprattutto verso una parte
della storiografia militante e ancor più nei confronti dei lavori di microstoria, ricordati prima da me e da Colombara, e
di cui quest'opera è uno degli esempi più significativi, non solo per vastità, ma anche per le intuizioni che già
venticinque anni fa ci offriva.
Anche da questo punto di vista io credo che l'analisi comparata di questi tre volumi ci consegni molte
suggestioni. Questa scala microanalitica, la scala della singola formazione, della divisione e poi, ancora sotto, dei singoli
distaccamenti e dei singoli gruppi partigiani (per esempio nel terzo volume c'è un capitolo, a me pare molto bello, in cui si
esamina il gruppo del Pesgu: come si unì, come si divise, le differenze anche sociali tra i diversi gruppi di partigiani
presenti all'interno della formazione), mi pare sia l'unica in grado di aiutarci davvero a capire non tanto la storia della
Resistenza quanto la storia dell'uomo partigiano. Vedete, se c'è una ragione forte da contrapporre a chi ci dice che non ha più
senso occuparci di quei mesi è proprio questa: la necessità di lavorare a fondo sulla storia delle mentalità. Sul periodo
di formazione di quegli uomini destinati a diventare ceto dirigente, nazionale e soprattutto locale, dell'Italia
repubblicana (e che periodo di formazione, caratterizzato da sentimenti, decisioni e azioni forti e totalizzanti).
Questa è la scala a cui bisogna andare e queste sono le fonti da utilizzare: le fonti orali, la diaristica, i giornali
murali, dove è possibile recuperarli (su quest'ultima fonte va a merito dell'Istituto di Borgosesia la pubblicazione, prima
in articoli separati su "l'impegno", e poi in volume dei lavori di Francesco Omodeo Zorini).
A proposito della necessità dello scavo microanalitico, è utile una esemplificazione. Una costante dei tre volumi
è il grande spazio dedicato a una ricostruzione puntigliosa, a volte fin troppo pignola, degli avvenimenti militari
che accaddero ai garibaldini della Valsesia. Però anche questa ricostruzione, apparentemente così tradizionale, ha uno
scopo preciso: analizzare la mentalità partigiana, i comportamenti, i conflitti, le tensioni, che si verificano nel momento
in cui era necessario sparare, colpire il nemico e, come ovvia conseguenza, rischiare la vita propria e quella dei
compagni, mettere nel conto conseguenze per le popolazioni, immaginare scenari di ritorsione e di rappresaglia. Anche la
storia delle vicende militari, letta da questa angolazione, diventa dunque uno strumento per capire la mentalità
partigiana, la scala di valori che si veniva costruendo, il concetto dell'uomo che i partigiani elaboravano e introiettavano.
D'altra parte è proprio questo l'elemento fondamentale di "Pagine di guerriglia": lo scavo in profondità sul tema
della mentalità partigiana e sulle sue ambiguità.
Un altro tema estremamente significativo sotto questo aspetto ci viene dalle pagine che Bermani dedica al tema
dell'acculturazione partigiana: come è già stato rilevato a proposito di altre formazioni, anche qui essa avviene in
maniera caotica e per certi aspetti contraddittoria, con modalità in cui il nuovo e il vecchio continuano a sovrapporsi, in cui
i retaggi del vecchio esercito, come ad esempio la punizione del palo (una sorprendente costante del
movimento partigiano...), si mischiano con retaggi magari ancora più antichi e che affondano le loro radici nella cultura
popolare e si fondono poi con dei tentativi di innovare il codice comportamentale. Bermani scava dunque nel conflitto,
indica i problemi, ci dice che non è facile per dei ragazzi di vent'anni, cresciuti nell'involucro ovattato del regime,
costruire nuovi valori e nuovi comportamenti, e che non ci è permesso semplificare o, peggio, dare facili e schematici
giudizi sui loro comportamenti.
Vorrei poi ricordare le molte pagine che sono dedicate al tema della giustizia, anche qui con in evidenza un
intreccio, ancora una volta complesso e contraddittorio, tra tentativi di innovazione e ancoraggi a radici antiche. È
interessante ripercorrere il tema della giustizia così come viene applicata ed elaborata da quei ragazzi di vent'anni, che
significa in sostanza l'analisi del percorso attraverso il quale una generazione cresciuta sotto il fascismo si trova
letteralmente a doversi inventare schemi e valori alternativi a quelli proposti dal regime. Questo è un altro tema molto presente e
che proprio attraverso l'uso capillare, a volte addirittura forzato, delle fonti orali, è stato possibile sondare in maniera efficace.
Infine, a proposito di una acculturazione partigiana che, per tempi e modi in cui si realizza, non può che
percorrere strade piene di contraddizioni, c'è un'altra questione in cui è del tutto evidente la difficoltà di creare un "uomo
nuovo partigiano", un tema che io credo sia di fondamentale importanza per capire le ambiguità intrinseche
nell'acculturazione partigiana: si tratta del tema del maschilismo, che è ben presente un po' in tutte le storie delle formazioni
partigiane sino ad oggi studiate, caratteristico quindi non solo del partigianato di questa valle, non soltanto dei partigiani
del Piemonte, ma un po' in tutta Italia. Enuncio solo il problema, perché penso che Laurana Lajolo ci dirà qualche
cosa di più su questo tema, per dire che il contributo offerto da Bermani su questo terreno di riflessione è forse tra i
più rilevanti che si possono leggere in tutta la storiografia resistenziale italiana.
Ho frettolosamente indicato questi terreni di lavoro, analizzati e proposti da vero precursore da Cesare
Bermani venticinque anni fa e riproposti con forza nei volumi recentemente editi, perché è proprio su questi terreni che
sta lavorando la più recente storiografia sulla Resistenza: ed è proprio un'operazione di comparazione tra questa
storiografia recente che ci indica che la scala della singola brigata, della singola formazione, è l'unica possibile per passare
dalla storia degli avvenimenti resistenziali, alla storia dell'uomo partigiano, all'analisi della mentalità partigiana.
Proprio quella scala che Bermani già molti anni fa aveva saputo scegliere.
Dobbiamo dunque fare molta attenzione. Quando diciamo che occorre continuare a studiare la vicenda degli
uomini che hanno fatto l'esperienza partigiana, dei loro processi di acculturazione, della formazione della loro mentalità
politica e della loro morale, non rivendichiamo semplicemente la necessità di rendere un giusto omaggio a chi ha
combattuto per la libertà d'Italia, a chi ha combattuto per liberarci dai fascisti e dai nazisti. Certamente c'è anche questo, ma
c'è soprattutto l'affermazione che spendendo un po' di tempo a cercare di capire come si viene strutturando il modo
d'essere e di pensare dei partigiani è un passaggio decisivo per capire la storia dell'Italia repubblicana. Dal mondo
partigiano vengono, lo voglio ripetere, soprattutto a livello periferico, i dirigenti politici, i quadri sindacali, molti degli
amministratori della cosa pubblica, ed è in quella esperienza che si forgia la loro concezione della politica, della cosa pubblica,
della morale.
Gli istituti storici della Resistenza hanno condotto negli anni scorsi una ricerca sui primi gruppi dirigenti
dell'Italia repubblicana, soprattutto sui gruppi dirigenti di carattere amministrativo e l'osmosi tra movimento partigiano e
amministratori pubblici è risultato in maniera evidente. Quindi scavare nella mentalità partigiana, capire da dove
viene l'etica, la loro concezione della politica con le contraddizioni che ha in sé, che cosa c'è di nuovo e di antico,
significa studiare le radici del modo d'essere e di pensare dei dirigenti in senso lato nei primi anni dell'Italia repubblicana:
un lavoro come quello condotto da Bermani appartiene allora a pieno titolo anche alla storiografia dell'Italia
repubblicana, perché ci illumina sulle caratteristiche di alcuni degli uomini che dal '45 ai decenni successivi hanno avuto un
ruolo di primo piano nella ricostruzione del tessuto democratico italiano.
Voglio dire infine ancora una cosa a proposito della microstoria. Nell'ultimo volume Cesare Bermani ci
fornisce alcuni dati quantitativi sul movimento partigiano: caratteristiche sociali, provenienza geografica e professioni, la
loro scolarizzazione. Negli ultimi anni gli istituti piemontesi hanno condotto una vasta ricerca sulla composizione
sociale delle bande partigiane. È stato un lavoro difficile, che ha avuto molti alti e bassi. Faticosamente stiamo arrivando
al termine. Qualcuno di fronte a questa ricerca ha storto un po' il naso, scettico sull'utilità di una massa quasi
ingovernabile di dati (abbiamo le schede personali, inserite in computer, di circa centomila uomini che, a vario titolo, hanno fatto
parte del movimento partigiano e dell'indispensabile indotto di collaborazione). Ma è solo disponendo di questa base
di conoscenza capillare che si potranno effettuare lavori di comparazione, che si potranno vedere similitudini e
differenze tra zona geografica e zona geografica, tra formazione e formazione, tra partigiani di un colore politico e
partigiani appartenenti a un fronte politico differente.
Ho accennato a questa ricerca condotta in modo coordinato tra sei istituti piemontesi, perché credo che se la
storia della Resistenza riuscirà a fare un passo più in là, sarà proprio in questa direzione, se saprà, dopo aver valorizzato
la portata della microstoria, la portata dell'analisi delle singole formazioni, dei singoli territori, provare a fare un
salto nel territorio della comparazione, lavoro che forse è giusto cominci da questi livelli, quelli dell'analisi sociale
delle caratteristiche del movimento partigiano.
Sono inoltre convinto che proprio un lavoro di comparazione tra diverse formazioni sarà utile per arginare i
tentativi di interpretazioni schematiche e strumentali della realtà del movimento partigiano.
Anche qui un esempio vale a chiarire quanto intendo dire. Uno degli schemi più abusati, e che ogni giorno ci
sentiamo ributtare addosso, è quello relativo ad una ferrea divisione di tipo politico per cui i garibaldini, che naturalmente
sono tutti comunisti, hanno certe caratteristiche ideologiche, le formazioni compiono certe operazioni politicamente
orientate, mentre gli autonomi o i giellisti hanno caratteristiche e orientamenti politici diversi e compiono quindi atti
altrettanto differenti.
Ebbene, facendo proprio un lavoro di comparazione tra le formazioni gielliste del Cuneese e una formazione
garibaldina, che ho studiato nell'Alessandrino, abbiamo potuto sottolineare che invece questi schemi di carattere squisitamente
- e schematicamente - politologici saltano, le assonanze tra queste formazioni molto diverse sia politicamente che
dal punto di vista sociale sono molto forti e rimandano da una parte alle caratteristiche dei loro comandanti, che
avevano una visione quasi ascetica del movimento partigiano, molto rigorosa, e dall'altra al tema del rapporto col
territorio, rapporto molto forte che imponeva quindi un livello di rispetto non soltanto delle persone, ma anche delle
tradizioni di quel territorio: erano soprattutto queste due caratteristiche che, sommandosi, determinavano la struttura e il
modo d'essere delle singole formazioni.
Quindi questo lavoro di comparazione, molto attento alla natura sociale delle formazioni o a questioni come i
rapporti con la popolazione, da una parte ci aiuta a fare un salto di qualità nell'analisi della Resistenza e della natura
delle formazioni, e dall'altra ci aiuta anche a replicare con efficacia a quelle interpretazioni schematiche che,
purtroppo, televisione e stampa ogni giorno ci propinano. Continuiamo allora a studiare e vediamo se un piccolo contributo
al tentativo di rimettere al giusto posto le cose riusciamo ad offrirlo.
Laurana Lajolo
Mi soffermo su due argomenti che Cesare Bermani affronta negli ultimi due volumi, non senza fare
prima un'osservazione di carattere generale sul titolo, perché "Pagine di guerriglia" credo spieghi, come hanno esposto
molto bene i due relatori prima di me, le caratteristiche dell'opera.
Sono pagine di guerriglia, quasi la volontà di un racconto documentato e storico, ma popolare sui partigiani e
sulla popolazione della Valsesia. E questa mi sembra un po' la caratteristica dell'opera, oltre che la caratteristica di un
intellettuale anticonformista come Bermani, che mantiene comunque sempre una sua estraneità a qualsiasi classificazione
(storico, sociologo, antropologo), perché fonde sempre tutte le peculiarità della sua formazione eclettica nelle cose che fa.
Le trasferisce insomma in testi che poi è difficile classificare in un modo esclusivo, se non secondo la sua originalità.
Certamente queste pagine affrontano e sviluppano le tematiche della storia della mentalità partigiana, ma non
solo. Credo che offrano uno spaccato molto interessante della società di quel periodo. Per definire questo spaccato di
società ho scelto, come dicevo, due indicatori: uno è il capitolo sulle donne e sul maschilismo partigiano, l'altro è quello
sul dopoguerra.
Questi miei due fuochi d'interesse hanno una ragione che riguarda ciò che leggo in questo periodo, ciò di cui
mi occupo e di cui mi sono occupata, nel senso che capire la collocazione delle donne in un momento di guerra e di
potenziale rivoluzione e poi capire come le donne si siano inserite e siano state considerate dalla società democratica, è un
argomento che mi coinvolge.
Sul dopoguerra io ho svolto un lavoro dedicato all'insurrezione di Santa Libera, che è cronologicamente di
poco anteriore all'episodio di cui fu protagonista Corrado Bonfantini, che è raccontato da Bermani. Anche se "i miei
ribelli" di Santa Libera avevano altra connotazione rispetto al gruppo di Bonfantini, esprimono il disagio molto forte di
come la società italiana si stava organizzando dopo il 1945. L'insurrezione di Santa Libera è dell'agosto 1946, quindi
ormai al post amnistia, provocata proprio dal decreto di Togliatti, e scaturita dalla volontà di non accettare che
venissero cancellati i reati fascisti.
Andiamo per ordine. Sottopongo all'autore qualche riflessione sulle donne partigiane e il maschilismo.
In questo capitolo Bermani sottolinea da un lato la rottura con il conformismo sociale che è rappresentata dall'entrare
in una formazione partigiana, uscire da una valutazione di persone "per bene" e diventare persone fuori dalle
regole, quindi avere addosso gli occhi e le dicerie della gente. L'altro è il maschilismo presente nelle formazioni partigiane.
Mi soffermerei sull'istituzione di un distaccamento femminile. C'è un bel documento sul regolamento, su cosa
potevano o non potevano fare le donne in formazione, perché evidentemente le donne erano elementi di disturbo all'interno
della guerriglia.
Le funzioni del distaccamento femminile sono le funzioni tradizionali delle donne. Essere sostanzialmente le
vivandiere, prendersi cura della vita quotidiana dei partigiani e non tanto partecipare alla lotta armata. La presenza delle donne
in formazione mette in prima linea il rispetto verso di esse o la loro valutazione come oggetto sessuale. Questo,detto
con parole mie, non certo con quelle di Bermani, che è naturalmente più efficace di me, è un po' l'assunto della
documentazione che egli porta in questo capitolo. Bermani conclude con una valutazione che è tra storiografia e politica. Affronta
cioè il problema del rapporto tra le donne e la politica e questo mi sembra un momento di interesse anche oggi.
L'esperienza partigiana è contraddittoria per le donne: per qualche donna è una scelta politica il partecipare all'azione armata
di liberazione, ma la maggior parte delle donne staffetta vivono il legame con la formazione come un legame di
famiglia: sono le fidanzate, le figlie, le mogli, sono a protezione insomma del loro uomo che sta combattendo la guerra.
Rispetto a questa presenza all'interno delle formazioni partigiane, questa scelta di campo coraggiosa sul piano
del conformismo sociale, Bermani dice che in realtà non c'è stata poi una presenza politica delle donne, cioè che
questa esperienza non ha aperto una soggettività forte femminile all'interno della politica.
Va considerata accanto alla resistenza attiva armata, la resistenza civile e passiva, perché c'è anche l'altra
componente della presenza delle donne durante la guerra, cioè la presenza all'interno della società, le scelte di campo che
avvenivano nelle case (per esempio accogliere o meno gli sbandati dell'8 settembre '43). A questo proposito Anna Bravo
afferma che forse sono state le donne ad avere iniziato per prime la Resistenza, perché sono le prime che hanno deciso di
dare dei vestiti diversi dalle divise agli sbandati, che hanno iniziato un'opera di copertura sul territorio che è stata di
grandissima importanza per l'esito positivo della guerriglia. Io sono convinta che la Resistenza apre la strada al voto delle
donne. Bermani, poiché vuole essere puntuale e mai agiografico, sottolinea come le sinistre avessero paura di questo
voto femminile così orientato in larga parte dalla Chiesa, e come questo voto femminile fosse un'affermazione
necessaria dei diritti, ma vissuto in modo molto controverso all'interno delle stesse organizzazioni politiche. Si fa anche una
domanda sulla vera e propria emancipazione, cioè se è cominciata da qui e se si è realizzata.
Io credo che i frutti della Resistenza si sciolgano nella società e riemergano vent'anni più tardi, quando non si
parla più di emancipazione, ma si parla di liberazione. E non sono solo due termini diversi. Emancipazione è un modello
che passa attraverso il diritto al lavoro e il riconoscimento politico, la presenza, la militanza politica. Liberazione è
un movimento che ha in sé una forte carica politica, ma una più esplicita carica sociale e opera una trasformazione
psicologica di grandissimo livello, una trasformazione di mentalità. Però c'è ancora da chiedersi perché la politica rimane
comunque un campo in cui le donne esercitano meno la loro presenza rispetto ad altri.
Prendiamo la realtà di oggi. Vediamo ad esempio la rappresentanza politica a livello parlamentare. Noi abbiamo
una legge protettiva della presenza delle donne a livello di candidate. Oggi tutte le liste devono avere rappresentanti
femminili - quando c'è carenza, di nuovo sono le figlie, le mamme, le zie che danno il nome - ma in realtà le donne non
esercitano ancora un loro vero e proprio ruolo all'interno della politica. Credo che non sia volutamente, da parte maschile,
un campo che si intende destinare alle donne, ma è anche un campo che non interessa alle donne, al loro spirito
pratico, ai loro interessi sociali, al loro concetto concreto di modalità di vita e di visione del mondo.
È un elemento di valutazione che io porto qui non tanto per allontanare il discorso dalle pagine di guerriglia, ma
per indicare come leggere alcune parti di quest'opera voglia dire - perlomeno per me è stato così - fare affacciare alla
mente di chi legge delle domande sull'oggi. Questo perché stiamo attraversando una fase in cui, più che in altri periodi,
la Resistenza è un ingombro concettuale, ideologico, direi per quasi tutti i soggetti che operano sulla scena politica.
La Resistenza invece, questo momento così concentrato - perché sono venti mesi e, per alcuni territori, sono pochi
mesi di guerriglia armata - ha così condizionato le storie individuali e la storia collettiva di questo Paese per cui è ancora
oggi l'elemento di confronto, anche se viene ignorato, per le trasformazioni in atto a livello politico e storico.
Oggi si parla di memoria divisa, si dice che la Resistenza rappresenta un elemento di divisione rispetto alla
concezione dell'unità italiana e si dice che bisogna cominciare dai diritti di cittadinanza.
Come dimostra anche Bermani, ma tantissime altre documentazioni storiche, i nostri diritti di cittadinanza, la
nostra democrazia non può fare a meno della Resistenza. Oggi si può decidere che la Resistenza è una pagina chiusa,
come è chiuso anche per noi, ovviamente, il Risorgimento (a parte che anche quello è riaperto dai dibattiti padani). Ma
la trasformazione, l'impatto, il trauma della società italiana sono stati di così potente rilievo che hanno inciso
sicuramente. La Resistenza oggi è anche una tradizione, una tradizione con i suoi miti, le sue censure, ma è ancora oggi una
valenza di confronto nel contesto democratico.
Ma vediamo perché - mi riferisco all'altra parte del libro che mi ha interessata - la Resistenza è stata - negli
anni settanta si diceva Resistenza tradita -, per così dire, interrotta. Le pagine di Bermani sul dopoguerra ci danno
questi elementi di Resistenza interrotta. Sicuramente l'epurazione dello Stato italiano è fallita, degli organi di stato,
della burocrazia, della polizia, della magistratura, della scuola, che non sono state liberate dai contenuti fascisti che
facevano parte della mentalità e del metodo di lavoro di questi rappresentanti.
Il fallimento dell'epurazione ha significato da un lato - almeno questa era la volontà del governo di quel
tempo secondo il compromesso raggiunto dal ministro della Giustizia di allora, Palmiro Togliatti - chiudere, pacificare
la società italiana, non approfondire il solco tra parti diverse che si erano confrontate durante la Resistenza, tra
partigiani e gli aderenti alla Repubblica di Salò.
Dall'altra, forse, vi era anche una impossibilità di epurare davvero le strutture dello Stato dal momento che il
regime richiedeva necessariamente la tessera del partito fascista per poter lavorare. Sicuramente l'epurazione interrotta
ha rovesciato i rapporti di forza all'interno della società e nei rapporti tra cittadini e Stato, perché l'epurazione
interrotta comporta che i vincitori diventino in larga parte degli "inquisiti", si direbbe oggi con un termine di moda, cioè
finiscono i processi ai fascisti, finisce la giustizia sommaria dei primi giorni del dopo liberazione, e diventano i partigiani
coloro che hanno compiuto atti criminali.
Si apre un periodo durissimo in cui coloro che avevano combattuto per la libertà, soprattutto che avevano aderito
a una certa parte politica durante la Resistenza o subito dopo, devono difendersi dallo stesso Stato che avevano
collaborato a costruire. Sono gli anni cinquanta, gli anni terribili.
La Resistenza è interrotta soprattutto per coloro che avevano pensato: "Lo Stato siamo noi e non riusciamo a
far riconoscere i nostri diritti". Parlo ad esempio delle testimonianze di quelli, che io chiamo con molto affetto "i
miei ribelli" di Santa Libera, i partigiani che partirono da Asti e fecero un'insurrezione con le armi, che non avevano
consegnato al momento della smobilitazione, cioè il 5 maggio 1945.
Era l'agosto 1946 e i partigiani non avevano ancora avuto il riconoscimento del servizio prestato in quel periodo,
il diritto al lavoro. Insieme a loro vivevano gli stessi problemi gli ex reduci, gli ex internati, che erano stati presi
prigionieri l'8 settembre 1943 e che avevano vissuto la valenza di essere stati "vigliacchi" per essersi lasciati catturare -
perché l'etica dell'esercito dice che il prigioniero è anche un po' traditore, uno che non ha saputo difendersi. Gli ex
deportati che portavano a una società già lacerata dalla guerra un racconto drammaticissimo, terribile, che nessuno voleva sentire.
Questa era l'Italia con un profondo disagio, in cui la disoccupazione era l'elemento determinante. Direi che
infatti la Democrazia cristiana vinse in Italia, divenne partito egemone, grazie ai forti aiuti economici dell'America e,
d'altra parte, questa era anche la teoria del presidente Truman, del marzo 1947, la dottrina del contenimento del
comunismo: leviamo la base sociale del dissenso, investiamo nella rinascita economica dei paesi soggetti a presenze
comuniste troppo rilevanti e avremo contenuto il fenomeno comunista.
Ecco: direi che nelle ultime pagine di "Pagine di guerriglia" questi elementi di resistenza interrotta sono molto
presenti, anche come disagio sociale o psicologico di gruppi o di singoli partigiani che non riuscivano a tornare alla vita
normale, ad accettare la banalità del quotidiano, abituati a un senso eroico della loro partecipazione alla Resistenza o
anche abituati ad essere un po' prepotenti sul territorio: Bermani non nasconde episodi in cui la delinquenza ha avuto un
certo spazio, per gruppi mimetizzati come gruppi partigiani o con collegamenti che si erano aperti durante la Resistenza.
Cesare Bermani
Oggi, qui presenti, ci sono persone con la quali magari, durante la costruzione del libro, ho avuto un rapporto
di collaborazione o, a volte, anche scontri sulla valutazione di qualche aspetto del mio lavoro. Però, ancora una volta,
sono assenti coloro che portano avanti le critiche più dure al libro, sempre in modo indiretto, rifiutando di discuterne
con me. Costa poco, se non si è d'accordo, inviare una lettera e dire: "Ho delle precisazioni da fare, non sono
d'accordo con questo o quest'altro, per favore discutiamone". Questo non avviene, continua ad esserci un po' di fronda da
parte anche di alcuni amici o compagni e questo non mi fa piacere, anche se la storia che costruisce uno storico, la
storia memorizzata dai protagonisti e quella reinventata dai politici per ragioni contingenti fanno a spesso a pugni tra loro.
Quando è uscito, questo libro non è piaciuto ai dirigenti del Pci e agli uomini delle associazioni partigiane,
perché ne veniva fuori un'immagine della Resistenza che - come diceva prima Botta - era conflittuale, dimostrava che i
resistenti non erano tutti grigi, ma ogni formazione aveva caratteristiche proprie e che l'unità delle forze partigiane spesso
era stato un lavoro di Sisifo il conquistarla. Nel momento in cui c'era un
embrassons-nous tra le associazioni
partigiane il libro rompeva le scatole un po' a tutti quelli che in quel momento - dico quel che penso - si riempivano la bocca
di frasi come "Resistenza alla guida dello Stato", ideologia campata per aria, utopia che, richiedendo una
"Resistenza pacificata al proprio interno sotto un manto tricolore" e prolungando questa richiesta anche agli storici, ha
prodotto dei veri disastri anche nei settori degli studi sulla guerra partigiana. Ricordo che molti giovani si sono allontanati
da questi studi, disgustati da pressioni censorie e dall'incomprensione più totale per l'autonomia di giudizio che lo
storico - se è tale - non può non avere rispetto alle esigenze della politica. Si è tentato di scoraggiare un'intera generazione
dallo studio spregiudicato della Resistenza. Questo è già un primo punto da tenere presente.
Lo storico cerca e trova col suo lavoro cose che spesso ai politici non piacciono, perché questi tendono a
reinventarsi la storia tutti i giorni, secondo quelli che sono i loro obiettivi. Se si riflette, per esempio, sul modo in cui è stata
commemorata la Resistenza dal '45 in poi, non si potrà che convenire con me che con essa si è giocato a palla, è stata costretta
a grottesche giravolte, giungendo addirittura a renderla un fatto dell'esercito o, nel migliore dei casi, mettendo in
un calderone i morti rispettabilissimi di Cefalonia, l'esercito del Sud e la Resistenza del Nord, cose che hanno tutte
matrici profondamente diverse tra loro. Le nostre forze armate hanno addirittura prodotto dei video, che sarebbe bene i
partigiani vedessero, perché da essi risulta che all'8 settembre l'esercito italiano si oppose massicciamente ai tedeschi un
po' dovunque, falsando la tragica realtà di quei giorni.
Tutto ciò, intendiamoci bene, lo considero normale. Già nell'Ottocento un acuto pensatore come Ernest Renan
osservava che "fraintendere la storia è una parte essenziale dell'essere di una nazione. Il dimenticare, e direi persino
l'errore storico, sono fattori fondamentali per la formazione di una nazione, il che spiega perché il progresso degli studi
storici sia sovente un pericolo per la nazionalità". È normale che nazioni o partiti o altri gruppi di uomini diano della
propria storia delle versioni ricche di anacronismi, omissioni, decontestualizzazioni o vere e proprie bugie. E in certa
misura questo è vero per tutte le forme di storia dell'identità. Tuttavia credo sia anche normale compito degli storici
smantellare le mitologie che così si creano e rifiutarsi di essere servi dei politici e degli ideologi.
Certo, se io dico che la storia della Lombardia è diversa da come la reinventa Umberto Bossi e gli altri ideologi
della Lega, qualche nemico me lo faccio. Non c'è dubbio, non si può fare lo storico ed essere amici di chiunque.
Ma forse non si può fare lo storico ed essere in consonanza con coloro che ti aiutano nella ricerca, perché
sempre, quando poi passi alla costruzione di un libro di storia, tu, anche senza volerlo, metti in discussione quanto ti
hanno raccontato, ti fai spesso dei convincimenti che non sono gli stessi delle persone con cui hai parlato, che a loro volta
hanno tra di loro punti di vista diversi su questo o quell'avvenimento. Dentro la storia di ogni singolo ci sono infatti
problemi di identità ed è normale che ciascuno di loro, leggendo i miei libri, abbia anche elementi di dissenso, perché non ci
si riconosce o perché si è ricostruito quel passato a proprio uso e consumo. Il loro è un
passato vissuto, incarnato in un uomo, che ha
i suoi convincimenti e la sua memoria. La mia storia si basa invece sui documenti, tra i quali
rientrano anche le testimonianze di tanti singoli
partigiani. È cioè diversa, perché ricostruita con un percorso diverso da quello
di ogni singolo.
D'altronde, anche nella ricostruzione di certe battaglie, se si utilizzano per essa quaranta testimonianze è
probabile che ognuno di coloro che hanno partecipato all'avvenimento non sia d'accordo, perché il
suo vissuto lo porta ad avere una
sua ottica, mentre quella dello storico è necessariamente diversa.
L'elemento di dissenso può poi essere un altro. In questo libro io mi sono mosso utilizzando sostanzialmente le
categorie di "guerra patriottica", "guerra civile" e "guerra di liberazione", di cui recentemente ha riparlato Claudio Pavone.
Io però le ho mutuate da Giovanni Pirelli, con il quale allora lavoravo. In un disco che producemmo assieme nel
Ventennale della Resistenza - si intitolava "Arrendersi o perire" - sulla copertina si diceva con chiarezza: "Ci siamo messi al
lavoro per proporre ai vecchi e nuovi compagni qualcosa che riportasse il duro senso, l'aspro sapore di una guerra che fu
anche guerra civile, di una lotta che fu anche lotta di classe; da rivivere al presente, finché vi saranno oppressi ed
oppressori, è la necessità di insorgere".
Anche qui, diverso è il problema a livello di identità individuale. Edgardo Sogno, per esempio, è convinto di
avere fatto solo una guerra patriottica (e sempre per motivi patriottici ha messo in piedi - secondo un rapporto della
Questura di Milano del 2 gennaio 1954 - "squadre di azioni anticomuniste costituite da ex partigiani e da elementi
neofascisti"). Flavia Tosi, che è stata una valorosa staffetta del Comando generale e ha fatto un grandissimo numero di passaggi
dalla Svizzera all'Italia e viceversa in quei diciotto mesi di guerra partigiana, se le dicessi: "Tu hai fatto una guerra
patriottica", mi risponderebbe che sono matto, che lei ha fatto una guerra civile, perché combatteva contro il fascismo e per
un'Italia molto diversa da quella che poi è stata. Il grande storico azionista Franco Venturi ha sempre ribadito che "la guerra
civile è l'unica a cui sia lecito partecipare"; e in questo spirito ha sopportato l'esilio in Francia ed è poi stato un
valoroso comandante partigiano. Molti dei presenti, credo, preferirebbero invece parlare di "guerra di liberazione nazionale".
Inutile, secondo me, discutere queste cose: ognuno ha il diritto di preservare la propria identità e di definire la
propria esperienza partigiana come meglio ritiene. Uno può avere pensato di fare quella guerra come guerra civile, un
altro come guerra patriottica, un altro ancora come guerra di liberazione. Ho conosciuto partigiani di ciascun tipo.
Resta il fatto che le categorie che noi storici utilizziamo cozzeranno necessariamente contro identità e concezioni
del mondo di molti singoli partigiani.
In realtà la funzione dello storico è sempre provocatoria, finisce per disturbare tutti, anche quelli che, leggendo
il libro, sono tanto democratici da capire che ci possono essere punti di vista diversi dai loro sulle faccende di
questo mondo.
Questa era la premessa, passiamo ora a parlare delle testimonianze orali. Non c'è dubbio: quando io ho iniziato
questo lavoro quasi nessuno si preoccupava di raccogliere, per fini storici, le testimonianze orali, meglio sarebbe dire
che nessuno si preoccupava di parlare con gli uomini che avevano partecipato a determinati avvenimenti. Il feticismo
del documento scritto era ben radicato. Credo che il mio sia stato il primo libro pubblicato che abbia dato uno
sviluppo notevole alle testimonianze orali, perché l'altro libro, a cui lavorava Gianni Bosio, "Il trattore ad Acquanegra sul
Chiese", venne pubblicato soltanto nell'81, in quanto Bosio morì nell'agosto 1971, lasciandolo incompiuto. Certamente
a quell'epoca la mia capacità di capire che tipo di materiale maneggiassi era di molto inferiore a quella che ho
oggi. Soprattutto non avevo ancora ben chiaro che, prima ancora che avere di fronte una registrazione, avevo davanti un
uomo e la sua peculiare memoria, sincero o bugiardo, capace di raccontare le cose o solo di parlare a monosillabi, magari
con delle ragioni per nascondere determinate cose o per averle ricostruite a proprio uso e consumo.
Io ho avuto vivaci scontri con partigiani quando, sulla base dei documenti d'archivio, ho potuto dimostrare che
Taras era un traditore che aveva fatto un patto con i fascisti. I suoi partigiani avevano continuato a considerarlo vittima
di un'ingiustizia e anche chi sapeva delle trattative coi fascisti, si trincerava alla fine dietro al fatto che in realtà
Taras volesse ingannare i fascisti e non i partigiani. Ma poi Taras era stato riconosciuto partigiano combattente, la sua
foto era a Novara nel sacrario della Resistenza, e quindi anche l'Anpi aveva qualche problema di fronte al mio libro.
Non avrei dovuto pubblicarlo e lasciare che si perpetuasse un falso storico per amore di pace? Continuare ad
accreditare quadretti idillici e oleografici della guerra partigiana, quelli che facevano allontanare schifati i giovani da quella storia?
C'è un altro problema: gli uomini cambiano e cambiano anche le situazioni storiche; quindi essi possono pensare
che la loro memoria sia divulgabile in un determinato periodo e non in un altro. Un caso è quello del "Ciucch".
Io incontrai il Ciucch nel 1968, ebbi con lui una conversazione molto vivace, sulla base della quale ricostruii un
suo "incidente" di guerra: lo mandarono sull'autostrada Torino-Milano e gli dissero di sparare a un'Ardea di un
certo colore, perché trasportava Osvaldo Valenti e Luisa Ferida. Allora passavano poche automobili, ne arrivò una con
quelle caratteristiche, lui sparò e quell'automobile risultò essere di un collaboratore della Resistenza. Venne fatto un
processo in formazione, sulla base del quale lui venne condannato a cinque anni da scontarsi alla fine della guerra, con la
possibilità di emendarsi durante il combattimento, più per non avere riconosciuto che fossero stati lui e la sua squadra a
sparare che per altro. Resta il fatto che si emendò benissimo, perché catturò un numero piuttosto elevato di tedeschi in una
volta sola. A quell'epoca ho spiegato al Ciucch che era importante ricostruire quella sua vicenda perché aiutava a capire
come funzionasse la giustizia partigiana e permetteva di cogliere dal vivo i tentativi di darsi un ordine e una disciplina
nelle formazioni. Obtorto collo mi autorizzò a utilizzare la sua testimonianza. Però "Pagine di guerriglia" si interruppe
e passarono undici anni prima che io riuscissi a pubblicare la sua storia. Non era più il 1968, era il 1979. E io allora
non gli telefonai per informarlo che sarebbe uscito il pezzo che lo riguardava. E lui su quella pubblicazione aveva
evidentemente cambiato parere: ne è venuto fuori un vespaio, di cui ha poi fatto le spese il povero Eraldo Gastone "Ciro".
Quindi la "storia orale" ha aspetti delicati, perché implica rapporti con un passato che continua a essere vissuto
come presente da persone in carne ed ossa.
Il primo problema è quindi quello di capire la persona che hai davanti, poi capire come funziona la sua memoria
e in che rapporto sta con la sua personalità. Per esempio, che rapporto ci sia in quella persona tra ricordo del fatto e
sua rielaborazione fantastica. Perché l'importante è capire che cosa ti viene raccontato e, nel caso di una cosa non
vera, perché ti viene raccontata.
Naturalmente quando scrissi il primo volume ero molto meno bravo di adesso a capire le persone e i nastri; e
anche a trascrivere. Allora le testimonianze le trascrivevamo in maniera "ingessata". Eravamo ancora nella fase in cui se
il nostro interlocutore tossiva durante la registrazione trascrivevamo: "Colpo di tosse". Oggi sappiamo un po' tutti che
- proprio per rimanere fedeli a quanto l'interlocutore ci comunica - si deve attuare un minimo intervento durante
la trascrizione e che le conversazioni trascritte alla lettera diventano oscure e, tutto sommato, infedeli.
Non a caso adesso ho ampliato e puntualizzato il primo volume. C'erano anche degli errori di datazione perché
allora - e non è che voglia giustificarmi - la situazione degli archivi di Novara e Borgosesia (l'archivio era a casa di
Moscatelli, l'Istituto non c'era ancora) era terribile, si faceva una fatica immane a lavorare. Tra l'altro non avevo alcuna
possibilità di fotocopiare i documenti.
Per quanto riguarda i diari io allora ne trovai pochi e forse nemmeno li cercai, perché c'era il diario di Ginevra
Vinzio, una delle principali depositarie della storia partigiana di Grignasco, assai ricco e puntuale.
In quel periodo ero tra l'altro affascinato dalla possibilità di creare un ponte tra letteratura e storia, di fonderle in
un mio linguaggio che richiamasse quello popolare. Nel primo volume c'è quindi anche del pavesismo nel mio modo
di raccontare, che si è attenuato di molto nei due volumi successivi. Esso resta anche nella seconda edizione del
primo volume a imperitura memoria di quel momento particolare.
Per quanto riguarda la domanda se i testimoni cambino, al di là di deterioramenti della memoria, magari per
cause di invecchiamento, ho già fatto l'esempio del Ciucch. Direi che tutti cambiano, perché la memoria individuale non
è mai solo passato, ma anche presente. Però cambiano in modo e in dosi diverse l'uno dall'altro. È difficile che
cambino, per esempio, i racconti di Ginevra Vinzio che, tutto sommato, vive ancora in quel momento là, e quando racconta
della Resistenza vive proprio dentro al passato.
C'è però un ampliarsi degli argomenti e oggi, per esempio, si può sapere dai nostri testimoni molto più di una
volta sul dopo 25 Aprile.
Invece quello che cambia è il modo di vedere la Resistenza, e questo è il frutto di una battaglia per l'egemonia
politica condotta in questi anni attraverso i mass media. Nel '65 era difficile trovare testimonianze che parlassero dei
partigiani come se fossero stati dei delinquenti, a meno che l'interlocutore non fosse dichiaratamente fascista. Persino nel
periodo scelbiano, quando la gente parlava con difficoltà, nessuno diceva cose simili, se non era fascista. Oggi invece ci
sono interi strati della popolazione che parlano della Resistenza in termini malevoli.
Questo è il problema di oggi: spariscono progressivamente i protagonisti diretti della guerra partigiana e si sta
affermando un senso comune che fa letteralmente a botte con libri tipo il mio, che, tra l'altro, sono tagliati fuori dalle grosse
catene di distribuzione e solo con grande difficoltà possono avere qualche parte nella formazione del senso comune.
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