Antologia di articoli di giornali locali
Maggio-agosto 1941
L'aggressione nazifascista all'Urss
A cura di Marilena Zona
Da un articolo edito in "l'impegno", a. XI, n. 2, agosto 1991
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Sono stati consultati: il "Corriere Valsesiano", a. XLVII, "L'Eusebiano", Ufficiale dell'Azione
Cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli, a. XIII; "Il Popolo Biellese", bisettimanale fascista, a. XX, "La Sesia",
giornale di Vercelli e provincia, a. LXXI (di cui sono stati pubblicati articoli); "Il Biellese", Ufficiale
dell'Azione Cattolica Biellese, a. LV, "La Provincia di Vercelli", Foglio d'ordini della Federazione dei Fasci di
Combattimento di Vercelli, a. XIX. Non è stato possibile consultare "La Gazzetta della Valsesia" poiché
nelle biblioteche pubbliche locali non è conservata alcuna collezione di questo periodico.
Si ringrazia l'Editrice Valsesia per aver consentito la consultazione della collezione del "Corriere Valsesiano".
Presentazione
La rassegna degli articoli tratti dalla stampa
locale continua con la trattazione degli avvenimenti
del quadrimestre maggio-agosto 1941.
Dopo un'ampia trattazione dell'annessione della Slovenia da parte dell'Italia, che, secondo "La Provincia
di Vercelli", rappresentava un primo passo verso la "ricostruzione europea, motivo dominante della
guerra", largo spazio viene dato sui giornali locali alla designazione del duca di Spoleto, il principe Aimone
Roberto di Savoia-Aosta, a re di Croazia. La firma dei trattati e degli accordi italo-croati fa, ad esempio, secondo
"ll Biellese", "del nuovo Regno un alleato operante nello spazio vitale dell'Italia". Lo sbarco dei
paracadutisti tedeschi a Creta, ai primi di giugno, e l'evacuazione degli inglesi vengono presentati come una
impresa leggendaria compiuta da "icari senza ali di cera" ("L'Eusebiano") ma non impossibile per gli
"argonauti dell'Asse".
Intanto è trascorso il primo anno di guerra per l'Italia e "La Sesia" ribadisce l'utilità e la giustezza di
una "guerra per stroncare una plutocrazia che non deve più esistere", un conflitto al quale si venne "per
colpa della Gran Bretagna", di cui la Francia fu la pedina più facile, seguita dalla Polonia all'inizio del
conflitto, dalla Norvegia, dal Belgio, dall'Olanda e dal Lussemburgo. "Venne poi l'ingratitudine più smaccata
della Grecia, il tradimento più nero della Jugoslavia".
Il 22 giugno Hitler, affiancato da Italia e Romania, aggredisce l'Unione Sovietica e sulle pagine dei
giornali appaiono articoli in cui si vogliono definire le motivazioni di questa guerra, a volte definita
addirittura "santa". "Il Biellese" precisa che l'attacco non è portato al popolo russo ma "al clan del Cremlino"
con profondo spirito antibolscevico e il "Corriere Valsesiano" ritiene la guerra inevitabile non solo per
motivi contingenti ma ideologici in funzione della "rivoluzione" fascista e nazionalsocialista, in quanto
capitalismo e bolscevismo risultano essere le due facce dell' "internazionale giudaica" e "le due centrali ebraiche
si sarebbero ritrovate e fuse, dopo aver fatto il sozzo bilancio delle rovine sparse attraverso i continenti".
Alla fine di luglio la stampa locale presta infine particolare attenzione allo sviluppo della politica
asiatica: l'accordo franco-nipponico, "le rappresaglie anglo-americane, le contromisure giapponesi". Il 14
agosto segna un importante sviluppo con l'incontro tra Roosevelt e Churchill su una nave da guerra a
Newfoudland, incontro in cui vengono formulati gli "otto punti" della Carta atlantica (dichiarazione di principi di
politica internazionale a cui si richiamerà la dichiarazione del 1 gennaio 1942 dei ventisei paesi che si
proclameranno Nazioni Unite) e che "La Provincia di Vercelli" ritiene "il più goffo e tragico insulto alla buona fede di
chi crede nella giustizia e combatte per affermarla.
Gli articoli
Significato di un'annessione
Da: "La Provincia di Vercelli", 6 maggio 1941
A meno di un mese dal crollo e dalla disintegrazione dello Stato jugoslavo, le Potenze dell'Asse
consolidano le azioni vittoriose delle loro armate con provvedimenti politici e sociali di vasta portata. In virtù di
tali provvedimenti, Lubiana e il suo territorio circostante, entra a far parte del Regno d'Italia; mentre
un'altra zona slovena, nella quale l'influenza tedesca è sempre stata più sensibile, è annessa alla Germania.
Si costituisce così una nuova provincia italiana, la quale, per evidenti ragioni, avrà un regime alquanto
autonomo, con caratteri particolari, come vuole la individualità slava della sua massa etnica che l'Italia riconosce
e rispetta.
La ricostruzione europea che è per l'Asse il motivo dominante della guerra, è dunque incominciata;
è incominciata dal settore più delicato e vulcanico d'Europa, dove l'alchimia versagliese aveva adunato
tutti gli elementi generatori di discordie e che dal 1918 ad oggi ha determinato tutti i disordini e le crisi
del vecchio continente. Se il nuovo ordinamento di Lubiana e del suo territorio, quale si può intendere
dal sollecito decreto che ne sanziona l'annessione, deve considerarsi un atto di saggezza governativa, anche
gli allarmisti democratici anglosassoni dovranno riconoscere alle Potenze dell'Asse che l'avere con
tanta tempestività e così alta moderazione iniziato il riassetto territoriale etnico e politico dell'Europa
balcanica, mentre la guerra mobilita tutte le loro forze, costituisce un titolo di orgoglio e di organizzazione sociale.
La soluzione della questione slovena era essenziale ed è stata naturale; bisogna anche dire che, al di là
delle nostre garanzie ai traditori quando non si credevano tali, una revisione del problema sloveno si
sarebbe imposta anche alla Jugoslavia. La Slovenia si individua nettamente dalle altre regioni slave del sud;
le caratteristiche etniche, linguistiche, storiche, culturali ed anche economiche danno al suo popolo
una fisionomia specialissima ed inconfondibile. Con queste prerogative la Slovenia non poteva mescolarsi
con altre popolazioni slave: neppure con i croati che si vanno saggiamente ordinando in una compagine
autonoma a cui hanno sempre aspirato e che, come gli sloveni, si sono visti negare dai costruttori del
paradossale mosaico versagliese. Per l'esiguità del territorio e della popolazione, la Slovenia non poteva aspirare ad
una completa autonomia statale: le vicende politiche dell'Europa attuale, d'altro canto, hanno dimostrato
con un'eloquenza sanguinosa e incontrovertibile che la vita moderna non lascia posto ad autonomie
statali piccolissime e che la gravitazione dei piccoli Stati verso i grandi è necessaria e fatale.
Per queste ragioni storiche, gli sloveni, dal 1300, non hanno più avuto la loro
indipendenza politica. Sotto il dominio degli asburgo la loro vita ha avuto manifestazioni fiorentissime. Poi, il crollo della
monarchia austriaca e la delicata (!) opera dei costruttori della pace, li hanno inchiodati nel cerchio della nuova
Jugoslavia; ma la situazione, dal 1918 ad oggi, s'è andata sempre inasprendo, senza riuscire mai a fare della Slovenia
un territorio spiritualmente unito allo Stato jugoslavo.
La nuova guerra balcanica e le sue rapide soluzioni, hanno offerto alle Potenze dell'Asse il modo
di incominciare di qui la ricostruzione europea. Rapporti storici, culturali, religiosi, economici, in questi
giorni ampiamente illustrati, condotti per secoli fra l'Italia e la città di Lubiana, avevano indicato la via di
questa soluzione. Non si tratta dunque di un'oppressione, di un bottino, come domani vorrà denunciare la
stampa democratica, ma di un ordinamento saggio, nell'ambito del quale la nuova provincia migliorerà la sua
vita, come vogliono le sue tradizioni e la laboriosa probità della sua gente.
Con questi sentimenti il popolo italiano saluta l'annessione di Lubiana all'Italia. Essa ha oggi un
significato più alto del risultato di una vittoria, perché al di là del rapporto di nazionalità che non ne esce
diminuito, afferma il principio sociale della collaborazione dei popoli vicini negli antichi confini europei,
nel coordinamento delle loro possibilità e nel solco della comune tradizione, principio al quale Roma e
Berlino si informano per la ricostruzione d'Europa.
Giuseppe Serra
Il Duca di Spoleto designato Re di Croazia
Da: "Il Biellese", 20 maggio 1941
Roma ha vissuto domenica scorsa una grande giornata in occasione della disegnazione
(sic) del Duca di Spoleto a Re di Croazia e della firma dei trattati e degli accordi che fanno del nuovo Regno un
alleato operante nello spazio vitale dell'Italia.
Capeggiata da Ante Pavelic una Delegazione croata che a Trieste era stata ricevuta da una
Delegazione italiana è giunta domenica mattina a Roma per chiedere al Re Imperatore di designare il Sovrano
della Croazia risorta, e per regolare col Governo d'Italia ogni rapporto tra i due Paesi. La grande
importanza dell'avvenimento è stata immediatamente capita dal popolo italiano, che lieto saluta in quello croato
un degno amico e fratello. L'Italia poi particolarmente si compiace che sul trono di Zvonimiro, incoronato
da Gregorio VII salga un principe della sua gloriosa e amata Casa di Savoia. Sarà, questo, un vincolo di più
tra la Croazia e l'Italia, che insieme, nel quadro della nuova Europa, potranno collaborare per un
avvenire migliore di pace e di giustizia tra i popoli.
La Maestà del Re Imperatore ha designato a Re di Croazia il Duca di Spoleto, fratello minore
dell'eroico Duca d'Aosta Viceré d'Etiopia.
S.A.R. il Principe Aimone Roberto di Savoia-Aosta, secondogenito del compianto Principe Emanuele
Filiberto Duca d'Aosta e della Principessa Elena di Francia, è nato a Torino il 9 marzo 1900 ed ebbe il 22
settembre 1904 da S. M. il Re Imperatore il titolo di Duca di Spoleto. Frequentò l'Accademia Navale e ne uscì a
sedici anni col grado di Guardiamarina. Nel 1917 fu nominato sottotenente di vascello e tenente di vascello
nel 1918. Nell'ultimo periodo della guerra mondiale fu comandante d'una squadriglia di idrovolanti
meritandosi una Medaglia d'argento, due di bronzo e la Croce di Guerra. Nel 1929 organizzò una spedizione al
Karacorum. Nel 1934 fu nominato capitano di fregata e nel 1935 capitano di vascello. Partecipò alla guerra
etiopica prima al comando dell'esploratore "Pantera" nel Mar Rosso poi fra gli stessi fanti come volontario
partecipando alla battaglia dello Sciré. Nel novembre del 1936 veniva nominato Contrammiraglio a scelta
eccezionale; nel 1938 veniva nominato Ammiraglio, ed il 2 ottobre prendeva il Comando della IV Divisione alzando
le insegne sull'incrociatore "Da Balbiano". Il 15 marzo 1940 assumeva il Comando marittimo dell'Alto Tirreno.
Il principe ha sposato a Firenze il 1 luglio 1939 l'Altezza Reale la Principessa Irene di Grecia e
Danimarca, quartogenita di Re Costantino, nata ad Atene il 31 gennaio 1904.
Fra il Duce e Ante Pavelic sono stati firmati numerosi documenti che stabiliscono chiaramente i confini e
i rapporti tra Italia e Croazia. I confini tra i due stati sono definiti da un trattato cui è allegata una carta.
Detti confini sono il riconoscimento geografico del maggior interesse italiano in Adriatico. Le maggiori
isole dalmate, Spalato e le Bocche di Cattaro restano a far parte del Regno d'Italia.
Nella zona adriatica la Croazia si impegna a non costruire opere militari e non creare una marina da
guerra eccettuate le forze necessarie alla polizia costiera. I due Governi preciseranno in un accordo ulteriore
le modalità secondo le quali il Governo italiano avrà facoltà di far transitare le sue Forze Armate sul
territorio croato lungo la rotabile litoranea Fiume-Cattaro, nonché sulla linea ferroviaria Fiume-Spalato e sul
suo eventuale prolungamento fino a Cattaro.
L'ltalia assume la garanzia della indipendenza politica del Regno di Croazia e della sua integrità
territoriale nelle frontiere che saranno determinate d'accordo con gli Stati interessati. ll Governo croato non
assumerà impegni internazionali che siano incompatibili con la garanzia stabilita dall'Articolo precedente e con
lo spirito del presente Trattato.
Il Governo croato si varrà della collaborazione delle Forze Armate italiane per quanto riguarda
l'organizzazione e l'istruzione tecnica delle sue Forze Armate e la preparazione degli apprestamenti militari nel suo
territorio, dovunque sarà ritenuto necessario allo scopo di duratura
collaborazione.
Il Governo italiano e il Governo croato si impegnano, non appena consolidata l'economia dello Stato
croato, ad entrare nelle più alte e strette relazioni di carattere doganale e valutario.
Il Governo italiano e il Governo croato si impegnano a concludere al più presto speciali accordi in materia
di traffici ferroviari e marittimi; nonché per regolare il trattamento dei cittadini di uno dei due Stati nel
territorio dell'altro, le relazioni culturali e giuridiche tra i due Paesi, ed altre materie di comune interesse.
Intanto la situazione politica europea va evolvendosi anche in altri settori verso una decisiva unità
continentale secondo la politica dell'Asse. Dai colloqui del Vicepresidente del Consiglio francese, Ammiraglio
Darlan, con Hitler di cui facevamo cenno nello scorso numero del giornale ne è venuta una prima presa di
posizione del Maresciallo Pétain e del suo governo di Vichy per una collaborazione colle Potenze dell'Asse.
Della nuova politica francese si ebbe subito un primo accenno col passaggio di aerei tedeschi e italiani sulla
Siria per correre in aiuto ai patrioti iracheni che difendono l'indipendenza del loro paese contro
l'Inghilterra. Londra ha reagito facendo bombardare i campi di aviazione della Siria e Roosevelt ha preso subito
posizione contro la Francia facendo sequestrare i piroscafi francesi che si trovavano nei porti americani. Nello
stesso tempo Roosevelt ha fatto minacciose dichiarazioni contro la Francia ed ha fatto sospendere la partenza
di carichi di grano destinati alla Francia non occupata.
In Siria unitamente alle bombe gli aviatori inglesi hanno lanciato manifestini nei quali invitano i siriani
ad insorgere. L'Alto Commissario francese ha protestato contro l'aggressione della Gran Bretagna a
Beirut. L'indignazione della popolazione contro gli inglesi è vivissima in tutta la Siria. Nei circoli turchi si
ritiene che questi bombardamenti aerei siano il preludio di un attacco inglese ai 50.000 uomini che costituiscono
la guarnigione siriana. Negli stessi circoli si dichiara - a quanto riferisce la stampa bulgara - che malgrado
gli avvenimenti dell'Irak e della Siria, la Turchia conserverà la sua attuale politica di neutralità.
L'intemerata di Roosevelt alla Francia ha avuto per prima risposta questa dichiarazione
dell'Ambasciatore francese a Washington: "Il popolo francese, nel suo dolore e nelle sue sofferenze, ha trovato un grande
Capo intorno al quale si mantiene unito nonostante qualunque tentativo manifestato all'estero di creare
dissidenze. Il popolo francese ha intera fiducia nelle vedute e nell'alto patriottismo del Maresciallo Pétain.
L'Ambasciatore di Francia ha l'onore di proclamare di nuovo la sua assoluta devozione al Maresciallo". Il Governo di
Vichy ha poi replicato ricordando l'indifferenza mantenuta dagli Stati Uniti, che pretendono di erigersi a
paladini della cosiddetta libertà dei popoli dinanzi all'appello loro rivolto dalla Francia nel 1940 quando fu
abbandonata e tradita dall'Inghilterra. Solo pochi degaullisti residenti in America hanno pubblicato una nota in cui
deplorano l'atteggiamento del Governo Vichy, e approvano la confisca dei piroscafi francesi. Intanto
l'organizzazione interventista "Aiutate l'America, aiutando l'Inghilterra" ha colto l'occasione per intensificare la
campagna, lanciando un manifesto che sollecita l'occupazione da parte degli Stati Uniti, di Dakar, delle isole di
Capoverde, delle Canarie, delle Azzorre e della Martinica in collaborazione con
Londra.
La leggendaria impresa di Creta
Da: "L'Eusebiano", 5 giugno 1941
Siamo davanti all'incredibile. La conquista di Creta era infatti ritenuta impossibile non soltanto da noi, che
non siamo dei Napoleoni, ma anche dallo stato maggiore britannico, anche da Wavel "il Napoleone
del deserto".
Se Churchill ha solamente affermato che Creta sarebbe stata difesa fino alla morte è segno che neanche
lui prevedeva l'eventualità di una simile catastrofe. L'hanno invece prevista gli argonauti dell'Asse.
Per gli inglesi, battuti in Grecia, le truppe italo-tedesche non avrebbero osato affrontare il mare di Candia:
la flotta del Mediterraneo avrebbe impedito qualunque avventura; l'esercito anglo-greco, quantitativamente
e qualitativamente formidabile, era in grado di difendere l'isola da qualsiasi tentativo nemico. Poi c'era
la Royal Air Force che avrebbe fatto buona guardia.
Venissero pure avanti i tedeschi: avrebbero seminato l'Egeo di cadaveri.
Ed ecco invece che l'incredibile si avvera. Un giorno si videro piovere a migliaia - icari senza ali di cera -
i fanti dell'aria. Ad essi seguirono con rapidità fulminea stormi rombanti di aerei da trasporto che
portavano a rimorchio silenziosi alianti stracarichi di truppe e di armi. Piovvero anche cannoni, anche minuscoli
carri armati un po' dappertutto, persino sulle giogaie impervie, negli aeroporti, nella capitale dell'isola.
Una tempesta di uomini e di ferro.
No! non era una cosa seria. Tanto vero che i comunicati inglesi si affrettarono a dare la tragica notizia.
"Tutti i paracadutisti tedeschi - diconsi tutti - erano stati sterminati".
Tanto più che i Quartieri Generali dell'Asse non proferivano verbo sull'impresa. Infatti, appunto nel
più ermetico silenzio, agli sbarchi aerei successero gli sbarchi navali ad occidente; poi un corpo di
spedizione italiano approdò sulle scogliere orientali dell'isola. Gli aeroporti vennero occupati, la capitale La Canea
fu conquistata proprio dai paracadutisti.
Entra in campo la flotta inglese con tutte le sue ultrapotenti navi da battaglia ed arriva proprio in tempo
di constatare che l'incredibile si era avverato. Lo sciame dei fanti del cielo si era sventagliato in tutte
le direzioni e gli inglesi non sapevano da che parte incominciare per affrontarlo. La flotta si vede
assalita dall'aria e dal mare dagli apparecchi in picchiata e dalle siluranti italiane e deve registrare una delle
più cocenti disfatte che registri la storia della marina britannica: quattordici incrociatori perduti,
corazzate squarciate, torpediniere colate a picco. Un ciclone mortale aveva investito la terra e il mare dell'isola
di Minosse. Nel nuovo Labirinto anglo-greco erano penetrati i nuovi Tesei condotti da un prestigioso filo
di Arianna.
L'esercito britannico fu scardinato dalle sue posizioni e snidato dai suoi fortilizi con una facilità che
nessuno poteva immaginare. Le truppe disorientate e terrorizzate presero la fuga verso la costa meridionale
per cercare salvezza e per trovare la morte in mare.
Tutto ciò in dodici giorni. Come se si fosse trattato di una scaramuccia del buon tempo antico o di
un'operazione di polizia militare.
Non c'è da stupire se il fatto prodigioso di Creta abbia impressionato il mondo, specie il mondo militare.
I piani strategici dello stato maggiore britannico passano al cestino. Bisogna ricominciare da capo tentando
di indovinare le intenzioni di un avversario che ad ogni attacco ti presenta la carta da visita di una
novità impensata ed impensabile!
In Inghilterra ed in America si medita sul fatto compiuto: la flotta non basta più ad impedire uno sbarco,
le fortificazioni non reggono contro le infiltrazioni dei paracadutisti, l'arma aerea è la dominatrice
delle situazioni.
E allora, malinconicamente, pensa l'inglese che ciò che è successo ieri a Creta (separata dal nemico da
200 chilometri di mare) potrebbe succedere domani in Inghilterra (divisa dal continente da 30 chilometri
di canale). E in Egitto si guarda al mare, ormai diventato nemico, in attesa di scorgere qualche nuvola di
aerei che addensi la tempesta alle spalle dell'esercito che opera al confine cirenaico.
Chissà? Ormai c'è da aspettarsi tutto da questi intrepidi soldati dell'Asse che vanno rivoluzionando
di giorno in giorno l'arte militare vigente.
Noi sentiamo, in quest'ora di splendida vittoria, l'orgoglio di essere italiani e di aver veduto i nostri
fanti partecipare eroicamente all'impresa leggendaria. Restiamo stupefatti davanti al funzionamento
miracoloso della macchina germanica che stritola ogni resistenza con l'incomparabile ardimento dei suoi soldati.
Il valore è ancora una buona moneta d'oro, in questo mondo, e va apprezzato da chi conosce le preziosità
dei sacrifici compiuti per la Patria. È un luminoso alone di autentica epopea quello che oggi avvolge le
forze armate dell'Asse. E non c'è bisogna di spolverare le parole magniloquenti per descrivere l'impresa
cretese, perché l'iperbole si è identificata con la realtà.
L'isola imprendibile è stata presa: l'antemurale di Suez e l'avamposto dell'Egitto crollato sotto la
raffica improvvisa: la terra che doveva essere difesa fino alla morte fu difesa fino alla fuga.
Minosse, il dantesco giudice degli uomini, sarà sorto dalla sua tomba cretese e avrà giudicato la
situazione della sua terra natale: giudizio facile, perché i fatti sono di quelli che non ammettono dubbio.
Che cosa faranno le truppe dell'Asse a Creta?
L'interrogativo è esasperante per gli inglesi, è promettentissimo per noi. Non è bene farneticare circa
il futuro o affidarci alla cabala per vaticinare il domani. Una cosa è certa, che gli italo-tedeschi, giunti a
Creta non staranno a guardare a braccia conserte le navi britanniche che tenteranno di navigare fra Cipro,
Alessandria e Caifa e non si contenteranno di esplorare col cannocchiale ciò che avviene sulla sponda africana
dell'Egitto da Sollum a Suez.
Noi salutiamo oggi la nostra bandiera, issata sui più eccelsi pinnacoli della gloria; salutiamo
l'eroismo vittorioso dei nostri fanti e dei nostri alleati; salutiamo il presente radioso che ci preannunzia il
luminoso domani. Dio accompagni i nostri soldati sulle vie della vittoria: noi preghiamo per loro, noi viviamo
con loro, noi siamo certi che le magnifiche gesta che essi scrivono col sangue saranno coronate col lauro
dei trionfatori.
Fiat! Fiat!
D. Cesare Martinetti
Da un anno l'Italia combatte
Da: "La Sesia", 10 giugno 1941
Da un anno l'Italia combatte la nuova dura guerra per una più alta giustizia fra i popoli, per stroncare,
a fianco della Germania, una plutocrazia che non deve più esistere perché dominatrice assoluta su quasi
tutto il mondo, in dispregio delle più elementari norme di civiltà e di progresso. Da un anno l'Esercito
Italiano, con un eroismo degno del suo passato, combatte duramente contro l'agguerrito nemico, su di un fronte
che ha vastità enormi, fra difficoltà che sembrano insuperabili; da un anno il Popolo Italiano, in una
disciplina ferrea, in una comprensione profonda, con una operosità ininterrotta, combatte la sua dura guerra;
nel binomio così intimo, l'uno all'altro concatenantesi, sta il segreto della potenza italiana, balza vivida
la certezza della Vittoria.
Da un anno la schiera di eroi aumenta la sua sacra falange: dal sacrificio, solo dal sacrificio, il popolo
può attendersi quel domani di pace, che sarà pace con giustizia, nel senso più umano del suo significato.
Poteva essere evitato il conflitto? Gli avvenimenti, oggi e domani, con tutto il grande fardello
documentario, la Storia, daranno all'interrogativo la risposta affermativa. Si poteva, si doveva evitare un nuovo
conflitto che porta con sé, inevitabilmente, un volume sempre più grande di dolori e di miserie, di distruzione
di ricchezze immense e di ruine che a sanarle ci vorranno delle generazioni.
A chi risale una colpa così grave, che la trascinerà, nei secoli, con il marchio infamante?
L'Inghilterra, unicamente l'Inghilterra.
La Francia, squassata dal disordine interno, fu una facile pedina nelle mani della perfidia inglese:
sulla nazione francese gravano, ciò nonostante, le più dure responsabilità. E la spettacolosa sconfitta del
suo Esercito, l'Esercito più potente del mondo, e le conseguenze che domani si riveleranno certe e
definitive, sono la giusta e severa punizione ad una politica tanto deleteria ai veri interessi nazionali. Se si afferma
che la Francia fu la pedina più facile e più cara della politica aggressiva inglese, si constata un fatto reale: non
si vogliono diminuire delle responsabilità.
Pedine del gioco inglese, da lungo tempo ordito dietro un tenue velario di pacifismo, furono la
Polonia all'inizio del conflitto, la Norvegia, dopo, il Belgio, l'Olanda ed il Lussemburgo in seguito. Venne
poi l'ingratitudine più smaccata della Grecia, il tradimento più nero della Jugoslavia. Un pazzesco sogno
di egemonia nato a Versaglia, fomentato a Ginevra, avallato da Londra ha fatta smarrire l'antica via che
dovevano mantenere queste nazioni: la neutralità. La neutralità che poteva recare a loro grandi benefici e senza
sacrifici: neutralità che doveva essere la prova della lealtà delle loro dichiarazioni. La lusinga inglese - ed
appoggiata da chi non dovrebbe ingerirsi nei problemi europei ed in quelli interni delle nazioni europee, gli Stati
Uniti - ha fatto smarrire la ragione ai governanti: venne la follia ed, immediato, il castigo.
Ogni nazione volontariamente caduta nel crogiolo della guerra ha le sue ben gravi responsabilità: ma
dietro ad esse sta sempre, la mano inglese.
Per colpa della Gran Bretagna si venne al conflitto armato: per colpa sempre della Gran Bretagna il
conflitto dilagò dal Mare del Nord all'Oceano Indiano.
La guerra si combatte con asprezza: le tappe della via vittoriosa dell'Asse continuano inesorabili.
Nella stretta sempre più paurosa si dibatte, si agita la traballante potenza inglese. Creta, l'isola degli Dei... e
delle baie per le navi inglesi e degli aerodromi per la R.A.F. è in salde mani dell'Asse. Domani sarà una nuova
vittoria, un nuovo colpo: e si continuerà con la fede di or è un anno, con la stessa forza, fino a che
l'unico, il vero responsabile della guerra sarà piegato senza più possibilità di riscossa.
Italia e Germania, instancabilmente, hanno tentato di chiamare alla realtà le nazioni così dette
democratiche: una revisione delle ingiustizie commesse a Versaglia, ed ammesse anche dagli accaparratori, una
distribuzione più equa delle materie prime, la libertà dei mari, la non ingerenza negli affari interni delle Potenze
dell'Asse - e la benevole protezione del delinquentismo antiitaliano ed antigermanico era una missione tanto cara
ai governi democratici - avrebbero evitato la guerra, creata una più intima comprensione fra le azioni
europee, determinato una coscienza veramente europea. Sarebbe stata la giustizia riparatrice delle infami
ingiustizie commesse a mente fredda, sotto il dominio di quel falso pastore "dai denti d'oro" - sarebbe sorta
un'era lunga di pace, di lavoro, di progresso e di benessere.
Le voci ammonitrici vennero accolte con ironia, con un sussiego che offendeva più del diniego.
E venne la guerra.
Chiudendosi il primo anno di guerra per l'Italia, il pensiero sale ai nostri Caduti, agli artefici della
vittoria di domani: ed onoriamoli facendoci degni di loro.
Domani si riprenderà la
lotta.
I motivi ideali della guerra col bolscevismo
Da: "Il Biellese", 27 giugno 1941
Mentre dall'Oceano Glaciale Artico al Mar Nero si sta sviluppando la grande azione delle truppe
tedesche contro l'esercito rosso diamo uno sguardo a quella che è la situazione politica che si va delineando in
seguito alla guerra dell'Asse contro la Russia bolscevica. Com'è noto, accanto alle truppe tedesche sono
scese immediatamente in campo le truppe romene e quelle finlandesi.
Martedì scorso anche l'armata slovacca si è affiancata all'esercito germanico. Dal canto suo, l'Italia,
è, com'è noto, in guerra con l'U.R.S.S. da domenica mattina alle ore 5,30.
Negli ambienti romani si mette in rilievo che l'immediata partecipazione dell'Italia alla guerra contro
la Russia ha obbedito a due concetti: la solidarietà al cento per cento con la Germania e il profondo
spirito antibolscevico del popolo italiano. Il popolo italiano non ha nessuna particolare animosità contro il
popolo russo. La guerra non è condotta contro le masse russe ma contro il clan del Cremlino e contro
l'esercito rosso sul quale questo clan basa la sua autorità. La guerra per la liberazione dell'Europa aveva una
zona d'ombra: la Russia bolscevica. Ora che anche questa zona è illuminata dai fari delle Divisioni
rivoluzionarie in marcia, il popolo italiano sente che una grande opera di chiarificazione si è compiuta. L'opinione
pubblica italiana vede nella Russia un mosaico di popoli assai diversi gli uni dagli altri i quali sono stati sempre
tenuti insieme con la forza dell'autorità centrale, fosse essa zarista o bolscevica. I lettoni, gli estoni, i ruteni,
i finlandesi, i romeni costretti talvolta in varie epoche con la forza a vivere nella cornice russa, aspirano
ad unirsi alle Nazioni alle quali appartengono o a vivere indipendenti. Gli stessi ucraini ed i cosacchi
hanno sempre nutrito tendenze separatiste. Lo spirito pratico degli italiani sente che non vi potrà essere in
Europa un vero ordine fino a che non sia stato messo l'ordine in Russia e non sia stato spazzato via dalI'Europa
e dalle vicinanze dell'Europa il bolscevismo.
Il Giappone dal canto suo ha deliberato per ora un'attenta vigilanza. In una conferenza alla stampa il
portavoce del Governo di Tokio ha aperto le sue dichiarazioni dicendo di non essere ancora in grado di
pronunciarsi circa il conflitto fra le Potenze dell'Asse e l'Unione Sovietica. Egli ha soggiunto di non poter dire se non
vi sarà una dichiarazione ufficiale del governo a tale proposito. Interrogato circa il Patto Tripartito in
rapporto con la nuova situazione, ha detto che il Patto Tripartito parla da sé e non ha bisogno di commenti. Del
resto - ha soggiunto - l'atteggiamento del Giappone sarà quanto prima chiarito.
La reazione della Spagna di fronte alla franca rottura fra i popoli dell'Asse e la Russia, si appalesa
sempre più nettamente come un grande movimento di entusiasmo, che invade con veemenza le legioni falangiste
ed i vecchi gruppi carlisti della popolazione e commuove profondamente l'anima cattolica della nazione.
I giornali pubblicatisi martedì dopo il riposo settimanale del lunedì, affermano nei loro articoli la
solidarietà totale della Spagna nella lotta intrapresa dalla Germania e dall'Italia, con la partecipazione
dell'eroica Finlandia - sottolineata qui con vivissima simpatia - contro il bolscevismo. Ma le correnti di sentimento e
di patriottismo destate dall'intervento contro i Sovieti, sboccano già nella strada ed ispirano manifestazioni
e pronunciamenti civici che danno al movimento un carattere ben diverso da una semplice presa di
posizione ministeriale e gli conferiscono una portata impressionante.
L'Inghilterra ha scoperto il suo gioco con immediate dichiarazioni di solidarietà verso la Russia. In
un dibattito svoltosi alla Camera dei Comuni tutti i settori della Camera hanno visto nella Russia unicamente
un insperato alleato dell'Inghilterra e si sono trovati d'accordo col governo sull'allineamento
dell'Impero britannico con la Russia sovietica. L'ex-ministro Hore Belisha, il quale è piuttosto pessimista sulla
capacità militare della Russia, ha dichiarato che comunque "la Russia significa per l'Inghilterra un periodo di
respiro del quale gli inglesi debbono sapere approfittare". Ispirato ad un medesimo concetto utilitario il
partito liberale per bocca di Harris ha dichiarato che "la guerra fra l'Asse e la Russia rappresenta sempre un
consumo di munizioni germaniche". Il ministro degli Esteri Eden ha riassunto il cinismo generale dichiarando che
il governo di S. M. britannica è entrato nell'ordine d'idee della cooperazione militare ed economica con
la Russia sovietica e che ha accettato il principio della parità e della reciprocità dell'aiuto secondo il
desiderio formulato in questo senso dal governo di Mosca.
A Washington dopo alcuni giorni di "pensamenti" sono venute fuori delle dichiarazioni di Roosevelt
secondo le quali gli Stati Uniti riapriranno le esportazioni di materiale bellico alla Russia al quale proposito
"Washington Post" scrive che prima di decidere i funzionari americani dovranno studiare e risolvere le seguenti
domande: 1) quanto a lungo i russi resisteranno? 2) quanto tempo occorre perché l'aiuto americano arrivi alla
Russia? 3) vi è pericolo che i materiali americani spediti alla Russia cadano in mano dei germanici che li
rivolgerebbero contro l'Inghilterra? Il giornale citato continua dicendo che Washington è pessimista circa le doti di
resistenza sovietica e conclude dicendo che gli ambienti washingtoniani sono propensi a pensare che gli Stati
Uniti lasceranno all'Inghilterra la spinosa questione di decidere se consegnare i materiali alla Russia.
Per quanto riguarda lo sviluppo delle operazioni sul fronte russo che ha uno sviluppo di oltre 2500
chilometri ecco ciò che scrive in proposito un autorevole
commentatore:
A settembre la marcia sta raggiungendo obiettivi decisivi suscettibili dei più grandi sviluppi, anche verso
il Baltico; lo stesso Comando rosso è costretto a confessare che il 24 i tedeschi avevano infranto le
resistenze bolsceviche oltre Vilna, oltre il territorio lituano, sulla strada di Minsk, il più importante centro
ferroviario della zona: siamo sulla direttrice napoleonica. Più a mezzogiorno, forzato il Bug, sempre il giorno 25
la battaglia infuriava su una linea che si avvicinava sempre più al vecchio confine tra la Polonia e
l'Ukraina. Non bisogna mai dimenticare, ripetiamo che si tratta sempre di distanze formidabili e quindi non si
può lasciar galoppare la fantasia, ma siamo appena al quinto giorno di guerra. Se si aggiunge la puntata
delineatasi immediatamente sui più aspri terreni della Bucovina settentrionale, si vede che il primitivo
schieramento sovietico è ormai più che compromesso, totalmente scrollato e
minacciato.
La guerra contro la Russia
Da: "Corriere Valsesiano", 28 giugno 1941
Da una settimana una nuova guerra divampa sui campi d'Europa. Su un fronte di 2500 chilometri, e
con l'intervento delle più poderose masse di armati che la storia ricordi, le forze nuove e rigeneratrici
dell'Europa civile e cristiana si stanno scontrando col marxismo bolscevico. La nuova guerra si è inserita nel
conflitto, già di proporzioni mondiali, che da due anni è in corso. Essa era inevitabile, per molte ragioni, e non sarà
qui il caso di riepilogarle perché sono note a tutti quanti. Ma non sono stati solo motivi di carattere
contingente quelli che hanno spinto la Germania, l'Italia, la Romania, la Finlandia e altri Stati baltici a scendere
in campo. Ragioni ben più profonde vi sono, che si riallacciano, e non solo idealmente, alla vigilia
ardente delle Rivoluzioni fascista e nazionalsocialista. Il nemico che sta di fronte è quello stesso che fu
dovuto combattere per le vie e le piazze d'Europa, e per reazione al quale dovevano sorgere, con impeto
travolgente, le nuove rivoluzioni dei popoli oppressi. Era fatale che l'urto dovesse sprigionarsi ancora, perché
fosse messo definitivamente nell'impossibilità di muovere il pazzo visionarismo dell'internazionale ebraica
dei lavoratori. Trovano strano taluni il connubio ibrido che si è verificato, e che proprio in questi giorni è
stato smascherato, tra l'oro e il lavoro, tra le Potenze imperialistiche, oligarchiche e plutocratiche con la Russia
di Stalin, antiplutocratica, operaia, anticapitalistica
fino alle più estreme conseguenze.
A guardar bene, nel più intimo delle loro dottrine e delle loro prassi, possiamo invece trovare punti
di contatto più numerosi di quello che a prima vista non possa sembrare.
Da una parte, col capitalismo, l'internazionale giudaica tendeva all'assoggettamento totale dei popoli
di ogni razza e lingua: dall'altra, col sistema anticapitalistico (del quale è ancor vivo il ripugnante ricordo
nelle nostre stesse città, che ebbero a provarne qualche momento tutt'altro che delizioso e confortante), la
medesima internazionale giudaica tendeva a una forma di dispotismo comune e sospettoso, che avrebbe finito
col rovinare completamente tutti quei popoli che ne avrebbero voluto fare l'esperienza. Le due centrali
ebraiche - ad un dato punto - si sarebbero ritrovate e fuse, dopo aver fatto il sozzo bilancio delle rovine
sparse attraverso i continenti.
Del resto, per convincersi dell'intima connessione dei due sistemi, apparentemente opposti e antitetici, basta
soffermarsi brevemente a considerare come, in questi ultimi mesi, Mosca e il centro di
Londra-Washington si compensassero a vicenda.
Stalin, approfittando della situazione nella quale si trovavano le Nazioni e facendo leva sul morale
delle genti scosso dal sangue, dai dolori, dalle privazioni indispensabili derivate dallo stato di guerra, a un
certo punto avrebbe tentato certamente di giocare la sua grande carta: la bolscevizzazione di tutte le genti.
La centrale dell'oro, a sua volta, forniva all'autocrate ebreo-mongolico gli emissari e i lasciapassare
dei quali essi avevano assoluto bisogno per portarsi sul luogo del loro... sudicio compito propagandistico.
Vale la pena, anche senza lasciarsi trasportare dalla fantasia, di considerare anche sotto questo aspetto la
chiusura dei consolati e delle agenzie nordamericane decisa in questi giorni dalle Potenze dell'Asse nei loro
territori e in quelli da esse controllati.
Se il piano ebraico-bolscevico avesse potuto verificarsi, il mondo avrebbe incontrato ore ben dure e
dolorose, quali non conobbe mai. Finita ogni civiltà; nome sconosciuto e mai praticato nella Russia comunista;
sovvertita ogni norma di diritto (e, al proposito, gli esempi che Churchill e Roosevelt stanno dando da qualche
tempo sono quanto mai significativi) - un crudo e atroce risveglio avrebbe aspettato le genti: quel medesimo
atroce risveglio che scosse con un brivido di sangue e di morte la Russia durante la guerra del 1915-1918, e
del quale alcuni sussulti attraversarono le Nazioni d'Europa nel dopoguerra, originando tutto lo
sconvolgimento cui da qualche anno stiamo assistendo.
Le grandi Potenze dell'Asse non potevano assolutamente permettere che il bolscevismo ritornasse in
auge. Come dalle sue spire ottenebratrici avevano salvato una prima volta il Continente e la Civiltà, così ancora
ad esse incombeva il compito supremo di scendere un'altra volta in campo contro di esso.
Prima avevano combattuto nelle vie e nelle piazze: adesso invece si tratta di un vero conflitto, di una
vera guerra. E nessun popolo civile e sano, nessun benpensante potrà non benedire l'opera santa di
epurazione che, iniziatasi in piazza San Sepolcro nel 1919, continuata attraverso il Continente fino alla
defenestrazione dei rossi dalla Spagna, culmina oggi con la vera guerra tra i due sistemi, tra la Civiltà e l'Ateismo, tra la
Fede e l'Odio, tra la vita stessa in tutti i suoi più alti valori.
Così non soltanto il nuovo conflitto viene a quella logica conclusione che ne era inevitabile per la
sicurezza futura del Continente, ma anche si inserisce in un momento particolarmente importante della lotta
che parallelamente e metodicamente si sta conducendo contro l'altro tentacolo ebraico: quello che con l'oro e
le materie prime monopolizzava le genti e le Nazioni.
Anche se i compiti attuali dell'Italia e della Germania sono di portata del tutto eccezionale, è utile dire
anche che il popolo ha accolto questo nuovo fronte di guerra con un senso di sollievo, subito dopo la
prima impressione.
Infatti è in tutti, consapevole e radicato, un odio sacro per tutto ciò che sa di rosso, di bolscevico, di
comunismo. Troppo scottante è stata l'esperienza, sia pure brevissima, che il buon senso e le doti civili delle
Nazioni dell'Asse hanno permesso di superare senza troppo gravi conseguenze in anni non molto lontani;
troppo dolorose le notizie che giungevano dalla martoriata enorme repubblica sovietica, perché si potesse
restare insensibili anche di fronte ad esse soltanto; troppo vicina la barbarie di Spagna perché non sia vivo in tutti
il desiderio di farla finita una volta per tutte col bolscevismo, negatore dei diritti e di Dio, sprezzatore
del sentimento, della civiltà e del progresso umano.
Forse è utile anche dire che il popolo non aveva mai capito bene perché - quasi per un miracolo - a un
tratto non si parlasse più male di tutto ciò che sapeva di russo. Sentiva istintivamente che c'era una specie
di distinzione tra la Russia e il bolscevismo, ma sentiva pure che nell'atteggiamento staliniano c'era
qualcosa che non andava.
Si chiedeva il popolo se potesse darsi che il despota moscovita avesse a un tratto rinunciato alla sua idea
di bolscevizzazione internazionale; si chiedeva se fosse proprio possibile fidarsi di un uomo che era
stato tradito e aveva tradito per tutta la sua esistenza, seminando di una tragica sfilata di morte e di dolore tutto
il suo cammino.
Ora il gioco, finalmente, è svelato. La maschera, strappata da una mano ferma e sicura, è caduta
teatralmente, cogliendo l'espressione più inumana e violenta del traditore mongolo.
Le ragioni di ordine tattico, che avevano indotto l'Asse a temporeggiare in questi passati mesi, non
hanno più ragione di esistere. La misura è colma. Dal vaso, che ha superato il limite, il livore staliniano è
traboccato. La decisione è stata data alle armi.
Il feroce imperialismo di quest'uomo, che nel tradimento ha fatto strumento continuo per la sua ascesa e
il suo governo, non aveva convinto nessuno, e vedremo, alla prova suprema della guerra, se sarà stato
capace di dare una organizzazione al Paese sul quale domina tirannicamente e le cui risorse, se fossero razionalmente
coltivate e suscitate, basterebbero a rendere potentissimo qualsiasi stato anche più popoloso della
Russia stessa.
Alla prova della guerra, che è il doloroso ma necessario collaudo e banco di prova della maturità di
un popolo, vedremo cosa avrà saputo fare, in Russia, il regime bolscevico in tanti anni avuti a disposizione.
Certo si è che, anche per questa nuova guerra, l'Asse non è stato preso alla sprovvista e si è ad essa
preparato con quella serietà e quella preparazione meticolosa e coscienziosa che è stata finora il segreto di
tanti successi.
Se il compito sarà duro, lo si affronterà con animo sereno, ma con decisione estrema.
Ora che il nemico ha perso un'altra delle sue carte segrete, barando in un gioco di vita e di morte,
sappiamo che, togliendo di mezzo la Russia, si avvicina sempre di più, per la centrale di Londra, la resa dei
conti definitiva.
La chiarificazione odierna è vantaggiosissima, anzi, per l'Asse, per le risorse che lo sconfinato
territorio delle repubbliche sovietiche potrà dare, in seguito, alla nostra economia di guerra e di pace.
Anche questa è una tappa verso l'epilogo di questo scontro grandioso, destinato decisamente a rifare
e rigenerare il mondo su basi di giustizia, alla luce di una Civiltà nuova che si sprigiona come forza viva
dalla Romanità e dal Germanesimo, i quali si sono dati la mano in nome del Progresso, della Pace e del
benessere delle genti, e con l'insegna di Cristo.
Di fronte alla serenità dei combattenti per questa nuova singolare crociata che supera per ampiezza e
per profondità d'intenti tutte le precedenti, perché di ognuna ha qualche carattere, vogliamo citare, prima
di concludere, le ipocrite parole che il vecchio sanguinario Churchill ha pronunciato, dando l'annuncio
della solidarietà preesistente tra Russia e Inghilterra. Fra l'altro, egli ha detto che darà tutto l'aiuto possibile
a Stalin, sceso in campo al suo fianco.
In tal modo continua la sua tradizione di farabutto cialtrone che promette ciò che sa di non poter
mantenere, come ha già fatto almeno con una dozzina di nazioni europee, spingendole cinicamente alla guerra
e abbandonandole quindi al loro destino.
Inoltre, ha avuto la sfacciataggine suprema, tale da rasentare la pazzia o perlomeno lo stato momentaneo
di aberrazione mentale, di dire che le preghiere della Russia si uniranno a quelle dei popoli di lingua
inglese, perché il mondo sia liberato dai regimi autoritari e possa ritrovare la sua libertà (naturalmente di
marca anglo-ebraica).
Churchill, a proposito di queste preghiere, ricordi che i rossi sono i senza Dio, i massacratori di preti,
i dinamitardi che hanno fatto saltare le chiese e le cattedrali di Spagna. Il Signore, non ne dubitiamo,
punirà insieme agli altri, anche questo supremo insulto e questa sacrilega bestemmia dell'uomo che, paladino di
un mercante di schiavi, si fa oggi protettore e al tempo stesso protetto della barbarie e della crudeltà bestiale
di Stalin e dei suoi sanguinari "compagni".
Francesco Lova
Gli sviluppi della politica asiatica del Giappone
Da: "Il Biellese", 29 luglio 1941
Mentre la battaglia sul fronte orientale prosegue metodicamente malgrado l'accanita resistenza bolscevica
e le pessime condizioni della viabilità, l'attenzione dell'opinione pubblica è particolarmente concentrata
in questi giorni sugli avvenimenti dell'Estremo Oriente ai quali abbiamo già accennato nel precedente
numero del giornale.
A conferma di quanto si prevedeva fin da giovedì scorso il Governo francese e quello giapponese
hanno diramato venerdì mattina una identica dichiarazione in merito all'accordo di principio intervenuto fra i
due Stati per la difesa comune dell'Indocina. La dichiarazione dice: "Dalla conclusione dell'accordo
firmato nell'agosto dell'anno scorso dal Ministro degli Esteri nipponico e dall'Ambasciatore di Francia a Tokio,
i rapporti di amicizia fra il Giappone e l'Indocina francese si sono ulteriormente rafforzati.
Nel quadro dei successivi accordi che si succedettero fra le due parti, le relazioni fra i due Paesi si
sono, infatti, perfezionate, tanto che ben presto, nel corso di amichevoli conversazioni, si realizzò una
completa concordanza di proposito dei due Governi, circa un'eventuale comune difesa dell'Indocina. Il
Governo giapponese è fermamente risoluto a compiere in questo senso il suo dovere, assumendo tutte le
responsabilità derivanti ad esso dai vari trattati esistenti tra il Giappone e la Francia e, in modo particolare, si
impegna solennemente a rispettare l'integrità territoriale dell'Indocina e la sovranità della Francia
sull'Unione indocinese".
In seguito all'accordo franco-nipponico per l'Indocina, Roosevelt ha emanato l'ordine di congelare tutti i
fondi e interessi giapponesi negli Stati Uniti. Questi fondi ammontano a 131 milioni di dollari contro
217 milioni di dollari di interessi americani nel Giappone nei cui riguardi ci si attende una rappresaglia
nipponica. L'ordine rooseveltiano, specifica che vengano congelati anche i fondi e gli interessi cinesi evidentemente
per estendere la misura a quei territori della Cina che sono controllati dal Giappone e che tutte le
operazioni commerciali e scambi passano da ora in poi sotto il diretto controllo del Governo di Washington.
Questa ultima disposizione è interpretata dalla stampa americana come l'intenzione di sopprimere
l'esportazione dei petroli e di altre materie prime che interessavano specialmente le costruzioni militari. Il portavoce
del Governo di Washington precisa che il provvedimento non implica il sequestro del naviglio nipponico che
si trova attualmente nei porti americani. Inoltre l'Ambasciatore di Gran Bretagna a Tokio ha notificato
al governo giapponese la denuncia da parte dell'Inghilterra degli esistenti accordi commerciali
nippo-britannici. L'Ufficio Informazioni del Governo britannico in una sua comunicazione speciale annunzia che il
Tesoro inglese si associa alle misure antinipponiche prese dagli Stati Uniti e dichiara congelati tutti i beni
nipponici in oro ed in carta che si trovano in Inghilterra. Una azione analoga è stata presa dai Governi dei Dominii.
Alle misure di carattere economico Stati Uniti e Inghilterra hanno fatto seguire delle misure di
carattere militare. Il Comando americano delle Isole Hawaii ha posto in stato d'allarme le sue truppe. Le
truppe indigene delle Filippine sono passate sotto il comando diretto delle autorità militari americane.
Il Giappone, dal canto suo, ha risposto al blocco economico con misure della stessa specie che si
riferiscono ai cittadini americani residenti nel Giappone e nei territori posti sotto la sovranità e il controllo
giapponese e sono: proibizione di acquisti o cessione di crediti e di proprietà; proibizione di transazioni su beni
mobili e immobili e su valori azionari e obbligazioni; proibizione di acquisti o cessione di somme che eccedono
i 500 yen al mese.
L'annuncio della rappresaglia nipponica al congelamento degli averi giapponesi in Inghilterra e negli
Stati Uniti deciso dai Governi di Londra e di Washington, è stato dato dopo poche ore che il ministro
delle Finanze Ogura aveva dichiarato che il Giappone era del tutto preparato a rispondere adeguatamente
alle iniziative anglo-sassoni. Il ministro Ogura aveva pure detto che gli averi nipponici negli Stati Uniti
erano stati fortemente ridotti in questi ultimi mesi in conseguenza della graduale riduzione dei traffici
nippo-americani, cosicché il congelamento ordinato da Washington ha colpito un ammontare minimo di fondi
e attività nipponici.
Il convegno dei ladroni
Da: "La Provincia di Vercelli", 19 agosto 1941
Roosevelt e Churchill si sono incontrati su una nave da guerra in alto mare.
Dall'affettuoso convegno dei due ladroni, sono usciti otto punti: un rosario di umana conciliazione,
di comprensione universale, si direbbe; ed è invece il più goffo e tragico insulto alla buona fede di chi
crede nella giustizia e combatte per affermarla. Ma a chi Roosevelt e Churchill, possono far credere simili
panzane? A chi possono parlare di libertà dei mari, di liberi scambi, di indipendenza nazionale, di fecondo
progresso economico di ciascun Stato, di collaborazione internazionale, quando tutto ciò è stato da loro calpestato
e gettato nel rogo della guerra? Se non li conoscessimo ormai come i più pericolosi delinquenti della
politica dell'oro e del mercantilismo, ci sarebbe da credere ad una loro inguaribile ed inaudita ingenuità. Ma
dove possono trovare ancora orecchi pronti ad ascoltarli? Non in Europa certamente. Lo chiedano essi stessi
alla Norvegia, alla Polonia, alla Jugoslavia, alla Cecoslovacchia, alla Grecia, a tutte quelle nazioni del cui
sfacelo sono gli unici responsabili, e avranno la risposta; lo chiedano alla Turchia, che non s'è lasciata sedurre
dalle offerte garanzie anglo-sassoni o all'India che conosce per lunga esperienza le loro promesse: e
saranno soddisfatti. In Russia, Roosevelt e Churchill godono fiducia e, a causa del "grave" momento, trovano
fraterne solidarietà; nella Russia di Stalin e dei Commissari sovietici, non del popolo che, inconscio, è mandato
al macello. Ma la Russia di Stalin non è mai stata europea, per lo stesso concetto di internazionalismo che
è alla base del movimento bolscevico. E poi, basta segnalare questa alleanza anglo-americana col
comunismo - che nessun uomo onesto può non condannare - per valutare la serena leale posizione della Gran
Bretagna e dell'America.
In nessun paese del mondo del resto, anche in quelli come la Francia, che per disposizione congenita,
sono sempre stati vicini a Londra e a Washington, gli otto punti di riesumazione wilsoniana, sono stati presi
sul serio. I tempi sono mutati; e se più di vent'anni fa, qualcuno, prostrato dalle molte delusioni di una
vittoria senza pace, poteva credere ai quattordici punti di Wilson, dopo l'esperimento ch'essi hanno fatto,
nessuno oggi può prestar fede agli otto punti che i santoni democratici e massonici hanno lanciato dal mare,
offrendo a tutti - a tutti, meno che alla Germania e quindi all'Italia, in omaggio alla giustizia - il ramoscello d'ulivo.
Buffoni. Buffoni doppiamente, giacché per parlare di pace e per continuare la guerra si sono incontrati
i rappresentanti di due Stati, dei quali uno solo è impegnato nelle ostilità. A nome di chi parla
Roosevelt? Degli americani? A giudicare dai pubblici discorsi di parecchi senatori e parlamentari degli Stati Uniti,
si direbbe di no. O la cordialità dell'incontro vuol sostituirsi ad una dichiarazione di guerra? Ma se si
tien conto dello svolgimento delle "operazioni" al Congresso americano e della manovra roosveltiana per
la votazione, con un unico voto di maggioranza, sul prolungamento del servizio militare negli Stati Uniti,
non si potrebbe neppure affermare. E allora? La caratteristica originale, anzi paradossale delle dichiarazioni
di Roosevelt e di Churchill, non sta dunque nel contenuto, ma nella loro stessa esistenza. E ciò basta
per consegnarle alla storia, come un documento di ilarità.
Giuseppe Serra
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