Antologia di articoli di giornali locali
Gennaio-aprile 1941
La controffensiva britannica in Africa
A cura di Marilena Zona
Da un articolo edito in "l'impegno", a. XI, n. 1, aprile 1991
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Sono stati consultati: il "Corriere Valsesiano", a. XLVII, "L'Eusebiano", Ufficiale dell'Azione
Cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli, a. XIII, "Il Popolo Biellese", bisettimanale fascista, a. XX; "La Sesia", giornale
di Vercelli e provincia a. LXXI (di cui sono stati pubblicati articoli), "Il Biellese", Ufficiale dell'Azione
Cattolica Biellese, a. LV, "La Provincia di Vercelli", Foglio d'ordini della Federazione dei Fasci di Combattimento di
Vercelli, a. XIX. Non è stato possibile consultare "La Gazzetta della Valsesia" poiché nelle biblioteche pubbliche locali non
è conservata alcuna collezione di questo periodico.
Si ringrazia l'Editrice Valsesia per aver consentito la consultazione della collezione del "Corriere Valsesiano".
Come abbiamo più volte ricordato, ci è impossibile entrare nel merito delle varie questioni affrontate dagli
articoli che pubblichiamo. Lo scopo di questa piccola antologia è infatti semplicemente quello di ricordare o far
conoscere l'atteggiamento dei periodici della nostra provincia di fronte ai drammatici avvenimenti di mezzo secolo fa.
Richiamiamo l'attenzione sul fatto che gli articoli pubblicati sono, come è del resto evidente, viziati da intenti
propagandistici: vanno quindi letti con occhio critico e, nel caso di utilizzo didattico, è necessario l'intervento
dell'insegnante per illustrarli ed inquadrarli storicamente.
Presentazione
Proseguendo la rassegna degli articoli tratti dai giornali
locali prendiamo in considerazione il periodo che va
dal gennaio all'aprile 1941. Il nuovo anno inizia con una ripresa della controffensiva britannica in Africa. "Dalla
situazione così come si presenta su tutti gli scacchieri agli inizi dell'anno nuovo, balza evidente che noi possiamo
guardare all'avvenire col sereno ottimismo dei forti": questo secondo "L'Eusebiano" il clima presente in Italia: dove è
ancora forte l'idea della vittoria, incrinata solo in parte, più avanti, dai successi militari inglesi, che vedranno
l'occupazione della base di Tobruk e di Bengasi.
"È stato detto che in Africa noi possiamo vincere la guerra, ma che in Africa non la possiamo perdere" scrisse a
sua volta "Il Popolo Biellese", giustificando le perdite italiane con la superiorità numerica dei mezzi inglesi e con
la presenza di un impero coloniale, quello britannico, consolidato nel tempo e nutrito dalle colonie stesse.
Il 25 marzo la forza dell'Asse sembra consolidarsi con l'adesione della Jugoslavia al Patto tripartito, che
porterebbe a realizzare "l'espulsione dell'Inghiltera dall'Europa" non riuscendole di trascinare la stessa Jugoslavia "nelle
proprie orbite". Obiettivo presto sfumato, dato il "voltafaccia" jugoslavo e il conseguente attacco tedesco alla Jugoslavia
e alla Grecia.
Si avverte, con sempre maggiore consistenza, la presenza americana che, secondo i fascisti, "bandisce false
crociate di civiltà": Roosevelt diventa "complice" di Churchill e viene indicato, di conseguenza, come fautore della
tragedia mondiale.
Il ritorno ad un deciso ottimismo viene sottolineato dalla stampa locale di fronte alla resa senza condizioni
dell'esercito greco, dopo che anche la Jugoslavia aveva capitolato. "Una serenità nuova di certezze assolute è scesa nei
cuori", scrive il "Corriere Valsesiano". Il sogno di vittoria, per il momento, continua.
Gli articoli
Bagliori di eroismo fra le sabbie africane
Da: "Corriere Valsesiano", 11 gennaio 1941
In Africa settentrionale, all'estremo confine con l'Egitto, Bardia ha cessato di resistere la sera di domenica ed i
suoi ultimi capisaldi sono caduti nelle mani del nemico.
Diciamo subito che questo annuncio ha colpito l'animo di tutti gli italiani: ma aggiungiamo anche che nessuno
di noi, nella fiera prima dolorosa impressione - anche se la notizia era prevista - ha per un solo attimo dubitato di
quello che sarà l'immancabile sviluppo delle operazioni.
Lasciamo da parte tutta la turpe campagna che i soliti amici d'oltre confine e d'oltreoceano hanno fatto intorno
a questo sfortunato episodio di guerra, nel quale nulla ha potuto il valore dei petti italiani contro l'irruenza
meccanizzata e motorizzata di un nemico formidabilmente armato e preponderante per mezzi e per numero di effettivi.
Lasciamo da parte le solite insulse chiacchiere dei soliti saputoni, ai quali non pare vero di partorire profezie
ogni qualvolta rinasce nei loro tardi e melanconici cervelli la speranziella che qualcosa possa cambiare a loro
favore... Ricordiamo soltanto a costoro che, contro un punto all'attivo, agli inglesi toccherà immancabilmente segnarne
cento al passivo.
Soffermiamoci piuttosto ad alcune considerazioni che, anche se sono già state fatte, val la pena di ripetere,
perché mai come adesso si sono rese necessarie.
In questi ultimi mesi di guerra, mentre l'alleata Germania iniziava lo smantellamento progressivo dei centri
vitali della Gran Bretagna, questa è andata gradatamente convogliando la sua capacità offensiva contro l'Italia nel
mare Mediterraneo. Riuscita a buttare contro di noi la Grecia, impostava direttamente i suoi piani di attacco contro di
noi, in Albania, in Africa settentrionale e sul fronte aeronavale del Mediterraneo.
Con questo sforzo immenso, e con una manovra combinata nei tre distinti settori, l'Inghilterra pensava di
battere l'Italia, piegandola in ginocchio, di staccare da noi la Germania e di provocare una radicale modificazione a
suo vantaggio nelle nazioni rivierasche del Mediterraneo.
Il piano era di una notevole audacia e grandiosità. Però mancava di basi pratiche, perché, nella sua troppo
lineare semplicità e nel suo troppo cieco orgoglio, non teneva conto di alcuni dati che non dovevano essere trascurati.
Anzitutto, battere l'Italia non è buttare a terra un gregge di uomini, ma un popolo virile e cosciente di
quarantacinque milioni di uomini; e sarebbe stato necessario fiaccare prima lo spirito imperiale di un popolo che, ricco della
più gloriosa tradizione della storia, nella sua sete di giustizia ha gli imponderabili dello spirito potenziati al
massimo grado dal clima del Fascismo.
Questo avrebbero potuto pensare a Londra, come avrebbero dovuto pensare - e capire - che nulla e nessuno
riuscirà a dividere l'Asse, né a far tacere l'indomita energia dei popoli oppressi.
A Londra, però, con uomini come Eden e Churchill, queste cose non le possono capire, e così hanno concepito il
piano cui abbiamo accennato, nell'orgogliosissima speranza di togliere definitivamente di mezzo un
nemico odiatissimo, quale è l'Italiano. Poi, a manovra riuscita, si sarebbe tentato, grazie all'intervento pieno di altre
potenze oltreoceaniche, di domare e ricondurre in servaggio anche la Germania.
Così nacque, dopo l'intervento armato della Grecia, l'offensiva inglese, che, partendo dall'Egitto, avrebbe dovuto
in brevissimo tempo travolgere ogni resistenza italiana e dilagare vittoriosa da Tobruk a Bengasi, a Tripoli e oltre,
fino a occupare tutta la Libia.
Tutto era stato preparato minuziosamente e bene in ogni dettaglio. La forza d'attacco era stata potenziata al
massimo grado. Le migliori truppe dell'Impero britannico - australiani, neozelandesi, indiani, canadesi, inglesi - armate
e addestrate alla perfezione, furono portate in linea. La massa di armamento e il volume di fuoco erano stati
assicurati da un servizio logistico di primissimo ordine.
Pare anzi che molte armi, molti soldati e molti mezzi meccanizzati siano stati sottratti alla difesa della
madrepatria per essere schierati contro la Libia. Mezzo milione di uomini, un numero enorme di carri armati di ogni tipo
e particolarmente adatti alla guerra nelle regioni desertiche (Churchill li ebbe ultimamente a definire preziosi);
circa 1.200 aeroplani, navi per più di un mezzo milione di tonnellate, partirono insieme nella prima decade di dicembre.
L'offensiva, preparata con compiutezza di mezzi, fu iniziata.
Il piano, se si fosse potuto trasportarlo sul piano pratico, era indubbiamente ottimo. Realizzare, con vantaggio
nella superiorità, alcune rotture nel nostro schieramento, che, trovandosi in fase di assestamento e di organizzazione,
non avrebbe potuto opporre troppa resistenza, ottenere i primi successi tattici e, sfruttandoli, passare a successi
strategici capaci di mutare tutta quanta la situazione strategica del fronte africano e tali da permettere agli inglesi il
conseguimento della prima indispensabile vittoria, che aveva come presupposto l'annullamento del potenziale offensivo Libia e
la conseguente libertà di circolazione nel Mediterraneo.
Le nostre truppe, pressate da forze enormemente superiori, non poterono far altro che retrocedere. Ma
retrocedere, non secondo le previsioni del nemico, bensì secondo lo spirito delle tradizioni di gloria del soldato italiano:
il ripiegamento avvenne ordinatamente e con molto minor velocità di quella che il nemico (basandosi
evidentemente sulle sue esperienze) riteneva. Non ci fu neppure una vera e propria rottura di fronte da parte nostra, ma soltanto
un arretramento, che, data la natura della guerra desertica, non è affatto tale da lasciar ritenere chiusa la partita.
A Bardia, primo nucleo abitato, più che vera città; prima rada, più che porto (non è voler sminuire la realtà
delle cose, ma fissarla, dato che soltanto pochi motovelieri possono darvi fonda), il soldato italiano ha segnato la più
bella pagina di eroismo di questa guerra di liberazione.
Due Divisioni, al comando del generale Bergonzoli, l'eroico "Barba elettrica", le cui gesta gloriose sono a tutti
note, circondate da forze che andarono sempre più manifestando una pressione schiacciante, hanno resistito, fino
all'estremo limite delle possibilità umane, per ben venticinque giorni.
È stato un assedio, il cui carattere eroico non fu potuto misconoscere neppure dallo stesso nemico, che di solito è
ben avaro di riconoscimenti del genere. Le forze avversarie andavano sempre più ingrossando di giorno in giorno, di
ora in ora; la loro furia distruggitrice si faceva sempre più micidiale; nuovi cannoni tempestavano di bombe e nugoli
di velivoli scaricavano in continuazione tonnellate di esplosivo; dal mare i grossi calibri completavano l'opera di
rovina e di annientamento.
In questa visione apocalittica, in quest'inferno scatenato da un nemico infuriato per la resistenza incontrata,
una guarnigione di autentici eroi ha scritto col sangue una epopea di gloria. Nessun aiuto poteva più giungere da
nessuna parte. L'acqua andava esaurendosi e le ultime cassette di munizioni andavano svuotandosi. Ma fino all'ultimo
anelito di vita si è resistito! Acciaio contro petti umani, carri armati contro bombe a mano e mitragliatrici, cannoni
contro cumuli di sassi e di arena eretti a trincea!
Fu dovuto cedere, alfine. La superiorità sempre più schiacciante del nemico ha finito per travolgere gli
ultimi difensori, e Bardia è caduta.
Ma da quel lembo di deserto, dove il soldato italiano ha ancora una volta dato al mondo la dimostrazione di ciò
che sia capace di fare, un grido di Morte e di Vittoria. Quel grido, che gli italiani hanno fieramente raccolto per
vendicare, porterà l'Italia ai suoi alti destini, nel nome eroico dei suoi Caduti.
Quello che sia costato agli inglesi questo ultimo e vano tentativo di spezzare il nodo scorsoio che già li afferra
alla gola, vedremo in seguito. Il logorio enorme da loro subito porterà con sé delle conseguenze che non tarderanno
a farsi sentire.
Intanto, mentre il popolo italiano sente sempre più la necessità di spezzare per sempre le catene secolari che
lo avvolgono, e mentre prova sempre più la grandezza dell'epopea gloriosa che sta vivendo, il piano della guerra si
è spostato, orientandosi decisamente verso il Mediterraneo: quel Mediterraneo che le armi italiane renderanno -
libero e consacrato dal Sangue e dalla Vittoria - all'Impero di Roma.
Francesco Lova
Da un anno all'altro
Da: "L'Eusebiano", 23 gennaio 1941
Il vortice del tempo ha travolto testé l'anno 1940.
All'inizio dell'anno nuovo, profeti e pitonesse tentano invano di trarre l'oroscopo e di gettare un barlume di luce
sulle tenebre che si addensano a noi d'intorno. L'avvenire appare oggi più che mai impenetrabile. Meglio
dunque dare uno sguardo retrospettivo all'anno or ora spirato e lumeggiandone le vicende, spiare qualche auspicio per
il futuro.
Rammentiamo un discorso che tenne or fa un anno l'allora Capo del Governo francese Daladier. Rilevato il
numero insignificante di vittime che la guerra aveva mietuto in quattro mesi, il ministro dei reiterati e burbanzosi giammai
e della pistola puntata in direzione dell'Italia magnificava la formidabile efficienza della Maginot, contro cui si
sarebbe fatalmente infranto l'urto germanico. Il nemico bloccato per mare, avrebbe dovuto capitolare per esaurimento.
Oltre Manica la potenza inglese costituiva la più sicura garanzia di vittoria.
Ahimé! Le asserzioni di Daladier hanno seguito nella rovina il loro autore, che le sale dorate dei ministeri parigini
ha mutato con il confino di Riom, in attesa che la Corte Suprema di giustizia prenda nei suoi riguardi più gravi
decisioni. La primavera in fiore fu testimone di uno dei crolli più spaventosi che la Storia ricordi. L'orgoglio gallico
dovette piegare di fronte al tremendo urlo del popolo germanico, che in quei giorni esprimeva tutto lo sdegno, per venti
anni represso, e riversava sulle barriere ritenute insormontabili tutto l'acciaio che la sua terra aveva accumulato, in
tanto tempo per la rivincita. Frattanto, rotto ogni indugio l'Italia impugnava la spada, convinta, per lunga ed
umiliante esperienza, che senza spargimento di sangue nessuno dei suoi sacrosanti diritti, di vita e di sviluppo le sarebbe
stato riconosciuto. La Francia scomparve allora dal novero delle nazioni belligeranti e a stento parte dei soldati
inglesi, che fronteggiavano il nemico in terra francese, poté precipitosamente risalire le navi e riguadagnare la patria.
Da allora la guerra ha assunto un aspetto del tutto nuovo. Coll'intervento dell'Italia, l'Inghilterra propriamente
detta non fu sola a subire l'urto dei suoi nemici vecchi e nuovi ma tutto l'Impero e specialmente le parti più vitali
furono prese di mira. Ed ecco affermarsi sempre più efficacemente il controblocco italo-germanico destinato a porre
in ginocchio Albione.
Immense ricchezze sono inghiottite dai flutti. Triste e terribile cosa! Ma ricordiamo che il controblocco non è se
non una rappresaglia al tentativo britannico di affannare l'Europa.
L'Inghilterra viene colpita con le sue stesse armi, la classica vipera sta ora mordendo il ciarlatano.
Nel contempo i gangli vitali dell'industria bellica inglese vengono sistematicamente battuti e smantellati
dall'aviazione, preludio pur questo, con la distruzione del naviglio mercantile a più vaste e più conclusive azioni. Più aspra la
lotta nel Mediterraneo. Ma i successi sugli altri campi non si debbono ascrivere allo sforzo poderoso, con cui
l'Italia incatena nel mare sacro alla civiltà le più scelte e le più agguerrite milizie inglesi. Del resto qualche insuccesso
di questi ultimi tempi ha avuto il risultato di rivelare il vero volto dell'Italia protesa con uno sforzo immane verso
la vittoria contro l'ultimo ed il più insidioso nemico della sua libertà sul mondo e dei suoi diritti a espandere la
sua civiltà.
Dalla situazione, così come si presenta su tutti gli scacchieri agli inizi dell'anno nuovo, balza evidente che
noi possiamo guardare all'avvenire col sereno ottimismo dei forti. Oltre Manica si potrà ancora sperare di non perdere
la partita. La speranza è l'ultima dea. Ma non ci sembra davvero che si possa colà ancora credere alla vittoria.
Non ignoriamo che da Londra si appunta lo sguardo oltre Oceano, donde provenne già altra volta la salvezza. Ma oggi
la repubblica stellata, che non nasconde le sue simpatie per l'Inghilterra è vigilata attentamente dall'Impero del
Sol Levante. Lo scacchiere politico non è meno saldo e sicuro, per l'Italia e la Germania, di quanto lo sia quello militare.
Certo l'avversario non è ancora al termine delle sue un tempo gigantesche risorse. Forse a questo termine non
è ancora prossimo. Ma il tempo non può incrinare la certezza della vittoria. Oggi o domani la dea dalle ali
candide volteggerà sul nostro cielo. Noi confidiamo ed auguriamo che l'anno testé nato sia testimone di questo volo
solenne.
Per raddrizzare certi giudizi
Da: "Il Popolo Biellese", 10 febbraio 1941
Gli eventi bellici attuali che riguardano particolarmente l'Italia, suggeriscono alcune considerazioni di
importanza fondamentale. La gente, per quanto le si predichi la necessità di non discutere e, soprattutto, di non sentenziare
su problemi dei quali non conosce i dati essenziali, non rinuncia alla critica e, peggio, tale diritto tanto più
esercita quanto meno è in grado di esercitare.
Ciò è un inconveniente. Ma è, d'altra parte, un inconveniente che, l'esperienza insegna inevitabile; ragione per cui
il meglio da farsi è prendere le cose come sono, non perdere il tempo a lamentarsene e cercare, piuttosto, di
raddrizzare certi giudizi errati in buona fede. In buona fede: perché non è proprio il caso di occuparsi di quei pochi critici i
quali non riescono mai a trovare che le cose nostre vadano bene e, pur di sfogare del livore settario, batterebbero le
mani anche se il loro Paese andasse alla rovina. Per costoro, pochi o molti che siano, il problema non è un problema
di cura, ma un problema di repressione: un problema da Arma dei Carabinieri Reali o da Pubblica Sicurezza.
Lasciamoli dunque andare. Gli altri, invece, quelli che in buona fede non riescono a darsi ragione di come e perché l'Italia
non abbia sbaragliato gli eserciti inglesi in Libia e in Africa Orientale e, da una ottimistica previsione degli
eventi, precipitano nei più catastrofici pensieri, questi altri hanno bisogno di cura. Ed è a questi che il nostro discorso
è diretto.
È stato detto che in Africa noi possiamo vincere la guerra, ma che in Africa non la possiamo perdere. Non si tratta
di una frase fatta o di una ingegnosa trasposizione di parole. Si tratta di una verità che ha profonde radici in quella
che è la situazione dell'Impero inglese e, correlativamente del nascente Impero italiano. L'Impero inglese è un Impero
coloniale, e il più grande Impero coloniale del mondo. L'Inghilterra metropolitana conta 46 milioni di
abitanti agglomerati in uno spazio ristretto nel quale le risorse agricole, che sono quelle primordiali per un popolo,
sono scarse in senso assoluto e terribilmente insufficienti in senso relativo. L'Inghilterra vive delle colonie e per le
colonie. Stroncata nelle colonie l'Inghilterra sarebbe destinata alla capitolazione pressoché immediata, poiché essa non
potrebbe più ricevere i rifornimenti di generi alimentari e di materie prime che le sono indispensabili. In questo senso
l'Inghilterra potrebbe perdere e l'Asse potrebbe vincere la guerra nelle colonie.
Altra è la posizione sia dell'Asse che dell'Italia in particolare. L'Italia aspira all'Impero coloniale così come
la Germania. Ma l'Italia e la Germania, appunto perché auspicano soltanto, ma non possiedono già l'Impero
coloniale, hanno una economia radicalmente diversa da quella inglese e che prescinde dagli aiuti o dai rifornimenti di
un Impero coloniale non ancora costituito o non ancora consolidato. Di qui l'ovvia conseguenza che,
quand'anche l'Inghilterra riuscisse a vincere tutte le battaglie di carattere coloniale, avrebbe sì evitato la sconfitta in quel
settore, ma non avrebbe affatto inferto un colpo decisivo alle potenze dell'Asse né, soprattutto, evitato che l'Asse
potesse infliggere ad essa il colpo decisivo sul terreno metropolitano. Perché è evidente che per la sua stessa struttura
di grande Impero coloniale l'impero inglese potrà essere colpito altrettanto decisivamente nella madrepatria
quanto nelle colonie. Sconfitta e costretta alla resa la madre patria, le colonie non potranno che seguirne la sorte. In
questo senso hanno ragione coloro i quali parlano, a proposito delle campagne che si svolgono in Africa, di battaglie e
di successi marginali che non possono in alcun modo intaccare la efficienza militare dell'Italia e meno ancora dell'Asse.
Indubbiamente, a prescindere da queste considerazioni che non sono né ottimistiche né pessimistiche perché
partono da un apprezzamento obbiettivo dei fatti, bisogna tener conto delle perdite che noi andiamo subendo in
campagne nelle quali le nostre truppe sono costrette dagli eventi a lottare eroicamente contro eserciti enormemente più
potenti di armi e di numero.
Ma anche qui bisogna guardarsi dal considerare le cose da un punto di vista limitato e considerarle, invece, sotto
un aspetto panoramico. Il giudizio sulla entità delle perdite può tenere conto di due elementi: della loro entità
in rapporto al potenziale complessivo del Paese e della loro entità in confronto di altre perdite subite in guerre
precedenti. Per farsi un'idea della relativa modestia e della assoluta inefficienza di queste perdite in relazione al
potenziale bellico italiano complessivo, nulla di più istruttivo che il confronto con le perdite subite sia dall'Italia sia da
altri paesi belligeranti nell'ultima grande guerra.
Nella sola impresa dei Dardanelli gli inglesi e i francesi, tra morti, feriti, dispersi e ricoverati in luoghi di
cura, perdettero 265.000 uomini.
Nella battaglia per la presa di Gorizia e Doberdò (sesta offensiva dell'Isonzo) gli Italiani morti feriti e dispersi
furono 60 mila. Nella decima battaglia dell'Isonzo furono 157.000. Nella undicesima 166 mila. Nella offensiva
austro-tedesca su Tolmino che ci portò al Piave noi perdemmo, fra morti feriti e dispersi, 300 mila uomini. Nell'offensiva
francese del 1917 agli ordini del generalissimo Nivelle, questi ultimi perdettero in pochissimi giorni, e per conquistare
pochi chilometri di territorio 150 mila uomini. Nella offensiva tedesca del 1918 sulla Somme gli inglesi, volti in
fuga disordinata, perdettero 200 mila uomini. Gli stessi inglesi ne perdettero 180 mila nella successiva battaglia sul
Lys. Dal marzo al maggio 1918, nelle battaglie che culminarono col rovescio di Foch a Soissons e sullo Chemin
del Dames, i morti francesi furono 145 mila ed i feriti o ammalati 266 mila. Infine, nella offensiva austriaca da
noi vittoriosamente arginata sul Piave nel giugno 1918, noi
perdemmo 85 mila uomini.
Basta riflettere a queste cifre e, in particolare, alle cifre che ci riguardano più direttamente, per inquadrare
gli avvenimenti attuali dell'Africa nella loro giusta luce. Il che non significa che non sia doloroso dover
abbandonare dei territori faticosamente conquistati e dover assistere agli sforzi impotenti di eroici soldati per arginare
eserciti troppo superiori sia di armi che di numero. Ma non bisogna dimenticare che quello che oggi stanno facendo i
nostri eroici soldati assume una importanza fondamentale nel quadro complessivo della guerra che l'Asse sta
combattendo. Noi non abbiamo nessun bisogno né alcuna intenzione di cadere in quelle banalità per le quali si è resa famosa
la propaganda inglese, sostenendo che gli inglesi commettono errori attaccandoci nelle colonie e sguarnendo o
evitando di meglio guarnire la Madrepatria. Ma è un fatto innegabile che quando la Germania sferrerà l'attacco
definitivo contro l'Inghilterra questo attacco sarà enormemente facilitato dalla assenza dell'imponente materiale
bellico, meccanico ed umano, che noi stiamo impegnando nelle battaglie africane. I tedeschi, che se ne intendono,
sanno apprezzare convenientemente lo sforzo che l'Italia sostiene nell'interesse comune e nei loro giornali non si è
mancato e non si manca quotidianamente di tributare un adeguato omaggio al valore e all'apporto dell'Italia alleata. La
verità è che mai come in questo momento in cui gli eventi ci costringono ad abbandonare delle posizioni nelle colonie
noi ci siamo guadagnati e ci guadagnamo il diritto all'Impero. Nessuna conquista è durevole se non sia cementata
e santificata dal sangue degli uomini. L'ltalia, col sangue dei suoi figli sta oggi conquistando virilmente quel
diritto all'Impero che le proviene dalla sua storia millenaria e dalla incrollabile volontà del suo Popolo e dei suoi Capi.
A. Domenico Bodo
Il grande intruso
Da: "Corriere Valsesiano", 22 febbraio 1941
Sull'arco settentrionale africano, dalla Cirenaica alla Tripolitania, le orde britanniche avanzano nella foia di
un'immensa conquista, farneticando di assicurarsi, lungo le coste della Tunisia, dell'Algeria e del Marocco spagnuolo, un corridoio
liquido pel libero transito della loro secolare pirateria.
Senonché la fantastica Maginot marittima che gl'inglesi vagheggiano non servirà a Wavel che per risciacquare
i panni rotti di quell'Inghilterra che da oltre due secoli s'è fatto del Meditenaneo un troppo comodo
indisturbato semicupio, e l'Asse sarà quello che purgando il mare di Roma dal luridume inglese, scoperà per sempre il
Mediterraneo, come un giorno l'ammiraglio olandese De Ruyter scopò la Manica, issando sull'albero maestro della sua nave
simbolico gran pavese - una scopa...
E intanto la primavera s'approssima. Sei mesi sono ormai passati dall'epoca delle prime formazioni dei
famosi "plotoni oranti" per scongiurare quell'invasione che ancor oggi è l'incubo di tutta l'Isola e che, fallita a Filippo II
ed a Napoleone, non fallirà ad Hitler nell'imminente campagna sottomarina, presidiata da quei nuovi
bombardieri oceanici che non a caso son detti: "Corrieri della Morte".
Ben 127 unità di guerra nemiche e circa 4 milioni di naviglio mercantile sono stati affondati dalla Germania
negli ultimi sei mesi, oltre a 300 altre navi nel corso di più di 2.000 azioni aeree, mentre la vera guerra sottomarina non
è ancora, secondo Hitler, incominciata. Eppure l'Inghilterra s'illude di vincere. Tagliata fuori dal continente, dal
Circolo Polare ai Pirenei, con mezza dozzina di città semidistrutte, con la sua Marina decimata, coi suoi ricoveri
sotterranei incapaci d'ingoiare le popolazioni che fuggono esterrefatte sotto la pioggia delle bombe, con la sempre
crescente penuria dei viveri e lo spettro della fame alle porte, l'Inghilterra non cede. Anzi pur confessando per bocca
di Churchill che il "diavolo" sta per abbattersi sull'Isola, erutta minacce, proclamandosi vittima dell'Asse e
strombazzando ai quattro venti quella giustizia che ha sempre conculcato. Tanto che lo stesso lord Chatan ebbe a dire un
giorno, rivolgendosi ai suoi compatrioti inglesi: "Se siamo giusti per ventiquattro ore, noi siamo perduti". Questo è
parlar chiaro. E come mai non saran perduti gl'inglesi che, non per ventiquattro ore, ma per oltre due secoli non furon
mai giusti?
Ma se bieca si staglia la figura di Churchill che toneggia sulla follia britannica, non men sinistra si profila
sull'orizzonte europeo la figura del grande intruso d'oltre oceano - Roosevelt. È lui che manda un messaggio di pace al
Pontefice e a distanza di pochi mesi se lo rimangia, schierandosi in guerra con Churchill; è lui che spedisce in scatola
aerea Wilkie a piangere sulle rovine di Coventry, mentre Hopkin fa l'inventario dei beni inglesi in liquidazione; è lui
che sguinzaglia i suoi segugi in Bulgaria e Jugoslavia per estorcere con le minacce l'appoggio all'Inghilterra; ed è
lui che, se domani la Spagna cedesse a prestito le sue basi navali all'Asse, insorgerebbe per primo contro la
violazione della neutralità spagnola, mentre lui, Roosevelt, non si perita di cedere a prestito le sue navi e le sue armi
all'Inghilterra, come se far uccidere con un'arma imprestata fosse men criminale che far uccidere con un'arma venduta, e come
se per l'America fosse legale quello che sarebbe illegale per qualsiasi altra nazione. E armi non solo fornisce
Roosevelt all'Inghilterra, ma continua ancora a fornire alla Cina, tenendo a bada il Giappone per ipotecare l'Asia come
già ipoteca l'Europa, mettendo a disposizione di qualunque democrazia il suo inesausto arsenale bellico, anche se
per fornirlo occorrerà dissanguare la sua nazione votandola al macello, come in pieno parlamento si espresse
quella donna americana, ammantata di nero che fece irruzione nella sala con sul volto la maschera della morte.
Tragico ammonitore presagio.
Mai, nella storia della guerra, è stata fatta alla legge della neutralità una burla più sanguinosa di quella che
fa Roosevelt davanti al mondo. Burla che l'Asse, però, ha sventata, e già è in corso la macchina che la farà
naufragare. Né basta. Blocca Roosevelt i capitali esteri nella banche americane; intimida il Messico per affrettarsi il varco
nel Canale di Panama, e, con una rete d'inestinguibili prestiti in Sud America, si accaparra - se non proprio delle
basi navali ed aeree - il perpetuo vassallaggio dell'America latina. Nella quale, come pure in Europa, bandisce
false crociate di civiltà, come se la civiltà ci venisse soltanto oggi dagli Stati Uniti. Da quegli Stati Uniti che solo da
poco più d'un secolo e mezzo si son raschiate di dosso le scorie delle barbarie. Altro che strombazzare la civiltà
statunitense e sentenziare da Washington che, vincendo l'Asse, ripiomberebbe l'Europa nell'età della pietra! Di pietra, se
mai, non ci sarà che la lapide che ricorderà ai più lontani nipoti la barbarie nordamericana.
Ma Roosevelt è fatto così, e poco gli importa se con la sua diabolica politica porta a ritroso di più di un secolo
gli Stati Uniti, facendoli ridiventare una colonia inglese. Vincere bisogna. Perché perdere a Londra è lo stesso
che perdere a Washington. Può essere la Bibbia interpretata da un buon protestante in 32 diverse maniere, ma
perdere con l'Inghilterra non ha oggi che un'unica inconfondibile interpretazione: la disfatta della plutocrazia.
Complice necessario di Churchill, è di lui tanto più odioso Roosevelt in quanto, sotto la maschera della
libertà, nasconde con una mano il pugnale del sicario ed agita con l'altra la fiaccola con cui - novello Erostrato - incendia
il mondo. E soprattutto l'Europa. Quell'Europa da cui Roma riverberò in America tanta luce di civiltà e di gloria.
Intanto, mentre la gran plutocrazia americana erutta grascia e suda oro da tutti i pori della pelle, l'Europa si
dibatte nella penuria e nell'inedia, quando da più mesi, senza la nefasta complicità di Roosevelt, il mondo sarebbe già
in pace.
Ma se - meno, molto meno colpevole di Churchill e di Roosevelt - fu relegato l'ex-Kaiser nel Castello di Doorn,
che mai spetterà, dopo la vittoria dell'Asse, a questi due biechi protagonisti della grande tragedia
mondiale? Non certo un castello. A Churchill la prigione e a Roosevelt la camicia di forza.
P. Mortarotti
L'adesione della Bulgaria al Patto Tripartito
Da: "La Sesia", 4 marzo 1941
Il 1o marzo, a Vienna, il Presidente dei Ministri di Bulgaria Filof ha posto la sua firma di adesione al Patto
Tripartito, controfirmato dai Ministri degli Esteri di Germania e d'Italia e dall'ambasciatore giapponese a Berlino.
Un altro Stato Europeo, rotta la dura suggestione inglese, si allinea francamente, lealmente con le Potenze del
Patto Tripartito nella suprema azione, come Filof ha dichiarato, di arrivare ad "una pace stabile e ad un ordine più giusto".
Una pedina perduta per l'Inghilterra che neppure il commesso viaggiatore Eden ha saputo fermare. Gli è che
la primavera fa passi da gigante ed il "bello" tinge già del più seducente rosa l'orizzonte europeo. Siluranti ed
aerei dell'Asse mandano a fondo diecine di migliaia di navi inglesi o dei suoi pochi satelliti cariche di materiale
preziosissimo per l'isola assediata: sui vari fronti si delinea una maggior combattività ed una più forte aggressività che
scombussola i piani militari inglesi.
Von Ribbentrop, nelle sue dichiarazioni dopo la firma bulgara al Patto Tripartito, ha affermato che, dopo quella
della Bulgaria seguiranno altre adesioni così che la barriera all'Inghilterra si allarga e si potenzia sempre più. E dopo
aver dichiarato che l'Europa dopo la vittoria dell'Asse, incontrerà un periodo di grande benessere e di fiorente
prosperità di cui tutti i popoli alleati e gli aderenti godranno i benefici, ha proseguito:
"La propaganda britannica basata sulle più assurde menzogne, non riuscirà a fermare questa marcia vittoriosa.
Nel 1941 tutto ciò sarà spazzato via e la vittoria dell'Asse sarà un fattore sicuro. La lotta dei popoli giovani è destinata
a vincere definitivamente e sommergere un mondo ormai decrepito. Le Forze Armate delle Potenze dell'Asse sono
in marcia ora su tutti i fronti per abbattere la tracotanza di una potenza che ha sempre ostacolato lo sviluppo dei
popoli di Europa, cercando di fame degli schiavi per il suo tornaconto".
Parole incisive che faranno - od almeno che dovrebbero - meditare i reggitori inglesi nella loro affannosa ricerca
di un punto di appoggio per fermare il precipitoso declino di una antica e mostruosa potenza.
Ma è fatale, è nel ciclo naturale delle amare vicende, è storico che l'Impero inglese debba essere travolto: dal
colosso non è mai sortita una nuova idea, un ordine nuovo, una politica sociale che si adattasse ai tempi, alle conquiste
già attuate negli altri Paesi. Uno e solo il sentimento: l'egoismo di una classe dirigente colma ed ottusa
dominante brutalmente su centinaia di milioni di uomini. L'incredibile situazione dominò non per virtù propria ma per
una supina acquiescenza di altre Potenze, alcune, come la Francia stanche e prive di propria volontà, tanto da
farsi trascinare nel conflitto attuale - e la approvazione di Daladier alla proposta di Mussolini nel settembre 1939 ne è
una prova - altre curose dell'assestamento loro interno perché appena uscite dalla lotta per la loro indipendenza.
Il colosso dal piede di creta - la cui distruzione era proclamata da D'Annunzio dopo la gloriosa impresa di Fiume - si sentì scosso al sorgere di Paesi giovani amanti più del lavoro che della ricchezza, aspiranti ad una giustizia
nuova, ad uno spazio vitale per dare pane al numero sempre presente dei loro popoli: ma si illuse, nella sua
cocciutaggine, nella sciocca sicurezza di una forza che non esisteva più di dominare Fascismo e Nazionalsocialismo, di
perpetrare all'infinito l'insopportabile stato di cose sì che l'Europa e buona parte del mondo dovevano essere soggetti
alla volontà dei parrucconi della City.
Non comprese la bellezza sublime, umana dei movimenti italiano e tedesco, come non comprese tanti
avvertimenti che venivano dai Capi dei due popoli: solo che i dirigenti inglesi - sorretti nella loro prosopopea da oltre Oceano - avessero voluto intendere le giuste aspirazioni di una Europa assetata di giustizia e di pace, la storia avrebbe
registrata una guerra di meno, migliaia di giovani non avrebbero sacrificata la loro vita, una schiarita foriera di
generale benessere avrebbe illuminato il mondo.
Non volle intendere la voce del cuore: venne la guerra accettata con alto senso di disciplina da tedeschi e da
italiani: e la sconfitta colpirà, con tutte le inevitabili conseguenze, l'Inghilterra, finalmente chiusa, e per sempre nello
"splendido isolamento".
La Bulgaria ha dato un nuovo e duro colpo alla potenza inglese: il puntello greco crollerà in un prossimo
domani. Altri Paesi europei - come dichiarò Von Ribbentrop - saranno al fianco dei belligeranti nella lotta antinglese.
Il primo venticello tiepido di marzo farà ammainare da tante posizioni il vessillo
inglese.
La primavera dell'Asse
Da: "Il Popolo Biellese", 27 marzo 1941
L'adesione della Jugoslavia al patto tripartito, pur non apportando alcunché di nuovo alla efficienza militare
del blocco che ripete la sua forza dalla potenza bellica della Germania, dell'Italia e del Giappone, ha un'importanza
ed un significato che, nel momento attuale, ben possono chiamarsi decisivi.
Uno sguardo alla carta europea dimostra, intanto, che l'influenza inglese, quella nefasta influenza inglese che
ha fomentato per secoli e finanziato tutte le guerre continentali, è, ormai, al suo tramonto. Virtualmente ed
idealmente aderente al patto la Spagna, non restano, a nutrire sempre più tenui speranze nella stella di Albione, che la Grecia,
la Svizzera e il Portogallo. Condannata a fine imminente la Grecia, trascurabile la Svizzera incapsulata tra le
frontiere dell'Asse, la piovra inglese non ha più che alcuni lembi di continente ai quali avvinghiarsi coi suoi tentacoli. La
loro recisione non tarderà.
La data del 25 marzo 1941 potrà con ragione essere ricordata nella storia come quella che segna la virtuale
espulsione dell'Inghilterra dall'Europa. Il fenomeno ha le sue prime radici in quel lontano 1919, l'anno infausto di Versaglia,
in cui il predone albionico, dopo aver vinto la guena contro la Germania mercé gli aiuti ed il sangue dei russi, degli
italiani, dei serbi, dei francesi, dei romeni, degli americani e di altri popoli sparsi per il mondo, brutalmente
accaparrava i tre quarti dei frutti della vittoria e imponeva all'alleato italiano condizioni da vinto. Ostinatamente avversa ad
ogni sentimento di riconoscenza verso l'Italia che sanguinosamente aveva difeso la causa comune, l'Inghilterra
rifiutò ogni idea di collaborazione europea proposta e caldeggiata dal superiore senso storico di Mussolini.
Ferocemente attaccata ad una politica di egoismo intransigente ed assoluto, fondata sul disordine europeo e sulla ostinata,
letterale e crudele applicazione della regola del "divide et impera", a se stessa ed ai suoi dirigenti l'Inghilterra deve
attribuire la situazione che determinò i due massimi geni politici del tempo, Mussolini e Hitler, ad incontrarsi e a
concepire l'idea di una unione europea sotto l'egida della romanità e del germanesimo, elementi apportatori di civiltà, di
pace e di lavoro. Non è certamente possibile prevedere quale sarà in particolare lo sviluppo degli eventi che
determineranno la effettiva espulsione dell'Inghilterra dall'Europa e dal Mediterraneo: ma le premesse di questa espulsione
sono oramai definitivamente stabilite e l'ora è vicina in cui il popolo meno progredito del mondo nonostante la
sua vernice di civiltà cartamonetata avrà cessato di sfruttare il lavoro ed il sangue dei tre quarti dell'umanità.
Crolla, intanto, nelle sue immense ripercussioni, l'ultima possibilità di esecuzione di quel piano che il
binomio Churchill-Eden si era proposto come obbiettivo di azione nei Balcani e cioè: trascinare nella propria orbita la
Jugoslavia impressionandola con le minacce, con gli interventi di Roosevelt e con le ripercussioni, debitamente sfruttate
dalla propaganda, dei successi marginali africani; indurre conseguentemente la Turchia ad intervenire nel conflitto;
formare il vagheggiato fronte balcanico con tre milioni di turchi, jugoslavi e greci; trasportarvi le truppe di Wavell dopo
aver condotto a termine l'impresa africana, costituendo così un fronte di logoramento delle forze dell'Asse.
Che l'Asse avesse forze sufficienti per sventare anche una coalizione consimile noi, certo, non dubitiamo. Ma che
la caduta del progetto prima ancora che se ne iniziasse l'esecuzione, costituisce un colpo gravissimo per l'Inghilterra
e un vantaggio altrettanto rilevante per l'Asse, nessuno saprebbe negare. L'Inghilterra, a partire dal giorno 25
marzo 1941, ha appreso definitivamente che, per la prima volta nella storia, dovrà combattere una guerra, la guerra
decisiva, fidando nelle sole sue forze. Nelle sole sue forze, perché se gli Stati Uniti, l'ultima e disperata carta inglese,
vorranno intervenire, esiste un articolo del patto tripartito che provocherà automaticamente l'intervento del Giappone, la
cui attitudine neutralizzatrice della potenza americana è affidata ad un esercito numeroso, eroico e guerriero, e ad
una marina che, alla potenza ed al numero, accoppia un passato bellico ed una tradizione tali da preoccupare la
assai meno esperimentata marina degli Stati Uniti.
La primavera è venuta. Ed è la primavera dell'Asse.
A. Domenico Bodo
Le potenze dell'Asse in guerra colla Jugoslavia
Da: "Il Biellese", 7 aprile 1941
Dall'alba di domenica mattina le forze delI'Asse sono in guerra contro la Jugoslavia e le truppe tedesche
sono entrate in guerra con la Grecia. Questa notizia è ormai nota ai nostri lettori attraverso alle notizie della radio
italiana che, domenica mattina, ha ripetutamente informato i suoi ascoltatori sull'azione tedesca verso la Jugoslavia e
verso la Grecia mentre, nel pomeriggio, informava che l'Italia, già in guerra colla Grecia, era entrata in guerra
colla Jugoslavia affiancandosi, come era logico e naturale attendersi, alla sua alleata.
L'Inghilterra sarà scacciata anche dalla penisola balcanica.
Note esplicative sull'atteggiamento tedesco nei riguardi della Jugoslavia e della Grecia sono state pubblicate
a Berlino ed una nota esplicativa è stata pubblicata a Roma riguardo alla decisione italiana. La ristrettezza dello
spazio c'impedisce di entrare nei particolari di dette note ma la storia di questi ultimi tempi è presente ai nostri lettori ed
è appunto in base a tali avvenimenti che le potenze dell'Asse hanno rotto gli indugi non per spirito di conquista,
non per umiliare dei piccoli popoli, ma per fare piazza pulita delle cricche anglofile di Atene e di Belgrado che si
sono prestate al perfido gioco di Londra onde la guerra divampasse anche nella penisola balcanica, in quella
penisola balcanica che, sia la Germania che l'Italia, hanno invano cercato di mantenere immune dal grave flagello.
Inutile ripetere le ragioni che spinsero l'Italia a difendersi attraverso alle frontiere albanesi dalle mene inglesi in Grecia: è
la storia dello scorso ottobre ed è storia indelebilmente scritta in ogni cuore italiano. Il voltafaccia jugoslavo è di
pochi giorni fa e bisognava essere ciechi per non capire che il colpo di stato di Belgrado era stato eseguito da una cricca
al soldo di Londra e che Washington soffiava nel fuoco. La neutralità che la Jugoslavia diceva di voler servire dopo
aver spodestato il governo che aveva firmato il Patto Tripartito, era una neutralità tipo quella greca dello scorso
1940: cioè uno sleale interventismo a favore dell'Inghilterra. A tutto questo si aggiunga che in queste ultime
settimane ingenti forze inglesi sono state sbarcate in Grecia mentre è noto che le potenze dell'Asse hanno ammonito
che avrebbero impedito con tutte le loro forze all'Inghilterra di rimettere piede sul Continente. Ora le forze
italo-tedesche sono in opera per fare pagare cara all'Inghilterra la sua mossa balcanica. Hitler ha assicurato che la sorte toccata
agli Inglesi in Francia ed in Norvegia l'anno scorso toccherà agli inglesi nei Balcani quest'anno.
L'avanzata delle truppe tedesche.
Come risulta dal Bollettino N. 304 l'aviazione italiana si è immediatamente affiancata all'aviazione germanica
nelle azioni contro la Jugoslavia. Belgrado è stata ripetutamente attaccata da grandi formazioni tedesche.
Le truppe tedesche avanzano in parecchie direzioni. Dal nord sono già penetrate per oltre 40 chilometri in
territorio nemico.
Malgrado l'accanita resistenza, le truppe tedesche hanno potuto ancora progredire nella valle dello Struma
(Grecia). Esse continuano attualmente la loro avanzata. Tutti gli obiettivi prestabiliti sono stati raggiunti. Il comunicato
greco riconosce l'avanzata delle truppe tedesche e la motiva dicendo che alcuni distretti greci hanno dovuto essere sgombrati.
Formazioni dell'Arma aerea tedesca hanno appoggiato l'avanzata nella valle dello Struma con attacchi
particolarmente efficaci sulle linee fortificate situate sulle montagne che fiancheggiano la valle. Dai particolari giunti si rileva
che gli apparecchi sono entrati in azione quando già le colonne corazzate tedesche avanzavano, artiglierie e
mitragliatrici agivano in pieno martellando le posizioni avanzate e gli scoppi delle granate che colpivano i bersagli
lampeggiavano senza interruzione. Le squadriglie degli "Stukas" provenienti da nord si precipitavano sulle posizioni nemiche
con l'urlo poderoso dei loro motori rovesciando una gragnuola di bombe sui fortini e sulle postazioni di mitragliatrici
da cui subito si levavano alte fiammate e colonne di fumo. L'eco delle esplosioni aumentava di minuto in
minuto propagandosi rapidamente in tutta la zona. I fortini nemici rispondevano con il fuoco contraereo ma le
successive ondate degli "Stukas" finivano con il ridurre al silenzio la difesa avversaria e il nemico era costretto a sgombrare
da innumerevoli appostamenti.
Il fronte greco sfondato dalle nostre truppe
Da: "Corriere Valsesiano", 26 aprile 1941
L'armata nemica dell'Epiro e della Macedonia ha deposto le armi. La capitolazione è stata presentata la sera
di martedì alle ore 21,4 da una Delegazione militare greca al Comandante della XI Armata italiana sul fronte dell'Epiro.
Il Comando superiore italiano delle Forze armate d'Albania e il Comando superiore delle Truppe germaniche
in Grecia hanno accettato questa resa senza condizioni. Tutta l'Armata greca di Epiro e Macedonia è prigioniera
di guerra.
Il fuoco su tale fronte è cessato giovedì 23 aprile, alle ore 18.
Tutti i prigionieri di guerra italiani che si trovano nel territorio dell'Armata greca arresasi devono
essere immediatamente consegnati alle truppe italiane.
Il Duce ha diramato un vibrante ordine del giorno alle truppe vittoriose, degne della riconoscenza della Patria.
La grande anima del popolo italiano è oggi, più che in ogni momento della sua più fulgida storia, tutta una
vibrazione immensa e profonda.
Una serenità nuova di certezza assoluta è scesa nei cuori; un entusiasmo esultante, a stento contenuto, è in noi
tutti per i nostri superbi soldati e per le meravigliose imprese che essi stanno compiendo su tutti i fronti.
In Jugoslavia, con folgorante rapidità, un'intera Armata si è vertiginosamente lanciata sulle coste dell'Adriatico,
e superando ostacoli d'ogni genere, ha stabilito un ruolo di marcia veramente miracoloso: 800 chilometri in poco
più di sei giorni.
Simile distanza in così breve periodo di giorni, o meglio di ore, attraverso difficoltà naturali e predisposte
dal nemico, col quale i soldati più di una volta si scontrarono violentemente, ha suscitato un'eco di orgoglio
calorosissimo nel popolo, dimostrando al mondo che nessuna difficoltà sa arrestare lo slancio bersaglieresco caratteristico
delle nostre truppe d'assalto, e dando una chiara e inconfutabile smentita alle stupidissime voci che erano circolate
con insistenza in taluni ambienti stranieri (voci che fortunatamente pochi ignoranti avevano raccolte): che l'Italia,
cioè, mancasse di formazioni corazzate e motorizzate.
L'Italia, invece, ha dimostrato di averne ad esuberanza, tanto in Africa Settentrionale che in Jugoslavia, e ha
anche dimostrato che sa farne buon uso.
Sarebbe interessante soffermarsi sull'impiego di questi nuovi potentissimi mezzi, ma altri avvenimenti ben
più entusiasmanti sono in corso.
Dopo lo sfacelo della incoerente nazione jugoslava le Armate dell'Asse stanno ormai dando l'ultimo colpo di
grazia alla Grecia.
Grandi avvenimenti militari sono in corso, tali da giustificare le previsioni più catastrofiche per i nostri nemici.
Con i Tedeschi, che già li agganciano alle Termopili, anche la ritirata inglese è stata decisamente compromessa e i
grandi maestri dei reimbarchi si troveranno non poco imbarazzati a mettere in salvo anche soltanto la pelle.
Le Termopili, che nei secoli passati videro l'eroico furore di una schiera di prodi, dovranno assistere ora allo
sfacelo di un corpo inglese che non poté fuggire sufficientemente in fretta da evitare il temutissimo incontro con le
forze blindate tedesche.
Se i trecento di Leonida potessero, per un solo istante, tornare in vita, frementi di sacro sdegno, darebbero pure
essi un colpo di mano contro gli inglesi, che, profanando e tradendo, passarono in fuga per tutta quanta la
penisola ellenica, salvaguardando la loro ignominiosa ritirata con le coperture dell'esercito greco.
Forse esprimerebbero anche un voto di biasimo ai loro indegni e stupidi posteri, che ebbero il torto supremo
di credere alla parola di Churchill e di Roosevelt.
È crollato - come un immenso scenario di cartapesta - tutto il primo bastione difensivo dell'Olimpo, e le colonne
di Hitler sono dilagate - dal Pindo orientale all'Egeo - con la forza e la velocità dell'inesorabile. Giove, dall'alto del
suo monte, non ha sentito la voce implorante dei suoi fedeli, e i suoi fulmini non sono valsi a nulla.
Il Parnaso, stupito, si è risvegliato dal suo
plurisecolare riposo, turbato soltanto dal richiamo sporadico di
qualche poeta errante, ed ha assistito al passaggio rombante delle colonne di Hitler.
I Greci, in situazione definibile "disperata", si sono trovati presi tra due, o meglio tra tre fuochi. Dall'Albania
gli Italiani, dopo aver superato e infranto con impeto leggendario il loro schieramento, li hanno dovunque
ributtati, incalzandoli senza tregua e senza dar loro più speranza, già profondamente addentro in territorio greco;
dall'Olimpo e dalla Tessaglia sono dilagati invincibili e inesorabili i tedeschi, fino alle pendici orientali del Pindo, da Metsovo
a Gianina; da ultimo... gli Inglesi costringevano gli Euzoni a farsi ammazzare per proteggere le loro spalle di fuggitivi.
Di fronte a queste determinanti, le Armate greche dell'Epiro e della Macedonia non hanno potuto fare altro
che cedere le armi senza condizioni per evitare il completo annientamento, che per essi si stava profilando inevitabile.
Era l'unico atto di buon senso che restava loro da fare; se mai hanno un torto: quello di non essersi decise prima.
Così il territorio greco è stato ben battuto dalla guerra, e la sua economia nazionale deve aver subito tali scosse da
non potersi più sollevare con molta facilità. E adesso, con la morte in casa e nel cuore, migliaia di famiglie si
chiederanno perché mai la Grecia abbia combattuto per la Gran Bretagna, la quale, alla prova del fuoco, non ha saputo fare
di meglio che tradirla, secondo il suo secolare costume brigantesco di fuori legge cinica e brutale.
L'interrogativo resterà tragicamente senza risposta. Una cosa sola si potrà dire: che la criminale brutalità
anglosassone, per ritardare la sua inesorabile lenta agonia, ha buttato nel carnaio ardente della guerra un popolo, le cui
antiche tradizioni di grandezza e di sagacia non sono che un pallido e retorico ricordo.
Intanto la situazione interna greca resta confusa, molto confusa. Scappano i generali, i ministri, la famiglia reale.
La catastrofe incombe imminente.
Ogni sbarramento difensivo salta inesorabilmente sotto i colpi di maglio dell'Asse e quelle poche migliaia di
inglesi che non sono ancora riusciti afuggire saranno ben contenti - non avendo sufficiente coraggio per accettare
quella battaglia che erano venuti a cercarvi - di salvare il salvabile nella nuova edizione del gran fugone strategico
made in England, che già da alcuni giorni si è andato verificando alla chetichella.
Ma i sottomarini e le forze aeree dell'Asse (i valsesiani hanno appreso con fierezza l'audace impresa
compiuta dall'aerosilurante sul quale si trovava il maresciallo varallese Musati) hanno teso una fittissima rete di
sorveglianza nel Mediterraneo Orientale e - in tali giornate - attaccando con la massima decisione ogni trasporto militare,
e ricercandoli con la massima diligenza, hanno colato a picco assai più di 100.000 tonnellate di naviglio,
danneggiandone gravemente altro ancor più numeroso. Dai dati che finora si conoscono, si calcola che oltre 50.000 soldati
inglesi, coi relativi equipaggiamenti e materiali, siano stati dispersi in tali azioni. Per l'Impero inglese tale dispersione, in
un momento tanto critico e decisivo, è tragica.
Sono soldati che il gen. Wilson, stratega dei Balcani ormai disoccupato, non potrà più portare al collega Wavel,
il quale ne ha urgentissimo bisogno, come ha necessità dei 400.000 uomini che il Duca d'Aosta, con la sua
superba resistenza, tiene inchiodati in Africa Orientale.
Sono soldati che non giungeranno mai e che, dopo le belle reiterate dimostrazioni di eroismo che hanno dato
finora, provano al mondo quanto sia grande la debolezza organica del popolo inglese e come la plutocratica
Inghilterra abbia potuto essere potente finora soltanto per quella sua maschera feroce che, all'atto pratico, ha dimostrato
di sfasciarsi agli urti di un impetuoso e decisivo attaccante.
Solo la singolare spogliazione delle genti soggette e il monopolio inglese dell'oro han sostenuto la grande
ipocrisia britannica. Ora la finzione finisce, e il potere dell'oro crolla tragicamente, trascinando nella sua stessa rovina
i suicidi abbagliati dal suo luccicore.
Con la definitiva messa fuori di combattimento della Grecia e con la defenestrazione della Gran Bretagna
dal continente, possiamo considerare conclusa questa fase della guerra, tanto ricca di successi per l'Asse.
Con questa ultima vittoria - che in pratica è già nelle mani dell'Italia e della Germania anche se la campagna
greca dovesse durare ancora, almeno come opera di rastrellamento, per qualche tempo, - si chiude la fase preparatoria
della guerra per il Mediterraneo.
Le formidabili premesse dei Balcani e di Bardia hanno ingigantito le possibilità dell'Asse e sempre più ristrette
le inglesi. Tutto il sistema poggiante sul quadrilatero Creta, Giaffa, Alessandria, Malta oscilla paurosamente agli
scossoni violenti di questa primavera di vittoria.
Altri scossoni più violenti ancora stanno per seguire, e avranno influenza decisiva sulle sorti del conflitto.
Churchill, il vecchio feroce manigoldo, che è, con Halifax, Eden, Wavel e Duff Cooper, il più tipico
rappresentante della canagliesca e piratissima Gran Bretagna, trema in questi momenti decisivi e cercherà di usare le armi
più subdole e inumane per ritardare l'ora stringente della resa dei conti.
L'Asse - cosciente della sua forza e dei suoi destini - è risolutamente pronto ad ogni prova, perché sa, con
certezza assoluta, che per l'Inghilterra è finita e che, dopo, una nuova era si inizierà per i popoli: l'Era che sarà dominata
dalla Pace, dalla Giustizia, dal Lavoro.
Francesco Lova
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