Antologia di articoli di giornali locali


Settembre-dicembre 1940

"Spezzeremo le reni alla Grecia"

A cura di Piero Ambrosio

Sono stati consultati: "Il Biellese", Ufficiale dell'Azione Cattolica Biellese a. LIV, il "Corriere Valsesiano", a. XLVI, "L'Eusebiano", Ufficiale dell'Azione Cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli, a. XII; "Il Popolo Biellese", bisettimanale fascista, a. XIX, "La Provincia di Vercelli", Foglio d'ordini della Federazione dei Fasci di Combattimento di Vercelli, a. XVIII, "La Sesia", giornale di Vercelli e provincia, a. LXX.
Non è stato possibile consultare "La Gazzetta della Valsesia" poiché nelle biblioteche pubbliche locali non è conservata alcuna collezione di questo periodico.
Si ringrazia l'Editrice Valsesia per aver consentito la consultazione della collezione del "Corriere Valsesiano".



Presentazione

Proseguendo la rassegna degli articoli tratti dalla stampa locale di cinquant'anni fa, ci occupiamo, in questo numero, dei commenti dedicati agli avvenimenti dell'ultimo quadrimestre del 1940.
Dopo la capitolazione della Francia (ad opera delle armate tedesche e non certamente di quelle italiane, entrate in guerra per l'illusione di Mussolini di pagare con qualche migliaio di morti la sua presenza al tavolo delle trattative di pace), contrariamente alle previsioni dei capi fascisti, la Gran Bretagna continua la lotta (e il settimanale fascista "Il Popolo Biellese" non mancherà di ricordarlo, ogni settimana, ai propri lettori con un richiamo pubblicato in tutta evidenza sopra la testata).
Dopo alcuni mesi di guerra alcuni giornali, anche locali, cominciano a fare i primi bilanci, più che altro infarciti di retorica ai massimi livelli: il settimanale della Federazione fascista vercellese a metà settembre parla senza alcun pudore (eppure si era già potuto verificare la scarsa preparazione del nostro esercito durante le operazioni contro la Francia) di "mirabile preparazione", di "schiacciante superiorità" del tricolore, che "domina incontrastato" nel Mediterraneo, e di "immancabile vittoria".
Le cose, come si sa, cominceranno tuttavia ben presto a volgere al peggio prima con la resistenza del piccolo esercito greco che, attaccato alla fine di ottobre, riuscirà non solo ad immobilizzare l'aggressore ma a ricacciarlo al di là dei confini e ad invadere l'Albania, poi con le prime perdite inflitte dagli inglesi alla marina italiana, perfino nel porto di Taranto, e con la controffensiva in Africa settentrionale e in Etiopia.
I giornali, che ai primi di novembre scrivevano di "marcia irresistibile in Grecia", dovranno ben presto evitare il ricorso al trionfalismo e alle iperboli e, più sommessamente, ammettere che non in tutti i teatri di guerra le operazioni procedono con "ritmo spedito, celere, fulmineo", che vi sono "battute d'arresto" a causa del terreno, del clima e di "situazioni logistiche e strategiche"; si accenna addirittura all'eventualità che la vittoria possa "rimanere per il momento agli inglesi". A ben leggere si possono già scorgere i primi segni di un' "immancabile" sconfitta.




Gli articoli

Forza della volontà e potenza delle armi

Da: "La Sesia", 6 settembre 1940

Dal 3 settembre 1939, in cui tuonò il cannone della nuova guerra europea, è passato un anno, e gli eventi susseguitisi han portata secolare: la Polonia scomparsa dalla carta politica d'Europa, occupata la Norvegia, sommerse la Danimarca, l'Olanda, il Lussemburgo ed il Belgio, intaccata l'integrità della Francia; poi l'intervento armato dell'Italia, con il conseguente crollo definitivo della Francia costretta a chiedere l'armistizio; quindi la guerra nel Mediterraneo - precluso alla flotta inglese - la conquista del Somaliland per parte delle truppe d'Italia, mentre la Germania assoggetta a ininterrotto martellamento di ferro e di fuoco l'intero territorio metropolitano inglese.
E, fra il frastuono della guerra, l'opera di pacificazione compiuta dalle Potenze dell'Asse nel settore danubiano-balcanico coronata dall'arbitrato di Vienna.
Il contributo di sangue dall'Italia portato nella guerra è decisivo. Dopo il periodo di non belligeranza l'Italia entra per decisione propria nel conflitto perché avverte sempre in se stessa, il diritto eminente di non restare estranea ad eventi decisivi nella storia dei popoli e di dettare, così come la Roma dei Consoli e dei Cesari, le parole supreme della verità e della giustizia.
Sono infatti due secoli e due idee quelle che si battono sui campi di battaglia dal Baltico all'Oceano Indiano; sono due sistemi di vita, di morale e di politica che si affrontano per collaudare la propria stabilità e la resistenza delle loro affermazioni; sono due costruzioni ideologiche che si cimentano nel più cruento conflitto, dal quale una dovrà uscire domata, poiché su di essa si leverà fulgente la spada dell'altra. La previsione non è discutibile, dato che sono in lotta - lotta a morte, senza quartiere - l'interesse contro il diritto, la supremazia capitalistica contro la supremazia morale e spirituale, la sete di arricchimento contro l'ansia di equità e di giustizia; il tradizionalismo più vieto contro la dinamica delle generazioni più giovani ed irrompenti nella realtà del domani, di regno dell'oro contro quello delle armi, il dominio della materia contro il dominio della volontà e dello spirito che anela di dettare le proprie leggi ed instaurare su di esse una nuova era di storia dei rapporti fra i popoli.
Guerra rivoluzionaria, quindi guerra di popoli. È un conflitto di idee che necessariamente porterà alla instaurazione di una nuova norma e di una nuova legge nell'Italia proletaria e fascista che ha impegnato le proprie armi nel conflitto, sente il fascino immenso che promana è una guerra così grandiosa di rinnovamento, dalla quale tutte le forze vive e feconde dovranno derivare il loro giusto e doveroso riconoscimento. Poiché è una nuova era quella verso la quale si cammina a passo cadenzato e deciso, nel moto del tempo scandito dalle nostre ali vittoriose nei cieli, dalle nostre prore domatrici dei mari, dal nostro invitto e glorioro Esercito delle fronti alpina e d'Africa: è un nuovo ordine rivoluzionario che l'Italia e la Germania creano, è una nuova legge ed una nuova norma che Roma e Berlino stanno dettando al mondo.
Per vent'anni l'Italia faticò per attuare il nuovo ordine con mezzi pacifici e fu irrisa da chi, sul suo sangue, si impinguò a Versaglia; cercò il suo posto al sole, il suo spazio vitale in Africa, e per risposta i vecchi alleati le decretano le sanzioni. Allineata con gli strapotenti durante la guerra mondiale, oggi è allineata ai diseredati, ma decisa alla lotta strenua - facendo leva non soltanto sulle armi ma sulle virtù costruttrici, sulle forze creatrici e sulla più cosciente disciplina di popolo - poiché sarà, nella vittoria certa di domani, il trionfo della giustizia e dell'onore.
Mentre inizia il secondo anno della guerra - per gli alleati tedeschi - il popolo italiano sa che sono le forze della mente, dello spirito e del cuore quelle che soprattutto piegano gli eventi. La guerra è il mezzo più forte e più decisivo per il raggiungimento delle mete storiche dei popoli e l'agone in cui veramente si vagliano le forze di ognuno; è il collaudo più severo, nel quale i deboli, gli imprevidenti, e gli stolti necessariamente soccombono poiché su di essi prevalgono i forti ed i saggi, quelli che più spiccata posseggono la volontà di imporsi e di vincere.
È l'imperativo categorico che si ripete; un imperativo del quale l'Italia fascista sente oggi l'immane portata, e per assolvere il quale mette in campo le forze più vive della volontà e delle sue armi, indirizzate alla meta folgorante: Vincere.
d. rat



Annientamento della potenza britannica
Da: "La Provincia di Vercelli", 13 settembre 1940

Il 10 settembre si è concluso il terzo mese della guerra in atto fra l'Italia e l'Inghilterra. Non è necessario ricordare ciò a scopo commemorativo, poiché per simili rievocazioni, a cose finite, sceglieremo la data della vittoria. E nemmeno è necessario fare un bilancio materiale delle perdite subite dall'avversario, nei punti più gelosi e importanti del suo vasto dominio imperiale, giacché i circostanziati bollettini quotidiani costituiscono la documentazione precisa chiara, inconfutabile della nostra mirabile preparazione e della nostra schiacciante superiorità.
Entrando nel quarto mese di guerra, è, invece interessante, per un bilancio morale del conflitto, uno sguardo panoramico alla situazione che giovi a precisare come l'offensiva italiana contro la Gran Bretagna si sia sviluppata, con uguale forza e tempestività, secondo i tre aspetti attraverso i quali il prestigio inglese, con molte esagerazioni, era venuto consolidandosi nel mondo, e cioè: la potenza bellica, la saldezza politica e la compatta integrità dell'Impero.
Sono dunque passati appena tre mesi dall'inizio delle ostilità, ma la compagine dell'impero britannico dimostra i segni di una fatale e inarrestabile disintegrazione; così da far pensare che, pur tenendo conto di misteriose e per ora non valutabili forze latenti e di troppo invocati e scarsamente concessi aiuti oltreoceanici, il momento cruciale sia presto superabile e incominci la parabola dell'inglorioso tramonto. La guerra contro la Gran Bretagna è una guerra imperiale, combattuta - ahimè, per la prima volta! - dagli inglesi in difesa dei loro ricchi, prosperi e redditizi possedimenti extracontinentali. Questa guerra l'Italia ha affrontato risolutamente ed eroicamente il 10 giugno 1940: compito duro e magnifico, la cui conclusione porrà il definitivo fastigio al nuovissimo Impero dei Savoia e di Mussolini. La rapidità delle azioni vittoriose italiane, dà poi alla storia di questa guerra, un ritmo travolgente di epopea. Superato il vecchio sistema bellico, che ha, in gran parte, determinata la sconfitta di nazioni decadenti come la Francia, l'Italia fascista ha assunto l'iniziativa della lotta nei territori dell'Impero britannico, con una decisione di cui solo è capace l'eroismo consapevole e meditato della sua giovinezza. Dopo tre mesi di azioni vittoriose, il consuntivo è di un'eloquenza senza confronti. Il Somaliland, costituito e rafforzato per fiancheggiare la difesa della via delle Indie, è scomparso; il prezioso possedimento del Kenia è gravemente corroso; attaccata e incalzata la redditizia ipoteca del Sudan; minacciato non l'Egitto, nella sua giusta e intangibile indipendenza, ma il duro e inammissibile dominio britannico che in quella si è prepotentemente sovrapposto. Nel lato opposto dell'Oceano Indiano, Aden è irrimediabilmente paralizzata e farà forse presto la drammatica esperienza dell'ostilità sorda e remota delle circostanti nazioni arabe.
Nel Mediterraneo, dove un giorno la formidabile (!) flotta inglese entrava come in casa propria e che logicamente avrebbe dovuto costituire il teatro più idoneo per le sue vittorie, la situazione è stata per gli inglesi desolante e quasi ridicola, poiché vi domina, incontrastato nei venti, il tricolore italiano. E questo risultato è stato ottenuto, contro precedenti favorevolissimi all'Inghilterra, che, all'inizio delle ostilità, aveva nel Mediterraneo forze navali, le quali superavano di un terzo quelle italiane. All'atto pratico, contro l'impeto e la perizia degli italiani, la marina inglese, carica di una mirabile tradizione di parate, di eleganza e di prestigio, s'è rivelata assolutamente insufficiente, per la conquista delle decisive posizioni nel Mediterraneo; allo stesso modo che la difesa navale dei convogli è stata inefficace nell'Atlantico, sotto il martellamento dei sottomarini italiani e delle armate navali ed aeree germaniche.
La vittoriosa affermazione della Potenza dell'Asse tuttavia, si manifesta con singolare evidenza anche al di là dei più infuocati settori di operazione diretta. E ciò, da un lato dimostra come lo sgretolamento della compagine imperiale britannica sia una fatalità ineluttabile, che può essere temporaneamente dilazionata, ma non arginata; dall'altro rivela la risoluta e ormai confessata determinazione dei paesi legati a forza alla Corona inglese, di cogliere questa favorevolissima occasione, per affermare un'autonomia lungamente invocata e di coronare i sogni di nazionalismi sanguinosamente repressi. Il quadro di una simile situazione che di giorno in giorno peggiora, è tutt'altro che consolante. L'India è isolata, non solo moralmente, ma quasi anche materialmente: la serie dei digiuni che Gandhi vuole incominciare, farà sorgere forse l'ultima incognita per la dominazione inglese. Dall'Africa del Sud, ormai essenziale per la difesa della seconda via imperiale, quella del periplo africano, - l'unica rimastale dopo la chiusura di Suez e il blocco del Mediterraneo e del Mar Rosso - l'Inghilterra sente salire l'ansito di agitazioni autonome e avverte rivoluzioni latenti.
Le ultime speranze dell'Inghilterra erano fondate sugli invocati, e finora non pienamente accordati, aiuti americani; ma l'intervento operante del nuovo mondo nel conflitto europeo, a favore degli "affinissimi" inglesi, pare tanto difficile quanto pericoloso. Gli ultimi avvenimenti della politica fra Inghilterra e Stati Uniti, sembrerebbero invece denunciare la verità opposta: il baratto dei possedimenti britannici dell'Atlantico contro cinquanta navi longeve, può considerarsi il primo atto del trasferimento della potenza imperiale inglese agli Stati Uniti, che hanno assunto anche la difesa degli interessi britannici in Asia, dove l'Inghilterra è ormai assolutamente assente. Lungi del significare solidarietà di interessi fra americani ed inglesi e senza pensare ad un intervento diretto delle forze americane in Europa, gli avvenimenti di questi ultimi giorni dimostrano, secondo noi, la risoluta volontà degli Stati Uniti di assicurarsi i necessari guadagni per l'aiuto accordato fin qui. L'America ha interesse al prolungamento della guerra per le forniture militari e i prestiti finanziari, non ad intervenire direttamente ed a crearsi nemici in Europa, che è il mercato naturale e insostituibile per la superproduzione da cui l'America è congestionata.
Garantendosi i possessi inglesi dell'Atlantico, i quali non porteranno nessun beneficio apprezzabile per arginare la prossima sconfitta inglese, gli Stati Uniti si sono assicurati un'ipoteca per ciò che hanno dato, mentre possono sostituirsi con un nuovo dominio politico, militare e finanziario alla crollante potenza britannica.
A questo bilancio del fallimento inglese, l'Italia, in tre mesi di aspra e tenacissima lotta, ha recato un contributo decisivo. La guerra potrà proseguire ancora altrettanto, e magari avere altri sviluppi. È certo però, che da questo bilancio fallimentare di un trimestre, possiamo intravvedere quello materiale e morale che sarà l'immancabile risultato della nostra guerra vittoriosa.
Giesse



La Rivoluzione continua
Da: "Corriere Valsesiano", 5 ottobre 1940

Un evento eccezionale, e che potremmo definire di portata secolare, si è verificato in questi ultimi giorni col patto che a Berlino ha trasportato sul piano dell'alleanza politica, militare ed economica, quell'alleanza che si potrebbe dire spirituale e che da più anni legava le Potenze dell'Asse al Giappone.
Un blocco di acciaio e di possente volontà è sorto in tal modo per dare al mondo quel nuovo ordinamento del quale ha assoluto e urgente bisogno per continuare e progredire.
Questo è l'avvenimento più importante che si sia avuto in campo internazionale dall'avvento del Fascismo ad oggi. Infatti il Patto di Berlino non soltanto pone il mondo di fronte a un fatto compiuto e ad una realtà formidabile, ma incarna anche la evoluzione rivoluzionaria fascista nella sua fase più decisiva di espansione e di conquista. Si potrebbe ugualmente dire che la Rivoluzione delle Camicie nere, fianco a fianco con quella delle Camicie brune, scende in campo internazionale, ergendosi vittoriosa e terribilmente esuberante di energie vitali di fronte al macabro e pur tuttavia solido rottame umano e antistorico della demoplutocrazia.
Sono i popoli giovanissimi - poveri di oro, ma ricchi di figli, di braccia, di intelligenza, di capacità lavorativa e di maturità storica e civile - che passano all'ultimo decisivo attacco contro un mondo irrimediabilmente condannato.
Sono tre solidissime grandi Potenze che totalizzano il più potente blocco di uomini, di armi e di decisione che sia mai esistito.
In sintesi, è la Rivoluzione fascista trasportata sul piano mondiale per realizzare quegli stessi principi ottenuti nell'interno della nazione. Si tratta di rivedere i diritti e i doveri, e di instaurare, nei rapporti fra i vari popoli e le varie nazioni, quella stessa giustizia sociale, quella stessa graduata gerarchia e quelle stesse rivendicazioni che, traendo un più ampio respiro, venivano a rappresentare lo stato proletario, come - in scala più ridotta, ma sotto la stessa valutazione storica morale e umana - avevano rappresentato la posizione del lavoratore.
La Rivoluzione fascista, impostata sulla giustizia, sostenuta dai valori spirituali della razza, guidata senza esitazione e senza errori da una mano formidabile, collaudata dalla vittoria interna, è stata impostata decisamente sul piano internazionale con la conquista dell'Etiopia e con la vittoria sulle sanzioni. Ha vinto le prime battaglie di fronte all'Home Fleet, a Ginevra e in Ispagna; si è imposta a Monaco e a Tirana, a Vienna e a Varsavia, e, sprigionando tutta la sua forza vitale e inarrestabile, ha spazzato via il bieco e torvo dominio dell'Oro e del Gran Capitale da tutta quanta l'Europa con le scrollate vittoriose che vanno da Narvik a Mentone e dal Moncenisio a Dunkerque.
Si appresta ora a cacciarlo dall'Africa e dall'Asia per liberare i popoli da un ingiusto servaggio, per purgare le sinagoghe, perché infine le nazioni possano riprendere la loro vita normale e dedicare le loro riserve di energia e di intelligenza a creare quella nuova storia che ha avuto origine nel '19 in piazza S. Sepolcro, e si sta ora imponendo al mondo.
Non c'è chi non veda la funzione direttiva che ha Roma in tutto questo rivolgimento. Si sta realizzando il vaticinio di una grande mente del nostro Risorgimento, che da Roma vedeva sorgere con animo presago una civiltà nuova, che in sé assimilasse la forza del diritto di Cesare e la virtù del dovere di Cristo.
Prova di questo è la capacità indiscussa e assoluta che in ogni occasione i nuovi Capi della Rivoluzione hanno dimostrato di avere. Essi daranno al mondo un ordinamento e delle basi tali da garantirne lo sviluppo storico ed il progresso per un tempo che potrà essere di secoli.
Adesso che le forze nuove e sane si son tese la mano in un vincolo che sarà fecondissimo di risultati, staremo a vedere di quali reazioni sarà capace il mondo. Vi saranno (e già ve ne sono in corso) degli allineamenti. Vi saranno nazioni, invece, che muteranno precipitosamente rotta, rinculando impressionatissime dall'orlo del baratro cui si erano incautamente affacciate. Qualcuna, forse, attratta da vertigine, vi cadrà dentro e sarà travolta Ma nulla potrà più mutare il corso degli eventi.
Sgomento, rabbia, livore, smarrimento non arresteranno di un attimo la marcia italo-tedesca in Europa e in Africa, come non ritarderanno di un solo istante le realizzazioni nipponiche nella "più grande Asia".
Se qualcuno poi volesse balordamente tentare la prova delle armi, sarebbe condannato a priori e inesorabilmente tolto di mezzo.
E mentre certe simpatie nordamericane, teneramente anglofile ma, ahimè! impotenti, cominciano a calmarsi e a far rientrare nell'ombra i bollenti spiriti, noi, che abbiamo la fortuna di vivere da protagonisti vittoriosi il periodo più intenso che l'umanità abbia mai conosciuto, assistiamo all'affilarsi degli acciai per l'attacco ultimo e definitivo.
Londra e Suez sono il cervello e la spina dorsale dell'impero britannico. Le forze dell'Asse convergono ormai inesorabilmente su questi due obiettivi, e siamo certi che quando Mussolini e Hitler lo vorranno, anche queste due ultime posizioni dovranno rovinare e crollare come tutte le precedenti.
Churchill, il distruttore dell'Impero inglese, penserà forse - se pur è ancora in grado di pensare - che l'Egitto non recò fortuna a Napoleone, e che Napoleone stesso non riuscì a sbarcare in Inghilterra, nonostante avesse preparato un corpo di spedizione formidabilmente agguerrito. I Lords consiglieri, dopo una trincata di whisky per non tremare dal freddo e dalla santa fifa che incutono i bombardieri tedeschi, lo rassereneranno assicurandogli che Napoleone fu ben più pericoloso che non Hitler, Mussolini e il principe Konoe, e finì tuttavia a Sant'Elena.
Penseranno però Mussolini e Hitler e i loro eserciti vittoriosi a riserbare agli ostinati e ai caparbi inglesi ancora più amare sorprese e altrettanti amarissimi dispiaceri.
Francesco Lova



Mussolini dominatore degli eventi
Da: "Il Popolo Biellese", 14 ottobre 1940

Non è necessario dimostrare che gli avvenimenti odierni costituiscono la parte cruciale di un rivolgimento politico, sociale ed economico che si avvia verso il suo naturale epilogo.
Più che i commenti, i fatti ed i loro necessari sviluppi hanno reso ormai generale questa convinzione.
In questo momento di accesa lotta che segna il trapasso fra un vecchio e nuovo ordine di cose, è quanto mai suggestivo e significativo uno sguardo d'insieme a quel complesso di fatti ed avvenimenti che hanno preceduto e preparato l'attuale crisi risolutrice.
Lievito e fulcro della politica europea, noi troviamo subito, fin dal suo primo affermarsi, il Fascismo.
Durante il periodo di paziente preparazione, lo stato politico d'Europa soffoca i nuclei italiani, tedeschi, magiari, con le masse di una Gran Bretagna monopolizzatrice dell'Intesa Ginevrina, di una Francia imperiale gravitante nel Mediterraneo, dell'Internazionale Rossa che minaccia dagli Urali e dalla Spagna, di una penisola Balcanica irrequieta e in buona parte ostile. Questo lo stato delle cose fino ad un quinquennio fa. Con l'inizio della campagna etiopica viene inferto il primo colpo violento all'equilibrio pericoloso che le maggiori Potenze si sforzavano di mantenere per godere gli effetti di una ingiusta pace.
Subito dopo è la volta della Spagna. E la Spagna latina e cattolica oppone un altro blocco alla pericolosa influenza dei padroni del mondo. È una presa di posizione indispensabile. Soltanto allora, con una sincronicità che solo un'assoluta identità di vedute e un accordo perfetto potevano permettere, la Germania impone i suoi diritti e prende l'iniziativa in Cecoslovacchia. Le condizioni sostanzialmente mutate accordano già alle Potenze dell'Asse un più ampio respiro. Tempestivamente segue l'annessione dell'Albania: i Balcani sono strategicamente bloccati. Da queste posizioni l'Asse dà battaglia per conquistare quelle mete che sono state già precedentemente raggiunte con altrettante battaglie diplomatiche e altrettante vittorie.
Ora, battuta la Francia, stritolate le terre dell'impero inglese, stanno per crollare gli ultimi aspetti del vecchio imperialismo capitalistico. Di fronte ad un avvenimento storico di così vasta portata lo studio delle cause acquista un valore importantissimo, specialmente per noi Italiani che siamo stati alla testa del movimento.
È un fatto evidente che gli sviluppi della situazione presente hanno sempre avuto un'aderenza perfetta con tutti i passi della nostra politica. Si può dire che l'evoluzione dei tempi abbia collaborato alla fatica di un Condottiero: Mussolini.
A questo punto ci si pone il problema di capire cioè, come un uomo abbia potuto conciliare i possibili sviluppi di un'età di là da venire con i piani della Nazione e se questi siano stati adattati a quelli o viceversa.
Nel primo caso, che venisse cioè ordinato il grandioso piano d'azione sulla traccia ed in conseguenza di determinati eventi, bisogna premettere ed ammettere una lucidità e una potenza di previsione eccezionali. Ma simili previsioni sono poco attendibili nella vita dei popoli che subiscono l'influsso di tanti elementi estranei, specialmente se ci si limita al calcolo di probabilità indipendenti da noi.
Mussolini predisse, è vero, che il periodo 1935-40 sarebbe stato cruciale per l'Europa; e il fatale verificarsi della predizione ebbe tutti i caratteri della profezia. Ma Egli disse questo sapendo di dover fare pesare la sua volontà come forza, di dovere imporre la soluzione di una situazione insostenibile in un periodo che, con sufficiente chiarezza, poteva considerare maturo.
Sotto questo punto di vista allora, appare più logica l'altra considerazione: che seguendo cioè un suo grandioso piano ben determinato, Lui, il Genio, abbia potuto piegare gli eventi, costringere al suo volere il corso degli avvenimenti come e quando Egli volle, dominare i tempi. Si agita così, ancora una volta, una questione famosa che entusiasmò Grandi di tutti i tempi da Dante all'Hugo, da Nietzsche a Carlyle, per provare cioè se un capo può improntare la sua generazione e il suo tempo alla propria volontà.
Ma a parte la possibilità o meno di queste affermazioni di personalità eccezionali, nemmeno questa ipotesi può essere considerata in senso assoluto. E prima di tutto perché il Fascismo nella sua dottrina come nella sua politica, non ha mai avuto piani rigidamente prestabiliti, cui uniformare la vita e l'attività di un popolo. La fulgida meta della grandezza della Patria, posta al di là e al di sopra di ogni aspirazione, è l'unico punto fisso della teoria. Il resto è affidato alla pratica che volta per volta affronta le difficoltà delle nuove situazioni e le risolve secondo le circostanze e le possibilità.
Concludendo allora, l'opera meravigliosa di rinnovamento cui abbiamo assistito fin dagli inizi e che adesso sta per risolversi, non è basata sulle virtù puramente profetiche del suo artefice, né è dovuta alla forza di una volontà che piega i tempi ad un suo progetto preordinato. Queste due qualità, essenziali fra le virtù di un Condottiero, sono a loro volta frutto di un altro pregio personalissimo del nostro Duce: lo studio cioè e la comprensione dei tempi contemporanei, dei loro bisogni e delle loro passioni, dei loro ideali e delle loro forze, nei popoli come nelle razze, negli individui come negli ambienti e nelle condizioni più varie.
Senza questa conoscenza reale che è comprensione profonda degli istinti naturali delle genti, non è possibile prevedere gli sviluppi eventuali di una situazione o di un conflitto. Senza questa esatta valutazione costante delle varie forze che si debbono superare, coordinare o neutralizzare, qualsiasi previsione sarebbe errata o infondata e impossibile sarebbe violentare il naturale corso della Storia. Il quale, siamo convinti, non è se non un lento fluire cui il ritmo è dato dalla combinazione di infinite forze più o meno valutabili, che vanno dalle manifestazioni puramente individuali a quelle collettive di portata sempre più vasta, come la diffusione di un libro, un fenomeno economico, sociale, religioso.
Ma mediante la conoscenza reale e non fittizia del proprio secolo e l'adesione alle sue aspirazioni, un Uomo che abbia saputo capire e vedere, e che in sé accolga la forza per far confluire più rapidamente nel suo corso la Storia di questa Umanità, può valorizzare le tendenze di una Nazione, portarla alla testa di questo flusso di secoli e improntare i nuovi tempi al suo Genio immortale.
Franco Florio



Azione militare in Grecia per stroncare propositi aggressivi inglesi
Da: "La Sesia", 1 novembre 1940

Sembra a chi scrive di buon auspicio porre nella luce della celebrazione della Vittoria di Vittorio Veneto, conseguita dall'Italia contro l'Impero Asburgico ventidue anni or sono, l'azione che le truppe italiane proprio in questi giorni sacri alla celebrazione della Vittoria, vanno sviluppando con marcia irresistibile in Grecia. Il fatto è pieno di virili promesse per la Vittoria sull'Impero britannico e per l'avvenire dell'Impero fascista.
I combattenti del Carso e del Piave, che lunedì, a fianco a quelli dell'Etiopia, della Spagna e dell'Albania e delle Alpi Occidentali, monteranno la guardia, con la giovinezza littoria, all'ara del Milite Ignoto ed ai monumenti dei Caduti nelle guerre vittoriose, del loro pensiero, dei loro propositi inneggiano alle Forze Armate nazionali che in un uragano di ferro e di fuoco si stanno battendo dal cielo d'Inghilterra al Mediterraneo, dall'Egitto all'Oceano Indiano: ed invocano, con tutti i combattenti e con tutto il popolo che lavora infaticabilmente, un solo nome, ormai divenuto sinonimo di Vittoria - il Duce , con un pensiero di omaggio anche al Capo della Nazionale Alleata, la Germania, che con l'Italia combatte cementata da un Patto di lealtà che non ha riscontro nella storia; la guerra contro il superstite imperialismo demoplutocratico inglese.
I bollettini di guerra segnano le tappe dell'avanzata italiana in Grecia. Lo storico incontro di Firenze fra Mussolini ed Hitler nell'annuale della Marcia su Roma ha "dimostrato una completa identità di vedute su tutte le questioni attuali" fra l'Italia e la Germania. La situazione determinatasi in Grecia, ripete molta parte della situazione norvegese prima dell'intervento tedesco. Come in Norvegia, l'Inghilterra ha trovato nella Grecia un'altra Nazione disposta ad immolarsi sull'altare del suo più bieco egoismo.
La nota presentata dal Ministro d'Italia ad Atene al Governo greco, il 28 ottobre, precisa con chiarezza inequivocabile la responsabilità dell'Inghilterra e del Governo greco nella presente situazione. "Il Governo italiano, si precisa, ha dovuto ripetutamente constatare come nel corso dell'attuale conflitto il Governo greco abbia assunto e mantenuto un atteggiamento che è in contrasto non solamente con quelle che sono le normali relazioni di pace e di buon vicinato tra le due Nazioni, ma con i precisi doveri che al Governo greco derivano dalla sua condizione di Stato neutrale".
Dette delle violazioni sistematiche del Governo greco ai propri precisi doveri nel corso del conflitto - oltre che alle vessazioni contro le genti della Ciamuria, giunse a mettere a disposizione dell'Inghilterra posizioni strategiche e basi aeree della Tessaglia e della Macedonia, destinate ad un attacco contro il territorio albanese, - la nota italiana concludeva: "Il governo italiano è venuto pertanto nella determinazione di chiedere al Governo greco - come garanzia della neutralità della Grecia, e come garanzia della sicurezza dell'Italia - la facoltà di occupare con le proprie forze armate per la durata del presente conflitto con la Gran Bretagna alcuni punti strategici in territorio greco.
Il Governo italiano chiede al Governo greco che esso non si opponga a tali occupazioni, e non ostacoli il libero passaggio delle truppe destinate a compierle.
Queste truppe non si presentano come nemiche del popolo greco, e in nessun modo il Governo italiano intende che l'occupazione temporanea di alcuni punti strategici, dettata da necessità contingenti e di carattere puramente difensivo, porti pregiudizio alla sovranità e all'indipendenza della Grecia.
Il Governo italiano chiede al Governo greco che esso dia immediatamente alle autorità militari gli ordini necessari perché tale occupazione possa avvenire in maniera pacifica.
Ove le truppe italiane dovessero incontrare resistenza, tali resistenze saranno piegate colle armi, e il Governo greco si assumerebbe la responsabilità delle conseguenze che ne deriverebbero.
Il Governo greco ha creduto, delittuosamente, di poter opporre resistenza all'avanzata italiana. Ma chi semina vento raccoglie tempesta. L'azione italiana stronca ogni resistenza e procede spedita alla meta.
Nei Balcani l'intervento italiano in Grecia trova giusta comprensione e valutazione: ed anche la Jugoslavia ha dichiarata la propria neutralità La marcia italiana è di liberazione dall'influenza inglese del Mediterraneo sud orientale.
Il Mediterraneo è mare di Roma, e solo in Roma deve trovare la propria legge di vita.



La vittoria in pugno
Da: "Corriere Valsesiano", 23 novembre 1940

Il Duce - dopo il discorso della dichiarazione di guerra - ha rotto il Suo silenzio nel quinto annuale delle Sanzioni: è la data che segnò la decisione irreparabile fra il vecchio e il nuovo mondo, fra le forze della reazione plutocratica e le forze dei popoli che hanno diritto alla vita. Dal 18 novembre 1935 si è iniziata la lotta mortale che non potrà cessare se non quando il campione di tutti i privilegi e di tutti i soprusi sarà piegato a terra per sempre.
Il Duce, che di questa rivoluzione fu l'antesignano, ha parlato lunedì 18 novembre - in un grande rapporto ai gerarchi del Partito -, per riaffermare l'assoluta e incrollabile volontà di vittoria, dando un'altissima consegna alle camicie nere e al popolo italiano. La consegna si riassume in queste parole: credere fortissimamente nella vittoria; operare fortissimamente per la vittoria.
Discorso forte di un forte Capo che parlava ad un popolo forte. Esame chiaro, realistico, completo della situazione politica e militare dell'Asse. Niente eufemismi, nessuna attenuazione della verità, tutto l'essenziale condensato in poche vigorose proposizioni, che si sono incise nella mente e nel cuore del popolo, il quale ha ascoltato il discorso dalla viva voce di Mussolini.
Il Duce ha indicato la genesi della grande crisi che travaglia l'Europa e impone ai popoli lo sforzo sanguinoso in cui sono impegnati. Il conflitto è stato voluto dall'Inghilterra, è stato imposto dall'Inghilterra; il popolo sa che Mussolini nelle ore decisive lavorò per la pace e solo per la pace. La pace poteva essere salvata: sarebbe bastato che a Londra si fossero riconosciute le vitali esigenze degli altri popoli europei, che si fosse rinunciato ad una pretesa egemonica priva di ogni giustificazione politica e morale.
Nulla da parte italiana fu trascurato per portare su questa via il Governo di Londra. Ma la comprensione delle necessità dell'ora mancò. La Gran Bretagna, credendo di poter risuscitare la coalizione di popoli che ebbe ragione nel '18 della potenza militare germanica, preferì affrontare con le armi la rischiosa partita, mettendo improvvisamente in gioco le sorti dell'Impero. Ogni tentativo di comporre, localizzandoli, i dissidi che dividevano l'Europa, fallì.
La lotta si è, quindi, spostata: oggi non si tratta più di decidere la soluzione di questo o quel problema; si tratta di sapere se l'Inghilterra debba avere o non debba avere diritto di signoria sull'intero continente, disponendo a suo beneplacito dei diritti e della vita dei popoli europei.
Si tratta di sapere se l'Europa è una comunità di popoli liberi e sovrani, o un collegio di minorenni corrigendi di cui Londra abbia la suprema direzione disciplinare. È, insomma, il problema dell'indipendenza e della libertà di tutti gli Stati continentali quello che sarà risolto dal conflitto in corso.
Sanguinoso conflitto, il cui esito non è per noi dubbio. L'Asse, come ha detto il Duce, ha già la vittoria in pugno. Blocco granitico di volontà e di forze, esso ha le iniziative su tutti i fronti. Le favole della propaganda britannica si sono disperse alla luce della parola mussoliniana come nebbie al sole.
L'Italia non usa nascondere nulla. Confessa i colpi che riceve, come quelli che inferisce al nemico. Ma la realtà indistruttibile è che le forze dell'Asse sono finora vittoriose su tutti i fronti ed appaiono in netta supremazia sugli avversari.
Non in tutti i teatri in cui si combatte le operazioni possono procedere col ritmo spedito, celere, fulmineo, che si vorrebbe, perché spesso il terreno, il clima, le situazioni logistiche e strategiche non lo consentono; ma il nemico ha torto di imbaldanzirsi ogni qual volta si segnala nel ritmo delle azioni belliche dell'Asse il minimo tempo d'arresto.
La sosta non è, nella guerra italiana e germanica, che la preparazione di nuovi obiettivi offensivi, di nuovi balzi in avanti. Non si illudano a Londra. Già altre volte i governi britannici si sono dovuti pentire amaramente dei loro eccessi di ottimismo. L'Italia non cade in tali eccessi. L'Asse ha sempre valutato le difficoltà dell'impresa. Non si nasconde che le prove che l'attendono sono dure, perché non è in un giorno e neppure in un mese e neppure in una stagione che si può trionfare di un Impero che rappresenta, come l'Impero inglese, una secolare condensazione di energie e di forze intercontinentali. Ma il paragone della terza guerra punica invocato dal Duce calza meravigliosamente alla storica vicenda che stiamo vivendo. L'Inghilterra è la moderna Cartagine. Per aspra che possa essere la sua resistenza, perirà per opera delle vergini forze germaniche e romane, alleate e decise a finirla con una oppressione intollerabile che asfissia la vita dei popoli.
Mussolini ci ha dato la conferma di un certezza che era già nei nostri cuori. L'ha fatta più franca e più salda in noi. Nel giugno, quando il dado fu tratto, Egli proclamò: vinceremo. Oggi, quella grande parola vola ancora una volta per il cielo d'Italia. Vinceremo è la parola d'ordine dei nostri valorosi combattenti, che in mare, in cielo, in terra, nel vastissimo sterminato teatro della guerra, affrontano quotidianamente, con eroismo ineguagliabile, i rischi supremi: la parola d'ordine di tutti i popoli pronti a ogni sforzo e ad ogni sacrificio per conquistare una vittoria destinata a dischiudere la via della libertà, della prosperità e della potenza.



La guerra è fatta dal soldato ma dev'essere vissuta dal cittadino
Da: "L'Eusebiano", 28 novembre 1940

L'abulia non è fra le doti negative del popolo italiano.
La nostra gente è uscita da millenni, da quello stato di minorità in cui si subiscono passivamente gli eventi e si lascia al tempo galantuomo il compito di mettere a posto le cose.
Dalla faida di comune alle lotte totalitarie del Risorgimento gli italiani - tutti, dai focolari alle linee avanzate - hanno forgiato col proprio spirito, col proprio sangue e con le proprie mani i destini della Patria.
Non siamo guerrafondai, nel senso piratesco della parola, che considerino il mondo come una riserva di caccia e che vivano di... selvaggina sfruttando egoisticamente le risorse altrui. Vivaddio! l'impero romano, pietra angolare delle civiltà moderna, non fu uno stato di predoni, se i popoli soggetti vissero e prosperarono sotto l'oculato dominio dell'Aquila d'Oro!
Da Roma cristiana non partirono condottieri di orde, se gli Araldi di Cristo seppero mansuetare l'incandescenza barbara e ridurla ad una fraterna convivenza di popoli e di nazioni!
Noi siamo convinti, come i nostri padri, che l'Italia ha una sacra missione da compiere nel mondo: Roma non invecchia e, anche oggi, sa di essere il cuore dell'umanità. Non misuriamo la nostra grandezza dai metri di territorio che il fante (eterno pellegrino della storia) sa strappare al nemico; non speculiamo sulla ricchezza dei vinti; non vogliamo vivere sulle depauperazioni inflitte a chi ci contrasta il cammino. La morale politica che splende a Roma è lui. L'era quella delle grandi epoche: dare alle genti una civiltà che non si diparta dai veramente immortali principi della Fede e del Diritto.
Perciò anche il popolino, nel presente cataclisma di rinnovamento universale, vive la grandezza tragica e gloriosa del momento e non si rassegna ad essere rimorchiata dalla vertiginosa corsa dei fatti. Sente la guerra e la vive.
La sente come dovere. Il popolo italiano, pensando alla sua gioventù che cammina sui fronti lontani, esce decisamente dal ritmo normale delle sue attività e si automobilita per allinearsi alle legioni combattenti. Nessuna discontinuità fra la casa e la trincea, nessuna incomprensione fra l'aratro e la spada, nessuna incompatibilità fra l'acciaio dell'officina e quello del cannone. Il blocco degli spiriti diventa il blocco del lavoro e delle armi. Ogni italiano diventa un combattente.
Il contadino ha condotto la seminatrice nei solchi. Non ha pensato soltanto al pane per il suo desco o ad un benessere confinato nel piccolo regno della famiglia: c'era - anche e soprattutto - un soldato che aspettava la messe, per trarre dalla messe la vittoria.
L'operaio è entrato nei sonanti cantieri a far cantare il maglio. Non aveva in cuore soltanto la sete di un salario che gli permettesse qualche comodità nella vita spicciola: c'era - anche e soprattutto - un esercito di fratelli che dal rombo dell'officina traeva i più lieti auspici per il coronamento del suo eroismo.
La mensa del popolo ha ospitato le prime limitazioni, eliminando prima il superfluo e il voluttuario, accettando poi quel giudizioso razionamento che assicura il domani e che toglie al cittadino ciò che darà al soldato.
La massa non ha protestato e non ha raccolto i guaiti di quei rari gaudenti che muoiono di fame quando non possono trangugiare fino alla consueta indigestione; non ha criticato la scomparsa di un chicco di caffè o la rarefazione di una zolla di zucchero; non ha imprecato contro l'interdizione dei pubblici balli, spettacoli di... prima necessità per la gioventù spensierata; non ha inveito contro l'oscuramento, che rende pericoloso il nottambulismo dei vagabondi; non ha sbraitato per l'abolizione delle autogite domenicali; non si è scandalizzato per il piatto unico dei listini alberghieri o per i nuovi abburattamenti del pane e per l'intermittenza nei servizi dei dolciumi; non è insorto per quell'intensificata vita vegetariana che così salutarmente viene a temperare il regime carnivoro.
La massa del popolo ha compreso che tutto ciò è necessario, che tutto ciò è doveroso; l'ha accettato con cosciente spontaneità e non ha tardato ad ambientarsi nella vita di guerra. Oh, se il soldato sacrifica tutto, come può essere ritenuto eccessivo un igienico... castigo al gorgozzule o un... moralissimo cappio alle gambe danzanti?
Il popolo sente la guerra e la vive.
La vive col soldato lontano, con le famiglie del soldato lontano.
La nostra gente non vanta la strategia idiota della mormorazione e non giudica l'andamento delle operazioni militari dallo spostamento delle bandierine sulle carte geografiche. Ha fiducia nei capi, nei combattenti, in se stessa.
Ha soprattutto fiducia in Dio. La Fede è norma di vita negli italiani, non soltanto sporadica manifestazione delle grandi ore. Noi crediamo fermamente che Dio sia con noi e con la nostra magnifica forza combattente. In Italia si prega nelle case e nelle chiese, ma si prega anche in trincea, anche sul mare, anche nell'aria. La nostra Fede non comanda a nessuno di incrociare le braccia in quest'ora di aspro ed eroico lavoro: si prega e si combatte, si prega e si fatica, si prega e si soffre, si prega e si aspetta il gran giorno trionfale.
Con questo popolo così uno di spirito, così consapevole nel proprio destino, così stretto al Dio degli eserciti, chi può dubitare del domani?
Domani vedremo - dopo di aver atteso senza impazienza - tornare i combattenti dal fronte. Ci guarderanno in volto e comprenderanno che noi li abbiamo seguiti nel loro faticoso cammino e ci saluteranno come i più validi collaboratori della loro e nostra vittoria.
D. Cesare Martinetti



Lo sforzo supremo e disperato dell'Inghilterra non la sottrarrà alla disfatta definitiva
Da: "Il Biellese", 17 dicembre 1940

I combattimenti in corso al confine libico-egiziano vengono osservati da Berlino con vivo interessamento per le difficoltà alle quali si trovano esposte le nostre valorose truppe, ma con piena fiducia nel risultato finale della battaglia. Si osserva generalmente in questi circoli competenti che se anche la vittoria dovesse rimanere per il momento agli Inglesi o piuttosto alla accozzaglia di popoli asiatici e oceanici da essi mobilitata contro di noi, sarebbe soltanto una vittoria di Pirro, destinata a pesare in fin dei conti come una nuova disfatta nel bilancio complessivo della condotta di guerra britannica.
Sempre a proposito dell'offensiva inglese contro l'Italia in un chiaro articolo di fondo il "Popolo d'Italia" osserva sotto il titolo "Fierezza virile" che "questa fase della guerra è caratterizzata da un'esasperata intensificazione dell'attività bellica britannica, accompagnata da violente ondate propagandistiche contro l'Italia. Nell'impossibilità di colpire direttamente la Germania, l'Inghilterra addensa e scaglia contro di noi tutte le sue forze e le sue risorse: forze e risorse raccolte dalla metropoli inglese, dall'Africa, dall'India, dall'Australia; forze e risorse di quattro continenti. È il suo sforzo supremo e disperato. Dei sacrifizi che avremmo dovuto affrontare eravamo perfettamente consapevoli fino dal nostro intervento e perciò la nostra decisione del 10 giugno assume sempre più il valore di una coraggiosa e virile sfida. Ma schierando tante forze e mostrando tanto accanimento contro di noi, il nemico non fa che riconoscere e valorizzare il fattore italiano in questa titanica lotta d'Imperi. Questo fattore è ineliminabile e l'Inghilterra non potrà mai distrarre le sue forze dal Mediterraneo, per destinarle a reagire ai terrificanti martellamenti dei bombardieri germanici sulle sue isole ed a spezzare la morsa inesorabile dei controblocco. Oggi siamo fieri di attirare e di sostenere da soli l'onere e l'onore di tutta la potenza e di tutta l'aggressività del più grande impero del mondo, mentre in campi più lontani, ali e sommergibili italiani continuano a coadiuvare l'alleata nella sua implacabile azione di isolamento e di sistematica demolizione delle isole nemiche. In questo accanimento inglese, come ci testimonia il livore della propaganda di Londra, non c'è soltanto uno scopo militare, ma c'è anche un profondo motivo di odio e di vendetta contro l'Italia che non avrebbe dovuto mai osare di chiedere un posto al sole, di aspirare ad una espansione per le necessità di vita del suo popolo, e che invece avrebbe dovuto rassegnarsi a una perpetua soggezione politica ed economica. Oggi il mondo intero guarda stupito a questo gigantesco duello. Noi siamo fieri del gravissimo compito assuntoci e del contributo che in quest'ora diamo alla causa dell'Asse, al trionfo delle due Rivoluzioni contro la vecchia Europa".
Sulla portata militare delle azioni anglo-greche la stampa tedesca esprime dei giudizi nettamente sfavorevoli alla strategia britannica che è alla ricerca di diversivi senza che tali diversivi le permettano di sfuggire all'inesorabile morsa delle forze dell'Asse che la stringono alla gola. "Sulle prime è chiaro che gli inglesi si sentono un po' sollevati nel Mediterraneo, ma si vedrà quanto questo respiro potrà durare. Sicuramente osserva la "Frankfurter Zeitung" - esso sarà limitato, mentre l'Italia dispone di grossissime riserve d'ogni natura. Dal punto di vista della condotta generale della guerra, rimane decisivo il fatto che la massima quantità possibile di forze inglesi sia consumata nel Mediterraneo, dove lo sbarramento italiano continua a costituire un danno gravissimo per la condotta di guerra inglese.
D'altronde, anche se fossero vere le più fantastiche voci messe in circolazione dalla propaganda britannica su pretese vittorie inglesi e greche, ciò non muterebbe il loro carattere secondario e periferico nel momento in cui l'Inghilterra stessa e la sua industria bellica sono ridotte metodicamente in frantumi dall'Aviazione dell'Asse e private di ogni possibilità di rifornimenti esterni dai sottomarini italiani e germanici operanti nell'Atlantico e nel Mare del Nord. L'Alto Comando germanico - conclude l'articolo - conosce la strada sulla quale l'Inghilterra può essere battuta fisicamente e percorre questa strada con decisione e con prudenza, assicurandosi ogni successo con la più accurata e paziente preparazione, in attesa del momento migliore. Esso raggiungerà così l'obiettivo finale: il collasso del nemico. Ma a questo nemico manca, così di fronte alla Germania come di fronte all'Italia, qualsiasi adeguata possibilità di attacco immediato e decisivo per le sorti della guerra".
Giustamente altri giornali italiani sottolineano che alla disperata offensiva inglese è mancato e mancherà anche in avvenire il suo principale obiettivo che è quello di scuotere l'impavida calma degli italiani. Il popolo italiano rimane padrone dei propri nervi. Questa è la verità controllabile in tutti i più remoti angoli del nostro paese per cui possiamo, a ragion veduta, concludere col "Popolo d'Italia" che se le vittorie esaltano il nostro popolo, "il sacrificio a dispetto del sadico sciacallismo nemico, non lo deprime, ma ne rinvigorisce la virile serenità, ne rinsalda i propositi, ne ravvisa l'impavida fede e lo spinge a serrarsi più solidale e fidente attorno ai figli che combattono. È un popolo che sa tirare diritto. Anche oggi esso è soltanto proteso verso la vittoria definitiva, che è quella che conta e che ci sembrerà tanto più bella e meritata quanto più avremo duramente combattuto".