Antologia di articoli di giornali locali
Settembre-dicembre 1940
"Spezzeremo le reni alla Grecia"
A cura di Piero Ambrosio
Da un articolo edito in "l'impegno", a. X, n. 3, dicembre 1990
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Sono stati consultati: "Il Biellese", Ufficiale dell'Azione Cattolica Biellese a. LIV, il "Corriere
Valsesiano", a. XLVI, "L'Eusebiano", Ufficiale dell'Azione Cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli, a. XII; "Il
Popolo Biellese", bisettimanale fascista, a. XIX, "La Provincia di Vercelli", Foglio d'ordini della Federazione
dei Fasci di Combattimento di Vercelli, a. XVIII, "La Sesia", giornale di Vercelli e provincia, a. LXX.
Non è stato possibile consultare "La Gazzetta della Valsesia" poiché nelle biblioteche pubbliche locali
non è conservata alcuna collezione di questo periodico.
Si ringrazia l'Editrice Valsesia per aver consentito la consultazione della collezione del "Corriere Valsesiano".
Presentazione
Proseguendo la rassegna degli articoli tratti dalla stampa
locale di cinquant'anni fa, ci occupiamo, in
questo numero, dei commenti dedicati agli avvenimenti dell'ultimo quadrimestre del
1940.
Dopo la capitolazione della Francia (ad opera delle armate tedesche e non certamente di quelle
italiane, entrate in guerra per l'illusione di Mussolini di pagare con qualche migliaio di morti la sua presenza
al tavolo delle trattative di pace), contrariamente alle previsioni dei capi fascisti, la Gran Bretagna continua
la lotta (e il settimanale fascista "Il Popolo Biellese" non mancherà di ricordarlo, ogni settimana, ai
propri lettori con un richiamo pubblicato in tutta evidenza sopra la testata).
Dopo alcuni mesi di guerra alcuni giornali, anche locali, cominciano a fare i primi bilanci, più che
altro infarciti di retorica ai massimi livelli: il settimanale della Federazione fascista vercellese a metà
settembre parla senza alcun pudore (eppure si era già potuto verificare la scarsa preparazione del nostro
esercito durante le operazioni contro la Francia) di "mirabile preparazione", di "schiacciante superiorità" del
tricolore, che "domina incontrastato" nel Mediterraneo, e di "immancabile vittoria".
Le cose, come si sa, cominceranno tuttavia ben presto a volgere al peggio prima con la resistenza del
piccolo esercito greco che, attaccato alla fine di ottobre, riuscirà non solo ad immobilizzare l'aggressore ma
a ricacciarlo al di là dei confini e ad invadere l'Albania, poi con le prime perdite inflitte dagli inglesi
alla marina italiana, perfino nel porto di Taranto, e con la controffensiva in Africa settentrionale e in Etiopia.
I giornali, che ai primi di novembre scrivevano di "marcia irresistibile in Grecia", dovranno ben
presto evitare il ricorso al trionfalismo e alle iperboli e, più sommessamente, ammettere che non in tutti i teatri
di guerra le operazioni procedono con "ritmo spedito, celere, fulmineo", che vi sono "battute d'arresto"
a causa del terreno, del clima e di "situazioni logistiche e strategiche"; si accenna addirittura
all'eventualità che la vittoria possa "rimanere per il momento agli inglesi". A ben leggere si possono già scorgere i
primi segni di un' "immancabile" sconfitta.
Gli articoli
Forza della volontà e potenza delle armi
Da: "La Sesia", 6 settembre 1940
Dal 3 settembre 1939, in cui tuonò il cannone della nuova guerra europea, è passato un anno, e gli
eventi susseguitisi han portata secolare: la Polonia scomparsa dalla carta politica d'Europa, occupata la
Norvegia, sommerse la Danimarca, l'Olanda, il Lussemburgo ed il Belgio, intaccata l'integrità della Francia;
poi l'intervento armato dell'Italia, con il conseguente crollo definitivo della Francia costretta a
chiedere l'armistizio; quindi la guerra nel Mediterraneo - precluso alla flotta inglese - la conquista del Somaliland
per parte delle truppe d'Italia, mentre la Germania assoggetta a ininterrotto martellamento di ferro e di
fuoco l'intero territorio metropolitano inglese.
E, fra il frastuono della guerra, l'opera di pacificazione compiuta dalle Potenze dell'Asse nel settore
danubiano-balcanico coronata dall'arbitrato di Vienna.
Il contributo di sangue dall'Italia portato nella guerra è decisivo. Dopo il periodo di non belligeranza
l'Italia entra per decisione propria nel conflitto perché avverte sempre in se stessa, il diritto eminente di non
restare estranea ad eventi decisivi nella storia dei popoli e di dettare, così come la Roma dei Consoli e dei Cesari,
le parole supreme della verità e della giustizia.
Sono infatti due secoli e due idee quelle che si battono sui campi di battaglia dal Baltico all'Oceano
Indiano; sono due sistemi di vita, di morale e di politica che si affrontano per collaudare la propria stabilità e
la resistenza delle loro affermazioni; sono due costruzioni ideologiche che si cimentano nel più cruento
conflitto, dal quale una dovrà uscire domata, poiché su di essa si leverà fulgente la spada dell'altra. La previsione
non è discutibile, dato che sono in lotta - lotta a morte, senza quartiere - l'interesse contro il diritto, la
supremazia capitalistica contro la supremazia morale e spirituale, la sete di arricchimento contro l'ansia di equità e
di giustizia; il tradizionalismo più vieto contro la dinamica delle generazioni più giovani ed irrompenti
nella realtà del domani, di regno dell'oro contro quello delle armi, il dominio della materia contro il dominio
della volontà e dello spirito che anela di dettare le proprie leggi ed instaurare su di esse una nuova era di storia
dei rapporti fra i popoli.
Guerra rivoluzionaria, quindi guerra di popoli. È un conflitto di idee che necessariamente porterà
alla instaurazione di una nuova norma e di una nuova legge nell'Italia proletaria e fascista che ha impegnato
le proprie armi nel conflitto, sente il fascino immenso che promana è una guerra così grandiosa di
rinnovamento, dalla quale tutte le forze vive e feconde dovranno derivare il loro giusto e doveroso riconoscimento.
Poiché è una nuova era quella verso la quale si cammina a passo cadenzato e deciso, nel moto del tempo
scandito dalle nostre ali vittoriose nei cieli, dalle nostre prore domatrici dei mari, dal nostro invitto e glorioro
Esercito delle fronti alpina e d'Africa: è un nuovo ordine rivoluzionario che l'Italia e la Germania creano, è una
nuova legge ed una nuova norma che Roma e Berlino stanno dettando al mondo.
Per vent'anni l'Italia faticò per attuare il nuovo ordine con mezzi pacifici e fu irrisa da chi, sul suo
sangue, si impinguò a Versaglia; cercò il suo posto al sole, il suo spazio vitale in Africa, e per risposta i vecchi
alleati le decretano le sanzioni. Allineata con gli strapotenti durante la guerra mondiale, oggi è allineata ai
diseredati, ma decisa alla lotta strenua - facendo leva non soltanto sulle armi ma sulle virtù costruttrici, sulle
forze creatrici e sulla più cosciente disciplina di popolo - poiché sarà, nella vittoria certa di domani, il trionfo
della giustizia e dell'onore.
Mentre inizia il secondo anno della guerra - per gli alleati tedeschi - il popolo italiano sa che sono le
forze della mente, dello spirito e del cuore quelle che soprattutto piegano gli eventi. La guerra è il mezzo più
forte e più decisivo per il raggiungimento delle mete storiche dei popoli e l'agone in cui veramente si vagliano
le forze di ognuno; è il collaudo più severo, nel quale i deboli, gli imprevidenti, e gli stolti
necessariamente soccombono poiché su di essi prevalgono i forti ed i saggi, quelli che più spiccata posseggono la volontà
di imporsi e di vincere.
È l'imperativo categorico che si ripete; un imperativo del quale l'Italia fascista sente oggi l'immane
portata, e per assolvere il quale mette in campo le forze più vive della volontà e delle sue armi, indirizzate alla
meta folgorante: Vincere.
d. rat
Annientamento della potenza britannica
Da: "La Provincia di Vercelli", 13 settembre 1940
Il 10 settembre si è concluso il terzo mese della guerra in atto fra l'Italia e l'Inghilterra. Non è
necessario ricordare ciò a scopo commemorativo, poiché per simili rievocazioni, a cose finite, sceglieremo la data
della vittoria. E nemmeno è necessario fare un bilancio materiale delle perdite subite dall'avversario, nei punti
più gelosi e importanti del suo vasto dominio imperiale, giacché i circostanziati bollettini quotidiani
costituiscono la documentazione precisa chiara, inconfutabile della nostra mirabile preparazione e della nostra
schiacciante superiorità.
Entrando nel quarto mese di guerra, è, invece interessante, per un bilancio morale del conflitto, uno
sguardo panoramico alla situazione che giovi a precisare come l'offensiva italiana contro la Gran Bretagna si
sia sviluppata, con uguale forza e tempestività, secondo i tre aspetti attraverso i quali il prestigio inglese,
con molte esagerazioni, era venuto consolidandosi nel mondo, e cioè: la potenza bellica, la saldezza politica e
la compatta integrità dell'Impero.
Sono dunque passati appena tre mesi dall'inizio delle ostilità, ma la compagine dell'impero
britannico dimostra i segni di una fatale e inarrestabile disintegrazione; così da far pensare che, pur tenendo conto
di misteriose e per ora non valutabili forze latenti e di troppo invocati e scarsamente concessi aiuti
oltreoceanici, il momento cruciale sia presto superabile e incominci la parabola dell'inglorioso tramonto. La guerra
contro la Gran Bretagna è una guerra imperiale, combattuta - ahimè, per la prima volta! - dagli inglesi in difesa
dei loro ricchi, prosperi e redditizi possedimenti extracontinentali. Questa guerra l'Italia ha affrontato
risolutamente ed eroicamente il 10 giugno 1940: compito duro e magnifico, la cui conclusione porrà il definitivo
fastigio al nuovissimo Impero dei Savoia e di Mussolini. La rapidità delle azioni vittoriose italiane, dà poi alla
storia di questa guerra, un ritmo travolgente di epopea. Superato il vecchio sistema bellico, che ha, in gran
parte, determinata la sconfitta di nazioni decadenti come la Francia, l'Italia fascista ha assunto l'iniziativa
della lotta nei territori dell'Impero britannico, con una decisione di cui solo è capace l'eroismo consapevole
e meditato della sua giovinezza. Dopo tre mesi di azioni vittoriose, il consuntivo è di un'eloquenza
senza confronti. Il Somaliland, costituito e rafforzato per fiancheggiare la difesa della via delle Indie, è
scomparso; il prezioso possedimento del Kenia è gravemente corroso; attaccata e incalzata la redditizia ipoteca
del Sudan; minacciato non l'Egitto, nella sua giusta e intangibile indipendenza, ma il duro e
inammissibile dominio britannico che in quella si è prepotentemente sovrapposto. Nel lato opposto dell'Oceano
Indiano, Aden è irrimediabilmente paralizzata e farà forse presto la drammatica esperienza dell'ostilità sorda e remota
delle circostanti nazioni arabe.
Nel Mediterraneo, dove un giorno la formidabile (!) flotta inglese entrava come in casa propria e
che logicamente avrebbe dovuto costituire il teatro più idoneo per le sue vittorie, la situazione è stata per
gli inglesi desolante e quasi ridicola, poiché vi domina, incontrastato nei venti, il tricolore italiano. E
questo risultato è stato ottenuto, contro precedenti favorevolissimi all'Inghilterra, che, all'inizio delle ostilità,
aveva nel Mediterraneo forze navali, le quali superavano di un terzo quelle italiane. All'atto pratico, contro
l'impeto e la perizia degli italiani, la marina inglese, carica di una mirabile tradizione di parate, di eleganza e
di prestigio, s'è rivelata assolutamente insufficiente, per la conquista delle decisive posizioni nel
Mediterraneo; allo stesso modo che la difesa navale dei convogli è stata inefficace nell'Atlantico, sotto il martellamento
dei sottomarini italiani e delle armate navali ed aeree germaniche.
La vittoriosa affermazione della Potenza dell'Asse tuttavia, si manifesta con singolare evidenza anche al
di là dei più infuocati settori di operazione diretta. E ciò, da un lato dimostra come lo sgretolamento
della compagine imperiale britannica sia una fatalità ineluttabile, che può essere temporaneamente
dilazionata, ma non arginata; dall'altro rivela la risoluta e ormai confessata
determinazione dei paesi legati a forza alla Corona inglese, di cogliere questa favorevolissima occasione, per affermare un'autonomia lungamente
invocata e di coronare i sogni di nazionalismi sanguinosamente repressi. Il quadro di una simile situazione che
di giorno in giorno peggiora, è tutt'altro che consolante. L'India è isolata, non solo moralmente, ma
quasi anche materialmente: la serie dei digiuni che Gandhi vuole incominciare, farà sorgere forse l'ultima
incognita per la dominazione inglese. Dall'Africa del Sud, ormai essenziale per la difesa della seconda via
imperiale, quella del periplo africano, - l'unica rimastale dopo la chiusura di Suez e il blocco del Mediterraneo e
del Mar Rosso - l'Inghilterra sente salire l'ansito di agitazioni autonome e avverte rivoluzioni latenti.
Le ultime speranze dell'Inghilterra erano fondate sugli invocati, e finora non pienamente accordati,
aiuti americani; ma l'intervento operante del nuovo mondo nel conflitto europeo, a favore degli
"affinissimi" inglesi, pare tanto difficile quanto pericoloso. Gli ultimi avvenimenti della politica fra Inghilterra e
Stati Uniti, sembrerebbero invece denunciare la verità opposta: il baratto dei possedimenti britannici
dell'Atlantico contro cinquanta navi longeve, può considerarsi il primo atto del trasferimento della potenza
imperiale inglese agli Stati Uniti, che hanno assunto anche la difesa degli interessi britannici in Asia, dove
l'Inghilterra è ormai assolutamente assente. Lungi del significare solidarietà di interessi fra americani ed inglesi e
senza pensare ad un intervento diretto delle forze americane in Europa, gli avvenimenti di questi ultimi
giorni dimostrano, secondo noi, la risoluta volontà degli Stati Uniti di assicurarsi i necessari guadagni per
l'aiuto accordato fin qui. L'America ha interesse al prolungamento della guerra per le forniture militari e i
prestiti finanziari, non ad intervenire direttamente ed a crearsi nemici in Europa, che è il mercato naturale
e insostituibile per la superproduzione da cui l'America è congestionata.
Garantendosi i possessi inglesi dell'Atlantico, i quali non porteranno nessun beneficio apprezzabile
per arginare la prossima sconfitta inglese, gli Stati Uniti si sono assicurati un'ipoteca per ciò che hanno
dato, mentre possono sostituirsi con un nuovo dominio politico, militare e finanziario alla crollante
potenza britannica.
A questo bilancio del fallimento inglese, l'Italia, in tre mesi di aspra e tenacissima lotta, ha recato
un contributo decisivo. La guerra potrà proseguire ancora altrettanto, e magari avere altri sviluppi. È certo
però, che da questo bilancio fallimentare di un trimestre, possiamo intravvedere quello materiale e morale
che sarà l'immancabile risultato della nostra guerra vittoriosa.
Giesse
La Rivoluzione continua
Da: "Corriere Valsesiano", 5 ottobre 1940
Un evento eccezionale, e che potremmo definire di portata secolare, si è verificato in questi ultimi giorni
col patto che a Berlino ha trasportato sul piano dell'alleanza politica, militare ed economica, quell'alleanza
che si potrebbe dire spirituale e che da più anni legava le Potenze dell'Asse al Giappone.
Un blocco di acciaio e di possente volontà è sorto in tal modo per dare al mondo quel nuovo ordinamento
del quale ha assoluto e urgente bisogno per continuare e progredire.
Questo è l'avvenimento più importante che si sia avuto in campo internazionale dall'avvento del
Fascismo ad oggi. Infatti il Patto di Berlino non soltanto pone il mondo di fronte a un fatto compiuto e ad una
realtà formidabile, ma incarna anche la evoluzione rivoluzionaria fascista nella sua fase più decisiva di
espansione e di conquista. Si potrebbe ugualmente dire che la Rivoluzione delle Camicie nere, fianco a fianco
con quella delle Camicie brune, scende in campo internazionale, ergendosi vittoriosa e terribilmente esuberante
di energie vitali di fronte al macabro e pur tuttavia solido rottame umano e antistorico della demoplutocrazia.
Sono i popoli giovanissimi - poveri di oro, ma ricchi di figli, di braccia, di intelligenza, di capacità
lavorativa e di maturità storica e civile - che passano all'ultimo decisivo attacco contro un mondo
irrimediabilmente condannato.
Sono tre solidissime grandi Potenze che totalizzano il più potente blocco di uomini, di armi e di
decisione che sia mai esistito.
In sintesi, è la Rivoluzione fascista trasportata sul piano mondiale per realizzare quegli stessi principi
ottenuti nell'interno della nazione. Si tratta di rivedere i diritti e i doveri, e di instaurare, nei rapporti fra i vari
popoli e le varie nazioni, quella stessa giustizia sociale, quella stessa graduata gerarchia e quelle stesse
rivendicazioni che, traendo un più ampio respiro, venivano a rappresentare lo stato proletario, come - in scala più
ridotta, ma sotto la stessa valutazione storica morale e umana - avevano rappresentato la posizione del lavoratore.
La Rivoluzione fascista, impostata sulla giustizia, sostenuta dai valori spirituali della razza, guidata
senza esitazione e senza errori da una mano formidabile, collaudata dalla vittoria interna, è stata
impostata decisamente sul piano internazionale con la conquista dell'Etiopia e con la vittoria sulle sanzioni. Ha
vinto le prime battaglie di fronte all'Home
Fleet, a Ginevra e in Ispagna; si è imposta a Monaco e a Tirana,
a Vienna e a Varsavia, e, sprigionando tutta la sua forza vitale e inarrestabile, ha spazzato via il bieco e
torvo dominio dell'Oro e del Gran Capitale da tutta quanta l'Europa con le scrollate vittoriose che vanno
da Narvik a Mentone e dal Moncenisio a Dunkerque.
Si appresta ora a cacciarlo dall'Africa e dall'Asia per liberare i popoli da un ingiusto servaggio, per
purgare le sinagoghe, perché infine le nazioni possano riprendere la loro vita normale e dedicare le loro riserve
di energia e di intelligenza a creare quella nuova storia che ha avuto origine nel '19 in piazza S. Sepolcro, e
si sta ora imponendo al mondo.
Non c'è chi non veda la funzione direttiva che ha Roma in tutto questo rivolgimento. Si sta realizzando
il vaticinio di una grande mente del nostro Risorgimento, che da Roma vedeva sorgere con animo presago
una civiltà nuova, che in sé assimilasse la forza del diritto di Cesare e la virtù del dovere di Cristo.
Prova di questo è la capacità indiscussa e assoluta che in ogni occasione i nuovi Capi della
Rivoluzione hanno dimostrato di avere. Essi daranno al mondo un ordinamento e delle basi tali da garantirne lo
sviluppo storico ed il progresso per un tempo che potrà essere di secoli.
Adesso che le forze nuove e sane si son tese la mano in un vincolo che sarà fecondissimo di risultati,
staremo a vedere di quali reazioni sarà capace il mondo. Vi saranno (e già ve ne sono in corso) degli allineamenti.
Vi saranno nazioni, invece, che muteranno precipitosamente rotta, rinculando impressionatissime dall'orlo
del baratro cui si erano incautamente affacciate. Qualcuna, forse, attratta da vertigine, vi cadrà dentro e
sarà travolta Ma nulla potrà più mutare il corso degli eventi.
Sgomento, rabbia, livore, smarrimento non arresteranno di un attimo la marcia italo-tedesca in Europa e
in Africa, come non ritarderanno di un solo istante le realizzazioni nipponiche nella "più grande Asia".
Se qualcuno poi volesse balordamente tentare la prova delle armi, sarebbe condannato a priori e
inesorabilmente tolto di mezzo.
E mentre certe simpatie nordamericane, teneramente anglofile ma, ahimè! impotenti, cominciano a
calmarsi e a far rientrare nell'ombra i bollenti spiriti, noi, che abbiamo la fortuna di vivere da protagonisti
vittoriosi il periodo più intenso che l'umanità abbia mai conosciuto, assistiamo all'affilarsi degli acciai per
l'attacco ultimo e definitivo.
Londra e Suez sono il cervello e la spina dorsale dell'impero britannico. Le forze dell'Asse
convergono ormai inesorabilmente su questi due obiettivi, e siamo certi che quando Mussolini e Hitler lo
vorranno, anche queste due ultime posizioni dovranno rovinare e crollare come tutte le precedenti.
Churchill, il distruttore dell'Impero inglese, penserà forse - se pur è ancora in grado di pensare - che
l'Egitto non recò fortuna a Napoleone, e che Napoleone stesso non riuscì a sbarcare in Inghilterra, nonostante
avesse preparato un corpo di spedizione formidabilmente agguerrito. I Lords consiglieri, dopo una trincata
di whisky per non tremare dal freddo e dalla santa fifa che incutono i bombardieri tedeschi, lo
rassereneranno assicurandogli che Napoleone fu ben più pericoloso che non Hitler, Mussolini e il principe Konoe, e
finì tuttavia a Sant'Elena.
Penseranno però Mussolini e Hitler e i loro eserciti vittoriosi a riserbare agli ostinati e ai caparbi
inglesi ancora più amare sorprese e altrettanti amarissimi dispiaceri.
Francesco Lova
Mussolini dominatore degli eventi
Da: "Il Popolo Biellese", 14 ottobre 1940
Non è necessario dimostrare che gli avvenimenti odierni costituiscono la parte cruciale di un
rivolgimento politico, sociale ed economico che si avvia verso il suo naturale epilogo.
Più che i commenti, i fatti ed i loro necessari sviluppi hanno reso ormai generale questa convinzione.
In questo momento di accesa lotta che segna il trapasso fra un vecchio e nuovo ordine di cose, è quanto
mai suggestivo e significativo uno sguardo d'insieme a quel complesso di fatti ed avvenimenti che hanno
preceduto e preparato l'attuale crisi risolutrice.
Lievito e fulcro della politica europea, noi troviamo subito, fin dal suo primo affermarsi, il Fascismo.
Durante il periodo di paziente preparazione, lo stato politico d'Europa soffoca i nuclei italiani,
tedeschi, magiari, con le masse di una Gran Bretagna monopolizzatrice dell'Intesa Ginevrina, di una Francia
imperiale gravitante nel Mediterraneo, dell'Internazionale Rossa che minaccia dagli Urali e dalla Spagna, di
una penisola Balcanica irrequieta e in buona parte ostile. Questo lo stato delle cose fino ad un quinquennio
fa. Con l'inizio della campagna etiopica viene inferto il primo colpo violento all'equilibrio pericoloso che
le maggiori Potenze si sforzavano di mantenere per godere gli effetti di una ingiusta pace.
Subito dopo è la volta della Spagna. E la Spagna latina e cattolica oppone un altro blocco alla
pericolosa influenza dei padroni del mondo. È una presa di posizione indispensabile. Soltanto allora, con una
sincronicità che solo un'assoluta identità di vedute e un accordo perfetto potevano permettere, la Germania impone
i suoi diritti e prende l'iniziativa in Cecoslovacchia. Le condizioni sostanzialmente mutate accordano già
alle Potenze dell'Asse un più ampio respiro. Tempestivamente segue l'annessione dell'Albania: i Balcani
sono strategicamente bloccati. Da queste posizioni l'Asse dà battaglia per conquistare quelle mete che sono
state già precedentemente raggiunte con altrettante battaglie diplomatiche e altrettante vittorie.
Ora, battuta la Francia, stritolate le terre dell'impero inglese, stanno per crollare gli ultimi aspetti del
vecchio imperialismo capitalistico. Di fronte ad un avvenimento storico di così vasta portata lo studio delle
cause acquista un valore importantissimo, specialmente per noi Italiani che siamo stati alla testa del movimento.
È un fatto evidente che gli sviluppi della situazione presente hanno sempre avuto un'aderenza perfetta
con tutti i passi della nostra politica. Si può dire che l'evoluzione dei tempi abbia collaborato alla fatica di
un Condottiero: Mussolini.
A questo punto ci si pone il problema di capire cioè, come un uomo abbia potuto conciliare i
possibili sviluppi di un'età di là da venire con i piani della Nazione e se questi siano stati adattati a quelli o viceversa.
Nel primo caso, che venisse cioè ordinato il grandioso piano d'azione sulla traccia ed in conseguenza
di determinati eventi, bisogna premettere ed ammettere una lucidità e una potenza di previsione
eccezionali. Ma simili previsioni sono poco attendibili nella vita dei popoli che subiscono l'influsso di tanti
elementi estranei, specialmente se ci si limita al calcolo di probabilità indipendenti da noi.
Mussolini predisse, è vero, che il periodo 1935-40 sarebbe stato cruciale per l'Europa; e il fatale
verificarsi della predizione ebbe tutti i caratteri della profezia. Ma Egli disse questo sapendo di dover fare pesare la
sua volontà come forza, di dovere imporre la soluzione di una situazione insostenibile in un periodo che,
con sufficiente chiarezza, poteva considerare maturo.
Sotto questo punto di vista allora, appare più logica l'altra considerazione: che seguendo cioè un suo
grandioso piano ben determinato, Lui, il Genio, abbia potuto piegare gli eventi, costringere al suo volere il corso
degli avvenimenti come e quando Egli volle, dominare i tempi. Si agita così, ancora una volta, una
questione famosa che entusiasmò Grandi di tutti i tempi da Dante all'Hugo, da Nietzsche a Carlyle, per provare cioè
se un capo può improntare la sua generazione e il suo tempo alla propria volontà.
Ma a parte la possibilità o meno di queste affermazioni di personalità eccezionali, nemmeno questa
ipotesi può essere considerata in senso assoluto. E prima di tutto perché il Fascismo nella sua dottrina come
nella sua politica, non ha mai avuto piani rigidamente prestabiliti, cui uniformare la vita e l'attività di un
popolo. La fulgida meta della grandezza della Patria, posta al di là e al di sopra di ogni aspirazione, è l'unico
punto fisso della teoria. Il resto è affidato alla pratica che volta per volta affronta le difficoltà delle nuove
situazioni e le risolve secondo le circostanze e le possibilità.
Concludendo allora, l'opera meravigliosa di rinnovamento cui abbiamo assistito fin dagli inizi e che
adesso sta per risolversi, non è basata sulle virtù puramente profetiche del suo artefice, né è dovuta alla forza di
una volontà che piega i tempi ad un suo progetto preordinato. Queste due qualità, essenziali fra le virtù di
un Condottiero, sono a loro volta frutto di un altro pregio personalissimo del nostro Duce: lo studio cioè e
la comprensione dei tempi contemporanei, dei loro bisogni e delle loro passioni, dei loro ideali e delle
loro forze, nei popoli come nelle razze, negli individui come negli ambienti e nelle condizioni più varie.
Senza questa conoscenza reale che è comprensione profonda degli istinti naturali delle genti, non è possibile
prevedere gli sviluppi eventuali di una situazione o di un conflitto. Senza questa esatta valutazione
costante delle varie forze che si debbono superare, coordinare o neutralizzare, qualsiasi previsione sarebbe errata
o infondata e impossibile sarebbe violentare il naturale corso della Storia. Il quale, siamo convinti, non è
se non un lento fluire cui il ritmo è dato dalla combinazione di infinite forze più o meno valutabili, che
vanno dalle manifestazioni puramente individuali a quelle collettive di portata sempre più vasta, come la
diffusione di un libro, un fenomeno economico, sociale, religioso.
Ma mediante la conoscenza reale e non fittizia del proprio secolo e l'adesione alle sue aspirazioni, un
Uomo che abbia saputo capire e vedere, e che in sé accolga la forza per far confluire più rapidamente nel suo
corso la Storia di questa Umanità, può valorizzare le tendenze di una Nazione, portarla alla testa di questo
flusso di secoli e improntare i nuovi tempi al suo Genio immortale.
Franco Florio
Azione militare in Grecia per stroncare propositi aggressivi inglesi
Da: "La Sesia", 1 novembre 1940
Sembra a chi scrive di buon auspicio porre nella luce della celebrazione della Vittoria di Vittorio
Veneto, conseguita dall'Italia contro l'Impero Asburgico ventidue anni or sono, l'azione che le truppe italiane
proprio in questi giorni sacri alla celebrazione della Vittoria, vanno sviluppando con marcia irresistibile in Grecia.
Il fatto è pieno di virili promesse per la Vittoria sull'Impero britannico e per l'avvenire dell'Impero fascista.
I combattenti del Carso e del Piave, che lunedì, a fianco a quelli dell'Etiopia, della Spagna e dell'Albania
e delle Alpi Occidentali, monteranno la guardia, con la giovinezza littoria, all'ara del Milite Ignoto ed
ai monumenti dei Caduti nelle guerre vittoriose, del loro pensiero, dei loro propositi inneggiano alle
Forze Armate nazionali che in un uragano di ferro e di fuoco si stanno battendo dal cielo d'Inghilterra
al Mediterraneo, dall'Egitto all'Oceano Indiano: ed invocano, con tutti i combattenti e con tutto il popolo
che lavora infaticabilmente, un solo nome, ormai divenuto sinonimo di Vittoria - il Duce , con un pensiero
di omaggio anche al Capo della Nazionale Alleata, la Germania, che con l'Italia combatte cementata da
un Patto di lealtà che non ha riscontro nella storia; la guerra contro il superstite imperialismo
demoplutocratico inglese.
I bollettini di guerra segnano le tappe dell'avanzata italiana in Grecia. Lo storico incontro di Firenze
fra Mussolini ed Hitler nell'annuale della Marcia su Roma ha "dimostrato una completa identità di vedute
su tutte le questioni attuali" fra l'Italia e la Germania. La situazione determinatasi in Grecia, ripete molta
parte della situazione norvegese prima dell'intervento tedesco. Come in Norvegia, l'Inghilterra ha trovato
nella Grecia un'altra Nazione disposta ad immolarsi sull'altare del suo più bieco egoismo.
La nota presentata dal Ministro d'Italia ad Atene al Governo greco, il 28 ottobre, precisa con
chiarezza inequivocabile la responsabilità dell'Inghilterra e del Governo greco nella presente situazione. "Il
Governo italiano, si precisa, ha dovuto ripetutamente constatare come nel corso dell'attuale conflitto il
Governo greco abbia assunto e mantenuto un atteggiamento che è in contrasto non solamente con quelle che sono
le normali relazioni di pace e di buon vicinato tra le due Nazioni, ma con i precisi doveri che al Governo
greco derivano dalla sua condizione di Stato neutrale".
Dette delle violazioni sistematiche del Governo greco ai propri precisi doveri nel corso del conflitto -
oltre che alle vessazioni contro le genti della Ciamuria, giunse a mettere a disposizione dell'Inghilterra
posizioni strategiche e basi aeree della Tessaglia e della Macedonia, destinate ad un attacco contro il territorio
albanese, - la nota italiana concludeva: "Il governo italiano è venuto pertanto nella determinazione di chiedere
al Governo greco - come garanzia della neutralità della Grecia, e come garanzia della sicurezza dell'Italia -
la facoltà di occupare con le proprie forze armate per la durata del presente conflitto con la Gran
Bretagna alcuni punti strategici in territorio greco.
Il Governo italiano chiede al Governo greco che esso non si opponga a tali occupazioni, e non ostacoli
il libero passaggio delle truppe destinate a compierle.
Queste truppe non si presentano come nemiche del popolo greco, e in nessun modo il Governo
italiano intende che l'occupazione temporanea di alcuni punti strategici, dettata da necessità contingenti e di
carattere puramente difensivo, porti pregiudizio alla sovranità e all'indipendenza della Grecia.
Il Governo italiano chiede al Governo greco che esso dia immediatamente alle autorità militari gli
ordini necessari perché tale occupazione possa avvenire in maniera pacifica.
Ove le truppe italiane dovessero incontrare resistenza, tali resistenze saranno piegate colle armi, e il
Governo greco si assumerebbe la responsabilità delle conseguenze che ne deriverebbero.
Il Governo greco ha creduto, delittuosamente, di poter opporre resistenza all'avanzata italiana. Ma chi
semina vento raccoglie tempesta. L'azione italiana stronca ogni resistenza e procede spedita alla meta.
Nei Balcani l'intervento italiano in Grecia trova giusta comprensione e valutazione: ed anche la
Jugoslavia ha dichiarata la propria neutralità La marcia italiana è di liberazione dall'influenza inglese del
Mediterraneo sud orientale.
Il Mediterraneo è mare di Roma, e solo in Roma deve trovare la propria legge di
vita.
La vittoria in pugno
Da: "Corriere Valsesiano", 23 novembre 1940
Il Duce - dopo il discorso della dichiarazione di guerra - ha rotto il Suo silenzio nel quinto annuale
delle Sanzioni: è la data che segnò la decisione irreparabile fra il vecchio e il nuovo mondo, fra le forze
della reazione plutocratica e le forze dei popoli che hanno diritto alla vita. Dal 18 novembre 1935 si è iniziata
la lotta mortale che non potrà cessare se non quando il campione di tutti i privilegi e di tutti i soprusi
sarà piegato a terra per sempre.
Il Duce, che di questa rivoluzione fu l'antesignano, ha parlato lunedì 18 novembre - in un grande rapporto
ai gerarchi del Partito -, per riaffermare l'assoluta e incrollabile volontà di vittoria, dando un'altissima
consegna alle camicie nere e al popolo italiano. La consegna si riassume in queste parole: credere
fortissimamente nella vittoria; operare fortissimamente per la vittoria.
Discorso forte di un forte Capo che parlava ad un popolo forte. Esame chiaro, realistico, completo
della situazione politica e militare dell'Asse. Niente eufemismi, nessuna attenuazione della verità, tutto
l'essenziale condensato in poche vigorose proposizioni, che si sono incise nella mente e nel cuore del popolo, il quale
ha ascoltato il discorso dalla viva voce di Mussolini.
Il Duce ha indicato la genesi della grande crisi che travaglia l'Europa e impone ai popoli lo sforzo
sanguinoso in cui sono impegnati. Il conflitto è stato voluto dall'Inghilterra, è stato imposto dall'Inghilterra; il
popolo sa che Mussolini nelle ore decisive lavorò per la pace e solo per la pace. La pace poteva essere
salvata: sarebbe bastato che a Londra si fossero riconosciute le vitali esigenze degli altri popoli europei, che si
fosse rinunciato ad una pretesa egemonica priva di ogni giustificazione politica e morale.
Nulla da parte italiana fu trascurato per portare su questa via il Governo di Londra. Ma la
comprensione delle necessità dell'ora mancò. La Gran Bretagna, credendo di poter risuscitare la coalizione di popoli
che ebbe ragione nel '18 della potenza militare germanica, preferì affrontare con le armi la rischiosa
partita, mettendo improvvisamente in gioco le sorti dell'Impero. Ogni tentativo di comporre, localizzandoli, i
dissidi che dividevano l'Europa, fallì.
La lotta si è, quindi, spostata: oggi non si tratta più di decidere la soluzione di questo o quel problema;
si tratta di sapere se l'Inghilterra debba avere o non debba avere diritto di signoria sull'intero
continente, disponendo a suo beneplacito dei diritti e della vita dei popoli europei.
Si tratta di sapere se l'Europa è una comunità di popoli liberi e sovrani, o un collegio di minorenni
corrigendi di cui Londra abbia la suprema direzione disciplinare. È, insomma, il problema dell'indipendenza e
della libertà di tutti gli Stati continentali quello che sarà risolto dal conflitto in corso.
Sanguinoso conflitto, il cui esito non è per noi dubbio. L'Asse, come ha detto il Duce, ha già la vittoria
in pugno. Blocco granitico di volontà e di forze, esso ha le iniziative su tutti i fronti. Le favole della
propaganda britannica si sono disperse alla luce della parola mussoliniana come nebbie al sole.
L'Italia non usa nascondere nulla. Confessa i colpi che riceve, come quelli che inferisce al nemico. Ma
la realtà indistruttibile è che le forze dell'Asse sono finora vittoriose su tutti i fronti ed appaiono in
netta supremazia sugli avversari.
Non in tutti i teatri in cui si combatte le operazioni possono procedere col ritmo spedito, celere,
fulmineo, che si vorrebbe, perché spesso il terreno, il clima, le situazioni logistiche e strategiche non lo
consentono; ma il nemico ha torto di imbaldanzirsi ogni qual volta si segnala nel ritmo delle azioni belliche dell'Asse
il minimo tempo d'arresto.
La sosta non è, nella guerra italiana e germanica, che la preparazione di nuovi obiettivi offensivi, di
nuovi balzi in avanti. Non si illudano a Londra. Già altre volte i governi britannici si sono dovuti pentire
amaramente dei loro eccessi di ottimismo. L'Italia non cade in tali eccessi. L'Asse ha sempre valutato le
difficoltà dell'impresa. Non si nasconde che le prove che l'attendono sono dure, perché non è in un giorno e
neppure in un mese e neppure in una stagione che si può trionfare di un Impero che rappresenta, come
l'Impero inglese, una secolare condensazione di energie e di forze intercontinentali. Ma il paragone della terza
guerra punica invocato dal Duce calza meravigliosamente alla storica vicenda che stiamo vivendo. L'Inghilterra è
la moderna Cartagine. Per aspra che possa essere la sua resistenza, perirà per opera delle vergini forze germaniche
e romane, alleate e decise a finirla con una oppressione intollerabile che asfissia la vita dei popoli.
Mussolini ci ha dato la conferma di un certezza che era già nei nostri cuori. L'ha fatta più franca e più
salda in noi. Nel giugno, quando il dado fu tratto, Egli proclamò: vinceremo. Oggi, quella grande parola
vola ancora una volta per il cielo d'Italia. Vinceremo è la parola d'ordine dei nostri valorosi combattenti, che
in mare, in cielo, in terra, nel vastissimo sterminato teatro della guerra, affrontano quotidianamente, con
eroismo ineguagliabile, i rischi supremi: la parola d'ordine di tutti i popoli pronti a ogni sforzo e ad ogni
sacrificio per conquistare una vittoria destinata a dischiudere la via della libertà, della prosperità e della
potenza.
La guerra è fatta dal soldato ma dev'essere vissuta dal cittadino
Da: "L'Eusebiano", 28 novembre 1940
L'abulia non è fra le doti negative del popolo italiano.
La nostra gente è uscita da millenni, da quello stato di minorità in cui si subiscono passivamente gli
eventi e si lascia al tempo galantuomo il compito di mettere a posto le cose.
Dalla faida di comune alle lotte totalitarie del Risorgimento gli italiani - tutti, dai focolari alle linee
avanzate - hanno forgiato col proprio spirito, col proprio sangue e con le proprie mani i destini della Patria.
Non siamo guerrafondai, nel senso piratesco della parola, che considerino il mondo come una riserva
di caccia e che vivano di... selvaggina sfruttando egoisticamente le risorse altrui. Vivaddio! l'impero
romano, pietra angolare delle civiltà moderna, non fu uno stato di predoni, se i popoli soggetti vissero e
prosperarono sotto l'oculato dominio dell'Aquila d'Oro!
Da Roma cristiana non partirono condottieri di orde, se gli Araldi di Cristo seppero mansuetare
l'incandescenza barbara e ridurla ad una fraterna convivenza di popoli e di nazioni!
Noi siamo convinti, come i nostri padri, che l'Italia ha una sacra missione da compiere nel mondo:
Roma non invecchia e, anche oggi, sa di essere il cuore dell'umanità. Non misuriamo la nostra grandezza dai
metri di territorio che il fante (eterno pellegrino della storia) sa strappare al nemico; non speculiamo sulla
ricchezza dei vinti; non vogliamo vivere sulle depauperazioni inflitte a chi ci contrasta il cammino. La morale
politica che splende a Roma è lui. L'era quella delle grandi epoche: dare alle genti una civiltà che non si diparta
dai veramente immortali principi della Fede e del Diritto.
Perciò anche il popolino, nel presente cataclisma di rinnovamento universale, vive la grandezza tragica
e gloriosa del momento e non si rassegna ad essere rimorchiata dalla vertiginosa corsa dei fatti. Sente
la guerra e la vive.
La sente come dovere. Il popolo italiano, pensando alla sua gioventù che cammina sui fronti lontani,
esce decisamente dal ritmo normale delle sue attività e si automobilita per allinearsi alle legioni
combattenti. Nessuna discontinuità fra la casa e la trincea, nessuna incomprensione fra l'aratro e la spada,
nessuna incompatibilità fra l'acciaio dell'officina e quello del cannone. Il blocco degli spiriti diventa il blocco
del lavoro e delle armi. Ogni italiano diventa un combattente.
Il contadino ha condotto la seminatrice nei solchi. Non ha pensato soltanto al pane per il suo desco o ad
un benessere confinato nel piccolo regno della famiglia: c'era - anche e soprattutto - un soldato che aspettava
la messe, per trarre dalla messe la vittoria.
L'operaio è entrato nei sonanti cantieri a far cantare il maglio. Non aveva in cuore soltanto la sete di
un salario che gli permettesse qualche comodità nella vita spicciola: c'era - anche e soprattutto - un esercito
di fratelli che dal rombo dell'officina traeva i più lieti auspici per il coronamento del suo eroismo.
La mensa del popolo ha ospitato le prime limitazioni, eliminando prima il superfluo e il voluttuario,
accettando poi quel giudizioso razionamento che assicura il domani e che toglie al cittadino ciò che darà al soldato.
La massa non ha protestato e non ha raccolto i guaiti di quei rari gaudenti che muoiono di fame quando
non possono trangugiare fino alla consueta indigestione; non ha criticato la scomparsa di un chicco di caffè o
la rarefazione di una zolla di zucchero; non ha imprecato contro l'interdizione dei pubblici balli, spettacoli
di... prima necessità per la gioventù spensierata; non ha inveito contro l'oscuramento, che rende pericoloso
il nottambulismo dei vagabondi; non ha sbraitato per l'abolizione delle autogite domenicali; non si
è scandalizzato per il piatto unico dei listini alberghieri o per i nuovi abburattamenti del pane e per
l'intermittenza nei servizi dei dolciumi; non è insorto per quell'intensificata vita vegetariana che così salutarmente viene
a temperare il regime carnivoro.
La massa del popolo ha compreso che tutto ciò è necessario, che tutto ciò è doveroso; l'ha accettato
con cosciente spontaneità e non ha tardato ad ambientarsi nella vita di guerra. Oh, se il soldato sacrifica
tutto, come può essere ritenuto eccessivo un igienico... castigo al gorgozzule o un... moralissimo cappio
alle gambe danzanti?
Il popolo sente la guerra e la vive.
La vive col soldato lontano, con le famiglie del soldato lontano.
La nostra gente non vanta la strategia idiota della mormorazione e non giudica l'andamento delle
operazioni militari dallo spostamento delle bandierine sulle carte geografiche. Ha fiducia nei capi, nei combattenti,
in se stessa.
Ha soprattutto fiducia in Dio. La Fede è norma di vita negli italiani, non soltanto sporadica
manifestazione delle grandi ore. Noi crediamo fermamente che Dio sia con noi e con la nostra magnifica forza
combattente. In Italia si prega nelle case e nelle chiese, ma si prega anche in trincea, anche sul mare, anche nell'aria.
La nostra Fede non comanda a nessuno di incrociare le braccia in quest'ora di aspro ed eroico lavoro: si
prega e si combatte, si prega e si fatica, si prega e si soffre, si prega e si aspetta il gran giorno trionfale.
Con questo popolo così uno di spirito, così consapevole nel proprio destino, così stretto al Dio degli
eserciti, chi può dubitare del domani?
Domani vedremo - dopo di aver atteso senza impazienza - tornare i combattenti dal fronte. Ci
guarderanno in volto e comprenderanno che noi li abbiamo seguiti nel loro faticoso cammino e ci saluteranno come i
più validi collaboratori della loro e nostra vittoria.
D. Cesare Martinetti
Lo sforzo supremo e disperato dell'Inghilterra non la sottrarrà alla disfatta definitiva
Da: "Il Biellese", 17 dicembre 1940
I combattimenti in corso al confine libico-egiziano vengono osservati da Berlino con vivo
interessamento per le difficoltà alle quali si trovano esposte le nostre valorose truppe, ma con piena fiducia nel
risultato finale della battaglia. Si osserva generalmente in questi circoli competenti che se anche la vittoria
dovesse rimanere per il momento agli Inglesi o piuttosto alla accozzaglia di popoli asiatici e oceanici da essi
mobilitata contro di noi, sarebbe soltanto una vittoria di Pirro, destinata a pesare in fin dei conti come una
nuova disfatta nel bilancio complessivo della condotta di guerra britannica.
Sempre a proposito dell'offensiva inglese contro l'Italia in un chiaro articolo di fondo il "Popolo
d'Italia" osserva sotto il titolo "Fierezza virile" che "questa fase della guerra è caratterizzata da
un'esasperata intensificazione dell'attività bellica britannica, accompagnata da violente ondate propagandistiche
contro l'Italia. Nell'impossibilità di colpire direttamente la Germania, l'Inghilterra addensa e scaglia contro di
noi tutte le sue forze e le sue risorse: forze e risorse raccolte dalla metropoli inglese, dall'Africa,
dall'India, dall'Australia; forze e risorse di quattro continenti. È il suo sforzo supremo e disperato. Dei sacrifizi
che avremmo dovuto affrontare eravamo perfettamente consapevoli fino dal nostro intervento e perciò la
nostra decisione del 10 giugno assume sempre più il valore di una coraggiosa e virile sfida. Ma schierando
tante forze e mostrando tanto accanimento contro di noi, il nemico non fa che riconoscere e valorizzare il
fattore italiano in questa titanica lotta d'Imperi. Questo fattore è ineliminabile e l'Inghilterra non potrà mai
distrarre le sue forze dal Mediterraneo, per destinarle a reagire ai terrificanti martellamenti dei bombardieri
germanici sulle sue isole ed a spezzare la morsa inesorabile dei controblocco. Oggi siamo fieri di attirare e di
sostenere da soli l'onere e l'onore di tutta la potenza e di tutta l'aggressività del più grande impero del mondo,
mentre in campi più lontani, ali e sommergibili italiani continuano a coadiuvare l'alleata nella sua
implacabile azione di isolamento e di sistematica demolizione delle isole nemiche. In questo accanimento inglese,
come ci testimonia il livore della propaganda di Londra, non c'è soltanto uno scopo militare, ma c'è anche
un profondo motivo di odio e di vendetta contro l'Italia che non avrebbe dovuto mai osare di chiedere un
posto al sole, di aspirare ad una espansione per le necessità di vita del suo popolo, e che invece avrebbe
dovuto rassegnarsi a una perpetua soggezione politica ed economica. Oggi il mondo intero guarda stupito a
questo gigantesco duello. Noi siamo fieri del gravissimo compito assuntoci e del contributo che in quest'ora
diamo alla causa dell'Asse, al trionfo delle due Rivoluzioni contro la vecchia Europa".
Sulla portata militare delle azioni anglo-greche la stampa tedesca esprime dei giudizi nettamente
sfavorevoli alla strategia britannica che è alla ricerca di diversivi senza che tali diversivi le permettano di
sfuggire all'inesorabile morsa delle forze dell'Asse che la stringono alla gola. "Sulle prime è chiaro che gli inglesi
si sentono un po' sollevati nel Mediterraneo, ma si vedrà quanto questo respiro potrà durare. Sicuramente
osserva la "Frankfurter Zeitung" - esso sarà limitato, mentre l'Italia dispone di grossissime riserve
d'ogni natura. Dal punto di vista della condotta generale della guerra, rimane decisivo il fatto che la
massima quantità possibile di forze inglesi sia consumata nel Mediterraneo, dove lo sbarramento italiano continua
a costituire un danno gravissimo per la condotta di guerra inglese.
D'altronde, anche se fossero vere le più fantastiche voci messe in circolazione dalla propaganda britannica
su pretese vittorie inglesi e greche, ciò non muterebbe il loro carattere secondario e periferico nel
momento in cui l'Inghilterra stessa e la sua industria bellica sono ridotte metodicamente in frantumi
dall'Aviazione dell'Asse e private di ogni possibilità di rifornimenti esterni dai sottomarini italiani e germanici
operanti nell'Atlantico e nel Mare del Nord. L'Alto Comando germanico - conclude l'articolo - conosce la
strada sulla quale l'Inghilterra può essere battuta fisicamente e percorre questa strada con decisione e con
prudenza, assicurandosi ogni successo con la più accurata e paziente preparazione, in attesa del momento
migliore. Esso raggiungerà così l'obiettivo finale: il collasso del nemico. Ma a questo nemico manca, così di
fronte alla Germania come di fronte all'Italia, qualsiasi adeguata possibilità di attacco immediato e decisivo per
le sorti della guerra".
Giustamente altri giornali italiani sottolineano che alla disperata offensiva inglese è mancato e
mancherà anche in avvenire il suo principale obiettivo che è quello di scuotere l'impavida calma degli italiani.
Il popolo italiano rimane padrone dei propri nervi. Questa è la verità controllabile in tutti i più remoti
angoli del nostro paese per cui possiamo, a ragion veduta, concludere col "Popolo d'Italia" che se le
vittorie esaltano il nostro popolo, "il sacrificio a dispetto del sadico sciacallismo nemico, non lo deprime, ma
ne rinvigorisce la virile serenità, ne rinsalda i propositi, ne ravvisa l'impavida fede e lo spinge a serrarsi
più solidale e fidente attorno ai figli che combattono. È un popolo che sa tirare diritto. Anche oggi esso
è soltanto proteso verso la vittoria definitiva, che è quella che conta e che ci sembrerà tanto più bella
e meritata quanto più avremo duramente
combattuto".
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