Antologia di articoli di giornali locali


Maggio-agosto 1940

L'Italia entra in guerra

A cura di Piero Ambrosio

Sono stati consultati: "Il Biellese", Ufficiale dell'Azione Cattolica Biellese, a. LIV; il "Corriere Valsesiano", a. XLVI; "L'Eusebiano", Ufficiale dell'Azione Cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli, a. XII, "Il Popolo Biellese", bisettimanale fascista, a. XIX, "La Provincia di Vercelli", Foglio d'ordini della Federazione dei Fasci di Combattimento di Vercelli, a. XVIII; "La Sesia", giornale di Vercelli e provincia, a. LXX.
Non è stato possibile consultare "La Gazzetta della Valsesia" poiché nelle biblioteche pubbliche locali non è conservata alcuna collezione di questo periodico.
Si ringrazia l'Editrice Valsesia per aver consentito la consultazione della collezione del "Corriere Valsesiano", al momento impossibile nella Biblioteca civica di Varallo.



Presentazione

In questa puntata della rassegna di articoli tratti dalla stampa locale di cinquant'anni fa ci occupiamo dei commenti dedicati allo sviluppo degli attacchi tedeschi contro gli eserciti alleati nei mesi di maggio e giugno del 1940 e, soprattutto, all'entrata in guerra dell'Italia1.
L'esercito di Hitler è "vittorioso su tutta la linea": dopo la sconfitta della Norvegia, cede l'Olanda, si arrende il Belgio, l'attacco è portato al cuore della Francia. È il crollo del "vecchio mondo", si affrettano a scrivere anche i giornalisti locali, esaltando le imprese dei vincitori ed annunciando che "la guerra europea procederà nel suo corso implacabile".
Ai primi di giugno si delinea la sconfitta delle armate franco-britanniche. E l'Italia? È "vigile e protesa", scrive il foglio cattolico vercellese, aggiungendo che "l'ora della prova è dura ma anche forgiatrice di virtù e aureolatrice di obbedienza". La "non belligeranza" sta per lasciare il posto all'entrata in guerra, attesa "di ora in ora". Si ritorna a battere la grancassa delle "giuste aspirazioni italiane": se queste non saranno soddisfatte non vi potrà essere "logica fine al grande conflitto": l'Italia "che è e vuole essere uno dei grandi paesi protagonisti della storia - ammonisce proprio il 10 giugno il bisettimanale fascista biellese, annunciando l'imminente scoccare dell' "ora decisiva per i nostri destini" - non può rimanere estranea al conflitto da cui deriverà la nuova sistemazione del mondo".
Nelle settimane successive, anche i giornali della nostra provincia, ed in particolare i fogli della Federazione fascista, danno ovviamente gran risalto alle operazioni "vittoriose" dei reparti inviati all'attacco della Francia e, subito, profetizzano "l'assalto pieno e totalitario dell'Inghilterra sul suo stesso suolo e sui suoi baluardi imperial-mediterranei" che sarà lanciato dagli eserciti italo-tedeschi. I fatti, come si sa e come vedremo nelle prossime puntate, furono ben diversi: la "tempestiva intelligenza" dell'uomo che non voleva perdere l'appuntamento con la storia non porterà al paese altro che lutti, rovine ed una drammatica sconfitta, che sarà riscattata solo con la Resistenza.




Gli articoli

Guerra in Europa
Da settembre a maggio

Da: "La Sesia", 24 maggio 1940

Dal 10 maggio infuria la più tremenda guerra che la storia registri sul terreno che pare predestinato ai grandi urti di popolo - le pianure franco-belghe. Nomi di città - che ricordano battaglie memorande - risorgono da vicende secolari dell'irriducibile antagonismo franco-tedesco e anglo-tedesco, ampliato il timbro dal fragore delle armi, dalla folgore di tregenda, sì come grande è stato il cammino della civiltà ed il potenziarsi dei mezzi di lotta.
Dal 10 maggio: e si fanno già cifre di non meno di quattrocentomila uomini messi fuori di combattimento fra i soli Alleati; dal 10 maggio, e già il Lussemburgo - in una sola giornata - e l'Olanda - in una settimana - sono stati sommersi dalle ondate dell'esercito tedesco vittorioso su tutta la linea; dal 10 maggio, ed il Belgio, che pur ha opposto una eroica resistenza, è per tre quarti sotto il controllo dei tedeschi; dal 10 maggio, e già le avanguardie tedesche sono a circa cento chilometri da Parigi - dal cuore della Francia; dal 10 maggio le colonne motorizzate tedesche con marcia travolgente irresistibile, tendono al canale della Manica per minacciare la secolare nemica, l'Inghilterra.
La folgore è scoccata quando ancora gli Alleati giocavano la carta - e la perdevano - della Norvegia. L'insuccesso nordico aveva già avuto per conseguenza la trasformazione del Ministero inglese: a Londra sorgeva Churchill "il leone di Epping", che sostituiva Chamberlain. È l'uomo che aveva posto l'aut aut ai neutri: "Ne abbiamo abbastanza dei neutri" aveva detto; le vecchie pergamene non contano, dovete venire con noi o non terremo alcun conto dei vostri pretesi diritti". Dopo il sacrificio della Norvegia erano infatti l'Olanda, il Belgio ed il Lussemburgo a fare la nuova esperienza della "protezione inglese": e come tragica.
La Francia, sotto la pioggia di ferro e di fuoco, Reynaud considerato più deciso di Daladier e più sottomesso all'Inghilterra, ha proceduto pure al rimaneggiamento governativo, chiamandone a far parte figure rappresentative della grande guerra: il generale Pétain in prima linea. Ma sarà sufficiente il ricorso storico dei tedeschi fermati alla Marna, ad arrestare la nuova discesa che si ripete a ventisei anni dalla più recente?
La conquista tedesca della Polonia in diciotto giorni - nello scorso settembre - con relativo annientamento di un esercito che contava un milione e mezzo di combattenti fu un colpo di fulmine. L'invasione della Danimarca e della Norvegia, operato pure in breve volgere di tempo, lo scorso aprile, tolse ancora la iniziativa agli Alleati a favore dei quali, si diceva, lavorava il tempo. L'invasione del Belgio e dell'Olanda, con la conseguente diretta minaccia alla Francia ed all'Inghilterra, è qualcosa di più: è una impresa che fino a poco tempo fa, e non soltanto dai combattenti schierati dietro il formidabile baluardo della linea Maginot, era apparsa come una fiaba da mille e una notte. Solo una aviazione possente ed opportunamente addestrata a cooperare con l'Esercito efficientemente motorizzato, l'ha resa possibile. Comunque essa è stata un atto di audacia estrema, freddamente però pesato e preparato con cura e riservatezza, onde mettere dalla propria parte fin dal principio tutte le probabilità. Ogni mezzo politico e militare è stato posto in opera dai tedeschi, con perfetta coerenza, per conseguire il successo.
Ragione prima la sorpresa. È chiaro come nel Comando supremo tedesco, il quale agisce con assoluta identità di vedute con la direzione politica dello Stato - esattamente come all'epoca di Federico II sia sempre vivissimo lo spirito di Clausewitz, il quale, contro il parere di tutti gli altri scrittori militari, considera l'audacia come una vera forza motrice: "Nella scelta fra una operazione audace ed una potente, se la teoria può dare un consiglio, esso sarà più in armonia con l'essenza stessa della guerra, consigliando il partito più decisivo, e quindi il più audace".
La direzione del Reich, come ha prevenuto gli Alleati in Norvegia, così li ha prevenuti nel Belgio e nell'Olanda con mossa fulminea, con azione audace.
In secondo luogo, la perfetta, minuta, esatta preparazione della temeraria impresa; conoscenza esatta dei luoghi, delle risorse, dei mezzi portata fino all'ultimo minuto particolare; predisposizione dei mezzi più completi necessari all'uopo; capi e truppe atte a disimpegnare compiti così tremendamente ardui e complessi; segreto assoluto.
In terzo luogo, la esecuzione precisa, implacabile che nulla arresta e procede imperturbabile verso gli obiettivi facendo fronte costantemente ai contrattempi, agli errori, agli attriti, alle disgrazie, ai pericoli che sono inevitabili in tutte le lotte.
Intanto, dai primi e più palpabili risultati delle operazioni risulta confermato il crescente valore dell'aeronautica. L'Olanda si può dire sia stata conquistata dall'aviazione, a mezzo dei paracadutisti. Il risultato dell'arma aerea interessa in sommo grado l'Italia. È superfluo a tal fine ricordare le missioni aeree portate a termine dalla nostra aviazione, anche con ingenti trasporti di truppe e di materiali sia in Etiopia che in Libia ed in Albania.
La guerra in corso in Europa rivela dunque i valori eterni che sono basati sulle forze morali. Errati si dimostrano i calcoli di coloro che si sono dedicati alla formula della "guerra totale" per cercare di ridurre la concezione della lotta ad un insieme di elucubrazioni economiche e propagandistiche ad "una sporca brodaglia giudaica", quasi che alle forze spiegate dal coraggio e dalla intelligenza si potesse sostituire il calcolo fatto in bottega e la concione scritta a freddo nelle redazioni dei giornali.
Ancora una volta i fatti hanno smentito questi vaneggiamenti, e sempre più li smentiranno a mano a mano che la guerra europea procederà nel suo corso implacabile.
d. rat



Crollo del vecchio mondo
Da: "La Provincia di Vercelli", 31 maggio 1940

Il vecchio e fradicio mondo demoplutocratico crolla ad intieri bastioni sotto i colpi delle armate germaniche. Nel formidabile urto, le piccole Nazioni che ebbero la sventura di ritenersi parte del mondo demoplutocratico e con questo si sentirono solidali fino ad impugnare le armi, dopo una breve apparizione sulla scena del teatro della guerra, sono state ricacciate tra le quinte: attori secondari d'un episodio drammatico della tragedia avviata rapidamente verso la catastrofe.
È la storia che cammina con la velocità dei motori e la folgore della radio. Le situazioni si formano, maturano, e si risolvono con rapidità formidabile. Chi non si è precedentemente costruito una mentalità adeguata al fulmineo precipitare degli avvenimenti e non ha apprestato i mezzi per fronteggiarli e dominarli, è già votato alla sconfitta prima ancora di impugnare le armi. Inghilterra e Francia, ben pasciute, ricche a josa, dominatrici di vasti imperi i quali sono mosaici di possedimenti, protettorati e sovranità privi di una forza coesiva che meriti veramente la qualifica di imperiale, sono vittime della loro incapacità congenita di comprendere l'avanzare fatale e fulmineo dei tempi nuovi, per interpretarli e soddisfarne le aspirazioni.
Un giornale inglese fa risalire la colpa del disastro anglo-francese ai precedenti Governi i quali non previdero e, non prevedendo, non provvidero. L'inchiesta ordinata da Paul Reynaud ha fatto risalire la colpa della sconfitta allo Stato Maggiore e ai soldati francesi, nel miserabile tentativo di scagionarne il Parlamento e le Istituzioni democratiche. Ma la colpa è più vasta e più alta. La colpa è dei popoli che hanno creduto di poter inchiodare la storia sulle tavole sacre del proprio egoismo e si rifiutarono di rinnovarsi, né sentirono l'ansia insofferente e presaga del loro rinnovamento.
Si dirà che questi popoli ebbero la sventura di non trovare capi capaci di guidarli nelle ore tragiche della storia, e pensatori ed agitatori capaci di spingerli verso nuove aspirazioni e realizzazioni; ma sono giustificazioni ed attenuanti che non contano. I capi sono sempre la sintesi e l'espressione di un popolo. Un popolo che si appaga, anzi, inorgoglisce delle proprie istituzioni logore e fradicie, non potrà mai esprimere dal proprio seno il capo capace di innovare, degno e meritevole di dare una unica voce alle anonime e confuse aspirazioni collettive, per la semplice ragione che mancano persino le... aspirazioni. Doriot in Francia, Degrèlle in Belgio, Mosley in Inghilterra, hanno tentato di condurre le loro Nazioni nella impetuosa corrente fecondatrice ed innovatrice della Rivoluzione totalitaria; ma il loro tentativo è stato vano. Contro di essi sono insorti la classe politica dominante ferocemente attaccata al proprio privilegio e ad un mondo votato alla morte e, insieme a questa, il popolo. Dove il popolo non è insorto contro gli innovatori è rimasto assente ed indifferente. Comunque essi hanno predicato al deserto e la conclusione del loro generoso ed inutile tentativo è stata la prigione o la persecuzione. Forse, un giorno, saranno questi perseguitati ed imprigionati che diranno l'ultima parola e, nobilitati dalla sofferenza, avranno l'onore di guidare i rispettivi popoli verso il rinnovamento o, meglio, l'adattamento ai tempi nuovi. Ma codesto rinnovamento od adattamento, non potrà più essere conquista di popolo conseguita di proprio impulso, ma accettazione passiva imposta dalla ferrea legge vitale dell'istinto di conservazione.
Ferocemente intransigenti nella nostra fede e pronti sempre a servirla anche con le armi in pugno, noi siamo facilmente indotti ad ammirare i popoli che, come il belga, non ha indugiato a combattere valorosamente per difendere la propria terra dalla fatale invasione. E, infatti, ammiriamo il popolo belga al cui Esercito, la vittoriosa Germania ha reso l'onore delle armi. Ma il popolo belga, non meno degli altri già ingoiati dal gorgo della guerra, schierandosi con le demoplutocrazie, si è posto al di fuori della nuova storia, ha dimostrato di non avvertire l'urgenza del rinnovamento europeo, di non capire la necessità e l'ineluttabilità della solidarietà europea, contro l'imperio dell'Isola ingiustamente dominatrice del nostro Continente: solidarietà che si sarebbe imposta con le armi poiché non venne accettata di propria elezione, così come la Rivoluzione totalitaria ha imposto, negli Stati che l'hanno promossa, la solidarietà di tutti gli individui e di tutte le classi, nell'interesse unico e supremo della collettività nazionale. E l'ha imposta con la forza allorché ciò fu necessario.
Il Belgio ha pagato caro codesto fondamentale errore di valutazione storica, perché gli uomini che lo guidavano, nonostante la chiaroveggenza del suo Re e le forze giovanili e innovatrici che cercavano di esprimersi nell'imprigionato Degrèlle, continuarono a restare con il viso e la mente volti al passato, insensibili ad ogni richiamo del futuro, onde più delle altre Nazioni attratte nel gorgo della guerra, il Belgio è stato martoriato, costretto come fu dalle vicende belliche tra il fuoco degli amici e quello dei nemici, con un Governo riparato rapidamente in Francia, confortato soltanto dalla presenza del suo Re, soldato tra i soldati che, all'apice della tragedia, ha trovato il coraggio del gesto più grave per il cuore magnanimo di un Re: quello della capitolazione che salvava i resti di un Esercito che in pochi giorni aveva perduto un terzo dei suoi effettivi, sottraeva la popolazione combattente da una più lunga ma inutile guerra già votata alla sconfitta e, soprattutto, riportava il popolo belga nella corrente vitale della storia europea staccandolo definitivamente dalla Francia vassalla dell'Inghilterra, cioè, dalla demoplutocrazia, dalla vecchia Europa che nessuno salverà più dalla catastrofe, neppure il "miracolo" invocato da Reynaud, poiché non può esservi una novella Giovanna d'Arco, colà dove v'è amicizia con gli inglesi.
Il Re del Belgio, se non ha potuto salvare il suo Paese dalla guerra, ha saputo dunque salvarlo nell'ora suprema, col restituirlo ai nuovi compiti dell'Europa che sorgerà dall'attuale conflagrazione. Lo ha immesso nella nuova storia. Gli insulti dei suoi ex alleati, la ribellione del suo ex-Governo, non gioveranno che a rendere più fulgida la figura di questo Re, che la morte ha risparmiato affinché su di sé gravasse tutta la responsabilità d'una decisione che è la più grave che possa assumersi un Re, ma appunto perciò fa balzare la figura di Re Leopoldo di mille cubiti al disopra della pletora degli Uomini di Stato demoplutocratici, dei Sovrani e degli uomini di Governo di Nazioni già travolte, i quali, abbandonati a se stessi i propri popoli dopo di avere ingiunto loro di combattere, non hanno osato cancellare d'un colpo i proprii errori di interpretazione della storia persistendo così nel sottrarli alle correnti vitali della nuova Europa. Re Leopoldo ha portato il proprio popolo verso la resurrezione. Gli altri hanno votato i loro rispettivi popoli al suicidio.
La storia, impersonata dalla Rivoluzione totalitaria che avanza come la folgore per consolidare l'avvento di una nuova civiltà, non avrà pietà né dei popoli mummificati, né dei popoli suicidi.
Leandro Gellona



L'epico dramma europeo e mondiale
Da: "L'Eusebiano", 6 giugno 1940

Dopo il drammatico e teatrale imbarco delle forze britanniche a Dunkerque ed il tenace avvolgimento germanico contro la disperata resistenza dell'armata Prioux, l'epico dramma della Fiandre è consumato.
I quadri dell'infernale battaglia sono ormai suggellati.
Valore e sacrificio sull'estremo violentissimo calvario della guerra manovrata strappano emozioni e riflessioni cristiane.
La grande battaglia di Lùla o delle Fiandre o della Manica (a seconda come verrà chiamata) è vinta dal Reich. L'ostinazione franco-inglese negli ultimi ripiegamenti è stata tenacissima, "disperata" secondo la stessa definizione tedesca; si direbbe persino sovrumana. E questo va rilevato, come dato e come sintomo. Non è sul valore del soldato che torna più utile la discussione: almeno per queste unità francesi decise ad accettare la liquidazione e soppressione definitiva pur di assolvere al compito loro affidato: "E cioè di dar tempo a Weygand". Gli errori sono stati invece più in alto e in ampiezza. Errori politici, strategici, psicologici. Ora si scontano. Si tenta assicurare respiro sufficiente per tentare un arresto all'immancabile immediatissimo urto in direzione di Parigi. Si dice a questo proposito che il generalissimo francese avesse previsto la necessità di un mese per costruire l'argine efficace. Le tappe, ancora una volta, sono in anticipo. E Hitler punterà contemporaneamente su Londra.
La preponderanza germanica - a bilancio di questa prima grande campagna della guerra occidentale - è apparsa non soltanto di mezzi tecnici ma anche di metodo di intelligenza militare. E su questo punto il Comando francese riconosce e tenta una riorganizzazione di idee e di strumenti che non facilmente si improvvisano. Lo sforzo germanico punta in direzione opposta: non dar tregua. Non permettere la riorganizzazione. Approfittare della provata superiorità di ordigni meccanici per portare a fondo la lotta fino a una presunta fase risolutiva.
Le ore e i giorni prossimi ci diranno al proposito parole eloquenti. La Germania d'altronde non ha di fronte a sé un compito semplicistico.
Nell'attesa, è la voce degli alleati che denuncia errori e riesamina illusioni ingannatrici. A proposito ad esempio delle posizioni psicologiche che hanno opposto la disorganizzazione alleata al primo grande colpo di maglio germanico, sono notevoli le proposizioni di un giornale svizzero. "Per insufficienza non si è compresa l'essenza dell'hitlerismo: per insufficienza e per disdegno non ci si è reso conto del prodigioso raddrizzamento compiuto dalla Germania. Si è creduto ai racconti di fuorusciti. Si è sottovalutata la potenza tedesca non comprendendo che Hitler avesse saputo creare l'esercito proporzionato necessario allo sviluppo della sua politica".
Di più: "Non si comprese che in quello che si chiama azzardo vi era invece una grande parte di calcolo, di esattezza addirittura scientifica tanto sugli strumenti di cui disponeva il Reich quanto sulla insufficiente preparazione degli avversari".
Quanta parte del dramma politico occidentale è insito in queste constatazioni? I popoli, gli uni gli altri, si oppongono dei diaframmi, là dove sarebbero necessarie delle passerelle. Quanti, all'estero, hanno valutato coscienziosamente l'Italia di oggi?
Questo, a prescindere dai problemi più concreti e condizionali: di ordine storico, psicologico e soprattutto morale.
La stampa neutrale filo-alleata si domanda come mai non si profila ancora una qualsiasi reazione franco-inglese sotto forma di controffensiva. Il momento non è giunto, essa scrive; e soprattutto mancano delle forze. A questo proposito si fa il nome dell'Italia. Un foglio romano precisa: "Un milione e trecentomila francesi e britannici con vaste forze aeree e navali sono trattenuti nel Mediterraneo fuori della grande battaglia". "Nel momento oltremodo critico della guerra la Francia non può toccare le masse di uomini che ha adunati sulle Alpi, in Tunisia e in Siria e così la Gran Bretagna non può pensare a toccare le sue forze addensate nell'Egitto, in Palestina, nel Sudan o a rivedere la dislocazione delle sue navi".
Il peso dell'Italia è così espresso in cifre.
Il profilo europeo e mondiale intanto è sempre più drammatico: dall'America spettacolare alla piccola Bulgaria il mondo è teso in uno sforzo unico e parossistico: armare, militarizzarsi. La Turchia vota i suoi crediti. Ogni paese concentra la volontà e lo sforzo nella bardatura della difesa. Lo sforzo economico è immane. L'ltalia è vigile e protesa. Non vi è dubbio che in questo clima eccezionale ogni popolo che conta deve essere padrone di sé. Forte. Preparato.
Gli italiani hanno una missione che non potrebbe dissociarsi da pricipii di giustizia e di spiritualità. Lo spirito trema e adora i misteriosi decreti della Provvidenza che si attua nella Storia. L'ora della prova è dura ma anche forgiatrice di virtù e aureolatrice di obbedienza.
r. m.



La valanga tedesca si abbatte vittoriosa
Da: "Il Biellese", 7 giugno 1940

La riunione del Consiglio dei Ministri d'Italia aveva suscitato in anticipo all'estero, soprattutto in Francia ed in Inghilterra, un cumulo di pronostici o di previsioni, di allarmi e di svalutazioni, che avevano raggiunto una tale intensità da costituire un nuovo momento nella guerra dei nervi già tanto pesante su quelle nazioni. La non belligeranza italiana dalla incomprensione dei governi plutodemocratici è stata gradualmente avviata a divenire prebelligeranza: ecco perché in Francia e in Inghilterra si è atteso di ora in ora l'entrata dell'Italia nel conflitto.
Nel severo e sereno silenzio delle autorità responsabili, gli Italiani, pronti e fedeli al Re Imperatore ed al Duce, vanno però riaffermando che non vi potrà essere logica fine al grande conflitto ove non abbiano la loro naturale soluzione le giuste aspirazioni d'Italia ad essere unita nella sua entità etnica e geografica libera nei suoi traffici, ed abbia raggiunto nel Mediterraneo la posizione che storicamente e realmente le spetta.
La oculata e saggia politica italiana ha già portato molti benefici effetti in questi mesi di conflagrazione, perché è suo merito se l'incendio bellico non si è esteso ai popoli balcanici. Ora i suoi successi morali si vanno sempre meglio affermando.
Il problema mediterraneo sta diventando intanto un problema urgentissimo nel momento attuale. In Inghilterra, contando su un'Italia ostile nel prossimo futuro, si ripete l'errore di credere che, padrona di Gibilterra e di Suez, la Gran Bretagna taglierà i viveri e sconfiggerà l'Italia dimenticando o fingendo di dimenticare le possibilità militari italiane anche contro la flotta anglo-francese tanto numericamente addensata nel Mediterraneo.
Ma in Spagna si fa di giorno in giorno più forte la voce che reclama Gibilterra alla Spagna. A Bucarest si sottolinea quanto ha affermato il nuovo Ministro degli Esteri Rumeno, Gigurtu, cioè, che la Romenia deve adattarsi alle condizioni geografiche della zona in cui essa è collocata, e che "tale zona è d'influenza germano-italiana".
Ad Istanbul si dichiara che la neutralità turca non è imprevidente e afferma che la Turchia "ha preso provvedimenti per la propria sicurezza esterna, fondati prima di tutto sulle proprie forze". Quanto al trattato anglo-franco-turco esso avrebbe carattere assolutamente difensivo, sia per quanto concerne la sicurezza balcanica sia per il Mediterraneo. In relazione alle pressioni inglesi sul Governo egiziano, il "Balagh" scrive che "nel caso di una guerra tra la Gran Bretagna ed una terza Potenza le clausole del trattato anglo-egiziano fanno obbligo al Governo del Cairo di assistere le forze britanniche, ma esclusivamente entro i limiti del territorio egiziano".
Evidentemente i punti di vista franco-inglesi non incontrano più unanime consenso tra i rivieraschi del mare di mezzo.
Gli effetti pratici della scossa al prestigio delle plutodemocrazie vanno mostrandosi di giorno in giorno più chiari.
Le minacce inglesi, dopo i rovesci di Fiandra, non hanno l'antico peso.
Le conseguenze della battaglia - "la più grande battaglia della storia" ha detto Hitler nell'ordine del giorno alle truppe e nel fiero proclama al popolo germanico - sono così percentualizzate dal "Popolo d'Italia" di ieri:
Inghilterra e Francia hanno perduto il cinquanta per cento del loro prestigio. La Francia ha perduto il trenta per cento della sua potenza militare. L'Inghilterra ha perduto il settanta per cento della sua potenza militare e un buon venti per cento della sua potenza navale. La Francia ha perduto il venti per cento della sua potenza industriale e il trenta per cento delle sue fonti di rifornimento bellico. L'Inghilterra ha perduto il dieci per cento delle sue fonti di rifornimento bellico e il trentacinque per cento delle sue fonti di rifornimento alimentare. L'Inghilterra ha perduto il settantacinque per cento della sua forza strategica.
E di riscontro: Il prestigio della Germania è aumentato del cento per cento. La Germania ha aumentato del trenta per cento le sue fonti di rifornimento bellico e del trenta per cento le sue fonti di rifornimento alimentare. La Germania ha migliorato del quaranta per cento la sua situazione strategica. La Germania ha consumato, sì e no, il dieci per cento della sua forza militare e il trenta per cento della sua potenza navale.
È naturale che da parte anglo-francese, pure ammettendo la gravità del disastro, si metta invece in rilievo il salvataggio di 350 mila uomini, la rapidità con cui viene approntato il materiale per i combattenti, l'alto morale dei due alleati. Ma intanto essi fanno leva per trascinare al soccorso gli Stati Uniti d'America.
Anche perciò l'esercito tedesco, terminata appena la battaglia che causò al nemico 1200 mila (sic) prigionieri, centinaia di migliaia di caduti e feriti, migliaia di aeroplani e l'attrezzatura bellica di 70 divisioni perduta, ha già iniziata una nuova offensiva.
Mercoledì mattina le armate tedesche hanno attaccato le forze francesi dal mare allo Chemin des dames. Il passaggo sulla Somme fra la foce, l'Ham ed il canale Oise-Aisne è stato forzato e così la cosidetta "Linea Weygand" è stata rotta in più punti. Da fonte francese si apprende che la nuova offensiva tedesca si è iniziata nella zona compresa tra il mare e la strada Laon-Soissons su un fronte di oltre 200 chilometri. I principali attacchi germanici sono diretti su Amiens, Peronne et Aillette. Si rinnova l'attesa ansiosa delle notizie sullo sviluppo della battaglia.
L'esito non dovrebbe esser dubbio sebbene le forze attaccanti non superino che il doppio quelle pronte in difesa. L'offensiva tedesca non avrebbe forse potuto sferrarsi senza la posizione tenuta dall'Italia: infatti non meno di 50 Divisioni franco-inglesi sono trattenute sulle Alpi e su varii scacchieri del Mediterraneo. Sono 50 Divisioni che vengono a mancare alle Potenze demoplutocratiche mentre il conflitto sta per entrare in una fase decisiva. Ed oltre a ciò Francia e Inghilterra sono costrette a tenere immobilizzate contro l'Italia notevoli forze aeree, nonché gran parte della loro marina da guerra.
Inoltre, come dicemmo, l'Italia è stata presente e operante anche nel campo diplomatico, impedendo col suo atteggiamento che il conflitto si estendesse al bacino danubiano-balcanico, ciò che ha consentito alla Germania di continuare i suoi rifornimenti di viveri e di materie prime in quel settore.
Non è solo l'effetto militare a farsi sentire; non minore è stata ed è l'influenza politica. Ieri sera, in un discorso alla radio, il Presidente del Consiglio Francese Reynaud ha finalmente ammesso che le democrazie hanno per lungo tempo avuto torto rifiutando le soluzioni dei problemi europei e si fa paladino di una ricostruzione di Europa "nella quale l'indipendenza e la prosperità di ogni popolo siano assicurate". Ancora una volta le democrazie arrivano però troppo tardi.



Le frontiere si conquistano!
Da: "Il Popolo Biellese", 10 giugno 1940

Mentre sta per scoccare l'ora decisiva per i nostri destini, vi è ancora qualche voce superstite, molto superstite, che vaneggia di possibili accordi con la Francia, di trattative in corso, di possibilità di evitare la guerra. E si fa il nome di Laval che farebbe la spola fra Roma e Parigi, che è stato ricevuto da Lebrun, e chi più ne ha più ne metta. È l'ora, e chi mai potrà eliminarli?, dei "parecchisti". Ora fuggevole, che sarà travolta dal ritmo sempre più rapido degli eventi, ma che giova considerare per un istante giacché dessa offre il destro di alcune precisazioni. Non nuove, certamente, ma tuttavia utili, per non dire necessarie. Non è, forse, indice di antica e collaudata sapienza il detto latino "repetita juvant?".
Bisogna intendersi una buona volta, su questa storia di Laval. Che Laval abbia rappresentato in terra di Francia una lodevole tendenza a consentire che l'Italia sbrigasse per proprio conto, entro determinati limiti, le sue aspirazioni coloniali, è innegabile. Ma non bisogna esagerare. Non bisogna, soprattutto, ignorare la storia di ieri. A sentire certuni, parrebbe che Laval abbia combattuto chi sa quali battaglie a difesa dei sacrosanti diritti della diletta Italia! Nulla di più inesatto e nulla di più leggendario. Laval, in fondo, non era altri che il rappresentante degli elementi moderatori della congenita e secolare italofobia di tutti, dico tutti, i gruppi politici francesi. Da questo al fare di Laval uno sperticato amico dell'Italia molto ci corre. E questo ch'io formulo non è un giudizio campato in aria o un'impressione basata su elementi vaghi. Io ricordo che, quando ancora Laval era al potere, pronunciò un discorso nel quale, sia pure con un garbo nella forma che non era bene accetto alla maggioranza della Camera francese, si dolse esplicitamente che Mussolini avesse accelerato i tempi dell'occupazione etiopica, repudiando soluzioni di compromesso ch'egli, Laval, era disposto a patrocinare. Chi avesse il tempo, la voglia e la possibilità di farlo, potrebbe facilmente persuadersi della verità di quanto io dico.
Che, poi, Laval sia stato rovesciato perché considerato troppo amico, o non abbastanza nemico, dell'Italia, è, se mai, la riprova della irriducibile, intransigente e totalitaria italofobia della enorme maggioranza dei francesi. Quello che conta, per noi, è rilevare che anche l'amicizia di Laval per l'Italia va considerata "cum grano salis".
Se il signor Laval rimproverava a Mussolini la volontà di conquistare con le armi l'Etiopia è facile immaginare che cosa avrebbe risposto se gli avessimo allora, dico allora, richiesto la cessione di Gibuti, la liberazione di Suez al traffico e il ritorno di Tunisi all'Italia: e non parlo di Corsica e di Nizza! Egli avrebbe risposto, sicurissimamente, con il "jamais" che per necessità o comodità storiche sarà considerato l'indivisibile attributo di Daladier, ma che, per la verità, è l'insegna e la bandiera di tutti i francesi verso l'Italia. Io ricordo di avere messo in rilievo su questo giornale, quando un non dimenticato discorso del Conte Ciano offrì il destro agli allora deputati del Parlamento Italiano di far i nomi di Tunisi, Gibuti e Suez, come il parlamentare francese Barthélémy, uno di coloro che nelle manifestazioni orali e scritte avevano dato prova di sentimenti amichevoli per l'Italia, si scagliasse con acredine contro di noi.
Adagio, adunque, con Laval!
Laval potrà rappresentare per la Francia democratica un fenomeno interno, una specie di riserva di magazzino da tirar fuori al momento opportuno per trattare, non inviso come il framassone anglicizzato Reynaud, le condizioni della pace con gli stati totalitari e proletari: per noi, questo va ricordato, non rappresenta nulla. Meglio: rappresenta la Francia, ossia la nostra nemica tradizionale. Rappresenta la Francia che ha sempre, costantemente e tenacemente ostacolato prima la costituzione dell'unità e poi il potenziamento dell'Italia. Sempre. A cominciare da Napoleone che nell'Italia altro non vide che un serbatoio di uomini per le battaglie al servizio dell'egemonia francese, fino ai Presidenti delle varie Repubbliche e al "piccolo" Napoleone del 1859: il quale, dopo averci promesso Veneto, Lombardia in cambio di Nizza e Savoia, si prese Nizza e Savoia e ci aiutò a conquistare la sola Lombardia.
Perché uno dei curiosi effetti della propaganda è questo: di aver fatto passare per nostro amico un paese che una volta sola nella storia fu vicino a noi in base ad un patto che prevedeva prestazioni e controprestazioni e, quella volta trovò modo di truffarci. Dimenticavo: c'è la grande guerra. Ma di questa più recente storia non è il caso di parlare perché è sperabile che non ci sia più nessuno che ignori come siamo stati ripagati da quell'odioso connubio di mercanti che sono i francesi e gli inglesi per avere nel 1914 evitato la loro sconfitta e per avere nel 1913 contribuito e mi limito a dire "contribuito", ad ottenere la vittoria!
Se, poi, gli scarsi e presto morituri "parecchisti" vorranno persuadersi della realtà dei sentimenti francesi verso di noi, leggano con attenzione quanto i loro giornali scrivono in queste ore tragiche. Vedranno che, attraverso alle blandizie, alle promesse vaghe, ai finti atti di contrizione, ogni tanto affiora ciò che è l'indice del loro vero stato d'animo verso di noi: la minaccia. Proprio così. Hanno l'acqua alla gola, stanno per essere trascinati dinanzi al Tribunale della storia e sono prossimi all'espiazione, e tuttavia minacciano ancora. Con simili amici non c'è che una soluzione: quella della forza.
D'altra parte, se il contegno della Francia verso di noi tale è da determinare il nostro intervento come unica soluzione possibile, non bisogna dementicare che noi abbiamo, con la Germania, altri problemi da risolvere di carattere internazionale, i quali interessano l'Inghilterra e non soltanto l'Inghilterra. E questi problemi, anche con l'Inghilterra, vanno risolti con le armi.
L'Italia, che è e vuole essere uno dei grandi paesi protagonisti nella storia, non può rimanere estranea al conflitto da cui deriverà la nuova sistemazione del mondo. Fino ad oggi essa ha adempiuto il compito più utile che era quello di fungere da guardia armata ai Balcani per evitare che le democrazie vi accendessero il conflitto. Nel momento in cui i poderosi colpi inflitti dalla Germania alla Francia e all'Inghilterra, hanno oramai convinto gli stati balcanici che essi farebbero un pessimo affare mettendosi al servizio delle democrazie, è evidente la necessità dell'intervento italiano per l'efficace condotta della fase finale della lotta contro il nemico comune.
Questo dal punto di vista concreto. Da un punto di vista più generale non è il caso di insistere per dimostrare che solo la lotta, nel campo internazionale dà diritto alla conquista e all'espansione.
La stessa Inghilterra, il paese che ha ottenuto di più combattendo di meno, ha combattuto.
Perciò l'Italia sta per intervenire nella lotta.
Quello stesso Uomo di genio che nel 1915 ha propugnato questa fondamentale necessità in vista del compimento dell'unità italiana, che attraverso il combattimento nell'Etiopia lontana e nella Spagna Nazionale ha posto le premesse dell'Impero e affermato la potenza italiana nel mondo, guida oggi con il polso sicuro le sorti del nostro paese nell'ora cruciale della storia del mondo.
È di Mussolini il detto "le frontiere non si discutono, si difendono".
È una variazione del detto di Mussolini la proposizione "le frontiere non si discutono, si conquistano".
A. Domenico Bodo



È la nuova Europa che sorge
Da: "La Provincia di Vercelli", 18 giugno 1940

Parigi è conquistata. Dal 14 giugno la bandiera dalla croce gammata delle Armate di Hitler sventola su Parigi e sulla vicina Versaglia, su quel castello, cioè, in cui nel 1871 veniva consacrata la vittoria del giovane impero tedesco, ed in cui 48 anni più tardi si varava quella pace ch'è la prima determinante della guerra odierna, intesa come liberazione da esose dominazioni di popoli e nazioni, imposte da quel Trattato; intesa come "lotta dei Popoli poveri contro gli affamatori, dei Popoli fecondi contro i Popoli isteriliti".
La conquista di Parigi, più che un significato strategico-militare, ne ha uno squisitamente politico-ideale, in quanto la vittoria di Parigi non è il frutto solo di pochi giorni di lotta, sibbene la risultante di parecchi anni di Regime hitleriano, della ferrea, tenace preparazione della nuova Germania, è l'affermazione e la consacrazione della superiorità dei Regimi totalitari contro i governi democratico-liberali.
La conquista di Parigi assurge a simbolo e ad esaltazione della superiorità dei Regimi totalitari su quelli delle demoplutocrazie di Francia e di Inghilterra, è l'espressione vittoriosa del secolo del Fascismo contro il secolo della libertà democratica, la base della vittoria della nuova civiltà, nata in Roma e che dilaga nel mondo ad apportare la luce della giustizia sociale.
Con l'affermazione delle armi, è l'affermazione dell'Idea, che deve civilizzare il mondo, e per la quale l'Italia Fascista è corsa alle armi a fianco della Germania alleata. Già si vede la tempestiva intelligenza del Duce nello scegliere la data della nostra entrata in guerra: mentre la Germania svolge e conclude la seconda fase del suo attacco alla Francia, l'Italia passata dalla non belligeranza alla guerra guerreggiata inchioda vieppiù il nemico sulle posizioni. Dalle Alpi all'Oceano Indiano, e la terza fase, iniziatasi subito dopo la conquista di Parigi, trova convergenti anche gli sforzi militari delle due Nazioni totalitarie. La distruzione delle Armate francesi diviene sempre più fatale, e prossima, mentre lo stato d'animo della popolazione si eccita, e divampa la lotta di governo. È comunque pacifico che per l'esercito repubblicano i giorni sono contati. Ed allora Italia e Germania scatteranno all'assalto pieno e totalitario dell'Inghilterra, sul suo stesso suolo e sui suoi baluardi imperial-mediterranei. E sarà quella la più grande ora della Storia: l'avvento dei Popoli nuovi, giovani, generosi, audaci, animati dalla giustizia sociale emanante dalla luce di una Civiltà superiore, e la liberazione definitiva da quel popolo di usurai e di pirati che è l'inglese, il quale tiene dominio od ipoteca su tre quarti della terra.
Le forze giovani del Fascismo e del nazional socialismo non tarderanno ad avere ragione delle espressioni militari della Gran Bretagna, ponendo la fine irrevocabile ad un dispotismo secolare, che per secoli più non si ripeterà. Sarà la fine della democrazia sul continente europeo, su quel continente che ha sempre retto la fiaccola della civiltà, e che torna a sfolgorarla più vivida che mai nel nome di Roma immortale.
È la nuova Europa che balza dal fronte di Parigi dai vari fronti d'Italia e di Germania, nello sviluppo logicamente vittorioso di quella guerra giusta che Italia e Germania hanno intrapreso per le impellenti necessità vitali dei loro Popoli, per le loro giuste aspirazioni territoriali.
È la nuova Europa della giustizia sociale, dell'etica sincera e solenne della Lex romana e della legge umana, è la nuova Europa della leale e sincera collaborazione per il benessere dei Popoli, per la quale ci siamo battuti, nella quale abbiamo creduto e che - nel nome del Duce - per secoli darà vita serena di fede, di lavoro e di opere; vita costruttiva, realizzatrice, dinamica, essenzialmente dominata dallo spirito che è la caratteristica e la base della divampante Era delle Camicie Nere.
Zive



Seconda fase
Da: "La Sesia", 19 luglio 1940

La guerra continua contro la Gran Bretagna e continuerà fino alla vittoria.
Così, dal 25 giugno, da quando, con l'armistizio dettato dalle Potenze totalitarie alla Francia vinta, la guerra è entrata nella sua seconda fase, non è passato giorno senza che l'Inghilterra, in episodi di lotta ognor più accentuata, non abbia sentito il peso della potenza della forze armate d'Italia e di Germania.
Il primo dei nemici - sia pure il meno responsabile - contro il quale l'Italia e Germania sono scesi animosamente in campo - era vinto: la Francia pagava con la più grande sconfitta di sua storia la infausta intesa cordiale con la sorella britannica della quale pure l'esperienza di tanti secoli di storia caratterizzati da una fondamentale inimicizia dei due paesi, avrebbe dovuto tenerla diffidentemente lontana. La paura morbosa di un ingrandimento territoriale e morale dell'Italia e della Germania è stato però tale, per la Francia, a farla cadere fra le braccia della sua antica nemica e con essa andare allo sbaraglio nella folle e vana speranza di sbarrare la strada a due virili e giovani popoli. Il sogno è fragorosamente crollato e la gallica insufficienza militare e politica è affogata nel sangue di centinaia di migliaia di uomini immolati sull'ara di un imperialismo male assortito ed ancor peggio alimentato. Sì che la Francia vinta, non umiliata dai vincitori, ha potuto subire l'affronto assassino per parte dei proprii alleati Inglesi che ad Orano ed a Dakar le hanno bombardato le più belle unità della propria marina da guerra.
L'Asse della nuova Europa ha schiantato, con la forza delle proprie armi, dopo i vari sforzi della diplomazia e della politica, uno dei due piedistalli sui quali poggiava tutto il paradossale edificio del capitalismo accentratore del monopolio di tutte le ricchezze del mondo. Con una gigantesca manovra quasi per linee interne, l'Asse è volto ora contro il supremo responsabile dell'attuale conflitto, contro l'Inghilterra che nel proprio egoistico interesse ha sempre danneggiato non solo coloro dei quali si è dichiarata apertamente nemica, ma persino quegli stessi dei quali non meno apertamente si è vantata di essere amica.
La storia di questi ultimi tempi ne dà pienamente conferma dalla politica delle garanzie all'alleanza armata con la Francia nei confronti della quale ha anche subdolamente aspirato di addivenire ad una unione formale. Le forze saldamente unite dell'Italia e della Germania porranno senz'altro fine al mito finora dominante della splendid solution della terra di Albione mito che è noto solo nelle fredde teste di Gran Bretagna ma storicamente sempre smentito a cominciare dalla marcia delle legioni romane, nel 55 a.C. sotto la legione di Giulio Cesare il principe della romanità guerriera e successivamente della stabile conquista di quel territorio compiuta da Claudio.
Se sanguinosa e dura è stata la sconfitta che Italia e Germania han inflitta alla Francia, più spietata ed implacabile è la lotta che si conduce contro la Gran Bretagna, poiché soltanto quando la si sarà piegata con le ginocchia a terra si sarà raggiunto il grande scopo al quale con la guerra si tende: di restaurare un ordine nuovo nel mondo, alieno delle dittature materialistiche e economiche. Chi più ha più deve dare, e l'Inghilterra - sotto la quale giace più dei tre quinti del mondo - dovrà pagare di più per scontare il fio delle colpe storiche e delle conseguenze per tutti, tranne che per lei, dannose.
Per questo le potenze dell'Asse conducono, decise, inesorabile la lotta, di cui ogni giorno i Bollettini di guerra rivelano i nostri vittoriosi successi nel Mediterraneo contro la marina inglese nell'Africa Settentrionale, in Palestina, nell'Impero per iniziativa dell'Italia; sul cielo della stessa Inghilterra per iniziativa della Germania, che si protende per il balzo finale, affilate alla perfezione le armi: la invasione dello stesso territorio metropolitano inglese.
La storia non ammette evasioni, così, come la società recisamente esige che il colpevole sia condannato, la storia chiama l'Inghilterra - altezzosa e cinica - al giudizio dell'umanità, per la più severa condanna.
d. rat



Il fato si compie
Da: "Corriere Valsesiano", 31 agosto 1940

Alla blitzkrieg, la guerra lampo, è subentrata da circa due mesi quella che si potrebbe chiamare la hammerkrieg, la guerra del martello. Martello di fuoco che oggi accelera il suo ritmo; maglio demolitore che batte implacabile dalla terra, dal mare e dal cielo sul cuore di quello che fu il più grande impero del mondo.
Sono duemila gli aeroplani tedeschi che si abbatterono in questi passati giorni sull'Inghilterra, seminando lo spavento e la rovina su tutti i principali obbiettivi militari. Né valsero a trattenerli la Raf, né molto meno i palloni frenati che fanno da sbarramento all'Isola.
Migliaia e migliaia eran gli anacronistici baronetti inglesi che assistevano, in cilindro grigio, al derby quando la Francia agonizzava, e migliaia e migliaia sono adesso i ventruti palloni inglesi che assistono dal cielo all'agonia dell'Inghilterra. Palloni che con pensili reti metalliche pretendono di arginare l'avanzata germanica; pazzesca ragnatela d'acciaio, dietro la quale la modernissima Aracne inglese, la scaltrissima orditrice di menzogne e di frodi, si illude di star sicura all'agguato.
Quelli però che sfondarono la Maginot è facile immaginare come devon burlarsi di questo pazzesco sbarramento quando vi piomban sopra con l'invasione delle loro metalliche "vespe", mentre il "Do 215", l'ultimogenito dell'arma aerea tedesca, il cosiddetto "lapis volante", va a scrivere nel cielo londinese l'ora suprema dell'incombente rovina.
Intanto Gibilterra è sull'orlo dello sfacelo, Malta si sgretola, e Caifa divampa in nuove fiamme. E cadono anch'essi i primi baluardi che fronteggiano il grande Impero britannico. Il triangolo Perim-Aden-Berbera si è sfasciato. Nello spazio di due settimane si è conclusa l'aspra e gigantesca battaglia che ha portato i nostri alla conquista della Somalia inglese. Aden è sotto il fuoco delle bombe italiane, e Perim - l'anacronistica isoletta inglese allo sbocco del Mar Rosso, la minuscola Gibilterra che faceva da vertice al triangolo di sbarramento inglese - cadrà anch'essa fra poco. Ed è quella Perim che pure avrebbe dovuto aprir gli occhi ai francesi sulla perfidia di quelli che furono i loro alleati. I quali, in una notte, con un boccale di whisky estorsero a loro il segreto; e quando i francesi approdarono all'alba a Perim per prenderne il definitivo possesso trovarono che gli inglesi, da scaltri ladri notturni, vi eran già arrivati col favore delle tenebre, e la bandiera britannica schiaffeggiava il cielo dell'isoletta e la cieca fiducia francese.
Così l'Italia, con l'ex Somalia francese e con quella britannica in suo possesso, domina ora su tutto l'estuario che immette nell'impero britannico. Impero che già tentenna, oggi che i fuochi fatui delle promesse inglesi fan sorridere l'India; oggi che il grande poeta indiano Tagore si strappa dal capo quell'ipocrita corona d'alloro che gl'imbonitori inglesi gli calcan sulla fronte; oggi che anche Gandhy non digiuna più perché, in sua vece, fa digiunare gl'inglesi, e - assorto nell'estasi dell'imminente liberazione - tace. E sono i fatti che parlano.
E la parola è, soprattutto, al blocco: a quel blocco totale che dovrà ridurre a ragione il moderno Briareo dalle cento braccia coloniali, che oggi sono ormai in procinto di esser tagliate fuori dal mostruoso suo corpo. E così si avvera la profezia di Benjamin de la Salette che, all'inizio del 1900, dopo aver preconizzato l'avvenuta conflagrazione europea, nonché il ristabilimento della repubblica in Spagna e Portogallo e l'indipendenza dell'Irlanda (cose tutte che si avverarono in pieno), disse che l'Inghilterra "terribilmente scossa, perderà le sue più belle colonie".
Né fu solo nel vaticinio. Anche Henry Béraud ebbe a preconizzarne la fine, quando, nel 1935, con quella sua famosa requisitoria a fondo contro l'Inghilterra la denunciò al tribunale del mondo perché ne soffocasse la secolare tracotanza. Coraggio, il suo, che gli valse il carcere e il fulmineo sequestro del suo articolo incriminato. Non era però l'articolo che si sequestrava, ma era la verità che veniva sequestrata per ordine dei giudici inglesi, che, con l'oro, imbavagliavano il mondo.
Senonché, anche allora, i francesi non aprirono gli occhi, per loro danno. Come, del resto, non li avevano mai aperti in più d'un secolo dalla morte del grande Napoleone, oggi più che mai - per diritto d'origine italiano. Il quale, dopo aver affermato ch'era necessario "distruggere quell'Isola prepotente che impediva all'Europa la felicità e la pace", ma presago che purtroppo le sue parole non sarebbero state raccolte, esclamava indignato: "L'Inghilterra soffoca il mondo, e il mondo se ne sta zitto!". Ci volle infatti più di un secolo prima che l'Europa rompesse il silenzio. E il silenzio fu Hitler che lo ruppe, quando, sull'attonita scena del mondo, lanciò la sua recente profezia sulla prossima fine dell'Impero britannico. Profezia che oggi sta già prendendo i contorni della realtà.
Nei crocicchi delle strade, al riverbero del tramonto britannico, non è più lo sparuto picchetto della Salvation Army che straluna gli occhi incontro al cielo, intercalando un'isterica preghiera al rantolo d'una tromba, ma sono i "plotoni oranti", le reclute della disperazione, che invocano dal cielo eserciti di nebbie con batterie di tuoni e sciabolate di lampi per allontanare il nemico, in attesa che nella prossima primavera arrivino dall'America, col primo volo delle rondini, quelle migliaia d'aeroplani che daranno la vittoria alla patria...
Follia. Suicidio collettivo. E mentre suonan già per l'Inghilterra le sette trombe di Gerico, gl'inglesi si stordiscono con Baldassarre in orgie sfrenate e non vedono il dito che si allunga sul muro e scrive a caratteri di fuoco la loro sentenza: "Mane. Tacel. Fares". Misteriose parole che, come per Baldassarre, anche per John Bull significano: sei contato, pesato, e diviso. Contato nei giorni che ti restano, pesato per quello che vali, e diviso da quello che hai frodato.
Eppur gl'inglesi non si danno per vinti. E, se manca il grano, si consolan facilmente con le prugne di Duff Cooper; e, se mancassero anche queste, s'illudon di potersi nutrire con tavolette di vitamina C... E continuano a mentire. Su venti unità affondate è tanto se ne denunciano una, e non subito ma dopo una settimana, a funerali avvenuti... L'oro lo vanno a nascondere in America nella tasche dei loro creditori, donde non uscirà mai più. E in America ci mandan anche - appaiati ai "puro sangue" equini - i "puro sangue" umani: i rampolli dell'alta aristocrazia britannica.
Ma la plebe rimane. Uomini e donne, votati al macello, portano - come i condannati della tragedia di Schiller - le pietre che dovran seppellirli. Ed è lo stesso Churchill che condolla in persona le barricate. Vederlo, in una recente fotografia, questo grand'Architetto dell'Universo inglese, cilindro in testa e sigaretta in bocca, insaccato in una palandrana nera da impresario di pompe funebri, misurare un muretto sbilenco che ha la boria di far da barricata!
Anche, alle porte di Parigi, trovarono i tedeschi montagne di barricate. Fra l'altre ce n'era una composta d'un cumulo di materassi e tavolini da notte con in cima una grande poltrona a fiorami rosso-gialli con le gambe in aria. Risero i tedeschi. Ma quel grottesco sbarramento - come quello che stanno oggi innalzando gl'inglesi - era un gran monito che ieri serviva ai francesi come oggi serve agl'inglesi. Era l'epilogo d'una troppo comoda vita borghese alla complice ombra d'una criminosa sterilità; era l'insegna di tutto un mondo in rovina; era la vecchia democrazia che con le gambe in aria, cedeva il passo all'irruente avanzata della nuova coscienza d'Europa.
Sul tratto di ferrovia Bagdad-Bassora che va da Mahawil a nord fino a Hillah nella Mesopotamia, c'è, accanto al binario, una tavola su due pali con la scritta: "Fermata di Babilonia", per dar agio al visitatore di contemplare le poche rovine di quello che fu il più grande impero del mondo antico. Però, alla "Fermata di Londra", non trova l'odierno visitatore un mucchio di rovine. La grande città è intatta o quasi. Viva, eppur morta: tagliata fuori dal consorzio del mondo. Visione ben più tragica d'ogni rovina. Rovina vivente di quello che fu il più grande impero moderno.
Chi avesse detto, a principio di quest'anno, che un aeroplano tedesco sarebbe disceso nel bel mezzo della piazza della Concordia a Parigi, lo si sarebbe creduto pazzo o quasi. Eppure vi è disceso. Trionfalmente. E chi dice che un altro grande aeroplano tedesco non possa discendere vittorioso, alla fine dell'anno, seppure non prima, nel centro dell'immensa Trafalgar Square di Londra?
P. Mortarotti