Antologia di articoli di giornali locali


Gennaio-aprile 1940

I primi mesi di guerra

A cura di Piero Ambrosio

Sono stati consultati: "Il Biellese", Ufficiale dell'Azione Cattolica Biellese, a. LIV; il "Corriere Valsesiano", a. XLVI; "L'Eusebiano", Ufficiale dell'Azione Cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli, a. XII; "Il Popolo Biellese", bisettimanale fascista, a. XIX; "La Provincia di Vercelli", Foglio d'ordini della Federazione dei Fasci di Combattimento di Vercelli, a. XVIII; "La Sesia", giornale di Vercelli e provincia, a. LXX.
Non è stato possibile consultare "La Gazzetta della Valsesia" poiché nelle biblioteche pubbliche locali non è conservata alcuna collezione di questo periodico. Si ringrazia l'Editrice Valsesia per aver consentito la consultazione della collezione del "Corriere Valsesiano", al momento impossibile nella Biblioteca civica di Varallo.



Presentazione

In questa puntata della rassegna di articoli tratti dalla stampa locale di cinquant'anni fa ci occupiamo dei commenti dedicati ai primi mesi di guerra. Negli articoli che riproduciamo si insiste nel gettare la responsabilità dello scoppio della guerra su Francia e Gran Bretagna e nel sostenere che la Germania si sarebbe vista "costretta" a ricorrere alle armi per risolvere la "questione con la Polonia". Nel contempo si continua a giustificare il mancato ingresso in guerra dell'Italia al fianco dell'alleato tedesco: "non belligeranza" non significa "neutralità", si affanna ad esempio ad affermare Domenico Bodo, uno degli editorialisti di spicco dei due settimanali fascisti della provincia, il nostro paese è stato "autorizzato" dalla Germania a restare "spettatore" ma, "naturalmente", spettatore "benevolo".
Tuttavia, altrettanto naturalmente, per "l'Italia di Mussolini, fedele alla tradizione di Roma", era d'obbligo procedere "serena e fiduciosa nella sua marcia con le armi, con le leggi e con le opere": all'inizio di aprile il Consiglio dei ministri approvò provvedimenti relativi alla "difesa nazionale" e all' "organizzazione della Nazione per la guerra", guerra in cui, di lì a poco, il "duce" ci avrebbe trascinati.



Gli articoli

Anno di guerra 1940: propositi e prospettive

Da: "Il Biellese", 2 gennaio 1940

L'anno nuovo incomincia con la riaffermazione da parte dei belligeranti di combattere fino alla vittoria il che equivale ad una smentita di tutte le voci corse negli scorsi giorni su possibili evoluzioni della situazione verso nuove iniziative di pace.
Per la ricorrenza di Capodanno il Fürer, Comandante Supremo dell'Esercito germanico, ha lanciato un messaggio alle truppe nel quale è detto fra l'altro: "Al termine di questo anno storico, ci ricordiamo con gratitudine dei nostri compagni che hanno pagato col sangue la loro fedeltà al popolo del Reich. Noi preghiamo l'Altissimo affinché ci protegga nel prossimo anno come ci ha protetti nell'anno che termina e perché ci dia la forza di compiere intero il nostro dovere, poiché ci troviamo di fronte a una lotta che dovrà decidere della vita o della morte del popolo tedesco. È con fiducia e fierezza che io e la Nazione intera vi guardiamo. Con simili soldati, la Germania vincerà".
Un altro messaggio il Fürer ha diretto al Partito nazionalsocialista, nel quale Hitler polemizza sulle responsabilità delle democrazie nell'attuale conflitto che il popolo tedesco non ha voluto, ricordando poi gli sforzi per la pace fatti dal Duce. Infine il messaggio afferma che il popolo germanico non combatte soltanto contro l'ingiustizia di Versaglia; esso combatte anche perché la Germania e con essa l'Europa siano liberate dalle sopraffazioni e dalle costanti minacce inglesi e, perché diventi possibile costruire un'Europa nuova.
Dal canto suo la stampa parigina mette in particolare rilievo la dichiarazione formale fatta venerdì al Senato da Daladier che la Francia non deporrà le armi senza prima aver ottenuto "garanzie materiali e positive", osservandosi che tali garanzie possono risultare soltanto da una completa vittoria sulla Germania, cioè dalla distruzione della potenza militare e politica del Reich. Perciò a Parigi si respingono energicamente le possibilità di una "pace di compromesso" e si riafferma la risoluzione degli alleati di battersi fino all'ultimo. I giornali francesi continuano inoltre a commentare lo storico evento di Roma, per sottolinearne il significato e l'importanza.
In Inghilterra sono molto attese le dichiarazioni che verranno fatte da Chamberlain in un discorso annunciato per i prossimi giorni e il cui tema verterà sugli scopi di guerra degli Alleati. Voci contraddittorie circolano negli ambienti londinesi circa l'atteggiamento "ufficiale" del Governo britannico nei riguardi di Mosca e la piega che potrebbero prendere i rapporti fra le due Potenze in relazione alla guerra finlandese.
Intanto, in un messaggio di Capodanno ai suoi elettori, il Cancelliere dello Scacchiere sir John Simon, premesso che l'Inghilterra è entrata in guerra "perché i dirigenti della Germania erano risoluti a persistere nel sistema delle aggressioni", ha affermato che bisogna travolgere quello che Chamberlain ha definito "le forze del male". Simon ha concluso dichiarando che occorreranno ancora gravissimi sacrifici, pur sperando che "prima che sia trascorso un altro anno avremo prove conclusive della buona riuscita dei nostri sforzi".
Le ultime notizie dalla Finlandia confermano che i russi concentrano i loro massimi sforzi nell'istmo di Carelia, rinnovando gli attacchi che regolarmente vengono stroncati dai finnici con gravissime perdite per gli avversari. Anche nel settore del lago Ladoga la pressione sovietica è intensa per quanto senza risultato, mentre a nord di Salmijervi una brigata inoltratasi in una gola minata dai finlandesi è saltata in aria. Nessuno dei duemila uomini che la componevano, si è salvato. Gli osservatori neutrali calcolano a 100.000 uomini le perdite dei russi tra morti e feriti nel primo mese di guerra con la Finlandia.
Dalla zona nord, settore di Petsamo, giungono notizie confuse e contraddittorie secondo le quali gli sciatori del generale Wallerffus sarebbero riusciti a riconquistare Petsamo, dal quale il grosso delle forze russe si sarebbe ritirato perché in gravi difficoltà di rifornimenti attraverso la ferrovia di Murmansk. Le notizie tuttavia meritano conferma.
Il Presidente del Consiglio nipponico, generale Abe, in una intervista giornalistica ha dichiarato che il suo gabinetto, costituito in vista della risoluzione della questione cinese, non può dimettersi per sopravvenute difficoltà che quel problema non riguardano. Circa le relazioni con gli Stati Uniti, il Capo del Governo nipponico si è poi mostrato piuttosto reticente, mentre, riguardo ai rapporti con l'Urss ha annunciato che, se i negoziati per il trattato commerciale seguono il corso previsto, prima di parlare di un accordo d'insieme occorrerà studiare in quale misura ciò potrebbe giovare agli interessi nipponici.



Primo: non adagiarsi
Da: "Il Popolo Biellese", 18 gennaio 1940

Il comunicato riassuntivo degli argomenti trattati ieri dal Segretario del Partito nel periodico rapporto dei Segretari Federali di un certo numero di provincie offre il destro per alcune considerazioni su un argomento che si è presa l'abitudine di trascurare. L'argomento è quello dello stato di "non belligeranza" dell'Italia di fronte all'attuale conflitto europeo, stato di "non belligeranza" che a torto si vorrebbe confondere con quello affine di "neutralità". Intanto: perché l'Italia abbia espressamente adottato una locuzione, "non belligeranza", che diverge da quello ormai tradizionale per uno stato che non interviene in un conflitto armato fra altri stati, una ragione ci deve essere. E la ragione non può dipendere che da una valutazione del proprio atteggiamento in base alla quale il termine "neutralità" è stato ritenuto insufficiente.
Non è affatto difficile individuare la causa di questo atteggiamento italiano diverso, diverso nella definizione e diverso nella sostanza, dalla neutralità. Neutralità significa non soltanto astensione, ma astensione intenzionalmente permanente e definitiva. Ho detto intenzionalmente perché, è evidente, gli eventi possono coartare e modificare le più ferme intenzioni. Neutralità significa inoltre, come corollario della precedente premessa, imparzialità o indifferenza: non sempre indifferenza ma sempre imparzialità. Ecco perché i neutri tipo Belgio, Olanda, Scandinavia e Stati dell'America sono continuamente ammoniti o richiamati, dagli stati belligeranti, ad un contegno veramente neutrale inteso come imparziale.
Ora l'Italia, che si è autodefinita "non belligerante" scartando di proposito la qualifica di "neutrale", non è né definitivamente astensionista neanche nelle intenzioni, né imparziale. C'è una ragione, una logica e una determinata linea politica in tutto questo?
Ricordare significa vedere.
Primo dato da ricordare: il patto che abbiamo con la Germania.
Troppa gente ha dimenticato o, per lo meno, ha liquidato mentalmente questo patto dal giorno in cui l'Italia ha ufficialmente proclamato il suo stato di "non belligeranza". Le ragioni di questa tendenza sono varie. Ci sono i complicati ai quali non par vero di scoprire che la politica è l'arte di rinunziare oggi quello che si è creato ieri, di procedere nel dedalo delle più stridenti ed impossibili contraddizioni, di combinare ogni sorta di insondabili pasticci. Ci sono gli antifascisti, i quali potrebbero forse meglio definirsi gli antitutto, ai quali non par vero di poter cogliere il governo in flagrante confessato errore di politica internazionale. Ci sono i furbi che vedono sempre dietro le quinte e sotto la scorza e, intenti a guardare di traverso, non s'accorgono delle verità più elementari e visibili anche se vi danno dentro del capo.
Tutta questa più o meno brava gente ha dimenticato un particolare che in materia ha costituito la messa a punto definitiva e, cioè, il discorso Ciano sulla politica italiana. Là è stato detto e spiegato che noi non eravamo entrati in guerra nel settembre 1939 in applicazione delle lettera e dello spirito del nostro patto con la Germania. Il patto prevedeva una tregua minima di tre anni e, nelle intenzioni dei contraenti, un lungo periodo di pace e la pacifica soluzione delle questioni pendenti. Poiché la Germania aveva creduto di dovere anticipare col ricorso alle armi la soluzione della questione colla Polonia, si era riconosciuto dalle parti contraenti che il nostro intervento armato non era né obbligatorio né opportuno. La Germania, insomma, aveva detto all'alleato: contro le previsioni io sono costretta a prendere le armi per una questione che interessa soltanto me; perciò ti autorizzo come mio alleato, a rimanere spettatore. Ma, naturalmente, benevolo spettatore. Ed ecco perché il ministro Ciano ha proclamato che la nostra politica era immutabilmente legata e guidata dagli impegni da noi stipulati e, principalmente, dagli impegno stipulati con la Germania.
Ed ecco perché noi non siamo affatto neutrali nel senso di imparziali e, tanto meno, indifferenti. Legati da un patto e fedeli a questo patto, noi non abbiamo nessuna ragione per nascondere la nostra simpatia verso il nostro alleato impegnato in una dura lotta contro due imperi i quali da quattro mesi stanno recitando la ridicola commedia dei fini di guerra nell'unico intento di mascherare la natura chiarissima e definitiva di questo conflitto: premeditata aggressione degli imperialismi inglese e francese contro la risorgente potenza tedesca.
Secondo dato da ricordare: gli interessi italiani!
L'Italia, grazie all'opera ciclopica del Duce, ha gettato le basi del suo Impero. L'Italia è situata nel centro del Mediterraneo.
Il Mediterraneo bagna tutte le coste italiane e buona parte dei suoi possedimenti imperiali. Per uscire dal chiuso azzurrissimo suo mare e solcare con le sue navi gli oceani, per mantenere il traffico tra la madre patria e le sue colonie africane, l'Italia deve passare per Gibilterra e per Suez: sotto il controllo e sotto la minaccia dei cannoni inglesi. Ancora: vi sono italiani che coltivano e redimono terre in Francia ed in colonie francesi. Dovunque l'Impero italiano ha un interesse da far valere, una rivendicazione da esprimere, una pretesa da far valere, ivi si erge, in contrasto, l'imperialismo inglese o l'imperialismo francese. Questa è una verità incontestabile.
Ma vi è di più. Noi abbiamo già posto alla Francia e all'Inghilterra il problema dei rapporti fra l'imperialismo italiano e gli imperialismi franco-inglesi. E sappiamo quale è stata la risposta.
I malati di francofilia o di democratite farebbero bene a rileggere, o a farsi tradurre se non capiscono il francese, gli articoli di tutti, dico tutti, gli scrittori polifici francesi dopo il discorso del Duce agli squadristi. E capirebbero o comincerebbero a capire perché noi non possiamo adagiarci nella poltrona della pace perpetua. E capirebbero anche come e perché la nostra politica debba per necessità ineluttabile essere anti francese e anti inglese.
Dalla Francia e dall'Inghilterra non abbiamo mai avuto nulla. Dopo essere state aiutate a vincere la Grande Guerra nel 1918, ci hanno negato anche quello che ci avevano promesso e ci hanno trattato come un paese vinto. Quando, nel 1935, Mussolini decise di conquistare con le armi quel posto al sole che all'Italia spettava, hanno messo in moto la macchina ginevrina per soffocare il tentativo.
Una cosa è certa per chi valuti freddamente i fatti recenti e remoti: Francia ed Inghilterra non soddisferanno le aspirazioni italiane, legittime o non legittime, se non quando vi saranno costrette dalla forza o quando si saranno convinte che la forza italiana è tale da potervele costringere.
Ecco perché noi non siamo neutrali. Ecco perché noi dobbiamo convincerci che la pace perpetua non è mai stata lontana da noi, dalle nostre indeclinabili esigenze, come in questo momento.
Ecco perché gli italiani debbono accogliere con animo virile l'ammonimento che promana dal comunicato sul recente rapporto dei Segretari Federali.
Questo ammonimento è il tono, lo spirito e il fine essenziale di tutto il comunicato e potrebbe così riassumersi: primo: non adagiarsi.
A. Domenico Bodo



I motivi del conflitto
Da: "Corriere Valsesiano", 10 febbraio 1940

Dopo cinque mesi dallo scoppio del conflitto europeo, appare sempre più evidente che la questione di Danzica, la quale agitò la diplomazia dei vari paesi interessati durante lunghi, angosciosi mesi, fu, come l'attentato di Sarajevo nel 1914, soltanto una causa occasionale della guerra e che i veri motivi di questa vanno ricercati più lontano e più profondamente nella storia.
Vi sono di quelli che vedono nel conflitto attuale la continuazione della guerra durata dal 1914 al 1918.
E anche questa affermazione contiene la sua parte di verità, specialmente se ci si pone dal punto di vista franco-inglese.
Com'è noto, la Francia e l'Inghilterra lottano contro l'egemonia che la politica tedesca tenta di imporre all'Europa colle sue fortunate tappe della distruzione dell'Austria, della Ceco-Slovacchia, della Polonia.
I due Stati occidentali considerano nell'azione germanica il solo aspetto politico e intendono riportare l'assetto europeo allo status quo ante con lo stesso spirito con cui si opposero nel 1914 al sogno imperialista del Kaiser Guglielmo.
La propaganda pan-germanica degli scrittori politici tedeschi dello scorso secolo è sempre presente alla mente dei franco-inglesi.
Ma in realtà la tentata egemonia tedesca sul continente è già la conseguenza di un fattore non politico, bensì economico, che si riassume da parte tedesca nella formula: bisogno di spazio vitale.
In realtà, sotto il sogno egemonico della Germania, la questione ha un altro aspetto, un altro nome: si chiama problema tedesco e involge tutta la vita del popolo germanico.
Che cosa significa l'espressione spazio vitale?
Essa vuole indicare un'area la cui economia, le cui possibilità siano complementari ed integranti dell'economia germanica.
Dal suo spazio vitale la Germania dovrebbe ricavare i prodotti che le abbisognano e in esso dovrebbe riversare quello di cui ha abbondanza. Pertanto il problema che si pone oggi all'Europa è questo: è possibile conciliare l'indipendenza di un paese colla funzione di economia complementare voluta dalla Germania? E se non è possibile, e tuttavia si vuole mantenere quelle indipendenze, quali altre vie bisogna aprire alla Germania per dare respiro alla sua economia?
Invero alla prima domanda non si può rispondere in modo affermativo. Se anche fosse possibile effettuare il passaggio da una economia complementare, senza togliere ad uno Stato l'autonomia politica, esso graviterebbe pur sempre nell'orbita della Germania, così da perdere, di fatto se non di nome, la sua indipendenza.
Allora per risolvere il problema economico tedesco occorre dare alla Germania altre possibilità, altri campi in cui esercitare la sua azione.
Questa possibilità, questi campi potrebbero essere le Colonie. La questione dell'unità etnica dei Germani, altro motivo della politica tedesca, a cui Hitler annette tanta importanza, è una questione di secondo ordine per i franco-inglesi. Probabilmente essi, con lo stesso spirito che hanno manifestato a Monaco, si sarebbero seduti al tavolo di una conferenza per Danzica, se la Germania non avesse voluto annettere al suo spazio vitale anche il territorio polacco.
Dei due motivi dell'azione tedesca (spazio vitale ed unità dei Germani) soltanto il primo urta colla tesi franco-inglese del ritorno allo status quo ante.
Quanto abbiamo detto concorre a spiegare l'atteggiamento dell'Italia di fronte alle potenze belligeranti.
Mentre si riconosce la necessità economica della Germania di avere il suo spazio vitale e si considera con comprensione il suo desiderio di unire tutti i Germani in un solo Reich, non si può poi fare a meno di riconoscere che lo spostamento dell'equilibrio europeo dovuto all'azione tedesca turba profondamente la vita politica dell'Europa, e con questa anche la nostra vita. La non belligeranza dell'Italia è pertanto consona a quella obiettività di giudizio che ha sempre informato l'azione politica di Mussolini, ed alla tutela dei nostri interessi in Europa.
Gian Luigi Sella



Aspettando la stagione dei fiori
Da: "L'Eusebiano", 29 febbraio 1940

Intorno alle Piramidi... c'è la Russia?
Dicono i giornali che un esercito franco-inglese è in via di allestimento in Siria; esercito franco-inglese per modo di dire, perché si tratta di truppe ebraiche ed anche di Palestina e di formazioni neozelandesi ed australiane. Un esercito che s'avvia ai quattrocentomila armati e che si trova in contatto... fraterno con le armate egiziane in Africa e con quelle turche in Asia.
Leggevamo in questi giorni la tappa folcloristica dei neozelandesi nei pressi delle Piramidi. C'era persino una vignetta in cui, fra i bivacchi delle truppe coloniali, campeggiava in primo piano un muezzin in turbante, il quale rievocava davanti agli armigeri del continente nuovissimo gli splendori delle ciclopiche tombe dei Faraoni.
Noi non sappiamo misurare la cultura geografica dei soldati oceanici: ha detto loro che essi dovranno combattere contro la Russia Sovietica, che dovranno conquistare i petroli di Baku e di Balum, che dovranno liberare i Circassi del Caucaso dalla tirannide moscovita. Potranno quindi pensare i guerrieri dei Dominions che la Russia confini con l'Istmo di Suez e che il Caucaso sia la mosaica penisola del Sinai. Infatti essi stanno svernando in Egitto e hanno tutta l'aria di prendervi stabile dimora, in attesa di aprire il fuoco.
Ma per noi, europei, questa imponente formazione militare che sorge nella nebbia del mistero ha uno scopo antirusso fino ad un certo punto! Eh, no! non c'è puzza di cosacco nel Mediterraneo, non ci sono pozzi di "oro nero" in Siria, in Palestina ed in Egitto. C'è qualcun altro affacciato alle sponde del "Mare nostrum", il quale osserva con occhio di lince le mosse sornione di quest'armata troppo distante dall'Asia e troppo vicino ai Balcani. Sì! combattere la Russia sta bene! ma non... sul canale di Suez! Quest'esercito sfinge attendato all'ombra della classica Sfinge, non riesce a mascherare il suo vero volto: noi vediamo chiaramente un esercito cosmopolita che sorge sotto gli auspici della Triplice anglo-franco-turca pronto a prendere qualsiasi direzione, magari una direzione... europea.
Può darsi che presto il cannone tuoni sul Caucaso e che la guerra divampi nella zona petrolifera russa, ma noi scommettiamo che anche in questa evenienza le truppe neozelandesi ed australiane continueranno a cercare i russi nel Mar Rosso e nel Mediterraneo orientale.
Il vecchio generale francese Weigand non ha evidentemente un fronte unico davanti a sé e il Caucaso può essere per lui tanto una ragione quanto un pretesto. Una cosa è ben certa: che quando egli metterà in moto la sua macchina militare non potrà contare sull'elemento "sorpresa". Come egli vigila l'Oriente, altri vigilano... lui affinché non sbagli direzione e non scambi la bandiera moscovita con quella di qualche altro stato europeo. Non si sa mai...
Tragedia finlandese.
La Finlandia continua a difendersi e, a tutt'oggi, è saldamente in piedi di fronte al colosso sovietico. L'ammirazione universale di cui è circondato il piccolo popolo eroico traspare dalle corrispondenze dei giornali ed emerge fino al punto di mascherare la tristissima realtà: le linee finniche vengono smantellate. Koivisto - il porto - chiave della Carelia - è in mano moscovita e Vilpuri - la seconda capitale finnica - è rasa al suolo. La resistenza finlandese è nell'acme del sacrificio, come l'avanzata russa si contorce nel più pazzesco degli stermini: montagne di cadaveri, uragani inutili di artiglieria, bombardamenti barbari di popolazioni civili, abbandono di interi pacchi di armi e di munizioni. È forse una delle più orrende voragini di vite e di ricchezza che la storia ricordi, quella che si è aperta sull'istmo Careliano. Ma la forza esorbitante del numero sta prendendo il sopravvento.
Nulla di allarmante, per ora. Anzi se la Finlandia continuasse a resistere così, l'onore militare sovietico sarebbe per sempre infangato e per ciò che più conta - la Russia si troverebbe pericolosamente immobilizzata a nord mentre potrebbe essere attaccata in altre direzioni.
Ma la realtà dolorosa è in atto: la perdita della fortezza di Koivisto vuol dire il crollo del pilone occidentale della Mannerheim: una città e un arcipelago corazzato che fino a ieri sbarravano l'avanzata sovietica verso la gemma del golfo di Finlandia, la bellissima Vilpuri.
Dicesi che i soccorsi scandinavi ed alleati affluiscono, che aerei inglesi sono già entrati nel vivo della lotta, che volontari svedesi ed americani sono già in linea, che nuovi aiuti verranno e si moltiplicheranno. È noto al lettore il nostro scetticismo al riguardo. La Russia combatte male, è vero, ma per salvare la Finlandia occorrerebbe che le Potenze scandinave e specialmente Alleate ponessero sulla bilancia il peso integrale delle loro forze. Questo non vogliono fare Svezia, Norvegia e Danimarca, questo non possono fare Francia e Inghilterra che ad una condizione: dichiarare, fuori di ogni paravento di neutralità, la guerra a Mosca, riducendo il conflitto russo-finnico ad un episodio della guerra europea. Si verificherà il fatto. Ecco ciò che attende Helsinki alla vigilia della prova suprema.
La Conferenza degli Ambasciatori scandinavi ha ribadito, in questi giorni, la sua neutralità simpatizante per la Finlandia: è un po' poco. C'è invece per aria odor di polvere dopo gli incidenti anglo-norvegesi. Se navi inglesi continuassero ad incrociare nell'Oceano Polare potrebbe darsi che la miccia s'accenda e che la guerra divampi lassù! Sull'Istmo di Carelia, Termopile di Finlandia contro il Serse Rosso, cadono i Trecento o i Tremila o i Trecentomila di Leonida. E poi? Chi saprà raccogliere la bandiera eroica del popolo finnico e sventolarla nel sole del trionfo finale?
Messaggeri americani.
Sono giunti a Roma in questi giorni Sumner Welles, che, incominciando da Roma, visiterà le principali capitali europee e Myron Taylor ambasciatore straordinario di Roosvelt presso la Santa Sede.
Il primo, latore di un messaggio del Presidente degli Stati Uniti, è stato cordialmente ricevuto da Ciano e dal Duce; il secondo ha avuto un colloquio col Card. Maglione e un'udienza da S.S. Pio XII, durante la quale ha pure presentato un nobile messaggio.
Fin qui la cronaca schematica, oltre la quale si possono fare tutte le induzioni, magari senza azzeccarne una! Il compito dei due diplomatici americani è estremamente difficile di per sé: è onesto non intralciarlo con grovigli di frottole e di... cervellottiche spiegazioni. I contatti di questi personaggi d'oltre Oceano con l'Altissima Autorità del Pontefice Romano e con gli Uomini responsabili della politica e della guerra europea si svolgeranno nel più ermetico e doveroso silenzio: toccherà ai Capi, non a noi, comunicare il comunicabile alle pubbliche opinioni.
A noi, cattolici, non rimane che fervidamente pregare affinché, fra tanti propositi di guerra, si elevi sul mondo una volontà di pace. Che se i due messaggeri americani hanno varcato l'Atlantico, portando con sé non soltanto l'ulivo ma anche una bilancia perfettamente calibrata, siano i benvenuti!
D. Cesare Martinetti



Triste sorte delle demoplutocrazie
Da: "La Provincia di Vercelli", 19 marzo 1940

Costretta l'eroica Finlandia alla pace, il settore nordico si è "stabilizzato" e pare vi sia una larga schiarita su quell'orizzonte, nonostante le irate escandescenze della stampa demoplutocratica, che vorrebbe far sprofondare nel mare la Svezia e la Norvegia. Poiché colassù non v'è più nulla da fare, almeno per ora, i paladini della democrazia hanno cominciato a guardare altrove, col pio desiderio che il ciclone si scateni proprio colà dove ad essi farebbe più comodo, per virtù di precedenti accordi bilateralmente conclusi o di garanzie unilateralmente concesse illudendosi che nonostante la scomparsa della Cecoslovacchia e della Polonia e l'avvenuta pace russo-finnica vi sia ancora qualche popolo tanto candido da acconsentire di accordare il proprio territorio nazionale all'uso di campo di battaglia della guerra odierna. E tanto più gli occhi dei paladini delle democrazie si appunteranno lontano nella ricerca d'uno sfogatoio del tifone bellico, quanto più dalla linea "Maginot" continueranno a giungere bollettini che si dicono di guerra, ma che in effetto, hanno la laconicità e lo stile dei bollettini medici: "Notte tranquilla, nulla da segnalare, giornata calma nell'assieme", a far ricordare che la guerra c'è sì anche sulle frontiere franco-tedesche, ma è una guerra che non intende, almeno per ora, di divampare per dare ai combattenti la giustificazione del loro schieramento ed alla nazione il brivido del rischio che deprime od entusiasma, ma comunque evita che la guerra diventi una cosa di ordinaria amministrazione.
In mancanza di fatti d'arme e, nell'attesa che altri popoli, che non siano il francese e l'inglese, si prendano la briga di dare alla guerra il tono che essa ha avuto in Polonia ed in Finlandia, si sommuovono le acque politiche francesi, sia a causa dei malumori che serpeggiano, sia a causa delle ambizioni parlamentari sempre pronte a riaffiorare negli Stati composti alla maniera delle società anonime, nelle quali non si sa di chi siano le responsabilità ed i quattrini.
I malumori sono alimentati dalla constatazione che, fino ad oggi, le demoplutocrazie hanno perduto delle battaglie senza neanche averle combattute. Hanno perduto la guerra sferrata contro l'Italia attraverso la Società delle Nazioni; hanno perduto a Monaco la guerra che avrebbero voluto sferrare per mantenere puntata nella schiena della Germania quella sorta di misericordia ch'era la Cecoslovacchia; con le piccole puntate fuori della linea Maginot, nella "terra di nessuno", all'inizio di questa guerra "strana e della noia", hanno perduto la battaglia tedesco-polacca; con la pace subita dalla valorosa ed audace Finlandia hanno perduto l'occasione buona per tenere impegnata la Russia e quella ottima di allargare il fronte della battaglia e recidere così per molto o per poco, l'unica via di comunicazione marittima che resta alla Germania ed i suoi rifornimenti di minerale di ferro e di nichel; con codeste successive sconfitte, infine, hanno perduto quel po' di prestigio che gli anglo-francesi conservavano tuttavia presso certi piccoli Stati, i quali, sballottati tra le une e le altre grandi Potenze, avevano, fino a poco tempo fa, almeno la libertà di scegliersi lo sballottatore. Sono tutte sconfitte, codeste, subite senza quasi neppure combattere, e senza che un solo nome di città occupata od abbandonata, sia risonato nel grigio e monotono bollettino di guerra delle fanterie.
Arretrare per arretrare, è meglio arretrare come a Monaco con l'ombrello in pugno, che con la spada brandita dietro i calcestruzzi della Maginot. Epperciò gli anglo-francesi ed i francesi ancor più degli inglesi, (questi, almeno per mare, qualcosa dovettero pur fare) non hanno certo ragione di compiacersi della condotta di questi primi sei mesi di guerra che non si risolve al combattimento proprio perché si voleva fosse guerra di assedio e di strozzamento e non di movimento e di invasione.
È insomma, un ambiente di noia e di malcontento - che rasenta la sfiducia - più che mai propizio alle ambizioni parlamentari, e se i soldati sonnecchiano nei fortilizi della Maginot, ben desti sono invece i loro deputati nei fortilizi dei Parlamenti pronti ad assumersi il peso di un portafoglio, perché, secondo loro, se una cosa va bene, il merito è del Parlamento e se un'altra cosa va male, la colpa è del Governo, come se le Nazioni democratiche non avessero i Parlamenti che si meritano; i Governi democratici non fossero lo specchio dei loro Parlamenti e le guerre non fossero condotte, combattute, vinte o perdute, non dai generali, bensì dai parlamentari.
Ed eccoli, i valentuomini, solleciti, ad ogni rovescio, a scagliarsi all'assalto della diligenza ministeriale, col proposito di rifare il Governo e di rifarlo così ch'esso sappia mutare il rovescio in successo. Ma ancor prima di rifare il Governo, eccoli a disputare sul come debba essere rifatto se, cioè, il comando debba essere concentrato nel pugno di pochi uomini per aumentare le responsabilità od allargarlo ad un numero maggiore, affinché tutte le correnti politiche della Nazione vi siano rappresentate. Se convenga, insomma, andare verso un sistema dittatoriale, oppure diluirsi ancora più nel sistema democratico, perché qualunque siano le ambizioni, e le aspirazioni, il dualismo sta pur sempre nella concezione della responsabilità affidata a pochi o della irresponsabilità diluita fra i molti; tra gerarchia e democrazia; tra capi autorizzati a comandare e capi che sono messi lì soltanto per fare o non fare quello che desiderano e non gradiscono i gregari; tra il sistema del secolo scorso, insomma, e quello instaurato dal Fascismo per dare al nostro secolo un ordinamento politico, sociale, economico confacentesi ai tempi nostri.
Le diatribe parlamentari francesi, sono proprie del sistema democratico, ma lo sono ancora più delle successive disfatte alle quali le Nazioni demoplutocratiche sono incappate ogni qualvolta il loro sistema politico, sociale, economico, si è scontrato col sistema delle Rivoluzioni totalitarie. La vittoria o la sconfitta, nell'odierno conflitto, non dipendono, dunque, dalla scelta dei singoli uomini componenti questo o quell'altro Ministero democratico, bensì dalla scelta del sistema ed è proprio dinanzi a questa scelta che le demoplutocrazie si arrestano ed arretrano, perché abiurare se stesse vorrebbe dire sollecitare quella Rivoluzione che, nel nostro secolo, non potrebbe che essere totalitaria, senza la speranza, forse che il popolo ch'esse ritengono di rappresentare, sappia trovare in sé le energie occorrenti a rinnovarsi per rinnovare cioè, e "rivoluzionarsi". Se ne fosse capace avrebbe già abbattuta la democrazia.
Insomma, conclusa la guerra russo-finnica, le demoplutocrazie, tra le delusioni, il malcontento e le malcontenute ambizioni parlamentari, appuntano gli occhi nel buio della loro angoscia per cercare un luogo propizio ad asserragliare la Germania quanto più loro sarà possibile per vincerla con l'assedio. Fatica inutile poiché esse il nemico lo hanno cercato fuori delle frontiere mentre in effetto, era ed è prima che altrove, in loro stesse, nel loro stesso sistema, nella incapacità di rinnovarsi e, appunto perciò, di comprendere i tempi nuovi ed a questi uniformarsi.
In codeste condizioni, operino al nord od al sud, si decidano o no alla sorte in campo aperto, le democrazie non troveranno sul loro cammino che le sconfitte di Ginevra, di Monaco, di Polonia e di Finlandia. Non importa se la sconfitta avrà per marchio l'ombrello o la spada.
Leandro Gellona



Per la difesa della Nazione
Da: "Corriere Valsesiano", 6 aprile 1940

Il Consiglio dei Ministri, riunitosi martedì sotto la presidenza del Duce, ha adottato una serie di interessanti provvedimenti di natura economica, giuridica e amministrativa. Sempre vigile perché le difficoltà dei tempi non incidano troppo gravemente sulla gente che lavora e produce, il Governo ha voluto per prima cosa garantire la tranquillità dei suoi funzionari ritoccando convenientemente (con corresponsione dal 27 aprile corr.) tutti gli stipendi e le pensioni che non superino le L. 6.000. Ciò importa una grossa spesa globale: 650 milioni - un sacrificio veramente cospicuo per il bilancio -, ma i dipendenti dallo Stato apprezzeranno la premura e la generosità con la quale si viene così incontro ai loro accresciuti bisogni. È di grande valore morale il criterio adottato di tenere conto, nell'applicazione del provvedimento, delle condizioni familiari degli impiegati. Criterio demografico, criterio di giustizia. Un Regime come quelle fascista non poteva comportarsi diversamente.
Taluni fra gli altri provvedimenti del Consiglio dei Ministri fanno riferimento, diretto o indiretto, alla difesa nazionale. Prima di tutti va segnalato quello che riguarda l'organizzazione della Nazione per la guerra. Esiste già - per merito del Governo fascista - un'ampia e complessa legislazione in materia di mobilitazione civile: la prima e la più completa che sia stata fatta in Europa. Questa legislazione sarà riveduta, messa al corrente e perfezionata in modo che, qualora la Nazione dovesse provvedere alla propria difesa, ogni cittadino, ogni ente trovino il loro posto assegnato nel quadro della mobilitazione, compresi le donne e i ragazzi sopra i tredici anni. La guerra totale presuppone una mobilitazione totale di tutte le energie; e di tali energie, che provengono dal suo magnifico materiale umano, l'Italia ne possiede, per fortuna, a dovizia.
Le donne italiane sono pronte ad ogni evento. L'assedio sanzionista ha rivelato in esse numerose virtù di resistenza, di spirito di sacrificio, di fede patriottica. Altrettanto pronti sono i giovanetti. Educati alla severa scuola guerriera della G.I.L. e temprati nel clima eroico del tempo di Mussolini, essi sono preparatissimi e anelanti ad assolvere ogni delicato e duro compito e, occorrendo, ad impugnare anche le armi.
Un'altra misura di diverso genere, ma sempre connessa con la preparazione militare, riguarda la denuncia e successiva demolizione e requisizione di tutte le cancellate che circondano gli edifici pubblici e privati, quando la loro esistenza non sia richiesta da speciali motivi. Ne sono esenti le cancellate aventi pregio artistico e storico, ovvero recingano immobili destinati al culto. L'Italia ha bisogno di ferro, di molto ferro, e, preceduta in questo dai Paesi belligeranti pure assai meglio dotati, deve anch'essa utilizzare ampiamente le enormi quantità di tale metallo messe in opera lungo le vie delle nostre città, molto spesso senza alcuna seria ragione, né di sicurezza né d'estetica.
È probabile che tale provvedimento preluda ad altre misure, la cui applicazione è di spettanza dei Comuni e degli altri enti pubblici o semi-pubblici, ai quali sarà fatto obbligo di sostituire le palificazioni in ferro e ghisa, di dissotterrare le verghe di linee tranviarie o ferroviarie inutilizzate, e così via; come pure si applicherà con maggior rigore il divieto delle costruzioni in cemento armato; divieto di cui forse molti costruttori non hanno tenuto finora sufficiente conto. Cosi tutto il ferro disponibile sarà veramente dedicato alla difesa nazionale.
All'autarchia dei rifornimenti contribuiranno talune deliberazioni adottate dal Consiglio in favore della pesca, il cui contributo all'alimentazione diventa sempre più importante.
Nella stessa riunione il Consiglio dei Ministri ha approvato un piano decennale per la soluzione dei problemi dell'edilizia scolastica, ospedaliera, carceraria ed ha deciso la promulgazione del nuovo Codice di procedura civile.
Così l'Italia di Mussolini, fedele alla tradizione di Roma, procede serena e fiduciosa nella sua marcia con le armi, con le leggi e con le opere.



Giorni drammatici in Scandinavia
Da: "Il Biellese", 12 aprile 1940

La guerra ha subito per iniziativa tedesca una improvvisa svolta che l'ha immediatamente trasformata da guerra di blocco in guerra manovrata sul mare e nel cielo scandinavo.
Nella notte da lunedì a martedì mentre la stampa alleata era intenta a vestire di una parvenza di legittimità la violazione delle acque territoriali norvegesi a seguito della plurideposizione di mine britanniche, la situazione è improvvisamente precipitata: truppe germaniche sono sbarcate in Norvegia, mentre altre hanno oltrepassato la frontiera danese.
L'occupazione della Danimarca è avvenuta pacificamente in quanto il Governo di Copenaghen si è limitato ad una protesta formale. Non così l'occupazione della Norvegia dove, specialmente a Oslo, i tedeschi hanno dovuto forzare il passaggio che è costato alla marina tedesca l'affondamento dell'incrociatore Blucher da 10.000 tonnellate. Un altro incrociatore tedesco da 6.000 tonnellate è stato perduto nell'attacco al fiordo norvegese di Christiansund.
Sta il fatto che nella giornata di martedì i tedeschi, con un'audacia senza precedenti, si sono installati in una decina di porti norvegesi e da Oslo hanno iniziato la conquista dell'interno dove le truppe norvegesi si ritirano combattendo. A Oslo è stato subito nominato un nuovo governo che ha preso contatto colle autorità militari tedesche. Ma il Governo del Re è nell'interno del paese e d'accordo con Re Hahakon organizza la resistenza e fa guerra alla Germania. Questa in breve la giornata di martedì durante la quale si è appreso da Londra che la reazione anglo-francese stava per entrare in funzione. Ai Comuni Chamberlain annunciava infatti che una grossa parte della flotta inglese era salpata dalle sue basi.
Nella giornata di mercoledì la reazione navale anglo-francese è apparsa quanto mai imponente. I comunicati ufficiali della sera di mercoledì dicevano in sostanza quanto segue:
Le operazioni navali continuano, diceva un comunicato del Gran Quartier Generale tedesco e, pertanto, è difficile fare il punto della situazione militare. Comunque, dal medesimo comunicato è possibile apprendere quanto è sin qui avvenuto non tanto per ciò che concerne le operazioni di occupazione, note nelle loro grandi linee, quanto per quel che si riferisce agli scontri aereonavali ripetutamente svoltisi nel Mar del Nord. Comunque era ammessa da Londra stessa la perdita di tre cacciatorpediniere a Narvik, mentre un quarto aveva riportato tali avarie da essere considerato fuori combattimento.
A sua volta, però l'Ammiragliato britannico annunciava il siluramento di un caccia tedesco, il grave danneggiamento di altri tre e l'affondamento di sei navi mercantili, mentre l'unità tedesca "Rauenfels", di 6.400 tonnellate, che trasportava munizioni, sarebbe stata fatta saltare in aria. Altre navi tedesche sarebbero poi bloccate nei porti, intanto che una grande battaglia sarebbe in corso lungo un tratto di 400 Km. della costa norvegese. Da Stoccolma si apprendeva poi che vari combattimenti erano impegnati nello Skagger Rack.
In sostanza la sera di mercoledì appariva chiaro all'osservatore di qualche acutezza che la flotta britannica era entrata nello Skagger Rack e questo fatto aveva una grande importanza: dimostrava infatti che gli sbarramenti di mine tedesche a occidente dello Skagger Rack erano stati forzati. La flotta inglese si impegnava dunque a fondo e la marina tedesca doveva a sua volta impegnarsi a fondo se non voleva che le truppe sbarcate in Norvegia fossero tagliate fuori da ogni possibilità di rifornimenti e di rinforzi. All'audacia si era risposto coll'audacia. E ieri mattina si ebbero le prime conferme di grandi azioni navali - superiori per impiego di forze - alla storica battaglia dello Jutland.
Churchill ha parlato nel pomeriggio di ieri ai Comuni ma si è tenuto sui termini molto generali. Egli ha fatto un elenco delle perdite subite fino a quel momento della marina tedesca annunciando l'affondamento di quattro incrociatori tedeschi due dei quali sono stati affondati, com'è detto più sopra, dai norvegesi. Secondo Churchill la marina inglese è padrona delle acque dello Skagherrat e del Kattegat per cui le forze tedesche nei fiordi norvegesi sono da considerarsi bloccate. La battaglia è tuttora in corso e secondo il Primo Lord dell'Ammiragliato la Germania avrebbe commesso un grave errore strategico coll'invasione della Norvegia.
Secondo ulteriori notizie da Berlino le Autorità tedesche sanno di dover affrontare dei gravi sacrifici ma il piano tedesco avrà completa esecuzione.
Dalla Norvegia le notizie sono molto confuse ma è da prevedersi che la resistenza norvegese va crescendo e che scontri assai sanguinosi sono in corso nell'interno del paese contro le colonne tedesche di occupazione.
La Russia è uscita dal suo riserbo e da un articolo dell' "Isvezia" si apprende che il Kremlino è solidale con l'azione tedesca.
È un fatto che soltanto nei prossimi giorni sarà possibile vedere chiaramente la portata dei fatti militari svoltisi in questi ultimi tre giorni in Scandinavia. Per ora la ridda delle notizie contraddittorie impedisce di conoscere anche soltanto le linee generali dell'azione e della contro-azione in corso.
I francesi si aspettano un attacco tedesco molto importante sul fronte della Mosella.



Dal Mediterraneo ai Balcani
Da: "La Sesia", 19 aprile 1940

Lo sviluppo rapido, incalzante, delle operazioni di guerra al Nord accentra l'attenzione dei popoli ma non può distogliere lo sguardo da altri "punti " delicati della situazione europea e che più direttamente interessano l'Italia.
Al di là dei fronti ideologici - anche questi ci sono, ma non sempre sono quelli che appaiono nella propaganda, specie in confronto alla Russia - al di là dei casi particolari e di quelle forme per cui "aggressore" appare sol chi tira il primo colpo di fucile - e non sempre invece lo è - anche l'attuale conflitto europeo ha una sua logica e linea di sviluppo tutt'altro che caotica e confusa. Ed è pur sempre, almeno negli intenti dei suoi autori per la pace e per la guerra, quella di una lotta fra accerchiati ed accerchiatori: lotta di dominio economico anche e soprattutto.
Da un lato la Germania, diplomaticamente e militarmente, ha mirato a togliersi, secondo i canoni bismarkiani, l'incubo dei due o più fronti; dall'altro gli Alleati hanno sempre mirato all'accerchiamento delle Nazioni di "centro", per mare e per terra, strategico ed economico. Qui è la chiave essenziale del conflitto e delle sue tendenze: la diversità nasce nell'applicare tali tendenze alla mutevole realtà dei fatti e delle forze.
È riuscito alla Germania di rovesciare la situazione sul fronte nord-orientale, debellando militarmente la Polonia, accordandosi politicamente e economicamente con la Russia, assicurandosi pacificamente con la non belligeranza dell'Italia, la neutralità balcanica. Per la condotta della guerra le occorreva poi ancora carbone, ferro e petrolio. Del primo ne ha a sufficienza nei proprii territori. Del secondo tenta garantirsi la produzione svedese che i franco-inglesi han cercato lesinarle: e perciò ha invaso la Norvegia nel cui porto di Narvik veniva imbarcato il minerale; perciò il conflitto per il dominio della Scandinavia accende tanti altri fuochi di battaglia sul mare, nel cielo, per terra. Del petrolio è in atto il conflitto tedesco-inglese ancora contenuto sul terreno economico per l'accaparramento della produzione rumena; e sulla Bessorabia guarda pure con cupidigia anche la Russia.
I franco-inglesi incerti sui limiti del contenuto della collusione russo-tedesca han condotto dapprima una politica di discriminazione fra Berlino e Mosca; han tentato di sondare e di rompere poi, trovandone il punto di minor resistenza nel conflitto finno-russo, la collusione russo-tedesca; ed ora mentre la guerra è accesa verso e oltre il circolo polare artico, nel sud-est le truppe del generale Weygand - raccolte in Siria rivelano ognor più la loro tendenza anti russa - se non anche di sentinella ai Balcani.
Degli sviluppi di questi piani non è qui il caso di dire: dipendono anche dalle possibilità e necessità del momento, dai rapporti di forze, e dalle probabilità di successo.
Ma le tendenze - con le congiunte pressioni più o meno sottintese - rimangono; ed esse da un punto di vista rigorosamente politico non contano meno.
La chiave della situazione qui è rappresentata dalla Turchia e dal patto anglo-franco-turco. Una delle conseguenze della non belligeranza italiana e della nuova politica russo-tedesca è stata appunto questa di svuotare il contenuto del Patto di Ankara. Nei suoi termini originari il patto era rivolto sostanzialmente a casi mediterranei e balcanici, lasciando una riserva aperta per la Turchia in caso di guerra contro la Russia.
Ora invece, l'accentrarsi della politica antirussa delle democrazie sembra dare anche alla Turchia una funzione in tal senso. Il problema che nasce è questo: il patto di Ankara contiene sempre clausole, per quanto oscure nella applicazione che riguardano indubbiamente l'Italia; agisce inoltre in zone che, in quanto si riflettono nel Mediterraneo, toccano direttamente il nostro sistema di sicurezza, il nostro spazio vitale.
Nei Balcani i progetti di blocco sono caduti. Più difficili sembrano anche incursioni e pressioni di altro genere. Siamo ora nel Medio Oriente; lo spostamento delle truppe franco-inglesi dà un significato concreto alla politica di Londra e di Parigi, che sotto la veste umanitaria mirano a sottrarre i paesi sotto mandato al controllo stesso della Società delle Nazioni per inserirli nella compagine stessa dei loro imperi.
L'Italia segue con la massima attenzione gli attuali sviluppi bellici. Neppure le altrui esigenze di guerra ci persuadono a tollerare che vengano coinvolti nel conflitto settori in cui si garantiscano la nostra pace e la nostra sicurezza: nessun "fatto compiuto" deve trovarci sprovvisti per la guerra e per il dopoguerra di quella che sarà la nostra Europa.
La nostra posizione di principio di fronte a tale realtà è chiara: le conseguenze vengono da sé. E per quanto riguarda l'attuale situazione è da dire che nella pace per sé l'Italia include quella del suo "posto al sole" mediterraneo e balcanico. Attentare a questo è attentare a quello. Mantenere detta pace, garantire tale realtà anche con le armi se necessario, è per l'Italia non tanto e non solo un diritto quanto un dovere. Tale è il contenuto e l'impegno della pace, perciò armata, dell'Italia fascista pronta a tutti gli eventi.
d. rat