Antologia di articoli di giornali locali
Maggio-agosto 1939
Il patto d'acciaio e il patto russo-tedesco
A cura di Piero Ambrosio
Da un articolo edito in "l'impegno", a. IX, n. 2, agosto 1989
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Sono stati consultati: "Il Biellese", Ufficiale dell'Azione Cattolica Biellese, a. LIII; il "Corriere
Valsesiano", a. XLV; "L'Eusebiano", Ufficiale dell'Azione Cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli, a. XI; "Il
Popolo Biellese", bisettimanale fascista, a. XVIII; "La Provincia di Vercelli", Foglio d'ordini della Federazione
dei Fasci di Combattimento di Vercelli, a. XVII; "La Sesia", giornale di Vercelli e provincia, a. LXIX .
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non è conservata alcuna collezione di questo periodico.
Si ringrazia l'Editrice Valsesia per aver consentito la consultazione della collezione del "Corriere
valsesiano", al momento impossibile nella Biblioteca civica di Varallo.
Presentazione
Le concessioni ottenute a Monaco nel settembre 1938, anziché frenare le ambizioni di Hitler, non
avevano fatto altro che eccitare la sua sete di espansione. Dopo avere, nel mese di marzo del nuovo anno,
occupato Praga e cancellato la Cecoslovacchia dalla carta geografica, il dittatore tedesco poteva ora rivolgere la
sua attenzione verso la Polonia, isolata proprio grazie al
diktat di Monaco.
Ulteriore premessa per l'attacco alla Polonia, ed il conseguente scoppio del conflitto mondiale, furono
il patto militare che legò l'Italia fascista alla Germania nazista, e il patto di non aggressione
russo-sovietico. Questi sono gli avvenimenti che seguiamo in questa puntata della rassegna di articoli tratti dalla
stampa locale, una piccola antologia utile a ricordare, o a conoscere, l'atteggiamento dei periodici della
nostra provincia di fronte agli eventi che furono il preludio al dramma della guerra.
Verso la guerra
"Il popolo italiano, che ha assoluta fiducia nel Duce [...] sa che le sue Forze armate sono [...] il motivo
per cui le nostre aspirazioni saranno rivendicate senza ricorrere a mezzi estremi", scrisse il 4 maggio
1939 "L'Eusebiano". Volontà di pace ma armi pronte all'occorrenza. Otto milioni di baionette agli ordini
del duce.
L'Europa e il mondo erano ancora con il fiato sospeso: si sarebbe scatenato "il tremendo flagello
della guerra"? Le diplomazie erano in movimento. I nostri giornali scrissero che "l'offensiva di pace
contrapposta da Roma e da Berlino alla manovra guerrafondaia di Londra e di Berlino [era] garante di equilibrio
europeo", che "la politica di pace passa[va] per Roma" e che, se fosse scoppiata la guerra, "la miccia sar[ebbe
stata] accesa a Londra e a Parigi, non a Roma o a Berlino".
La leggenda, nata a Monaco, di Mussolini "salvatore della pace" continuava (in realtà Mussolini non
era stato in alcun modo mediatore, bensì complice del führer nella distruzione dello stato cecoslovacco).
Il duce, che già durante il viaggio di ritorno dalla città tedesca, aveva incontrato ad ogni stazione folle
festanti, e si era accorto con raccapriccio di essere festeggiato "per aver scongiurato la guerra", trovò anche
durante il suo viaggio in Piemonte, nel maggio del 1939, folle ignare che gli tributarono caldi applausi, nei
quali emergeva il desiderio di scongiurare la guerra. "Queste sono le macchine per la guerra che noi
preferiamo", scrissero alcuni giornali a proposito dell' "interminabile teoria di trattori" disposta lungo la prima
parte dell'itinerario del duce in visita nella nostra provincia il 17 e 18 maggio. Dov'era l'Italia guerriera
vagheggiata da Mussolini, mentre l'Europa stava, inesorabilmente, scivolando verso la guerra?
Il "patto d'acciaio"
Il processo di avvicinamento tra il regime fascista e quello nazista, iniziato all'epoca
dell'isolamento internazionale in cui l'Italia si era trovata dopo l'aggressione all'Etiopia, sancito con la nascita
dell'Asse Roma-Berlino nell'ottobre del 1936 e rafforzato nel novembre dell'anno seguente con l'adesione italiana
al Patto anticomintern, si concluse nel 1939 con la stipula del "Patto d'acciaio".
L'accordo militare, discusso a Milano il 6 e 7 maggio, durante un incontro tra i ministri degli Esteri dei
due paesi, Ciano e von Ribbentrop, fu firmato a Berlino il 22. Ribbentrop, che aveva fatto credere a Ciano
che la Germania avrebbe garantito almeno quattro o cinque anni di pace, fu addirittura incaricato dal
ministro italiano di stendere il testo dell'accordo.
Il patto prevedeva che: "se malgrado i desideri e le speranze delle parti contraenti dovesse accadere che
una di esse venisse ad essere impegnata in complicazioni belliche con un'altra o altre potenze, l'altra
parte contraente si porrà immediatamente come alleato al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari
per terra, per mare e nell'aria". Nel patto non figurava invece il punto richiesto da Mussolini e cioè che le
due parti si impegnavano a mantenere la pace per almeno tre anni. Inoltre il patto conteneva clausole segrete
che subordinavano l'Italia e il suo territorio alla potenza militare tedesca (e fu proprio grazie ad esse che
il comando supremo tedesco potrà predisporre un piano di controllo dei centri nevralgici italiani, destinato
ad essere attuato, e a mostrare la sua efficienza, dopo l'8 settembre 1943 e il "tradimento" italiano).
Hitler aveva raggiunto il suo obiettivo: annullare ogni libertà di manovra di Mussolini, impedendogli di
potersi ancora collocare in posizioni di mediazione tra Berlino e Londra, e stringerlo a sé fino alle
estreme conseguenze.
Solo dopo la firma cominciò a serpeggiare in Mussolini e Ciano un sentimento di paura e di diffidenza
nei confronti dell' "alleato". Il duce, nel momento in cui le possibilità di guerra si facevano più concrete e
più vicine, fece consegnare a Hitler un memoriale in cui riconfermava che, per affrontare l'inevitabile
confronto armato con le "nazioni plutocratiche", l'Italia aveva bisogno di un periodo di preparazione di tre anni e
che solo nel 1943 un suo impegno bellico poteva avere prospettive di vittoria. Ma ormai era troppo tardi:
Hitler aveva già deciso l'attacco alla Polonia.
Il patto russo-tedesco
Le conseguenze del patto di Monaco si rivelarono, man mano che i mesi passavano, disastrose per le
potenze occidentali ed estremamente positive per il piano di guerra nazista. Non solo il sistema di alleanze
creato alla conclusione della prima guerra mondiale era crollato, ma l'Unione Sovietica, esclusa dalla
conferenza, ritenne che fosse stata lasciata aperta la via ad Hitler per espandersi ad est. Nel mese di agosto del
1939 Stalin compì quindi un passo analogo a quello messo in atto dalle potenze occidentali: se queste, per
motivi apertamente anticomunisti, avevano preferito all'alleanza con l'Unione Sovietica, la politica
dell'appeasement, fornendo così una importante posizione politica e strategica a Hitler, il dittatore sovietico adottò la
stessa tattica, quella dell'accordo separato con il führer tedesco.
Ma neppure la versione staliniana dello "spirito di Monaco" si rivelerà vantaggiosa per la controparte
di Hitler: meno di due anni dopo, forte delle vittorie ottenute contro quelle potenze occidentali che
avevano creduto di poter evitare la guerra cedendo alle sue richieste, il führer potrà rivolgere la sua attenzione
ad oriente e lanciare il suo attacco contro l'Unione Sovietica. Soltanto allora, dopo il fallimento di tutti
gli accordi con Hitler, e a prezzo di un'enorme quantità di vite umane, si giungerà alla costruzione di un
fronte comune antifascista e antinazista. Quel fronte comune che già nel 1938 rappresentava la vera alternativa
ai patti con Hitler.
La stipulazione del patto di non aggressione tra la Germania hitleriana e il paese dei soviet
suscitò inevitabilmente discussioni e intepretazioni contrastanti in Occidente e all'interno degli stessi partiti
comunisti: si trattava di un'abile mossa volta a guadagnare tempo per preparare meglio l'inevitabile scontro con
Hitler o di un patto scellerato? Il dibattito è aperto ancora oggi, ed ha attinto nuovo vigore, tra l'altro, con
l'ammissione da parte sovietica dell'esistenza di protocolli segreti che stabilirono le rispettive "zone d'interesse".
Gli articoli
Il sereno e forte discorso di Hitler smaschera le congiure che preparano la guerra
Da: "L'Eusebiano", 4 maggio 1939
Hitler non aveva ancora aperto bocca e la stampa anglo-francese già gli aveva attribuito il proposito
di accendere la miccia, strangolando la Polonia. Era questione di... ore! Il corridoio polacco sarebbe
scomparso sotto il rullo compressore tedesco. Il "fiero Alemanno" si sarebbe gettato poi, a corpo perduto, verso
la petrolifera Romania e avrebbe invaso la frugifera Ucraina. Che fame orrenda di sterminio, che
avidità criminale di conquista!
Ma per fortuna del mondo, le Pacifiche Democrazie Europee, affiancate dall'agnellino Roosevelt e
dalla pecorella Stalin, avrebbero gridato l'alto là! al redivivo Arminio e avrebbero instaurato a cannonate la
Pace perpetua.
Quando Hitler parlò, inglesi e francesi restarono a bocca aperta. Il "Vandalo" aveva esposto vent'anni
di storia europea, glorificando le rapine democratiche e additando gli affamatori della Germania e
dell'Italia. L' "aggressore" aveva ricordato le aggressioni subite - in casa sua - dai tiranni di Versaglia. Il
"violento" presentava al mondo le membra scarnificate della sua patria e domandava, con dignitosa fermezza, di
poter cicatrizzare le ferite della Grande Guerra.
E aveva parlato, ragionando sui fatti, con una logica tagliente e persuasiva. Aveva affermato che, se
ogni popolo ha diritto alla vita, la Germania non può agglomerare i suoi figli, in 140 per chilometro
quadrato. All'Inghilterra e alla Francia aveva domandato le sue ex colonie - spopolate ed inerti - per dare spazio
e lavoro al suo popolo congestionato. Alla Polonia aveva esposto il desiderio di unire alla Madre Patria -
con una strada - la Prussia Orientale, sanguinosamente avulsa dal Trattato di Versaglia.
Non scintillio di durlindane! non schioccare di minacce! non ingiurie provocatorie!
Un discorso che sta agli antipodi di quello di Roosevelt e che ha uno scopo solo: "La pace fondata su di
una giustizia che permetta a tutti i popoli di vivere".
Era difficile controbattere le argomentazioni del Führer! Era difficile nascondere i crimini di Versaglia!
Era difficile negare l'appropriazione indebita delle ex colonie tedesche! Era impossibile nascondere il
furto perpetrato dalle Democrazie ai danni dell'Italia!
Allora la stampa anglo-francese disse: "Hitler parla di pace ma prepara la guerra!" Questo fu il
commento dei commenti alla chiara ed onesta dichiarazione tedesca.
Ma fra l'imperversare delle malignità democratiche una realtà si fa strada: le Nazioni Povere dell'Asse,
in base al vecchio adagio "unicuique suum", esigono che le loro rivendicazioni vengano accolte, ma per
vie pacifiche.
Dopo il discorso di Hitler il mondo sa ciò che vuole la Germania: come dopo i discorsi del Duce
sono notissime le "naturali aspirazioni" dell'Italia.
Se il tremendo flagello della guerra dovesse scatenarsi - e noi non lo crediamo ancora - la miccia sarà
accesa a Londra e a Parigi, non a Roma e a Berlino.
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L'Inghilterra "blocca" e le Nazioni dell'Asse "si sbloccano".
Il lavorio diplomatico, che il popolo non può seguire, si svolge sullo scacchiere europeo,
particolarmente nelle regioni orientali. Il ministro romeno Gafencu ha compiuto il suo giro esplorativo a Berlino, a
Londra, a Parigi, a Roma. I ministri jugoslavi e ungheresi si sono scambiati gli itinerari: Roma-Berlino,
Berlino-Roma. L'ambasciatore inglese preme sul governo polacco, Russia e Inghilterra stanno contrattando
un'alleanza nel silenzio diplomatico. Anche la Bulgaria e la Grecia, la Turchia e l'Egitto vengono sollecitati.
Mai gli Stati minori furono così riveriti! Mai la Russia Sovietica fu tanto ossequiata dal capitalismo
mondiale! Che cosa uscirà da queste cospirazioni sotterranee?
Gli Stati Maggiori europei si muovono: ieri erano visite francesi a Londra, oggi sono visite tedesche
in Italia.
Il popolino di tutte le Nazioni si abbandona a tutte le congetture ed arzigogola nel mondo delle previsioni.
E l'interrogativo è unico in tutto il mondo: "Pace o Guerra?"
Il popolo italiano, che ha assoluta fiducia nel Duce, sa che a Roma ci sono occhi bene aperti e
menti romanamente equilibrate, alle quali non sfugge la congiura nemica. Sa che le sue Forze Armate sono
state finora, e lo saranno ancora la ragione per cui noi andammo in Africa indisturbati e il motivo per cui le
nostre aspirazioni saranno rivendicate senza ricorrere a mezzi estremi. Sa che, se la Patria fosse stata debole,
a quest'ora sarebbe stata ingoiata dai pacifisti della guerra.
Noi attendiamo, serenamente, gli eventi. Sappiamo che l'atmosfera è satura di elettricità e che tutta
l'Europa è ad una svolta decisiva del suo destino. Pronti alla guerra, ci ripugna pensare alla guerra, perché
non vediamo la causa sufficiente di uno sterminio mondiale nelle legittime e moderate richieste che noi
avanziamo alle Potenze straricche di roba nostra.
La diplomazia segue il suo corso, per vie sotterranee: la guerra incruenta in questo settore, è in
pieno sviluppo. Sapremo presto l'orientamento degli Stati d'Europa. Per intanto, l'Asse che si vorrebbe
accerchiare a scopo di guerra, si è procurato amici a scopo di pace: Spagna, Ungheria, Jugoslavia.
I due fronti ideologici - che ipocritamente a Londra si volevano evitare - sono in piedi, l'un contro
l'altro armato. Dalla nostra parte: Italia, Germania e Giappone, tre potenze militari di prim'ordine. Dalla
parte avversa: Inghilterra e Francia e, con riserva, Stati Uniti d'America; tre potenze plutocratiche che hanno
più quattrini che soldati, più voglia di far combattere che di combattere.
La Russia (Giappone permettendo) potrebbe dare una mano ai nostri nemici. Gli stati satelliti non
hanno ancora trovato la loro orbita, ma non sono troppo disposti a seguire la via pericolosa della Polonia.
Lo schieramento mondiale è imponente, senza dubbio. Ma appunto per ciò c'è da pensare che non
s'incrocino le armi, con l'indubbio risultato della distruzione dei vinti e dei vincitori. A meno che gli uomini non
siano colpiti da mania suicida, la guerra mondiale non dovrebbe scoppiare. A meno che la tesi bolscevica
(distruggere la civiltà per fabbricarne un'altra) non venga avvallata
(sic) dagli Stati capitalisti (che metterebbero
a repentaglio i loro capitali), la guerra non dovrebbe avvenire.
Osiamo quindi sperare che gli uomini, disarmati gli spiriti, escano finalmente dalla presente Babele
universale e riprendano a parlarsi nel linguaggio umano e divino della Giustizia. Al mondo c'è posto per tutti!
D. Cesare Martinetti
La politica di pace passa per Roma
Da: "La Sesia", 5 maggio 1939
Gli Stati democratici uno dietro l'altro, incassano - come si direbbe in gergo sportivo - con smorfie più
o meno dolorose, i risultati diplomatici dell'Asse Roma-Berlino.
La controffensiva diplomatica dell'Asse ai propositi di accerchiamento franco-britannici, e le risposte
del Duce e del Führer al messaggio messianico di Roosevelt, fiancheggiatore della manovra democratica,
hanno tolte parecchie illusioni agli avversari dell'Italia e della Germania. Londra aveva tenacemente sperato
di accerchiare la Germania e l'Italia con una serie di garanzie a catena imposte a Stati che un'abile
campagna di stampa aveva fatto credere minacciati dalle mire degli Stati totalitari; Parigi seguiva in posizione
di vassallo o meglio ancora di "servo sciocco" il tentativo inglese mostrando uno zelo particolare
nell'esagerare la montatura antitotalitaria, e Washington interveniva in mal punto con un tiro che doveva essere da furbi
e che invece è servito a smascherare dinanzi alla coscienza dei popoli le vere intenzioni delle
plutocrazie europee e transoceaniche. Mosca infine si lasciava e si lascia corteggiare, magari di malavoglia - o
con intenzione! - non volendo accettare la parte secondaria assegnatale dalla prudente diplomazia britannica
e dalla manifesta ostilità polacco-rumena.
I Balcani sono stati - dopo la Polonia, portata dai sobillatori belligeranti ad una situazione di tensione con
la Germania - il teatro principale della guerra diplomatica offensiva delle democrazie. In particolare
l'intesa balcanica - Turchia, Romania, Grecia, Jugoslavia - è stata chiamata a sostenere il ruolo principale, così
come a suo tempo la disgraziata Piccola Intesa ebbe a svolgere compiti essenzialmente antiitaliani e
antitedeschi e antiungheresi.
Ma è venuta la controffensiva dell'Asse la quale, come a malincuore è giocoforza si riconosca anche
oltre Manica, è stata pronta ed abile realizzatrice. Il secondo risultato concreto dopo l'unione dell'Albania
all'Italia e che rafforza la posizione dell'Italia nei Balcani, è stato il convegno di Venezia, dove si è deciso di
approfondire le relazioni amichevoli fra l'Italia e la Jugoslavia in ogni campo, di allargare la collaborazione tra l'Asse e
la Jugoslavia, e di sistemare le relazioni fra Budapest e Belgrado. A giorni - precisamente il 10 maggio -
la Jugoslavia darà il segno della rafforzata atmosfera di fiducia esistente fra i due Paesi con la visita
ufficiale che il Principe Paolo reggente di Jugoslavia farà al Re d'Italia e d'Albania e Imperatore d'Etiopia.
I francesi rimpiangono con un tono di tristezza Re Alessandro I, illudendosi forse che se egli fosse ancora
in vita la linea politica di Belgrado sarebbe oggi diversa. Essi dimenticano un particolare: che cioè la
Jugoslavia vuol fare i proprii interessi e non quelli della Francia. L'attuale atteggiamento di Belgrado significa anzi
che quel Governo obbedisce ad una legge di realismo politico collaborando sempre più strettamente
all'Asse che ha mutato l'equilibrio europeo in nostro favore.
Sulle nostre labbra spunta adesso un sorriso di compatimento se pensiamo alle previsioni francesi nei
confronti dell'Italia che fino a poco tempo fa era per loro "quantité negligéable" nel bacino danubiano, mentre oggi
si rivela con argomenti che saltano agli occhi come fondamentale elemento d'equilibrio in questa zona
nevralgica d'Europa. Alle conversazioni italo-ungheresi prima, a Roma; italo-jugoslave a Venezia poi, sono seguite
le conversazioni romane, ultimate ieri l'altro, fra l'Italia e la Romania. E sono anche di insegnamento.
Pure Gafencu, Ministro degli Esteri di Romania, ha trovato a Roma l'ambiente compreso delle questioni
interessanti i due Paesi e le "conversazioni si sono svolte in un'atmosfera di amichevole cordialità e con
reciproca soddisfazione".
Sì che è sperabile che anche i rapporti ungaro-romeni sotto l'egida dell'Asse e di Belgrado potranno in
un prossimo avvenire trovare una soddisfacente soluzione. Budapest ha dato recentemente il buon
esempio smobilitando alla frontiera romena. Si tratta ora di vedere se fra Romania ed Ungheria sia possibile
trovare un terreno di intesa, così come per le relazioni bulgaro-romene.
La Grecia ha pure apprezzato le dichiarazioni di sicurezza datele dall'Italia fascista; e la Turchia, anche
se posta al tavolo di promesse più che allettanti, si dimostra sempre più riluttante ad entrare nella
coalizione antitotalitaria.
Di fronte a questi fatti concreti, le democrazie non nascondono la loro rabbia impotente: è finito il tempo
dei comandi a bacchetta.
È annunciato per domani a Villa d'Este sul Lago di Como, un incontro tra il Ministro italiano degli
Esteri conte Ciano con il Ministro degli Esteri del Reich von Ribbentrop. Conclude, riassumendo, gli incontri
a catena seguiti nella ultima decade fra gli uomini di Stato italiani e germanici con gli Stati jugoslavi,
magiari e romeni. I due Ministri esamineranno la situazione europea e mondiale in genere; le ultime settimane
così ricche di eventi di decisiva portata politica e storica danno all'incontro il più alto interesse.
La offensiva di pace contrapposta da Roma e da Berlino alla manovra guerrafondaia di Londra e di Parigi,
è garante di equilibrio europeo.
Pace peraltro non imbelle, quella perseguita dall'Asse, ma sorretta dalla forza armata. L'Italia per
decisione del Duce potenzia vieppiù il proprio Esercito. Visite a catena fra le personalità militari italiane e tedesche - il comandante in capo dell'Esercito tedesco si trova ancora attualmente in Libia - temprano nello
stesso clima di disciplina e di dedizione la collaborazione fra le forze armate dei due Paesi.
In un clima solare l'Italia si appresta pertanto a celebrare il terzo annuale dell'Impero: disciplinata ed
operosa e realizzatrice all'interno; fascinatrice, per virtù della civiltà sovrana di Roma, della coscienza dei popoli
che guardano all'Italia come alla maestra di
vita.
Il patto politico militare fra Italia e Germania e la sua ripercussione nel mondo
Da: "Il Biellese", 10 maggio 1939
Contrariamente alle malcelate speranze franco-inglesi di un indebolimento dell'Asse per una
diversa valutazione del problema polacco tra Roma e Berlino, dal Convegno di Milano è balzata l'alleanza
politico-militare fra Italia e Germania.
"Nelle conversazioni - dice il comunicato ufficiale - che il ministro degli Esteri conte Ciano ed il
ministro degli Esteri del Reich signor von Ribbentrop hanno avuto a Milano il 6 e 7 maggio, è stata presa in
attento esame l'attuale situazione politica generale. È stata nuovamente constatata la perfetta identità di vedute
dei due Governi ed è stato deciso di fissare definitivamente, anche dal punto di vista formale, in un
patto politico e militare, i rapporti dei due Stati dell'Asse. In tal modo l'Italia e la Germania intendono di
contribuire efficacemente ad assicurare la pace in Europa".
In proposito il "Popolo d'ltalia" osserva che il Convegno di Milano segna dunque una
chiarificazione conclusiva. Le due Potenze, già vittoriosamente collegate nella guerra di Spagna, sviluppano l'amicizia e
la solidarietà in tutti i settori. Le vociferazioni sulla possibilità di dissensi e di incrinature nella linea
dell'Asse sono spazzate via di colpo. Lo stesso giornale conclude scrivendo che ora la Romanità e il
Germanesimo garantiscono il loro diritto alla difesa e al potenziamento della civiltà europea. È la realtà
insopprimibile delle forze storiche che assicura la vera pace sulle basi della giustizia.
Il Patto di Milano sarà nelle prossime settimane precisato nei suoi termini protocollari. Ma già sin da
ora esso si presenta come un poderoso strumento di pace. Italia e Germania sono politicamente e
militarmente collegate per difendere la tranquillità europea.
La stampa anglo-francese ha accolto l'annunzio dell'alleanza con la scusa che essa non modifica lo
stato delle cose in quanto Mussolini e Hitler avevano più volte affermato che le due nazioni avrebbero
marciato insieme per qualsiasi evenienza. Nello stesso tempo a Parigi e Londra si vuol vedere ugualmente nel
Convegno di Milano - anche se il comunicato non accenna - un trionfo della tesi italiana nel senso che la Germania
non dovrebbe spingere le sue rivendicazioni fino alla guerra colla Polonia. In proposito l' "Intrangiseant"
scrive: "L'Italia, i cui interessi immediati sono nel Mediterraneo e nei Balcani, considera che non bisogna
trascurare nulla per evitare che la Polonia si allontani definitivamente dalle Potenze dell'Asse. Da ciò l'insistenza
di Roma, per tentare di ricercare una base di compromesso con Varsavia, poiché un conflitto con la Polonia
non risponderebbe ai voti del Governo fascista".
Occorre però osservare che di tutto ciò che il comunicato di Milano tace è azzardato andarne a cercare
la spiegazione sui giornali francesi. Tanto più che la stampa italiana e quella berlinese non escono dai limiti
del comunicato stesso. Un commento ufficioso tedesco infatti non accenna per nulla alla questione polacca,
ma ribadisce invece categoricamente l'intesa italo-tedesca su tutta la linea.
In sostanza il pensiero di Berlino è il seguente: "Questo patto italo-tedesco ha una importanza storica.
Esso costituisce la continuazione della politica svolta dal Governo fascista e dal Governo
nazionalsocialista nell'ambito dell'Asse Roma-Berlino conforme la volontà e i sentimenti dei due popoli, italiano e
tedesco. Questo patto distrugge tutte le invenzioni e le menzogne pubblicate dalla stampa estera che ha messo
più volte in dubbio la consistenza dell'Asse. Esso è, nello stesso tempo, un contributo costruttivo per
il mantenimento della pace e dell'ordine in Europa contro tutti i tentativi dei guerrafondai di gettare in
questo continente l'allarme ed il panico; ed è un colpo terribile all'aggressiva politica di accerchiamento che
la Francia e l'Inghilterra conducono da vario tempo con la collaborazione di certi terzi Stati contro le
Potenze autoritarie".
Il Patto d'acciaio tra Roma e Berlino
Da: "La Sesia", 26 maggio 1939
La politica di accerchiamento tentata dagli Stati democratici contro l'Italia e la Germania ha ricevuto
in quest'ultimo tempo due colpi mortali: le dimissioni di Litvinoff ed il patto di Milano - il 22 maggio
firmato a Berlino.
L'ebreo Litvinoff era stato l'esponente - a Ginevra e nelle sue frequenti visite alle capitali d'occidente -
di una politica di agganciamento fra i sovieti e le democrazie europee secondo un ibrido connubio
sintetizzato nella formula del "capital-comunismo".
La sua radiazione dai quadri direttivi della politica estera sovietica proprio mentre Londra e Parigi
tentavano la connivenza di Mosca alla loro politica volta ad accerchiare la Germania e l'Italia, ha stroncato di
colpo molte velleità ai biechi e subdoli capitani della "guerra bianca" contro le nazioni più povere. Poiché
dimostra la volontà di Mosca di non impegnarsi troppo in occidente mentre ha il Giappone alle spalle ed una
situazione interna tutt'altro che rassicurante. Dopo la disgrazia di Litvinoff a Varsavia sono infatti piovuti consigli
di moderazione da parte di Londra e di Parigi.
Il 7 maggio, poi, si è coronato a Milano, l'incontro del conte Ciano con il Ministro degli Esteri del
Reich von Ribbentrop, con la conclusione di un patto politico e militare che definisce la realtà dei rapporti
fra l'Italia e la Germania.
Con la realizzazione del nuovo documento l'amicizia già salda dei due Paesi assume possibilità di
sviluppo ancora maggiori in tutti i settori, politici, economici, militari - di guerra e di pace - ed una armonia
più compiuta, se così si può dire, seguirà le direttive comuni per l'azione comune.
Il nuovo patto è stato firmato a Berlino tra i due Ministri, presente il Cancelliere Hitler. Rientra nel
quadro dell'accordo anticomintern già consacrato dal sangue comune versato dai legionari italiani e tedeschi
sul fronte di Spagna. Ed è la più realistica risposta al piano di accerchiamento antitotalitario alla cui
realizzazione han dedicato e dedicano ancora sforzi non comuni le democrazie d'occidente. È una forza imponente che
si allinea per creare un fronte di difesa nell'intento supremo della pace secondo giustizia. La massa di
popolo italiano unita a quella delle popolazioni dell'Impero ed aggiunta alla massa tedesca formano
complessivamente un blocco compatto di centocinquanta milioni di persone - senza contare dell'apporto degli altri amici
legati in una forza indistruttibile.
"L'ltalia e la Germania - commenta il 'Popolo d'Italia' - si sono ritrovate perché entrambe hanno bisogno
e vogliono il progresso rivoluzionario d'Europa. Esse sono state poi spinte l'una verso l'altra oltreché
dalla comunanza di ideali e di interessi anche dalla caparbia reazione delle democrazie che negarono
sempre giustizia all'una e all'altra. Fra di loro regna piena intesa e chiarezza per tutti i possibili casi
dell'avvenire, intesa e chiarezza che fanno apparire l'alleanza ora conclusa come la espressione di un nuovo
ordinamento a favore del quale le due Potenze sono insorte.
Il molto cercato e amato termine tecnico delle conversazioni fra gli Stati Maggiori manca assolutamente
nel testo del trattato come pure nelle dichiarazioni dei due Ministri e al suo posto si è pensato alla istituzione
di due Commissioni permanenti che sotto la direzione dei due Ministri degli Esteri dovranno studiare i
problemi della collaborazione più stretta nel campo militare, come in quello dell'economia di guerra.
Amici e nemici sanno da un pezzo quanta potenza di capacità industriale e di spirito e volontà militare è
nei due popoli.
La questione è ora se questa politica costruttiva e creatrice voluta dal Duce e dal Führer è destinata
a rimanere monopolio della nuova idea europea. In Germania come in Italia, nonostante i contrasti con
le democrazie, ci si è mostrati finora disposti a comprendere l'intesa cordiale della Francia e
dell'Inghilterra nella forma ad essa data da Chamberlain e da Daladier come espressione di una comunanza naturale
di interessi. Soltanto, mentre sino ad oggi i reciproci rimproveri e dubbi delle due parti della Manica
sembravano tradire una diffidente fiducia dell'uno verso l'altro continente, il nuovo corso politico inaugurato
ultimamente da Londra ha dato al quadro dell'intesa franco-britannica tutto un altro aspetto.
Giornali francesi e britannici hanno cominciato anche essi a fare il computo numerico degli uomini e
delle forze. Senonché, manca in quella alleanza la forza morale che si riscontra nell'alleanza ora conclusa
tra l'Italia e la Germania: in favore dell'Asse vi è il carattere di intima e completa fiducia dell'Italia e
della Germania nella collaborazione reciproca.
Sullo sfondo delle illusioni e delle speculazioni democratiche, l'azione costruttiva del patto deciso a
Milano e firmato a Berlino appare in una luce speciale. Ognuno sa adesso cosa vuole e ancora cosa gli altri
vogliono".
I due blocchi
Da: "Corriere Valsesiano", 10 giugno 1939
L'intenso lavorio diplomatico di questi ultimi mesi è giunto alla sua conclusione colla formazione dei due
blocchi antitetici italo-tedesco e anglo-franco-russo.
In questo irrigidimento di posizioni la situazione dell'Europa appare così cristallizzata.
Fino a quando? Quali saranno gli esiti della situazione odierna?
Queste domande sono lecite all'uomo della strada che osserva senza partecipare se non col cuore
agli avvenimenti del giorno, e devono costituire l'azione degli uomini responsabili.
Non diremo qui come e perché si è giunti all'attuale situazione, né ci domanderemo se con una
maggiore duttilità di atteggiamento, pur mantenendo inalterati i pesi della bilancia europea, si sarebbe potuto
evitare questo irrigidimento. Domandiamoci piuttosto quali sono i motivi basilari delle due alleanze.
I superficiali hanno detto che il blocco italo-tedesco era stato fatto per sostituire, all'egemonia
franco-inglese, una egemonia italo-tedesca, l'una nel bacino mediterraneo, l'altra nel centro d'Europa. Noi
non esitiamo a rispondere che questa visione è almeno speciosa.
La concezione della vita politica per le potenze totalitarie, se afferma la necessità di adeguamenti alle
reali condizioni, agli interessi acquisiti dalla vita dei popoli, appunto per questa sua visione della realtà, è
disposta a riconoscere le posizioni e gli interessi concorrenti di altri popoli.
Sono chiare le aspirazioni dell'Italia riguardo a Gibuti, Suez, Tunisi, ma è altrettanto vero che noi
sappiamo valutare gli interessi della Francia in queste stesse regioni.
Non abbiamo mai misconosciuto l'importanza di Gibuti come scalo dei piroscafi francesi che vanno
verso l'Oriente; né abbiamo mai negato, se non la superiorità dei diritti francesi al protettorato di Tunisi,
almeno la parità coi diritti italiani. Non abbiamo chiesto che di discutere in base ad un principio di giustizia e
di solidarietà internazionale.
Simile è la posizione assunta dal governo tedesco per il problema di Danzica.
Ammesso e riconosciuto che Danzica ha partecipato nell'epoca moderna alla storia tedesca,
riconosciuto che il popolo di Danzica tende per ragioni nazionali a ritornare in seno alla madre patria, la
Germania riconosceva la specialissima posizione e importanza di questa città per la Polonia.
Anche qui le proposte di Hitler dovevano considerarsi come base di discussione più che come presa
di posizione.
Se una caratteristica c'è nell'imperialismo italiano e tedesco è appunto una comprensione
notevolissima degli interessi altrui, il che lo tiene lontano dai possibili urti.
Blocco di sostegno reciproco dunque quello italo-tedesco, nell'azione diplomatica che si intende
svolgere per il riconoscimento dei nostri naturali interessi.
Se questa è stata fino ad oggi la prassi dell'Italia e della Germania, prassi che dovrebbe essere ben
conosciuta nel mondo, come si spiega questo sviluppo di forze avverse? Se è venuta meno la fiducia nella lealtà
degli stati, se si vuole con questa alleanza impedire ogni discussione e soltanto conservare tutto quello che
si possiede, si verificherà allora l'ipotesi più mostruosa, più illogica e antistorica che mente umana può concepire.
Perché questo significherebbe tagliare ogni rapporto tra le due parti d'Europa e perpetuare una
situazione insopportabile, significherebbe mantenere una psicosi di ostilità che porterebbe ad un inevitabile conflitto.
Ma v'è un'altra ipotesi, cioè che il blocco anglo-franco-russo non rappresenti che la garanzia reciproca
di quegli stati nella prossima fase diplomatica di discussione.
Il mantenimento del patto italo-inglese è forse un sintomo di questa seconda ipotesi.
L'Europa vuole la pace. La attende dai suoi governanti per battere le vie del lavoro e dell'attività colonizzatrice.
Ma la pace non può essere che opera di giustizia.
Gian Luigi Sella
Un asse d'acciaio ed un blocco che non riesce a fondersi
Da: "La Provincia di Vercelli", 13 giugno 1939
Nel suo ultimo discorso, Chamberlain ha dichiarato di aver seguito, negli sviluppi della politica estera,
due orientamenti. Il primo è quello di cercare le possibili cause di guerra e vedere se si possono
eliminare mediante accordi; ma questo orientamento non gli ha procurato che amarezze. Il secondo è quello di dare
al suo Paese una forza militare capace di tenere testa alla forza di altri Paesi, in modo da non essere
costretti, in una eventuale discussione, ad accettare condizioni disonorevoli o disastrose. E in ciò egli ha dichiarato
di esserci riuscito.
I due orientamenti della politica di Chamberlain, insomma, possono agevolmente definirsi, con
parole poverissime, l'orientamento del parapioggia di Monaco e quello della spada della politica di
accerchiamento dell'Asse Roma-Berlino. Infatti, non si può negare che Chamberlain abbia alternativamente, a seconda
delle circostanze, sfoderato il suo ormai storico ombrello e sguainata la spada, alquanto smussata, del resto,
nell'intento di appuntirla ed affilarla sulla dura cote del Kremlino.
Non fa meraviglia, perciò, che ora Chamberlain, con i suoi discorsi e quelli di Halifax, voglia dare
ad intendere di essere ritornato alla politica del paracqua e, a quasi un mese dal discorso pronunziato a
Torino dal Duce, si sia accorto che, come appunto il Duce disse ai milioni di uomini che erano in ascolto, che
"non ci sono attualmente in Europa questioni di ampiezza e di acutezza da giustificare una guerra, che da
europea diventerebbe, per logico sviluppo di eventi, universale". Chamberlain se n'è accorto un po' tardi. Ma
meglio tardi che mai.
Questo ritorno, almeno a parole, alla politica dell'ombrello, è variamente giudicato e v'è chi dice che ciò
sia dovuto alle poche probabilità di un soddisfacente accordo con i Sovieti e c'è chi afferma essere questa
una mossa per indurre i Sovieti a concludere rapidamente il Patto di alleanza militare con le
demoplutocrazie. Può darsi, invece, che l'Inghilterra abbia semplicemente capito che qualunque sia la conclusione della
sua politica di accerchiamento tanto faticosamente condotta, non ne caverà che danno e perciò si affretti, se
ne è ancora in tempo, a cercare la maniera di sciogliere i nodi della politica europea senza che si ricorra
alla spada.
Qualunque sia lo sviluppo futuro del nuovo periodo di politica dell'ombrello preannunziato dai discorsi
di Chamberlain e di Halifax, una cosa è certa ed immutabile: che, fin dal tempo in cui l'Italia, indifferente
al concentramento della flotta inglese nel Mediterraneo ha conquistato l'Etiopia, l'Inghilterra, nonostante
i suoi sforzi di resistenza, le sue minacce, le sue offensive diplomatiche, alternati a periodi di resipiscenza
e di buona volontà, non ha più saputo trovare un metodo purchessia da seguire fino in fondo ed ha
tentennato costantemente tra il proposito di tagliare i nodi con la spada ed il timore di non avere una spada
sufficientemente temprata per farlo; di negare per principio il poco che ad essa veniva chiesto per concedere molto di più
alla stretta dei conti, convinta ormai che ad insistere le sarebbe capitato di peggio; deliberata sempre a
resistere fino all'ultimo per lasciarsi poi indurre dai suggerimenti dello spirito mercantesco che è proprio della
sua indole, a trovare un accordo in extremis, non fidandosi troppo né delle proprie forze né della efficienza
delle forze eterogenee che intorno ad essa gravitano più per ragioni d'interessi transitori che per forza di attrazione.
Il difetto del blocco che l'Inghilterra si è industriata di opporre a quello degli Stati autoritari, e
precisamente l'assenza di una fede comune, l'inesistenza d'una missione storica all'infuori di quella passiva che porge
il destro di tagliare i nodi che non si vorrebbe lasciar sciogliere, l'incapacità ormai congenita di dire ai
popoli la parola nuova che li infiammi, li induca a camminare, dia loro la convinzione di combattere e, se
necessario, di morire per un'idea, per un fine comune da tutti accettato e servito.
In tali contingenze è naturale che mentre i Paesi totalitari si propongono degli obbiettivi da raggiungere
e verso questi muovono con tutte le loro forze ed i loro mezzi nel vincolo d'una alleanza militare che è
il corollario non di trattative ma di preesistente intima collaborazione politica, sociale, economica,
culturale, ecc., i Paesi demoplutocratici, invece, brancolino più invischiati che rafforzati dai vincoli ch'essi
hanno tessuto fra di loro, non vivificati da una comune fede ché nessuno potrà mai sostenere che, al di là dei
soliti luoghi comuni del frasario demoplutocratico, esista una qualche comunione di spiriti tra Francia,
Inghilterra e Russia, poiché è noto a tutti quanti, ormai, che il bolscevismo non ha minor timore della democrazia
di quello che la democrazia, specialmente quella inglese, non abbia del bolscevismo.
Se Chamberlain ha l'aria di voler deporre il brando dell'accerchiamento degli Stati autoritari per
ribrandire il quieto ombrello di Monaco, qualunque sia il suo proposito recondito, è evidente che, nonostante i
molteplici, faticosi, umilianti armeggi diplomatici per la fusione di un blocco antifascista, l'Inghilterra e gli Stati
che intorno ad essa, volenti o nolenti, gravitano, sono ancora molto lontani dal trovare il metodo da seguire
con vantaggio loro, in questo tempo di trapasso europeo da un'epoca all'altra. Né questo metodo
potranno trovarlo mai ché esso può scaturire soltanto da forze vitali aderenti alla storia di questa nostra età
travagliata, ma creatrice di una nuova civiltà, mentre le demoplutocrazie e la loro mostruosa derivazione bolscevica
non hanno più ragione d'esistere se non quale forza negativa, né hanno più alcuna presa sull'anima dei popoli,
i quali, per combattere e vincere, abbisognano d'un'Idea che viva e si espanda e non d'un'Idea, qual'è
quella demoplutocratica, che in sé si contrae sempre più e si spegne a poco a poco miseramente, con continue
e mortificanti abdicazioni.
Il Woronoff delle demoplutocrazie non è ancora nato e chi sa mai se nascerà. In tali contingenze la
miglior sorte dei decadenti è ancora quella della politica dell'ombrello, purché questa acconsenta di sciogliere
i nodi. Se no, è perfettamente da idiota parlare di politica di aggressione. Se uno si ostina a sbarrare la
via senza ragione plausibile al mondo, è nella natura umana delle cose che la Storia lo butti da parte con
uno spintone, impugni egli l'ombrello o la durlindana.
Leandro Gellona
Attivo e passivo sul fronte politico europeo
Da: "La Sesia", 14 luglio 1939
Gli avvenimenti di questi giorni segnano altri punti dell'attivo delle potenze dell'Asse e - cosa davvero
non nuova - altri punti passivi per la politica delle democrazie.
La visita del conte Ciano in Spagna, lungo itinerari di gloria romana antica e recente e
nell'apoteosi dell'entusiasmo di popolo spagnolo, conferma dinanzi al mondo la piena solidarietà in atto dei due
Popoli mediterranei; la conclusione della visita della prima squadra navale nel Mediterraneo occidentale e
nell'aperto Atlantico; la crociera della seconda squadra navale nel Mediterraneo orientale; l'inizio dei Campi
d'armi delle varie specialità delle Forze Armate in vista delle grandi manovre dell'Armata del Po nei primi
di agosto; le visite del presidente del Consiglio di Bulgaria a Berlino e quindi a Belgrado;
l'orientamento infine sempre più decisivo del mondo arabo verso l'unica politica che è nei suoi legittimi interessi -
sono confermate le voci di trattative per un fronte unico fra Italia e Arabia, mentre la situazione in Siria si
fa sempre più torbida dopo l'energica protesta di quel governo a Parigi ed a Ginevra per il baratto di
Alessandretta - segnano altrettante riaffermazioni della posizione solida, lungimirante e onnipresente nei diversi
settori, che è ormai caratteristica della politica italo-tedesca.
Nel settore di azione delle più grandi democrazie reazionarie il bilancio non è altrettanto lusinghiero.
Impostata sui discorsi di Halifax, di Daladier, di Lebrum e perfino di Chamberlain - il quale sembra si
sia ormai lasciato trascinare troppo lontano dalla politica che in un recente passato gli cattivò numerose
simpatie - tambureggiata dal coro ammaestrato della stampa democratica massonica, la campagna allarmistica con
la quale i bellicisti anglo-francesi han tentato addossare agli Stati totalitari la responsabilità di un conflitto
che essi preparano, si è sviluppata in pieno avendo per oggetto il caso di Danzica.
Tutte le pessimistiche e catastrofiche previsioni della Stampa democratica non si sono realizzate. Hitler
non ha effettuato il colpo di mano su Danzica, nessun provvedimento interno è avvenuto nella Città
libera, nessun ultimatum è stato scambiato tra Danzica e la Polonia. E allora i profeti di sciagure di fronte
alla smentita delle preventive previsioni si sono messi a schiamazzare che i Paesi dell'Asse hanno avuto paura.
Sono queste meschine quanto perfide macchinazioni ma che contribuiscono sempre più ad avvelenare la
già torbida atmosfera internazionale. La stampa tedesca ha ribattuto con legittima indignazione anche con
assoluta serenità tali vani tentativi di speculazione. Danzica appartiene al grande Reich e ne diverrà parte
integrante quando la Germania vorrà. Ma le circostanze, il metodo ed il tempo del ritorno non dipendono certo
dall'umore né dalle previsioni dei pompieri incendiari di Londra e di Parigi.
Si tratta di un avvenimento non isolato della politica odierna, ma inquadrato con altri problemi ed
altre situazioni che irresistibilmente maturano e tempestivamente giungeranno a soluzione.
Altro motivo di disappunto e di rabbia impotente per le democrazie costituisce l'andamento delle
trattative per l'accordo tripartito anglo-franco-sovietico. Le discussioni sono in alto mare e non si disvela a
tutt'oggi alcun nocchiero capace di ricondurle in porto. Alle sempre più affannose e compiacenti proposte
democratiche - che trovano però sempre più recalcitranti i piccoli Stati che formalmente dichiarano che delle
garanzie democratiche non sanno proprio che farsene - la Russia sovietica risponde con ognor più
esigenti controproposte che rendono la situazione veramente drammatica per gli accerchiatori di se stessi.
E in estremo Oriente frattanto il Giappone continua ad infliggere fierissime perdite alle forze armate
sovietiche ed a consolidare più ampliamente e profondamente la sua posizione.
A Tokio inoltre i delegati nipponici e inglesi si accingono a iniziare le conversazioni per "armonizzare"
le divergenze fra l'Inghilterra, il Giappone e la Cina.
È ormai evidente - per il ritardo che ha subito l'inizio dei colloqui da parte giapponese e per il numero
degli esperti che ai colloqui stessi parteciperanno - che l'esercito giapponese vuole che le conversazioni di
Tokio portino ad una soluzione di principio di tutti i problemi in discussione, senza compromessi di sorta.
E il blocco della Concessione di Tien Tsin è sempre in atto, e subisce anzi nuovi inasprimenti.
Prodromi di un mondo in evoluzione? Il resto verrà fra presto, inesorabilmente. E sarà giorno di resa
dei conti per le democrazie.
d. rat.
Tre Rivoluzioni tre Partiti unitari tre Stati totalitari
Da: "La Provincia di Vercelli", 11 agosto 1939
La Rivoluzione nazional-sindacalista di Spagna, dopo l'insurrezione armata che ha raccolto attorno
alle bandiere di Franco uomini di tutti i partiti prerivoluzionari, dopo la dura guerra civile che ha tumultuosamente
convogliato la forza della Spagna verso la risoluzione violenta del conflitto politico per il predominio
delle sempre più gagliarde forze nazionali riponendo, per la prima volta, dopo secoli di prostrazione e di
diserzione, il popolo spagnolo di fronte a se stesso ed agli avvenimenti europei, procede ora rapidamente alla fusione
di tutte le sue forze tradizionali e rivoluzionarie per fare dello Stato spagnuolo uno Stato totalitario e
del popolo spagnuolo un popolo monolitico.
Quest'opera unificatrice ha, non la sua conclusione, ma il suo esordio nello Statuto del Partito
falangista promulgato in questi giorni dal Caudillo e per il quale la Falange, nella quale si identifica la
missione rivoluzionaria della nuova Spagna, è divenuto l'unico organo autorizzato ad esprimere la vita politica
del Paese.
Organo accentratore, insomma, di tutte le espressioni politiche di carattere nazionale sopravvissute in
virtù del loro diretto ed efficace contributo alla Rivoluzione nazional-sindacalista ed, insieme, organo
propulsivo - in quanto esso soltanto è autorizzato ed interpretare ed a promuovere, con le sue organizzazioni,
le manifestazioni politiche del Paese - il Partito falangista, col suo nuovo Statuto ed i suoi estesi compiti,
ha assunto, nella nuova Spagna di Franco, la stessa missione storica del Fasciamo nell'Italia di Mussolini e
del Nazismo nella Germania di Hitler.
Il Partito unico, che ha per principio dogmatico, di fronte al supremo organo della Nazione: tutto per lo
Stato e nello Stato e nulla contro lo Stato, è il fondamento delle Rivoluzioni del secolo nostro, le quali hanno
una medesima origine nella necessità impellente di sopprimere le lotte delle fazioni che disgregano
l'unità spirituale della Nazione, per convogliare tutte le aspirazioni, i propositi e le realizzazioni del popolo al
bene supremo ed unico della Nazione. Ond'è che, per le Rivoluzioni del secolo nostro, la parola "nazionale"
non ha più il significato della territorialità soltanto, qual'essa conserva nei Paesi demoplutocratici, ma
quella della totalitarietà, che non ammette evasioni né in estensione né in profondità, né nella materia né
nello spirito e fa dei popoli, che ne hanno accettato il principio, un blocco monolitico. Il depositario del
concetto espresso dalla parola "nazionale" non può che essere uno solo. Ove ognuno può, a suo piacimento, usare
la parola "nazionale" per particolari fini ideologici, qui è già sorta l'antinazione, poiché è sorta
automaticamente la fazione, disgregatrice della Nazione.
Perciò riteniamo che la Spagna di Franco si sia schierata con le Rivoluzioni del secolo nostro: la fascista e
la nazista, non tanto al momento in cui si compì vittoriosamente l'episodio dell'insurrezione armata contro
i rossi, quanto nel momento in cui il Caudillo ha promulgato il nuovo Statuto del Partito falangista,
commettendo a questo, anche in forza della legge, il compito di sviluppare la vittoria sui rossi e conseguire la
monolitica unità politica, spirituale e sociale del popolo spagnolo, mediante la Rivoluzione nazional-sindacalista
della quale la guerra civile non fu che la premessa necessaria alla sua realizzazione. Se così non fosse, la
guerra condotta da Franco avrebbe acquistato i caratteri d'una guerra reazionaria, il che non è, anzi, è
diametralmente all'opposto, come è dimostrato anche dal fatto che contro Franco si schierarono, in campo
internazionale, tutte le Potenze reazionarie e con Franco si sono battute le Nazioni totalitarie, cioè rivoluzionarie.
Anche nel trovarsi, presto o tardi - più presto che tardi - in aperto conflitto con le Nazioni
demoplutocratiche e, conseguentemente, in stretta collaborazione prima, ed in strettissima alleanza poi, fra di loro, si
riscontra una caratteristica comune delle Rivoluzioni totalitarie. Caratteristica, questa, che conferma l'universalità
dei loro principi e della loro missione storica che, appunto per essere tali, dilagano al di là dei confini
nazionali delle singole Rivoluzioni e trovano, a teatro delle loro imprese, il mondo intiero. Prima a scontrarsi
fu l'Italia fascista che è la forza primigenia di questa Rivoluzione universale in atto che ha preparato, con la
sua vittoriosa azione, le condizioni d'ambiente indispensabili all'azione del Nazismo in Germania, prima,
in Europa poi. Ultima, per ora, è venuta la Spagna di Franco, la quale ha pienamente compreso la
funzione universale della Rivoluzione delle Camicie Nere e delle altre che ad essa si ispirano pur
assumendo caratteristiche proprie e con essa si è decisamente schierata nel campo ideologico come in quello sociale,
nei suoi aspetti interni quanto nei suoi rapporti internazionali.
Al Duce, molti anno or sono, era stato attribuito il giudizio che il Fascismo non fosse merce
d'esportazione. Il giudizio era stato, ad arte, riferito mutilo, poiché il Duce aveva precisato che il Fascismo, per
essere esportato, doveva essere adattato al genio dei popoli che lo avevano adottato. La previsione si è avverata
in pieno e si avvererà sempre più in estensione. Tutti i popoli che, come già l'italiano ed il tedesco, quindi
lo spagnolo, hanno trovato in sé la forza per conseguire la propria unità spirituale e politica e su questa
costruire lo Stato totalitario, che è appunto la caratteristica della Rivoluzione del secolo XX, hanno seguito tutti
gli insegnamenti, le esperienze, la logica storica del Fascismo creato dal Duce, sia pure con quegli
adattamenti che convengono al genio ed alle tradizioni dei popoli che ne hanno accettato e servito i principi, così
come appunto aveva precisato il Duce e come si avvererà, con sempre più rapido ritmo, nell'avvenire.
Tre sono le Rivoluzioni totalitarie in linea. Anche geograficamente, esse appaiono schierate intorno
alla terra che diede la Rivoluzione borghese o democratica, la quale, per noi, non creò un ordine nuovo, ma
fu l'episodio ultimo d'un'epoca disgregatrice d'ogni principio di autorità e di ordine inteso in modo
totalitario e non partigiano.
Leandro Gellona
Nuova Europa
Da: "La Sesia", 23 agosto 1939
Nelle prime ore di martedì si è conosciuto l'annuncio dell'intendimento dei Governi del Reich e
dell'U.R.S.S. di addivenire alla stipulazione di un patto di non aggressione. Immediata partenza del Ministro degli
Esteri del Reich per Mosca. La notte del 22, mercoledì, von Ribbentrop e Molotoff, alla presenza di Stalin,
ponevano la firma al patto, già perfezionato in ogni sua parte.
Tali termini di tempo segnano, per contrasto, con i quattro mesi e più di conversazioni delle missioni
franco-inglesi - politiche e militari - a Mosca, senza pervenire all'esito sperato dagli "accerchiatori"; le
missioni franco-inglesi, poste nel ridicolo, hanno precipitosamente abbandonato Mosca.
Ed ecco l'introduzione al patto di non aggressione tedesco-sovietico: "I Governi tedesco e sovietico,
guidati dal desiderio di consolidare la pace tra la Germania e l'U.R.S.S. e basandosi sulle prescrizioni
fondamentali del Trattato di neutralità del 1926, hanno stabilito quanto segue:
Art. 1 - Le due parti contraenti si impegnano ad astenersi da ogni atto di aggressione, da ogni azione
aggressiva e da ogni aggressione sia individuale che collettiva.
Art. 2 - In caso di attacco da parte di terze Potenze, l'altra parte contraente non asseconderà in alcun
modo la terza Potenza.
Art. 3 - I Governi contraenti si terranno in avvenire in contatto consultativo per informarsi
reciprocamente delle questioni riguardanti gli interessi comuni.
Art. 4 - Nessuna delle due parti contraenti parteciperà ad un gruppo di Potenze diretto contro una delle
due parti.
Art. 5 - In caso di divergenze di vedute o di conflitto tra le parti contraenti su questioni di qualsiasi
natura, le due parti regoleranno queste questioni mediante scambi di vedute amichevoli e, se è necessario,
attraverso una Commissione di arbitrato".
Quello che, sulla linea della logica e della storia doveva avvenire, è avvenuto. Comunismo e capitalismo
non potevano combattersi sul terreno sociale e allearsi su quello internazionale; fra politica interna e
politica estera è pur necessaria una certa consonanza almeno, per salvare la faccia.
Perdurò tuttavia, durante più di quattro mesi la corte spietata franco-inglese al proletario russo.
L'imperialismo anglo-francese si umiliava davanti al Cremlino, sentendo scadere certi termini per cui occorreva di
urgenza l'esercito russo che si armasse per... difendere il suo prestigio ed i suoi interessi. Il dittatore russo non si
è prestato al gioco, e per tante settimane per le aie di Mosca ha menato a spasso il capitalismo.
Mentre i giorni passavano e gli inglesi ed i francesi si illudevano sempre più, la forza dell'Asse si
dimostrava sempre più infrangibile, perché sostenuta dallo spirito delle due rivoluzioni affini. Di qui si trovava
quello che appunto di là mancava: la coerenza delle idee e la coincidenza degli interessi. A queste
condizioni soltanto le alleanze accrescono il potenziale dei popoli. Né una guerra, oggi, somiglierebbe a quella
del 1914-1918 nella quale l'Italia fu la sola nazione ad entrare per volontà di popolo, mossa da un'alta
mira spirituale. Le altre ci si trovarono travolte all'improvviso e ancor oggi discutono sul come e sul perché.
Nessun stupore quindi che la Germania e la Russia firmino oggi un patto di non aggressione: si tratta di
due Rivoluzioni sociali che per vie diverse e con diversi sistemi hanno combattuto e combattono i vecchi
regimi plutocratici; e si tratta, dal punto di vista istituzionale di due dittature, che si accordano commercialmente
e politicamente, nell'interesse dei loro popoli e della pace.
Il realismo ancora una volta ha vinto sulle finzioni e sull'ipocrisia.
Il fatto nuovo, come era prevedibile ha destato una impressione di sbalordimento nel "campo di
Agramante": e non manca di ripercussioni anche nei Balcani ed in Turchia.
La situazione politica europea è stata radicalmente cambiata. Alle grandi democrazie trarne le
immediate conseguenze - mentre sono ancora in tempo. Il "possibilismo" britannico spera ancora in una scappatoia,
e persiste intanto, con un gioco estremamente pericoloso, a incoraggiare la Polonia alla intransigenza di
fronte alle richieste della Germania per Danzica e il corridoio. Non è più però il tempo di tergiversare. Forse
un solo colloquio Hitler-Beck, può in questo momento fermare la marcia irresistibile degli avvenimenti,
ed evitare la guerra che per la Polonia e le democrazie non potrà che essere fatale.
Ma non perciò la crisi internazionale sarà definitivamente risolta. Il problema di Danzica - osserva
acutamente la stampa italiana - è uno dei tanti problemi di giustizia che la cattiva pace ha creato. Sarebbe inutile
trovare un rimedio empirico alle presenti difficoltà se tra poco si dovesse ancora turbare la pace del mondo per
la ottusa resistenza opposta per esempio dalle aspirazioni italiane. È tutto un sistema nuovo che deve
presiedere ai rapporti internazionali.
Gli stati conservatori e plutocratici non l'hanno ancora compreso; per impedire l'avvento della nuova
Europa vaticinata dal Duce essi hanno sperato prima nella complicità dell'Italia dopo averla ingannata e derisa
e minacciata per un ventennio; poi nella complicità della Russia sovietica alla quale non avevano
risparmiato insinuazioni, offese, angherie.
Le conseguenze sono visibili. E sono soltanto le prime. Altre, e molte, probabilmente, se ne vedranno, e
a non lontana scadenza.
La Polonia al traguardo
Da: "Corriere Valsesiano", 26 agosto 1939
A causa della sobillazione democratica l'atteggiamento polacco è divenuto talmente spavaldo e
provocatorio che i più gravi incidenti sono da prevedersi. Di tutta evidenza la Polonia, illudendosi sull'aiuto che
le Potenze occidentali non saranno mai in grado di darle, marcia fatalmente verso le provocazioni
irreparabili. Siamo al penultimo atto del dramma e, come tutte le vicende umane, l'imprevisto può sempre entrare
in giuoco, anche in senso benigno e favorevole. Non è dunque da escludere che il corso degli eventi,
dopo essersi sviluppato verso soluzioni violente, possa, per l'intervento di nuovi fattori - e il recente
accordo germanico sovietico è senza dubbio un fattore decisivo - piegare verso le vie della pace.
Certo che allo stato dei fatti non è più tempo di trastullarsi con i fiorellini delle illusioni.
Se le Potenze occidentali avessero realmente voluto la pace, esse avevano ogni miglior modo di
influire perché un compromesso fra Polonia e Germania fosse raggiunto. Danzica è città tedesca, hitleriana, e
nazista. La sua amministrazione interna è per grandissima parte assimilata a quella germanica. La situazione
si presenta quasi risolta, secondo il diritto di nazionalità. Non rimane che il problema del porto e dei
traffici polacchi. Ma anch'esso è virtualmente già risolto secondo la logica delle cose, perché lo svolgersi
dei traffici polacchi attraverso Danzica tedesca è nell'interesse della città e della Germania. Non sarà mai
Danzica, né sarà mai il Reich che rifiuteranno il commercio polacco, e solo potrebbe essere la Polonia a deviare
per ripicca e intransigenza tutti i propri traffici verso Gdynia.
Essendosi posta contro questa naturale soluzione, la Polonia si è messa in situazione falsa. Essa è dalla
parte del torto. Se provoca, essa è ancor più dalla parte del torto. Se le sue insostenibili pretese
determinano conflitti locali, o, peggio ancora, una conflagrazione generale, essa assumerà di fronte alla storia
una responsabilità tremenda.
Ed allora, se queste sono, come in realtà sono, le posizioni delle due parti, perché mai l'Europa è di
fronte alla probabilità di un conflitto? È morale che le Potenze occidentali obblighino la gioventù d'Europa
a battersi, perché una città tedesca sia snazionalizzata e diventi polacca?
In verità le Potenze plutodemocratiche non si pongono problemi di giustizia, ma scopi di sopraffazione e
di egemonia. Esse si sono illuse - oggi, però, non più! - di poter trascinare la Russia contro la Germania,
perché sul territorio polacco si determinasse e si concludesse quella che si profilava già come una seconda
guerra punica. In questo criminale giuoco delle plutodemocrazie, l'interesse polacco non entra minimamente.
Il vero interesse della Polonia era quello della neutralità, indicato dal Maresciallo Pilsudski.
Nel giuoco della guerra la Polonia sarà invece la vittima, perché l'eventuale conflitto si svolgerà sul
suo territorio, perché le Potenze occidentali non le potranno dare alcun aiuto diretto, e perché infine la
Polonia, anche se si difenderà romanticamente, non potrebbe che fare la fine della Cecoslovacchia, data la
gigantesca potenza della nuova Germania.
Sono dunque i garanti che trascinano la Polonia verso i mali passi. Essi fino a ieri hanno seguito la
grande illusione dell'intervento russo. Perciò il vecchio leone britannico ha compiuto l'umiliante viaggio sino
a Mosca facendo lunghe attese nei cortili del Kremlino. Perciò Mister Shang con la sua pericolosa valigia
di ordigni esplosivi si è inginocchiato ai piedi di Molotoff.
Ma il patto di non aggressione fra la Germania e la Russia che il Ministro degli Esteri von Ribbentrop ha
ieri firmato a Mosca ha ormai disperso la stolta illusione plutodemocratica.
L'accordo germanico-sovietico porta dunque su un nuovo piano la situazione creata dalla tensione
tedesco-polacca per Danzica. L'Inghilterra e la Francia nel dare alla Polonia le note garanzie contavano
(ripetiamo) appunto sull'appoggio della Russia. Venendo a mancare questo appoggio e questo contributo della Russia,
confinante con la Polonia, l'Inghilterra e la Francia debbono provvedere da sole e coi loro mezzi a
soccorrere la Polonia. Perché, se il patto di non aggressione fra Germania e Russia non esclude che quest'ultima
possa stipulare altre intese e altri accordi, esclude nel modo più assoluto che la Russia possa entrare in
guerra contro la Germania: esclude quindi un aiuto alla Polonia, nel caso che questa entrasse in guerra con
la Germania.
Quali aiuti diretti e immediati possono Francia e Inghilterra portare alla lontana Polonia? Il quesito
si presenta in termini così netti e precisi da rendere ovvia la risposta.
Per la Polonia, oggi più che mai, è perciò giunta l'ora di decidere. Non si lascino i polacchi guidare da
non disinteressati consigli, non si lascino influenzare dall'offerta di ipotetici aiuti. La Polonia deve
rendersi conto della ineluttabilità della situazione, e fare una politica realistica, non subordinata a calcoli di
sedicenti amici. Il fatto nuovo è di tale importanza che ne sorge per essa l'imperativo di guardare la realtà a
occhi aperti.
Inoltre l'accordo russo-tedesco è suscettibile di ripercussioni in altre situazioni e nel Baltico e nel
Mediterraneo orientale, ove la politica dell'accerchiamento è stata non meno intensa e attiva.
Quanto all'Italia, fu proprio l'Italia fascista che, prima fra le grandi Potenze, riconobbe il 7 febbraio
del 1924 di diritto il Governo del regime sovietico. Il 2 settembre 1933 l'Italia fascista stipulò con la Russia
un patto di amicizia, neutralità e non aggressione; inoltre il 7 febbraio ultimo concludemmo con la Russia
un nuovo e più largo accordo commerciale.
È ovvio rilevare che così l'odierno patto di non aggressione fra la Germania e la Russia come tutti
gli accordi conclusi fra l'Italia e la Russia non vincolano e non limitano affatto le rispettive posizioni
ideologiche, sulle quali non hanno alcun riflesso. L'Italia di Mussolini e la Germania di Hitler non entrano nei fatti
interni della Russia e nel suo sistema di regime e di governo. L'Asse valuta la politica estera della Russia da
un punto di vista internazionale secondo contingenze politiche. Quindi nessuna trasposizione di ideologie,
ma incontro di interessi. Fu appunto partendo da queste premesse che il Duce stipulò il primo atto politico
con la Russia sovietica nel 1924 e a tali premesse la politica estera fascista si è sempre regolarmente ispirata.
La storia cammina. E il merito e il successo della politica dell'Asse sono dati appunto da una dinamica
che trova la sua forza motrice nelle idee chiare e soprattutto in una visione realistica dei problemi e delle
situazioni.
Coscienza tranquilla
Da: "Il Popolo Biellese", 28 agosto 1939
Incominciamo con due righe di bilancio riferite a due date recenti.
Bilancio al 15 agosto 1939. Il fronte allora aspirante accerchiatore si componeva così: Inghilterra,
Francia, Turchia, Polonia e Rumenia sicuri partecipanti, Russia e qualche altro eventuale stato minore
probabili partecipanti. Londra e Parigi contavano, insomma, di poter far macinare dalle forze dell'asse tre o
quattro milioni di alleati mentre i soldati dai cinque pasti giornalieri e i sempre più scarsi discendenti dai
poilus avrebbero minacciato la Germania e l'Italia dalle ben munite ridotte della linea Maginot e dagli
impraticabili passi alpini. Dopodiché, se fosse stato ancora necessario, sarebbero entrati in campo loro, magari con
l'aiuto di quegli Stati Uniti ai quali avrebbe potuto sorridere l'idea di arrivare a dare il colpo di grazia agli
estenuanti soldati dell'Asse. Londra e Parigi facevano, poi, un altro conto del quale i loro portavoce militari non
si curavano di far mistero. L'asse, dicevano, armatissimo, darà di cozzo contro le fortificazioni del
fronte occidentale ottenendo, magari, qualche successo parziale. Questi parziali successi saranno però
neutralizzati dalla prevalenza numerica e di armi degli accerchiatori. Allora comincerà la guerra di trincea che
l'Asse perderà perché privo di denaro e di materie prime.
Bilancio odierno. È avvenuto che la Russia, memore delle gentilezze ricevute da Londra e da Parigi
(offerta inglese del 1914 a Lichnowsky di lasciargli le mani libere, contro la Russia a patto che non toccasse
le democrazie occidentali, trattato di Versailles a spese anche della Russia, creazione della cintura di stati
per isolare la Russia, sovvenzionamento delle truppe di Wrangel contro l'attuale governo sovietico, aiuti
alla Polonia nel 1919, patto di Monaco in assenza della Russia etc. etc.), ha deciso di non immolare altri due
o tre milioni di uomini come nel 1914-1917 a maggior fortuna e gloria delle democrazie occidentali e,
dopo averle umiliate e ridicolizzate fino all'estremo limite, è passata armi e bagagli nel campo degli
avversari. Ciò è stato, secondo l'espressione di Neville Chamberlain, una spiacevole sorpresa. E siamo tutti
d'accordo. Noi non vogliamo precipitarci nel campo pericoloso delle profezie. Ma è certo che, ora, la Rumenia,
la Turchia e gli altri stati minori che fino a ieri erano occupati a risolvere casi di coscienza tra l'oro inglese
ed il coraggio e le temprate armi dell'asse, vedranno facilitato il loro compito e incomincieranno a
considerare con grande simpatia l'ipotesi di una rigorosa neutralità.
Il meno che si possa dire è che i due vecchi briganti di Londra e di Parigi, partiti per accerchiare l'Asse
in omaggio ai tanti principii costituiti dalla difesa del loro secolare bottino e dal mantenimento dei
popoli giovani e poveri nell'indigenza, si sono trovati, non accerchiati, ma con le spalle al muro: al muro
acqueo dell'Oceano Atlantico. Ultima risorsa: i 30 milioni di polacchi. Pochi, in verità, e non troppo ben
armati perché il denaro francese era stato speso per armare la Cecoslovacchia (leggi: la Germania) e per di più,
con frontiere vaste e non fortificate.
Altra carta perduta: la guerra di posizione. Col più grande serbatoio di materie prime a disposizione,
la Russia, l'Asse può affrontare anche la Russia, l'Asse può affrontare anche la guerra lunga. E allora?
Lo strano, di tutta la tragica ora che l'Europa sta vivendo, è questo: che si continua a parlare di Danzica,
che la guerra, se scoppierà, scoppierà intorno a Danzica per propagarsi rapidamente in mezzo mondo,
quando Danzica non solo non è ragione sufficiente di conflitto, ma non è o, almeno, non dovrebbe neppure
essere una questione. La questione, oramai pochi la ignorano, è la restituzione delle colonie dall'Inghilterra
alla Germania, la più equa ripartizione delle materie prime, la creazione di uno stato generale che consenta
a popoli giovani ed esuberanti e civili come i popoli italiano, tedesco, spagnuolo di lavorare, produrre,
migliorare il loro tenore di vita: e in questa enunciazione generale rientrano le rivendicazioni italiane su Tunisi,
Gibuti, Suez e quelle altre che un esame approfondito del problema eventualmente metterà in luce. La questione
non è, in una parola, fra Germania e Polonia. La Polonia è uno stato disgraziato governato da un gruppo di
pazzi che il danaro o le lusinghe inglesi ha definitivamente acciecato spingendolo ad offrire il loro paese
infelice come esca alla giusta e sacrosanta reazione tedesca. Il signor Roosevelt, dirigendosi al Re d'Italia e
di Albania e Imperatore di Etiopia, ha manifestato il suo stupore di fronte al fatto che in Europa vi sia chi
osa intervenire per coartare la volontà di indipendenza dei piccoli stati. Se il signor Roosevelt conoscesse
che Danzica è stato libero e che la prima libertà di uno stato è quella di eleggersi un governo, non importa
se tedesco o sovietico, incomincierebbe a capire che la questione di Danzica è un pretesto, il peggiore
dei pretesti, che la diplomazia inglese, senza neppur curarsi di salvare la faccia, ha creato per mascherare la
vera questione e trovare il modo di procurarsi qualche milione di soldati da mandare al macello per il
proprio esclusivo vantaggio.
E questo è il punto grave della questione. Quando qualcuno chiede se la guerra si farà o non si farà
la risposta è una sola: dipende da Londra e da Parigi. Noi sappiamo perfettamente quello che vogliamo
e sappiamo anche che siamo disposti ad accettare quel minimo che garantisca ai popoli italiano e tedesco
la possibilità di lavorare e di vivere. Di vivere, intendiamoci, non a cinque pasti al giorno o di rendita
alle spalle della residua parte del mondo secondo il costume delle democrazie occidentali. Di vivere di lavoro
e di progredire lavorando. Mentre il mondo democratico freme istericamente e non trova in sé l'uomo
che abbia il coraggio di proclamare la necessità di dignitose concessioni, mentre a Parigi e a Londra si
scavano trincee e la vita civile si arena nel panico e nella disperazione della catastrofe imminente, il popolo
italiano, espressione della serena e calma determinazione del suo Capo, attende alle opere di pace pur
predisponendosi ad affrontare tutti gli eventi.
Il gesto di buona volontà deve partire dalle democrazie. Se le democrazie non sono disposte a cedere
nulla del bottino accumulato in rapine secolari la guerra sarà inevitabile.
Sarà logica, anche. Dato che, oggi, sfruttando la imbecillità congenita di qualche irresponsabile, la
diplomazia inglese ha potuto col pretesto risibile di Danzica procurarsi l'aiuto dei polacchi è logico che faccia la
guerra oggi. Se la Polonia si accordasse con la Germania le democrazie occidentali non troverebbero più un
cane disposto a farsi ammazzare per loro. Tuttociò, evidentemente, non sarebbe comodo.
Ecco perché l'ora è grave e decisiva. La guerra, se guerra avremo, sarà guerra preparata
freddamente, freddamente voluta e freddamente provocata da Londra e da Parigi per impedire la inevitabile espansione
di due grandi popoli i cui diritti si riassumono nel numero, nell'intelligenza, nella volontà di lavoro e
di progresso.
Londra e Parigi debbono valutare la gravità del loro gesto. Esse, oggi, lavorano per fermare il corso
inesorabile della storia. È un'impresa sovrumana e destinata al fallimento.
Il fallimento si è già avverato sul terreno diplomatico. Accettarne le conseguenze sarebbe opera di
savi. Dalla saviezza o dalla stoltezza di Londra e di Parigi dipende la salvezza di milioni di vite. Ma
dipende, soprattutto, la salvezza dei loro imperi. Forse perché queste verità, pur respinte ostinatamente,
incombono sugli spiriti franco-inglesi, l'ombra cupa della disperazione avvolge i loro popoli avviati alle trincee.
Noi, italiani e tedeschi, abbiamo la calma che è prerogativa di coloro che affrontano le ore gravi con
la coscienza tranquilla.
A. Domenico Bodo
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