Antologia di articoli di giornali locali
Gennaio-aprile 1939
"Nel segno di Roma"
A cura di Piero Ambrosio
Da un articolo edito in "l'impegno", a. IX, n. 1, aprile 1989
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Sono stati consultati: "Il Biellese", Ufficiale dell'Azione Cattolica Biellese, a. LIII; il "Corriere
Valsesiano", a. XLV; "L'Eusebiano", Ufficiale dell'Azione Cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli, a. XI; "Il
Popolo Biellese", bisettimanale fascista, a. XVIII; "La Provincia di Vercelli", Foglio d'ordini della Federazione
dei Fasci di Combattimento di Vercelli, a. XVII; "La Sesia", giornale di Vercelli e provincia, a. LXIX.
Non è stato possibile consultare "La Gazzetta della Valsesia" poiché nelle biblioteche pubbliche locali
non è conservata alcuna collezione di questo periodico.
Si ringrazia l'Editrice Valsesia per aver consentito la consultazione della collezione del "Corriere
valsesiano", al momento impossibile nella Biblioteca civica di Varallo.
Presentazione
Il 1939 si apre sotto il segno del convegno di Monaco che, tre mesi prima, aveva portato
all'incorporazione nel Reich tedesco della regione cecoslovacca dei Sudeti. I governi francese e inglese, impreparati ad
affrontare una guerra con la Germania, avevano forse creduto di avere, con la loro politica
dell'appeasement, ammansito il führer nazista e di aver salvato la pace nel mondo ma, in realtà, avevano causato una vittoria
politica all'Asse Roma-Berlino. Nei mesi seguenti le diplomazie dei due paesi erano state assai impegnate, e
lo erano anche in questo primo scorcio del 1939, di cui ci accingiamo a seguire i principali
avvenimenti attraverso alcuni articoli apparsi su vari periodici
locali: una piccola antologia - iniziata nello scorso
numero e che proseguirà fino ad occuparsi, nei prossimi numeri, delle vicende della seconda guerra mondiale -
utile a ricordare, o a conoscere, l'atteggiamento della stampa di fronte alle vicende di un periodo così
importante della storia contemporanea. In questo numero pubblichiamo articoli relativi, ancora, alla crisi
cecoslovacca e alle rivendicazioni italiane nei confronti della Francia (Nizza, Savoia, Corsica, Tunisi, Gibuti), alla
fine della repubblica spagnola, all'occupazione militare italiana dell'Albania: sullo sfondo l'incubo della
guerra europea e le speranze di pace.
lllusioni di pace
Nel mese di gennaio il primo ministro ed il titolare del ministero degli Esteri britannico si incontrarono
a Roma con Mussolini che, dopo Monaco, era stato salutato da più parti come il "salvatore della pace".
La stampa, e non solo quella italiana, diede un grande risalto all'avvenimento. Echi di questa campagna
si possono cogliere anche nei giornali locali: ad esempio "Il Biellese" titolò "Le cordialissime
accoglienze romane a Chamberlain e Halifax" e sottolineò "la feconda amicizia dei due paesi nella nuova
realtà mediterranea che s'impone malgrado ogni parer contrario per una duratura pacificazione europea".
Il bisettimanale commentò quindi l'incontro paragonandolo proprio a quello di Monaco, per l'identico
risultato, che avrebbe avuto, di salvare la pace in Europa. Su questo tema, quello della pace, il giornale
insistette molto, rilevando, almeno "tra le righe", che nel popolo vi era, appunto, volontà di pace.
Di segno diverso, ovviamente, gli articoli pubblicati sui due fogli fascisti: "La Provincia di Vercelli",
ad esempio, pubblicò infiammati editoriali del suo direttore, lo squadrista antemarcia Leandro Gellona,
di osanna al "solidissimo" Asse Roma-Berlino, e di plauso alla collaborazione tra la "romanità del Fascismo
e il germanesimo del Nazismo", sottolineando l'identico destino che univa i due popoli: destino che
avrebbe potuto essere di guerra (anche se "il Fascismo e il Nazismo perseguono l'ideale d'una duratura
pace dell'Europa", si affrettò a dire il propagandista) perché era necessario rimuovere "tutte le ingiustizie,
gli antichi soprusi, i mal conquistati privilegi" degli stati "demoplutocratici". In sostanza: se, tra l'altro, la
carta geografica dell'Europa non fosse stata ridisegnata secondo i desideri dei due capi fascisti sarebbe stata
la guerra.
La fine della Cecoslovacchia
La Cecoslovacchia, componente fondamentale dell'equilibrio politico europeo fissato alla fine della
prima guerra mondiale, rappresentava un grosso ostacolo all'espansionismo nazista. Perciò Hitler, che,
nonostante le dichiarazioni ufficiali di voler soltanto unificare i tedeschi, rilasciate meno di sei mesi prima, non
aveva evidentemente nessuna intenzione di accontentarsi del risultato ottenuto a Monaco, reso anzi più
audace dall'arrendevolezza dimostrata in quell'occasione dai governanti francesi e inglesi, nel mese di
marzo, provoca la seconda crisi cecoslovacca, che portò alla completa spartizione del paese: diede vita al
Protettorato di Boemia e Moravia e fece della Slovacchia, governata da un regime clerico-fascista, una stato
vassallo, interamente subordinato al Reich, mentre la Rutenia fu incorporata dall'Ungheria.
Pochi giorni dopo, con un atto poco appariscente ma non per questo meno importante, l'occupazione
di Memel, in Lituania, la Germania rafforza la sua pressione in direzione del Baltico, minacciando
l'Unione Sovietica e completando il quadro del nuovo equilibrio europeo, che vedeva il Reich nazista
sovrastare indiscusso su tutta l'Europa centrale.
La Spagna è conquistata dai falangisti
Ma il "nuovo ritocco alla carta d'Europa" dovuto alla tragica conclusione della questione cecoslovacca
non fu l'ultimo di questo periodo, breve ma intenso di "storici avvenimenti": alla fine del mese di marzo,
con l'occupazione di Madrid da parte delle truppe del "generalissimo" Franco e la capitolazione di Valencia e
di altre città, terminò la guerra civile spagnola: la "nuova" Spagna nazionalista entrò così a far parte
dell'ormai vasta costellazione di stati fascisti, e di paesi sottomessi o occupati, riuniti attorno all'Asse Roma-Berlino
e al "Patto antikomintern". La fine della Repubblica spagnola, con tutto ciò che essa aveva rappresentato,
fu anche l'epilogo di un vasto ciclo di lotte contro il fascismo durato un ventennio.
La stampa locale salutò la vittoria del "Caudillo" e la fine dei "rossi" con titoli a nove colonne: "Madrid
è capitolata dopo la disfatta marxista", scrisse "Il Popolo Biellese", sottolineando che si trattava di un
"nuovo trionfo dell'idea mussoliniana e della civiltà romana contro le coalizioni internazionali delle forze e
delle idee sovvertitrici", e aggiungendo, minacciosamente, che "così fini[vano] i nemici dell'Italia e del
Fascismo". L'altro periodico fascista, "La Provincia di Vercelli", titola "Lo Stato totalitario di Franco ha redento tutta
la Spagna" e, più tardi, all'inizio di giugno, "Tornano trionfalmente dalla Spagna liberata e rinata, i
Legionari della Rivoluzione fascista che tutto rinnova ed ingagliardisce dov'essa passa", con la minaccia di rito
"Già sbaragliati in Spagna i nemici della nuova Europa troveranno la stessa sorte su qualsiasi altro fronte".
Se così si espressero, con sfoggio di retorica mussoliniana, i fogli fascisti, non furono da meno gli altri
periodici, che pure scrissero di "resurrezione spagnola", di 'trionfo dei legionari italiani", di "contributo di valore
dei legionari vercellesi alla guerra antibolscevica di Spagna". Per non parlare della soddisfazione espressa
da "L'Eusebiano", che per tutta la durata della guerra aveva primeggiato con la pubblicazione
pressoché settimanale di feroci corsivi antirepubblicani e di chiara marca fascista.
L'annessione dell'Albania
Se le sorti dell'Italia e della Germania erano "cosi strettamente legate" è evidente che, nell'ambito
della "continuità inflessibile" dell' "azione rinnovatrice dell'Europa", anche Mussolini voleva fare la sua
parte: dopo l'attenzione rivolta alla Libia, definita la "quarta sponda", il duce si occupò ora della "seconda
sponda adriatica", per portare in Albania "il tricolore dell'Italia fascista" e con esso "riportare l'ordine e la
giustizia" in quel paese.
Ai primi di aprile le truppe italiane, con una azione che immancabilmente la stampa si affrettò a
definire "fulminea", occuparono Tirana e imposero, dopo la fuga del re Hamet Zog in Grecia, l'annessione
all'Italia: Vittorio Emanuele III poté così fregiarsi, per poco, di un nuovo titolo.
Giubilo e retorica sui giornali, anche quelli locali, si sprecarono: "La Sesia", ad esempio, definendo
l'evento di "proporzioni storiche", parlò di "fasti della Patria fascista" e di "destino di potenza", non
tralasciando, ovviamente, di riportare, per quanto riguardava l'illustrazione dei "motivi determinanti della decisione
italiana" di "pacificare" l'Albania, le spiegazioni contenute nei "comunicati ufficiali". "Il Biellese" riportò
invece nei titoli dichiarazioni di Mussolini di questo tenore: "Il mondo è pregato di lasciarci tranquilli" e,
alcuni giorni dopo, "Noi non vogliamo aggredire nessuno vogliamo invece continuare il nostro lavoro".
Questa seconda affermazione era così commentata: "L'alta parola del Duce riecheggia nel mondo foriera di pace
e di tranquillità nella giustizia".
E così, "nel segno di Roma", si chiuse la prima parte del 1939: la seconda avrà invece il segno di Hitler,
il segno della guerra che insanguinerà l'Europa e il mondo.
Gli articoli
Roma per la pace d'Europa
Da: "Il Biellese", 17 gennaio 1939
Soltanto un avvenire più o meno prossimo ci dirà con l'irrefutabile eloquenza dei fatti la portata reale
del convegno di Roma.
I commenti, le induzioni, le ipotesi che lo prepararono, lo accompagnarono e lo seguirono possono aver
dato delle utili direttive di orientamento; ma la sostanza e specialmente lo spirito dei negoziati e delle intese e
la loro resistenza a quella che è la mutabile e vertiginosa realtà politica internazionale di oggi non sarà che
il tempo a collaudarli.
Intanto, però, ci sono delle conclusioni cui si può pervenire con sicurezza fino da oggi: e sono
conclusioni che portano più a bene sperare per l'avvenire della pace, che a disperare di essa.
Basta riandare all'atmosfera arroventata cui erano pervenuti i rapporti italo-inglesi al tempo della
conquista dell'Impero e delle sanzioni; e confrontare quella frizione che pareva ad ogni istante far sprizzare scintille
di guerra con la cordialità spontanea, sincera, perfin calorosa con cui furono accolti
(sic) a Roma il Primo Ministro degli Esteri; basta diciamo, questo confronto per misurare il cammino percorso per il ritorno
dei due popoli all'amicizia e alla collaborazione. Senza averne avuto le circostanze drammatiche
esteriori, l'incontro di Roma può stare al paragone del convegno di Monaco, perché anche qui da un estremo
pericolo di guerra siamo arrivati ad un arridente proposito di pace.
Nel momento più acuto della crisi si diceva e sentenziava che un Impero Italiano era incompatibile
con l'Impero Britannico e perciò tra l'Italia e l'Inghilterra la guerra sarebbe stata
fatale.
Ma la guerra fatale, invero, non esiste, purché permanga negli uomini responsabili e nei loro popoli
la volontà di pace. E si è visto anche in questa circostanza che i due Imperi non solo potevano coesistere,
ma collaborare insieme per la pace propria e per quella del mondo.
Mussolini, del resto, l'aveva detto fin dal primo istante; e poté quindi ripeterlo con più legittima
fierezza agli Ospiti Imperiali in Roma venuti a sanzionare con la loro presenza quella che legittimamente può
chiamarsi la pace dell'Impero.
La vecchia potente Gran Bretagna col suo Impero di quasi 500 milioni di sudditi è venuta nell'antica
e novella Roma, "la quale - disse Chamberlain a Mussolini - attraverso i secoli ha ispirato in maniera
così notevole tanta parte del pensiero e della attività umana, per vedere coi nostri occhi la nuova Italia, potente
ed in ascesa sotto la guida e l'ispirazione di Vostra Eccellenza".
E Mussolini ripeté la parola tipicamente romana che aveva pronunciato alla vigilia e all'indomani di
Monaco, e cioè che l'Italia "ha sempre creduto ad una pace fondata sulla giustizia, che è sempre stata il fine ultimo
al quale ha mirato e mira la politica dell'Italia Fascista".
E Chamberlain, rievocando il contributo "così decisivo al pacifico risultato della Conferenza di
Monaco" portato da Mussolini, ha riaffermato, a sua volta il proposito di confinuare la politica che gli aveva
fatto promuovere la conferenza del 29 settembre e cioè: "una politica di amicizia con tutti e d'inimicizia
verso nessuno, una politica diretta alla giusta e pacifica soluzione delle difficoltà internazionali attraverso il
metodo dei negoziati".
Il Primo Ministro Britannico ha allargato la sua visione a tutto l'orizzonte internazionale, dicendosi
sicuro che i comuni interessi nel Mediterraneo "non importano alcuna ragione di conflitto", bensì le due
Nazioni "possono cooperare insieme di assicurare una pace durevole in Europa".
A Roma, adunque, come a Monaco, si sono ritrovate le giuste e sicure vie della pace; e il conoscerle è più
un conforto e una spinta per batterle e conseguirle.
All'indomani Chamberlain ed Halifax hanno fatto visita al venerando Pontefice, che queste vie ha
sempre additato e battuto in tutti i diciassette anni del suo Impero Spirituale, e che ancora nella storica sera
di Monaco al mondo orante diceva di affidarsi a Dio, "affinché sostenga nei Governanti la fiducia nelle
vie pacifiche di leali trattative e di accordi duraturi ed ispiri a tutti, pari alle ripetute parole di pace,
sentimenti ed opere atte a favorirla e a fondarla sulle sicure basi del diritto e degli insegnamenti evangelici".
Il Signore, adunque, conforti e fecondi la buona volontà degli uomini e l'avvenire dirà coi fatti che
il convegno di Roma è stato per tutta Europa un convegno di
pace.
Identità di destino di due popoli, di due rivoluzioni, di due civiltà
Da: "La Provincia di Vercelli", 3 febbraio 1939
Tra l'Italia di Mussolini e la Germania di Hitler, vi è solidarietà di interessi e di dottrine, ma
specialmente identità di destino. Né potrebbe essere diversamente dappoiché nella formazione dell'Asse
Roma-Berlino rivelatosi solidissimo nella sua azione e fondamentale della ricostruzione politica del Continente europeo,
si sono incontrati, con le due Rivoluzioni antibolsceviche ed antiplutodemocratiche ed il parallelismo dei
due grandi popoli pervenuti alla loro unità nazionale soltanto in questo secolo, gli eredi diretti ed i
continuatori delle civiltà romana e tedesca, cioè delle due civiltà fondamentali dell'Europa che sole hanno
originato, condotto e sviluppato, con i loro contrasti, tutti gli avvenimenti storici europei dai tempi di Roma fino
ai giorni nostri.
L'incontro e la collaborazione dei popoli per il conseguimento di determinanti scopi son contingenti
sempre e costantemente transitori. Difficilmente resistono oltre la generazione che li ha conseguiti e quella che
è venuta dopo. L'incontro e la collaborazione di due civiltà fondamentali di un Continente e del mondo intiero
quali sono la civiltà romana e la civiltà germanica - che a buon diritto potrebbero assumere, unite
insieme, la denominazione di civiltà
bianca od ariana - non possono invece non costruire per cieli così vasti
che neppure i loro realizzatori saprebbero vagamente prevederne il corso parabolico.
La collaborazione tra la nuova incarnazione possente della romanità nel Fascismo e del germanesimo
nel Nazismo si è fatta tanto stretta e intensa, aperta e fiduciosa, che l'una non può non permearsi dell'altra
in modo tanto intimo, da generare, insieme, a poco a poco, un nuovo tipo di civiltà che sarà un giorno
caratteristica comune, salvo le inevitabili sfumature, di tutta l'Europa e di tutto il mondo se l'Europa intiera saprà
rinnovarsi - cosa di cui non dubitiamo - sotto la irresistibile azione del Fascismo e del Nazismo, vittoriosi su
ogni fronte.
È proprio questo avvenimento grandissimo dei nostri giorni che è costantemente sfuggito a coloro che
sono al di là della trincea, cioè ai democrati della plutocrazia, del giudaismo e del bolscevismo ed a quei
pochi che, rimasti loro malgrado al di qua della trincea, non sanno pensare che con un cervello formatosi oltre
un ventennio fa e anchilosatosi fin da allora. Se essi avessero intuito solo di sfuggita l'ampiezza enorme
di questo avvenimento che, con ogni probabilità, informerà di sé la storia europea, per cicli di secoli, essi
non si sarebbero abbandonati con i loro occhi miopi alla ricerca di ipotetiche incrinature che potrebbero
essersi formate nel compattissimo e monolitico Asse Roma-Berlino e non si troverebbero ancora oggi - dopo
Monaco, dopo la proclamazione delle "naturali aspirazioni" del popolo italiano, dopo le recise dichiarazioni
sull'Asse fatte da Mussolini a Chamberlain e, infine, dopo Barcellona - delusi, sconcertati e scornati dinanzi
alle affermazioni di Hitler circa l'identità dei destini dell'Italia fascista e della Germania nazista.
L'identità è tale che Hitler non ha esitato a giudicare il danno arrecato all'una delle due Nazioni quale
danno arrecato all'altra, così come Mussolini, nel settembre scorso, aveva annunziato l'entrata in guerra
dell'Italia a fianco della Germania, qualora altre Nazioni si fossero schierate contro d'essa, per contestarle il diritto
di risolvere, in senso nazionale tedesco, la questione dei Sudeti. Ed in proposito Hitler, rilevato che negli
stati fascista e nazista "si rifugia ora, nel mondo spirituale, la fede in un nuovo rinascimento della nostra
epoca", ha proclamato che "la solidarietà di questi due Regimi è perciò assai più che una questione di
opportunità" in quanto in essa riposa "la salvezza dell'Europa di fronte alla minaccia bolscevica". Ed ha ancora
soggiunto: "Che nessuno al mondo si sbagli nel giudicare la portata della decisione presa dalla
Germania nazionalsocialista... Qualora dovesse scoppiare contro l'attuale Italia una guerra,
non importa per quali motivi, la Germania sarebbe al fianco dell'amica... Per ciò che concerne la Germania nazionalsocialista
essa sa quale destino sarebbe il suo, se una forza internazionale riuscisse un giorno, non importa per quali
motivi ad abbattere l'Italia fascista".
È appunto per questa inscindibile, precisa identità di destino dei due popoli, delle due Nazioni, delle
due Rivoluzioni che costituiscono l'apice attuale della civiltà romana e della civiltà germanica in
funzione europea, che il Fascismo e il Nazismo perseguono l'ideale d'una duratura pace dell'Europa. Ma questa
pace non si avrà mai fino a che anche la vecchia Europa non si sarà rinnovata e, rinnovandosi, non avrà
rimosso tutte le ingiustizie, gli antichi soprusi, i mal conquistati privilegi che essa vorrebbe rendere eterni a
suo esclusivo vantaggio ed a danno proprio di quei popoli giovani che, con l'abolizione delle ingiustizie,
dei privilegi e l'attuazione d'una più alta giustizia sociale da cui deriva una più equa distribuzione della
ricchezza, hanno assicurato, nei propri confini, quella pace sociale e quella saldezza unitaria nazionale che,
nelle vecchie Nazioni è tuttavia un mito e lo sarà fino a quando esse non marceranno decisamente sulle orme
del Fascismo e del Nazismo.
Né questa pace si potrà avere fino a quando la vecchia Europa si ostinerà nell'incomprensione per il
diritto di altri popoli di partecipare alle ricchezze del mondo per quella parte che loro spetta in forza del
numero, del coraggio e del valore. Come il Fascismo ed il Nazismo hanno innalzato il popolo, nel quale si
identificano le classi sociali - ma con maggiore, affettuosa sollecitudine per le classi più vaste e perciò meno abbienti -
a protagonista della propria storia nazionale per l'attuazione d'una più giusta distribuzione del potere e
della ricchezza, così, nella loro funzione europea e mondiale innalzano a protagonisti della storia europea
e mondiale le Nazioni proletarie che hanno la potenza del numero, del coraggio, del valore, le quali hanno
pur esse il diritto di pretendere una più equa distribuzione delle ricchezze del mondo che, oggi, sono
tuttavia concentrate nelle mani di pochi popoli incapaci, anche per la loro decadenza demografica, di valorizzarle.
Si ostinerà ancora la vecchia Europa a negare ed a contrastare alle Nazioni autoritarie che hanno salvato
la civiltà europea, il diritto al posto al quale esse aspirano? La identità dei destini, la potenza delle
Rivoluzioni e delle civiltà dei popoli italiano e tedesco costituiscono una forza tale che nessuno si illude più forse,
di poter contenere ed arrestare. Poiché in questa loro funzione europea il popolo guidato dal Duce e il
popolo guidato dal Führer formano un unico popolo, un'unica Rivoluzione e costituiscono la sintesi della massima
altezza alla quale è pervenuta la civiltà europea.
Leandro Gellona
La pace del cannone
Da: "Il Biellese", 29 febbraio 1939
La febbre del riarmo ha toccato culmini finora mai raggiunti.
E vedendosi l'abisso spaventoso cui si va incontro se si procede ancora di questo passo si ritorna a
palleggiarsi scambievolmente le responsabilità. La stampa francese è la più imprudente a toccare questo tasto; e
poi vengono gli Stati Uniti, che oggi aggravano la loro responsabilità con continui allarmi di guerra.
La colpa prima e indiscutibile è della Francia, che non ha voluto disarmare, malgrado l'obbligo assunto
col Patto della Società delle Nazioni, il quale imponeva "una limitazione generale degli armamenti di tutte
le nazioni".
La Francia pretese di mantenere disarmata la Germania e di accrescere invece di diminuire i propri
armamenti. E ciò provoca il fallimento della Conferenza del disarmo e il conseguente riarmo della Germania.
L'altra maggiore responsabile è la Russia, che, finché è stata fuori della Società delle Nazioni e anche
dopo, spinse gli armamenti a tal segno da essere la potenza più armata del mondo. Si verifica così dopo il
1934, cioè dopo il fallimento della conferenza per il disarmo, quella corsa al riarmo che Mussolini aveva
previsto e deprecato fin dal 1925 e nel 1932-35.
Mussolini, non solo aveva fatto proposte radicali concrete alla Conferenza del disarmo, ma
replicamente s'era rivolto a Roosevelt perché si facesse lui promotore di una nuova conferenza per la limitazione
degli armamenti.
Il 15 maggio 1937 il Duce, rinnovando il suo indiretto appello a Roosevelt in una intervista coi
giornali americani, diceva: "L'Europa ed il mondo dovranno quanto prima trovare i mezzi efficaci per porre un
freno alla corsa agli armamenti; oppure essere preparati a far fronte ad una crisi di gravità senza precedenti".
Crisi, diceva, che avrebbe portato alla guerra o al fallimento.
Abbiamo visto, invece, Roosevelt armare fino a cifre astronomiche gli Stati Uniti, intensificando gli
armamenti e fornire anche armi alla Gran Bretagna e alla Francia, in nome delle "democrazie" contro le "dittature".
La Camera dei
Rappresentanti degli Stati Uniti ha testè votato altri 562 milioni di dollari in armamenti,
pari a circa 10 miliardi di lire
italiane.
La Camera dei Comuni della Gran Bretagna ha votato i nuovi crediti militari in aumento dei 27
miliardi annui di lire italiane stanziati per il quinquennio 1937-1942. Il Cancelliere dello Scacchiere annunciò
che nel solo primo triennio si spesero oltre 105 miliardi, ciò che a fine quinquennio porterebbe la spesa a
175 miliardi. Ma ancora non basta; ché si annunciano e stanziano nuovi miliardi per il corrente anno e i successivi.
L'ultimo Libro Bianco inglese sul riarmo prevede addirittura il raddoppio del preventivo.
Il Primo Ministro Chamberlain ha dovuto riconoscere alla Camera dei Comuni il fallimento della
Società delle Nazioni, conseguente al fallimento del disarmo, e perché "le si sono assegnati dei compiti
superiori alle sue forze". Ed ha ripetuto quello che del resto tutti dicono e ripetono, che questa frenesia degli
armamenti è una vera e propria "follia".
"I nostri armamenti - ha detto il Primo Ministro - sono per la difesa, e, se è vero che anche le altre
Nazioni non hanno alcuna intenzione aggressiva, la conclusione è che questa corsa al riarmo avviene
per incomprensione. Occorre porre termine ad una situazione, che, se continuerà - ha concluso Chamberlain
porterà alla bancarotta tutti gli Stati di Europa".
Chamberlain, adunque, è venuto alle stesse conclusioni di Mussolini.
Perché non si cerca di risolvere questa tragica alternativa che porta alla guerra o al fallimento?
Innanzitutto perché manca la mutua fiducia. Poi perché gli Stati ricchi, cioè la Francia, l'Inghilterra e
gli Stati Uniti, sperano di poter schiacciare gli Stati poveri imponendo loro spese ingenti per loro
insopportabili. Tragica illusione, evidentemente, perché l'Italia e Germania non si rassegneranno mai a questa
dittatura dell'oro e vi si opporranno con tutte le loro forze.
Se si vuole, adunque, evitare la guerra, non bisogna persistere nella pace del cannone, ma praticare la
pace di negoziato.
Bisogna ritornare a quella pace di negoziato che ha già scongiurato a Monaco la guerra europea.
Vi si arriverà?
Speriamolo!
Il mondo di Versaglia se ne va...
Da: "L'Eusebiano", 23 marzo 1939
La Cecoslovacchia di Benes è morta. È morta nel fior dell'età a vent'anni. Nata a Versaglia, cullata
dalle braccia... paterne di Clemenceau, è andata a chiudere i suoi occhi proprio nelle sale della Willelmstrasse,
a Berlino.
In tre giorni l'Europa centro-orientale cambiò i propri connotati così: Boemia e Moravia sono state
incorporate nel territorio del Reich; la Slovacchia ha ottenuto l'indipendenza, sotto la garanzia
venticinquennale dell'impero tedesco; la Rutenia è diventata provincia ungherese.
Questo il terremoto che ha squassato gli apparecchi scismografici
(sic) di Londra e Parigi, di Mosca e di New York.
Chamberlain, il Messaggero Volante della Pace, ha lanciato da Birmingham un allarmante programma
di guerra: ha aggredito Hitler; ha denunciato l'illegalità del nuovo gesto germanico; ha vaticinato l'unione
di tutti i popoli che "vogliono la pace"; ha richiamato il suo ambasciatore da Berlino, il flemmatico
Halifax, coi nervi a fior di pelle ha steso le mani a Stalin, fra l'entusiastico tripudio dei Lordi
(sic). L'arcivescovo di Cantorbery, sempre pronto a maledire, ha elevata la sua voce di malaugurio: "... questa è l'ora sacra
della guerra, è l'ora in cui vi sono molte cose da difendere (ahi! ahi!) assai più importanti della pace, beni che
la Provvidenza ci ha dato e che nessuno ci potrà togliere (sono i beni inglesi... più importanti della pace!!).
E qualora abbisognasse qualcosa di più, per esempio una forza spirituale (ma non è lui la... forza
spirituale d'Inghilterra?), allora potremo domandare anche al Papa di intervenire per farci da guida (il Primate
Anglicano, guidato dal Pontefice di Roma!!), assicurando sin d'ora che che i Capi delle Chiese Ortodossa e
Protestante gli darebbero il loro pieno aiuto".
Queste parole di fuoco furono pronunciate dal Protettore degli assassini di Spagna, la sera di lunedì
venti marzo, alla Camera Alta. E provocarono tanta nausea per il loro evidente spirito settario ed affaristico,
che uno dei senatori, Lord Pansonby, ha sentito il dovere di rintuzzarle con queste nobili espressioni:
"Sarebbe bene che domenica prossima, in tutte le chiese, si predicassero dei precetti d'amore e di pace anziché
quel vangelo di odio e di incitamento alla guerra che le mie orecchie hanno dovuto udire questa sera da parte
di un nostro collega (l'arcivescovo protestante) che rappresenta la Chiesa Inglese". La lezione è solenne,
la doccia è gelida per il bollente crociato di Cantorbery che ha la spudoratezza di invocare l'aiuto del Papa
per difendere... i "beni" inglesi!! Fra i quali, per chi non lo sa, c'era una colossale fabbrica di cannoni
finanziata da Londra - le officine Shoda, di Pilsen in Boemia - dalla quale uscivano armi per le canaglie rosse
di Spagna e per tutte le nazioni nemiche della Germania e dell'Asse: una fabbrica fra le più grandi del
mondo, situata a tre ore d'automobile da Berlino e a venti minuti dal confine tedesco. Sono di questo genere i
"beni" più importanti della pace!
Abbiamo riferito quanto sopra per dimostrare come la Gran Bretagna sia caduta in trance, in seguito
alle vicende cecoslovacche: ha perduto il controllo di se stessa, come raramente è avvenuto nella storia
della diplomazia inglese.
Certo il colpo è stato duro. Con la scomparsa della Cecoslovacchia scompare un immenso campo
trincerato antitedesco dell'Europa Centrale, scompare "la spina... che Versaglia aveva affondato nel cuore del
Reich, crolla il ponte di passaggio tra la Russia bolscevica e la Germania Autoritaria.
Dai moti cecoslovacchi di settembre, culminati a Monaco, agli eventi odierni, l'Intesa Anglo-Francese
è stata cacciata fuori dall'Europa Centrale. La Polonia - già alleata della Francia - ebbe dalla Germania la
sua parte di territorio ed oggi fraternizza con le truppe magiare in Rutenia. L'Ungheria, che vide rovesciati i
suoi ministeri per influenze anglo-francesi, ha ricevuto dall'Asse alcuni milioni di nuovi sudditi. La
Cecoslovacchia è morta. Non c'è più niente da fare laggiù per le due Grandi Democrazie! La partita è
irremissibilmente perduta.
Si spiega così lo scatenamento del furore londinese e parigino.
Ma io mi ostino a pensare che il vecchio Chamberlain non debba essere troppo persuaso di quanto
ha rudemente affermato alla Camera. Un Capo di Governo parlamentare ha certe necessità tattiche che
si capiscono al volo. Se egli non avesse parlato così oggi sarebbe già un... privato cittadino. Lanciando
invece, col tremito nella voce, il suo "quos ego... è riuscito a far sorridere di beatitudine il volto mefistofelico
di Antonino Eden e a narcotizzare gli epilettici del laburismo (Attlee) e i mercanti di cannoni
dell'anglicanismo (arcivescovo di Cantorbery). Soltanto contro Lloyd George - l'epigono dei firmatari di Versaglia -
Chamberlain ha voluto essere implacabile additando coraggiosamente "la follia" del 1919 come la vera causa degli
odierni avvenimenti di Praga.
Spirerebbe dunque sull'Inghilterra l'aria del 1914: così stridono le procellarie starnazzanti sul Mare
del Nord e sulla Manica. Ma sarà poi vero? O non si tratterebbe piuttosto di... febbre influenzale, di quelle
che fanno farneticare e che poi se ne vanno, al ritorno della stagione dei fiori?
Noi ci auguriamo che sia così, perché non abbiamo ancora rinunciato alle nostre speranze di pace.
Ci resterebbe ora di osservare ciò che avviene in Francia, ove imperversa addirittura "il tifone". Ne
parleremo prossimamente. Per oggi stiamo contemplando gli occhi fotogenici di Daladier e di Bonnet, i quali
mentre irradiavano fosforo per conquistare Burgos, hanno dovuto rivolgersi all'improvviso in oriente per
piangere sulle rovine di Praga.
D. Cesare Martinetti
La vecchia Europa definitivamente sgominata anche in Spagna
Da: "La Provincia di Vercelli", 31 marzo 1939
La nuova Spagna della Falange è nata dalla vittoriosa insurrezione del generale Franco. Ora, con la
liberazione di Madrid, è l'intero popolo spagnolo che risorge nella nuova Spagna fascista. Il calvario è stato
lungo, sanguinosissimo. Per ritrovare se stesso, ritornare degno delle antiche glorie e meritevole delle nuove
già copiosamente raccolte sui campi di battaglia, il popolo spagnolo mediante l'eroico e mirabile
sforzo dell'esercito di Franco, ha dovuto passare attraverso gli spineti d'una lunga sanguinosissima guerra
fratricida, conquistare a palmo a palmo, col territorio conteso, il proprio rinnovamento spirituale, politico ed
economico, creare dal nulla del primo movimento insurrezionale, l'esercito per la conquista della vittoria sui campi
di battaglia e l'organizzazione statale coordinatrice ed amalgamatrice delle popolazioni e dei territori
conquistati - con le successive ondate delle avanzate - all'orgoglio delle tradizioni nazionali spagnole ed,
insieme, all'ordine nuovo portato all'intera Spagna dal contrastatissimo, ma incontenibile progredire degli armati
del generale Franco.
Contro il risorgere del popolo spagnolo quasi tutta l'Europa vi si è schierata. Solo l'Italia, la Germania ed
il Portogallo sono stati al di qua della barricata. Al di là v'erano le forze disgregatrici del popolo spagnolo
e, con esse, le Potenze demoplutocratiche, quelle che della parola libertà e del principio dell'autodecisione
dei popoli hanno fatto ovunque mercimonio e scempio. Fu piombo francese, russo, cecoslovacco,
anglosassone, quello che fece barriera all'avanzata dell'Esercito di Franco ed alimentò i plotoni di esecuzione del
Governo rosso, i massacri delle popolazioni soggette al marxismo e tuttavia credenti nella patria e nel
Cattolicesimo furono Stati Maggiori, ufficiali, gregari, e senzapatria da codeste Nazioni assoldati, che organizzarono
e condussero le inutili ma sanguinosissime stragi e le tenaci resistenze che resero più glorioso ma più
martoriato il risorgere del popolo spagnolo che la vecchia Europa, per l'avidità propria del capitalismo
internazionalistico e l'anchilosi mentale, propria della senilità, poteva impedire.
La durata della guerra civile di Spagna, per queste ragioni, non potrà non passare alla storia quale il
più spaventoso crimine collettivo compiuto dalle Nazioni ricche, sazie, conservatrici ai danni di un popolo.
È stato, anzi un linciaggio vero e proprio, accuratamente organizzato e condotto dalla vecchia Europa
per massacrare un popolo colpevole di aver ritrovato la forza di voler vivere e nella vita intensa di ritrovare
le energie latenti operatrici del proprio ringiovanimento. Appunto perché si trattava di linciaggio gli Stati
Uniti furono solidali coi linciatori.
Tuttavia il popolo spagnolo sorretto, rincuorato e animato nel suo tragico calvario dagli Stati totalitari,
è risorto nella nuova Spagna della Falange. Ma per l'opposizione appunto di quella parte d'Europa che
è decrepita e tuttavia vuol sopravvivere e di quall'altra parte che si illude di poter stare dietro in perpetuo
con le mani in panciolle senza dover presto o tardi render conto dinnanzi alla storia che non perdona
della propria indifferenza ed inazione, la guerra civile di Spagna è divenuta guerra di carattere europeo, in
certo qual modo, di carattere mondiale, poiché le ripercussioni del suo esito influenzano insieme l'Europa
e l'America Latina. Ond'è che la vittoria definitiva di Franco non è soltanto vittoria della Nazione
spagnola sulle forze disgregatrici e demolitrici che da secoli l'avevano mortificata, corrotta, indebolita,
cancellata, dalle forze operanti dell'Europa e del mondo, ma vittoria delle forze nuove europee e mondiali scaturite
dal Fascismo e sotto la pressione delle quali l'Europa della Rivoluzione francese, della Conflagrazione
europea, del Patto di Versaglia, del capitalismo, del marxismo, del bolscevismo arretrano fatalmente. È altresì
un altro episodio conclusivo della fatale trasformazione dell'Europa che si verifica sotto l'azione
continuativa dell'Asse Roma-Berlino leva formidabile che sconvolge ogni preesistente ordine internazionale per far
largo e spazio al sorgere d'una Europa radicalmente diversa da quella di prima, più rispondente alle
esigenze dell'epoca nuova, nella quale il capitale, qualunque sia l'espressione ch'esso può assumere per
adeguarsi alle nuove realtà, non può più prevalere, né mai più prevarrà sul lavoro, cioè sulla potenza demografica
e sulla capacità di produzione dei popoli che si sanno mantenere giovani e potenti con le nascite che
ne moltiplicano il numero, le intelligenze, le braccia, le iniziative singole e collettive.
La piena e totale liberazione della Spagna da ogni influenza disgregatrice operata dal generale Franco,
dimostra ancora una volta che ovunque le Nazioni demoplutocratiche si scontrano con gli Stati totalitari,
il loro sforzo caparbio non può che concludersi con la loro sconfitta. Solo "così finiscono i nemici
dell'Italia e del Fascismo", ha detto il Duce annunziando la liberazione di Madrid alla popolazione dell'Urbe che
Lo acclamava. Ma nonostante codesta "legge storica" che si ripete con inflessibilità e senza eccezioni di
sorta fin da quando l'Italia con la conquista dell'Etiopia determinò l'urto dell'Europa fascista contro
l'Europa demoplutocratica, le Nazioni che sono al di là della barricata continuano a procedere come se tutto ciò
nulla avesse loro insegnato, nel vagheggiato disegno di trovare l'occasione propizia per insorgere contro le
Nazioni totalitarie, nell'illusione di essere ancora in grado di sottrarsi all'ineluttabile. Questa cecità che, a dire
il vero, giova più che non nuocia alle Nazioni totalitarie, è la causa determinante dell'impossibilità
dell'Europa di trovare il nuovo assestamento senza ulteriori conflitti. Ma è altresì la prova della incapacità di
ringiovanirsi, cioè di risorgere, dei popoli demoplutocratici, che fino a tre anni fa vedevano nel popolo spagnolo un
popolo decaduto così da ritenerlo escluso totalmente dagli avvenimenti storici ed ora debbono constatare con
grande rammarico, che quello stesso popolo, in meno di tre anni di terribile lotta civile, è risorto così
potentemente da potersi schierare con i popoli totalitari, i quali sono i più giovani d'Europa. Ancor più invecchiate
ne risultano di conseguenza le Nazioni che demoplutocratiche.
Salutiamo nella liberazione di Madrid il popolo spagnolo risorto nella nuova Spagna falangista
nonostante il linciaggio contro di esso tentato dalle demoplutocrazie, ed esaltiamo in codesta resurrezione, la
potenza del Fascismo che rinnova Nazioni e Continenti ed alle genti dà fede in se stesse e capacità di
volontario sacrificio senza i quali non v'è grandezza né gloria.
L'obbiettivo
Incomprensione francese
Da: "Corriere Valsesiano", 8 aprile 1939
Il discorso del sig. Daladier non ha suscitato in Italia alcuna sorpresa. L'Italia fascista aveva già assistito
con la massima riservatezza a certe manifestazioni di ottimismo della stampa anglosassone e aspettava con
la serenità più imperturbabile e senza alcuna impazienza la parola del Capo del Governo francese.
Questa parola è nettamente negativa, è una nuova affermazione di intransigenza. Nessuna sorpresa dunque in
Italia, e neppure alcuna delusione, perché l'Italia fascista, abituata a guardare freddamente in faccia la realtà e
non lasciarsi influenzare da stati d'animo contingenti, non si era mai fatta illusioni. L'illusione non è
vocabolo del tempo fascista.
Ma dopo il discorso del sig. Daladier lo stato dei rapporti italo-francesi si presenta in termini precisi e
quale il Duce l'aveva indicato nel discorso agli squadristi. Il solco che divide i due paesi diventerà sempre
più profondo e non si può prevedere quale fatale influenza esso abbia e potrà avere nella vita europea. Italia
e Francia restano più che mai divise e lontane. Per conto suo l'Italia fascista, forte dei suoi sacrosanti
diritti, non si lascia distrarre da questo nuovo
jamais e prosegue diritta per la propria strada, sicura di se
stessa, della propria forza e del proprio destino.
Vi sono però nel discorso del Capo del Governo francese alcuni punti specifici che non possono
essere tralasciati e vanno senz'altro rettificati e respinti. Daladier è liberissimo di valutare come crede
l'indirizzo da dare ai rapporti italo-francesi, ma è tenuto a rispettare la realtà obiettiva dei fatti e delle situazioni. Egli
ha voluto polemizzare sulla nota del Governo italiano del 17 dicembre scorso. E ha sbagliato. Perché la
verità non può essere deformata da alcun arbitrio polemico e da alcuna sottigliezza dialettica. La nota italiana è
un documento preciso e netto, che ricapitola una situazione di fatto, di diritto e morale, che dopo un periodo
di quasi quattro anni era giunta alla sua logica fase conclusiva. Il sig. Daladier nel suo discorso radiodiffuso
ha voluto creare l'equivoco. Ora la semplice lettura della nota italiana del 17 dicembre dimostra quanto
essa fosse precisa nei suoi termini, nelle sue indicazioni, nei suoi obiettivi e nel suo spirito.
Riepiloghiamo. La situazione dei rapporti italo-francesi creata dagli accordi del 7 gennaio 1935-XIII
era stata completamente annullata dalla politica antitaliana e sanzionista tenuta dalla Francia prima, durante
e dopo l'impresa etiopica. Quegli accordi presupponevano un nuovo spirito di lealtà di amicizia di
comprensione dei due Paesi. Nell'impresa etiopica la Francia fu ostile all'ItaIia, applicò le sanzioni, partecipò
all'assedio economico, dando alla sua politica societaria e sanzionista un obiettivo conclusivo nettamente antitaliano
In una situazione simile come potevano restare in vigore gli accordi italo-francesi del 1935-XIII? Il
Governo fascista con la nota del 17 dicembre 1938-XVII, rispondendo ad una precisa necessità morale e a una
nuova realtà storica, politica e territoriale del popolo italiano li dichiarava non più in vigore. E poiché
quegli accordi del 1935-XIII erano stati stipulati per la definizione dei rapporti italo-francesi in Africa, era
logico che un riesame globale delle relazioni italo-francesi dovesse avere come base appunto quei problemi e quelle
posizioni africane che, contemplati negli accordi del 1935-XIII, erano venuti a cadere insieme con tutti
gli altri presupposti politici e spirituali dei rapporti italo-francesi.
La nota del Govemo fascista del 17 dicembre pertanto, denunziando gli accordi del 1935-XIII, che del
resto non erano stati mai messi in esecuzione, conteneva anche le implicite indicazioni dei problemi, termini
ed elementi per un riesame delle relazioni fra i due Paesi. La precisazione italiana non doveva né poteva
dar adito a equivoci. Ma l'animus francese era invece di piena incomprensione della nuova realtà e delle
vitali necessità italiane, rimanendo rigido sulle posizioni d'intransigenza e di negazione. Altro punto specifico
del discorso del sig. Daladier che non può passare senza una pronta e netta rettifica riguarda il numero e
la situazione degli italiani di Tunisi. Il Capo del Governo francese ha enunciato delle cifre: 94.000 italiani
e 108.000 francesi, ed ha aggiunto che gli italiani di Tunisi non sono né maltrattati né perseguitati. Anche
qui c'è un completo capovolgimento di situazione. Gli italiani di Tunisi innanzi tutto - compresi i
naturalizzati francesi e i loro figli - non sono 94.000, ma molto più di 150.000, mentre i veri francesi non arrivano
a 60.000 compreso un complesso mobile e quindi instabile di funzionari: questi ammontano a ben 21.350.
Quanto poi alle condizioni di vita degli italiani della Tunisia il sig. Daladier ha toccato un
argomento sensibile e bruciante. Non v'è chi non sia al corrente delle pressioni, degli abusi, delle angherie e
delle minacce cui sono giornalmente sottoposti quei nostri connazionali perché difendono e custodiscono la
loro italianità. Basta, del resto, seguire la stessa stampa francese, che senza reticenze parla di naturalizzazioni
in massa o di espulsione, e basta parlare con quanti sono costretti a lasciare il territorio tunisino, per
formarsi un'idea esatta e precisa della situazione tutt'altro che tranquilla degli Italiani in Tunisia.
Non diversamente si può dire per quanti italiani vivono in Francia. Anche su questo punto il sig.
Daladier non ha servito la verità. Quella verità che, se vista con un occhio obiettivo, avrebbe dovuto portarlo
su diversa strada.
Quanto all'Italia fascista, all'Italia di Mussolini, essa non si lascia distrarre, registra i fatti e le situazioni
e cammina diritta e sicura.
Tutto questo abbiamo voluto scrivere perché i molti valsesiani sparsi, per ragioni di lavoro, nelle
regioni della Francia e che forse hanno modo di leggere, di giornali italiani, soltanto il "Corriere Valsesiano"
il quale settimanalmente reca loro una folata di aria ideale della valle nativa e ravviva nei loro animi il
sentimento affettivo e nostalgico che li avvince ai loro paesi e alle loro montagne lontane - conoscano la verità dei
fatti e delle cose e non siano tratti nel facile equivoco dalle insincere argomentazioni dei giornali d'oltr'Alpe.
A tutti questi valsesiani, così come a tutti quelli ancora ospiti in terra straniera, dove onorano colla
loro attività e intraprendenza la patria italiana, si rivolge il nostro saluto, particolarmente augurale in
questa vigilia della grande festività cristiana.
R.
Al Foreign Office si gioca al poker
Da: "Il Popolo Biellese", 10 aprile 1939
L'occupazione dell'Albania, da parte delle nostre truppe è una risposta secca e precisa alle fantasticherie
ed alle mene della stampa della democrazia: esse non sono ancora riuscite ad immobilizzare definitivamente
le potenze totalitarie ed a coagulare la carta del mondo in uno "statu quo" ad esse vantaggioso. Non basta
un accordo di massima con la Polonia per fermare il corso della storia; la politica d'accerchiamento non
è ancora riuscita; la paura dei nostri vicini sedicenti democratici non è ancora al suo termine. Essi, in
verità, sono impotenti oggi come ieri di fronte al blocco degli stati totalitari. E lo sanno benissimo.
Una settimana fa il sig. Daladier ci aveva regalato un magnifico discorso in cui egli mirabilmente
conciliava le cose sinora più inconciliabili, la debolezza e la violenza, i "giammai" e i "perché no", la boria e la
paura; nell'insieme egli affermava in modo categorico che la Francia (aiutata dall'Inghilterra), unita, forte e
pronta, era capace di fronteggiare qualsiasi pericolo.
Ma la potenza franco-inglese deve procedere per crisi o per attacchi, come certe malattie, quali sono
l'epilessia, la corea o ballo di San Vito ed in genere tutte le malattie dei nervi: come ci spiegheremmo, se
no, l'atteggiamento del governo inglese alcuni giorni dopo il discorso del signor Daladier? Quei governi
tanto forti il mercoledì, negoziavano l'appoggio della Polonia il venerdì dopo. Al discorso di Daladier che
celebrava la potenza delle sedicenti democrazie facevano eco le allocuzioni di Chamberlain con le quali egli
annunziava la costruzione di un nuovo edificio politico destinato, in sostanza, ad immobilizzare dapprima, a
distruggere in seguito, le potenze totalitarie. Francia ed Inghilterra sollecitano l'aiuto della Polonia, della
Romania, della Turchia, della Russia. O sbigottimento, o onta. Gli stati demoplutocratici non sono dunque
così potenti da fronteggiare, ecc. ecc...?
L'agitazione al di là delle frontiere non è che dispetto e paura: dispetto di essere impotenti; paura
dell'indomani, paura di quella resa di conti che s'avvicina a passi di gigante: della restituzione delle colonie alla
Germania, dell'esame delle rivendicazioni italiane dapprima, ed in seguito della concessione e della restituzione
di colonie alla Polonia, alla Spagna, alla Turchia. La scadenza fatale si avvicina. I soliti accorgimenti di
procedura non servono. Hitler brucia le tappe: Mussolini si prepara. Per resistere non bastano una Home Fleet ed
un esercito di Senegalesi. Occorrono alleati: alleati poco esigenti, creduloni, che per qualche milione si
sappiano far ammazzare in piena letizia. In un primo tempo si spera negli Stati Uniti, novellini in diplomazia e
facili al fanatismo. I giornali parigini intonano già le lodi dello Zio Sam; la stampa giudeo-inglese tiene il
bordone. Ma ecco al momento buono giunge da Washington qualche precisione: lo Zio Sam aiuterà certamente
le sorelle in democrazia Albione e Marianna, ma con la vendita di quelle merci di cui potrebbero aver
bisogno, e null'altro; egli non era così novellino e fanatico come lo si credeva. Ahi delusione! Si deve trovare
qualche altro alleato: ci sono la Russia e la Cina, è vero. Ma chi si fida di loro?
A questo punto il signor Chamberlain si ricorda che il poker è un gioco inglese: gioco in cui il "bluff"
è sistema e metodo. Ora chi meglio di lui, Chamberlain, può applicare alla politica i trucchi del poker?
Tutti sanno che il miglior bluffista riesce colui che si reputa non lo sia. Perciò Chamberlain cercherà gli
alleati proprio nel gruppo di quelli che domani gli dovrebbero presentare rivendicazioni. Coll'Italia purtroppo
non c'è niente da fare. Anche la Spagna, che à or ora firmato il patto anticomintern, è inespugnabile. Invece
la Polonia è indicatissima per incominciare; prima di tutto perché in Polonia c'è la questione di Danzica, c'è
il corridoio, ci sono minoranze tedesche, e ci sono anche tre o quattro milioni di ebrei, gioia ed orgoglio
degli stati democratici e loro naturali collaboratori.
La partita di poker incomincia con una bella campagna di stampa per avvertire il pubblico (primo fra
tutti quello polacco) che vi sono incidenti fra tedeschi e polacchi. In un secondo tempo si fa capire che Hitler
sta per intervenire. Questo è il momento di giocare la carta decisiva: il governo inglese fa sapere al mondo
che nel caso di una aggressione alla Polonia l'Inghilterra le darà tutto il suo aiuto: il che nella sostanza
non rappresenta nulla di nuovo, poiché un patto simile esiste tra Polonia e Francia, e l'esperienza insegna
che Francia ed Inghilterra sono tutt'uno.
Ora il problema che si pone al Foreign Office è questo: trasformare una promessa unilaterale di aiuto
alla Polonia in un patto bilaterale e reciproco, per il quale la Polonia si debba schierare a fianco della Francia
e dell'Inghilterra in caso di guerra contro le potenze totalitarie. Il principale argomento franco-inglese, ed
il più convincente, sarà un donativo di qualche miliardo. Se il colpo riesce, d'un eventuale nemico si sarà
fatto un alleato.
Nel frattempo si iniziano trattative analoghe con la Romania, la quale come si sa, è abitata da
importanti minoranze magiare e tedesche. Senonché qui la cosa si complica: un aiuto alla Romania necessita
l'accordo preventivo colla Turchia alla quale il trattato di Montreux ha affidato la sorveglianza dei Dardanelli e
del Bosforo; le mance da dare aumentano d'importanza.
Ed infine, per un caso curioso, Polonia, Romania e Turchia sono tutti vicini immediati all'U.R.S.S.,
che sarebbe domani loro alleata; il che, essendo un serio motivo di riflessione in tempo di pace, diventa
un pericolo mortale in tempo di guerra.
La partita a poker si annuncia difficile.
Un accordo di massima è presto concluso con la Polonia. Già la stampa giudaica grida vittoria: la
comprensione del nobile popolo polacco ha sbarrato la strada agli aggressori! Già si portano al settimo cielo le
qualità della loro eroica stirpe; i cuori sensibili del francese e dell'inglese medio si commuovono ai racconti
delle prodezze di Sobieski e dei motti di Kosciuzko.
Ma ecco l'occupazione dell'Albania viene bruscamente a distruggere questo roseo ottimismo.
L'alleanza polacca non basta. Occorrono altri alleati. L'affare di Albania s'ingrossa, s'ingrossa, diventa una
catastrofe: giornali e radio giudeo-democratici parlano di nuovo di bombardamenti, di eccidii, di resistenze sino
all'ultimo sangue. Guardate, o popoli balcanici, dicono essi, guardate questi stati totalitari, mostri assetati di
sangue, barbari distruttori di ogni civiltà. Oggi è la volta dell'Albania: non sarà domani la vostra? Soltanto
l'unione con noi, stati liberali e democratici, vi può salvare da questa rovina!
In verità, questo linguaggio della stampa giudeo-democratica puzza di stile pubblicitario: che le
ultime pagine dei loro giornali si siano stinte sulle prime? Tutto è buono, purché spinga la costruzione del
blocco antitotalitario della "grande alleanza".
I funzionari del Foreign Office sono diplomatici abilissimi: perciò noi non dubitiamo che essi riescano
in qualche modo a costituire almeno una parvenza di questa "grande alleanza", o, più chiaramente, di
un blocco totalitario. I cuori sensibili del francese e dell'inglese medio sono già pronti, se occorre, a commuoversi
al racconto degli eroismi di Tamerlano e Gengis Khan.
Una prova durissima attende la loro grande alleanza: in un giorno che noi, e soltanto noi,
determineremo: quello nel quale l'Italia presenterà le sue rivendicazioni e la Germania chiederà la restituzione delle
sue colonie. Perché le ragioni che l'Italia invoca non le potranno forse invocare la Spagna e la Polonia? E se
la Germania richiede le sue colonie non richiederà anche la Turchia la restituzione della Siria e della Palestina?
Badino le sedicenti democrazie che quel blocco antitotalitario che stanno ora cercando di costruire non
si rivolga un giorno contro di loro con quelle stesse armi che gli avranno procurato.
Il poker, signor Chamberlain, è un gioco emozionante e talvolta anche pericoloso.
Fidia Savio
Le truppe italiane occupano l'Albania
Da: "La Sesia", 11 aprile 1939
L'Europa di Versaglia, nuovamente è stata scossa di soprassalto dal suo sonno: il sonno dei beati
possidenti che si erano adagiati alla visione parassitaria sui cumuli di ricchezze trafugate in ogni parte del globo.
Una nuova "sorpresa" le si para dinnanzi nella realtà del risveglio, la occupazione italiana dell'Albania.
E se ne mostra scandalizzata: e farà, forse, in un prossimo domani, le solite rimostranze di protesta.
Intanto la storia sarà passata oltre.
Sono ancora molti a non capire che il senso degli avvenimenti politici internazionali di questi ultimi
tempi, non sono nei limiti e nelle procedure dell'ordinaria politica, ma sono nel pieno di un processo di
rifacimento dell'Europa, di ricostruzione, di rinnovamento. Si rompe un equilibrio, quello di Versaglia, e se ne fonda
un altro - ed ha a determinante l'Asse Roma-Berlino, che ogni giorno più rivela la sua saldezza e la sua
rispondenza nella soluzione dei problemi della nuova Europa.
Questo processo di rifacimento tocca da qualche tempo i suoi punti culminanti - liquidazione dell'Austria
e quindi della Cecoslovacchia sotto la spinta della forza della rinata Germania; capitolazione del
bolscevismo in Spagna che si affianca ora agli stati totalitari nella lotta comune contro il bolscevismo; e, oggi,
l'azione italiana in Albania -; ma non è una improvvisazione. Come accade di solito, tutti vedono oggi i "fatti"
che dipendono logicamente dall'impostazione lontana del problema, a cui a suo tempo, soltanto pochi
posero attenzione seriamente. In Italia, l'azione in Albania ha suscitato manifestazioni di giusto giubilo, di
fierezza e d'orgoglio, tornando, la bandiera italiana sulle terre che già videro il trionfo della repubblica veneta, e
che ancor nell'ultima guerra furono consacrate dal sangue generoso dei nostri soldati, e che nel tempo
fascista già si destarono a nuova vita di redenzione alle conquiste del lavoro italiano. E forse, solo ha sorpreso,
la piccola aliquota di emotivi superficiali cui ha accennato il Duce nel gran rapporto agli squadristi: pur
essi però oggi soddisfatti.
Nello storico discorso dello stadio olimpico, il Duce ebbe ad affermare che la pace regnava nel
"golfo adriatico" ove gli interessi italiani erano preminenti. Questa pace si rafforza, per l'attuale azione militare
in Albania.
I motivi determinanti della decisione italiana sono specchiati nei comunicati ufficiali. Le truppe
italiane marciano sul territorio albanese per ristabilire l'ordine, la giustizia e la pace: per tutelare gli ingenti
interessi italiani in quel paese. L'Albania, di fronte alla costa d'Otranto, dista dall'Italia 75 chilometri. I contatti
fra le genti delle due sponde han radici nei secoli. L'Italia ha portato sulla opposta sponda i segni della
propria civiltà, le testimonianze del proprio lavoro realizzatore. L'avvento del Fascismo in Italia ha accentuato
i rapporti fra i due Stati: in Albania, con capitale e con lavoro italiano sono state costruite strade,
arginati fiumi, bonificate terre, potenziati gli impianti per lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo, specie petrolifere.
Il popolo albanese con la più viva simpatia accolse la civiltà del lavoro italiano, in un ritmo di operosità
che al Paese fece compiere passi da gigante, quali da solo avrebbe saputo percorrere nel corso di decenni
e decenni. Purtroppo però i benefici diretti al popolo albanese, talvolta furono stornati a favore di
consorterie politiche, a cricche personali facenti capo a Re Zog, il quale intendeva regnare come un signorotto
feudale. Sì che un vivo malcontento regnava fra la popolazione operosa dei campi e dei cantieri. Il malumore,
i satelliti del Re, agenti prezzolati, cercarono far convergere sugli italiani residenti in Albania, la cui vita,
fu ultimamente costantemente minacciata. Il Governo italiano richiamò il Re d'Albania all'osservanza
dei patti sottoscritti: il Re tentò tergiversare, nel frattempo armando bande di ribelli scatenate dalle prigioni,
per minacciare la vita degli italiani.
La reazione italiana, fu immediata, fulminea: e spinta nella guida del Duce - il Condottiero - come è
nello stile fascista, a fondo. La potenza armata dell'Italia fascista, non poteva permettere l'esistenza in un
Paese che oltre a essere teatro di interessi economici italiani, costituisce anche la chiave del golfo adriatico, diventasse
un focolaio di fermento antitaliano. Il segno del Littorio si instaura pertanto simbolo di giustizia e di
ordine e di pace in Albania.
La storia giustificherà appieno l'inevitabilità storica e la fondatezza morale della pacificatrice azione
italiana in Albania. E darà anche adito al Fascismo ed al suo Duce l'impostazione dell'immancabile
rinnovamento europeo; e della ricostituzione del nuovo ordine Mediterraneo secondo giustizia nelle leggi di vita di
un popolo pieno di energia e di vitalità, rinato a potenza imperiale.
Il Duce ammonì a Cosenza che l'Italia non intende restare prigioniera nel Mediterraneo. La insidiosa
reazione francese ed inglese non ci turba, non ci può turbare. L'Italia fascista non intende più prestarsi a seguire
con ossequio le tradizionali linee della politica estera francese ed a quelle non meno tradizionali della
politica estera inglese, volte le prime al costante indebolimento dell'Italia, le seconde al mantenimento di una
minorità dell'Italia perché questa non minacciasse di turbare il predominio inglese nel Mediterraneo e nel
vicino Oriente. Ma, forte della propria forza e del proprio diritto si erge oggi antagonista dell'imperialismo
franco-inglese, e chiede, e si garantisce un più ampio respiro di vita.
La situazione internazionale vede pertanto ancor oggi spostato il suo centro alle sponde del
Mediterraneo, fatale alla politica dei rinvii. Sul Mediterraneo spira un fresco anelito di realtà che spazza le nebbie
verso l'Atlantico e scopre fra i lidi d'Africa e le isole di sasso, nido di falchi e di aquile guerriere, i problemi
dei popoli nella cruda antitesi dei termini storici fra Gibilterra e Suez, lungo la rotta che segue ad ogni
approdo alle città - candide nel sole perenne - un punto cui convergono interessi vitali e vive memorie di popoli
vivi, ogni problema si pone a dilemma. È sterile, Francia cercare di guadagnar tempo. Il tempo stesso
condiziona una scadenza, alla quale la decisione più non si sceglie: si accetta.
d. rat
Fuoco alla barricata
Da: "Il Popolo Biellese", 13 aprile 1939
Vibra ancora nell'aria l'eco del discorso rivolto il 26 marzo scorso dal Duce agli squadristi per il
Ventennale dei Fasci; nell'aria burrascosa di questi giorni indugia il grido che sottolineò l'immagine della
barricata, eretta nel furore della guerra fratricida, a dividere non soltanto due fazioni in lotta, ma a separare due
sistemi in contrasto, due concezioni di vita in urto e in antitesi. "Questa barricata - disse Mussolini alla
vecchia guardia - può considerarsi abbastanza demolita, e fra qualche giorno, forse fra qualche ora, le
magnifiche fanterie della Spagna nazionale daranno l'ultimo colpo; quella Madrid dove le sinistre attendevano la
tomba del fascismo, sarà invece la tomba del comunismo". Date le premesse, che le periodiche esaltazioni
della stampa di sinistra avevano troppe volte dilatate fino al punto da attribuire loro il valore di un simbolo e
la portata di un evento definitivo, è legittimo ritenere che il fuoco appiccato alla base della barricata,
con quell'impeto che ormai conoscono le truppe provatissime del defunto regime marxista spagnolo,
significhi in realtà qualche cosa di più del crollo strategico di un fronte, qualche cosa di meglio
dell'annientamento tattico di un intero sistema difensivo.
È chiaro, infatti, che la caduta di Madrid, a preferenza dell'episodio conclusivo di una campagna, va
considerata in ordine di tempo alla stregua dell'ultimo trionfo delle rivoluzioni nazionali sull'utopia malvagia e
barbara delle quattro edizioni dell'internazionalismo marxista dal 1864 al 1917. S'innesta così sul piano di
una vittoria militare un vasto processo di rinnovamento e di revisione d'ordine spirituale di cui forse non
è possibile, per ora, misurare la portata e prevedere gli sviluppi. L'importanza storica di questa vittoria
va appunto ragguagliata agli effetti del lento ma inevitabile sgretolamento del fronte marxista in Europa;
forse non mai - come a Madrid - l'impeto delle truppe all'assalto contribuì a scardinare le superstiti reliquie di
una dottrina in sfacelo; insieme alla dittatura rossa crollava l'intero sistema che l'aveva generata, il processo
di lenta scomposizione iniziatosi dall'estate del 1936 nel Mediterraneo occidentale, accentuatosi
dall'estate del 1937 nell'immenso campo di battaglia cinese, si conclude finalmente con l'annientamento della
barricata spagnuola, costringendo brutalmente nei confini originari i risultati spaventosi di una dottrina condannata
a proseguire la propria sanguinosa e infeconda esperienza sulla carne viva del popolo russo.
È la fine, in altre parole, di un intero sistema che parve, in tempi non abbastanza remoti per essere
dimenticati, avvantaggiarsi dell'accorto e complesso metodo propagandistico di cui poteva servirsi. Si potrebbe
affermare che l'Internazionale comunista nelle sue varie incarnazioni ideologiche continui imperterrita ad avere
un fatto personale con la realtà. Al contatto di questa, non appena si diradano i fumi della complessa
orchestrazione che la maschera, essa continua a registrare insuccessi. Basta appena accennare al duplice
accerchiamento tentato contro la potenza spirituale, politica e morale delle nazioni totalitarie, per riconoscere nelle
manovre concluse con esito così infelice, il chiaro sintomo di un'improntitudine destinata a ben altre sconfitte. Duplice
accerchiamento che si concreta, l'uno attraverso il bolscevismo spagnolo alimentato da Mosca e sorretto
da Londra e da Parigi; l'altro - di data più recente - mediante lusinghe e incitamenti agli stati del
settore orientale perché aderissero a quella specie di "santa alleanza" in difesa delle democrazie e più ancora
dei pingui imperi che essi detengono e monopolizzano. Per il successo del primo tentativo non si esitò
ad introdurre nel Mediterraneo il bacillo dell'infezione comunista in odio alle conquiste e alle basi stesse
della civiltà che dalle rive di questo s'era diffusa per tutto l'universo. Per il secondo si cercò di attrarre
nell'orbita democratica stati e popoli che, alla resa dei conti, avrebbero dovuto fronteggiare con le sole loro forze
e senza speranze di aiuti, una simile situazione con tutti i rischi e le incognite che comportava. I due
programmi che appaiono oggi piuttosto il frutto di un curioso accecamento psicologico che il risultato di
definiti orientamenti politici, sono caduti senza speranze di resurrezioni prossime o future: la guerra di
Spagna, nonostante la frontiera compiacente dei Pirenei, le brigate internazionali, l'oro e le armi forniti a
profusione alle compagini dei rossi, è finita con la piena e irreparabile sconfitta bolscevica. L'accerchiamento
meditato da coloro che una frase ormai storica ha definito in perenne ritardo di un'ora o di un'idea, non sembra
poter aspirare a migliore fortuna.
Dall'incendio divampante si salvano talora gli uomini, i beni, le case risparmiate al
martellante bombardamento, ma le idee sono sepolte, la dottrina è definitivamente sepolta.
Per questo la sconfitta non tocca tanto i miserabili resti delle armate comuniste, tradite dai capi in
fuga, minate dall'asprezza delle opposte fazioni sfiduciate e sconvolte, ma colpisce e coinvolge l'intero
sistema politico e spirituale che determinò la sollevazione militare, costretta poi dallo stesso impetuoso corso
degli avvenimenti, a trasformarsi in movimento di rinnovamento e di rinascita nazionale. Occorre appena
rilevare che quando essa assume i caratteri, le figure, le formule delle rivoluzioni vittoriose di Roma e di Berlino,
ha già l'aspetto del prodigio, l'impronta delle grandi ispirazioni della storia. La sollevazione militare è
diventata una sollevazione nazionale che pone nettamente le sue antitesi, precisa il suo programma, ribatte sul
quadrante del tempo i postulati attivi del Fascismo italiano.
Ci pare quindi che se la guerra spagnuola potrà essere considerata "guerra civile" nella macabra
cronaca delle avventure democratiche, nella storia - specie per chi intenda seguire da vicino la prassi politica
dei regimi autoritari - dovrà essere registrata sotto ben altro titolo. Essa è stata il cozzo tra due diverse
e inconciliabili concezioni di vita, tra l'atteggiamento ideologico ancorato agli immortali principi dell'89
ed irrigidito alle concezioni delle loggie, delle sinagoghe, del capitale, dell'individualismo e l'altro, che
potremmo qualificarlo, per inquadrarlo nel tempo, del 1922, che s'illumina del concetto mussoliniano di patria,
famiglia, religione, lavoro, collettività operante e attiva nel quadro della nazione.
La vittoria della Spagna nazionale rappresenta il trionfo delle concezioni del '22, che appartengono
ormai all'umanità come un valore di portata universale e che il mondo definisce "Fascismo". La barricata
che crolla incenerendo i risultati dei facili sentimentalismi dell'ultima ora, pone ancora più netti - nella
loro davvero formidabile entità - i presupposti necessari alla salvaguardia della civiltà europea. In certo
senso riafferma nella loro intransigenza legittima e necessaria, le tesi spirituali che ne rappresentano il
fondamento e le basi.
Quand'anche l'Italia non avesse contribuito alla vittoria di Franco con l'apporto generoso del sangue
dei suoi figli, la vittoria consacrata dalle armi le appartenebbe lo stesso: quando l'invasione sta per
compromettere i principi più elementari della convivenza civile e le conquiste più gelose della civiltà, l'energia
necessaria per respingere la barbarie, non può che sprigionarsi da Roma; non può trarre continuità e vigore di vita
se non da chi in venti secoli, ha trapiantato le sue leggi e le esperienze della propria civiltà generosa, ai
confini del mondo.
Giorgio G. Cabella
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