Antologia di articoli di giornali locali
Gennaio-settembre 1943
Le vittorie angloamericane e l'armistizio dell'Italia
A cura di Marilena Zona
Da un articolo edito in "l'impegno", a. XIII, n. 2, agosto 1993
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Sono stati consultati: "Il Biellese", Ufficiale dell'Azione Cattolica Biellese, a. LVII; il "Corriere
Valsesiano", a. IL; "L'Eusebiano", Ufficiale dell'Azione Cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli, a. XV; "Il Popolo
Biellese", bisettimanale fascista, a. XXII; "La Provincia di Vercelli", Foglio d'ordini della Federazione dei Fasci
di Combattimento di Vercelli, a. XXI; "La Sesia", giornale di Vercelli e provincia, a. LXXIII.
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non è conservata alcuna collezione di questo periodico.
Si ringrazia l'Editrice Valsesia per aver consentito la consultazione della collezione del "Corriere Valsesiano".
Presentazione
L'anno decisivo per la svolta della seconda guerra mondiale, il 1943, vede, fin dal gennaio-febbraio
le sconfitte dell'Asse, a cominciare dalla resa dell'armata di von Paulus a Stalingrado. La stampa
fascista, però, come appare da "Il Popolo Biellese" del 18 febbraio, intende la sconfitta tedesca come grande
vittoria degli "eroi" germanici, "che consapevolmente, con attenta misura dei tempi e delle forze, hanno offerto
la vita, superando tutti gli istinti e tutte le passioni che alla vita ci tengono radicati, ma anche tutti i
ragionamenti della prudenza e del buon senso, che ci insinuano la convenienza e quasi la necessità della resa quando
la resistenza è ormai inutile".
Nonostante il delinearsi delle superiorità delle forze alleate nel Pacifico meridionale, con
l'evacuazione giapponese di Guadalcanal, le potenze dell'Asse rimangono ancorate più che mai all'idea della
vittoria, anche se lo stesso ministro Goebbels - come riporta "Il Biellese" del 16 marzo - nel consueto
articolo settimanale su "Das Reich" scrive che "siamo ancora lontani dall'aver valicato il monte; e che un
lungo, lunghissimo cammino ci separa ancora dalla meta", passata la "crisi invernale" e riconquistata Karkov
da parte dei tedeschi.
Di fronte alle vittorie anglo-americane nell'Africa settentrionale, i giornali locali si limitano a dare
brevi informazioni cercando di giocare con i titoli come appare su
"Il Biellese" del 16 maggio che, in
prima pagina, scrive: "Il nemico ha perduto in Tunisia / un tempo prezioso" su due righe evidenziando la
prima parte. Forse non a caso, dopo questi ultimi fatti, "Il Popolo Biellese" riprende una precisa critica
verso quello che viene definito nell'articolo di Dionisio Colombini "Il dominio del mondo: sogno delirante
quanto inutile di una dominazione mondiale". Così come G. L. Sella esalta sul "Corriere Valsesiano" del 3
luglio l'azione liberatrice dell'Asia orientale ad opera del Giappone, a cui viene affidata "la funzione direttiva"
tra i "Paesi di quel settore". Largo spazio viene dato, più avanti, alle notizie dello sbarco nemico sulle
coste siciliane. "Il Biellese" del 13 luglio e il "Corriere Valsesiano" del 17 luglio portano rispettivamente
questi titoli: "Il dovere dell'ora: combattere con indomabile energia" e "La Sicilia, frontiera della Patria"
sottolineando il ruolo difensivo ed eroico dell'isola, dei siciliani e dell'Italia tutta. La notizia culmine, rimarcata a
caratteri cubitali, è comunque, nel luglio, quella della caduta di Mussolini e della costituzione del governo
Badoglio. "La Sesia" del 30 luglio riporta il comunicato ufficiale del re, a cui fanno seguito articoli che mirano
ad informare come si ritorni allo stato istituzionale, dopo lo scioglimento del Partito fascista e la
soppressione del Tribunale speciale, a invitare gli italiani alla moderazione, data la gravità del momento. "Ma
nessuno attende miracoli, nessuno intenti processi: oggi, tutti - con l'animo sgombro da ogni sentimento che non
sia d'amore al Paese - procediamo in disciplina, serrati attorno alla Maestà del Re Imperatore, agli ordini
del Capo del Governo, fissi alla meta luminosa che è la Patria nostra immortale". Dunque è cambiata la
situazione, ma il tono enfatico rimane. Mentre il "Corriere Valsesiano" del 31 luglio preferisce sottolineare, in
prima pagina, l'avvento del nuovo governo, "Un nuovo Governo, in una delle ore più gravi della storia della
nostra Patria, ha assunto la guida della nazione": con questa notizia si apre infatti l'editoriale. Nei
giorni immediatamente successivi all'8 settembre, i giornali locali riportano il comunicato dell'armistizio
letto alla radio dal maresciallo Badoglio: "La fine dell'impossibile lotta per evitare più gravi sciagure alla
Nazione" è, ad esempio, il sottotitolo del "Corriere Valsesiano" dell'11 settembre 1943.
Gli articoli
La luce di Stalingrado
Da: "Il Popolo Biellese", 18 febbraio 1943
Non sotto le impressioni delle prime notizie, quando l'eccitazione improvvisa può illuderci, ma oggi,
che tanti giorni son passati, e (nell'incalzare così violento della storia che marcia con un passo come non ha
mai avuto) altri avvenimenti ci hanno distratti, noi guardiamo a Stalingrado, per cogliere la luce.
Una luce che di giorno in giorno aumenta.
Quando la Germania ha annunciato per Stalingrado un nuovo bollettino straordinario, noi che siamo
abituati a sentir comunicare con questo mezzo le vittorie più significative, e già solo alla parola "dirama", caratteristica
di questa forma d'annuncio, ci sentiamo allargare il respiro, siamo rimasti sorpresi e lì per lì delusi,
perché un bollettino straordinario ossia una voce di trionfo, annunciasse una sconfitta.
Ma poi subito abbiamo capito che appunto, non d'una sconfitta, ma d'una vittoria si trattava.
Forse per gli anglosassoni che misurano tutto sul rendimento materiale, per quell'anima e quella
civiltà mercantile che è la loro vita civile e intima, l'abbandono d'una posizione che era costata tanta spesa di
forze materiali e d'energie umane, sarebbe stata una sconfitta pura e semplice; per la Germania, per l'Asse, per
il Tripartito, che danno ai valori ideali il più alto posto nella loro civiltà e nella loro anima, era l'opposto.
Perché a Stalingrado si sono sacrificate Divisioni che sapevano di sacrificarsi; hanno combattuto
uomini che sapevano che non avrebbero potuto né vincere né scampare; ossia si sono rivelati al mondo nella luce
più pura dell'ideale eroi che consapevolmente, con attenta misura dei tempi e delle forze, hanno offerto la
vita superando tutti gli istinti e tutte le passioni che alla vita ci tengono radicati, non solo, ma anche tutti
i ragionamenti della prudenza e del buon senso, che ci insinuano la convenienza e quasi la necessità della
resa quando la resistenza è ormai inutile.
Negli eroi di Stalingrado, è la medesima sostanza spirituale dei piloti giapponesi che, non nel furore
esaltante della battaglia, ma nel momento della partenza prendono la decisione di andarsi a sfasciare col carico
delle mine aeree sopra la nave nemica, o di quei comandanti della Marina italiana, che, dopo aver retto
l'equipaggio e la nave nel più tremendo uragano di ferro e di fuoco, quando la corazzata è colpita a morte ed affonda,
e l'equipaggio è in salvo, e buttarsi a nuoto sarebbe umano e giusto e non disonorevole affatto, pur nella
calma sopravvenuta, e con nitido e pacato atto di coscienza, s'irrigidiscono sull'attenti, al posto di comando,
e s'inabissano con la loro nave.
Questi sacrifici dimostrano che la razza degli eroi che li accettano e li adempiono è una razza immortale;
e perciò sono garanzia di vittoria; e perciò sono vittoria essi stessi.
Da questo sacrificio emana non soltanto uno splendore che illumina le anime, ma anche una forza, una
vera e propria forza che aumenta le energie del popolo combattente, e lo salda nelle nuove posizioni, e lo
prepara all'avanzata, e nell'ora della ripresa dell'offensiva e della marcia, moltiplicherà la resistenza e la
sicurezza, l'impeto e la dirittura del passo.
Più di tutti i ragionamenti sulle ragioni e le necessità della nostra guerra, più di tutti i calcoli sulle
possibilità e le eventualità delle nostre azioni, più di tutte le certezze del salvamento e della grandezza avvenire che
ci darà la vittoria e del disfacimento e della perdizione estrema che ci darebbe la sconfitta, giova a noi,
perché crediamo, e nella fede attingiamo la virtù di operare e di reggere, questa luce di eroismi che di continuo
ci abbaglia, come uno di quei lampeggiamenti notturni d'estate, quando pare che tutto il cielo pulsi e palpiti
di luce come un cuore; il cuore stesso di Dio.
Dio è con noi perché simili eroismi irraggiano la nostra battaglia.
Non possiamo dubitarne.
Gli atti che si compiono al di fuori e al di sopra di qualsiasi calcolo, di qualsiasi ambizione, di
qualsiasi speranza, sono l'espressione della sostanza segreta, della nostra razza, della quale noi siamo molecole
nel sangue, faville nel rogo dell'anima.
Che questo sangue s'affebbri per rinnovarsi, che quest'anima si incendi per trasfigurarsi, e gli
eroismi scatteranno fitti, alti, puri: testimonianza e già promessa, anzi patto, della vittoria d'una civiltà che non
può né morire né essere offuscata; civiltà dell'Occidente, di cui la vita anglosassone è la deformazione
e l'irrigidimento in gelide formule mercantili che ne distruggono l'essenza; civiltà dell'Oriente, di cui
la Russia bolscevica è la deformazione e la tumescenza, in caotiche forme di fanatismo e di misuratezza.
A Stalingrado tutti, dai generali ai fanti, sapevano o sentivano che il loro sacrificio non era inutile, perché
la loro resistenza accaniva contro le macerie contese le migliori divisioni dell'esercito russo, e impediva
così che esse, gettandosi avanti fossero lo scroscio che fa traboccare il vaso, e dava al grosso del proprio
Esercito la possibilità di raggiungere e sistemare alla difesa estrema le nuove posizioni; e già in questa
fraternità generosa che si sacrifica perché sopravviva il compagno, c'era una grandezza commovente ed esaltante;
ma essi, tutti, dal generale al fante intuivano anche che il superamento dell'umano nel loro lottare fino
all'ultima cartuccia e all'ultima bomba a mano, e resistere fino al di là dell'ultimo morso di galletta e
dell'ultima filaccia di benda, era l'espressione della fatalità di sopravvivenza della razza e dell'ideale che la razza
ha gettato nel suo cielo, per mirarvi sempre ed esserne degna.
Perciò il bollettino straordinario della caduta di Stalingrado era un bollettino di vittoria.
Se ne accorgeranno anche gli scettici e gli sfiduciati che oggi rinnegano queste verità, quando esso
si ripercuoterà nell'annuncio che il Volga è stato raggiunto un'altra volta, e che sul Volga di nuovo tagliato,
o al di là del Volga superato, la violenza bolscevica avrà dovuto crollare, per lasciar liberi gli spazi in terra
all'Europa civile che deve continuare gli sviluppi della sua civiltà umana, e gli spazi in cielo all'aurora
d'una nuova età in cui finalmente, non nella distruzione e nel caos, ma nella ricostruzione e nell'ordine, il
mondo si sistemi secondo equilibrate e armoniose archittetture di giustizia internazionale e sociale: territori,
pane, lavoro, studio, sogno, bellezza, con la pace, nella pace, per la pace, agli individui e ai popoli, fin che Dio
non li provi di nuovo con un altro uragano di iniquità e di insurrezioni; ma nei tempi dei tempi, più lontano
che sia possibile, quando le azioni d'oggi saranno miti balenanti agli orizzonti della storia.
Ettore Cozzani
Commento ai fatti della settimana
Da: "L'Eusebiano", 8 aprile 1943
In Tunisia, come annuncia l'Agenzia Stefani, gli anglo-franco-americani hanno sospeso la loro poderosa
e triplice offensiva, a mezzogiorno, ad oriente e a settentrione.
Superiori di numero e di armi hanno tentato invano di tagliare in due le nostre armate: si sono trovati
di fronte ad una difesa strenuamente tenace e ad un esercito ben più formidabile di quello che essi
avevano sognato. Ad oriente di Biserta le truppe dell'Asse hanno conquistato il nodo di Gebel Abjod, dopo
sanguinosi ed aspri combattimenti, sul fronte centrale; gli americani non hanno potuto avanzare verso i porti di Susa
e di Sfax; a sud le nostre truppe, con manovra genialmente eseguita, abbandonarono le linee avanzate
del Mareth, frustrando in pieno il piano nemico di aggiornamento.
Il Comando americano, costretto a riconoscere l'eroico valore dei nostri combattenti, ha manifestato il
suo disappunto per aver dovuto interrompere un'offensiva che si proponeva di cacciarci dalla Tunisia in
cinque settimane.
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Colla conclusione dei combattimenti in Tunisia la guerra nel bacino Mediterraneo è ora
esclusivamente aeronavale. I porti africani del nemico sono oggetto di nostre poderose incursioni aeree. Anche il
nemico intensifica le sue azioni aeree sul nostro territorio seminando vittime tra la popolazione civile e
distruggendo insigni monumenti d'arte. L'attacco a Civitavecchia ripete le barbare forme dell'attacco a Grossetto
senza che per questo il morale del popolo italiano risulti scalfito.
Anche sui territori occupati e sulla Germania occidentale gli angloamericani continuano le loro
incursioni alle quali l'aviazione tedesca risponde con attacchi alle attrezzature portuali dell'Inghilterra.
Sul fronte orientale continua vivacissima l'attività aerea da ambo le parti mentre sul fronte terrestre non
si segnalano che combattimenti locali fatta eccezione per il settore del Kuban dove i tedeschi conducono
da qualche giorno una nutrita controffensiva contro l'ala orientale dello schieramento sovietico,
controffensiva che ha già al suo attivo tre divisioni nemiche poste fuori combattimento.
In Asia Orientale i giapponesi hanno vittoriosamente proseguito la loro azione contro le truppe inglesi
che erano penetrate in Birmania e le hanno respinte ai confini dell'India. Nello stesso tempo il Quartier
generale imperiale nipponico annuncia che grosse forze nordamericane hanno iniziato il 12 maggio, operazioni
di sbarco nell'isola di Attu, nelle Aleutine. Il comunicato dice che violenti combattimenti sono attualmente
in corso tra le forze nemiche e le unità giapponesi poste a difesa
dell'isola.
Gli ebrei e il crollo polacco
Da: "La Provincia di Vercelli", 28 maggio 1943
Per chi abbia ancora qualche dubbio su quanto di deleterio, di veramente corrosivo gli ebrei hanno portato
e portano in qualsiasi società nazionale, l'esempio polacco è senza dubbio uno dei più significativi e
ammonitori. E non vogliamo qui parlare, come si è fatto da taluno con poca o nulla conoscenza dei problemi
della Polonia, nel senso di accollare agli ebrei tutta o quasi tutta la responsabilità di un crollo che ha cause
più profonde e generali e non legate all'influsso e al particolarismo di una sola minoranza.
Intendiamo invece segnalare ai dubbiosi, agli incerti tutto un processo di sopraffazione, di
corrodimento interiore che spinge le sue radici molto lontano. È stato come il lavorio di un tarlo che mentre lascia in
piedi, apparentemente intatto, il vecchio mobile, lo mina e lo insidia nelle sue basi, nelle sue giunture. E
quando interviene una causa esterna, un urto, una ventata un po' forte, il mobile si sfascia, si riduce a pezzi e
appare un polverio di legno corroso.
La nazione polacca, all'apparire degli ebrei nella sua storia, (seconda metà del '400), aveva una sua
forte struttura, si reggeva su basi abbastanza solide. Urgeva da oriente, con moto alterno, il pericolo
moscovita, contro cui si erano spinti gli eserciti forse un po' troppo lontano. A nord del germanesimo, ancora quasi
alle prime armi nella spinta verso oriente, già sentiva fortemente come nemici gli slavi a cultura latina che
si erano insediati lungo la Vistola e la Warta. Anche il turco appariva, scompariva per riapparire più forte giù
nelle piane d'Ungheria e dal Mar Nero.
Queste lotte, questi problemi avevano creato una certa coesione nazionale, mentre in un'epoca in cui
scarsa rilevanza avevano le differenze di stirpe, il polonismo, una certa supremazia dei polacchi avvicinava
genti diverse, dai lituani agli ucraini, ai bianco-ruteni.
Come un po' dappertutto in Europa, anche in Polonia dal '200 in poi, cominciano a delinearsi i
primi accenni alla formazione di una borghesia che, quale ceto medio, si inserisca e colmi l'abisso fra la
massa grande dei contadini e la slachta, la prepotente e invadente nobiltà, dedita alle armi. Ma sono inizi
timidi, non più che accenni qua e là, specie nelle città. Mercanti, artigiani tedeschi, italiani, olandesi fanno un
po' da lievito alle iniziative, creano qualche scuola, ma non riescono a sommuovere e rompere la crosta
dura della tradizione contadina.
La borghesia stenta molto a formarsi, mentre il pericolo continuo costringe la nobiltà a impugnare
in permanenza le armi e nelle campagne non si fa strada un artigianato più che locale e connesso ai
limitati bisogni del latifondo.
Tuttavia, prima o poi, seguendo le tendenze generali, il ceto medio avrebbe pur fatto parlare di sé.
Senonché proprio in quell'epoca in Germania, in Spagna, in Ungheria si cominciava ad aver coscienza di un
grave problema: quello degli ebrei. Coscienza indistinta, torbida, espressione di un tormento popolare, delle
infime classi più che della collettività intera. Cominciarono i
pogroms, le persecuzioni, le cacciate degli ebrei.
E questi non sanno ove andare, battono a tutte le porte e cominciano a inserirsi, adagio adagio, nelle
borgate e nelle città fortificate della piana d'oriente. Sono piccoli artigiani, mercanti, piccoli banchieri rovinati e
pur con ancora qualche moneta d'oro nascosta fra le pieghe del nero
caftank, usurai cacciati a furor di popolo.
Nella Polonia degli Jagelloni si sente bisogno di essi, come commercianti, artigiani, ceto medio insomma.
E si avverte già, con questo piovere di nere formiche, che la ricchezza circola più e meglio, gli scambi si
fanno più intensi, i contadini sanno a chi portare l'esuberanza dei loro prodotti, i nobili indebitati sanno a
chi rivolgersi per prestiti. Così quando il Re di Polonia Casimiro Jagellone determina di accogliere gli ebrei,
di assegnare ad essi dei quartieri nelle città - è rimasto il suo nome, Casimierz, al quartiere ebraico di
Cracovia - egli non fa che dare sanzione sovrana ad un fatto ormai generale e dominante e contro cui non si poteva
fare ormai più nulla, a meno di rovinare l'economia del paese già spossata dalle guerre, che impoverivano
le casse dello Stato.
La Polonia da allora è divenuta il
paradisus judeorum, tanto largo è stato il distendersi della razza
ebraica nelle città, nelle borgate, nei centri di scambio più intensi. In questo modo quell'iniziale e timido
processo di formazione di una borghesia esclusivamente polacca ebbe un arresto definitivo: i contadini rimasero
nelle campagne ed il loro artigianato divenne ancora più locale e più limitato; i nobili cominciarono a legarsi
agli ebrei, a dipendere sempre più da essi. Ma come gli ebrei altrove erano rimasti estranei, sopportati,
così anche in Polonia non si avvicinarono ai polacchi, non si sentirono mai essi stessi parte dello Stato.
A poco a poco essi divennero necessari e indispensabili. E ne approfittarono largamente per accrescere
la loro forza, per dominare lo Stato. I risultati si videro più tardi, quando la mancanza di una borghesia
polacca impedì che si compisse il processo di coesione nazionale, che le minoranze - problema della Polonia
storica, come di quello dopo Versailles - trovassero una più larga base di compenetrazione e d'incontro.
Una borghesia polacca si cominciò a formare, su nuove basi, nel secolo XIX, dopo le spartizioni.
Soprattutto una borghesia si formò nella Polonia soggetta all'Austria, dove più vivi erano i motivi
collaborazionistici. Ma un po' dappertutto, veramente, e anche all'estero presso l'emigrazione, specie in America.
Quando, dopo Versailles, la Polonia si ricostituì a nuova effimera vita, come in passato gli ebrei tornarono
a occupare una parte preminente nella vita del nuovo Stato. C'era, è vero, una nuova borghesia
esclusivamente polacca, con proprie idee e nuove esigenze e aspirazioni. Ma essa si rivelò ben presto esigua di numero
per le necessità del nuovo Stato, con una certa tendenza a ricollegarsi al proprio passato nobiliare e di
dominio terriero più che guardare verso un avvenire di lavoro denso e proficuo.
Gli ebrei, avversati e temuti, continuarono ad avere la loro funzione. Si calcola che in Polonia ve ne
fossero oltre tre milioni e mezzo. Essi attanagliavano, è la parola, tutta la vita sociale, mantenendo verso la
Repubblica un atteggiamento di opaco lealismo, non di dedizione piena ed intera. A Leopoli erano ebrei il settanta
per cento degli avvocati, l'ottanta per cento dei medici; a Varsavia il settantacinque per cento della
proprietà edilizia era in mano ebraica e così un po' dovunque. Quasi tutto il commercio nazionale e
internazionale passava per le loro case. Anche nella città ultima nata, Gdynia, essi avevano acquistato una
posizione preponderante. Le banche ebraiche erano potenti e più di una volta i "colonnelli" della giovane
Repubblica erano dovuti venire a patti con la finanza ebraica.
In un paese slavo a cultura latina occidentale, che guardava molto all'Italia, a Roma, gli ebrei non potevano
non manifestare una critica corrosiva per quanto di sostanzioso e di indelebile Roma aveva recato
nella formazione di quella nazione slava. Dopo i grandi poeti romantici dell'800 in Polonia si era costretti
a riconoscere quale maggiore poeta contemporaneo un ebreo, Tuwim, che faceva oggetto prevalente del
suo mondo poetico la vita grama del proletariato ebraico dei ghetti di Cracovia e Varsavia.
Ancora dopo [ill.] secoli una borghesia polacca stentava a formarsi. I giovani affluivano in masse
enormi alla università con una chiara volontà di liberare il paese dalla soggezione giudaica. Ma il dominio
continuava, sornione ma effettivo. Si spingevano gli ebrei a emigrare in Palestina e si era creata una linea aerea
da Varsavia a Tel Aviv (a nemico che fugge ponti d'oro!) ma insieme non ci si faceva delle illusioni
sulla possibilità di creare altrove uno Stato ebraico che alleggerisse la Polonia del suo fardello.
In queste condizioni, come non consentire all'idea che in Polonia le direttive politiche, sino alle più
gravi decisioni, siano state influenzate dagli ebrei,
longa manus del mondo finanziario anglosassone? Se
ancora non fosse stato suffficiente, erano essi ad alimentare l'odio al tedesco, ed erano stati essi ad avversare
la politica di collaborazione e buon vicinato con la Germania, spiegata a suo tempo dal maresciallo Pilsudski.
Il danno che gli ebrei hanno arrecato alla nazione polacca è stato di portata incommensurabile. Estranei
ad essa, chiusi in se stessi e pure avidi di dominio, la loro presenza invadente ha impedito che accanto
alle masse contadine si allineasse un ceto medio numeroso, attivo, cosciente della sua forza e delle sue
possibilità. Ed una delle cause profonde del crollo polacco è senza dubbio da vedere nella insufficienza di una
borghesia fortemente nazionale.
Una vana aspirazione degli Stati Uniti
Da: "Il Popolo Biellese", 11 giugno 1943
È ripetuto in lungo e in largo dalla propaganda scritta e parlata del Nord America che gli Stati Uniti
aspirano alla dominazione del mondo. Hanno soggiogato tutto il Continente americano, hanno in loro possesso
tutti i gangli strategici, economici e politici di quello africano, dell'Australia hanno in mano le sorti e i
comandi, dell'Europa sono alle porte nel Nord Africa e l'Asia Occidentale è da loro lentamente penetrata e
permeata, dall'Iran all'India. Con il sognato abbattimento dei Paesi del Tripartito, Washington vorrebbe diventare
la capitale del mondo.
Ma la realtà è, in atto specialmente in potenza, ben diversa. Oltre all'attiva resistenza dell'Europa e
dell'Asia Orientale, gli Stati Uniti si trovano di fronte ad una resistenza notevole, benché passiva, dell'Inghilterra
e della Russia, senza contare le sporadiche ma profonde insofferenze dell'America Latina e delle altre
razze, quella araba in primo luogo, che potranno pesare più di quanto non si creda sulla bilancia delle forze
anti-yankees. Indubbiamente, la capacità dello sforzo espansionistico degli Stati Uniti nei varii campi,
e specialmente in quello bellico, non ha ancora raggiunto il massimo. Però bisogna chiedersi: fino a
quale punto esso è volontà cosciente e unitaria, capacità di realizzazione pratica e lungimirante? La risposta che
si potrà dare a tale domanda implicherà necessariamente il giudizio sull'efficienza di tale sforzo.
L'improvvisazione che acquista effimera forza ma non intima consistenza con i successi, l'empirismo
che permette bensì uno spedito cammino, ma che non impedisce, anzi favorisce i bruschi tracolli, l'assenza
di un'idea o di una morale che evita bensì certe inibizioni ma che non crea il valido sostegno di una fede,
sono essi elementi sufficienti per conquistare il mondo? I nordamericani non riescono abbastanza bene
ad individuare tare e difetti europei, ma ignorano profondamente i propri vizi e le proprie debolezze. Non
basta il fatto di non avere una storia per poterne creare d'un tratto una propria e addirittura su piano mondiale.
La loro stessa impennata volontà è di carattere sportivo. Ottima per vincere un incontro ma non per decidere
in una immane guerra le sorti del mondo.
Con l'evoluzione delle operazioni di guerra, gl'interessi antagonistici europei e nordamericani si
profilano sempre più nettamente.
Nel tempo stesso affermazioni curiose e contraddizioni sintomatiche si avvertono nel campo americano.
È ben noto che non esiste una "nazione americana", ma che si tratta di diecine di milioni di emigrati e di
figli di emigrati europei non amalgamati ma inquadrati dalla preesistente organizzazione, mentalità e
lingua anglosassone: conglomerato imponente di struttura, fecondo di produttività, legato da potenti interessi
materiali ma soprattutto solo in apparenza. Dirigendo, lusingando e manovrando le masse socialmente
ed etnograficamente differenti, agisce la potentissima casta plutocratica della guerra e delle visioni
imperialistiche. Ma al di fuori delle cifre e della sicumera oratoria sull'immancabile vittoria, affiorano negli Stati
Uniti profonde inquietudini che si esprimono in diverse maniere. Eccone una di pensiero singolarmente
convergente, sebbene espresso da due diversissime personalità: tanto il vecchio ottantenne Morghentau dal
profondo della sua introversione ebraica quanto il disinvolto e avvenirista Wallace, richiamano tutti e due l'attenzione
dei loro concittadini sul pericolo per gli Stati Uniti di dover fare una terza guerra. Contro chi?
Contro Mosca, che disputerebbe a Washington la ancora problematica vittoria: contro l'Inghilterra per
ridurla definitivamente a Stato federale, contro un'Asia comunque recalcitrante o contro un ritorno offensivo europeo?
E non sarebbe originata forse da una segreta inquietudine la smania nordamericana di universalizzare il
suo dominio? Vogliono fare presto e tutto; ma è sommamente dubbio che lo Stato nordamericano e la
psicopatia collettiva che lo domina possano equilibratamente riaversi dopo l'inevitabile urto con la realtà.
Attualmente l'euforia di potenza nel Nord America è in pieno sviluppo. Una sola documentazione per tante:
Kingsbury Smith, uno dei più quotati volgarizzatori delle intenzioni della Casa Bianca, scriveva ancora nel
gennaio scorso sulla rivista "American Century" (badate al titolo "Secolo americano!") che la distruzione dei
Paesi dell'Asse non costituiva l'ultimo obiettivo della politica americana, ma il semplice inizio di una
auspicata evoluzione. Lo scrittore attribuiva agli Stati Uniti nel dopoguerra il ruolo di "gendarme del mondo", con
una specie di superintendenza su tutti gli altri popoli, avendo come aiutanti in tale bisogna i tre attuali alleati!
I rimbrotti all'Inghilterra, la candidatura alla successione dell'Impero britannico, ripetutamente posta,
il giuoco di lusinghe e di aiuti alternati a freddezze ed intrighi verso Mosca, i reclamistici e poveri aiuti
a Ciung King non sono che frammentarie indicazioni: non forse ancora di un piano ma certamente di
un indirizzo mentale pronto ad essere concretato in un'azione politica. Viceversa, nemmeno vicinissimo
alla sua casa Zio Sam può essere sicuro. Nell'apparente idillio fra America anglosassone e latina il
discorso dell'ambasciatore del Messico a Cuba, José Ruben Romero, pronunciato all'Avana il 14 aprile, è stato
una nota lacerante. Il rappresentante di uno Stato così legato alla dittatura rooseveltiana, presso un
governo apertamente comunistizzante come è quello dell'ex-sergente Batista, ha osato parlare di pericoli
costituiti dal prepotere degli Stati Uniti a danno degli Stati centro e sud-americani, di timori che la libertà dei
paesi dell'America latina venga a soffrire di ulteriori restrizioni, di banchieri nordamericani che
agiscano esclusivamente a beneficio del loro paese, concludendo con un appello a mantenere l'autonomia
interna, esterna ed economica degli Stati ibero-americani.
Di fronte alle prepotenze, ai ricatti e ai piani mondiali di Washington per spontanea reazione, più forte
di ogni inquadramento occasionale, gli amici diventano più tiepidi e si fanno sospettosi, i nemici degli
Stati Uniti consolidano la loro volontà di vittoriosa resistenza, mentre tra gli stessi nordamericani affiorano
dubbi e malumori sugli scopi fondamentali della guerra nello stesso tempo nel quale si alimenta sempre più di
essi il sogno delirante quanto inutile di una dominazione mondiale.
Dionisio Colombini
La Sicilia, frontiera della Patria
Da: "Corriere Valsesiano", 17 luglio 1943
Il cuore degli italiani scandisce, nel suo battito appassionato, da alcuni giorni, il nome della Sicilia,
frontiera della Patria. Da lunghi mesi l'animo della Patria era teso verso l'isola, sottoposta già, attraverso la
quasi quotidiana vicenda degli attacchi aerei, ad una prova guerriera che confermava l'eroica virtù delle
genti siciliane. Dalla giornata di sabato, quando il Bollettino 1141 ha annunciato che il nemico aveva iniziato
il suo attacco diretto alle coste sud-orientali dell'isola, tutto il pensiero del popolo nostro è laggiù.
Ogni combattente di Sicilia, ogni abitante della Sicilia appaiono, più che mai, le sentinelle avanzate dell'Italia
e dell'Europa. Sono, soprattutto, i nostri fratelli adunati in prima schiera: così come le famiglie siciliane
sono all'avamposto di tutte le famiglie italiane.
L'avvenimento bellico, da lungo tempo preparato dal nemico, con un vasto preludio di fuoco che non
ha risparmiato nessun obiettivo civile e che ha cercato senza riuscirvi di fiaccare il prode animo delle
popolazioni siciliane, non si presta ancora a commenti strategici e a induzioni. La parola, per quanto riguarda
gli avvenimenti militari, va lasciata in questi casi, e più che mai in un'ora di così alto impegno per
l'intera Nazione, ai bollettini.
L'ora è solenne e sacra, come tutte quelle che toccano non solamente quello che geograficamente
e spiritualmente è il suolo della Patria, ma come tutte quelle che riguardano l'intero complesso di
quell'entità superiore, fatta di mille e mille tradizioni e di una lunga e incorruttibile fede, che corrisponde al nome
della Nazione. In quest'ora solenne e sacra, l'intero cuore dell'Italia batte dunque all'unisono con quello
dei combattenti e del popolo di Sicilia, caro, grande ed eroico popolo che sta sullo spalto più avanzato
del Mediterraneo e che illumina da tanti mesi, col suo sacrificio, quel mare consacrato dai fatti ai destini
della Patria.
L'attacco, come è stato detto, non era inatteso. Tutte le operazioni strategiche compiute in questi tre anni
di guerra sulla costa africana e contro l'Italia erano in diretto rapporto alla soluzione, per il nemico, di quel
problema del Mediterraneo, e dunque dell'Italia, che ha richiesto, per essere portato sulla pedana
di combattimento delle nostre terre, la coalizione di tutte le forze imperiali anglosassoni e di tutte
quelle accorse dall'America. Le giornate che l'Italia, con impavido animo, sta vivendo sono in rapporto alla
lunga teoria di anni guerrieri che hanno visto il teatro delle operazioni spostarsi tante volte fra le arene egiziane
e le sabbie tunisine. Tutto è in rapporto alla complessa, minacciosa e subdola campagna politica che
la propaganda nemica ha sferrato in ogni ora, ma sempre inutilmente, contro la compattezza spirituale e
contro il saldo valore di unità del nostro popolo, fermo e solido, graniticamente solido nei ranghi,
deciso, contrariamente alle opinioni di Londra e di Washington, a una resistenza ad oltranza, perché questa
riguarda il suo onore e la sua stessa vita presente e futura.
Conquistata Tunisi, occupata Pantelleria, assicurate le basi di partenza aeronavali dell'Africa del
Nord, dimostratasi vana la guerra dei nervi, respinta sdegnosamente l'offerta di resa a discrezione, l'ingente
massa armata che il nemico ha adunato sui lidi d'Africa doveva passare all'attacco. Gli italiani lo sapevano,
e sapevano e sanno che le loro sponde sarebbero state e sono la meta sulla quale la coalizione nemica
deve cercare la soluzione del pesantissimo problema dell'attacco alla fortezza europea. La cosiddetta ora X
doveva scoccare, e l'Italia, che è stata sempre, dall'inizio delle ostilità, in primissima linea sulle sue
svantaggiose posizioni d'oltremare e in tutto il mare che la circonda, sapeva che le sue rive avrebbero costituito a un
dato momento l'epicentro di quella lotta nella quale è in gioco non solo il destino di un secolo, ma quello di
tutto il sistema sociale e continentale che ha nome Europa.
L'ora è solenne e sacra, sul nobile lido siciliano, fra le terre e fra le genti dell'isola che vide nei millenni
tanto travaglio di storia, e sempre custodì alta la sua fierezza e la sua severa antichissima virtù. L'ora è solenne
e sacra per tutta l'Italia e per tutti gli italiani, poiché, come la Sicilia, così tutto l'intero nostro
territorio nazionale, santificato da un lavoro e da una civiltà che non hanno paragoni nella storia, costituisce un
unico fronte di resistenza per la tutela di un diritto di vita e d'avvenire che non ha fosche cupidigie di dominio
ma solamente una illuminata volontà di giustizia. Nella coscienza della sacra solennità di quest'ora la
decisione dell'intero popolo nostro è ferma, incrollabile, granitica. Ogru cittadino è un combattente per una
suprema legge d'onore. L'isola siciliana ne è il blasone di fede e di certezza, come ogni nostra zolla, santificata
dal sudore e dal sangue delle generazioni che nel vasto giro dei millenni hanno dato esempio di ogni virtù e
di ogni ardire al mondo.
Il dovere dell'ora
Da: "La Sesia", 30 luglio 1943
Storici avvenimenti si sono successi dal 25 luglio, sovrastati dalla Augusta parola di Sua Maestà il
Re Imperatore che ha avuta immediata eco sugli italiani pronti a seguire i Suoi ordini, unicamente dettati per
la salvezza della Patria. Il popolo ha intuito la gravità dell'ora, ha fedelmente accettato tutte le
deliberazioni, ha continuato nel suo lavoro - dopo comprensibili manifestazioni di patriottismo - con la serenità che
promana dalla Augusta promessa, dalla fedeltà del Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, il soldato valoroso, il
figlio illustre del forte nostro Piemonte.
Ma nessuno attende miracoli, nessuno intenti processi: oggi, tutti - con l'animo sgombro da ogni
sentimento che non sia d'amore al Paese - procediamo in disciplina, serrati attorno alla Maestà del Re Imperatore,
agli ordini del Capo del Governo, fissi alla meta luminosa che è la Patria nostra immortale. "L'Italia ritroverà
nel rispetto delle istituzioni che ne hanno sempre confortata l'ascesa, la via della riscossa" ha ammonito
il Sovrano: a noi offrirgli, con la nostra certezza, la nostra fede.
Dal dolore duramente provato, dall'angoscia che gli animi fasciò e serrò, nascerà il domani di giustizia
per tutti, nella ritrovata serenità di spiriti e intenti, nella ripresa dei traffici e del lavoro, nella leale
comprensione dei doveri e dei diritti, per tutti uguali, nella libertà fatta di responsabilità.
Senza fretta pericolosa, senza intempestività, ma con ponderatezza, severità e serietà. Facciamo in modo
di essere degni, con il nostro civile comportamento.
Nessuno intenti processi.
Non è l'ora. Il nemico è in casa. Revisione di gravi responsabilità e di colpe verrà a suo tempo, e la
sentenza sarà quale dovrà essere, perché la giustizia si esplicherà a mente fredda, scevra delle passioni che oggi
la guiderebbero e, forse, accecherebbero.
"Chi ha sofferto del regime, chiede di essere ora risarcito istantaneamente e in toto". Scrive Tullio
Giordana, il nuovo direttore della "Gazzetta del Popolo" al quale va il nostro saluto nel nome di una antica amicizia
che ci legò e ci lega al vecchio giornale piemontese, stroncata da un gesto settario di un suo dirigente. "Chi
ha creduto di sentire ingiustizia - continua - la vorrebbe riparata seduta stante, e chi ha accertato colpe passerebbe
senz'altro a giudizi sommari. È che ciascuno vede nel cono del suo piccolo mondo e qualche volta
una persona sola. Il Governo invece guarda alla Nazione".
Questa è la guida nostra: ma essere fiduciosi, disciplinati, rispettosi alle leggi ed alle istituzioni che
saranno ripristinate. Ogni moto inconsulto, oggi, accrescerebbe il caos, istituirebbe un disordine che tornerebbe
di comodo ai nemici, mentre più che di tutto noi abbiamo necessità di ordine, unica strada da percorrere
per trovare la pace.
Nessuno attenda miracoli.
Il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, assumendo il potere di un'ora tanto triste quale il Paese mai
ha attraversato, non ha fatto promesse dettagliate, né poteva diversamente.
Intanto si è rientrati nella Costituzione ed è già grande cosa: e molto lavoro deve compiersi ancora perché
gli istituti di ogni ordine e, più, gli animi, si ottemperino a questo ritorno all'antico per riprendere,
come ammonì il Sovrano, "la via della riscossa". L'Italia è in guerra: non si può, non si deve parlare di
pace, mentre abbiamo il nemico, imbaldanzito da successi, su una parte del suolo della Patria: che, con
una superbia che ancor più offende, pretenderebbe dall'Italia il tutto, compreso l'onore, oltraggiandola con
la sua infida propaganda anche in quello che ha di più sacro, eccitando all'odio, alla rivolta, minacciando
mine su mine se non si procede ad una resa senza condizioni, con quella fretta che può fargli molto comodo.
Il nemico è nemico. Non voleva trattare col fascismo aveva ripetutarnente asserito: il fascismo - non
per questa sua pretesa - non c'è più: ma le sue mire non mutano, dissi...
Non parliamo di pace in questi giorni: ricordiamo che per i problemi interni e per quelli esteri c'è una
guida sicura: non intralciamo, con movimenti inconsulti, il suo operare volto al bene dell'Italia.
Agire diversamente è compiere un tradimento? Contro la Patria, contro i nostri fratelli alle armi, contro
noi stessi.
Attendere con fede e lavorare: ecco l'imperativo del momento grave: esser degni del passato per
mirare all'avvenire ecco il comandamento dei morti per la Patria. Ascoltiamo la loro voce.
gi.pi.
Armistizio
Da: "Corriere Valsesiano", 11 settembre 1943
Soffochiamo il fiotto di amarezza che ci sale dal cuore. Ancora ci risuona nell'orecchio la voce del
grande Soldato che ha annunciato al popolo il compiersi di un destino ormai ineluttabile. Era la voce di un
uomo che ha servito la Patria con le armi in eventi fortunosi e memorabili. Con Diaz, che lo aveva chiamato al
suo fianco dopo Caporetto, aveva preparato all'Italia la grande ora solare, l'ebrezza infervorante di
Vittorio Veneto. Succeduto a un condottiero improvvisato nella direzione dell'impresa etiopica, aveva
prontamente riparati gli errori del suo predecessore, e portate le armi italiane vittoriose ad Addis Abeba. Immaginiamo
il sentimento del Maresciallo nell'atto in cui adempiva al duro compito riservatogli dal destino, il più duro
che il destino potesse riservare ad un italiano e ad un soldato: quello di annunciare la fine di una guerra in cui
la sorte è stata avversa all'Italia. Energica e ferma, la voce di Badoglio ci è apparsa in qualche istante velarsi
di tristezza. Non si può chiedere a nessuno, neppure ad un animo fortissimo, l'impassibilità di fronte
alle sventure della Patria.
Ma la realtà va guardata in faccia, anche se è una faccia ingrata. È inutile illudersi. Le guerre si
combattono fino a che c'è speranza di vittoria, o almeno di una pace meno dura. Quando anche questa speranza
è perduta, insistere sarebbe follia. Se avesse insistito, Badoglio si sarebbe reso responsabile di un delitto.
Altre mamme, altre spose italiane avrebbero pianto la morte dei loro figli e dei loro mariti. Altre città
avrebbero conosciuto la furia devastatrice dei bombardamenti nemici. Per quale scopo, con quale utilità? È
assurdo supporre che il nemico, la cui strapotenza di mezzi appariva di minuto in minuto più schiacciante, ci
avrebbe fatto tra quindici giorni condizioni migliori di quelle che ci farà oggi. Nessun uomo di coscienza e
di umanità si sarebbe mai preso la responsabilità di chiedere al popolo nuovi sacrifici solo per aggravare
la situazione.
La decisione dell'Italia è del resto ineccepibile sotto ogni punto di vista. Il popolo italiano non abbandona
le armi, è rimasto senz'armi. Si ritira da una lotta che non è più in condizione di combattere. Nessuno
poteva pretendere che esso si offrisse inerme all'offesa nemica, passivo bersaglio ai suoi potenti mezzi
distruttivi. Una tale ostinazione, un tale gratuito suicidio non sarebbero stati di utilità per alcuno. Fino a che ha
avuto armi, fino a che ha avuto la possibilità di resistere l'Italia l'ha fatto, e l'ha fatto con onore. Non si può
negare la superba dimostrazione di valore che il nostro soldato ha offerta sui campi di battaglia, in condizione
di perpetua inferiorità di mezzi. Questo ci consente di proclamare che l'Italia esce dalla guerra con onore. Tutto
può essere perduto: ma l'onore è salvo.
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