Antologia di articoli di giornali locali


Settembre-dicembre 1942

El Alamein e il Don

A cura di Marilena Zona

Sono stati consultati: "Il Biellese", Ufficiale dell'Azione Cattolica Biellese, a. LVI, il "Corriere Valsesiano", a. XLVIII; "L'Eusebiano", Ufficiale dell'Azione cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli, a. XIV, "Il Popolo Biellese", bisettimanale fascista, a. XXI; "La Provincia di Vercelli", Foglio d'ordini della Federazione dei Fasci di Combattimento di Vercelli, a. LXXII.
Non è stato possibile consultare "La Gazzetta della Valsesia" poiché nelle biblioteche pubbliche locali non è conservata alcuna collezione di questo periodico.
Si ringrazia l'Editrice Valsesia per aver consentito la consultazione della collezione del "Corriere Valsesiano".



Presentazione

Negli ultimi mesi del 1942 la stampa locale riduce di molto gli articoli riguardanti gli sviluppi dei fatti bellici. In particolare il "Corriere Valsesiano", che esce ridotto a due pagine, risente della lontananza del redattore Francesco Lova, "balda penna nera in una gloriosa Divisione alpini in Russia" ("Corriere Valsesiano", 19 settembre 1942), da dove invia al giornale impressioni, quasi note autobiografiche, riportate in prima pagina, a puntate. La Russia che ne emerge è quella di un popolo succube e vittima del bolscevismo, mostro disumano e subdolo. Nel Paese però, "ripreso dalle truppe dell'Asse", "la vita è tornata a riprendere, coi suoi diritti, e c'è come una ansia di quiete e di pace" ("Corriere Valsesiano", 19 settembre).
È da notare che quando Lova scriveva non era ancora iniziata la controffensiva sovietica e la battaglia di Stalingrado.
"Il Popolo Biellese" del 21 settembre riporta che "in Stalingrado le truppe liberatrici stanno facendo giustizia di una resistenza accanita e folle". Anche "L'Eusebiano" del 24 settembre tende a sottolineare "l'importanza della conquista di Stalingrado" con l'articolo, apparso in prima pagina, "Il mondo partecipa emozionato alla titanica lotta per la conquistata di Stalingrado", di massima importanza in quanto, secondo il giornale locale, "baluardo di copertura per tutto un vasto, possibile movimento strategico nelle zone meridionali della Russia".
Il 23 ottobre ha inizio la battaglia di El Alamein e nel novembre successivo le forze dell'Asse iniziano la ritirata. "La Provincia di Vercelli" del 10 novembre riporta in prima pagina un breve trafiletto dedicato all'eroismo dei combattenti: "Il popolo italiano segue con serena fiducia e appassionato amore i suoi combattenti lontani". Intanto gli americani sbarcano in Marocco e in Tunisia ed il "Corriere Valsesiano" del 21 novembre imputa la colpa "al ridanciano fedifrago presidente Roosevelt", che "si rivolge alla radio ai buoni 'citojens', parla della Francia Immortale, cerca di lusingarli affinché lascino sul loro suolo d'Algeria e del Marocco compiere agli americani i comodi atti di brigantaggio". E "Il Popolo Biellese" del 26 novembre sottolinea nell'editoriale di D. Colombini la volontà "di dominio del Mediterraneo centrale" da parte degli angloamericani a scapito delle forze del Tripartito. Anche la Francia è considerata colpevole di aver tradito l'Italia: "Avrebbe potuto fare delle nostre aspirazioni nazionali verso occidente, così giuste e così per lei poco dannose, il pegno di indistruttibile amicizia" ("Il Popolo Biellese", 30 novembre) quando ormai il generale De Gaulle con il Pcf ha elaborato un piano comune per l'insurrezione nazionale.
"La Sesia" del 30 novembre riporta la notizia del successo dell'8a armata inglese in Egitto e dell'offensiva aerea sulle città del Piemonte, della Liguria e della Lombardia, nonché dell' "aggressione" nell'Africa settentrionale francese, che definiva "tre scosse gravi che, pensò il nemico, dovevano scuotere la fede del popolo italiano, travolgere il nostro patrimonio spirituale, gettarlo, implorante, nelle braccia del nemico. Calcoli, come sempre, sbagliati".
Nel dicembre 1942 "La Provincia di Vercelli" ribadisce il diritto dell'Italia sul Mediterraneo in quanto "l'alto potenziale demografico dell'Italia ne giustifica il diritto al possesso" "e il Mediterraneo sarà ancora e sempre il mare di Roma".
Alla fine del mese si segnala l'offensiva sovietica nella regione del Don, riportata dal "Corriere Valsesiano" come "nuovo attacco bolscevico" la cui estensione è stata impedita da "truppe germaniche predisposte su posizioni arretrate".




Gli articoli

L'importanza della conquista di Stalingrado

Da: "L'Eusebiano", 24 settembre 1942

Il mondo partecipa emozionato alla titanica lotta per la conquista di Stalingrado. I combattenti russi devono morire, non possono arrendersi: l'ordine dei Comandi è ben noto. I difensori della Capitale del Volga, asserragliati nel rettangolo chilometrico dei caseggiati si battono per la vita: i ponti sono saltati, il tempo stringe drammaticamente. Le forze germaniche premono con forza, ma anche con metodo e cautela per non compromettere un numero di vite superiore alle spietate necessità della lotta. Ma perché tanto sangue, tante vittime, tanta tenacia nei russi per difendere Stalingrado?
Non è soltanto perché la città porta il nome di Stalin, e nemmeno per l'intrinseco potere produttivo del grande centro urbano che milioni di armati si scontrano e masse straboccanti di ordigni si elidono giorno per giorno; questi motivi politici ed economici avranno, sì, il loro peso, ma le ragioni vere per cui i russi difendono così a caro prezzo Stalingrado, sono di ordine militare.
Stalingrado infatti è il baluardo di copertura per tutto un vasto, possibile movimento strategico nelle zone meridionali della Russia: dal Mar Nero al Mar Caspio.
Incardinati su questo pernio di capitale importanza gli eserciti dell'Asse potranno dilatare con sicurezza le loro forze su tutti i versanti delle pianure ciscaucasiche non ancora raggiunte verso oriente.
La conquista di Stalingrado è di una importanza decisiva per le realizzazioni invernali che, lungo le traiettorie del sud, possono superare lo stesso crinale montuoso e arrivare non solo ma superare le grandi zone petrolifere.
È sempre doveroso non lasciarsi trasportare dalle fantasie quando la guerra invece avanza con lento ritmo, con duro impegno, contro sorprese ed ostacoli di ogni genere, ma è certo che le mete, con la conquista di Stalingrado, si affacciano intuitive, anche se lontane, nel disegno complessivo, mentre incombe intanto l'immenso compito del controllo della complicata zona caucasica.
Stalingrado è la premessa di questa azione panoramica a vastissimo raggio; un caposaldo necessario; il bastione di sicurezza per l'offesa e per la difesa. Ecco perché i russi la difendono questa città fino alla disperazione, ecco perché i nostri hanno sommato un prezzo così alto di sacrificio per conquistarla.
Ci sarà ancora da attendere?
È questione di ore.
Si combatte da giorni per case e quartieri: il vasto agglomerato offre risorse di protezione che i soldati russi vanno sfruttando con quell'accanimento ormai ben visibile ed accertato.
Nessuno può svalutare la realtà di questa tenacia, essa invece deve farci comprendere la forza dei combattenti che muovono all'assalto di così disperate ed inspiegabili forze.
La guerra all'est non autorizza per oggi né per domani illusioni facilone o pretesti semplificatori: si procede passo per passo: tappa per tappa.
E la Russia è un continente.
La conquista di Stalingrado condiziona tuttavia lo sviluppo della guerra per i mesi prossimi e lontani per le mete immediate e finali.



Eroismo di combattenti e fede di popolo
Da: "La Provincia di Vercelli", 10 novembre 1942

Sul fronte di El Alamein, dalla sera del 23 ottobre, arde una grande battaglia nella quale le forze italo-germaniche sono duramente impegnate per contenere la violenta pressione del nemico, il quale sa di giocare in Africa la sua carta più importante, anzi vitale, il Mediterraneo, e perciò alimenta con enormi mezzi il teatro d'azione.
Dopo aver a lungo resistito sul fronte di El Alamein le forze dell'Asse hanno dovuto ripiegare: ma i bollettini successivi hanno già precisato l'impeto entusiastico dei nostri contrattacchi e dal giorno 5 novembre, nella zona tra Fuka e Marsa Matruk, le ingenti perdite in uomini e materiali inflitti al nemico.
Il popolo italiano segue con serena fiducia e appassionato amore i suoi eroici combattenti lontani. Sentano essi al di sopra dei clamori della battaglia, la voce della nostra certezza. Noi sappiamo che nessuna forza riuscirà a sconfiggerli, come nessuna propaganda o nessuna vigliacchissima manovra nemica potrà scalfire la fede, la fierezza, la mirabile disciplina del popolo italiano. Genova, la regina dei mari, ancora una volta fatta segno della vigliaccheria dei bombardieri anglosassoni i quali - essendo i messaggeri di un popolo che non sa combattere lealmente - mirano a colpire vecchi, bambini, ammalati, Genova eroica e possente con la disciplina fiduciosa e l'olocaustico patriottismo della sua gente, risponde per tutti gli italiani che i nemici non prevarranno e che nei cieli dell'avvenire è già scritta per il popolo del Littorio una sentenza non revocabile: Vinceremo.
giesse



Costruttori contro distruttori
Da: "Corriere Valsesiano", 21 novembre 1942

Triste mese il mese di novembre. La natura, esaurito il suo compito, pare volga a morte. Nel cuore fa strada la mestizia, lo sconforto, quasi tutto dovesse aver fine. Questo sconforto invade gli animi deboli, gli uomini di poca fede, perché gli altri sanno bene, con assoluta certezza, che il campo brullo, l'albero spoglio rinverdirà a primavera con rinnovato vigore e tutto ritornerà a rigogliosa vita. Perché, sempre, la vita trionfa sulla morte.
È il secondo anno, dacché siamo in lotta, che vediamo nel grigio novembre oscurarsi il sole della Patria. Il nemico prende l'offensiva, il numero ed i mezzi preponderanti hanno ragione dell'eroismo nei nostri soldati; si cede, si indietreggia, contestando tuttavia il terreno palmo a palmo. Qualche cuore vacilla, qualche coscienza tituba, qualche pavido trama. Perché?
All'offensiva del novembre '41 è seguita la controffensiva del gennaio '42 che ha ricacciato il nemico oltre i confini egiziani. È dimenticato tutto ciò? È necessario ricordarlo? È necessario fare ancora appello ai ricordi storici? Tirar fuori Canne e Zama e, saltando secoli, Caporetto e Vittorio Veneto?
Quando Napoleone I dichiarò l'annessione del Piemonte alla Francia e i buoni lealisti piemontesi dovettero inghiottire tanta umiliazione, nessuno pensava o sperava che sarebbe venuto il giorno della rivendicazione. Si subiva rassegnati tanta triste sorte disperando dell'avvenire. Ma ecco all'improvviso Blucher, Waterloo. I francesi rivalicarono le Alpi e il Piemonte ritornò sotto l'amata bandiera di Casa Savoia. La nostra Patria fu sempre grande, ma ore lo è più che mai dopo venti anni di Regime, tesa verso la sua prosperità e la giustizia per il suo popolo. Dubitare dei suoi destini è bestemmiare.
Gli inglesi, ringoiando la loro boria, unica e sola causa di tutto il sangue che da quattro anni è versato nel mondo, hanno oggi chiamato in aiuto gli ineffabili cugini d'oltre oceano. Questi, da quei bravi trafficanti quali sono, hanno già posto al poco amato compare le loro ipoteche sull'Australia, sull'Irlanda, puntano sull'India, stanno succhiandosi a poco a poco l'Impero britannico, ed ai britanni, duri di cervice, toccherà la sorte del cavallo che, per vincere il cervo, ha chiamato l'uomo e da quel giorno non ha potuto più toglierselo dalla groppa.
Il ridanciano fedifrago presidente Roosevelt, dopo avere ora con gli inglesi violato il suolo dell'impero francese, si rivolge alla radio ai buoni "citojens", parla della Francia immortale, cerca di lusingarli affinché lascino sul loro suolo d'Algeria e del Marocco compiere agli americani i comodi atti di brigantaggio.
Il vecchio e leale Maresciallo Petain ha risposto da quell'uomo d'onore che è. Ignoriamo gli sviluppi di questo subdolo attacco dei nostri nemici. Quello che sappiamo è che, da qualunque parte vengano o ci attacchino, gli anglo-americani troveranno pane per i loro denti: e non prevarranno.
Oggi dobbiamo essere, come in tante e felicemente sempre superate situazioni analoghe fummo, un cuore solo; dobbiamo sentirci un'anima sola, tutti!
Un'anima sola coi nostri bravi soldati che difendono eroicamente l'onore della nostra bandiera, un'anima sola coi nostri fratelli cittadini della martoriata e invitta Genova, della forte e nobile Milano, della patriottica Torino, che i briganti isolani hanno fatto segno della loro rabbia e del loro livore. Tendiamo generosi, fraterni, la mano ai colpiti. Ogni casa ospiti un rimasto senza tetto, ogni borsa si schiuda per l'aiuto urgente e generoso alle vittime di tanta scelleratezza.
Distruggano le nostre chiese, i nostri ospedali, le nostre case i feroci anglosassoni, siano pure maestri di predoneria, di brigantaggio, di distruzione. Ricostruiremo là dove la furia ha abbattuto. Noi siamo dei costruttori, ed è del tempo di Vitruvio che costruiamo nel mondo.
Non potremo far risorgere le vittime assassinate ma il loro sangue innocente germoglierà, e germoglierà nei figli, nei nipoti di esse, misto all'odio implacabile che dovrà un giorno far sentire il suo peso agli inglesi che hanno preso a bersaglio la città natale del grande esule che fidò, ingenuo, nella loro generosità; ed agli americani che colle loro fortezze volanti cercano di distruggere il luogo natale del grande navigatore al quale debbono se non sono rimasti una tribù di selvaggi antropofaghi.



La Francia
Da: "Il Popolo Biellese", 30 novembre 1942

Lo spettacolo forse più tragico e compassionevole del mondo moderno. In questo cataclisma che lo sconvolge per ricostruirlo è il disfacimento nazionale e morale della Francia.
La Francia s'è cacciata in una guerra contro la Germania che le aveva onestamente dichiarata la sua decisione di rispettarne la integrità nazionale territoriale, politica e civile; ha respinto la mano che le era offerta dalla Germania quando questa, con la fulminea impresa di Polonia, aveva dimostrata la sua potenza guerriera, e quindi il pericolo che avrebbe potuto rappresentare per qualunque nazione del continente che si fosse opposta alla sua marcia verso l'ordine nuovo. Quando è stata abbattuta dalla tempesta che essa stessa si era rifiutata di evitare, e ha potuto chiaramente vedere che i suoi alleati non avevano né cura, né interesse, né rispetto della sua vita di nazione, la Francia avrebbe potuto ancora una volta salvarsi perché i vincitori, con una magnanimità che nessuno, se giudichi serenamente, può disconoscere, le avevano aperte le strade a una redenzione politica e forse anche militare, nell'armonia di un'Europa rimodellata secondo le leggi dell'avvenire.
Da quel momento essa ha sempre condotto (si saprà un giorno fino a che punto in mala o in buona fede) un doppio giuoco, che avrebbe disonorato una delle repubblichette dell'America Centrale o Meridionale: tenere a bada l'Asse, mostrandosi vagamente disposta a collaborare, e suscitare insieme aspirazioni e speranze a un rinascere dell'alleanza con gli anglosassoni, oppure a una sua sottomissione alle loro mire. Quando il giuoco si è fatto serrato, sia perché l'Asse cominciava a diffidare, e la diffidenza si illuminava di sempre più vivi e sinistri lampi di tradimento, sia perché gli Anglosassoni, non più serviti dal tempo, ma dal tempo incalzati a cercare una risoluzione, erano già in procinto di invadere il suo Impero, la Francia, attraverso i suoi generali e ammiragli, ha dato lo spettacolo inverecondo di gente che non sa né lealmente accordarsi con il vincitore, né coraggiosamente ribellarglisi; ma impegna il proprio onore in promesse e in giuramenti, che non solo è già disposta a rinnegare, ma che già in fatto rinnega con la sua diplomazia nascosta e subdola.
Forse mai una nazione civile ha così denudato in faccia al mondo le piaghe del suo spirito, e mentre si spezza e rovina, ha cancellato dalla sua tragedia la nobiltà che la potrebbe rendere commovente. L'incredibile è che a questo la Francia si è condotta perché essa, che ci pareva il popolo più ardentemente nazionalista di tutta l'Europa, e forse del mondo, s'era lasciata penetrare e disfare spiritualmente da tutti gli internazionalismi: massoneria, bolscevismo, ebraismo, i quali indipendentemente dai loro ideali, ma solo e proprio perché movimenti internazionali, hanno distrutto quel fiero sentimento nazionale che nelle età passate, e anche di recente nella grande guerra s'era rivelato in eroismi collettivi che mettevano la nazione all'avanguardia di tutte quelle che si son create col loro sangue e con la loro ostinata prodezza un diritto a guidare l'umanità.
Ma più ancora incredibile è che la Francia si sia lasciata così pervertire da elementi estranei alla sua tradizione nazionale, al suo interesse e alla sua grandezza di popolo, e si sia lasciata precipitare in questo abisso di sfortune e di vergogne, esclusivamente perché è stata, specialmente dal nostro Riscatto in poi, avvelenata da una irragionevole e morbosa gelosia dell'Italia, che s'era mutata in odio e in rancore, e fermentava nel suo sangue, anche quando essa ci illudeva con espressioni di amicizia e di fraternità.
Eppure l'Italia non aveva contro di essa mire di espansione, di dominio, di privilegio: quando ha raggiunto, fin dai tempi di Cavour, il chiaro senso della sua necessità di conquistarsi terre di popolamento e di lavoro per le sue moltitudini cariche di figliuoli, s'è rivolta all'Etiopia, in zona del tutto distinta, staccata e remota dall'impero francese africano, e dai fondamentali interessi coloniali della Francia (se si faccia astrazione da quel puro e semplice punto d'appoggio della Somalia, che non poteva essere pomo di discordia tra due popoli di buon senso e di lealtà, e di grandezza proporzionata). Quando ha pensato, per la sua necessità di sentirsi sicura nel suo mare, alla Quarta Sponda, è vero che ha aspirato alla Tunisia - perché le era dai lontani tempi riconosciuta come zona d'influenza da tutti gli onesti, - perché il suo possesso in mano di qualsiasi straniero voleva dire un pericolo mortale per la Sicilia (sempre più grave col crescere della potenza dei mezzi bellici e dei trasporti marittimi e aerei), - e perché la Tunisia è addirittura impastata del sudore e del sangue dei coloni siciliani; ma ha mirato con le armi alla Libia, e si sarebbe accontentata che la Francia che già le aveva strappato Tunisi con un giuoco da prestigiatore della diplomazia, non avesse fortificata Biserta proprio in odio all'Italia.
Sarebbe bastato che in questo rimaneggiare (chiaramente inevitabile a tutti gli spiriti veggenti) che in guerra fa delle reciproche posizioni dell'Europa, per un riordinamento decisivo, la Francia, che aveva visto l'Italia sanguinare per quattro anni e moltiplicarsi d'eroismo e di resistenza per raggiungere i naturali confini d'oriente, le avesse lasciati raggiungere i naturali confini d'occidente, che non potevano rappresentare per la Francia una perdita di territorio indispensabile, ed erano o moralmente come Nizza e la Savoia, o fisicamente come la Corsica, parte integrante e viva del corpo della nazione italiana.
Disgraziatamente per lei la Francia, fin da quando s'è accorta che l'Italia usciva dai secoli della sua decadenza, e ripigliava la sua ascesa per la grande strada della sua storia quasi tre volte millenaria, s'è lasciata accendere e tutta bruciare da questa gelosia inesplicabile: non ha mai voluto intendere né la voce della ragione, né quella della fraternità, né quella del comune interesse dell'Europa e della civiltà tutta; e pur di non cedere all'Italia il poco che essa ingiustamente deteneva, e di cui l'Italia si sarebbe appagata per una pace eterna con lei, si è buttata in braccio all'Inghilterra sua secolare antagonista e nemica, e stava per gettarsi in braccio all'America, rinnegando con ciò, del tutto, la sua posizione tra i popoli-guida d'Europa.
Noi ripensiamo, senza nostalgia, ma con un accoramento profondo, alla fede che abbiamo sempre serbata alla Francia, e che, invece di diminuire, per tante prove di inimicizia e di livore (abissini d'Etiopia e beduini di Libia hanno sparato sempre sui nostri soldati con armi in gran parte francesi) era cresciuta e s'era come rinsaldata tra la fine dell'Ottocento e il principio del Novecento; ed è testimonianza nella poesia del Carducci (sebbene il grido "Noi che t'amammo o Francia" sappia già un po' di rimpianto), e in quella del D'Annunzio, specialmente nell' "Orazione per la Sagra dei Mille", che, della parola "Francia" risquilla come d'un grido d'orgoglio.
Traditi in questo nostro affetto, che avevamo nutrito di azione sacrificale, disgustati dalla condotta ambigua di questo periodo d'armistizio francese, disdegnosi dello spettacolo indegno di tutti questi generali e ammiragli francesi che danno la loro parola d'onore di soldati e la svergognano, noi confidiamo ancora nella rinascita della Francia.
Ma bisognerà che uno sbocco di sangue e di seme la rigeneri nella sua totalità spirituale proprio come in un nuovo nascimento.
Se riusciremo, noi dell'Asse, a salvarle la parte che è solo sua, e che deve essere adeguata alla sua potenza demografica, del suo impero, se riusciremo noi dell'Asse con la nostra occupazione totale a impedire che essa sia violata dalla insultante marcia degli Anglosassoni, che entrerebbero nelle sue terre come liberatori, per trattarla poi come un loro Dominio, e per farne campo di battaglia alla loro ambizione e al loro interesse, la Francia potrà riunirsi in armonia d'intendimenti, d'azioni e aspirazioni alle altre genti d'Europa, perché è innegabile che essa ha avuto da dire qualche grande parola, e qualche altra ne potrà dire ancora.
Ma è stato necessario per questo che noi, contro la sua volontà e la sua ostinatezza, abbiamo messo il piede in Nizza, nella Corsica e nella Tunisia, e che ora questi tre nomi abbiano così diverso sapore dall'acredine con cui tormentavano i nostri spiriti.
La Francia avrebbe potuto fare delle nostre aspirazioni nazionali verso occidente, così giuste e così per lei poco dannose, il pegno di indistruttibile amicizia.
Dio voglia (ce l'auguriamo per lei, e non per noi, che siamo oramai del tutto fuori dalla zona del suo potere ostile e della sua malignità diplomatica) che i fatti di questi giorni non abbiano inacerbito e indurito il vecchio rancore antiitaliano: sarebbe per la Francia il cancro che le divorerebbe il cuore: essa ne resterebbe disfatta per sempre.
Ettore Cozzani



Bello spettacolo
Da: "La Sesia", 30 novembre 1942

D'un baleno tutta la ferocia del nemico si è scatenata sull'Italia e sulle sue provincie africane. Con dovizia di mezzi e con l'impiego dell'8a Armata inglese, trasferita dalla Siria e dalla Palestina in Egitto, il nemico ha avuto ragione delle nostre truppe, che si difendono accanitamente e che contrastano il passo all'avversario con indomabile tenacia infliggendogli perdite gravissime in uomini e materiali.
Quasi contemporaneamente una offensiva aerea su città del Piemonte, della Lombardia e della Liguria prive di valore bellico, abitate da popolazioni inermi, intente al loro lavoro quotidiano, seminando grandi ruine e mietendo molte vittime. Poi l'aggressione nell'Africa settentrionale francese che doveva avere, col sogno e nei piani del nemico, sviluppi ben più vasti nel continente europeo.
Tre scosse gravi che, pensò il nemico, dovevano scuotere la fede del popolo italiano, travolgere il nostro patrimonio spirituale, gettarlo, implorante, nelle braccia del nemico.
Calcoli, come sempre, sbagliati.
Nessuno nega la gravità del non dover attraversare ore dolorose in una guerra come l'attuale che non ha riscontri storici sia per la sua ampiezza che per la modernità e potenza dei mezzi impiegati nelle offese. Quando si accetta, con animo forte, di entrare in un conflitto armato, si sa in antecedenza che si devono vivere le ore liete e le ore tristi.
Il sogno perverso svanì prima ancora che il piano offensivo, studiato meticolosamente dai nemici, avesse il suo svolgimento o si compisse almeno nella sua parte iniziale. Fare fidanza sullo smarrimento morale del popolo italiano è negare l'alto valore di una antica civiltà, che redense il mondo: è come affermare che il male possa trionfare sul bene.
Il popolo italiano segue queste ore con piena consapevolezza, e non si piega. È proteso con inestinguibile amore ed ammirazione verso le truppe dell'Africa che hanno sopportato il peso grande di forze soverchianti; è fraternamente vicino alle popolazioni che soffrono per i vilissimi bombardamenti aerei, condividendo i loro dolori, prodigandosi per lenire le loro angoscie: è orgoglioso della sua Marina e della sua Aviazione che frantuma, con i loro interventi eroici, la tracotanza nemica e distrugge, con le loro potenti navi, il bel sogno di una impossibile egemonia.
Questi sono i sentimenti che albergano negli animi degli italiani in questi giorni. E questi essendo la guida, sbandamenti o smarrimenti, stiano pur certi i nemici, non si verificheranno, né oggi né domani. La storia lontana e vicina lo documenta: e l'animo degli italiani è educato a quella storia.
Stiano pure convinti gli inglesi, gli americani e tutti i loro consoci: verrà il dì nostro.
E sarà il premio per aver creduto, obbedito e combattuto.



Guerra e Mediterraneo
Da: "La Provincia di Vercelli", 4 dicembre 1942

Il Mediterraneo è di nuovo l'epicentro della guerra dacché gli anglo-americani, col favore dei francesi traditori, hanno posto piede nell'Africa del Nord nell'illusione di serrare in una morsa fatale le forze dell'Asse dispiegate alle soglie del Sahara, sulla Quarta Sponda fecondata dal lavoro e dalla civiltà italica.
La tempestiva e pronta reazione dell'Asse ha permesso di occupare due posizioni chiave del Mediterraneo - Tolone e Biserta - e di sbarrare ancor meglio nel canale di Sicilia quella "breve strada" che gli inglesi volevano riaprire per Suez e l'Egitto, più non essendo bastevole il naviglio decimato dai sottomarini del Tripartito, a sostenere la onerosa via del Capo di Buona Speranza. Due porti, due basi di cui non si sarebbe più dovuto parlare fino alla pace, ritornano così in scena a favore di quelle Nazioni che lottano per la difesa e l'avvenire dell'Europa contro i tiranni extra europei ed anti europei. Fedeli alla loro condotta farisaica e piratesca, avevano tentato costoro di riavere a disposizione, sotto la parvenza di uno sciocco quanto vano rinnovarsi di una Francia combattente al Banco di Albione, le basi e la flotta Mediterranea di Francia, inchiodate dalle clausole di armistizio. Ma il "colpo" - pure con l'ausilio degli ammiragli e dei generali traditori - non è riuscito che in minima parte, fornendo agli anglo americani solo parte dell'Impero coloniale francese. La flotta si è auto affondata nella baia di Tolone, Tunisia, Corsica, la Francia non occupata, compresa Tolone, sono nelle mani dell'Asse.
Contemporaneamente la terroristica barbarie anglosassone si è illusa di piegare il popolo italiano con gli incivili bombardamenti di Genova, di Torino e di Milano, dove sono stati scelti a bersaglio dei pirati della Raf le abitazioni civili e la popolazione stessa. Ma le fumanti macerie delle tre storiche città non possono che rappresentare una ben viva piaga nel secolare corpo della Patria nostra che non induce a sgomento, ma grida vendetta. Il popolo italiano, che ha storia e una tradizione millenaria di onore, di valore, di civiltà, non può non superare, come supera, in piena fierezza, l'ora dura che passa. Il popolo italiano che sì luminosi esempi ha dato in passato e, che ancor di recente non cedette minimamente alle proditorie ed inique sanzioni, affronta oggi con animo virile la nuova barbarie di coloro che sono al di là della barricata: il conflitto tra due epoche e due idee non ammette compromessi e tentennamenti. Ogni prova, sia essa anche durissima, è affrontata e superata vittoriosamente perché un popolo non può mancare ai suoi destini quando il suo spirito è alimentato da una Rivoluzione universale come la fascista, ed è sostenuto da una Fede che lo fa credere, obbedire e combattere, vale a dire ne fa un mistico della guerra.
Anzi il popolo italiano comprende che è la logica della storia che lo vuole oggi più di ieri partecipe della lotta universale, onde è ancora più fiero di questi suoi sacrifici, siano pur essi gravi come quelli che vedono città bombardate e focolai distrutti. Perché il fatto che l'epicentro della guerra sia il Mediterraneo vuole appunto significare che se anche una guerra europea diviene mondiale, essa non può concludersi che nel Mediterraneo e col possesso del Mediterraneo. E il Mediterraneo sarà ancora e sempre il mare di Roma.



Continua con immutata violenza la battaglia sul medio Don
Da: "Il Biellese", 24 dicembre 1942

[...] Sul fronte orientale il bollettino germanico del 21 ha fornito qualche notizia sugli attacchi bolscevichi sul fiume Don che in precedenti bollettini erano accennati in forma generica per quanto già si segnalasse la imponenza delle forze attaccanti. Un nuovo attacco bolscevico è da più giorni in corso sul medio Don. Impiegando forze ingentissime e non badando a perdite, i bolscevichi sono riusciti a superare la linea di difesa. Il bollettino stesso, allontanandosi dalla consuetudine di riservatezza, avverte però che per parare a una minaccia sul fianco, truppe germaniche predisposte su posizioni arretrate hanno impedito l'estendersi del vantaggio ottenuto dai bolscevichi in un primo tempo.
Nel successivo bollettino del 22 il Comando tedesco non fornisce ulteriori particolari e si limita a dire che i combattenti sul Medio Don continuano con immutata violenza. In proposito i corrispondenti italiani da Berlino scrivono che ragioni di riserbo, assolutamente ovvie in una fase come l'attuale, non consentono di "fornire precisazioni circa i limiti territoriali di questa battaglia, né di entrare in dettagli circa le nuove funzioni che incombono alle truppe italiane a seguito dell'appuntarsi dello sforzo nemico, con la conseguente nota penetrazione in uno dei punti di sutura fra i diversi settori tenuti rispettivamente dalle forze dell'Armir e dalle forze alleate. Il quadro di questa gigantesca battaglia acquista per altro sufficiente rilievo, se lo si considera sotto lo speciale punto di vista delle contromisure che il comando germanico, secondo quanto è stato annunziato fin dai giorni precedenti ha posto in applicazione per neutralizzare strategicamente e tatticamente i guadagni territoriali realizzati dal nemico con la sua anzidetta penetrazione. Benché l'offensiva sovietica sia tuttora in pieno svolgimento, sono queste contromisure che già imprimono una nuova fisionomia alla battaglia del medio Don. In altre parole, nonostante la formidabile pressione a cui esse devono attualmente far fronte, le forze antibolsceviche perseguono decisamente la realizzazione di un loro proprio obiettivo, che è quello di dominare e di dirigere in battaglia nel senso del piano operativo del comando tedesco. Sarà soltanto alla conclusione di questa seconda fase che si potrà parlare di decisione nella battaglia del medio Don".