Antologia di articoli di giornali locali
Maggio-agosto 1942
Tobruk e Stalingrado
A cura di Marilena Zona
Da un articolo edito in "l'impegno", a. XII, n. 2, agosto 1992
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Sono stati consultati: "Il Biellese", Ufficiale dell'Azione Cattolica Biellese, a. LVI; il "Corriere
Valsesiano", a. XLVIII; "L'Eusebiano", Ufficiale dell'Azione Cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli, a. XIV; "Il
Popolo Biellese", bisettimanale fascista, a. XXI; "La Provincia di Vercelli", Foglio d'ordini della Federazione
dei Fasci di Combattimento di Vercelli, a. XX; "La Sesia", giornale di Vercelli e provincia, a. LXXII.
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non è conservata alcuna collezione di questo periodico.
Si ringrazia l'Editrice Valsesia per aver consentito la consultazione della collezione del "Corriere Valsesiano".
Presentazione
L'antologia della stampa
locale prosegue con articoli del secondo quadrimestre del 1942.Il
"Corriere Valsesiano" del 16 maggio, nella rubrica intitolata "Gli avvenimenti", che per qualche tempo copre lo
spazio degli editoriali, riporta la notizia della battaglia nel mar dei Coralli, dove "le forze navali giapponesi
hanno inflitto alle flotte anglosassoni una tremenda sconfitta, che fa perfino impallidire quella di Pearl
Harbour". In realtà la flotta giapponese subì perdite ingenti e questa sconfitta segnò una battuta d'arresto per
l'avanzata giapponese in Australia.
Il 13 giugno ancora il settimanale valsesiano cita, come insignificante notizia di cronaca, lo scontro
navale presso le isole Midway, nel quale "sono state colate a picco altre due navi-portaerei americane".
"Dalla sconfitta russa nel settore di Karkov agli attacchi terroristici della Raf sulla Germania" è il titolo
di prima pagina de "Il Biellese" del 2 giugno, in cui la notizia dell'inizio dell'offensiva aerea inglese in
Germania viene data come attacco terroristico contro tre chiese e due ospedali, che la propaganda anglosassone
ha gonfiato circa il numero degli aerei partecipanti all'attacco.
Sabato 27 giugno il "Corriere Valsesiano" apre col titolo "Tobruk riconquistata" e scrive: "Da domenica
21 giugno il tricolore è tornato a sventolare nel cielo di Tobruk e di Bardia" e ancora: "Gli inglesi, in
sostanza, hanno dimostrato di non saper resistere ad un bombardamento violento come quello svoltosi contro
Tobruk nei giorni 19 e 20; e di non saper sostenere la lotta corpo a corpo contro i nostri nuclei di truppe
d'assalto". Viene inoltre delineata la nuova situazione strategica creatasi nel Mediterraneo che vede il nemico privato
di una "vantaggiosa base" che lo allontana da Malta in parallelo "all'agonia di un'altra piazzaforte di
prim'ordine: Sebastopoli".
Questa ripresa italiana in Africa permette a Ettore Cozzani, su "Il Popolo Biellese" del 30 giugno, di
sottolineare più volte la fede che ha avuto il popolo italiano rispetto agli "scettici, miscredenti e pavidi", "fede
che abbiamo una missione di grandezza e di giustizia [...]. Fede che la Penisola Dio l'ha varata e ancorata
nel mezzo del mare Mediterraneo perché lo dominasse e vigilasse [...]. Fede che la Penisola è così
slanciata verso l'Africa che quasi la tocca, perché sia il ponte con cui l'Europa s'aggancia al continente nero e vi
opera il suo passaggio, che vuol dire lo investe della sua civiltà", a giustificazione della colonizzazione che
pare voluta da Dio.
Il 17 luglio sul fronte orientale ha inizio la battaglia per Stalingrado (che, come è noto si concluderà
nel febbraio del 1943 con la resa dei tedeschi, che segnerà la svolta decisiva verso la sconfitta nazifascista)
e, puntualmente, "La Provincia di Vercelli" pubblica un editoriale di propaganda all'offensiva delle forze tedesche.
Ai primi di agosto il Congresso indiano rivendica l'indipendenza: questa posizione ripropone
l'attualità della questione asiatica, intesa da "Il Popolo Biellese" come "un grosso nodo che sta venendo al
pettine mentre i giapponesi stanno con le armi al piede e completano la loro preparazione in attesa della
cessazione dei monsoni e delle temperature tropicali", quasi come paladini a difesa dell'indipendenza indiana
nei confronti di "chi pretende farla da padrone in casa altrui". "Non sappiamo - afferma Domenico Bodo
nelle righe conclusive di questo articolo - se e quando il Giappone affronterà gli inglesi per indurli, a suon
di cannonate, a mollare l'osso indiano. Ma è indubitato che molto presto, probabilmente, il teatro di
guerra orientale ritornerà di palpitante attualità".
Gli articoli
Gli avvenimenti
Da: "Corriere Valsesiano", 16 maggio 1942
Sabato 9 maggio l'Italia fascista ha celebrato la Giornata dell'Esercito e dell'Impero in piena e
assoluta unità di spiriti e di forze, impegnata com'è con tutta la sua tenace volontà nella lotta per la vittoria.
Il nostro pensiero fiero e commosso è andato, come sempre, agli eroici Caduti, a quanti sui fronti
più lontani, dall'Africa Orientale alle steppe russe, dall'Africa Settentrionale al fronte greco, riaffermando
le gloriose e fulgide virtù guerriere della razza italiana, con il sacrificio della vita hanno scritto pagine
luminose di gloria. Ai combattenti tutti il popolo italiano, nella giornata celebrativa dell'Esercito e dell'Impero, ha
rivolto il suo fervido saluto nell'incrollabile certezza della vittoria.
Il popolo italiano sa che la guerra è lunga e dura: abituato al combattimento, nessun sacrificio,
nessuna privazione lo fermeranno o potranno comunque rallentare il suo fervido ritmo di lotta e di lavoro. La
nostra è una causa santa. Dobbiamo assicurare al nostro Paese il diritto alla vita, la potenza imperiale e una più
alta giustizia sociale, e nel contempo garantire che la nostra civiltà non sarà travolta dalla barbarie, ma
continuerà a essere luce nel mondo e ragione di vita per quanti nei fattori morali, famigliari e religiosi vedono
l'essenza stessa dello spirito umano.
Il popolo nostro ha perciò celebrata la Giornata dell'Esercito e dell'Impero col giuramento di vittoria.
Sui campi di battaglia o impegnati a preparare le armi per il combattimento e la vittoria, gli Italiani sono più
che mai un blocco solo di forze e di cuori. L'Italia riavrà il suo Impero, e la luce della sua civiltà tornerà
a illuminare le terre etiopiche.
È la certezza espressa nel messaggio che un velivolo della R. Aeronautica, superato di un solo balzo
il Mediterraneo ed i deserti libico e del Sudan, è andato a lanciare il 9 maggio, sull'Asmara e su altre
località dell'Impero. L'ala italiana, lanciata attraverso lo spazio verso quei territori che le vicende della guerra
hanno tolto momentaneamente alla Patria per ridarglieli in un giorno di gloria da tutti atteso, è sembrata il
simbolo più bello della nostra assoluta certezza. La celebrazione della Giornata dell'Impero ha avuto con
questo gesto meraviglioso, che solo mente italiana poteva concepire, un'impronta che la renderà indimenticabile. |
Le imprese della Raf. Il bollettino tedesco dà notizia di un attacco terroristico condotto nella notte da
sabato a domenica sulla città di Colonia dalla Raf. Tre chiese e due ospedali sono andati distrutti e gravi
danni hanno sofferto quartieri d'abitazione. Sono stati abbattuti, secondo quanto riconoscono gli stessi inglesi,
44 apparecchi attaccanti. La propaganda anglosassone ha comunicato delle cifre enormi sulla quantità
di apparecchi che avrebbero partecipato all'attacco di Colonia, stormi mai visti durante la guerra.
L'agenzia ufficiosa tedesca smentisce dette cifre ed assicura che gli apparecchi nemici abbattuti rappresentano la metà
degli apparecchi che hanno attaccato Colonia e che la risposta tedesca a questo nuovo attacco
terroristico non tarderà a venire in misura superiore. Com'era da attendersi, questa ripresa delle azioni notturne
della Raf sulle popolazioni tedesche, ha dato l'aire ad una nuova campagna della propaganda anglosassone
sulla "non stop" offensiva aerea e sulla creazione del secondo fronte. Alle incursioni aeree della Raf si
aggiungeranno quelle dell'aviazione americana e poi, raggiunto lo schiacciamento aereo della Germania, le truppe
anglo-americane sbarcheranno sul continente e andranno a Berlino. Non è che non veda come il
programma giornalistico e radiofonico sia perfetto, ma dal dire al fare ci sono di mezzo le forze dell'Asse delle quali,
al momento opportunto, bisognerà forzatamente tener conto. E allora può darsi che il bilancio consuntivo
non scorra più così liscio come il bilancio preventivo.
Il corrispondente berlinese della "Gazzetta del Popolo" scrive che sul bombardamento di Colonia
vengono riferiti nella capitale tedesca impressionanti particolari. "È stata, ha dichiarato un popolano, una notte
tremenda: sembrava veramente che sulla città si fossero riversati torrenti di ferro e di fuoco. In pochi minuti
grandi caseggiati erano in preda alle fiamme, mentre altri colpiti in pieno da bombe di grosso calibro
venivano letteralmente rasi al suolo. Evidentemente allo scopo di ottenere il massimo effetto terroristico, gli
apparecchi nemici lanciarono sul centro della città migliaia di bombe incendiarie. Le fiamme sviluppatesi
simultaneamente in punti diversi di una medesima contrada resero oltremodo difficile l'opera di salvataggio. E tuttavia,
ha dichiarato un altro interpellato, sono stati compiuti miracoli di altruismo. La popolazione è
stata disciplinatissima, conservando il suo sangue freddo nei frangenti più terribili. Lo spirito di solidarietà
ha avuto manifestazioni veramente commoventi. Fino a questo momento non si conosce il numero delle
vittime, ma esso sarà certamente elevato. L'attacco vero e proprio è durato non più di un'ora e mezzo. Gli
apparecchi nemici giunsero a ondate e non pochi scesero a bassa quota. Sono appunto questi ultimi che vennero
raggiunti ed abbattuti dal fuoco micidiale della contraerea. Molti altri furono abbattuti dalla caccia notturna".
Tra gli edifici colpiti è pure la sede del Consolato italiano. L'Ambasciatore Alfieri si è recato subito
a Colonia per incontrarsi con i dirigenti di quella nostra
collettività.
Tobruk riconquistata
Da: "Corriere Valsesiano", 27 giugno 1942
Da domenica 21 giugno il tricolore è tornato a sventolare nel cielo di Tobruk e di Bardia. Bardia era
stata occupata dal nemico la prima volta all'inizio del 1941, dopo una memorabile difesa dei nostri; venne da
noi rioccupata il 12 aprile dello stesso anno ma cadde nuovamente in mano degli inglesi il 2 gennaio 1942,
dopo avere resistito in condizioni difficilissime per ben trentacinque giomi. Tobruk è rimasta in mano del
nemico un più lungo periodo: 17 mesi. La piazzaforte era infatti caduta dopo una tenace resistenza nel
gennaio 1941, durante la prima grande offensiva britannica coritro la Cirenaica. Durante la nostra prima
riconquista nel marzo-aprile del 1941, i britannici riuscirono a mantenere Tobruk valendosi dei formidabili
apprestamenti difensivi creativi dalle artiglierie navali.
Si creò così quel "fronte di Tobruk" sul quale per lunghi mesi le forze dell'Asse fronteggiarono le
munite difese della piazzaforte assediata ed i vari tentativi britannici di sortita: snervante guerra di posizione,
condotta con mirabile spirito di sacrificio dai nostri soldati in un ambiente di apocalittica desolazione. Ma la
guarnigione inglese di Tobruk veniva rifornita per via marittima e si difendeva anche mediante impiego di grandi artiglierie.
La seconda grande offensiva inglese contro la Cirenaica poteva così avvalersi dell'intervento tattico
della guarnigione di Tobruk operante alle spalle dei nostri combattenti a Sidi Rezeth, a Bir el Gobi. Perciò
era nell'intendimento del Comando delle Forze dell'Asse operanti in A. S. che il "caso Tobruk" non si
ripetesse più a favore degli inglesi. Infatti, nella seconda riconquista della Cirenaica avvenuta nel gennaio e
febbraio di quest'anno, le forze dell'Asse non hanno proceduto nella Marmarica oltre Ain El Gazala. In Marmarica
si sarebbe avanzati solo quando i presupposti strategici e tattici sarebbero stati tali da poterla far finita
anche con Tobruk. Gli avvenimenti hanno confermato appieno la logicità di tale piano e la tempestività
dell'azione che ora si è maturata. Questa battaglia della Marmarica, durata ventisei giorni, è stata durissima, ma
condotta con grande abilità dal Comando, combattuta con indomito valore dai soldati d'Italia e di Germania,
ancora una volta accumunati nella sorte del rischio e della gloria.
La sconfitta inglese ha un duplice significato: tattico e strategico. Tatticamente essa dimostra la
miglior tempra dei nostri combattenti in confronto di quelli britannici, i quali nel passato hanno vinto (e non
sempre) solo quando possedevano un'enorme superiorità di mezzi. Neutralizzata quella superiorità, il valore,
la disciplina, il mordente del soldato italiano hanno nettamente prevalso sul combattente inglese. Alla
vittoria hanno naturalmente contribuito l'eccellente materiale, nonché la fraterna collaborazione dei nostri
alleati germanici; ma questi sono i primi a riconoscere l'efficienza delle nostre superbe Divisioni, fra le quali si
sono distinte in modo speciale la "Trieste" e l' "Ariete".
Gli inglesi, in sostanza, hanno dimostrato di non saper resistere ad un bombardamento violento come
quello svoltosi contro Tobruk nei giorni 19 e 20; e di non saper sostenere la lotta a corpo a corpo contro i
nostri nuclei di truppe d'assalto. La loro forza di nervi è crollata d'un colpo. È un caso non comune, che rivela
una stupefacente debolezza morale in quella compagine che poteva sembrare tanto solida.
La conquista di Tobruk rafforza la nuova situazione strategica mediterranea privando il nemico di
una vantaggiosa base ed allontanandolo sempre più da Malta, mentre il nostro naviglio acquista la
disponibilità di un ottimo porto naturale, sfruttandolo sia agli effetti della guerra in Africa, sia agli effetti della
guerra marittima nel Mediterraneo. Alle barriere che la Sardegna e la Sicilia creano verso occidente si
aggiunge verso oriente una nuova barriera poggiata su Creta e su Tobruk. La battaglia di Pantelleria e della
Marmarica sono una sola grande battaglia infausta per il nemico, vittoriosa per noi. Vittoria pienamente
meritata, perché non dovuta a colpi di fortuna ma abilmente predisposta dai Capi, tenacemente e duramente
conquistata dai combattenti: il popolo italiano può andare oggi e sempre fiero.
L'irruente azione in Africa non si è naturalmente fermata: ieri infatti il Bollettino del Quartiere
Generale delle Forze Armate ha annunciato che, travolte le resistenze opposte dalle unità superstiti dell'VIII
Armata britannica al confine libico-egiziano, e conquistate Ridotta Capuzzo, Sollum e Halfaya, le forze
dell'Asse hanno proseguito l'inseguimento del nemico, che si ritira verso Oriente. Sidi El Barrani è stata occupata e
la zona a sud di tale località superata.
Strategicamente la nostra riconquista di Tobruk e il fallimento completo del disegno aggressivo degli
inglesi in Libia hanno un valore anche maggiore, che si apprezzerà tanto meglio quanto più si metteranno in
rapporto le operazioni nell'Africa Settentrionale con quelle del lontanto Oriente. La tesi anglo-americana era
che convenisse momentaneamente rassegnarsi a essere più deboli nel Pacifico, pur di essere fortissimi
nel Mediterraneo. Conveniva perciò rischiare (e perdere!) Singapore per salvare Tobruk. Ma oggi gli
anglosassoni hanno perduto Singapore e qualche altra cosa ancora, e non hanno salvato Tobruk. Tutta la loro
condotta strategica della guerra ha dunque fatto fallimento; il loro dilemma ha avuto una soluzione totalmente
negativa: le conseguenze ne saranno senza dubbio gravissime, e speriamo di constatarlo quanto prima.
Quasi nello stesso tempo assistiamo all'agonia di un'altra piazzaforte di prim'ordine, Sebastopoli: già
i tedesco-romeni sono entrati nell'ultima cinta e combattono nell'abitato. Anche questa sarà una
vittoria grande e feconda per l'Asse e sanzionerà un'altra assurda deviazione della politica inglese. Attorno
a Sebastopoli gli inglesi lottarono a lungo, meno d'un secolo fa, per mettere un freno alla minacciosa
espansione russa; oggi essi vorrebbero, in odio all'Asse, facilitare questa espansione nella sua forma piu spaventosa,
il bolscevismo! Il nome di Sebastopoli, altra volta citato con compiacenza nella storia britannica, diventerà
da oggi in poi una pagina di vergogna e di rimorso per gli inglesi. Anche qui dunque accanto alla
sconfitta militare essi dovranno registrare una sconfitta morale irreparabile.
Nello scacchiere del Pacifico assistiamo a nuove arditissime iniziative nipponiche contro le coste
americane. I danni causati dalle azioni di bombardamento dei sommergibili non possono naturalmente essere
molto rilevanti, ma queste scorribande debbono dare agli americani il senso angoscioso della minaccia che
incombe sui loro mari e alla quale non possono in alcun modo mettere
riparo.
Guerra allegra
Da: "L'Eusebiano", 9 luglio 1942
Gli Stati Uniti hanno celebrato la festa del soldato. I battaglioni, fieri, superbi, in uniformi
inamidate, coperti di gloria, conquistata sui campi di golf, del tennis, o nelle molli passeggiate notturne o nelle
dure pazienze davanti alle stelle cinematografiche; avvolti nello splendore di eroismi, raggiunti nelle
snervanti battaglie per difficili conquiste eroiche, nelle gare di sport o sulle poltrone dei caffè chantants, sono
passati a marce forzate sotto le finestre e i balconi delle vie cittadine, fatti segno alle entusiastiche ovazione
della folla. Una pioggia di fiori, di coriandoli, di caramelle li ha letteralmente coperti, mostrando al mondo
con quanta passione il popolo americano segue gli sforzi di Roosevelt e prepara i conquistatori dei continenti.
Tutto ciò deve servire a calmare le bollenti collere di Stalin, che vede già con lenti di ingrandimento
planare sull'Europa occidentale gli eserciti americani, travolgenti, tutto fuoco. Il secondo fronte, tanto invocato,
è già in atto: già battaglia coi coriandoli e le caramelle per le vie delle città americane, già bombardato
da selve di applausi e mitragliato dai baci delle miss statunitensi. Non è questa la guerra più piacevole,
più divertente, più popolare? Ecco perché Roosevelt trascina facilmente con sé tutto il mondo della
repubblica stellata. Ma non so se queste allegre dimostrazioni faranno buon sangue a Mosca. Anche i
battaglioni sbarcati nell'Islanda e nell'Irlanda settentrionale fanno la stessa guerra; tirano a campare allegramente
tribolazioni e tormento delle popolazioni, obbligate a subire le loro prepotenze.
Agli americani piacciono le farse, non le tragedie.
Si può mandare materiale bellico agli alleati, finché ne vogliono: questo è un magnifico affare, che
riempie le tasche dei sudditi di Roosevelt: ma esporre la propria pelle è un altro affare, che, non è americano. E
anche la flotta statunitense, dopo legnate incassate nel Pacifico, ha capito che è meglio star bene tappata e sicura
in qualsiasi posto del continente.
Questa è la guerra di Roosevelt, queste sono le glorie e le vittorie degli imbattibili e fulminanti
eserciti americani.
Senonché, anche per questo popolo felice comincia, sotto altra forma, la sua tragedia, la più vera, la
più fatale. In omaggio all'amicizia russo-anglo-americana, Stalin con una propaganda sfrenata, violenta,
prepara agli Stati Uniti un avvenire spaventoso, una Russia razza americana: questa è la sua vera vittoria. Ormai
la via è libera: col timone dell'idea bolscevica egli entra nel campo culturale e in quello delicato delle
coscienze, a tutto incendiare e devastare e a piantarvi e sviluppare i germi marxisti rivoluzionari.
Quel popolo debole di principii, facilone e gaudereccio, che non ha forze morali di resistenza, verrà
travolto. La miopia volontaria di quel governo è paradossale.
Qui si gioca davvero i destini dell'America, qui si prepara la nuova dittatura rossa, che è quella delle
belve, della fame, della morte, dei senza Dio. L'Europa si è crociata per abbattere il mostro bolscevico, per
salvare la civiltà; per disinfettare il suolo da questa peste; l'America se lo mette in seno e beatamente attende
il tramonto del suo benessere. Su questo la cecità del presidente americano è davvero delittuosa. Egli
diventa il Kerenseki, il portiere del bolscevismo. Così per una follia degenerata di dominio si compromette la vita
e le fortune di un grande paese.
La festa del soldato statunitense si sta lentamente trasformando in quella della baldoria rossa. E un dì
non lontano, - se gli autisti non sterzano subito, - i coriandoli e le rose pioveranno sulle bandiere e sui
battaglioni del despota rosso.
Gli Stati Uniti stanno suicidandosi.
Don Walter
Bancarotta del bolscevismo
Da: "La Provincia di Vercelli", 17 luglio 1942
Il progredire delle vittoriose operazioni in corso ha concentrato ancora una volta l'attenzione verso la
Russia. La ragione è affatto evidente in quanto che era lecito presumere come il potenziale bellico del
bolscevismo dovesse essere confortato da una preparazione tecnica adeguata alle esigenze di una nuova strategia:
talché era piuttosto da attendersi un urto formidabile delle forze contrapposte in cui la Russia avrebbe allineato
un esercito non solo agguerrito, ma educato ad una consapevole disciplina.
Tuttavia, contrariamente a qualsiasi presupposto, è avvenuto che lo scontro si sia verificato - e continui
a verificarsi - tra le quadrate ed organiche forze dell'Asse contro masse fanatiche guidate da capi che
puntano esclusivamente sulla possibilità di utilizzazione di un ingente materiale.
È notorio come la terra di Lenin non abbia profonde e luminose tradizioni militari. Salvo sporadiche
eccezioni che si ricollegano a secoli ormai tramontati, lo spettacolo è di una uniformità grigia e meschina, ma
questo dato negativo avrebbe dovuto tradursi in un fenomeno positivo appunto per l'intervento rivoluzionario
inteso a riordinare lo stato in un nuovo assetto totalitario.
Si imputò alla politica zarista la trascuratezza in cui vivevano le popolazioni, la miseria del latifondo,
il malcontento originato da una falsa ed amorfa distribuzione della ricchezza, la mancanza di un
ordinamento militare che conferisse autorità e prestigio allo Stato.
La rivoluzione avrebbe dovuto capovolgere questa realtà emergente e sostituire ad una nazione
interiormente disgregata, una compagine forte, ben lontana dalla caotica Russia della battaglia dei Laghi Masuri.
Si imponeva, insomma, un processo di rieducazione che soltanto i movimenti rivoluzionari possono
dettare per la stessa natura dalla quale scaturiscono.
Invece la constatazione della realtà porta ad un convincimento assolutamente diverso: in quanto che
non solo la rivoluzione non ha operato il rinnovamento previsto, ma ha peggiorato le condizioni di vita preesistenti.
Un primo avviso germinò dal fallimento del piano quinquennale che avrebbe dovuto capovolgere tutti
i dogmi dell'economia classica attraverso un supercapitalismo di Stato: ma la prova più clamorosa
della bancarotta del bolscevismo è legata inseparabilmente ai risultati oggettivi di questa guerra.
La disfatta militare non riesce a nascondere una verità ben più profonda e assoluta: il crollo
dell'utopia comunista. La ragione di questo collasso era già chiara nel pensiero di Mussolini sin dal 1925. Nel precisare
le direttive della politica estera al Senato, il Duce richiamava alla realtà fondamentale della storia
come centro motore di vita e di civiltà. Attraverso la storia si attingono i motivi ideali per l'azione avvenire.
Più che mai si affermano i valori basilari della gerarchia che conferisce prestigio e continuità alla
disciplina e all'ordine delle forze interne.
Il mito della perfetta eguaglianza precipita nel baratro di tutte le passioni diabolicamente vissute mentre
si sostanzia la realtà di quelle caratteristiche differenziali che danno agli stati il contributo di una
perenne originalità costruttiva.
Nuove verità urgono all'orizzonte della storia: e bisogna comprenderle e viverle. La sconfitta delle
armi russe è il suggello del fallimento totale di una dottrina e di una prassi che non potranno mai più
risorgere.
Il nodo indiano al pettine
Da: "Il Popolo Biellese", 3 agosto 1942
Il segretario per l'India Amery ha preso la parola ai Comuni sulla questione indiana. È una grossa
questione, un grosso nodo che sta venendo al pettine mentre i giapponesi stanno con le armi al piede e completano
la loro preparazione in attesa della cessazione dei monsoni e delle temperature tropicali. Che i
giapponesi intendono presto o tardi intavolare, si intende nel campo militare, il discorso indiano, non può essere
dubbio: né il prevederlo, costituisce gesto da stratega da strapazzo. Basterebbe riferirsi al recentissimo discorso
di Tojo, primo ministro giapponese, che, sotto un certo aspetto, ha tutta l'aria di rappresentare
l'ultimo avvertimento all'India ed all'Australia. Tojo ha detto chiarissimamente che l'influenza anglosassone
in India e in Australia deve cessare con le buone o con le cattive. Ed è chiaro che le maniere cattive le userà
il Giappone quando avrà constatato che altre soluzioni non vi sono atte a far raggiungere il risultato.
Or è veramente interessante, in questi mesi che precedono l'impostazione di quest'altro grosso affare
orientale che è, del resto, una delle premesse per la creazione dello spazio euroasiatico-africano sufficiente
ed indipendente dalla economia anglosassone, è veramente interessante seguirne gli sviluppi preliminari.
In India, dopo le prime oscillazioni di Pandit Nehru, spira vento di fronda per gli inglesi. L'India - e per
essa il Comitato esecutivo del Congresso - ha fatto sapere agli inglesi che adotta la risoluzione ed il pensiero
di Gandhi, che si riassume nella richiesta di allontanamento dall'amministrazione britannica. Niente,
adunque, autonomia o libertà da conquistarsi dopo la guerra o dopo la molto ipotetica vittoria anglosassone
quale premio del copioso sangue che gli indiani avranno sparso: tale la proposta di Stafford Cripps.
Il Comitato esecutivo del Congresso sembra del seguente parere: libertà ed autonomia subito e
senza condizioni. E siccome il Congresso si riunirà il 7 agosto ed è prevedibile che approvi la linea di condotta
del suo Comitato esecutivo, il signor Amery ha ritenuto opportuno, parlando ai Comuni, di far
conoscere anticipatamente agli indiani il pensiero britannico. Un pensiero, lo diciamo subito, squisitamente,
tipicamente ed innegabilmente britannico: che rappresenta, cioè la più specifica tradizione di larvata prepotenza e
di ipocrita britannica ciurmeria.
"Se le proposte del Comitato fossero accolte, ha detto il signor Amery, ne deriverebbe un brusco e
completo sfasciarsi del meccanismo vasto e complicato del governo dell'India proprio nel momento in cui in
Russia, in Cina e in Egitto la situazione della guerra esige una energica collaborazione e il concentramento
delle risorse di tutte le potenze alleate.
Il Governo britannico, pure riaffermando la sua risoluzione di dare all'India le maggiori possibilità di
realizzare un governo autonomo, non può che avvertire solennemente tutti coloro che si schierano dietro la politica
del Comitato esecutivo del Congresso che il Governo dell'India non indietreggerà davanti al suo dovere
di prendere tutti i provvedimenti necessari per fare fronte alla situazione. Il Governo britannico spera che
il popolo indiano non voglia incoraggiare un movimento che avrebbe conseguenze disastrose, ma voglia
invece contribuire alla lotta contro i nemici comuni".
Dunque: a) niente libertà oggi, ma, se mai, libertà a guerra vinta; b) per ora, il popolo indiano pensi
a rifornire l'esercito britannico di carne da macello contro i nemici comuni; c) se il popolo indiano
insisterà nel voler essere padrone a casa sua il governo dell'India non si sottrarrà al suo dovere di prendere
provvedimenti repressivi.
Per quel che concerne la sostanza non vi è nulla, in tutto questo, che possa arrecare meraviglia.
In fondo tutto il discorso Amery, come, del resto, i precedenti discorsi di Cripps o di altri si riducono
a questo: l'Inghilterra ha un osso buono e, colle buone, non lo mollerà.
Quel che conta rilevare, invece, è il modo inconfondibilmente ipocrita ed inglese della presentazione
della questione. In Inghilterra tale è l'abitudine di capovolgere a proprio vantaggio i termini delle questioni
che non passa neanche pel capo dell'inglese medio il dubbio che nel discorso di Amery all'India si celi la più
brigantesca e la più ipocrita proposizione politica e morale che si possa immaginare. Per l'inglese medio,
di cui Amery è il tipico rappresentante, non sono gli inglesi che hanno torto a voler tenere la loro truppa ed
i loro funzionari accampati in India, ma sono gli indiani che hanno torto a pretendere di comandare in
casa propria ed a volere che i soldati ed i funzionari inglesi tornino a casa loro.
E quando si prospetta la possibilità di un conflitto tra chi pretende farla da padrone in casa altrui e l'altrui
che pretende di essere padrone in casa propria l'inglese medio trova che la minacciata repressione non è
un sopruso sebbene il compimento di un dovere. "Il Governo dell'India, proclama quel dabbenuomo di
Amery, non indietreggerà davanti al suo dovere di prendere tutti i provvedimenti necessari per far fronte alla situazione".
Le premesse creano le conseguenze: se gli indiani hanno torto a voler essere liberi, se gli inglesi hanno
il sacrosanto diritto di stare in casa altrui, se, correlativamente, hanno il dovere di reprimere i movimenti
dei riottosi tendenti alla libertà, è logico che l'India debba contribuire alla lotta contro il nemico comune;
leggi: fornire soldati da offrire in sostituzione di altrettanti inglesi alle mitragliatrici ed ai cannoni dell'Asse e
del Giappone.
In fondo il sistema inglese è semplice: basta definire giusto ed onesto tutto ciò che conviene
all'Inghilterra, e il resto viene da sé.
Prendiamo l'esempio più tipico e clamoroso, ovverosia quello della defunta Società delle Nazioni. Che
la Società delle Nazioni fosse un aborto avanti lettera si desume da questa sola proposizione: che si trattava
di una Società tra Nazioni aventi attributi sovrani.
Gli attributi della sovranità e la società, che significa assoggettamento alle deliberazioni di
maggioranza, sono una contraddizione in termini.
Chi è sovrano non può essere suddito di una società e neanche di una società di nazioni. Si
capisce, giuridicamente, una confederazione di stati nella quale il potere sovrano è dell'organo confederale e
nella quale gli stati confederati non hanno gli attributi di sovranità: vedi Stati Uniti e Svizzera. Ma una società
di stati sovrani è un non senso, e l'esperienza lo ha insegnato quando si è visto l'andirivieni di stati
che entravano ed uscivano nella e dalla Società delle Nazioni quando reputavano conveniente o sconveniente
ai loro poteri sovrani l'entrarvi e l'uscirvi.
Tutto questo, naturalmente, era arcinoto agli inglesi i quali, tuttavia, vollero che la Società si
costituisse perché sapevano, o speravano di potersene valere per ammantare di legalismo i loro soprusi a catena.
Ed abbiamo visto quel che è successo a proposito dell'impresa italiana in Etiopia. Siccome l'affare non
conveniva all'Inghilterra la Società delle Nazioni, manovrata adeguatamente, ha deliberato le sanzioni contro
l'Italia sotto il segno della difesa del debole contro il sopruso del forte, sotto il segno delle sanzioni
contro l'aggressione colpevole: quando, in definitiva, anche un bambino poteva capire che era supremamente
ridicolo questa crociata antiitaliana proprio per parte di quell'Inghilterra che bivaccava da secoli su cinquanta
milioni di chilometri quadrati di territori altrui!
Tutto questo entrava nella preferenza inglese, specialmente per la forma, fino a provocare nei cervelli
britannici un godimento fisico. E questo spiega il fanatismo con cui l'Inghilterra si è gettata sulla questione
etiopica inducendola a persistere su una carta sbagliata fino all'estremo.
La stessa mentalità anima oggi il discorso Amery sulla questione indiana e compenetra il cervello
dell'inglese medio.
Naturalmente noi non siamo in grado di prevedere che cosa faranno in concreto gli indiani seppure è
logico prevedere che il Congresso insisterà nel punto di vista del Comitato esecutivo.
Non sappiamo, cioè, se, quando il Giappone affronterà gli inglesi per indurli, a suon di cannonate, a
mollare l'osso indiano, sarà lo stesso osso ad animarsi ed a cercare di disvincolarsi. Ma è indubitato che
molto presto, probabilmente, il teatro di guerra orientale ritornerà di palpitante attualità.
Quel che si può per ora ricordare è questo, che il peripatetico generale Wavel, nei suoi rapporti
esplicativi delle sconfitte malesi, birmane e neerlandesi, ha rilevato che i giapponesi avevano trovato
popolazioni benigne alla loro venuta, quando non alleate addirittura. Sarà interessante vedere come reagirà
l'India allorquando arriveranno i giapponesi per combattere gli inglesi: questi inglesi che, secondo il signor
Amery, si accingono a sacrificarsi, in omaggio al dovere di difendere l'India aggredita!
A. Domenico Bodo
Il Brasile in guerra
Da: "La Sesia", 28 agosto 1942
Il Brasile, dopo aver compiuti molti atti di ostilità contro gli italiani e i tedeschi lealmente operanti, e
con ossequio alle sue leggi nelle sue frontiere, dopo aver rotto le relazioni diplomatiche con l'Asse, sospinto dal
bieco gioco della Casa Bianca, è entrato nella voragine della guerra. Il nuovo nemico dichiarato non
turba certamente i piani precisi dell'Asse e del Tripartito può recare danni. Immalinconisce però, constatare
come una nazione che ha origini latine, tradisca questa sua origine, che era titolo altissimo ed invidiato di
nobiltà, per buttarsi, anima e corpo, alla plutocrazia egoista e perfida, a tutto suo danno. Un conto nuovo si è
aperto: ed anche questo sarà saldato a suo tempo,
inesorabilmente.
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