Antologia di articoli di giornali locali


Maggio-agosto 1942

Tobruk e Stalingrado

A cura di Marilena Zona

Sono stati consultati: "Il Biellese", Ufficiale dell'Azione Cattolica Biellese, a. LVI; il "Corriere Valsesiano", a. XLVIII; "L'Eusebiano", Ufficiale dell'Azione Cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli, a. XIV; "Il Popolo Biellese", bisettimanale fascista, a. XXI; "La Provincia di Vercelli", Foglio d'ordini della Federazione dei Fasci di Combattimento di Vercelli, a. XX; "La Sesia", giornale di Vercelli e provincia, a. LXXII.
Non è stato possibile consultare "La Gazzetta della Valsesia" poiché nelle biblioteche pubbliche locali non è conservata alcuna collezione di questo periodico.
Si ringrazia l'Editrice Valsesia per aver consentito la consultazione della collezione del "Corriere Valsesiano".



Presentazione

L'antologia della stampa locale prosegue con articoli del secondo quadrimestre del 1942.Il "Corriere Valsesiano" del 16 maggio, nella rubrica intitolata "Gli avvenimenti", che per qualche tempo copre lo spazio degli editoriali, riporta la notizia della battaglia nel mar dei Coralli, dove "le forze navali giapponesi hanno inflitto alle flotte anglosassoni una tremenda sconfitta, che fa perfino impallidire quella di Pearl Harbour". In realtà la flotta giapponese subì perdite ingenti e questa sconfitta segnò una battuta d'arresto per l'avanzata giapponese in Australia.
Il 13 giugno ancora il settimanale valsesiano cita, come insignificante notizia di cronaca, lo scontro navale presso le isole Midway, nel quale "sono state colate a picco altre due navi-portaerei americane".
"Dalla sconfitta russa nel settore di Karkov agli attacchi terroristici della Raf sulla Germania" è il titolo di prima pagina de "Il Biellese" del 2 giugno, in cui la notizia dell'inizio dell'offensiva aerea inglese in Germania viene data come attacco terroristico contro tre chiese e due ospedali, che la propaganda anglosassone ha gonfiato circa il numero degli aerei partecipanti all'attacco.
Sabato 27 giugno il "Corriere Valsesiano" apre col titolo "Tobruk riconquistata" e scrive: "Da domenica 21 giugno il tricolore è tornato a sventolare nel cielo di Tobruk e di Bardia" e ancora: "Gli inglesi, in sostanza, hanno dimostrato di non saper resistere ad un bombardamento violento come quello svoltosi contro Tobruk nei giorni 19 e 20; e di non saper sostenere la lotta corpo a corpo contro i nostri nuclei di truppe d'assalto". Viene inoltre delineata la nuova situazione strategica creatasi nel Mediterraneo che vede il nemico privato di una "vantaggiosa base" che lo allontana da Malta in parallelo "all'agonia di un'altra piazzaforte di prim'ordine: Sebastopoli".
Questa ripresa italiana in Africa permette a Ettore Cozzani, su "Il Popolo Biellese" del 30 giugno, di sottolineare più volte la fede che ha avuto il popolo italiano rispetto agli "scettici, miscredenti e pavidi", "fede che abbiamo una missione di grandezza e di giustizia [...]. Fede che la Penisola Dio l'ha varata e ancorata nel mezzo del mare Mediterraneo perché lo dominasse e vigilasse [...]. Fede che la Penisola è così slanciata verso l'Africa che quasi la tocca, perché sia il ponte con cui l'Europa s'aggancia al continente nero e vi opera il suo passaggio, che vuol dire lo investe della sua civiltà", a giustificazione della colonizzazione che pare voluta da Dio.
Il 17 luglio sul fronte orientale ha inizio la battaglia per Stalingrado (che, come è noto si concluderà nel febbraio del 1943 con la resa dei tedeschi, che segnerà la svolta decisiva verso la sconfitta nazifascista) e, puntualmente, "La Provincia di Vercelli" pubblica un editoriale di propaganda all'offensiva delle forze tedesche.
Ai primi di agosto il Congresso indiano rivendica l'indipendenza: questa posizione ripropone l'attualità della questione asiatica, intesa da "Il Popolo Biellese" come "un grosso nodo che sta venendo al pettine mentre i giapponesi stanno con le armi al piede e completano la loro preparazione in attesa della cessazione dei monsoni e delle temperature tropicali", quasi come paladini a difesa dell'indipendenza indiana nei confronti di "chi pretende farla da padrone in casa altrui". "Non sappiamo - afferma Domenico Bodo nelle righe conclusive di questo articolo - se e quando il Giappone affronterà gli inglesi per indurli, a suon di cannonate, a mollare l'osso indiano. Ma è indubitato che molto presto, probabilmente, il teatro di guerra orientale ritornerà di palpitante attualità".




Gli articoli

Gli avvenimenti

Da: "Corriere Valsesiano", 16 maggio 1942

Sabato 9 maggio l'Italia fascista ha celebrato la Giornata dell'Esercito e dell'Impero in piena e assoluta unità di spiriti e di forze, impegnata com'è con tutta la sua tenace volontà nella lotta per la vittoria.
Il nostro pensiero fiero e commosso è andato, come sempre, agli eroici Caduti, a quanti sui fronti più lontani, dall'Africa Orientale alle steppe russe, dall'Africa Settentrionale al fronte greco, riaffermando le gloriose e fulgide virtù guerriere della razza italiana, con il sacrificio della vita hanno scritto pagine luminose di gloria. Ai combattenti tutti il popolo italiano, nella giornata celebrativa dell'Esercito e dell'Impero, ha rivolto il suo fervido saluto nell'incrollabile certezza della vittoria.
Il popolo italiano sa che la guerra è lunga e dura: abituato al combattimento, nessun sacrificio, nessuna privazione lo fermeranno o potranno comunque rallentare il suo fervido ritmo di lotta e di lavoro. La nostra è una causa santa. Dobbiamo assicurare al nostro Paese il diritto alla vita, la potenza imperiale e una più alta giustizia sociale, e nel contempo garantire che la nostra civiltà non sarà travolta dalla barbarie, ma continuerà a essere luce nel mondo e ragione di vita per quanti nei fattori morali, famigliari e religiosi vedono l'essenza stessa dello spirito umano.
Il popolo nostro ha perciò celebrata la Giornata dell'Esercito e dell'Impero col giuramento di vittoria. Sui campi di battaglia o impegnati a preparare le armi per il combattimento e la vittoria, gli Italiani sono più che mai un blocco solo di forze e di cuori. L'Italia riavrà il suo Impero, e la luce della sua civiltà tornerà a illuminare le terre etiopiche.
È la certezza espressa nel messaggio che un velivolo della R. Aeronautica, superato di un solo balzo il Mediterraneo ed i deserti libico e del Sudan, è andato a lanciare il 9 maggio, sull'Asmara e su altre località dell'Impero. L'ala italiana, lanciata attraverso lo spazio verso quei territori che le vicende della guerra hanno tolto momentaneamente alla Patria per ridarglieli in un giorno di gloria da tutti atteso, è sembrata il simbolo più bello della nostra assoluta certezza. La celebrazione della Giornata dell'Impero ha avuto con questo gesto meraviglioso, che solo mente italiana poteva concepire, un'impronta che la renderà indimenticabile.

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Nel Mare dei Coralli, nella zona di mare a nord-est dell'Australia, le forze navali giapponesi hanno inflitto alle flotte anglosassoni una tremenda sconfitta, che fa perfino impallidire quella di Pearl Harbur. Non è ancora noto lo scopo per cui l'Ammiragliato britannico e il Comando della Marina americana abbiano voluto impegnare nel Mare dei Coralli una così grossa formazione navale: se per proteggere qualche importante convoglio di rifornimenti all'Australia, oppure solo per spazzare da quell'itinerario oceanico le forze giapponesi. Comunque, il tentativo è finito assai male: nella battaglia aeronavale che ne è seguita, la Marina americana ha perduto due magnifiche portaerei e una nave da battaglia, mentre la squadra inglese ha subito pure una grave menomazione, per le avarie riportate da due grosse unità.
Questa nuova vittoria nipponica dà l'impressione che l'inferiorità degli anglosassoni nel campo navale sia assoluta e insanabile. Si tratta evidentemente non solo di numero di navi o di velivoli, ma di capacità di comandi, di bontà di equipaggi, di addestramento collettivo. Neppure in un sol caso, dall'inizio della guerra nippo-anglo-americana fino a oggi i giapponesi, sono stati battuti sul mare; e ciò che è più significante, neppure una volta hanno corso pericolo di esserlo. Il livello morale degli equipaggi anglosassoni deve essere davvero molto basso, se ogni scontro col nemico porta alla perdita disastrosa delle navi più belle.

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La campagna di Birmania può dirsi chiusa. Questo vasto e ricco Paese, anticamera dell'India, è ormai totalmente in potere dei giapponesi; i quali hanno anche completato in questi giorni l'occupazione delle Filippine facendovi altri 20 mila prigionieri. Si vede dunque quanto essi abbiano avuto ragione di non affrettare inutilmente i tempi e di evitare inutili stragi: le Filippine sono, a un certo momento, cadute nelle loro mani come una pera matura.
La battaglia ha ripreso con violenza nell'estrema parte orientale della penisola di Crimea, e precisamente nella zona di Kerch. Si ricorderà che questa città, chiave dell'istmo omonimo e dello strettissimo canale che separa la Crimea dalla regione caucasica, era stata occupata dalle Forze germaniche come tutto il resto della Crimea, all'infuori di Sebastopoli. Durante l'offensiva invernale sovietica, condotta con grandi mezzi anche navali, Kerch fu evacuata. Oggi le truppe tedesco-romene sono in azione in quell'importante settore, e l'offensiva è già stata coronata da un primo grandioso decisivo successo: in meno di cinque giorni la battaglia di sfondamento si è conclusa con l'annientamento del grosso delle forze nemiche. Questa vittoria di Kerch toglierà per sempre ai sovietici la speranza di riconquistare la Crimea.

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Il Mar di Barents, col disgelo, comincia a diventare un mare interessante. Gli anglosassoni tentano il rifornimento parziale a Stalin facendo capo al porto di Murmansk, ma nell'andata o al ritorno pagano il pedaggio. Il controllo di quel mare da parte dei tedeschi è attivissimo. Pochi giorni fa, aerei, navi e sottomarini tedeschi, in stretta collaborazione, hanno attaccato convogli nemici, che han perduto 40 mila tonnellate, mentre le unità di scorta han perduto un prezioso incrociatore di 10 mila tonnellate. La caccia ai convogli nemici nel Mar Glaciale è dunque copiosa. Non c'è più una sola via d'acqua ove gli anglo-americani si sentano sicuri. E sarà sempre peggio col passare dei giorni.

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Da un anno lo schiavista Tafari è a Addis Abeba. Come egli vi ritorna è noto: contro l'Etiopia l'Inghilterra lanciò tutte le forze del suo Impero per soverchiare poche migliaia di eroi italiani, che nel Duca d'Aosta ebbero l'Alfiere sublime del sacrificio e del valore. È noto, anche, come Tafari fuggì, nel 1936 dal suo ghebì: involando il tesoro dello Stato e piantando in asso il suo popolo. Churchill lo ha rimesso nel ghebì imperiale e nell'anniversario gli ha telegrafato il proprio compiacimento.
L'lnghilterra, che si proclama eletta dall'Onnipotente per la salvezza della civiltà, non ha avuto nemmeno il pudore del silenzio in tale occasione e ha definito Tafari un ricostruttore. Tafari ricostruirà per breve tempo. È certo che la sua fatica è vana. Verrà il giorno in cui le armi italiane, appuntate al suo deretano di fuggiasco, lo incalzeranno di nuovo: e non gli si darà il tempo per una seconda fuga. Questo giorno verrà: sarà quello in cui Tafari pagherà nello stesso attimo di Churchill. Tutto a suo tempo, naturalmente.



Sconfitta russa nel settore di Karkov
Da: "Il Biellese", 2 giugno 1942

Da una settimana è in corso un'azione offensiva delle forze italo-tedesche sul fronte della Marmarica. Dalla lettura dei nostri bollettini risulta l'asprezza della lotta che i nostri eroici soldati conducono in quel clima ormai infuocato dell'estate e risultano pure le gravi perdite già fatte subire al nemico nei primi giorni dell'azione offensiva. Sulla portata e sugli obiettivi che il Comando militare delle nostre forze libiche si è proposto sarebbe sciocco voler fare dei pronostici ed è logico che sia così almeno fino a quando la battaglia non abbia raggiunto il suo punto cruciale e non abbia rivelato la sua vera fisionomia. Attendiamo dunque serenamente gli sviluppi.
La battaglia di Karkov è terminata con una completa vittoria tedesca. Il totale dei prigionieri si eleva a 240 mila, quello dei carri armati catturati o distrutti a 1240 e quello dei cannoni ad oltre 2 mila.
Nei loro commenti i critici militari tedeschi osservano che dette cifre costituiscono senza più alcun dubbio una perdita gravissima e forse irreparabile per la forza militare sovietica. Ciononostante, nei circoli militari obiettivi ed autorevoli si osserva che sarebbe errato trarre da queste cifre delle deduzioni troppo ottimistiche per le future operazioni. Si pensa che malgrado il salasso subìto negli scorsi 15 giorni di battaglie e la cifra dei prigionieri, le armate a disposizione del Maresciallo Timoscenko siano ancora abbastanza forti per opporre una resistenza tenace nelle nuove azioni che saranno intraprese. Sottovalutare l'avversario - viene dichiarato a Berlino - non è stata mai una norma del Comando tedesco e tanto mento per quanto concerne la Russia sovietica. Ci vorrà ancora del tempo prima che l'Armata rossa possa essere battuta definitivamente. I contrattacchi russi, che proseguono lungo il corso del Donez sulla nuova linea raggiunta dai tedeschi e dagli alleati, ne sono una prova, sebbene anche in queste azioni dei russi si noti già una certa stanchezza. È evidente che Timoscenko, dopo il gravissimo colpo subíto a sud di Chancov e forse dietro ordini del Comando supremo sovietico, ha ora notevolmente ridotto i suoi piani strategici, limitandosi alla difensiva collo scopo più modesto di ritardare il più possibile una marcia ulteriore degli alleati verso oriente. Un simile piano difensivo, sarebbe favorito dalle imponenti linee di fortificazione da campo e da altre opere armate che i russi hanno costruito durante i mesi invernali per impedire ogni avanzata dei tedeschi verso il Don, Rostov ed i bacini petroliferi del Caucaso.

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Le imprese della Raf. Il bollettino tedesco dà notizia di un attacco terroristico condotto nella notte da sabato a domenica sulla città di Colonia dalla Raf. Tre chiese e due ospedali sono andati distrutti e gravi danni hanno sofferto quartieri d'abitazione. Sono stati abbattuti, secondo quanto riconoscono gli stessi inglesi, 44 apparecchi attaccanti. La propaganda anglosassone ha comunicato delle cifre enormi sulla quantità di apparecchi che avrebbero partecipato all'attacco di Colonia, stormi mai visti durante la guerra. L'agenzia ufficiosa tedesca smentisce dette cifre ed assicura che gli apparecchi nemici abbattuti rappresentano la metà degli apparecchi che hanno attaccato Colonia e che la risposta tedesca a questo nuovo attacco terroristico non tarderà a venire in misura superiore. Com'era da attendersi, questa ripresa delle azioni notturne della Raf sulle popolazioni tedesche, ha dato l'aire ad una nuova campagna della propaganda anglosassone sulla "non stop" offensiva aerea e sulla creazione del secondo fronte. Alle incursioni aeree della Raf si aggiungeranno quelle dell'aviazione americana e poi, raggiunto lo schiacciamento aereo della Germania, le truppe anglo-americane sbarcheranno sul continente e andranno a Berlino. Non è che non veda come il programma giornalistico e radiofonico sia perfetto, ma dal dire al fare ci sono di mezzo le forze dell'Asse delle quali, al momento opportunto, bisognerà forzatamente tener conto. E allora può darsi che il bilancio consuntivo non scorra più così liscio come il bilancio preventivo.
Il corrispondente berlinese della "Gazzetta del Popolo" scrive che sul bombardamento di Colonia vengono riferiti nella capitale tedesca impressionanti particolari. "È stata, ha dichiarato un popolano, una notte tremenda: sembrava veramente che sulla città si fossero riversati torrenti di ferro e di fuoco. In pochi minuti grandi caseggiati erano in preda alle fiamme, mentre altri colpiti in pieno da bombe di grosso calibro venivano letteralmente rasi al suolo. Evidentemente allo scopo di ottenere il massimo effetto terroristico, gli apparecchi nemici lanciarono sul centro della città migliaia di bombe incendiarie. Le fiamme sviluppatesi simultaneamente in punti diversi di una medesima contrada resero oltremodo difficile l'opera di salvataggio. E tuttavia, ha dichiarato un altro interpellato, sono stati compiuti miracoli di altruismo. La popolazione è stata disciplinatissima, conservando il suo sangue freddo nei frangenti più terribili. Lo spirito di solidarietà ha avuto manifestazioni veramente commoventi. Fino a questo momento non si conosce il numero delle vittime, ma esso sarà certamente elevato. L'attacco vero e proprio è durato non più di un'ora e mezzo. Gli apparecchi nemici giunsero a ondate e non pochi scesero a bassa quota. Sono appunto questi ultimi che vennero raggiunti ed abbattuti dal fuoco micidiale della contraerea. Molti altri furono abbattuti dalla caccia notturna".
Tra gli edifici colpiti è pure la sede del Consolato italiano. L'Ambasciatore Alfieri si è recato subito a Colonia per incontrarsi con i dirigenti di quella nostra collettività.



Tobruk riconquistata
Da: "Corriere Valsesiano", 27 giugno 1942

Da domenica 21 giugno il tricolore è tornato a sventolare nel cielo di Tobruk e di Bardia. Bardia era stata occupata dal nemico la prima volta all'inizio del 1941, dopo una memorabile difesa dei nostri; venne da noi rioccupata il 12 aprile dello stesso anno ma cadde nuovamente in mano degli inglesi il 2 gennaio 1942, dopo avere resistito in condizioni difficilissime per ben trentacinque giomi. Tobruk è rimasta in mano del nemico un più lungo periodo: 17 mesi. La piazzaforte era infatti caduta dopo una tenace resistenza nel gennaio 1941, durante la prima grande offensiva britannica coritro la Cirenaica. Durante la nostra prima riconquista nel marzo-aprile del 1941, i britannici riuscirono a mantenere Tobruk valendosi dei formidabili apprestamenti difensivi creativi dalle artiglierie navali.
Si creò così quel "fronte di Tobruk" sul quale per lunghi mesi le forze dell'Asse fronteggiarono le munite difese della piazzaforte assediata ed i vari tentativi britannici di sortita: snervante guerra di posizione, condotta con mirabile spirito di sacrificio dai nostri soldati in un ambiente di apocalittica desolazione. Ma la guarnigione inglese di Tobruk veniva rifornita per via marittima e si difendeva anche mediante impiego di grandi artiglierie.
La seconda grande offensiva inglese contro la Cirenaica poteva così avvalersi dell'intervento tattico della guarnigione di Tobruk operante alle spalle dei nostri combattenti a Sidi Rezeth, a Bir el Gobi. Perciò era nell'intendimento del Comando delle Forze dell'Asse operanti in A. S. che il "caso Tobruk" non si ripetesse più a favore degli inglesi. Infatti, nella seconda riconquista della Cirenaica avvenuta nel gennaio e febbraio di quest'anno, le forze dell'Asse non hanno proceduto nella Marmarica oltre Ain El Gazala. In Marmarica si sarebbe avanzati solo quando i presupposti strategici e tattici sarebbero stati tali da poterla far finita anche con Tobruk. Gli avvenimenti hanno confermato appieno la logicità di tale piano e la tempestività dell'azione che ora si è maturata. Questa battaglia della Marmarica, durata ventisei giorni, è stata durissima, ma condotta con grande abilità dal Comando, combattuta con indomito valore dai soldati d'Italia e di Germania, ancora una volta accumunati nella sorte del rischio e della gloria.
La sconfitta inglese ha un duplice significato: tattico e strategico. Tatticamente essa dimostra la miglior tempra dei nostri combattenti in confronto di quelli britannici, i quali nel passato hanno vinto (e non sempre) solo quando possedevano un'enorme superiorità di mezzi. Neutralizzata quella superiorità, il valore, la disciplina, il mordente del soldato italiano hanno nettamente prevalso sul combattente inglese. Alla vittoria hanno naturalmente contribuito l'eccellente materiale, nonché la fraterna collaborazione dei nostri alleati germanici; ma questi sono i primi a riconoscere l'efficienza delle nostre superbe Divisioni, fra le quali si sono distinte in modo speciale la "Trieste" e l' "Ariete".
Gli inglesi, in sostanza, hanno dimostrato di non saper resistere ad un bombardamento violento come quello svoltosi contro Tobruk nei giorni 19 e 20; e di non saper sostenere la lotta a corpo a corpo contro i nostri nuclei di truppe d'assalto. La loro forza di nervi è crollata d'un colpo. È un caso non comune, che rivela una stupefacente debolezza morale in quella compagine che poteva sembrare tanto solida.
La conquista di Tobruk rafforza la nuova situazione strategica mediterranea privando il nemico di una vantaggiosa base ed allontanandolo sempre più da Malta, mentre il nostro naviglio acquista la disponibilità di un ottimo porto naturale, sfruttandolo sia agli effetti della guerra in Africa, sia agli effetti della guerra marittima nel Mediterraneo. Alle barriere che la Sardegna e la Sicilia creano verso occidente si aggiunge verso oriente una nuova barriera poggiata su Creta e su Tobruk. La battaglia di Pantelleria e della Marmarica sono una sola grande battaglia infausta per il nemico, vittoriosa per noi. Vittoria pienamente meritata, perché non dovuta a colpi di fortuna ma abilmente predisposta dai Capi, tenacemente e duramente conquistata dai combattenti: il popolo italiano può andare oggi e sempre fiero.
L'irruente azione in Africa non si è naturalmente fermata: ieri infatti il Bollettino del Quartiere Generale delle Forze Armate ha annunciato che, travolte le resistenze opposte dalle unità superstiti dell'VIII Armata britannica al confine libico-egiziano, e conquistate Ridotta Capuzzo, Sollum e Halfaya, le forze dell'Asse hanno proseguito l'inseguimento del nemico, che si ritira verso Oriente. Sidi El Barrani è stata occupata e la zona a sud di tale località superata.
Strategicamente la nostra riconquista di Tobruk e il fallimento completo del disegno aggressivo degli inglesi in Libia hanno un valore anche maggiore, che si apprezzerà tanto meglio quanto più si metteranno in rapporto le operazioni nell'Africa Settentrionale con quelle del lontanto Oriente. La tesi anglo-americana era che convenisse momentaneamente rassegnarsi a essere più deboli nel Pacifico, pur di essere fortissimi nel Mediterraneo. Conveniva perciò rischiare (e perdere!) Singapore per salvare Tobruk. Ma oggi gli anglosassoni hanno perduto Singapore e qualche altra cosa ancora, e non hanno salvato Tobruk. Tutta la loro condotta strategica della guerra ha dunque fatto fallimento; il loro dilemma ha avuto una soluzione totalmente negativa: le conseguenze ne saranno senza dubbio gravissime, e speriamo di constatarlo quanto prima.
Quasi nello stesso tempo assistiamo all'agonia di un'altra piazzaforte di prim'ordine, Sebastopoli: già i tedesco-romeni sono entrati nell'ultima cinta e combattono nell'abitato. Anche questa sarà una vittoria grande e feconda per l'Asse e sanzionerà un'altra assurda deviazione della politica inglese. Attorno a Sebastopoli gli inglesi lottarono a lungo, meno d'un secolo fa, per mettere un freno alla minacciosa espansione russa; oggi essi vorrebbero, in odio all'Asse, facilitare questa espansione nella sua forma piu spaventosa, il bolscevismo! Il nome di Sebastopoli, altra volta citato con compiacenza nella storia britannica, diventerà da oggi in poi una pagina di vergogna e di rimorso per gli inglesi. Anche qui dunque accanto alla sconfitta militare essi dovranno registrare una sconfitta morale irreparabile.
Nello scacchiere del Pacifico assistiamo a nuove arditissime iniziative nipponiche contro le coste americane. I danni causati dalle azioni di bombardamento dei sommergibili non possono naturalmente essere molto rilevanti, ma queste scorribande debbono dare agli americani il senso angoscioso della minaccia che incombe sui loro mari e alla quale non possono in alcun modo mettere riparo.



Guerra allegra
Da: "L'Eusebiano", 9 luglio 1942

Gli Stati Uniti hanno celebrato la festa del soldato. I battaglioni, fieri, superbi, in uniformi inamidate, coperti di gloria, conquistata sui campi di golf, del tennis, o nelle molli passeggiate notturne o nelle dure pazienze davanti alle stelle cinematografiche; avvolti nello splendore di eroismi, raggiunti nelle snervanti battaglie per difficili conquiste eroiche, nelle gare di sport o sulle poltrone dei caffè chantants, sono passati a marce forzate sotto le finestre e i balconi delle vie cittadine, fatti segno alle entusiastiche ovazione della folla. Una pioggia di fiori, di coriandoli, di caramelle li ha letteralmente coperti, mostrando al mondo con quanta passione il popolo americano segue gli sforzi di Roosevelt e prepara i conquistatori dei continenti.
Tutto ciò deve servire a calmare le bollenti collere di Stalin, che vede già con lenti di ingrandimento planare sull'Europa occidentale gli eserciti americani, travolgenti, tutto fuoco. Il secondo fronte, tanto invocato, è già in atto: già battaglia coi coriandoli e le caramelle per le vie delle città americane, già bombardato da selve di applausi e mitragliato dai baci delle miss statunitensi. Non è questa la guerra più piacevole, più divertente, più popolare? Ecco perché Roosevelt trascina facilmente con sé tutto il mondo della repubblica stellata. Ma non so se queste allegre dimostrazioni faranno buon sangue a Mosca. Anche i battaglioni sbarcati nell'Islanda e nell'Irlanda settentrionale fanno la stessa guerra; tirano a campare allegramente tribolazioni e tormento delle popolazioni, obbligate a subire le loro prepotenze.
Agli americani piacciono le farse, non le tragedie.
Si può mandare materiale bellico agli alleati, finché ne vogliono: questo è un magnifico affare, che riempie le tasche dei sudditi di Roosevelt: ma esporre la propria pelle è un altro affare, che, non è americano. E anche la flotta statunitense, dopo legnate incassate nel Pacifico, ha capito che è meglio star bene tappata e sicura in qualsiasi posto del continente.
Questa è la guerra di Roosevelt, queste sono le glorie e le vittorie degli imbattibili e fulminanti eserciti americani.
Senonché, anche per questo popolo felice comincia, sotto altra forma, la sua tragedia, la più vera, la più fatale. In omaggio all'amicizia russo-anglo-americana, Stalin con una propaganda sfrenata, violenta, prepara agli Stati Uniti un avvenire spaventoso, una Russia razza americana: questa è la sua vera vittoria. Ormai la via è libera: col timone dell'idea bolscevica egli entra nel campo culturale e in quello delicato delle coscienze, a tutto incendiare e devastare e a piantarvi e sviluppare i germi marxisti rivoluzionari.
Quel popolo debole di principii, facilone e gaudereccio, che non ha forze morali di resistenza, verrà travolto. La miopia volontaria di quel governo è paradossale.
Qui si gioca davvero i destini dell'America, qui si prepara la nuova dittatura rossa, che è quella delle belve, della fame, della morte, dei senza Dio. L'Europa si è crociata per abbattere il mostro bolscevico, per salvare la civiltà; per disinfettare il suolo da questa peste; l'America se lo mette in seno e beatamente attende il tramonto del suo benessere. Su questo la cecità del presidente americano è davvero delittuosa. Egli diventa il Kerenseki, il portiere del bolscevismo. Così per una follia degenerata di dominio si compromette la vita e le fortune di un grande paese.
La festa del soldato statunitense si sta lentamente trasformando in quella della baldoria rossa. E un dì non lontano, - se gli autisti non sterzano subito, - i coriandoli e le rose pioveranno sulle bandiere e sui battaglioni del despota rosso.
Gli Stati Uniti stanno suicidandosi.
Don Walter



Bancarotta del bolscevismo
Da: "La Provincia di Vercelli", 17 luglio 1942

Il progredire delle vittoriose operazioni in corso ha concentrato ancora una volta l'attenzione verso la Russia. La ragione è affatto evidente in quanto che era lecito presumere come il potenziale bellico del bolscevismo dovesse essere confortato da una preparazione tecnica adeguata alle esigenze di una nuova strategia: talché era piuttosto da attendersi un urto formidabile delle forze contrapposte in cui la Russia avrebbe allineato un esercito non solo agguerrito, ma educato ad una consapevole disciplina.
Tuttavia, contrariamente a qualsiasi presupposto, è avvenuto che lo scontro si sia verificato - e continui a verificarsi - tra le quadrate ed organiche forze dell'Asse contro masse fanatiche guidate da capi che puntano esclusivamente sulla possibilità di utilizzazione di un ingente materiale.
È notorio come la terra di Lenin non abbia profonde e luminose tradizioni militari. Salvo sporadiche eccezioni che si ricollegano a secoli ormai tramontati, lo spettacolo è di una uniformità grigia e meschina, ma questo dato negativo avrebbe dovuto tradursi in un fenomeno positivo appunto per l'intervento rivoluzionario inteso a riordinare lo stato in un nuovo assetto totalitario.
Si imputò alla politica zarista la trascuratezza in cui vivevano le popolazioni, la miseria del latifondo, il malcontento originato da una falsa ed amorfa distribuzione della ricchezza, la mancanza di un ordinamento militare che conferisse autorità e prestigio allo Stato.
La rivoluzione avrebbe dovuto capovolgere questa realtà emergente e sostituire ad una nazione interiormente disgregata, una compagine forte, ben lontana dalla caotica Russia della battaglia dei Laghi Masuri.
Si imponeva, insomma, un processo di rieducazione che soltanto i movimenti rivoluzionari possono dettare per la stessa natura dalla quale scaturiscono.
Invece la constatazione della realtà porta ad un convincimento assolutamente diverso: in quanto che non solo la rivoluzione non ha operato il rinnovamento previsto, ma ha peggiorato le condizioni di vita preesistenti.
Un primo avviso germinò dal fallimento del piano quinquennale che avrebbe dovuto capovolgere tutti i dogmi dell'economia classica attraverso un supercapitalismo di Stato: ma la prova più clamorosa della bancarotta del bolscevismo è legata inseparabilmente ai risultati oggettivi di questa guerra.
La disfatta militare non riesce a nascondere una verità ben più profonda e assoluta: il crollo dell'utopia comunista. La ragione di questo collasso era già chiara nel pensiero di Mussolini sin dal 1925. Nel precisare le direttive della politica estera al Senato, il Duce richiamava alla realtà fondamentale della storia come centro motore di vita e di civiltà. Attraverso la storia si attingono i motivi ideali per l'azione avvenire.
Più che mai si affermano i valori basilari della gerarchia che conferisce prestigio e continuità alla disciplina e all'ordine delle forze interne.
Il mito della perfetta eguaglianza precipita nel baratro di tutte le passioni diabolicamente vissute mentre si sostanzia la realtà di quelle caratteristiche differenziali che danno agli stati il contributo di una perenne originalità costruttiva.
Nuove verità urgono all'orizzonte della storia: e bisogna comprenderle e viverle. La sconfitta delle armi russe è il suggello del fallimento totale di una dottrina e di una prassi che non potranno mai più risorgere.



Il nodo indiano al pettine
Da: "Il Popolo Biellese", 3 agosto 1942

Il segretario per l'India Amery ha preso la parola ai Comuni sulla questione indiana. È una grossa questione, un grosso nodo che sta venendo al pettine mentre i giapponesi stanno con le armi al piede e completano la loro preparazione in attesa della cessazione dei monsoni e delle temperature tropicali. Che i giapponesi intendono presto o tardi intavolare, si intende nel campo militare, il discorso indiano, non può essere dubbio: né il prevederlo, costituisce gesto da stratega da strapazzo. Basterebbe riferirsi al recentissimo discorso di Tojo, primo ministro giapponese, che, sotto un certo aspetto, ha tutta l'aria di rappresentare l'ultimo avvertimento all'India ed all'Australia. Tojo ha detto chiarissimamente che l'influenza anglosassone in India e in Australia deve cessare con le buone o con le cattive. Ed è chiaro che le maniere cattive le userà il Giappone quando avrà constatato che altre soluzioni non vi sono atte a far raggiungere il risultato.
Or è veramente interessante, in questi mesi che precedono l'impostazione di quest'altro grosso affare orientale che è, del resto, una delle premesse per la creazione dello spazio euroasiatico-africano sufficiente ed indipendente dalla economia anglosassone, è veramente interessante seguirne gli sviluppi preliminari.
In India, dopo le prime oscillazioni di Pandit Nehru, spira vento di fronda per gli inglesi. L'India - e per essa il Comitato esecutivo del Congresso - ha fatto sapere agli inglesi che adotta la risoluzione ed il pensiero di Gandhi, che si riassume nella richiesta di allontanamento dall'amministrazione britannica. Niente, adunque, autonomia o libertà da conquistarsi dopo la guerra o dopo la molto ipotetica vittoria anglosassone quale premio del copioso sangue che gli indiani avranno sparso: tale la proposta di Stafford Cripps.
Il Comitato esecutivo del Congresso sembra del seguente parere: libertà ed autonomia subito e senza condizioni. E siccome il Congresso si riunirà il 7 agosto ed è prevedibile che approvi la linea di condotta del suo Comitato esecutivo, il signor Amery ha ritenuto opportuno, parlando ai Comuni, di far conoscere anticipatamente agli indiani il pensiero britannico. Un pensiero, lo diciamo subito, squisitamente, tipicamente ed innegabilmente britannico: che rappresenta, cioè la più specifica tradizione di larvata prepotenza e di ipocrita britannica ciurmeria.
"Se le proposte del Comitato fossero accolte, ha detto il signor Amery, ne deriverebbe un brusco e completo sfasciarsi del meccanismo vasto e complicato del governo dell'India proprio nel momento in cui in Russia, in Cina e in Egitto la situazione della guerra esige una energica collaborazione e il concentramento delle risorse di tutte le potenze alleate.
Il Governo britannico, pure riaffermando la sua risoluzione di dare all'India le maggiori possibilità di realizzare un governo autonomo, non può che avvertire solennemente tutti coloro che si schierano dietro la politica del Comitato esecutivo del Congresso che il Governo dell'India non indietreggerà davanti al suo dovere di prendere tutti i provvedimenti necessari per fare fronte alla situazione. Il Governo britannico spera che il popolo indiano non voglia incoraggiare un movimento che avrebbe conseguenze disastrose, ma voglia invece contribuire alla lotta contro i nemici comuni".
Dunque: a) niente libertà oggi, ma, se mai, libertà a guerra vinta; b) per ora, il popolo indiano pensi a rifornire l'esercito britannico di carne da macello contro i nemici comuni; c) se il popolo indiano insisterà nel voler essere padrone a casa sua il governo dell'India non si sottrarrà al suo dovere di prendere provvedimenti repressivi.
Per quel che concerne la sostanza non vi è nulla, in tutto questo, che possa arrecare meraviglia.
In fondo tutto il discorso Amery, come, del resto, i precedenti discorsi di Cripps o di altri si riducono a questo: l'Inghilterra ha un osso buono e, colle buone, non lo mollerà.
Quel che conta rilevare, invece, è il modo inconfondibilmente ipocrita ed inglese della presentazione della questione. In Inghilterra tale è l'abitudine di capovolgere a proprio vantaggio i termini delle questioni che non passa neanche pel capo dell'inglese medio il dubbio che nel discorso di Amery all'India si celi la più brigantesca e la più ipocrita proposizione politica e morale che si possa immaginare. Per l'inglese medio, di cui Amery è il tipico rappresentante, non sono gli inglesi che hanno torto a voler tenere la loro truppa ed i loro funzionari accampati in India, ma sono gli indiani che hanno torto a pretendere di comandare in casa propria ed a volere che i soldati ed i funzionari inglesi tornino a casa loro.
E quando si prospetta la possibilità di un conflitto tra chi pretende farla da padrone in casa altrui e l'altrui che pretende di essere padrone in casa propria l'inglese medio trova che la minacciata repressione non è un sopruso sebbene il compimento di un dovere. "Il Governo dell'India, proclama quel dabbenuomo di Amery, non indietreggerà davanti al suo dovere di prendere tutti i provvedimenti necessari per far fronte alla situazione".
Le premesse creano le conseguenze: se gli indiani hanno torto a voler essere liberi, se gli inglesi hanno il sacrosanto diritto di stare in casa altrui, se, correlativamente, hanno il dovere di reprimere i movimenti dei riottosi tendenti alla libertà, è logico che l'India debba contribuire alla lotta contro il nemico comune; leggi: fornire soldati da offrire in sostituzione di altrettanti inglesi alle mitragliatrici ed ai cannoni dell'Asse e del Giappone.
In fondo il sistema inglese è semplice: basta definire giusto ed onesto tutto ciò che conviene all'Inghilterra, e il resto viene da sé.
Prendiamo l'esempio più tipico e clamoroso, ovverosia quello della defunta Società delle Nazioni. Che la Società delle Nazioni fosse un aborto avanti lettera si desume da questa sola proposizione: che si trattava di una Società tra Nazioni aventi attributi sovrani.
Gli attributi della sovranità e la società, che significa assoggettamento alle deliberazioni di maggioranza, sono una contraddizione in termini.
Chi è sovrano non può essere suddito di una società e neanche di una società di nazioni. Si capisce, giuridicamente, una confederazione di stati nella quale il potere sovrano è dell'organo confederale e nella quale gli stati confederati non hanno gli attributi di sovranità: vedi Stati Uniti e Svizzera. Ma una società di stati sovrani è un non senso, e l'esperienza lo ha insegnato quando si è visto l'andirivieni di stati che entravano ed uscivano nella e dalla Società delle Nazioni quando reputavano conveniente o sconveniente ai loro poteri sovrani l'entrarvi e l'uscirvi.
Tutto questo, naturalmente, era arcinoto agli inglesi i quali, tuttavia, vollero che la Società si costituisse perché sapevano, o speravano di potersene valere per ammantare di legalismo i loro soprusi a catena. Ed abbiamo visto quel che è successo a proposito dell'impresa italiana in Etiopia. Siccome l'affare non conveniva all'Inghilterra la Società delle Nazioni, manovrata adeguatamente, ha deliberato le sanzioni contro l'Italia sotto il segno della difesa del debole contro il sopruso del forte, sotto il segno delle sanzioni contro l'aggressione colpevole: quando, in definitiva, anche un bambino poteva capire che era supremamente ridicolo questa crociata antiitaliana proprio per parte di quell'Inghilterra che bivaccava da secoli su cinquanta milioni di chilometri quadrati di territori altrui!
Tutto questo entrava nella preferenza inglese, specialmente per la forma, fino a provocare nei cervelli britannici un godimento fisico. E questo spiega il fanatismo con cui l'Inghilterra si è gettata sulla questione etiopica inducendola a persistere su una carta sbagliata fino all'estremo.
La stessa mentalità anima oggi il discorso Amery sulla questione indiana e compenetra il cervello dell'inglese medio.
Naturalmente noi non siamo in grado di prevedere che cosa faranno in concreto gli indiani seppure è logico prevedere che il Congresso insisterà nel punto di vista del Comitato esecutivo.
Non sappiamo, cioè, se, quando il Giappone affronterà gli inglesi per indurli, a suon di cannonate, a mollare l'osso indiano, sarà lo stesso osso ad animarsi ed a cercare di disvincolarsi. Ma è indubitato che molto presto, probabilmente, il teatro di guerra orientale ritornerà di palpitante attualità.
Quel che si può per ora ricordare è questo, che il peripatetico generale Wavel, nei suoi rapporti esplicativi delle sconfitte malesi, birmane e neerlandesi, ha rilevato che i giapponesi avevano trovato popolazioni benigne alla loro venuta, quando non alleate addirittura. Sarà interessante vedere come reagirà l'India allorquando arriveranno i giapponesi per combattere gli inglesi: questi inglesi che, secondo il signor Amery, si accingono a sacrificarsi, in omaggio al dovere di difendere l'India aggredita!
A. Domenico Bodo



Il Brasile in guerra
Da: "La Sesia", 28 agosto 1942

Il Brasile, dopo aver compiuti molti atti di ostilità contro gli italiani e i tedeschi lealmente operanti, e con ossequio alle sue leggi nelle sue frontiere, dopo aver rotto le relazioni diplomatiche con l'Asse, sospinto dal bieco gioco della Casa Bianca, è entrato nella voragine della guerra. Il nuovo nemico dichiarato non turba certamente i piani precisi dell'Asse e del Tripartito può recare danni. Immalinconisce però, constatare come una nazione che ha origini latine, tradisca questa sua origine, che era titolo altissimo ed invidiato di nobiltà, per buttarsi, anima e corpo, alla plutocrazia egoista e perfida, a tutto suo danno. Un conto nuovo si è aperto: ed anche questo sarà saldato a suo tempo, inesorabilmente.