Antologia di articoli di giornali locali


Gennaio-aprile 1942

L'offensiva giapponese

A cura di Marilena Zona

Sono stati consultati: "Il Biellese", Ufficiale dell'Azione Cattolica Biellese, a. LVI; il "Corriere Valsesiano", a. XLVIII, "L'Eusebiano", Ufficiale dell'Azione Cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli, a. XIV; "Il Popolo Biellese", bisettimanale fascista, a. XXI; "La Provincia di Vercelli", Foglio d'ordini della Federazione dei Fasci di Combattimento di Vercelli, a. XX; "La Sesia", giornale di Vercelli e provincia, a. LXXII.
Non è stato possibile consultare "La Gazzetta della Valsesia" poiché nelle biblioteche pubbliche locali non è conservata alcuna collezione di questo periodico.
Si ringrazia l'Editrice Valsesia per aver consentito la consultazione della collezione del "Corriere Valsesiano".



Presentazione

Le posizioni del regime fascista emergono chiaramente sulla stampa locale fin dall'articolo del 3 gennaio apparso sul "Corriere Valsesiano", in cui viene delineata la situazione bellica all'inizio del 1942: la guerra continua e ricava dai fatti la sua giustificazione: "Se solenne, di fronte ai posteri, è l'allineamento antibolscevico della gente d'Europa non meno pieno di significato è stato lo schierarsi del giovane, civile e forte Giappone a fianco delle Potenze dell'Ordine. La guerra attuale, nei confronti di tutte le guerre della Storia, ha questa caratteristica: di passare costruendo". In secondo luogo viene delineata la situazione militare: la nuova battaglia di Cirenaica che, si ritiene assuma "importanza enorme nel quadro generale del conflitto" e indica che il "destino della nostra Patria tende all'Africa" e "dopo la caduta ruinosa di Hong Kong, gemma inglese nel cuore della Cina, dopo la morsa che maggiormente va stringendosi intorno a Manila (secondo caposaldo del sistema angloamericano facente capo a Hong Kong e Singapore) va profilandosi sempre più decisamente il pericolo che minaccia anche tale base".
La notizia della caduta di Manila in mano dei giapponesi è riportata il 4 gennaio su "Il Biellese", nell'articolo in cui viene anche citata la firma a Washington, di un "Patto fra i popoli più eterogenei" patto per cui, secondo "Il Biellese", "non valeva la pena di scomodare Churchill da Londra e che conta assai meno delle lesioni che il Giappone sta infliggendo a questo conciliabolo di despoti".
L'offensiva nipponica nel Sud-Est asiatico viene celebrata sul "Corriere Valsesiano" come "L'ora del Pacifico" "annunciata fin dall'inizio di questo secolo quando gli asiatici, come oggi, chiedevano soltanto di essere lasciati liberi in casa loro com'era lor giusto diritto: l'Asia agli asiatici".
La convinzione che il Giappone sia in grado di "tenere in iscacco da solo e la Cina e l'America e l'Inghilterra in un Oceano come il Pacifico, ben dieci volte più grande dell'Atlantico" viene ribadita da "Il Popolo Biellese" del 12 febbraio, che riporta la notizia della caduta di Singapore, "immane fortezza simbolizzante la pretesa dell'eternità del mastodontico impero britannico". Ed è proprio contro l'Inghilterra che si scagliano le critiche più feroci, come quella apparsa il 6 marzo in un articolo de "La Sesia": "Chi si fida dell'Inghilterra?". Francia prima e Olanda ora "le due nazioni che si fidarono dell'Inghilterra, della sua protezione, della sua lealtà, sono duramente colpite dalla realtà".
Ancora il 7 aprile sulla "Provincia di Vercelli" appare un articolo, "Il risveglio dell'India", dove si interpreta il fermento asiatico come causa del "crollo delle forze occulte dell'oro". "La perdita dell'India costituirebbe lo sfacelo dell'Impero Britannico" a cui hanno in massima parte contribuito "le vittorie giapponesi nel continente Asiatico".
"L'Eusebiano" del 16 aprile sembra voler riassumere i primi quattro mesi di guerra del 1942 elencando le vittorie riportate in Europa e in Asia dal Tripartito e, anche in questo caso, viene più volte sottolineata "l'estromissione" dell'Inghilterra "da tutti i suoi feudi e relegata nella sua isola non per compromessi politici ma per forza militare".
Nello stesso articolo si vuole ancora evidenziare la grandiosità dell'impresa bellica in corso: "Questa guerra ci ha talmente abituati al 'colossale' che le gigantesche vittorie del passato, le più grandiose della storia mondiale, ci sembrano fatti di ordinaria amministrazione". "Nulla di simile in campo nemico". Si conclude quindi con tono quasi profetico innalzando una preghiera a Dio "nell'imminenza dello scatenarsi dell'uragano", con la coscienza forse che ormai "qualcosa di estremamente grandioso, e forse di decisivo, sta per iniziarsi".




Gli articoli

Aspetti della guerra

Da: "Corriere Valsesiano", 3 gennaio 1942

Le vicende che l'umanità sta vivendo da alcuni anni sono state di una complessità e di una natura assolutamente eccezionali se noi, pensando al loro svolgersi in rapporto al tempo, le raffrontiamo a quelli che sono pure stati i periodi più intensi e movimentati della Storia dei popoli.
Se ci soffermiamo poi ad analizzare e meditare le vicende degli ultimi mesi e delle ultime settimane, ancor più dobbiamo convincerci che eventi tanto grandiosi non si verificarono mai in così breve spazio di tempo.
Le cause di questo fenomeno abbiamo già avuto più volte occasione di ricercarle e individuarle nella dinamicità inesauribile delle Nazioni giovani, la cui marcia ha ritmo veramente straordinario, tanto straordinario che parrebbe invero singolare cosa che non si sia mai rallentato, se non si pensasse alle sue arcane fonti di energia vitale.
Consideriamo ora brevemente soltanto alcuni aspetti fugaci che gli avvenimenti degli ultimi giorni ci hanno riservato.
Anzitutto, in ogni addentellato troviamo quel carattere di epica e superiore grandiosità alla quale abbiamo più sopra accennato. D'accordo che in guerra ogni sentimento assume la sua forma più elevata, ma vale la pena di insistere ugualmente su questo.
Se solenne, di fronte ai posteri, è l'allineamento antibolscevico delle genti d'Europa, non meno pieno di significato è stato lo schierarsi del giovane civile e forte Giappone a fianco delle Potenze dell'Ordine.
La guerra attuale, nei confronti di tutte le guerre della Storia, ha questa peculiare caratteristica: di passare costruendo. È norma che la lotta delle armi distrugga e lasci strascichi penosi e dolorosissimi (Versaglia insegni, e insegnino tutti i Trattati scaturiti da essa!). Invece le Potenze del Tripartito combattono per ricostruire, per riassestare.
È con un senso di stupita ammirazione che bisogna considerare il gigantesco lavoro di equilibrio europeo stabilitosi negli ultimi mesi, e originato dalla guerra stessa. Si direbbe realmente che, uscita di parafrasi, la frase: "Combattere con l'arme e la vanga", si sia trasportata con immediatezza stupefacente sul piano pratico, tanto che già si possono constatare e cogliere i frutti primi del miracoloso raccolto.
La pacificazione interna europea, quando il Continente si è sentito completamente liberato da ogni influsso anglo-ebraico, è diventata un fatto naturale, quasi spontaneo, e che dà luogo a molte riflessioni. Ora più di sempre, infatti, appare evidente che l'influenza negativa fu proprio solo quella, negatrice di pace e di benessere. E vien spontaneo il chiedersi se, come per l'Europa, il medesimo fenomeno non si sia verificato e non si verifichi tuttora in altri Continenti. La risposta è ovvia e sta al buon senso di ciascuno il ricercarla.
Il Divide et impera dei popoli di lingua inglese, accomunato al falso vitello d'oro di Jehova, è impressione ormai diffusa e convinta che abbia fatto i suoi tempi.
Diamo un'occhiata ora, sobriamente, allo svolgersi delle ultime pagine di storia nel mondo, perché quella che noi viviamo, per la quale e della quale noi viviamo, coi suoi sacrifici, le sue esigenze, i suoi dolori e le sue luminosissime giornate di Fede e di Vittoria, è Storia, Storia maiuscola, di quella che dà l'impronta alle genti per molti secoli, per millenni forse.
Dopo oltre un mese dall'inizio della feroce offensiva dei tre Cunningham, le forze dell'Impero inglese sono pervenute, a costo di un logoramento eccezionale, al Gebel cirenaico. È la seconda volta, nello spazio di 12 mesi, che ciò si verifica. Ed ancora una volta il deserto marmarico è stato consacrato al nostro diritto africano.
Decisamente il destino della nostra Patria tende all'Africa. Sulla Quarta Sponda ebbero luogo le prime battaglie per la conquista di quel respiro mediterraneo assolutamente indispensabile ai polmoni di una Potenza che doveva essere esclusivamente o, almeno, spiccatamente, marinara, per la sua conformazione geografica e per la sua tradizione storica.
Un anno fa, quando la prova era veramente ardua, non una sola fibra si mosse e trema in ciascuno di noi. Fu preparata quella formidabile premessa che permise la riconquista del territorio perduto. Adesso è il medesimo stato d'animo in tutti noi. E, inoltre, c'è una differenza che ognuno sente.
Più ancora di 12 mesi addietro, la battaglia di Cirenaica assume importanza enorme nel quadro generale del conflitto. E verso il fronte marmarico che furono convogliati, per oltre sei mesi, tutti gli sforzi della capacità produttiva dell'impero inglese e del Nord-America. Fu in direzione di Sollum che si ammassò uno sterminato gregge di carne umana d'ogni razza e colore destinato a piegare sulle ginocchia l'Italia.
Per essere forte in Egitto, l'Inghilterra indebolì Singapore e indebolì Hong Kong, gli Stati Uniti non rafforzarono adeguatamente le Filippine e tutto il loro sistema strategico del Pacifico.
Se non si fosse verificata la battaglia del Mediterraneo, ben diverse sarebbero state le premesse dell'entrata in campo del Giappone. Tutto questo ci sia ben presente quando noi meditiamo alle vicende di Cirenaica. E poi, la battaglia non è ancora chiusa: assolutamente. Intanto, oltre ad avere sommamente giovato ai fini della lotta comune (è stato lo stesso Churchill a dirlo ultimamente a Washington, dove si è recato con nuove petizioni da fare per sostituire le clausole del Potomac, rivelatesi troppo piene di falle ormai), e del che si terrà il dovuto conto al momento debito, le condizioni di lotta sono state diverse da quelle di un anno fa. Non solo non c'è stata vera rottura da parte delle Forze dell'Asse, ma esse hanno anche saputo disimpegnarsi in tempo utile sottraendosi alla distruzione e logorando invece fortissimamente il nemico, le cui perdite in uomini e materiali sono state indubbiamente assai più sensibili di quelle italo-tedesche.
Fatto poi di notevolissima importanza è quello del non più verificatosi predominio navale inglese, almeno nelle vicinanze delle sue stesse basi. Non solo molte navi britanniche sono colate a picco o sono state danneggiate più o meno gravemente da mezzi aerei e sottomarini, ma, quando si è avuto un accenno a uno scontro navale, la flotta di His Majesty ha rifiutato il combattimento, sottraendosi ad esso. È molto significafivo: in parole povere, non era abbastanza forte per sfidare la squadra italiana che le moveva incontro. Senza stupidi ottimismi, questo è per noi di legittima fierezza.
Il Giappone, in guerra da non molti giorni, ha già collezionato una tale serie di spettacolosi successi da rendere sbalordita e ammirata l'opinione pubblica mondiale. Il risveglio di Roosevelt è stato ben duro. Dalla comoda posizione di mercante, passando a quella assai più aleatoria di responsabile che paga di persona, molti sogni gli sono stati fugati con una singolare subitaneità. Siamo quasi convinti che, se potesse tornare indietro, il despota della Casa Bianca ci penserebbe più volte a rifare i suoi gesti concitati e provocatori.
Il Giappone, infatti, da una posizione iniziale di grande svantaggio, è passato nel volgere di pochissimi giorni, di ore solamente, a posizione di grande favore. Oltre alle basi occupate e tolte al nemico, neutralizzate o in corso di neutralizzazione (Wake, Guam, Nauru, Gilbert, Johnson, Midway), operazioni grandiose sono in corso su un fronte che ha per orizzonte la vastità degli Oceani e che si misura in migliaia e migliaia di miglia marine. La possibilità di azione delle forze nipponiche è data dall'annientamento pressoché totale delle forze nordamericane e inglesi nell'Oceano Pacifico, annientamento avvenuto con fulmineità nelle prime ore del conflitto.
Ma i giapponesi non avevano a disposizione una gioventù fiacca come pare sia quella nordamericana, molto sportiva ma assai poco entusiasta militarmente: il Giappone, nelle sue meravigliose azioni, ha avuto uomini che, pur di giungere alla meta, saltarono in aria con il carico di esplosivo contro le chiglie e sulle tolde delle unità nemiche. Cose da meditarsi, queste!
Intanto, dopo la caduta ruinosa di Hong Kong, gemma inglese nel cuore della Cina, dopo la morsa che maggiormente va stringendosi attorno a Manila (secondo caposaldo del sistema angloamericano facente capo a Hong Kong e Singapore), va profilandosi sempre più decisamente il pericolo che minaccia anche tale base. È un pericolo per ora ancora lontano, ma che ogni giorno progredisce. E, nel frattempo, ogni giorno è un nuovo colpo: il campo di battaglia abbiamo detto essere immenso; ebbene, pare che i nipponici siano presenti ovunque.
Se Roosevelt, invece di chiacchierare tanto, avesse munito bene le sue basi, ora dovrebbe essere certamente meno desolato...
Ed ecco le perdite inferte agli angloamericani dai giapponesi dopo l'inizio delle ostilità: navi da battaglia: 7 affondate, 4 danneggiate (3 gravemente); incrociatori: 2 affondati, 6 danneggiati (2 gravemente); cacciatorpediniere: 10 affondati, 8 gravemente danneggiati; sommergibili: 9 affondati e molti altri probabilmente distrutti; unità minori: 6 cannoniere e dragamine, 7 torpediniere affondate; 2 cannoniere e 1 nave ausiliaria danneggiate. Inoltre sono state affondate o danneggiate 130.000 tonnellate di naviglio mercantile e sono stati catturati oltre 400 battelli. Oltre 1500 apparecchi nemici distrutti. Tutto questo contro la perdita di 52 aerei, 3 cacciatorpediniere, 1 dragamine e 5 "sommergibili speciali" (Pearl Harbour), oltre a 1 dragamine e 1 incrociatore leggero danneggiati.
Il Duce, interpretando il pensiero di tutti gli italiani, ha affermato essere un privilegio quello di combattere con un tale alleato. Noi tutti siamo sicuri che il blocco di acciaio del Tripartito è di tale tempra da avere ragione di qualsiasi ostacolo. Non importa se in due mesi o in due anni. Ciò che conta è Vincere. Perché si vuole esasperatamente la Vittoria, perché la si deve avere a tutti i costi, perché il nostro passato e ancor più il nostro presente ce ne fanno degni, e quindi sicuri!
Francesco Lova



L'occupazione delle Filippine
Da: "Il Biellese", 4 gennaio 1942

Le truppe giapponesi sono entrate in Manila, capitale delle Isole Filippine, alle ore 16.45 del giorno 2 gennaio. Le forze americane hanno pure sgombrato la base navale di Cavite a pochi chilometri da Manila, resistono invece nella piazzaforte marittima di Corregidor all'imbocco della baia di Manila. La resistenza americana nel rimanente dell'arcipelago delle Filippine non tarderà ad essere piegata per cui due vertici del triangolo anglosassone nel Pacifico sudorientale sono in mano giapponese: Hong Kong e le Filippine, mentre il terzo vertice, Singapore, è minacciato sempre più da vicino poiché nella penisola di Malacca l'avanzata e gli sbarchi dei nipponici continuano a ritmo accelerato. Non occorre intenderci di strategia per capire la grande importanza assunta dall'offensiva giapponese in meno di un mese di guerra nel Pacifico.
Sul fronte libico la caduta di Bardia viene considerata in un commento ufficioso come cosa già prevista poiché la piazza era isolata da parecchie settimane ed il suo compito era solo più quello di resistere al nemico per imbarazzarlo nei suoi movimenti. Tale compito è stato eroicamente assolto dalle truppe italo-tedesche chiuse in Bardia. Il nemico intensifica ora i suoi attacchi su Halfaja e Sollum la cui resistenza non è meno eroica di quella di Bardia. Nel settore di Agedabia vittoriosi contrattacchi dei mezzi corazzati italo-tedeschi hanno frustrato le manovre britanniche a carattere avvolgente ed ora la situazione è solo più caratterizzata da azioni di pattuglia. Dopo cinquanta giorni di lotta lo sbocco delle divisioni corazzate britanniche sulle strade che conducono alla Tripolitania non è avvenuto: Agedabia dimostra di essere un osso duro da rodere anche per i mezzi preponderanti di cui dispone il nemico.
Circa le operazioni sul fronte orientale le notizie ufficiali da Berlino proseguono a segnalare gli incessanti tentativi dei sovietici di molestare e di scardinare le linee tedesche e alleate, sia nel settore meridionale ucraino, che in quello centrale di Mosca dove continuano di giorno e di notte con un freddo intensissimo le dure battaglie difensive. Il nemico mette in linea di combattimento delle riserve imponenti ed è riuscito a fare qualche breccia in alcuni punti, il che offre occasione alla propaganda avversaria di parlare di progressi notevoli dei russi e della conquista di un gran numero di centri. Qui si afferma però che l'offensiva sovietica incontra dappertutto una tenacissima resistenza tedesca e che i sovietici devono sopportare delle durissime perdite sia di uomini che di materiale bellico il che logora sempre più le loro forze.
A Washington - scrive l'Agenzia "Stefani" - con grande apparato pubblicitario, è stato firmato un Patto fra i popoli più eterogenei.
Tale Patto denominato "Patto di solidarietà", non potrebbe meglio additare la reticenza e la resistenza che Churchill e Roosevelt incontrano nel loro piano di costituire un blocco contro il Tripartito. Tutte le pressioni diplomatiche di Roosevelt e la magniloquenza di Churchill non sono riuscite a racimolare che 26 firme il cui appello nominale è uno dei più miserevoli.
Di queste firme, infatti, 5, e precisamente Australia, India, Nuova Zelanda, Sud Africa e Canada, si identificano con la prepotenza di Londra, prepotenza che le agitazioni dell'India ed il disagio dell'Australia s'incaricano di illustrare una volta di più. Otto firme non valgono più di uno zero poiché si tratta del Belgio, Olanda, Grecia, Jugoslavia, Norvegia, Polonia, Cecoslovacchia e Lussemburgo. Paesi le cui condizioni sono a tutti note. Infine Roosevelt è riuscito a raccogliere altri nuovi servitorelli nelle persone dei Governi di Costarica, Cuba, Repubblica di San Domingo, San Salvador, Guatemala, Haiti, Nicaragua, Panama, Hounduras, mentre sono ostentatamente assenti le grandi Repubbliche dell'America latina. Insomma si tratta di un affare ben magro per cui non valeva la pena di scomodare Churchill da Londra, e che conta assai meno delle lezioni che il Giappone sta infliggendo a questo conciliabolo di despoti.
Sempre in relazione all'organizzazione unitaria che il nemico cerca di dare alle sue forze sparse ed eterogenee il corrispondente londinese dello "Stockholms Tidalngen" riferisce che la direzione della guerra degli Alleati in tutto il mondo sarà unica. Wavell avrà il comando generale di tutte le forze terrestri alleate in Asia Orientale, nell'Irak, alla fronfiera del Caucaso, in India, nella Birmania, nella Malacca e nelle Indie Olandesi. La difesa della Cina rimarrà però sotto la direzione del generalissimo Ciang Kaiscek. Questi agirà d'accordo col generale Wavell per quanto riguarda la difesa della strada della Birmania. L'Ammiraglio nordamericano King sarà nominato capo delle forze marittime alleate dell'Asia Orientale. L'ex-Capo di Stato Maggiore britannico, generale Dill, sarà nominato rappresentante delle forze imperiali inglesi in seno al Quartiere Generale delle operazioni del Pacifico che avrà sede a Washington. A Londra risiederà, invece, il Quartiere Generale per l'impiego delle forze alleate sugli altri teatri di guerra.



L'ora del Pacifico
Da: "Corriere Valsesiano", 17 gennaio 1942

L'egemonia anglo-sassone tramonta sul Pacifico insanguinato. Non più i nababbi americani approderanno indisturbati alle Hawai, dove - specialmente ad Honolulu - scendevano a riceverli sulla spiaggia i più splendidi palazzi per assicurarli che quella terra era veramente americana, creata apposta da Dio per i loro ozi d'eterna Capua fiorita.
Il Giappone, con la sua fulminea strategica avanzata, ha sbaragliato tutti i piani della prepotenza anglo-americana. Cadute per gli americani le Filippine dopo 44 anni di esoso sfruttamento, e prossima a cadere per gli inglesi la Malesia con le sue grandi ricchezze, che fornivano il 50 per cento del loro fabbisogno bellico, anche l'Olanda sta per perdere o per veder certamente decimate le sue più belle colonie. Sugli altipiani di Sumatra e di Giava e di Celebes e del Borneo si agitano le conifere al vento dell'ali giapponesi e s'increspano i placidi laghi azzurri che specchiano le più grandi ricchezze del Pacifico.
Anche la grassa butirrosa Olanda dovrà pagare il suo contributo all'equa perequazione dei beni della terra. S'incanutiscono, al solo pensarci, i già grigi capelli della regina Guglielmina, e trema anch'essa di mal dissimulato spavento la traccagnotta Giuliana di Olanda col suo bel principe consorte, il mellifluo ed oggi non più serenissimo Bernardo. Quel tal prode Bernardo che - come si ricorderà - quando la sua pensione crollava a Londra sotto le bombe germaniche, si calò a terra dal quarto piano scivolando a cavalcioni della ringhiera come un monellaccio qualunque per affidarsi a quella tal polvere che i francesi chiamano tipicamente poudre d'escampette...
Decisamente il Pacifico cambia padrone. E i puritani della grande plutocrazia giudaica stan già gridando che la proprietà è sacra. Giustissimo. Ma solo è sacra quella proprietà che è basata sul legittimo diritto e quella soprattutto che si feconda col proprio sudore, non quella che si arraffa a colpi di criminose piraterie come hanno fatto finora i grandi accaparratori delle ricchezze altrui, mettendo a soqquadro il mondo coi loro secolari monopoli.
L'ora del Pacifico era già annunciata fin dal principio di questo secolo. Si faceva allora un gran parlare di pericolo giallo, come se gli asiatici si lanciassero alla conquista d'Europa, mentre gli asiatici, come oggi, chiedevan soltanto di essere lasciati liberi in casa loro com'era lor giusto diritto: l'Asia agli asiatici. Nulla di Antieuropa, dunque. Erano invece gli anglo-sassoni che tramavan fin da allora alla libertà dell'Asia. Ed oggi la vera Antieuropa è l'America. Diciamo pure America, perché ormai l'Inghilterra è quasi interamente incamerata all'America. Non più pericolo giallo. Pericolo bianco. Pericolo anglo-americano.
Ma ora la misura è colma. Ed è Roosevelt che con la sua tracotanza la fa traboccare. Ed ora, dopo un mese di continue disfatte, ecco che Roosevelt monta in scranno come un direttore di circo e, arrotondando le gote di bronzo, dà fiato alle trombe di Gerico per spaventare il mondo con l'annuncio di apocalittici armamenti. Di là da venire. E che quando verranno (se verranno), o sarà troppo tardi per usarli o si troveranno di fronte a non meno potenti armamenti del Tripartito.
D'altra parte, Churchill butta a terra la maschera e confessa quello che non ha mai voluto confessare, e cioè che "il mondo dev'essere dominato dai popoli di lingua inglese". Senonché i fatti stan già dimostrando che il mondo ne ha già abbastanza di quei popoli, perché il mondo - come ha detto Hitler - non fu creato da Dio soltanto per loro. Anche se loro se lo son già in gran parte accaparrato.
Se diamo infatti un'occhiata al solo Pacifico, vediamo subito che la Francia figura in questo oceano con 24 mila chilometri quadrati di possedimenti, l'Olanda con 395 mila e gli Stati Uniti con 314 mila, mentre la sola Inghilterra vi figura con più di 8 milioni, con a capo quella piccola Australia che da sola è quasi grande come l'Europa e non conta che poco più di 6 milioni di abitanti e sulla quale il dispotismo inglese sbarra il passo a qualsiasi straniero col più anacronistico feudalismo che la storia moderna registri.
E qui non sarà male ricordare la nostra alleata Germania, che a Versailles fu spogliata di tutti i suoi possedimenti nel Pacifico. Son ben 245 mila i suoi chilometri quadrati che nel solo Pacifico furon spazzati di colpo dal soffio versagliese. E l'Italia? L'Italia - la grande proletaria - non ha sulla costa asiatica del Pacifico che quella microscopica fettina di Tientsin che le misero sul piatto del povero e che non misura più di mezzo chilometro quadrato. Eppure è l'Italia che ha acceso in Oriente la gran fiaccola della civiltà col cattolicesimo di Roma, che, insediato da sette secoli tra il Mar Giallo ed il Tibet, ha dissipato le tenebre della barbarie.
Pirati, chiama il Salgari gl'indigeni della Malesia in un suo libro di avventure di viaggio; ma gli autentici pirati della Malesia - e non soltanto della Malesia, ma di tutti i mari - sono gl'inglesi. E ben lo sanno gl'indigeni della Malesia, che oggi salutano l'ora della loro liberazione al passo dei giapponesi, che scendon vittoriosi, da un lato, su Singapore, e che, risalendo dall'altro la penisola di Malacca, si attestano alle porte della Birmania: il gran corridoio asiatico attraverso il quale gl'inglesi e nordamericani praticavano al loro sicario - la Cina - la respirazione artificiale con l'ossigeno di miliardi di dollari.
Fortunatamente, però, sventola oggi sul Pacifico la gloriosa bandiera del Sol Levante. E il mondo stupisce, come di fronte a un miracolo che nel giro di un mese ha già il riverbero d'una leggenda. Leggenda epica. E si domanda come mai ha potuto il Giappone in poco più di ottant'anni rivoluzionare il Pacifico con la sua potenza militare.
Fu solo, infatti, nel 1854 che i giapponesi, in quella che oggi è Tokio e che allora non era che una piccola baia a nome Yedo, videro per la prima volta una nave da guerra, mentre fino allora, all'ombra della loro pace millenaria, non sapevan neanche che cosa fosse una nave a vapore. E trasecolarono. E nel loro immenso stupore e spavento la credettero - avvolta com'era in una gran nube di fumo - un mostro apocalittico. Era una gran nave da guerra americana che altre ne scortava. Era la flotta di Perry che si affacciava la prima volta alla gran ribalta oceanica del Giappone.
E che ha fatto il Giappone? Ha taciuto per 88 anni, soffrendo e preparando nel cerchio miracoloso dell'ombra la sua gran forza di oggi. E oggi, quando la superba flotta americana meno se l'aspettava, le ha restituito a Pearl Harbour la visita del 1854. Da grande vittorioso cavaliere.
Gloria al Giappone. Al Giappone, che tiene in iscacco da solo e la Cina e l'America e l'Inghilterra in un oceano come il Pacifico ben dieci volte più grande dell'Atlantico, e che il Pacifico redime e che segna pel Tripartito il principio augurale dell'immancabile comune vittoria. Per la quale ogni italiano - come ha detto il Duce - dev'essere fiero di combattere per rendersi degno di quest'ora solenne che segnerà sul quadrante della storia la più grande rivoluzione del mondo sotto la vindice spada della giustizia.
P. Mortarotti



Vittoriosa offensiva in Cirenaica
Da: "Il Biellese", 27 gennaio 1942

La situazione è caratterizzata dall'improvvisa e fulminea offensiva delle truppe italo-tedesche nella Cirenaica occidentale che ha portato al brillante successo di cui danno notizia i più recenti bollettini. Senza che si possano per ora prevedere i successivi sviluppi di tale arditissima manovra sta il fatto che già si può trarre un'importante conclusione: il dispositivo offensivo del nemico non soltanto è stato penetrato in pieno ma esso è stato scardinato e disorganizzato in pieno.
Questo successo, dopo due mesi di aspra lotta, dimostra che l'obiettivo britannico che era quello di distruggere l'esercito avversario è mancato in pieno. "Le forze italo-germaniche sono così vive fresche e audaci - commenta il "Popolo d'Italia" - da infliggere al nemico - che è riuscito solamente ad avanzare lungo una striscia di territorio desertico pagando un sanguinosissimo e costosissimo pedaggio - duri scacchi come quelli registrati dai bollettini dei due ultimi giorni. Le forze dell'Asse in terra, in aria e sul mare si trovano di fronte alla coalizione plutocratica in Africa settentrionale e nel Mediterraneo in condizioni di colpire e di battere l'avversario: questo è il succo che si può trarre dallo svolgimento delle operazioni in Libia. La dura battaglia che quasi senza soste si protrae da più di sessanta giorni e che ha avuto luminosi episodi come quelli offerti dalla resistenza dei presidi italo-germanici di Bardia, di Sollum e dell'Halfaya, ha posto in risalto innanzitutto lo slancio e la tenacia delle nostre magnifiche truppe e delle alleate truppe germaniche che nell'ardente suolo cirenaico hanno rinsaldato i vincoli di fraternità e di solidarietà fra i due popoli. Ai combattenti d'Italia e di Germania, uniti in Africa come in Russia come sul Mediterraneo e in Atlantico, si deve se il baldanzoso piano di conquista degli inglesi sia stato frantumato".
La propaganda anglosassone non riesce a nascondere il suo nervosismo per ciò che avviene in Cirenaica dove anche la flotta britannica manca al suo compito che era quello di assiderare i rifornimenti alle nostre truppe. I convogli passano e ad ogni convoglio che passa la combattività dell'Asse si fa più aggressiva. Londra ha sacrificato i suoi possedimenti dell'Estremo Oriente per vincere in Libia. Non vince in Libia e perde le sue migliori posizioni d'Estremo Oriente.
Infatti la marcia nipponica non subisce soste. I soldati giapponesi premono sempre più da vicino Singapore, minacciando Rangoon capitale della Birmania, occupano sempre nuovi porti nel sistema delle isole dell'Oceania affacciandosi ai mari dell'Australia.
Venerdì, all'inizio della riunione del Gabinetto australiano, il Ministro dei rifornimenti ha fatto la seguente dichiarazione: "Il Sol Levante è quasi giunto sino a noi. Il combattimento per la Malesia è vitale. L'Australia ha fatto la sua parte nel fornire cannoni, apparecchi e navi per la sua difesa. La responsabilità di quello che ha fatto l'Australia incombe al Governo, al quale è stata confidata la cura delle sue colonie nel Pacifico. Se forze adeguate verranno immediatamente da questa fonte, si potrebbe mantenere la Malesia fornita di sufficienti cannoni, apparecchi e truppe per appoggiare l'attuale resistenza eroica delle truppe imperiali australiane e sufficienti navi per far fronte ai giapponesi. Bisogna che altri cannoni, altre truppe e navi giungano attualmente in Malesia. Il popolo di Gran Bretagna deve guardare in faccia l'Impero con fermezza. La battaglia che si svolge nell'ora attuale nel Pacifico, è un combattimento per la continuazione dell'Impero britannico. Se i giapponesi riusciranno a rendersi padroni in Malesia, essi potranno girarsi verso ovest, in direzione dell'India, o verso est, in direzione dell'Australia. La marina giapponese è la più potente forza navale del Tripartito. A battaglia del Pacifico vinta, noi potremo battere la marina giapponese qui. A battaglia del Pacifico perduta, la marina giapponese sarà pronta a far servizio nell'Atlantico. Ci viene chiesto, a noi in Australia, di accettare con fede completa che la muraglia d'acciaio della Marina britannica si manterrà tra noi e l'Asia. Il pericolo è qui. Bisogna che la Gran Bretagna tenda oggi tutte le sue risorse per far sì che giungano in Malesia senza ritardo, l'acciaio ed il ferro necessari per respingere la spinta giapponese verso sud. Questo è essenziale, non soltanto dal punto di vista dell'Australia, ma anche dal punto di vista dell'Impero britannico".
Sul fronte orientale continuano ovunque i combattimenti malgrado il freddo intenso. I bollettini tedeschi parlano di vittoriosi contro attacchi specie nella zona di Karkow, dal che si deduce che la linea invernale preordinata dal Comando Supremo resiste saldamente e che le informazioni diffuse in questi giorni dalla Radio e dalla stampa avversaria sui continui progressi dei sovietici, specialmente nella direzione di Viasma e a nord di Smolensk lungo la linea da Mosca a Riga, sono inventati a scopo di propaganda, oppure si tratta di piccole unità russe che non potranno mantenersi sulle posizioni raggiunte.
Per iniziativa del Ministro Rosemberg e del Commissario civile per la Ucraina Koch è stato incominciato nella zona occupata un vasto lavoro di ricostruzione per rimettere in efficienza le ricchezze e le possibilità economiche del Paese e migliorare la situazione della popolazione ucraina.
Quanto alle voci diffuse dalla stampa americana e inglese circa la presenza di von Papen a Berlino e la preparazione di un viaggio di von Ribbentrop nella capitale turca, si afferma che si tratta di una delle solite manovre della propaganda inglese per dare al pubblico e specialmente ad Ankara, l'impressione di una intensa attività diplomatica tedesca, pregiudizievole agli interessi della Turchia. L'Ambasciatore von Papen si trova attualmente ad Istambul e il progetto di un viaggio di von Ribbentrop sia a Bucarest che ad Ankara è completamente campato in aria. Gli ambienti responsabili della politica turca - si aggiunge - non hanno bisogno delle pressioni di Berlino per trarre le logiche conseguenze dai risultati della Conferenza di Mosca, che riguardano da vicino anche gli interessi territoriali di quel Paese.
La Conferenza panamericana di Rio de Janeiro ha approvato una mozione in cui si "raccomanda" la rottura delle relazioni fra le Repubbliche americane e le potenze dell'Asse e del Tripartito. Com'è noto, gli Stati Uniti avevano cercato con ogni mezzo, e non rifuggendo da nessun tipo di pressione (ricatto economico, intrusione nella politica interna, minaccia militare) di estorcere alla Conferenza una collettiva dichiarazione o di guerra o quanto meno di rottura di rapporti. Dato l'atteggiamento di resistenza adottato e mantenuto dall'Argentina e dal Cile, ci si è dovuti, invece, limitare alla detta "raccomandazione".



Singapore e la storia
Da: "Il Popolo Biellese", 12 febbraio 1942

Singapore è caduta. Dal giorno in cui l'immane fortezza simbolizzante la pretesa all'eternità del mastodontico impero britannico è stata definitivamente occupata dai soldati del sol levante, si potrà dire fissata nella storia la data di inizio dell'ufficiale ed effettivo sgretolamento della potenza inglese nel mondo. Che la caduta di Singapore fosse un fatto inevitabile fin dall'inizio della guerra in Oriente e, più precisamente, dopo le tre ore di Pearl Harbour e dopo gli otto minuti che condussero all'affondamento della "Prince of Wales" e della "Repulse", è un fatto incontrovertibile. Praticamente distrutta la potenza marinara anglo-sassone in Oriente e paurosamente falcidiata la medesima nel Mediterraneo e nell'Atlantico, era caduto il pilastro su cui fondava la potenza anglo-americana, e peggio, veniva a scoprirsi la debolezza costituzionale che dietro alle natanti corazze, dissimulavano Inghilterra e Stati Uniti. Libero il Giappone di far circolare i suoi convogli, la distruzione delle posizioni anglo-sassoni in Oriente era una questione di tempo. Libere Italia e Germania di far circolare i loro convogli nel Mediterraneo, il fallimento delle imprese terrestri dell'esercito imperiale inglese era fatale. Ma gli eventi hanno un complesso di origini remote spesso concorrenti e, appunto perché le cause degli eventi sono sempre complesse, la storia ha bisogno di fissare delle date, dei punti di riferimento.
La caduta di Singapore, come data di inizio del crollo effettivo dell'impero inglese è una delle probabilità storiche. Lo è per l'enorme sperpero di miliardi che la sua organizzazione a fortezza è costata all'Inghilterra. Lo è per la sua posizione strategica dominante le vie all'India e all'Australia. Lo è perché nell'apprezzamento unanime dei competenti di cose militari, fu sempre considerata la chiave della situazione militare dell'Oriente. Vero è, ancora è opportuno ricordarlo, che dal momento che la flotta anglo-americana era sparita, Singapore non contava più nulla o ben poco per gli inglesi.
È conosciutissimo assioma militare che una flotta senza basi non può funzionare: d'onde il complementare principio che una base senza flotta è un non senso.
Ma il guaio grave per gli inglesi, o, per meglio dire, la tragedia dell'ora, è che, se essi non hanno più una flotta da mandare a Singapore, quella flotta l'hanno i giapponesi. I quali, dunque, sono in grado di ridare presto a Singapore, contro gli inglesi, tutta l'enorme importanza che quella base aveva prima delle decisive sconfitte navali patite dagli anglo-americani a Pearl Harbour, alla Malacca, nelle acque di Giava, del Mediterraneo e dell'Atlantico.
In questo senso la storia avrà ragione di identificare la caduta di Singapore con il crollo della potenza imperiale inglese.
Ciò, del resto, è perfettamente avvertito nel campo avversario, nonostante i contorcimenti e le stupidità della propaganda nemica. Tanto avvertito che, questo è il fatto più saliente della cronaca di questi giorni, Stafford Cripp, ambasciatore britannico a Mosca, ha voluto ritornare in Inghilterra, ha rifiutato di far parte del Gabinetto di Churchill, ed ha pronunciato un discorso il cui contenuto palese o dissimulato, è il seguente: 1. l'Inghilterra e gli Stati Uniti non hanno, ormai, che una carta buona e, cioè, quella della Russia; 2. è quindi indispensabile dare alla Russia tutti gli aiuti disponibili di uomini e di armi, onde il colosso moscovita cerchi di resistere all'offensiva primaverile dell'Asse, ponendo le premesse per la guerra lunga; 3. da ciò la conseguenza che Stafford Cripp, paladino di un'idea diversa da quella di Churchill, non può essere un suo collaboratore, ma potrà, occorrendo, esserne il successore.
Sulle possibilità della resistenza russa si spiegheranno, a suo tempo, le truppe dell'Asse con quegli esempi e quei metodi di cui già hanno dato prova nel periodo giugno-ottobre 1941.
Per intanto prendiamo atto della impotenza anglo-sassone a frenare la marcia del Tripartito verso i capisaldi della loro potenza coloniale.
Noi non abbiamo l'abitudine di fare, né, tantomeno, di annunciare sogni più rosei. Ma possiamo ben dire che da Singapore si aprono le vie verso tutti i punti cardinali, ovverosia verso Giava, verso l'Australia, verso l'India, verso il Golfo Persico e verso il mar Rosso; così come, dalla Cirenaica ormai rifornita di uomini e di materiali, si aprono le vie verso Suez.
Churchill, Eden, Duff Cooper e Roosevelt, dopo avere nella loro boria sconfinata e nella loro piramidale ignoranza delle forze dello spirito che animano gli antichi e civili popoli del Tripartito, respinto le profferte di pace fatte da Hitler nel 1940, debbono incominciare ad agitarsi davanti allo spettro della caduta dell'Impero cui i loro nomi saranno legati per l'eternità.
A. Domenico Bodo



Chi si fida dell'Inghilterra
Da: "La Sesia", 6 marzo 1942

L'ora della prova è venuta per l'Olanda ed ancora per la Francia. Le due nazioni che si fidarono dell'Inghilterra, della sua protezione, della sua lealtà, sono duramente colpite dalla realtà. La Francia ha già dovuto constatare, con profonda amarezza, cosa sia e cosa valga l'amicizia inglese. Prostrata, la Francia, dalle vicende della guerra, ha dovuto subire proditorie aggressioni inglesi che indignarono il mondo intero: e le angherie contro l'antica alleata continuano, da parte inglese, con una freddezza volgare, cinica. Ora si apprende che Parigi è stata centro di un attacco aereo inglese, il Governo di Vichy annuncia che il vilissimo bombardamento ha ucciso più di 600 persone. E si tratta di un'ex-alleata!
Ora è all'Olanda a saggiare l'amicizia inglese: se questa nazione si illuse sull'aiuto inglese, ora è costretta a trarne le conclusioni più dolorose.
Mentre le sue truppe combattono in difesa dell'ultimo lembo del suo Impero - l'isola di Giava - gli Inglesi - che, con Washington, avevano promesso tutti gli aiuti - tagliano la corda, preoccupati unicamente di difendere l'India abbandonando gli alleati, soli, contro le forze giapponesi.
Edificante spettacolo di perfidia. Si dice che è nelle ore buie che si provano le forze morali di un popolo: l'inglese ha dimostrato in abbondanza la "sua" forza morale: il proprio egoistico interesse, al di sopra di ogni impegno solennemente assunto.



Il risveglio dell'India
Da: "La Provincia di Vercelli", 7 aprile 1942

Mai, come dopo la marcia vittoriosa delle armate nipponiche nell'arcipelago della Sonda e in Birmania, il continente asiatico fu teatro di epiche lotte e di rivolgimenti politici. Uno spirito nuovo sembra esaltare i popoli dell'Asia, i quali, ribellandosi agli invasori occidentali, si apprestano a cacciare dal loro sterminato continente gli odiati oppressori.
Il risveglio dell'India è in atto. La plutocrazia giudaica anglosassone è ormai convinta che la libertà dell'India significa il crollo delle forze occulte dell'oro. La perdita dell'India costituirebbe lo sfacelo dell'Impero Britannico. Il potente organismo passerebbe improvvisamente dalla vita alla storia. Questa catastrofe non potrebbe essere in alcun modo riparata. Sono parole di Wiston Churchill pronunciate il 12 dicembre 1930 alla Conferenza della Tavola Rotonda di Londra.
Indubbiamente la realtà più sensazionale che colpisce in questi giorni il popolo inglese, è il fatto della minaccia che grava sul più fulgido gioiello della Corona imperiale: l'India. Sotto agni aspetto la sua esistenza pareva, sino a ieri, invulnerabile. Una strategia ben congegnata, basata sul potere politico assoluto, aveva assicurato alla Gran Bretagna tutti gli elementi atti a garantirgliene lo stabile dominio. Le basi del suo Impero, disseminate nel Mediterraneo, nel vicino e Medio Oriente ed infine i potenti bastioni creati in Asia Orientale, sembravano altrettanti incrollabili pilastri del dominio inglese, fonte d'inesauribili ricchezze.
Le strepitose vittorie giapponesi, come un impetuoso ciclone, travolsero ogni concetto d'invulnerabilità e tutti i calcoli di predominio si rivelarono errati. Unità della flotta giapponese operano con successo nell'Oceano Indiano e tutte le rotte marittime britanniche sono insidiate dai sommergibili nipponici. Nelle immense isole di Borneo, di Sumatra, di Giava, passate sin dal 1935, sotto una simulata protezione britannica, i soldati del Tenno riportarono schiaccianti vittorie e già essi si accingono ad invadere l'Australia. Anche nel Vicino e Medio Oriente, la situazione appare assai precaria. L'incubo per l'Inghilterra che l'Unione Sovietica possa esercitare una pressione sull'India, comincia a turbare il Governo di Londra, in seno al quale Sir Stafford Cripps è l'autorevole portavoce di Stalin. Sin dallo scoppio dell'attuale conflitto l'Inghilterra aveva pensato a garantire la sicurezza delle frontiere indiane, contro le minacce sovietiche. Dopo il tradimento perpetrato dall'Inghilterra nei confronti degli alleati olandesi, il generale Wavell, malgrado i rovesci dei suoi eserciti, è stato comandato a Delhi per organizzare la preparazione bellica dell'India e decidere della sua estrema esistenza.
A Londra i democratici sperano di fronteggiare le attuali difficoltà con i soliti mezzi, vale a dire con vacue promesse di elargire l'autonomia indiana. Sulle basi dell'Indian Act si vorrebbero offrire nuove riforme solo ad alcuni settori dell'amministrazione statale ed accordare insignificanti diritti nel campo costituzionale. Si tratta, in altri termini, delle medesime illusorie lusinghe, già usate nel 1914, grazie alle quali oltre un milione e mezzo di combattenti indiani versarono il loro sangue per l'Inghilterra.
Ma oggi, il popolo indiano, conscio della dura esperienza dell'altra guerra, non intende ricadere negli errori del passato; e i successi ottenuti sino ad oggi da Cripps stanno a dimostrarlo. In India tutti sanno che i Dominions del Canada, dell'Australia e specialmente del Sud-Africa, dopo tante amare esperienze con la madrepatria, anelano realizzare un grande sogno l'indipendenza. Persino a Washington, il contegno del popolo indiano ha destato profonda impressione. Ma ciò che appare veramente inverosimile si è che gli Stati Uniti intendono trattare direttamente con l'India i problemi indiani, e cioè senza il consenso britannico. A Londra, nel frattempo, animati dibattiti sulle concessioni politiche all'India, minano le basi del regime parlamentare inglese. Ricordiamo che il primo Impero Britannico crollò in seguito alla guerra di Secessione nell'America del Nord. Fu precisamente con la conquista dell'India che ebbe inizio la costituzione del secondo impero inglese, fondato sul diritto pubblico e sancito, nel 1877 con l'incoronazione della Regina Vittoria ad Imperatrice delle Indie.
Da quell'epoca lontana sino ad oggi, milioni e milioni d'individui delle popolazioni indiane si sono dissanguati per la gran Bretagna.
Da allora, di anno in anno l'India è stata sempre meno vicina all'Inghilterra. Ora il suo risveglio è in atto. L'lndia non crede più alle vane promesse della Gran Bretagna. Con la perdita dell'India anche il secondo impero inglese crollerà, e dalle sue rovine sorgerà un ordine nuovo che darà al mondo una lunga era di pace.
E. G. Parvis



Dove si scatenerà l'uragano?
Da: "L'Eusebiano", 16 aprile 1942

L'attesa dei tragici eventi del 1942 tiene sotto pressione tutta l'umanità: c'è chi aspetta con serena fiducia e c'è chi aspetta sotto l'incubo del terrore.
Il passato e il presente hanno stabilite delle premesse che segnalano, per chi ha buon senso, le chiare conclusioni di quest'immane conflitto. La forza militare del Tripartito è ormai fuori discussione, tanto fra noi quanto fra i nostri avversari. Nessuno può ragionevolmente dubitare che l'Italia, Germania e Giappone hanno dimostrato una nettissima superiorità.
Basta guardare il colossale bilancio della guerra attraverso i fatti d'arme svoltisi in Europa e in Asia.
Il nostro vecchio continente ha visto sparire dalla circolazione una quantità enorme di stati: la Francia spezzata e invasa; la Polonia polverizzata; il Belgio travolto; l'Olanda cancellata dalla carta geografica; la Norvegia conquistata; la Jugoslavia smembrata; la Grecia occupata.
L'Inghilterra padrona finanziariamente di quasi tutti gli ex governi, è estromessa da tutti i suoi feudi e relegata nella sua isola. E tutto ciò è avvenuto non per compromessi politici ma per forza militare.
Fra l'Europa e l'Asia il gigantesco polipo moscovita ha avuta l'amputazione sanguinosa di gran parte dei suoi tentacoli ed ha perduto il suo più fertile e più ricco territorio, tenuto saldamente "manu militari" dagli eserciti dell'Asse.
Il nemico, eccettuate le effimere avanzate nel deserto libico e la temporanea occupazione dell'Africa Orientale, ha avuto una serie concatenata di tremende sconfitte per terra, per mare e per aria.
Il suo blocco ha imposto a noi delle restrizioni, è vero, ma ha perduto 16 milioni di tonnellaggio marittimo e non ha impedito che anche l'isola madre sia sottoposta ad un razionamento simile al nostro.
Ha sperato di vincere speculando sulla nostra fame non tenendo conto che fra non molto anche i generi alimentari si potranno ricavare a sufficienza nelle fertilissime campagne da noi conquistate: abbiamo detto "fra non molto" perché non è nella facoltà dell'uomo anticipare le stagioni e quindi i raccolti.
La Russia, sventrata dalla spettacolosa invasione assiale, ha tentato invano di ripetere il grande miracolo della Beresina. Ma, ad inverno finito, si trova inchiodata press'a poco sulle posizioni in cui fu cacciata in autunno. Dopo tante apoteosi anglosassoni delle "strepitose vittorie sovietiche", oggi è pacifico, anche a Londra e a New York, che i tedeschi e i loro alleati si trovano ancora nel cuore della Russia.
C'è dunque da registrare, senza abbandonarci a superflue esagerazioni, il completo e disastroso fallimento inglese, sia in campo militare sia nel settore economico. Chi pensasse diversamente vivrebbe di illusioni e chiuderebbe gli occhi davanti ad una solare realtà.
Ebbimo anche noi delle perdite dolorose, ed abbiamo il coraggio di riconoscerle lealmente, perché la guerra... è la guerra e non una passeggiata militare. D'altra parte il nemico è l'antico padrone del mondo, l'accaparratore dell'oro e della ricchezza di tutti i continenti. I popoli di buon senso non hanno mai pensato che l'Inghilterra fosse un castello di carta e l'America un grattacielo di panna montata. Tutti noi siamo persuasi che il nemico è duro a morire, specie dopo le sue alleanze con la Russia e con la Cina, empori inesauribili di uomini.
Ma possiamo onestamente, alla vigilia di questa tragica primavera, constatare che un enorme attivo è dalla nostra parte e che uno spaventoso passivo è dalla parte nemica.
Tutto ciò nell'enorme campo europeo. E in Asia? Quattro mesi di guerra hanno portato il Giappone alle porte dell'India e nei mari dell'Australia. Tutte le difese dell'immensa Indonesia furono spazzate via, compresa Manila, Singapore, Hong Kong, Giava. Le flotte anglo-americane hanno ricevuto salassi mortali, prima nel Pacifico, poi nel Mare della Cina Meridionale, quindi nel Golfo di Bengala: distruzioni senza precedenti. Il Giappone ha dunque stravinto e continua a stravincere, davanti ad un nemico ricchissimo ma che sta perdendo ad una ad una le sue ricchezze e la sua magnificata potenza bellica.
Possono ben lavorare i cantieri anglosassoni, ma, se la... musica non cambia, le cifre astronomiche strombazzate a New York potranno applicarsi non alle navi da costruirsi, bensì a quelle affondate.
Questa la situazione, panoramicamente ma realisticamente delineata, nella presente vigilia primaverile. Però questa guerra ci ha talmente abituati al "colossale" che le gigantesche vittorie del passato - le più grandiose della storia mondiale - ci sembrano... fatti di ordinaria amministrazione; la rapidità stessa degli eventi ce ne oscura le proporzioni. Le gesta napoleoniche sembrano, all'uomo d'oggi, battaglie in miniatura. Lo svolgimento dell'ultima guerra cosiddetta mondiale è una foto in formato 6 per 12 di fronte ad un cubitale ingrandimento.
Perciò l'attesa nostra si rivolge verso avvenimenti sempre più vasti, che abbiano per confini i confini dell'intera umanità.
I popoli del Tripartito aspettano con giustificatissima serenità: il passato conta pur qualche cosa! Aspettano in silenzio, perché hanno imparato che nella guerra sono soltanto i fatti che contano. Nei Quartieri Generali è ormai tutto pronto, ma nessuno si arroga il diritto di lanciare profezie. Fra noi tace il mondo militare, tace la stampa, tacciono i commenti popolari.
Nulla di simile in campo nemico. Vociferazioni di giornali ingrandiscono le bravate dei "responsabili"; minacce radiofoniche rispecchiano sbalorditive promesse di stati maggiori; si richiedono a gran voce e si minacciano offensive verso tutti i punti cardinali: offensiva di Mac Arthur in Australia, offensiva di Wavel in India, offensiva di Ciang Kai Scek in Birmania, offensiva di Stalin verso Berlino, offensiva inglese in Europa e specialmente in Norvegia, offensiva anglorussa nel Medio Oriente. Ma tutte queste "offensive" sono sempre nel mondo delle illusioni nella voce nervosa e rabbiosa dei blateratori. Si grida così per ... disorientare il Tripartito? per galvanizzare le popolazioni demoralizzate dalle sconfitte? per ammansire i cinesi e i russi esasperati? per impressionare l'amorfa razza indiana? Si grida così perché chi ha paura non sa tacere.
Certo il Tripartito, che tiene gli occhi bene aperti su tutti i fronti, sa per esperienza che cosa vogliono dire le "offensive inglesi"! Ma costoro, in coro unisono con gli americani cercano di indovinare anche le intenzioni dei nostri Quartieri Generali e, per non sbagliare, hanno ormai lanciate tutte le possibili e impossibili supposizioni: avanzata dell'Asse verso gli Urali, nel Caucaso, nell'Iraq; avanzata in Siria; sbarchi a Cipro, a Malta, e Suez; sbarchi giapponesi in Australia, a Ceylon, a Calcutta, a Madras; avanzate nipponiche in India e nel cuore della Cina, tentativi di congiungimento delle truppe del Tripartito a sud dell'Imalaia. Evidentemente qualcosa di vero ci dovrà pur essere in questo cumulo di precisioni! perché il Tripartito non vorrà operare sul mondo della luna per il bel gusto di smentire i profeti anglosassoni.
Noi continuiamo a tacere, con quella disciplina che il nemico ignora. Pur sapendo che qualcosa di estremamente grandioso, e forse di decisivo, sta per iniziarsi, attendiamo con serena sicurezza l'opera dei nostri eroici combattenti sui fronti d'oggi e su quelli di domani: Dio li guidi verso la vittoria, Dio conceda il premio al loro sacrificio, Dio ce li riporti alle nostre case incoronati di lauro e di ulivo.
E nell'imminenza dello scatenarsi dell'uragano, ognuno di noi, fermo nel suo posto di dovere, innalzi al cielo l'accorata preghiera di un popolo forte nella sua Fede e sicuro sul suo destino.
D. Cesare Martinetti