Antologia di articoli di giornali locali
Settembre-dicembre 1941
La guerra nel Pacifico
A cura di Marilena Zona
Da un articolo edito in "l'impegno", a. XI, n. 3, dicembre 1991
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Sono stati consultati: "Il Biellese", Ufficiale dell'Azione Cattolica Biellese, a. LV; il "Corriere
Valsesiano", a. XLVII; "L'Eusebiano", Ufficiale dell'Azione Cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli, a. XIII, "Il
Popolo Biellese", bisettimanale fascista, a. XX; "La Provincia di Vercelli", Foglio d'ordini della Federazione
dei Fasci di Combattimento di Vercelli, a. XIX; "La Sesia", giornale di Vercelli e provincia, a. LXXI.
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non è conservata alcuna collezione di questo periodico.
Si ringrazia l'Editrice Valsesia per aver consentito la consultazione della collezione del "Corriere Valsesiano".
Presentazione
La rassegna della stampa
locale si occupa in questo numero degli ultimi mesi del 1941. Il 1 settembre
il "Popolo Biellese" enfatizza la notizia dell'incontro tra Mussolini e Hitler come risposta all'altro
incontro, avvenuto poche settimane prima tra Roosevelt e Churchill: "La soppressione della minaccia bolscevica
da una parte e dello sfruttamento plutocratico dall'altra permetterà una pacifica armonica e feconda
collaborazione nei campi della politica, dell'economia e della cultura fra tutti i popoli del continente europeo". Secondo
"Il Biellese" anche questa volta "lo storico incontro" fra i capi dell'Asse sul fronte orientale ha "una vasta
e profonda ripercussione in tutto il mondo".
Nel frattempo le operazioni di guerra sullo stesso fronte orientale continuano, con le offensive
nazifasciste che si avvicinano sempre più a Leningrado; mentre "nella situazione del Pacifico è intervenuto un
fatto nuovo: il Principe Konoe, capo del Governo giapponese ha inviato un messaggio a Roosevelt ove
viene spiegato il punto di vista del Giappone in ciò che concerne le questioni in sospeso tra Stati Uniti e
Giappone nel Pacifico".
Alla fine di ottobre tutta la stampa italiana dà grande risalto all'anniversario della "Rivoluzione fascista".
Il 24 ottobre "La Sesia" celebra con il titolo "Fede nella vittoria" il diciannovesimo "annuale della Marcia
su Roma" ed il ventitreesimo di Vittorio Veneto: "Due date, due eventi congiunti dallo stesso movente
ideale". Anche gli altri periodici locali ripropongono, nei loro editoriali, motivi celebrativi e ricordano gli
intenti della stessa: "La Rivoluzione fascista accennava fatalmente alle nuove soluzioni di quei problemi che
la guerra stessa non aveva risolto" e "con la Marcia su Roma si delinea necessariamente all'orizzonte
della politica mondiale il grande problema della revisione". E ancora: "l'Italia, che era stata defraudata dei
vantaggi solennemente promessi, era uscita mortificata dalla dura lotta".
L'11 novembre "Il Biellese" riporta la notizia della "vittoriosa occupazione della Crimea" e dell' "assedio
di Sebastopoli sempre più stretto" (la città resisterà invece fino al luglio 1942) e, subito dopo, la notizia
che Hitler "ha parlato ai camerati della vecchia guardia nazionalsocialista" ricordando "le vittorie conseguite
dal Soldato tedesco" e che "il dott. Goebbels" ha scritto sul periodico "Das Reich" un articolo per ridefinire
il "senso profondo di questa guerra e del grande sforzo nazionale del popolo tedesco" proprio in un
momento in cui si avvertono difficoltà: infatti la neutralità dell'America viene meno e Roosevelt comunica a Stalin
di "aver concesso alla Russia bolscevica un prestito di un miliardo di dollari per l'acquisto di materiale
da guerra".
Qualche giorno dopo, il 9 dicembre, "Il Biellese" apre con la notizia dell'allargamento del conflitto:
"La guerra infuria da 2 giorni nel Pacifico" e annuncia: "L'Inghilterra in guerra con la Finlandia, la
Romania, l'Ungheria". Il 18 dicembre, infine, "L'Eusebiano", a sua volta, "celebra il Tricolore" in un articolo carico
di retorica, che utilizza un linguaggio con pretese futuriste, giustificando la caduta in Libia dei
giovanissimi ragazzi della Gil come sacrificio eroico per fermare il nemico: "Cinquecento su mille sono caduti, ma
il nemico non passò" e "la difesa epica si riaccese, come alimentata da quel sangue purissimo che
fertilizzava le aridità del deserto, e sulle valanghe di mostri d'acciaio anglo-americani grandinò tambureggiando
il fuoco delle nostre armi".
Passa invece quasi inosservata la notizia della resa di Gondar, ultimo presidio italiano in Etiopia: il 2
dicembre "La Provincia di Vercelli" riporta semplicemente un breve trafiletto: "La Patria consacra alla
riconoscenza delle generazioni avvenire la gloria dei difensori di Gondar che hanno assolto pienamente e con cuore
il compito loro affidato".
Gli articoli
Il Duce e il Führer sul fronte russo
Da: "Il Popolo Biellese", 1 settembre 1941
Alcune settimane or sono, dopo essersi incontrati nei pressi delle coste americane, i signori Roosevelt
e Churchill ritenevano opportuno proclamare dinanzi al mondo, in quelli che passeranno alla storia sotto
la denominazione degli otto punti, i fini che gli anglosassoni si propongono di raggiungere con la guerra da
essi voluta. Dopo due anni di guerra, durante i quali gli anglosassoni si erano rifugiati nel più deliberato
e generico astrattismo, il mondo, il mondo che ricorda e che ragiona, ha sentito riecheggiare una voce di
oltre tomba, ovverosia quella del defunto Woodrow Wilson, i cui quattordici famigerati punti, passati alla
storia come una delle truffe più colossali giocate da un uomo ad un intero continente, sono stati male
riassunti negli otto punti dei suoi eredi e continuatori. Non interessa più, oramai, il commento dei quattordici o
degli otto punti, giacché il commento è nei fatti recenti e nei fatti antichi. I fatti antichi sono la
vivisezione dell'Europa e il suo spezzettamento secondo una logica e una direttiva che un pazzo avrebbe ripudiato: i
fatti nuovi sono l'aggressione dello stato libero e neutrale dell'Iran, il bombardamento delle sue città aperte
e l'uccisione di centinaia di civili per piegarne la resistenza e per farne strumento degli scopi di
guerra anglosassoni. I quattordici punti furono una truffa. Gli otto sono un'irrisione. La differenza fra i primi ed
i secondi è che ai primi il mondo ha creduto, mentre ai secondi nessuno ha prestato seria attenzione.
A distanza di pochi giorni si sono incontrati nel quartier generale tedesco Hitler e Mussolini. Hitler
e Mussolini si sono occupati di problemi politici e militari, hanno visitato le truppe combattenti portando
fra di esse il soffio animatore della loro presenza e, infine, si sono limitati a questa sola dichiarazione:
"La soppressione della minaccia bolscevica da una parte e dello sfruttamento plutocratico dall'altra
permetterà una pacifica, armonica e feconda collaborazione nei campi della politica, dell'economia e della cultura
fra tutti i popoli del continente europeo". Null'altro. Mentre i due capi anglosassoni si affannavano a diluire
in frasi nebulose e mal ricopiate da quelle del defunto loro predecessore delle affermazioni male
dissimulanti i propositi di egemonia e di oppressione della razza più ricca ma non certo più civile del mondo, i capi
del germanesimo e della latinità scolpivano in quattro righe le premesse e gli scopi della loro battaglia.
Esse sono: a) soppressione della minaccia bolscevica; b) soppressione dello sfruttamento plutocratico;
c) collaborazione fra tutti i popoli del continente europeo.
Ogni proposizione ha una portata storica, ogni affermazione ha un profondo significato: le tre
proposizioni ed affermazioni riassumono in una sintesi completa il significato profondo dell'immane lotta che
sconvolge il mondo intero.
Intanto è sintomatico e significativo l'accostamento, come pericolo per la civiltà, della minaccia
bolscevica e dello sfruttamento plutocratico. Il bolscevismo, attraverso alle fumose teorie comuniste si è rivelato
in pratica niente altro che una colossale impresa, la più colossale di tutte, per organizzare, attraverso
allo sfruttamento spietato di 180 milioni di individui, l'ammassamento nelle mani dell'industriale "Stato",
di una ricchezza sterminata sotto forma di armi le più disparate preordinate all'aggressione e alla
sottomissione del continente europeo.
Niente di più naturale che, alla fine, questo stato plutocrate abbia trovato le vie dell'accordo con quegli
stati, gli anglosassoni, che sono il regno dei plutocrati. Altrettanto sintomatico è che i grandi capi
dell'Asse pongano fra gli scopi fondamentali che essi si propongono di raggiungere con la vittoria la
soppressione dello sfruttamento plutocratico. Nessuna delle ragioni che stanno alla base di questo formidabile
conflitto ha uno specifico rilievo quale è quello contenuto in questa proposizione. Nessuna guerra è stata
come questa, una guerra di popolo e per il popolo. I mutamenti territoriali, le ragioni politiche, la necessità
di rimediare alle mostruosità commesse dai tre pazzi di Versaglia, sono indubbiamente motivi di grande
rilievo della guerra. Ma sono motivi secondari di fronte al precedente. La situazione internazionale in un
mondo comandato dagli anglosassoni è la riproduzione esatta e fedele dell'organizzazione sociale interna di
questi paesi. Il grande filosofo americano Emerson ebbe a scrivere che nel paese più ricco del mondo, che
è l'Inghilterra, i valori economici hanno predominio assoluto sui valori morali ed intellettuali. La
civiltà propugnata da Hitler e da Mussolini tende al rovesciamento di questo principio e alla affermazione
del predominio dei valori morali, intellettuali e del lavoro sui valori economici. L'Europa guidata da Hitler e
da Mussolini è un'Europa che vuole l'emancipazione, sia pur relativa, dal comando del danaro che è
quello meno meritevole e meno accettabile. Il danaro ci sarà sempre e avrà sempre i suoi diritti. Ma si tratta
di riconoscere in concreto e fissare ad un livello più alto i diritti di altri coefficienti di civiltà ben più nobili
e ben più importanti. In questa posta altissima sta tutta la superiorità morale della dichiarazione dei
due grandi capi dell'Asse rispetto alle elucubrazioni e alle mal dissimulate teorie di predominio dei
capi anglosassoni. Se una giustizia superiore esiste, questa non permetterà che la lotta immane fra gli
sfruttatori e gli oppressi termini con la sconfitta degli oppressi. Al postutto questi ultimi hanno con sé la forza
della ragione che fornirà loro l'energia necessaria per abbattere il nemico.
Altamente ammonitore, infine, è il richiamo dei due Condottieri alla collaborazione nei campi della
politica, dell'economia e della cultura fra tutti i popoli del continente europeo. In questa concezione dell'avvenire
del continente europeo che mette sistematicamente al bando quelle che furono le rivalità secolari fra stati europei
sta una delle caratteristiche più importanti e più costanti della superiore concezione politica di Hitler e
di Mussolini. L'Inghilterra ha costruito la sua egemonia precisamente su queste discordie e su queste
rivalità. L'Inghilterra dovrà perdere questa sua egemonia per la scomparsa di queste rivalità. I vaneggiamenti
di Roosevelt e di Churchill sui concetti astratti del bene e del male, dell'aggressore e dell'aggredito, si
spuntano come frecce contro l'acciaio di fronte alla riaffermazione del concetto di solidarietà europea che si
manifesta costantemente negli scambi di vedute fra i Condottieri dell'Asse. L'Europa è la depositaria di tutte le
più antiche civiltà ed è la più alta esponente della cultura mondiale di tutti i tempi. Divisa, poteva anche
essere, secondo il desiderio anglosassone, una specie di giardino delle curiosità per i ricchi padroni del
commercio mondiale. Unita, accoppierà alla superiore civiltà e cultura quel tanto di ricchezza che le permetterà
di accogliere gli anglosassoni non più come i padroni in gita di piacere nei propri domini, ma come
visitatori e ammiratori rispettosi di una superiore civiltà.
Fra i plutocrati del "Potomac" e i Condottieri dell'Asse le differenze sono molte, ma una è sostanziale:
i primi erano il passato, i secondi sono l'avvenire.
A. Domenico Bodo
La grande eco dello storico incontro
Da: "Il Biellese", 2 settembre 1941
L'incontro di Mussolini e di Hitler ha avuto anche questa volta una vasta e profonda ripercussione in tutto
il mondo.
Così, negli Stati Uniti i giornali hanno ripetuto sotto vistosi titoli in prima pagina, la notizia
dell'avvenimento, mettendo in particolare risalto la frase del comunicato ufficiale affermante la necessità di eliminare
il bolscevismo e lo sfruttamento plutocratico. Nei primi commenti nord americani si rileva che
l'incontro costituisce l'immediata risposta ai recenti colloqui fra Roosevelt e Churchill e agli "otto punti"
della dichiarazione anglo-americana. I giornali sottolineano anche gli accenni circa la durata della guerra e
ne riferiscono che, probabilmente, l'Asse è pronto anche ad un lungo conflitto pur essendo rimasta intatta
la fiducia di poter portare sollecitamente la guerra a una conclusione vittoriosa. I fogli madrileni e la
stampa spagnuola in genere, sciolgono un inno all'incontro memorabile dei due storici personaggi, mentre i
particolari del convegno sono riprodotti in caratteri di scatola al posto d'onore. Le "Informaciones" intitolano
l'articolo "Due grandi uomini decidono la lotta fino alla vittoria. Un nuovo ordine, senza bolscevismo e
senza plutocrazia, garantirà la pace dei popoli europei". Circa la stampa svizzera, la "Zürcher Zeitung" scrive
che certamente è da supporre che i due uomini abbiano discusso i progetti per la campagna autunnale e
invernale. Il comunicato viene considerato come una risposta alla dichiarazione atlantica.
A Budapest, si osserva in primo luogo che gli incontri di Hitler e Mussolini sono stati sempre seguiti
da avvenimenti importantissimi, e che è naturale quindi che il mondo guardi con tanto interesse
all'avvenimento di questi giorni. In Germania infine, tutti i giornali pubblicano con grande rilievo il comunicato
ufficiale diramato sui colloqui.
Per ciò che riguarda specificatamente i commenti tedeschi ai colloqui Mussolini-Hitler sempre più
chiaro emerge - notano i corrispondenti italiani da Berlino - il significato dell'incontro fra il Duce e il Führer.
Esso segna, si dice oggi, la fine della fase continentale della guerra e l'inizio della fase extracontinentale:
è perciò che i due Capi hanno deciso di rendere materialmente e spiritualmente compatta l'Europa
dominata dalle loro armi; questa Europa deve poter resistere attivamente e passivamente agli attacchi di
qualsiasi nemico: attivamente con la sua forza bellica, passivamente non piegando agli effetti del blocco. L'opera
può essere compiuta, si rileva, perché non c'è più ormai traccia d'Inghilterra sul continente; su di esso,
agli inglesi rimane soltanto... un aerodromo civile a Lisbona, e il pericolo bolscevico è ormai sventato.
La seconda fase della guerra, argomentano gli scrittori tedeschi, si inizia favorevolmente per le
potenze dell'Asse perché gl'inglesi non hanno saputo conquistare in questi due anni, come credevano, la
superiorità nella produzione bellica. Sono ancora molto indietro, hanno bisogno dell'America lontana; l'Asse,
invece, dispone oltre che delle proprie risorse industriali anche di tutta l'industria europea. Tutti i paesi,
infatti, lavorano per la macchina bellica tedesco-italiana. In una tale situazione, il programma ricostruttivo
annunciato dal Duce e dal Führer diventa una cosa molto seria: si tratta di un piano realistico perché le premesse
sono già in esistenza. La via sulla quale il continente si mette sarà forse ardua, ma condurrà senza dubbio
alla meta voluta. Non può non essere difficile perché tutto in guerra è difficile. La vittoria si paga con le
rinunzie e con la disciplina. Ma uno dei vantaggi dell'Asse sul nemico è che tale disciplina sia stata compresa
e accettata dai suoi popoli.
Intanto le truppe tedesche hanno occupato Tallin e Porto Baltico eliminando del tutto i bolscevichi dalle
coste dell'Estonia. Dal canto loro i finlandesi hanno occupato Viipurj (Viborg) sulla costa opposta del
golfo di Finiandia. Nel loro tentativo di sgomberare per via mare le truppe assediate in Tallin i bolscevichi
hanno subito quella che i giornali definiscono la Dunkerque n. 2. Risultano affondati 21 trasporti per una stazza
di 48.200 tonnellate. Otto trasporti sono stati gravemente avariati dall'urto contro mine. Apparecchi
tedeschi da combattimento hanno distrutto 22 navi da carico principalmente trasporti di truppe, per una stazza
di 74.000 tonnellate. Altre 39 navi sono state colpite così gravemente da potersi contare sulla perdita di
gran parte di esse.
Su tutta l'estensione del fronte orientale continuano inesauste le operazioni offesive dei tedeschi e dei
loro alleati. La occupazione di Tallin e di Viipurj stringe sempre più dappresso Pietrogrado e avvicina l'ora in
cui i bolscevichi saranno del tutto cacciati dal Baltico dove i loro movimenti sono ormai del tutto
paralizzati. Nel settore centrale i contrattacchi di Timoscenko non impediscono ai tedeschi di sviluppare i loro piani e
si sa che colonne motorizzate germaniche operano già da parecchi giorni ad est di Kiew. Nel settore
meridionale mentre continua la battaglia di Odessa gli ungheresi annunciano di aver frustrato sul Dnieper tutti i
contrattacchi russi. Si apprende intanto che nella speranza di ottenere un po' di respiro in tale settore i bolscevichi
hanno fatto saltare gli impianti idroelettrici di basso Dnieper che erano i più grandi d'Europa. Larghe zone
della pianura ucraina sono rimaste allagate.
Nella situazione del Pacifico è intervenuto un fatto nuovo: il Principe Konoe, Capo del Governo
giapponese ha inviato un messaggio a Roosevelt ove viene spiegato il punto di vista del Giappone in ciò che concerne
le questioni in sospeso tra Stati Uniti e Giappone nel Pacifico. Il portavoce del Governo giapponese, al
quale era stato domandato quale era il risultato dei passi intrapresi dal Giappone in rapporto ai trasporti di
benzina a Vladivostok, ha risposto che negoziati sono sempre in corso su questo argomento e di ignorare
che l'Ambasciatore nipponico a Mosca, Tatekava, abbia dichiarato che il Giappone non tollererebbe il
trasporto di materiale bellico attraverso Vladivostok.
A Washington, nella solita conferenza con i giornalisti, Roosevelt non ha voluto dare alcuna risposta a
tutte le domande concernenti il Giappone. Il Presidente ha, poi, cercato di compensare la delusione per
questo suo riserbo sui rapporti con Tokio, dando l'annuncio che Harriman sarà il capo della delegazione degli
Stati Uniti alla conferenza delle tre Potenze di Mosca. Nei circoli politici si crede però di sapere che il Capo
del Govemo giapponese avrebbe proposto a quello degli Stati Uniti una conferenza a cui prendano parte tutti
gli Stati rivieraschi del Pacifico allo scopo di esaminare i vari problemi dell'Estremo Oriente.
A seguito della preghiera rivoltagli dal Ministro Commissario Atschimovic, il Comandante generale
militare tedesco della Serbia, ha affidato l'incarico di formare il Gabinetto serbo al generale Nedic. Il generale
Nedic ha accettato l'incarico ed ha proposto al Comandante militare della Serbia una lista che fu
immediatamente approvata. Il Comandante supremo generale von Denkelmann, ha tenuto un discorso nel quale ha
dichiarato che il nuovo Governo è stato costituito per il bene del Paese, affinché ne curi la tranquillità, l'ordine e
la sicurezza e crei la premessa per l'astensione delle forze tedesche dalla vita politica serba. Egli si è
dichiarato convinto della pronta ricostruzione del Paese mediante una stretta collaborazione di forze.
Le notizie che si hanno da Parigi sulle condizioni di Laval e di Marcel Dèat feriti gravemente
mercoledì scorso in un attentato dicono che Dèat è fuori pericolo e che Laval è in continuo miglioramento.
L'Ambasciatore francese De Brinon ha dichiarato alla stampa che l'attentatore all'ex-Presidente del Consiglio Pierre Laval
è probabilmente un comunista camuffato. Infatti, durante i primi interrogatori, Colette avrebbe dichiarato
di essere un degaullista e che una sola cosa gli dispiaceva, cioè di non essere riuscito a uccidere Laval e
Dèat. Intanto la stampa parigina, mentre esprime il proprio orrore per l'accaduto, fa l'ipotesi che l'attentatore
non abbia agito che per ordine di Londra o
Mosca.
Fede nella Vittoria
Da: "La Sesia", 24 ottobre 1941
Il diciannovesimo annuale della Marcia su Roma, ed il ventitreesimo annuale di Vittorio Veneto - due
date, due eventi congiunti dallo stesso movente ideale - trovano l'Italia impegnata nel più duro cimento di
sua storia millenaria. Fiorito nel clima ideale della guerra mondiale, il Fascismo si pose, nell'agitato
dopoguerra, innanzitutto come movimento di rivendicazione e di esaltazione della Vittoria italiana. Ma, nel pensiero
e nella fede del Fascismo, la Vittoria italiana era indissolubilmente legata alla Rivoluzione europea:
della Rivoluzione europea, anzi, come affermò il Duce, l'intervento italiano era stato il fattore decisivo.
Rivoluzione europea. Due parole piene di suggestione, delle quali il popolo italiano comprende ora più
che per il passato il pieno significato, mentre nel clima di celebrazione della Marcia su Roma, s'impone la
realtà della Marcia su Mosca - in Mosca la nuova Europa, le cui insegne sono recate dalle Forze Armate dell'Asse,
travolgendo e schiantando non soltanto il bolscevismo ma ogni residuo conato della plutocrazia e
dell'ebraismo e del quaccherismo anglosassone che al destino di Mosca han legato la loro stessa sorte; due parole
che risuonano nel cuore dei combattenti con la impegnativa solennità di una promessa consacrata dal sangue
di milioni di uomini.
Oltre vent'anni di vita italiana rivivono in queste date sacre alle messi feconde della Patria, con
minuziosa lucidità. Rivivono nella loro realtà di lotta e di conquista di lavoro e di sangue, di faticosa ma
luminosa ascesa. Viva e bruciante è nelle carni dei combattenti e degli squadristi - Fascio ed elmetto
saldamente congiunti costituendo il simbolo dell'italiano integrale - la macerazione della trincea e la passione
delle barricate; ed attorno ai combattenti sono tanti i mutilati e gli invalidi e le gramaglie e, dietro nel tempo
ma avanti nella Marcia rivoluzionaria, tanti e tanti compagni Caduti: silenziosi, eloquenti, assillanti. Tutte
le città d'Italia, in opere imponenti han i segni del Fascismo rinnovatore, per tutte le contrade del mondo
sotto qualsiasi latitudine, s'afferma imperativa, la dignità dell'italiano di Mussolini. E, per la strada che giunge
a Mosca, per le vie dell'espansione verso l'est ed il sud sono altre legioni, altre colonne in armi che il
dolore e l'odore acre della morte mescolano con i canti di vittoria, con la gioia espansiva della via nuova che
si ridesta alle loro spalle. E avanti ancora, vanno. L'obiettivo finale non ci potrà fallire.
Romanità e germanesimo marciano di pari passo verso la meta. Combattenti e popoli dell'Asse
conoscono la stessa identica legge del dovere: del ferro e del pane. Del ferro col quale si fabbricano le armi; del
pane che alimenta la resistenza interna, senza di che tutte le armi ed i piani degli stati maggiori diventano
inutili. Più ferro, più armi per vincere e più sensibilità alle difficoltà economiche del momento, perché le
fondamenta reggano lo sforzo della fronte. Alla resa dei conti più abbondante sarà il pane per quanta più salda sarà
la resistenza interna, e la capacità di produrre armi.
La Rivoluzione europea è in pieno svolgimento. Le armi spianano la via della pace. Si avrà poi,
come vent'anni addietro, il "dopoguerra". E sarà del Fascismo. Ma un Fascismo che, compiuto il grande atto
di liberazione che è l'attuale guerra, potrà riprendere in pieno i suoi motivi vitali, le sue premesse
incontrovertibili, le sue promesse impegnative, e svilupparle, realizzarle, arricchirle di nuovo contenuto sul ritmo del
tempo che non s'arresta ma pone sempre nuovi problemi e nuove esigenze. E allora, indubbiamente i migliori
fra i giovani combattenti ed i più validi fra gli anziani combattenti saranno ancora fianco a fianco, gomito
a gomito come nella guerra, seri ed intenti alla meta comune.
Perché, proprio sentendo l'aspra bellezza della lotta nel suo autonomo valore umano, si combatte oggi
come forse mai si è combattuto su fronti dall'ampiezza continentale, con l'animo volto al dopoguerra,
all'avvenire d'Italia e dell'Europa. Si combatte per realizzare quella giustizia fra i popoli e fra le classi che il Fascismo
ha come postulato essenziale. Pertanto già oggi si precisa la visione della vita associata del dopoguerra e
delle sue necessità. Accanto alla suprema esigenza d'una ferrea onestà morale giganteggia sempre più, l'ansia
di un ordine istituzionale in cui le spassose o criminali facilonerie non possano nemmeno affiorare,
d'un ordine istituzionale in cui le competenze tecniche, sostanziate di consapevolezza politica, affermino e
svolgano in pieno la loro funzione di governo e di autodisciplina. E questo è corporativismo. Il vero integrale
originario corporativismo, vessillo inconfondibile della Rivoluzione.
Con sereno coraggio bisogna guardare alla realtà dell'oggi. La marcia è aspra; ma sicura è la vittoria.
Nei campi e nelle officine il lavoro deve essere fecondo, ogni famiglia deve considerarsi un fortilizio
della resistenza interna, senza alcuna ombra di dubbio e di tentennamento; nella vita pubblica occorre far
specchio di onestà e di rettitudine. Sulla fronte guerreggiata si combatte per i diritti dei popoli, per l'avvento di
una verace democrazia, per il trionfo di una pace feconda di civile benessere, di giustizia sociale, di
spirituale libertà.
Nelle trincee i combattenti dell'Italia fascista di Vittorio Veneto e della Rivoluzione nelle soste tra
un'azione e l'altra muovono alla ricerca ed all'assalto di se stessi, delle loro più recondite e gelose fortezze interiori
e sentono, in questa guerra l'assillo stesso della Morte e della Vita. Con i popoli giovani è la vita. Con
l'Italia sarà perciò la Vittoria.
d. rat.
Ventennale della rivoluzione
Da: "Corriere Valsesiano", 31 ottobre 1941
Siamo entrati ieri nel ventennale della Rivoluzione fascista. È una data solenne per la Nazione, ed è una
data importante per l'Europa e per il mondo, poiché con la Marcia su Roma si aprì veramente un ciclo
storico. Non tutti, anzi pochissimi, potevano prevedere allora gli sviluppi di una azione rivoluzionaria così audace
e risolutiva, ma che poteva sembrare ristretta al terreno della politica interna. Eppure era facile comprendere
che, venendo dopo la grande guerra, di cui era come il logico proseguimento in altri campi, la
Rivoluzione fascista accennava fatalmente alle nuove soluzioni di quei problemi che la guerra stessa non aveva risolto.
E questi problemi non erano soltanto politici, ma economici, sociali, internazionali, e non riguardavano
soltanto l'Italia, ma tutti gli altri Paesi europei e taluni di quelli extra europei. Originato da un profondo bisogno
di rinnovamento e dal desiderio di una maggiore giustizia, il Fascismo non poteva lasciare intatte le rocche
del privilegio internazionale. Perciò con la Marcia su Roma si delinea necessariamente all'orizzonte della
politica mondiale il grande problema della revisione.
La grande guerra (così detta perché era la più vasta combattuta fino a quel tempo, ma oggi è più
giusto chiamarla "l'altra guerra") era stata vinta dalle Potenze conservatrici; l'Italia che non aveva quasi nulla
da conservare e che era stata defraudata dei vantaggi solennemente promessile, era uscita mortificata dalla
dura lotta. Mortificata, ma anche esaltata nel profondo dell'animo, perché nella guerra aveva misurato le
proprie forze e acquistata la conoscenza dei proprii diritti e delle proprie possibilità. Da questo contrasto nacque
uno stato d'animo di insoddisfazione non sterile, che fu il germe della Rivoluzione. I poteri pubblici, in mano
a una classe politicamente debole e corrotta, non potevano sentire né seguire le esigenze dello spirito
italiano, ormai adulto, orgoglioso della vittoria. Al tempo stesso le masse, sedotte dal miraggio bolscevico,
tendevano a sottrarsi a ogni controllo dell'autorità, vivevano in stato di quotidiana anarchia, minacciavano con
gli scioperi, coi tumulti, coi disordini di piazza, quella saldezza della compagine nazionale alla quale i loro
capi attentavano ancora più pericolosamente nella sorda e grigia aula parlamentare.
Tutto questo mondo vecchio e logoro doveva essere spazzato via dalla Rivoluzione fascista. Tre anni
bastarono a Mussolini per creare il movimento, organizzarlo, lanciarlo alla conquista del potere. Tre anni di
sacrifici, di sforzi eroici, di sublimi olocausti di vite generose; tre anni anche di maturazione di quella
"mentalità fascista" che doveva affermarsi dopo la trionfale Marcia sulla capitale d'Italia, e improntare di sé
tutta l'opera futura del Regime.
Questo grande anniversario si commemora - ed è la terza volta - in un ambiente di guerra. La prima volta
fu durante il primo periodo dell'impresa d'Etiopia, quando l'Italia fascista affrontò impavida le rappresaglie
e il ricatto di cinquantadue Stati per una causa di giustizia e di civiltà. La seconda volta la grande data
coincise col memorabile incontro di Firenze tra il Duce e il Führer, che strinse ancora più saldamente i legami tra
i due Paesi e decise le sorti dell'Europa balcanica, come i fatti hanno dimostrato. La terza ricorrenza si
è celebrata ieri, austeramente come vogliono le circostanze dell'ora, ma in piena serenità, perché
l'andamento della guerra ha assunto una fisionomia così chiaramente favorevole da non lasciare alcun dubbio sul
suo esito trionfale.
L'Italia avrà la sua vittoria, e per mezzo di essa realizzerà quel destino di grandezza per cui caddero
i settecentomila morti della grande guerra, le migliaia di martiri della Rivoluzione delle Camicie nere, e
gli eroi di Etiopia e di Spagna, della Libia e dell'Impero, i morti della Grecia e della fronte russa. Noi tutti
che assistiamo commossi alle gesta dei nostri combattenti della terra, del mare, del cielo, su teatri di guerra
tanto lontani, in condizioni tanto difficili, abbiamo la coscienza piena della grandiosa missione che l'Italia
adempie in questa ora, per se stessa anzitutto, ma anche per il bene dell'umanità, per il progresso del vivere civile,
per la sicurezza della pace generale, che potrà posare soltanto sopra fondamenta di giustizia, di ordine,
di disciplina, di lavoro.
In questi diciannove anni il Regime non ha rinnegato nessuna delle sue premesse ideali e ha mantenuto
tutti i suoi programmi, ha sollevato il popolo da oggetto a soggetto di storia, ha accorciato meravigliosamente
le distanze fra le classi, ha trasformato il volto del Paese con le bonifiche, con le strade, con le costruzioni,
con le industrie nuove. È di ieri la grande cerimonia di Littoria, che mette il definitivo suggello alla
redenzione dell'Agro, invano sognata per venti secoli e compiuta, per volere di Mussolini, in pochi anni. Il Fascismo
ha dato all'Italia un posto preminente nell'attenzione e nell'ammirazione del mondo.
Guardando, indietro vi sono dunque ragioni di profonda compiacenza; guardando innanzi, mentre si
inizia l'anno del Ventennale, l'animo si riempie di speranza e si esalta per i più fortunati e sicuri auspici.
Vinceremo. Vinceremo perché lo vogliamo, perché è giusto e necessario vincere, perché nulla ci distoglierà da
questa consapevole meta.
La vittoriosa occupazione della Crimea
Da: "Il Biellese", 11 novembre 1941
In Crimea l'assedio di Sebastopoli sempre più stretto e l'avanzata sulla penisola di Kersch
continuano mentre tutto il rimanente della regione è ormai sotto il dominio delle truppe tedesco-romene. La flotta
russa del Mar Nero è martellata dall'aviazione tedesca che fa stragi di navi da guerra e mercantili.
Sulle vittorie tedesche Hitler ha parlato sabato scorso ai camerati della vecchia guardia nazionalsocialista
in occasione del diciottesimo annuale del primo moto rivoluzionario delle Camicie Brune. Ricordate le
vittorie conseguite dal soldato tedesco, specialmente dal fante, a dispetto delle asserzioni degli strateghi da
tavolino anglosassoni, il Führer ha stigmatizzato gli stolti tentativi di minare lo spirito di resistenza del popolo
tedesco nel Reich o nei territori occupati. In seguito, sottolineando con sarcasmo, i piani giganteschi di
armamento con cui certi americani ritengono di intimidire la Germania, il Führer ha riaffermato, tra vivissimi
applausi, nella sua qualità di Capo supremo delle Forze Armate dei Reich, il diritto di ogni unità navale tedesca
di difendersi ove essa venga attaccata. Hitler ha concluso il suo dire esaltando il sacrificio dei Martiri del
nove novembre e di tutti coloro che in quest'ultimo quarto di secolo sono caduti per la Germania.
Il Ministro della Propaganda tedesco, dott. Goebbels, ha scritto un importante articolo sul periodico
"Das Reich" nel quale egli non esita a parlare senza alcuna attenuazione eufemistica delle naturali molestie
morali e materiali risultanti da questa come da tutte le guerre. Egli ha la certezza che il popolo tedesco può e
deve vincere, ma soltanto a prezzo di una gigantesca tensione delle forze nazionali da cui nessuno ha diritto
di esimersi. "Facciamo tutto quello che serve alla vittoria e ci avvicina ad essa - ammonisce il Ministro -; perciò non si deve neppure domandare quando verrà la vittoria, ma piuttosto si deve procurare che venga".
Il dott. Goebbels insiste sulle gigantesche proporzioni assunte da un conflitto che da tempo ha perduto
di vista il suo punto di partenza. Chi parla infatti più di quelle questioni litigiose per le quali nell'agosto
1939 si iniziarono le ostilità? Il fatto è che attraverso questa guerra sono risaltati fuori tutti i vecchi
problemi europei rimasti sempre insoluti o risolti soltanto male e a metà. Il dott. Goebbels parla delle grandi
decisioni alle quali si trovano di fronte la Germania e l'Europa per la soluzione dei più elementari problemi.
Per l'Europa si tratta di decidere se voglia vivere o sprofondare nel caos. Tale è il senso profondo di
questa guerra e del grande sforzo nazionale del popolo tedesco, il quale può ringraziare in fondo il destino di
averlo costretto a decisioni che forse avrebbe procrastinato senza l'ostinazione dei suoi nemici per doverle
poi affrontare più tardi in condizioni più pericolose. Per la Germania l'attuale conflitto rappresenta un
compendio di rese di conti guerresche che, se non fossero state intraprese oggi, sarebbero venute a scadenza fra
alcuni anni.
Al centro di queste considerazioni sta la ripetuta affermazione che il popolo tedesco prima dell'
"ultimo grande trionfo", deve bensì affrontare ancora una volta un'ultima dura prova, ma che precisamente
nessuno può illudersi che la storica missione del riordinamento di un Continente possa cadergli nel grembo come
un frutto maturo, senza fatica e quasi senza merito. Nessuna possibilità di esistenza resterebbe d'altronde
alla Nazione tedesca qualora essa non dovesse vincere l'attuale guerra. La Germania e i popoli alleati con
essa lottano effettivamente per la loro elementare esistenza, e il dott. Goebbels rivela che le preoccupazioni e
le restrizioni imposte loro dalla guerra impallidirebbero al confronto dell'inferno che li attenderebbe se
dovessero perderla. Dalla vittoria invece questi popoli hanno il diritto di attendere la libertà delle materie prime e
dei rifornimenti alimentari, la sicurezza del loro spazio vitale, i fondamenti di un rinnovamento sociale e
la possibilità di una maggiore prosperità nazionale.
Il Senato americano ha approvato con lieve maggioranza l'abrogazione degli articoli 2 e 6 della legge
di neutralità. Ora la legge dovrà tornare alla Camera dei Rappresentanti la quale aveva soltanto abrogato
l'articolo 2 e non l'articolo 6. Coll'abrogazione dell'articolo 2 vengono armati i piroscafi mercantili e
coll'abrogazione dell'articolo 6 viene permesso alla marina mercantile statunitense di toccare i porti belligeranti.
"La neutralità degli americani è ormai lettera morta". Questo commento della radio Londra alla
decisione del Senato americano autorizzante l'armamento dei piroscafi mercantili, i quali potranno, inoltre, toccare
i porti belligeranti traversando la zona del blocco, non potrebbe essere più esatto; e dimostra - secondo
la stampa tedesca, - come, almeno in questa faccenda, gli inglesi siano meno ipocriti degli americani.
Quali siano in proposito le idee della Germania è però noto già da molti mesi, dal giorno in cui il Führer disse:
"Le navi che tenteranno di passare la zona proibita verranno silurate, scortate o non scortate".
Intanto Roosevelt ha comunicato a Stalin di aver concesso alla Russia bolscevica un prestito di un
miliardo di dollari per l'acquisto di materiale da guerra. Questo materiale non potrà mai arrivare che in minima
parte alla Russia, ma resta il gesto di Roosevelt che coll'annuncio del prestito vuole fare causa comune
col bolscevismo contro il parere della stragrande maggioranza del popolo americano.
La situazione del Pacifico torna ad essere di attesa e resterà tale fino al compimento della missione
del nuovo inviato straordinario di Tokio a Washington, l'ambasciatore Kuruso. Nei giorni scorsi due
piroscafi giapponesi sono affondati al largo della Corea per certo contro mine vaganti sovietiche. Il portavoce
del Governo di Tokio ha detto che "i Sovietici affermano di desiderare amichevoli relazioni col Giappone; ma
si deve dubitare fortemente della loro sincerità perché i fatti li dimostrano animati da ben diverse intenzioni".
Enorme impressione ha destato nei circoli giapponesi - informa il "Corriere della sera" - la notizia
che Washington studia le modalità per il ritiro dei suoi contingenti di fanteria da sbarco in Cina, che si
aggiunge sempre maggiori pressioni perché gli anglosassoni abbandonino la Cina e all'evacuazione di Guam.
La stampa nipponica commenta ampiamente l'annuncio datone dal Presidente Roosevelt. Il ritiro è
interpretato dal giornale "Hochi" come un preparativo dell'America in vista della crisi con il Giappone. Altri
quotidiani rilevano che il ritiro delle truppe americane renderà più tersa l'atmosfera di Sciangai, perché i settori
presidiati dalle forze straniere erano da tempo vere e proprie basi del terrorismo alimentato dal regime di
Ciungking.
La guerra infuria da 2 giorni nel Pacifico
Da: "Il Biellese", 9 dicembre 1941
La Maestà del Re Imperatore ha visitato nei giorni scorsi i più importanti centri della Sicilia. La
visita svoltasi dal 26 novembre al 5 dicembre ha dato luogo a grandiose e commoventi attestazioni
d'affetto specialmente da parte delle popolazioni maggiormente provate dagli attacchi dell'aviazione nemica. Il
Sovrano ha concluso il suo viaggio siciliano con la visita a Villa S. Giovanni dove è giunto poco dopo l'attacco
aereo di cui è cenno nel Bollettino n. 551.
La situazione nel Pacifico è improvvisamente precipitata nella guerra. La radio di Tokio ha annunciato
che dalle 6 del mattino di ieri lunedì esisteva lo stato di guerra tra il Giappone e le forze armate degli Stati
Uniti e dell'Inghilterra. Da oltre trentasei ore le notizie sulla nuova grandiosa svolta dell'attuale conflitto
si accavallano e si sovrappongono in maniera tale che un esame della nuova situazione non è ancora possibile.
È un fatto che Roosevelt ha tirato il filo a cui era appesa la situazione del Pacifico fino al punto di
farlo strappare. Il Giappone messo tra la dura scelta della guerra o della più grave umiliazione ha scelto la
guerra ed ha incominciato senz'altro a combattere sul mare, nell'aria e per terra. Si sa infatti di un'azione
navale alle Hawaii, di azioni aeree sulle Filippine, di sbarchi giapponesi in Malesia. Si vedrà ora se il perfido
gioco anglosassone è stato il buon gioco che Londra sperava e che Roosevelt conduceva contro il parere
della maggioranza del popolo americano: entrare cioè in guerra facendosela dichiarare dal Giappone e
per conseguenza dalle Potenze legate dal Patto Tripartito e, ancora, fingendosi aggredito trascinare con sé
tutte le nazioni americane sulla base del Patto Panamericano.
Parallelamente allo stato di guerra constatato a Tokio si è subito avuta la stessa constatazione nei riguardi
del Giappone da parte del Canadà, dell'Australia, delle Indie Olandesi. La diplomazia americana è intanto
al lavoro per far agire il patto Panamericano e per far scivolare in guerra tutte le Repubbliche del Centro e
del Sud America. Il Nicaragua e la Costarica hanno subito obbedito a Washington dichiarando senz'altro
la guerra.
Da parte delle Potenze dell'Asse si attende da un momento all'altro una netta presa di posizione.
Un comunicato ufficiale - diramato dalla "Reuter" - annuncia che la Gran Bretagna si considera in stato
di guerra con la Finlandia, la Romania e l'Ungheria a partire dalla mezzanotte di sabato scorso. La risposta
del Governo finlandese è giunta nella tarda notte di venerdì, ma è stata giudicata assolutamente
insoddisfacente poiché essa fa chiaramente intendere che il Governo finlandese non ha alcuna intenzione di uniformarsi
alle condizioni stilate nella nota britannica. Dai Governi romeno e ungherese non è giunta alcuna risposta.
Nella notte di venerdì sono state inviate comunicazioni da Londra ai tre Governi in questione. In tali
comunicazioni, consegnate nella giornata di sabato, dai Ministri degli Stati Uniti ad Helsinki, Budapest, è detto che lo
stato di guerra con la Gran Bretagna esisterà a partire dalla mezzanotte tra sabato e domenica. Le note
all'Ungheria e alla Romania sono, a quanto si apprende, redatte in termini identici. Quella diretta alla Finlandia chiede
al Governo finlandese di cessare le ostilità e di astenersi da ulteriori operazioni militari attive. In proposito,
il corrispondente dello "Stoccolma Tidningen" prevede che questa comunicazione non sarà
probabilmente seguita da atti di guerra, ma forse conserverà soltanto valore platonico, tanto per dare una
dimostrazione all'alleato russo.
Vivissima impressione ha destato in tutti gli Stati Uniti d'America la pubblicazione fatta da alcuni
giornali di un piano segreto di Roosevelt secondo il quale il Presidente con lettera in data 9 luglio, si rivolgeva
al Ministro della Guerra, Stimson, onde avere gli elementi necessari per la sconfitta dei nemici
"potenziali" degli Stati Uniti. La lettera di Roosevelt riceveva come risposta, in data 11 settembre, un rapporto
delle competenti autorità militari, firmato dal generale Marshall e dall'ammiraglio Spark. Tra l'altro, detto
rapporto diceva: 1) la Germania e i suoi alleati europei non possono essere sconfitti dalle Potenze d'Europa
che attualmente combattono; 2) se i Paesi europei dovranno essere sconfitti, sarà necessario che gli Stati
Uniti entrino in guerra e impieghino una parte delle loro forze armate in azioni offensive in Atlantico, in
Europa e in Africa; 3) il primo luglio del 1943 sarebbe la data fissata per l'inizio dello sforzo finale delle truppe da
sbarco americano; 4) frattanto gli Stati Uniti parteciperebbero sempre più alla guerra con azioni
consistenti nel graduale accerchiamento della Germania stabilendo basi militari, con offensive aeree contro la
Germania intraprese dalle basi delle isole britanniche e dal medio Oriente e con il possibile invio di un Corpo
di spedizione in Africa e nel medio Oriente; 5) lo sforzo finale richiede dalle Forze Armate degli Stati Uniti
un totale di 10.045.638 uomini; 6) è da prevedersi che la Russia sovietica sarà ridotta militarmente
all'impotenza entro il luglio del 1942; 7) per il Giappone, si prevede l'adozione di un'azione strategica comprendente
il blocco navale e bombardamenti aerei a cui parteciperebbero 1.700 aeroplani da bombardamento e
4.160 apparecchi da caccia.
La stampa dell'Asse non si stupisce di simili progetti sui quali ironizza poiché ad un calcolo
soltanto approssimativo non basterebbero tutte le navi mercantili del mondo ad assicurare
l'approvvigionamento delle armate che Roosevelt sogna di mandare in
Europa.
In alto il Tricolore
"L'Eusebiano", 18 dicembre 1941
Battaglioni di ragazzi della Gil hanno avuto in Marmarica il battesimo del fuoco. Cinquanta su
cento, cinquecento su mille sono caduti, ma il nemico non passò.
Il fante barbuto che ha fatto il callo alla guerra del deserto, vide ieri passare i giovani fascisti sulla
pista sabbiosa e forse tentennò il capo. Volavano come il vento, la limpida vena del loro canto imperava
sulle bombe del cannone, una gioia eroica baciava, nel rapido passaggio le fronti esangui dei feriti che
uscivano, siglati di gloria, dalla fornace. Volavano verso la mischia, vegliati, quasi ancor cullati dalle mamme
lontane a collaudare la loro anima e a dimostrare ai vecchi soldati che le nuove generazioni della Patria
rappresentano gli affluenti rincalzi che assicurano nei secoli il suo destino.
Ragazzi della Gil, ragazzi d'Italia, nostri fratelli minori: virgulti di quercia i quali non hanno ancora
imparato le pavide duttilità dell'esitazione, che svettano in quella tempesta che li potrà lasciare o vivi o morti ma
che li vedrà tornare o con gli scudi o sugli scudi.
Il nemico veniva loro incontro dal paese della sfinge, misterioso nei suoi intenti e nella sua recondita
forza: un nemico partito da una remota isola oceanica a misurarsi col "gentil sangue latino". La
divisione neozelandese scaraventò tutto il suo ferro e tutto il suo fuoco contro i petti dei nostri adolescenti. Si stupì
e si accanì di fronte alla loro prodigiosa resistenza; si contorse insanguinata, terribilmente mietuta. E
fu costretta ad aggrapparsi alla mobile sabbia per non essere soppiantata ignominiosamente dal valore di
soldati che non avevano ancora vent'anni.
La gesta venne seguita da Sollum e da Bardia, da Tobruk e dai colli cirenaici. Per tutto l'esercito libico fu
un grido irrompente di tenacie eroiche: un nemico che s'infrange di fronte ai "ragazzi di Roma" non passerà
di fronte ai vittoriosi di cento battaglie. E la difesa epica si riaccese, come alimentata da quel sangue
purissimo che fertilizzava le aridità del deserto, e sulle valanghe di mostri d'acciaio anglo-americani
grandinò tambureggiando il fuoco delle nostre armi.
Le porte della Cirenaica scricchiolano nell'urto titanico ma non si spalancano in faccia al nemico. Il
fante, che è papà, guarda il "ragazzo" che può essere suo figlio e con lui lotta finché il suo cuore ha un palpito.
Narra un ufficiale dei reparti della Gil che i giovanissimi sono caduti per una percentuale che supera
il cinquanta per cento, narra che i neo-zelandesi non riuscirono a passare sul corpo dei giovani caduti e che
la battaglia fu vinta dai nostri morti e dai nostri vivi.
O morti splendenti di Giarabub sorgete a salutare il fiore della nostra giovinezza! Issate le bandiere
sui fortilizi dell'Impero, oggi vivo più che mai della vostra epopea! I giovani d'Italia come voi sono stati
falciati affinché la Patria dalla loro spiga fulva di sangue abbia il pane della Vittoria!
Non mi curo se alcuno leggendomi, sorriderà davanti alla mia fervida commozione. Se mi degnerà del
suo non richiesto compatimento vedendomi prostrato a mani giunte sopra le tombe sfolgoranti dei
nostri giovanissimi. Se magari mi bofonchierà all'orecchio che... non con dei ragazzi si può vincere la guerra.
L'uomo che ha il pelo sul cuore potrà anche disinteressarsi dell'insignificante episodio, del fatterello
inscenato a scopo propagandistico, degli... inesperti mandati al macello. L'uomo delle cifre e dei preventivi
disapprova oggi i nostri ragazzi di Marmarica con lo stesso cinismo con cui condannò, migliaia di anni or sono,
i trecento delle Termopili.
Ma quando io penso che la nostra gioventù non si accontenta di agitare le bandiere nelle
domestiche dimostrazioni patriottiche ma va a sventolarle davanti alla morte, mi tengo cara la mia commozione,
intensifico la mia fraterna preghiera e spero, fortemente spero, che dal sangue degli adolescenti nascerà la
Vittoria benedetta da Dio.
Intorno al "fatterello" che illumina il tenebroso orrore di questa guerra, io vedo una lunga teoria di
mamme piangenti - mamme come la mia mamma - di papà che piegano il capo sotto la raffica del loro atroce
e glorioso destino, di focolari dove arderà per sempre la fiamma di colui che ha "voluto" dare i suoi
diciotto anni. Vedo tutto il popolo italiano palpitante di ammirata pietà e raccolto in totalitaria preghiera.
Sento singhiozzare, magari davanti a una mensa eucaristica i fratellini che si comunicano per chi non ha
voluto aspettare di diventar uomo per diventar grande. Contemplo gli eroici giovinetti intorno ad un altarino
da campo, prima della stupefacente battaglia, scandire una preghiera che sa ancora di latte materno. Ascolto
il monito della loro giovinezza stroncata echeggiare nell'anima di tutti i giovani d'Italia perché tutti sentano
e vivano la suprema bellezza del loro irruente sacrificio.
Quel grido di gloria e di morte si ripercuota anche nel nostro spirito, o uomini che come me avete
già sorpassato il "mezzo del cammino di vostra vita". Nessuna età, nessun callo alle sventure, nessuna
freddezza congenita, può raffreddare il fuoco o rimpicciolire ciò che è immensamente grande. L'ecatombe dei
nostri giovani, la vittoria dei nostri ragazzi è sangue eroico che deve passare nelle nostre vene e svelenirci
dalle nostre eventuali abulie.
A parte le frasi fatte, a parte le retoriche sdolcinature; noi ci troviamo oggi davanti alla storia vivente
della Patria, che parla dalle vene aperte di nostri giovani fratelli. Il nemico, sì, anche il nemico sconfitto
avrà presentato le armi. Noi chiniamo le nostre bandiere e in fiero e cristiano dolore, eleviamo il canto
della nostra Fede. Quando la Patria ha di questi fiori vermigli, la sua primavera non potrà avere tramonti.
D. Cesare Martinetti
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