Antologia di articoli di giornali locali
Settembre-dicembre 1938
Il patto di Monaco e le leggi razziste in Italia
A cura di Piero Ambrosio
Da un articolo edito in "l'impegno", a. VIII, n. 3, dicembre 1988
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Sono stati consultati: "Il Biellese", Ufficiale dell'Azione Cattolica Biellese, a. LII; il "Corriere Valsesiano", a. XLIV; "L'Eusebiano", Ufficiale dell'Azione Cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli, a. X; "Il Popolo Biellese", bisettimanale fascista, a. XVII; "La Provincia di Vercelli", Foglio d'ordini della Federazione dei Fasci di Combattimento di Vercelli, a. XVI; "La Sesia", giornale di Vercelli e provincia, a. LXVIII.
Non è stato possibile consultare "La Gazzetta della Valsesia" poiché nelle biblioteche pubbliche locali non è conservata alcuna collezione di questo periodico.
Si ringrazia la Valsesia Editrice per aver consentito la consultazione della collezione del "Corriere Valsesiano", al momento impossibile nella Biblioteca civica di Varallo.
Presentazione
Nel settembre 1938 in Europa la guerra era alle porte: anche se l'intervento delle diplomazie sembrò
averla scongiurata, in realtà proprio il convegno che si tenne a Monaco in quel mese, con la partecipazione dei
capi di governo di Germania, Italia, Francia e Gran Bretagna, ne segnò in un certo senso l'inizio.
Quell'importante vittoria ottenuta sul piano politico e diplomatico, non solo non placò le mire espansionistiche di Hitler
ma diede nuovo impulso ai piani del führer tedesco.
In questa pagina pubblichiamo articoli relativi alla crisi centroeuropea e al patto di Monaco, alla
legislazione razziale in Italia e alle rivendicazioni territoriali del fascismo italiano nei confronti della Francia.
"Praga vale una guerra europea?"
Ai primi di settembre del 1938 la controversia tra la Germania e il governo di Praga sulla questione
della minoranza tedesca dei Sudeti, regione assegnata alla Cecoslovacchia con il trattato di Versailles, era
giunta al limite della rottura, avendo Hitler deciso di annettersi quel territorio. La realizzazione del progetto
tedesco avrebbe portato alla guerra: eventualità che, in quel momento, nessun paese europeo, tranne la
Germania, sembrava essere disposto ad accettare. Prevalse quindi la politica
dell'appeasement, la disponibilità cioè
di far ottenere al Reich pacificamente ciò che esso pretendeva.
Furono giorni di febbrile attività diplomatica che portarono all'incontro che si ebbe alla fine del mese
nella capitale della Baviera, dove le potenze occidentali riconobbero come valide le richieste hitleriane e,
senza consultare il governo interessato, sancirono la prima spartizione della Cecoslovacchia.
Francia e Inghilterra credettero così di aver ammansito Hitler e di aver risolto, con un'annessione
garantita da osservatori stranieri, un problema evidentemente ben più grande e ben più grave di quello
rappresentato dalla minoranza dei cosidetti tedesco-sudeti e che evidentemente meritava ben altra soluzione.
In Italia, ad avvenuta firma del patto, l'opinione pubblica fu rumorosamente informata, attraverso la radio
e i giornali, che a Monaco era stata salvata la pace e che il principale artefice dello storico risultato
doveva essere considerato Mussolini.
Anche i giornali locali, che avevano seguito con interesse e apprensione la crisi centroeuropea ("La
Sesia", ad esempio, il 23 settembre aveva scritto: "Viviamo ore storiche. Ci troviamo di fronte ad avvenimenti
di portata formidabile. Ogni minuto che passa nel quadrante della vita internazionale può avere
importanza decisiva per la storia d'Europa e del mondo"), inneggiarono al "Duce salvatore della pace", al suo genio,
al grande servizio da lui reso "alla civiltà occidentale", e vi fu persino chi, come "Il Popolo Biellese",
parafrasando un detto allora alla moda, sentenziò che l'Italia aveva "sempre ragione".
E, dal momento che la bufera era sembrata essersi dissolta e i "venti di guerra" scomparsi, non mancò
chi ritenne di poter fare, impunemente, il gradasso, scrivendo che "la voce di Roma" era stata ascoltata
perché era sorretta "da milioni di baionette"!
Se è impossibile citare tutti gli articoli che furono pubblicati in quelle settimane sui periodici locali,
tuttavia sia consentito di riportare, oltre agli articoli pubblicati integralmente, un breve brano, tratto da "La
Sesia" del 20 settembre, e relativo al discorso pronunciato da Mussolini due giorni prima a Trieste:
"s'avverte l'Uomo di Stato che signoreggia ogni materia, che fissa le direttive e i modi dell'azione. Precisa Egli,
di fronte al problema centro europeo la sua virtù di Condottiero e di creatore di nuova storia. La sua
eloquenza è fatta di intuizioni e di comandi immediati perché l'Europa - e ascoltino i responsabili delle
Cancellerie europee il monito del Capo del Governo italiano - si decida prima che la valanga precipiti inesorabile.
Lo stato d'animo del popolo italiano - volonteroso di pace, ma pronto a scattare al cenno del Duce - si
trasfonda in tutta Europa per l'evento (sic) dell'Era nuova, in quell'ordine e giustizia che solo Roma sa dare.
Quel saper vedere a fondo il problema della razza poi - ove per altri è ancor oscurità e penombra - è dato che
non comporta più analisi o chiarificazione: ne fissa i termini in un piano superiore che solo il genio e la
più grande umanità del Capo sa dettare".
"Ebrei, vil razza dannata"
In Italia l'inizio ufficiale dell'antisemitismo di Stato si ebbe con le deliberazioni del Consiglio dei
ministri del 1 e 2 settembre 1938 con le quali si ordinava agli ebrei stranieri di lasciare il territorio del Regno,
della Libia e dei possedimenti dell'Egeo entro sei mesi e si escludevano tutti gli ebrei italiani dalla scuola, sia
per quanto riguardava la frequenza sia per quanto riguardava l'esercizio dell'insegnamento (in seguito una
circolare del ministero dell'Educazione nazionale comunicò ai capi di istituto "l'elenco degli autori di razza
ebraica" i cui libri di testo erano banditi dalle scuole).
Furono colpiti dai provvedimenti migliaia di ebrei che dovettero lasciare l'Italia e circa 5.600 studenti e
oltre 200 professori di ogni ordine e grado che furono allontanati dalla scuola.
Erano queste le prime avvisaglie di un'offensiva (che aveva i suoi precedenti nel "Manifesto degli
scienziati", pubblicato il 14 luglio su "Il Giornale d'Italia") che troverà il suo coronamento nella "Dichiarazione
sulla razza", redatta personalmente da Mussolini e approvata dal Gran consiglio del fascismo il 7 ottobre, e
nel decreto legge del 17 novembre "Provvedimenti per la difesa della razza italiana".
L'offensiva che si sviluppò trovò ovviamente ampia eco sulla stampa, e non solo su quella fascista, che
portò avanti una feroce opera di attacco al mondo ebraico, ma anche sugli altri periodici, su cui comparvero
in gran numero articoli realizzati sulla base delle famose "veline" del ministero della Cultura popolare.
L'ossequio alle direttive del regime e l'uso delle "veline" risulta assai evidente anche dalla lettura degli articoli
apparsi sulla stampa locale: si va dalla riproposizione spesso testuale delle dieci enunciazioni contenute nel
"Manifesto" o dei vari articoli di legge, al loro commento, alla "rimasticatura" dei discorsi del segretario del
Partito nazionale fascista, Achille Starace. I risultati sono vere e proprie farneticazioni, non meno, del resto,
dei documenti che ne erano alla base.
"Nizza, Savoia, Corsica fatal"
Poiché la Germania si era annessa, nel mese di marzo, l'Austria, ed ora i Sudeti, il regime fascista,
nell'ambito dell' "alleanza per cambiare la carta geografica del mondo", si sentiva autorizzato a fare qualcosa di
analogo, e, in questo caso, la vittima designata era la Francia.
Il piano del ministro degli Esteri, Galeazzo Ciano, prevedeva tre rivendicazioni: una "forma di
condominio" a Tunisi, interessi italiani a Gibuti, revisione delle tariffe del canale di Suez, controllato da una
compagnia con prevalenti capitali francesi.
Il 30 novembre Ciano fece alla Camera un discorso sulla politica estera, che concluse con un accenno
alle "naturali aspirazioni del popolo italiano" e, dai banchi dei deputati, si levò, certamente preordinato, un
coro di "Tunisi, Gibuti, Corsica" a cui, secondo alcune fonti e il "Diario" dello stesso ministro, si
aggiunsero grida inneggianti a Nizza e alla Savoia. Mussolini sperava di avere, in questa occasione, l'appoggio di
Hitler, che invece mancò, soprattutto per l'inclusione di obiettivi impossibili come Nizza e la Corsica (a
rivendicare la Savoia Mussolini rinunciò, in un discorso al Gran consiglio del fascismo, "perché fuori della
cerchia alpina").
In quei giorni la stampa fascista segnalò con indignazione manifestazioni e incidenti antiitaliani in
Corsica e a Tunisi, a cui seguirono, in Italia, manifestazioni antifrancesi: una di queste, organizzata da studenti
medi, ebbe luogo il 9 dicembre a Vercelli.
La forsennata campagna antifrancese anticipava di poco l'alleanza militare con la Germania, il "patto
d'acciaio" che sarà firmato il 22 maggio dell'anno seguente.
Gli articoli
In attesa delle dichiarazioni di Hitler al Congresso
Nazista di Norimberga
Da: "Il Biellese", 6 settembre 1938
La cosidetta settimana cruciale della crisi cecoslovacca si è chiusa senza catastrofi dopo un incontro
fra Hitler e Henlein, capo dei tedeschi sudetici, dove i due uomini hanno constatato la loro identità di vedute
sul problema che tiene sospesa l'Europa. Questa constatazione ha osservato
[sic, ma: sollevato] alquanto l'ambiente internazionale per quanto ci sia chi rimane pessimista nel senso che Hitler e Henlein potrebbero
aver constatato la necessità di non transigere di fronte a Praga. In tal caso la questione tornerebbe a
farsi gravissima.
Ad ogni modo nei prossimi giorni non mancheremo di avere una chiarificazione sul pensiero di Hitler
il quale parlerà al Congresso Nazista di Norimberga che si apre oggi martedì con la partecipazione di
800.000 mila rappresentanti del partito e delle forze nazionalsocialiste. Al Congresso sono invitati tutti i
rappresentanti delle Potenze e il P.N.F. partecipa con una propria delegazione capeggiata dall'on. Farinacci.
Il Führer nel suo discorso di oggi o in quello di lunedì prossimo - uno d'apertura, l'altro di chiusura
del Congresso - accennerà certamente alla linea di condotta della Germania nei confronti della
Cecoslovacchia e soltanto allora si vedrà se il barometro europeo si mette al bello o al brutto tempo.
"Il Congresso di Norimberga - scrive il
'Popolo d'Italia' - è stato sempre l'assise massima e la rassegna
più completa delle energie generali e coltivate fra il popolo della Germania dal movimento hitleriano;
ma quest'anno il bilancio è imponente, la realtà creata è stata luminosa e vasta, da stordire gli stessi critici
e negatori. Basti pensare all'Austria, basti riflettere sul prestigio che la Germania ha riacquistato nel mondo
e guardare alla formidabile ascesa materiale e morale che la Germania ha compiuto in sì breve tempo".
Non occorre perciò badare troppo a ciò che succede a Praga in questi giorni, poiché una risposta può
venire soltanto da Norimberga mentre per l'eventuale controrisposta
occorrerà poi guardare a Londra.
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Il Ministro degli Esteri, Bonnet, e l'ambasciatore degli Stati Uniti, Williams Bullit, hanno inaugurato
alla punta di Grave nelle vicinanze di Bordeaux, un monumento ricordante lo sbarco in Francia, 21 anni or
sono, dei primi soldati del corpo di spedizione americano.
Del lungo discorso pronunciato da Bonnet citeremo i passaggi più attuali:
"Noi non ci dissimuliamo la gravità del problema cecoslovacco. Ma noi speriamo che, grazie ai
sentimenti pacifici che devono animare tutti i popoli, grazie all'alta coscienza che i Governi di Berlino e di
Praga devono avere delle loro responsabilità internazionali, grazie alla collaborazione stretta e leale della
Gran Bretagna e della Francia, le pesanti minacce che gravano sull'Europa centrale saranno scongiurate. La
Francia, in ogni caso, resterà fedele ai patti e ai trattati che essa ha conclusi. Essa resterà fedele agli impegni che
ha preso".
L'ambasciatore a sua volta a proposito della situazione internazionale [ha pronunciato] queste parole sibilline:
"Il popolo degli Stati Uniti, come il popolo della Francia, desidera ardentemente la pace. Noi speriamo
di poter restare in pace con tutti e ciascuna delle altre Nazioni, ma come già lo dissi il 22 febbraio
dell'anno scorso, se la guerra scoppiasse ancora in Europa nessuno potrebbe dichiarare o predire se sì o no gli
Stati Uniti sarebbero trascinati in una tale
guerra".
Politica di razza. Numero e qualità
Da: "La Sesia", 13 settembre 1938
Il Gran Consiglio del Fascismo, nella riunione del 1° ottobre, si occuperà del problema della razza:
definirà particolarmente, la posizione, in blocco degli ebrei in Italia.
La decisione del maggiore consesso del Regime costituirà la più precisa messa a fuoco della politica
razziale italiana.
Molti sono ancora gli "stupiti" per la decisa azione intrapresa dal Fascismo per la "purificazione" della
razza italiana: quasi non si fossero mai avveduti che "tutta l'opera che il Regime ha fatto finora in Italia è in
fondo del razzismo".
I soliti inguaribili mormoratori mostrano di ignorare quali siano i postulati e le esigenze di uno Stato
moderno. Uno Stato - e tanto più se è un Impero che alberga nei suoi confini una molteplicità di elementi etnici -
dopo di aver considerato la popolazione sotto il profilo della quantità, non può non considerarla sotto quello
della qualità. Solo così la popolazione diventa Popolo. Giacché se la popolazione è un valore numerico, il
Popolo è più che un numero. È un valore biologico, psicologico, etico, politico, storico.
Dal punto di vista aritmetico uno Stato può star pago di contare i proprii abitanti senza preoccuparsi
che siano bianchi o neri o gialli, di debole o di robusta costituzione, né chiedersi se siano degenerati o
floridi, coraggiosi o vili, patrioti o senza patria. Altra cosa è invece nel campo politico. Qui l'apprezzamento
qualitativo è in prima linea. E tra i valori qualitativi primissimo è quello razziale.
È stato bene osservato che la politica razziale si è imposta alla politica italiana, da quando, costituito
l'Impero, il paese si è trovato a contatto con una numerosa popolazione di colore. Onde la necessità di provvedimenti
intesi a impedire per via di facili incroci, la contaminazione e la decadenza della razza bianca. In verità
il Fascismo, praticamente, ha sempre fatto, sin dagli inizi una politica razzista, predominata cioè
dalla sollecitudine di accrescere, difendere, potenziare, elevare fisicamente e moralmente la razza italiana.
La nostra politica demografica non è stata soltanto una politica di numero, ma una politica di qualità,
val quanto dire selettività del perfetto italiano. Ciò è potuto avvenire perché il Fascismo ha creduto
nell'esistenza della razza italiana.
Qual meraviglia se oggi, con la cooperazione della scienza, si cerca di chiarire e di definire questa
nostra razza, e si allontanano da noi quanti elementi semitici infiltratisi tra noi nella vicenda dei secoli, la
nostra razza possono inquinare? È vecchia logica - almeno da Socrate in poi - che non si impieghino dei concetti - e si adottino dei provvedimenti - senza prima averli definiti. Nulla quindi di più naturale che ci si ingegni
di capire quel che significa "razza", nell'atto di fare una politica razzista.
È pacifico che esistano le razze: è nell'ordine naturale. Ma è anche inutile avvertire che molti
antropologi disfattisti - e sono elementi semiti i più - negano la distinzione del genere umano in razze. Essi negano
in genere per negare la specie. Se la razza non esiste, essi dicono, non esiste la razza ebrea; quindi si sfalda e
si polverizza il presupposto dell'antigiudaismo che si riduce in una forma di persecuzione politica - e
religiosa - senza motivo e senza attenuanti. Vero è che tra i denigatori della razza ci sono anche dei cattolici. Ma
il punto di vista cristiano è comprensibile. Il cristianesimo è una visione teologica e oltremondana della
vita. Dinanzi a Dio e al problema della salvazione dell'anima non ci sono né negri né gialli né bianchi,
né dolicocefali, né brachicefali, né occhi neri o azzurri, né cappelli
(sic) dorati o color d'oro. Già San
Paolo aveva annunciato che col nuovo Patto era abolita ogni differenza fra ebrei e gentili, tra circoncisi e
incirconcisi, perché tutti sono fratelli in Cristo.
Ma l'aspetto cambia se dal piano teologico si scende al campo biologico, sociologico, storico, politico.
I famosi dieci punti del razzismo italiano hanno avvertito che la "questione del razzismo in Italia deve
essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose". L'avvertimento
è abbastanza netto ed energico perché, in mala fede si confonda il nostro razzismo con quello
nazionalsocialista. Il Fascismo è troppo rispettoso della religione e del cattolicesimo per intaccare comunque le verità
rivelate e definite in sede teologica. Fuori di questa sede nessuno tuttavia può disconoscere che se uno è il
genere umano, molteplici e diverse sono le razze, cioè le varietà antropologiche che lo costituiscono.
La rivista "La difesa della razza", a chi sostiene non esistere più razze, ma un genere umano uniforme
con insignificanti differenze dovute all'azione dell'ambiente, va squadernando sotto gli occhi i vari tipi
umani con tutte le gradazioni intermedie, dal negro dalle labbra tumide, camuso e crespato, al più puro volto
della Regina Margherita e le Madonne dei maggiori nostri artisti.
Gli italiani sono ariani e sono europei. Ma in questa Europa che è stata il crocicchio di tutte le
strade percorse dalle più svariate genti, il popolo italiano ha conservato la sua fisionomia inconfondibile. Ha
fatto argine, cioè, col suo sangue a tutte le commistioni ed intrusioni di sangue straniero; ha conservato un
suo schietto modo di sentire, di pensare, di ragionare, che si rispecchiano nell'arte e nelle scienze e nella
filosofia. È fatica dei biologi fissare le note distintive costituzionali dell' "homo italicus"; ma non può tuttavia
sfuggire ad ogni osservatore la verità che l'italiano si distingue per aspro distacco non solo da tutte le stirpi
extra europee, ma anche dalle entità razziste procedenti dalla stessa stirpe ariana - francesi, tedesche, inglesi, ecc.
Oggi lo stacco che più si accentua è quello fra la nostra razza e quella giudaica. Il problema non è
solo italiano, ma europeo e forse mondiale. L'urto di due civiltà, il conflitto tra un universo nuovo che nasce
e occulte forze tenebrose che tentano soffocarlo prima che sorga; lo scontro violento fra una volontà
di ricostruzione ed una volontà di distruzione ha fatto aprire gli occhi al mondo su di una razza che ha quasi
per decreto divino la missione di svalutare ogni valore, di vanificare ogni forza creativa.
Come mai si vede tutto il mondo insorgere contro questa razza?
Gli è che l'anarchismo, il bolscevismo, l'ateismo trovano le firme di avallo, il sostegno, il finanziamento,
i mezzi di propulsione nel giudaismo internazionale.
"Quanto agli ebrei - ha affermato il Ministro Segretario del Partito - essi si considerano da millenni
dovunque ed anche in Italia come una 'razza' diversa e superiore alle altre, ed è notorio che malgrado la
politica tollerante del fascismo gli ebrei, in ogni nazione, hanno costituito con i loro uomini e con i loro mezzi
lo stato maggiore dell'antifascismo".
Gli ebrei sono un razza pura. "Pura" perché il loro sangue ha potuto mantenersi esente da commistioni
per via di una rigida endogamia; "pura" per la loro religione che si è chiusa in un legalismo senza possibilità
di adattamenti; "pura" perché vi è una mentalità, una educazione, un costume, un carattere ed una visione
della vita inseparabile dal giudaismo.
Conoscere il razzismo ebraico, con il suo stile, i suoi metodi, le sue armi, è condizione indispensabile
per conoscere il razzismo italiano. Difendersene è compito dello Stato fascista. Non si tratta pertanto -
poiché nel problema di nostra razza si guarda più alla qualità che al numero - di numerare soltanto gli ebrei con
le statistiche alla mano: ma di esaminare fino a qual punto il costume, l'educazione, la finanza e la coltura - soprattutto la coltura, per la quale si sono prese le prime misure difensive - siano influenzati dalla
grave mora del giudaismo. I provvedimenti sono già venuti e altri verranno di conseguenza. E sarà il Gran
Consiglio del Fascismo a stabilirne la
portata.
La geografia non è un'opinione
Da: "L'Eusebiano", 22 settembre 1938
Anche se scriviamo sotto la minaccia d'essere smentiti di ora in ora, oggi venti settembre,
possiamo pronosticare un miglioramento nelle condizioni atmosferiche internazionali. Non è ancora il sereno,
ma l'incubo nero della guerra si sta spezzando - come la Cecoslovacchia - per lasciar trasparire
promettenti chiarite d'orizzonte.
"La Geografia" sta riprendendo i suoi diritti e "la forza centrifuga" delle nazionalità, imbottigliate
in Cecoslovacchia, ha fatto saltare... il tappo e si orienta verso i naturali centri di gravità: le rispettive
madri patrie.
Lo stato forgiato a Versaglia dal Franco Muratore Benés si sfalda. Voglia o non voglia, Praga ritornerà
ad essere la capitale della Boemia e, tutt'al più, di quelle zone limitrofe che ne accetteranno il dominio.
Era fatale. Non si può costruire una nazione-mosaico, sbocconcellando i confini altrui e costringendo
le cosidette minoranze a incorporarsi in un tutto ibrido ed eterogeneo. Fu l'errore di Versaglia.
Ma quell'insipienza pericolosa doveva essere aggravata, nei vent'anni del dopo guerra, dalla miope e
acida settarietà degli uomini di Praga. Essi avevano un'unica colonna vertebrale capace di tenere in piedi il
nuovo stato-arlecchino: dovevano concedere subito larghe autonomie e, soprattutto, instaurare una politica
di neutralità assoluta. Si combattessero pure, sul terreno ideologico, le Grandi Potenze: la funzione e la
finzione cecoslovacca non avrebbe dovuto essere che una "Svizzera Orientale".
Praga, dominata dalla Massoneria e dal Comunismo, volle invece elevarsi al rango delle Grandi Potenze
ed entrare nel campo delle contese europee. Diventò un fortilizio comunista nel cuore della Germania,
non pensando che aveva tre milioni e mezzo di germanici entro i suoi confini. Questi insorsero rifiutando
di armarsi contro la Madre Patria, e rivendicarono il loro conculcato diritto di autodecisione. Le altre
minoranze, anche se non fiancheggiate da una Grande Potenza, stanno cantando verso Praga la stessa canzone. E
il "castello di carta" costruito a Versaglia si sgretolò.
L'urto fra tedeschi e cechi diventò così incandescente che la guerra fu alle porte. Praga, che non aveva
saputo concedere "il meno" delle autonomie, non vuole oggi concedere "il più" dell'indipendenza.
Preferisce irrigidirsi nel suo insostenibile "statu quo" e... lasciarsi smembrare d'autorità, da quelli che furono i
suoi presunti alleati: Francia e Inghilterra.
Intendiamoci bene: il pericolo non è ancora scomparso, perché atti inconsulti ed esasperati sono
sempre possibili. Ma dal giorno in cui l'Europa vide "il messaggero volante della Pace" Chamberlain roteare
intorno al castello di Hitler, tutti incominciarono a pensare quello che Roma e Berlino avevano sempre pensato:
che la Cecoslovacchia non vale una guerra. E si iniziarono le trattative tuttora in corso.
Chi legge le nostre settimanali elucubrazioni politiche sa che noi non abbiamo mai creduto in una
guerra europea. Questa era ed è voluta dalla Russia Sovietica e dalle chiassose "piazze" francesi e inglesi. Ma
gli uomini responsabili di Parigi e di Londra, specie i primi, possono dare alle folle sovversive cento
contentini, non si azzarderanno mai a concedere il contentino della guerra.
Perciò speriamo che il bubbone cecoslovacco si cicatrizzi pacificamente o, se gli spiriti non si
calmassero, con una cauterizzazione localizzata. Dopo di che l'Europa potrebbe trarre un largo respiro di sollievo
e lavorare - finalmente - per quella Pace che da vent'anni è diventata l'Araba Fenice.
Quando il vulcano di Praga verrà spento, resterà in eruzione quello di Barcellona. La Spagna, che,
nelle intenzioni antifasciste di Mosca, doveva diventare... una Cecoslovacchia Occidentale, dovrà tornare
alla normalità, ridiventando spagnola - cioè nazionale - al cento per cento.
Quel giorno, forse non lontano, segnerà la disfatta del comunismo: Mosca sarà la grande sconfitta.
Don Cesare Martinetti
La giustizia e il diritto
Da: "Il Popolo Biellese", 26 settembre 1938
Fra sei giorni (e quando questo articolo comparirà, i giorni saranno ridotti a quattro) sapremo adunque
se, per il piacere del signor Benés, scoppierà in Europa un conflitto che rischierà di coinvolgere mezzo
miliardo di popolazioni europee, che vedrà schierarsi in campo i più micidiali ordigni di guerra e che, questo sarà
il risultato più sicuro, sommergerà o rischierà di sommergere la più antica e la più avanzata delle
civiltà mondiali.
Fra sei giorni sapremo se il signor Chamberlain, che non ha lesinato sforzi né coraggio per scongiurare
il conflitto, avrà ottenuto dai capi partito del suo paese o dai politicanti multicolori che si arrogano il diritto
di rappresentare l'opinione pubblica inglese, ma che in realtà non rappresentano che le opinioni di cricche
o circoli più o meno ristretti, il permesso di non mandare al macello la gioventù europea per un qualche
cosa che è molto chiaro nella mente e negli scopi di pochi speculatori della politica internazionale, ma
che assolutamente non è afferrabile dalle moltitudini che pregano nelle cattedrali magne di Londra e di Parigi.
Perché una cosa è chiara risultanza dei fatti che si sono svolti in queste ultime drammatiche ore: che
la dilazione concessa da Hitler, mentre rappresenta la suprema prova della sua pazienza e del suo desiderio
di evitare il conflitto, costituisce il termine indispensabile perché le democrazie di Londra e di Parigi,
dopo aver fatto funzionare più o meno faticosamente il tardo e pesante e complicato ingranaggio della
loro costituzione, decidano l'intervento o l'astensione in un eventuale conflitto.
La interpretazione del fatto mi sembra inconfutabile. Mentre il pazzo di Praga mobilita e mentre nella
zona dei Sudeti impera il terrore, ogni giorno di ritardo significa un determinato numero di vittime
pressoché indifese che cade, significa dar tempo al nemico di prepararsi, significa consentire alle forze avverse
di organizzarsi. Il Führer non aveva alcun interesse a ritardare. E poiché il tempo in cui le gazzette
franco-inglesi potevano stampare che il loro fermo atteggiamento aveva intimidito la Germania è sicuramente
tramontato, bisogna conchiudere: che da un lato il Führer ha inteso esperimentare l'ultimo gesto per scongiurare
la guerra e che dall'altro il signor Chamberlain ha chiesto ed ottenuto quel minimo di tempo che gli è
parso necessario per prendere la decisione che ha l'aspetto della tragedia.
Che la prenda dopo aver consultato il parlamento o dopo aver consultato i capi partito e le personalità
più notevoli del Regno Unito di Gran Bretagna, è difficile prevedere. Certo è che oggi come non mai, è
scoccata l'ora in cui ciascuno deve assumere le sue responsabilità di fronte alla storia, come le hanno assunte,
con chiarezza e coraggio inequivocabili, i capi degli stati cosidetti totalitari. Cosidetti. Perché sarebbe
veramente interessante, ad esempio, che la radio trasmettesse un discorso dei vari Eden o Winston Churchill ad
una adunata del genere di quelle che a Padova e a Belluno hanno ascoltato la parola del Duce, per
confrontare, attraverso ai clamori delle approvazioni, qual consenso raccolgano questi sinistri propagandisti della
"guerra per prevenire la ipotetica guerra" con quello, controllato, che raccolgono i dittatori.
Voglio dire, insomma, che se qualcuno nel mondo ha sentito in che modo trecentomila padovani e
bellunesi (e l'Italia, oggi, è tutta del medesimo conio) hanno manifestato la loro solidarietà al Duce, incomincierà
a rivedere, almeno limitatamente al problema che oggi travaglia l'Europa le proprie idee in tema di libertà
di pensiero, di consenso e così via.
Ho parlato di Eden. Questo "giovane settantenne" che, dopo aver tenuto con la più scrupolosa diligenza
il ruolo di primo della Scuola ad Eton, non ha saputo modificare di fronte alla mutevole realtà di ogni
giorno e di ogni ora le idee impartitegli da un metodico professore di storia, che, avendo stampati nel cervello i
due modelli tradizionali di un mondo costituito dall'Inghilterra e di un altro mondo costituito da tutto il resto
del globo, non ha trovato posto nel suo cervello per un altro modello creato dal
genio di un discendente di Roma, che ha accumulato in pochi anni di carriera politica più errori di quanti ne possono infilare
due generazioni di mediocri politicanti, che, infatuato dell'idea tradizionale della potenza inglese, ha fatto
di tutto per trascinare il suo paese, impreparato, in una guerra, che ha inflitto alla Gran Bretagna al tempo
delle sanzioni, la più grande umiliazione di tutta la sua storia, usando nei confronti di una grande potenza
come l'Italia fascista, un sistema buono per le repubbliche di Andorra, che per anni ha predicato a Ginevra,
in nome della giustizia mentre era il paladino del più infame dei delitti quale quello di strangolare un
popolo non soltanto nei soldati che si possono difendere, ma anche nelle donne e nei bambini senza difesa;
questo "giovane settantenne" che gli avvenimenti avevano sepolto, è risorto per l'occasione, facendo ancora
risuonare, monotona e monocorde, la sua voce d'oltretomba.
E sapete cosa ha detto? Ancora e sempre la sola cosa in cui pare si riassuma tutto il suo sapere e il suo
credo politico. Che oggi è la forza che prevale sul diritto, che è necessario por fine a questo sistema, che alla
forza bisogna opporre la forza ecc. ecc. E tutto questo attraverso ad un lungo discorso, astratto, teorico,
noioso. Tutto questo senza che una volta egli abbia pronunciato - eppure quello era l'oggetto del suo
intervento oratorio - le parole Cecoslovacchia, Sudeti, Polacchi, Ungheresi. Tutto questo senza ricordare, naturalmente,
che il rapporto di Runcimann ha riconosciuto che il governo di Praga ha sempre svolto una politica
settaria ai danni dei sudeti. Tutto questo senza accennare al piccolo particolare, non privo di importanza, in
un discorso ruotante intorno al perno della libertà, che a proposito della Cecoslovacchia i cosidetti
dittatori invocano il principio della libera scelta delle nazionalità, mentre le pretese democrazie
pretenderebbero soffocare questa primordiale libertà.
La realtà, evidentemente inaccessibile a certi sinistri predicatori della guerra preventiva, è che essi,
parlando di giustizia e di libertà e di predominio della forza sul diritto, dimenticano che non vi è nulla di più
assurdo che condannare sistematicamente e irragionevolmente l'uso della forza come tale; e che, prima di fare
il processo all'impiego della forza, è indispensabile esaminare se ed a che cosa essa serve, in quel
caso determinato. Non la forza in se stessa è strumento illecito od ingiusto. È il fine cui serve la forza che
deve essere considerato per decidere sulla giustizia o sull'ingiustizia del suo impiego. Se il fine è buono,
l'uso della forza, purché necessario, è giusto e sacrosanto così come, per parlar del caso tipico, è lecito e
giusto l'impiego della forza per legittima difesa.
Or questo è il punto che sfugge al bell'Antonio: egli non si accorge che quando identifica il diritto
col trattato di Versailles non è molto lontano da chi pretendesse legittimare la proprietà acquistata col furto
o, meglio ancora, con la rapina. Egli non si accorge, per avvicinarsi ancor più al nostro discorso, che
identificare il diritto con le pretese del signor Benés è come accingersi a legittimare le pretese di un negriero su un
carico di schiavi.
Questi i termini del problema che per noi è stato risolto e che perciò ci lascia tranquilli in questi giorni
di tragedia.
Questi i termini veri che non possono sfuggire a coloro, che come Chamberlain aspirano alla pace e
combattono per la pace.
Se questi termini saranno conosciuti dal popolo inglese e se il popolo cosidetto sovrano in regime
democratico potrà far sentire la sua voce, la guerra sarà scongiurata e il signor Benés si convincerà che il suo ruolo
di grand'uomo per procura è definitivamente tramontato.
In caso diverso, avvenga quel che deve: la giustizia e il diritto camminano con noi.
24-9-1938 XVI
A. Domenico Bodo
La via della pace passa per Roma
Da: "La Sesia", 30 settembre 1938
Possiamo già parlare di ricostruzione europea?
Sono ancor nell'atmosfera, sfolgorante di entusiasmo che s'accompagnò al trionfale viaggio del Duce
nelle terre del Veneto - entusiasmo del popolo italiano, combattente per destino e per divina missione - le
parole di certezza pronunciate dal Capo nel discorso conclusivo di Verona: "È in questa settimana che può
sorgere la nuova Europa: l'Europa della giustizia per tutti e della riconciliazione fra i popoli. Noi del Littorio
siamo per questa nuova Europa".
Le parole del Duce sono state pronunciate lunedì.
L'Europa nei giorni che sono seguiti sembrava preda alla convulsione, sospinta ad una corsa
inarrestabile verso il baratro più tremendo: la guerra.
La Germania inamovibile nella sua giusta richiesta di unire alla Patria tre milioni e mezzo di
cittadini soggetti all'obbrobrioso gioco
(sic) di Praga. La Cecoslovacchia bugiarda e dominata dalle forze
oscure sovietiche e massoniche, disposta a tentar il tutto pur di scatenare una conflagrazione mondiale,
avendo speranze, il bolscevismo, di pescare nel torbido per instaurare nel mondo la rivoluzione dei senza Dio,
del libero amore e della bruta materia. La Francia con metà esercito mobilitato ed attestato al Reno.
L'Inghilterra con l'intera flotta pronta a prendere la via del mare a gettare il peso della sua potenza sulla bilancia
della lotta aperta alla vita ed alla morte dei popoli. La Russia bieca in agguato.
L'Italia serena nella sua forza e nella propria potenza: e pronta a tutti gli eventi.
Furono veramente giorni di "attesa e di passione", trascorsi sul crinale della guerra e della pace.
Il seguito degli eventi che han di colpo liberata la situazione dal vicolo cieco nel quale stagnava
paurosamente, è contenuto nella laconicità del comunicato diramato da Roma la notte del 28 settembre: "Nel
colloquio l'ambasciatore d'Inghilterra ha consegnato al conte Ciano un messaggio del Primo Ministro britannico
per il Duce. In base a questo messaggio il Duce si è messo in comunicazione col Führer. Ecco il testo
del messaggio diretto da Chamberlain al Duce: 'Ho rivolto oggi un ultimo appello a Hitler di astenersi
dall'uso della forza per risolvere il problema sudetico, il quale, ne sono sicuro, potrebbe essere risolto mediante
una breve discussione e darà a lui il territorio essenziale, la popolazione e la protezione tanto dei sudetici quanto
dei cechi durante il trasferimento. Ho offerto di recarmi io stesso subito a Berlino per discutere
un accomodamento coi rappresentanti tedeschi e cechi e, se lo desidera il Cancelliere, anche con
rappresentanti dell'Italia e della Francia. Confido che Vostra Eccellenza vorrà informare il cancelliere tedesco che Voi
siete disposto a farVi rappresentare ed esortarlo perché aderisca alla mia proposta. Ciò terrà tutti i nostri
popoli fuori dalla guerra. Ho già garantito che le promesse ceche saranno eseguite e confido che un
completo accordo potrebbe essere raggiunto entro una settimana'. In seguito a tale messaggio il Duce ha fatto
sapere a Chamberlain che avrebbe appoggiato presso il Führer la sua proposta".
L'invito anzi la sollecitazione del Premier inglese al Duce è giunta poche ore prima che scadesse il
momento fatale: la mobilitazione della Germania [era] stata annunciata per mezzogiorno di ieri, giovedì.
Era necessario che l'Europa giungesse fino sull'orlo estremo del precipizio, perché ne misurasse tutto l'orrore!
La via della pace doveva appunto venire da Roma. Anche il Presidente della grande Repubblica stellata -
gli Stati Uniti d'America - aveva indirizato al Duce un messaggio di sollecitazione a interporre i suoi
buoni uffici per salvare la pace del mondo.
Il Duce ha avuto un immediato colloquio telefonico con Hitler. E poche ore dopo Chamberlain, alla
Camera dei Comuni, interrompeva il proprio discorso politico per fare fra la più intensa commozione
questa comunicazione: "Ho qualche cosa d'altro d'assai importante da dire subito alla Camera. Ricevo proprio
ora notizia che il signor Hitler accetta di posporre ogni azione per ventiquattro ore e mi invita a una riunione
che egli propone sia tenuta domani stesso a Monaco di Baviera ove saranno presenti anche i rappresentanti
della Francia e dell'Italia".
Poco dopo il presidente del Consiglio dei Ministri di Francia Daladier, alla radio poteva fare al suo
popolo identica comunicazione.
Il pericolo di una conflagrazione mondiale viene differito così per l'intervento del Duce, per il quale
una volta di più vale la definizione di Lui data dal Sommo Pontefice: "L'Uomo della Provvidenza".
Ieri a Monaco di Baviera si sono incontrati i rappresentanti delle quattro potenze occidentali:
Mussolini, Hitler, Chamberlain e Daladier.
Il mondo intero vive l'importanza dell'avvenimento che sta per coronarsi nel convegno dei Capi di
Governo: e l'augurio che s'eleva da centinaia di milioni di cuori è per una certezza di pace: duratura, sulle
basi fondamentali dettate dal Duce "della giustizia per tutti e della riconciliazione tra i popoli".
Riprende vigore la politica vaticinata dal Duce con la proposta del Patto a Quattro, ed a Monaco
possono gettarsi le basi della nuova Europa.
La giornata del 28 settembre non è più cronaca; è storia e si infuturerà nei secoli con un nome solo, di
Benito Mussolini, l'uomo del secolo.
L'evviva al Duce si innalza, ormai non solo dalle piazze d'Italia: ma ha eccheggiato
(sic), alto, vibrante - con le lacrime della Regina Madre d'Inghilterra - alla Camera inglese dei Comuni; per le vie di Parigi e
per molte altre contrade del mondo.
Nell'evviva è l'omaggio di popoli al Genio del Capo dell'Italia fascista, al cui alto senso di unanimità
(sic) l'Europa deve se ha superato uno dei più acuti periodi di crisi politica che la storia
registri.
La mediazione del duce
Da: "Corriere Valsesiano", 1 ottobre 1938
Il diritto della Germania sui Sudeti, negato a Versaglia dai plenipotenziari delle democrazie, sostenitori
a parole del principio di nazionalità, ma suoi traditori di fatto, è stato riconosciuto dopo diciannove anni -
ha scritto giovedì il "Popolo d'Italia" - solo perché la Germania, tornata forte, ha reclamato il regolamento
della questione. Naturalmente le stesse democrazie non hanno ancora riconosciuto uguale diritto alla Polonia
e all'Ungheria, perché Polonia e Ungheria sono meno forti della Germania.
Così le democrazie dimostrano come il diritto sia vana parola se non è sostenuto dalla forza. Ed è proprio
il loro sistema di ingiustizia che provoca le reazioni violente.
Riconosciuto alla Germania il diritto sui Sudeti, si trattava di realizzare il passaggio effettivo di quel
territorio dall'una all'altra sovranità. Di fronte alla opposizione cecoslovacca, era ricominciato il gioco dei rinvii,
dei cavilli, delle interminabili discussioni dilatorie. Messaggi, incontri, memoriali, rapporti: tutto era buono
per prorogare il compimento dell'impegno. Si è tentato perfino di barattare la cessione dei Sudeti alla
Germania con una sua garanzia contro il riconoscimento degli identici diritti alla Polonia e all'Ungheria.
Naturalmente la Germania nazionalsocialista non si è prestata al giuoco e, stanca dell'attesa, ha precisato a Praga
un termine che stava per scadere.
In questa tragica vigilia i democrafici pacifisti hanno dato sfogo alla loro psicosi bellica mobilitando le
forze militari con la stordita precipitazione che i deboli di nervi rivelano nei momenti critici.
Così l'Europa era arrivata sull'orlo del baratro.
Solo Mussolini ha veduto chiaro ed ha indicata la via della salvezza - ossia quella della giustizia per tutti
i popoli - mentre percorreva a tappe trionfali le provincie venete tra il delirio di un popolo che sentiva
il valore, la superiorità del suo Capo. Si sono viste a Verona fiere popolane contendersi la mano del Duce
per baciarla, e Lui che si schermiva sorridendo, mentre i vecchi squadristi sull'attenti lo fissavano
invocandone il nome con labbra tremanti, gli occhi fissi, ardenti d'una febbre di amore, di dedizione senza confini.
Oggi l'onda di quello slancio si è dilatata per il mondo intero. Oggi, ad un tratto, con l'impeto
irresistibile dei fenomeni che si scatenano dopo una lunga incubazione, il nome di Mussolini risuona pei
continenti come quello del salvatore della pace sulle bocche di coloro che ci furono e gli furono più
ostinatamente nemici. Un raggio di luce ha perforato le nubi dei preconcetti ostinati, delle incomprensioni, delle
ignoranze, delle ostilità, e noi assistiamo non senza orgoglio misto a compassione allo spettacolo della conversione
dei sanzionisti di ieri.
Mai dubitammo di questo sbocco, per la fede incrollabile che nutriamo nel trionfo finale della virtù.
Quando tutto in Europa era già sulla via della catastrofe e i cervelli si smarrivano in un vortice di malefiche
suggestioni; quando già era cominciato il misero gioco dello scarico delle responsabilità per la strage veniente, un
uomo di buona fede, Chamberlain, ha pensato che solo Mussolini poteva essere l'arbitro della pace per il suo
genio superiore e per la sua umanità, e gli ha chiesto di spendere l'amicizia con Hitler per ottenere un respiro
che consenta l'incontro dei responsabili delle quattro maggiori Potenze al fine di raggiungere un accordo.
Hitler ha molto generosamente aderito.
Mussolini ha già proclamato il diritto della Germania sui Sudeti ed è promotore della politica
dell'Asse: perciò il suo intervento era l'unico non sospetto, l'unico meritevole di successo. Così egli ha riaperto
le porte della pace che ormai stavano per essere chiuse e sprangate. E forse il mondo sta per essere debitore
di una felicità che pareva perduta, di milioni e milioni di vite salvate, di ricchezze e dolori, lutti e
miserie risparmiate.
A lui di tutto saranno debitori specialmente i più acerrimi e recenti nemici. Tremenda lezione,
magnifica, generosa vendetta di un gigante sui pigmei che lo volevano atterrato.
A un anno di distanza Mussolini torna a Monaco, la patria del nazionalsocialismo, per ottenere alla
Germania, alla Polonia, all'Ungheria ciò che loro compete, senza necessità di guerra. Dispensatore del giusto
senza nulla chiedere per sé, egli sarà l'unico dei quattro capi riuniti nel supremo convegno a potersi intendere
con gli altri nella lingua di ciascuno. La nostra amicizia con la Germania, più salda che mai, servirà a gettare
le basi della nuova Europa, quale il Fascismo la concepisce e la vuole, viva sopra le macerie di Versaglia
e dell'antifascismo.
Oggi, per via di Mussolini, l'Italia è arbitra. Il mondo guarda fidente all'uomo, di Roma. E la Regina
Maria (sic) d'Inghilterra, dicono i cronisti, madre fra le madri, ha pianto di consolazione.
Che nessuna manovra disperata, nessuna forza occulta tenti ancora d'impedire la rinascita del
continente. Che Benés si rassegni a passare fra i condannati, con gli Eden, coi Blum, coi Titulescu. Che tutti si
rimettano in linea con buona volontà.
Mentre scriviamo, un treno corre nella notte fonda per portare al convegno di Monaco colui che fu
sollecitato come il solo uomo capace di salvare la pace. Egli ha accolto l'invito ed accorre.
Bisognerà però ascoltare il suo monito.
E ricordare che l'Italia, oggi elemento decisivo per la pace, può essere domani - se costretta -
elemento decisivo per l'esito di una guerra.
La Valsesia e la razza
Da: "Corriere Valsesiano", 12 novembre 1938
Fra i tanti aspetti della politica della razza, ve n'è uno che ha la massima importanza e che deve
essere considerato e studiato con ogni cura: l'aspetto che assume nelle regioni alpine. Qui il Razzismo perde
in parte il suo carattere nazionale per assumenerne uno più spiccatamente regionale.
Non è il caso - particolarmente in Valsesia - di considerare l'autarchia della razza da incrinazioni più o
meno giudaiche, perché è risaputo che in tutta la valle non c'è uno solo di tali parassiti.
Delle altre particolarità ben poco resta, se non il carattere cosidetto di regionalismo.
Bisogna salvaguardare il patrimonio razziale alpino. Bisogna conservare integra la razza di questi fieri
e robusti figli delle nostre montagne, che delle montagne hanno i caratteri: durezza, invincibilità, tenacia.
Questi, che - meglio di montanari, io amo definire alpini - hanno una missione che è stata loro affidata da
Dio nel nascere. Questi giovani - che domani vestiranno le giberne e abbineranno alla picozza un pezzo
da montagna illuminato da una fiamma verde - sono tagliati nel basalto e nella dolomia dei loro monti, e
sono come essi duri, tenaci, inoppugnabili, e sono come essi buoni e generosi: sì, perché sono generose e
buone le nostre montagne, che in ogni anfratto riuniscono un granello di terra, per un filo d'erba che una
capra brucherà felice...
Sono robusti e sani e modesti questi
alpini. Conserviamoli tali. Sono la difesa granitica dei sacri
confini della Patria.
Valsesiani! conservate la vostra razza. Non accettate incroci: non permetteteli.
Non lasciate i vostri monti e le vostre baite, tanto serene e che costarono tanta fatica ai padri. Il Duce
sta pensando anche a voi. L'annoso problema della montagna è sul tappeto a Palazzo Venezia, e voi sapete
che non v'è questione che, affrontata a Roma sotto il segno del Littorio, non venga felicemente risolta.
I vostri nonni trovarono la vita beata all'estero. I vostri figli non andranno più in terra straniera; ma
questo non basta. Fate anche che non vadano alla bassa, o alla lontana città a farsi travolgere nel turbine della
vita tumultuosa, dal fascino falso di una femmina troppo moderna e troppo profumata e dipinta.
Mantenete i vostri caratteri e i vostri costumi tanto belli e santi.
Non lasciateli disertare. Salvate il vostro patrimonio, fatto di poca terra, ma di tanta e tanta gloriosa tradizione...
È in questi termini che dovete sentire il problema della razza: niente matrimoni con gente che non sia
della vostra terra, della vostra montagna.
E mantenetevi sempre puri, e come sempre, siate pronti agli ordini del Capo.
Valsesiani, fra le scolte armate delle Alpi militano i vostri figli. E questo è grande onore, ed è
grande fortuna.
Francesco Lova
Sviluppi di Monaco
Da: "Il Biellese", 9 dicembre 1938
La schiarita di Monaco continua a produrre benefici effetti specialmente nel consolidare i rapporti
italo-inglesi, i quali hanno una importanza singolare come integrazione della politica dell'asse Roma-Berlino
e quindi negli sviluppi della politica europea.
Difatti l'annuncio che nel prossimo gennaio verranno il Primo Ministro Inglese Chamberlain e il suo
Ministro degli Esteri Halifax viene a confermare che il Patto di Pasqua testé entrato in vigore fra l'Italia e la
Gran Bretagna permette ulteriori salutari sviluppi nella collaborazione fra le due Potenze, in rapporto anche
alla politica europea. Anche la visita a Roma, come a Berlino, del Ministro della difesa del Sud-Africa
Pirow, che si mette in relazione al problema delle colonie, documenta che si preparano basi d'intesa per
accordi sempre più vasti.
Ma la luce più diretta sulla politica estera dell'Italia ci è venuta dal discorso del Ministro Ciano alla
riapertura della Camera, discorso di sviluppo e portata storica, ma tutto teso verso l'avvenire. Il Ministro degli
Esteri Italiano ci ha dato precisa conferma di come sia stata salvata quasi miracolosamente la pace a Monaco il
29 settembre, soprattutto per le iniziative oneste e coraggiose di Chamberlain e per l'intervento tempestivo
e decisivo di Mussolini.
Più particolarmente espressivo tuttavia è stato l'assoluto riserbo mantenuto dal conte Ciano nei
riguardi della Francia, pur all'indomani dello scambio degli Ambasciatori a Roma e a Parigi. Silenzio reso ancor
più significativo dalle grida di: Tunisi, Corsica, Gibuti! - echeggiate alla Camera e dinanzi Palazzo Venezia
in rapporto all'accenno fatto da Ciano che l'Italia intende "tutelare con inflessibile fermezza gli interessi e
le naturali aspirazioni del popolo italiano".
Ciò vuol dire, evidentemente, che tra l'Italia e la Francia, per un sincero e duraturo accordo, c'è ancora
tutto da rifare. S'apre una nuova fase storica per la politica italiana che, sull'esempio di quello che è avvenuto
per l'Europa Centrale, vuole radicalmente risolte tutte le questioni rimaste aperte nel passato, per creare
un nuovo avvenire.
Problemi ardui, ma non insolubili, che speriamo trovino - come trasparì chiaro dalle parole di
circospezione del Ministro - quella soluzione di pacifiche intese che sole consolidano i reciproci legittimi interessi e
il bene comune della pace.
La Francia deve convincersi che la sua tanto vantata libertà è pericolosissima se viene messa al servizio
della teppaglia antifascista per rendere impossibile la vita agli italiani di Tunisia che sono tanta parte della
vita, della prosperità e della storia di quel lembo d'Africa che è francese grazie ad un poco pulito
giochetto diplomatico.
La Francia deve convincersi che Gibuti per essere la porta ferroviaria dell'Africa Orientale Italiana non
può continuare a tenere quella parte d'Africa per la strozza. I traffici della medioevale Abissinia del Negus
erano una cosa. Sono invece un'altra cosa i traffici dell'Impero d'Italia avviato dal Duce ad un rapidissimo e
civile sviluppo.
La Francia deve convincersi che gli italiani non possono concepire l'isola italiana Corsica in funzione
di testa di ponte offensiva contro la Madre patria. Ciò è assurdo e il tanto vantato buon senso francese
dovrebbe capirlo.
Se lo capirà sarà tanto di guadagnato per una pacifica e amichevole collaborazione dei due popoli
vicini.
Nodi al pettine. Tre nomi ed un processo storico
Da: "La Provincia di Vercelli", 13 dicembre 1938
Tutti i nodi vengono al pettine ed al pettine sono venuti anche quelli che hanno nome Corsica, Tunisi, Gibuti.
Che ciò disturbi e preoccupi la Francia che, in tale questione è, dopo l'Italia, la più direttamente
interessata, è naturale ed in certo qual modo comprensibile.
Neanche il maltolto si restituisce senza discutere e con un compiacente sorriso sulle labbra. È
nell'ordine naturale delle cose, dunque, che la Francia cerchi di non restituire il maltolto, discuta, tenga il broncio
e, qualche volta, minacci... con le dovute cautele.
A noi basti constatare, per ora, che i nodi sono venuti al pettine e che se non potranno venire
sciolti, dovranno pur adattarsi a sottoporsi ad un bel colpo di forbici. A farli venire al pettine, non è stato il caso,
ma un ben ordinato e fatale processo storico che ha dato modo agli Italiani di ripudiare per sempre il
luogo comune d'una Francia che ama proclamarsi sorella dell'Italia allorché incombe il pericolo, ma all'Italia
ha costantemente sbarrato la via, nel 1860 a Napoli, nel 1870 a Roma, nel 1911 a Tripoli, nel 1919 a Fiume,
nel 1935 ad Addis Abeba. Allorché l'avemmo a fianco, il suo aiuto ci costò la culla della Dinastia dei Savoia
e la terra natale di Garibaldi. Però, quando nella Grande Guerra combattemmo insieme, nulla ci diede
la Francia, se non ostilità e disprezzo.
Il processo storico ha avuto origine proprio dalla decisa ostilità della Francia all'impresa italiana
della conquista dell'Etiopia. È da lì che gli Italiani, ormai sottrattisi all'influenza esercitata su di essi dalla
Francia a mezzo delle teorie plutodemocratiche e della massoneria guidata, alla sua volta, dai giudei che
hanno potuto soppesare nel suo giusto valore la cosidetta fraternità latina che, pei francesi, non avrebbe
dovuto avere altra funzione che quella di mantenere l'Italia in istato di inferiorità. È da lì che la Rivoluzione
fascista ha dimostrato uscendo vittoriosa dall'urto formidabile avuto con l'Europa ginevrina coalizzata, che
una nuova Epoca stava sorgendo sotto l'impulso rovesciatore ed innovatore del Fascismo e che
necessariamente questa Epoca era dominata dal Fascismo. È da lì, per merito dell'Italia, che è cominciata quella
profonda revisione del Trattato di Versaglia, che ha trasformato la effimera vittoria ottenuta dalla Francia con
il contributo di quasi tutto il mondo, in una cosa che, con la vittoria, nulla ha più a che vedere.
A ciò la Francia è pervenuta, dicono i diplomatici, per una serie di errori imperdonabili, primo fra
tutti l'incomprensione per l'Italia fascista. Sia come vuol essere: però agli errori imperdonabili, ed
irrimediabili si perviene ogni qual volta si rimane radicati ad un passato che non potrà mai più risorgere e, appunto
per ciò, non si sa valutare nel suo giusto valore il presente che è costituito, ai tempi nostri, dall'impulso
innovatore dell'Italia fascista. L'Europa del tempo di Napoleone, ha subìto radicali trasformazioni perché non ha
saputo comprendere subito ed uniformarvisi, la Rivoluzione francese legalizzata dal grande Imperatore. Di ciò
la Francia non se ne rende conto perché non ha ancora compreso che se declina e se si perderà, ciò sarà
perché non avrà saputo, come l'Europa dei tempi di Napoleone, comprendere la Rivoluzione fascista, ad
essa uniformarsi, con essa accordarsi.
Per comprenderla, per cooperare con essa, per uniformarsi ad essa, cioè, per risorgere, occorre che i
nodi venuti al pettine vengano sciolti o recisi. Oggi, questi nodi hanno nome Corsica, Tunisi, Gibuti. Le
gazzarre antitaliane degli studenti francesi e della teppa tunisina di fronte alla realtà rivoluzionaria del Fascismo,
non sono che stupidi e banali fatti di cronaca. La storia è che, allorquando l'Italia fascista imposta un
problema, lo imposta con la ferma volontà di risolverlo e quando ne inizia l'azione, il futuro è già inciso e
piegato, perché l'avvenire non può essere, ai tempi nostri, in contrasto con la sempre più manifesta potenza
della Rivoluzione fascista che i diritti storici della Nazione italiana riafferma, impone imprimendo ad essi
carattere di valore mondiale.
Leandro Gellona
Difendiamo la razza
Da: "La Sesia", 16 dicembre 1938
Difendiamo la razza: la nostra razza, s'intende, la bella, la forte, la splendida razza italiana. Essa si è
mantenuta uguale a se stessa attraverso il tempo durante millenni ed ora l'italiano è forse il più alto e nobile tipo
fra tutte le razze esistenti sulla terra. Noi siamo i soli legittimi discendenti di quel popolo romano che
ha conquistato il mondo e che dappertutto ha sparso le virtù ed i segni della sua stirpe eletta e
seminato ovunque i germi di una più alta civiltà. Come tali e come non degeneri figli di quell'Italia, che dopo
la caduta dell'Impero Romano e attraverso il Medio Evo e l'Evo Moderno è stata sempre alla testa della
nostra civiltà Mediterranea (e basta leggere "Il primato degli Italiani" - di Vincenzo Gioberti - per
convincersene), noi Italiani del secolo ventesimo dobbiamo fortemente sentire la nobiltà della nostra origine,
l'eccellenza della nostra razza ed abbiamo il dovere di conservarci sani e puri nel duro cammino di questa
umanità travagliata. Oggi di più che in passato la purezza della nostra razza è insidiata da influenze, da
correnti avverse che sono tanto più potenti quanto più vasti e rapidi sono gli scambi, le relazioni tra le nazioni
e quanto più facili sono i contatti tra popoli anche lontanissimi fra di loro e con diversissimo grado di civiltà.
Questa molteplicità, questa facilità di comunicazioni e di contatti con altre genti, può costituire un
grave pericolo per la nostra stirpe. È scientificamente dimostrato che gli incroci fra soggetti di alta civiltà e
quelli di civiltà inferiori danno prodotti di qualità scadente, perciò non sono fatti per migliorare la razza
superiore, anzi, invece la corrompono, la fanno degenerare. Di fronte a questa minaccia, che è tutt'altro che lontana,
e che potrebbe in breve volgere di lustri intaccare profondamente la nostra razza, Colui che ci governa,
con pensiero acuto e lungimirante non è rimasto insensibile e, come è sua abitudine, ha guardato
coraggiosamente il pericolo in faccia e rapidamente ha preso i più opportuni provvedimenti per fronteggiarlo, per vincerlo.
Sono recentissimi gli schemi di decreti per la difesa della razza italiana. Nella seduta del 10
novembre scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato i provvedimenti che traducono in legge organica le
deliberazioni adottate dal Gran Consiglio del fascismo nell'adunanza del 6 ottobre XVI. Ecco sommariamente i
punti principali di tali provvedimenti:
"È proibito il matrimonio del cittadino di razza ariana con persona appartenente ad altra razza; il
matrimonio incontrato (sic) in contrasto con tale divieto è nullo.
È subordinato al preventivo consenso del Ministero dell'Interno il matrimonio del cittadino italiano
con persona di nazionalità straniera.
È fatto divieto di matrimonio con persone di nazionalità straniera ai dipendenti delle Amministrazioni
civili e militari dello Stato, delle Organizzazioni del Partito Nazionale Fascista, o da esso controllate,
delle Amministrazioni delle Provincie, dei Comuni, degli Enti Parastatali e delle Associazioni Sindacali e
degli Enti collaterali".
Con tali disposizioni sinteticamente ricordate, viene disciplinato e risolto radicalmente il problema
della tutela della razza italiana, che erasi fatto più vivo e urgente dopo la conquista dell'Impero.
Rientrano nel quadro generale di questa nuova legge anche le varie disposizioni che si riferiscono
alla questione ebraica.
Il problema ebraico non è nuovo nella storia dell'umanità, ed anche da noi non è di data recente.
Senza ricordare fin dalle origini la storia di questo popolo, ma limitandoci ad accennare ad alcuni punti salienti
di essa, noi vediamo che gli ebrei incominciarono ad essere perseguitati e cacciati fin dai tempi lontani
prima della civiltà egiziana; durante l'Impero Romano nuove levate di scudi e nuove persecuzioni contro gli
ebrei, fino a che l'Imperatore Tito distruggendo Gerusalemme, non ebbe rotto l'unità statale di quel popolo, che
da allora non ebbe più patria ed andò errando ramingo per la terra. Ancora adesso, dopo diciannove secoli,
il popolo ebraico non ha pace, come non ha un territorio, un suolo suo proprio. È disperso un poco
dovunque per il mondo, e come esso fosse considerato e trattato in un passato anche abbastanza recente, non è chi
non ricordi: rinchiusi nei ghetti furono a lungo quasi privi di diritti civili e politici.
Se questo ha potuto avvenire anche in un periodo di civiltà evoluta come è l'Evo Moderno, certo le cause
ci devono essere state, e ci sono ancora. È inutile accennarle.
Il popolo ebraico da alcuni anni a questa parte, ha cercato in tutti i modi di trovare un territorio nel
quale ricongiungere le sue sparse membra, ed ha puntato sulla Palestina come la terra promessa dai suoi avi.
Ma nonostante i potentissimi mezzi di cui dispongono gli ebrei, che detengono tanta parte della
ricchezza mondiale, nonostante i grandi appoggi che hanno presso varie nazioni fra le più ricche e le più forti,
il problema palestinese è tutt'altro che risolto, anzi esso è più acuto e cruento che mai proprio adesso
a malgrado (sic) degli sforzi poderosi che fa l'Inghilterra per risolverlo.
Il fatto reale è che nessuno vuole gli ebrei in casa propria, tanto meno gli Arabi, che lottano strenuamente
in Palestina per non essere sopraffatti dall'onda giudaica. Da qualche anno in qua, poi, vi è stata un'altra
grande, e si può dire generale, levata di scudi contro gli israeliti. È come una specie di nuova crociata
per sbarazzarsi di questi elementi indesiderabili. La Germania per la prima alcuni anni fa ne ha dato
l'esempio con una serie di provvedimenti severi, drastici, che hanno risolto radicalmente colà il problema ebraico.
Essi parvero da principio a noi Italiani, di animo generoso, troppo severi, ma presto dovemmo convincerci
che anche noi dovevamo metterci per questa via, come molti altri stati hanno fatto e fanno. Anzi tutte le
nazioni civili non vogliono più gli ebrei e fanno il possibile per allontanarli; anche due nazioni tra le più
potenti, come l'Inghiltena e gli Stati Uniti, che, a parole, dicono di difenderli, cercano di limitarne l'entrata.
L'Italia ha adottato opportuni, ma umani provvedimenti per difendersi dal pericolo giudaico. Con la
suddetta legge è stato definito ben chiaramente chi appartiene alla razza ebraica e poscia sono stati sanciti
provvedimenti nei loro riguardi; che sono molteplici e di varia natura. I cittadini italiani di razza ebraica non
possono prestar servizio militare in pace e in guerra, esercitare l'ufficio di tutore o curatore di minorenni o
incapaci di razza non ebraica, essere proprietari di terreni e di aziende se non entro limiti ben definiti, avere alle
loro dipendenze cittadini italiani di razza ariana, appartenere ad amministrazioni civili e militari dello Stato,
del Partito Nazionale Fascista, delle Provincie, dei Comuni, ecc. ecc.
Altri provvedimenti importanti mirano ad assicurare la difesa della razza nelle scuole, impedendo agli
ebrei di frequentare gli istituti d'istruzione e di educazione di ogni ordine e grado, sia pubbliche sia
private; mentre dall'altro lato sono istituite a spese dello Stato, speciali sezioni di scuole elementari per gli ebrei
e sono permesse altre istituzioni culturali fondate da comunità israelitiche, disciplinandole con
opportune norme.
Questo imponente complesso di provvidenze (!
sic), di cui non è chi non veda l'importanza, hanno
appunto lo scopo, a cui abbiamo accennato in principio, di tutelare l'integrità, la purezza della nobile stirpe
italiana, ed i loro effetti si faranno sentire a breve scadenza sicuramente. Ma un altro provvedimento molto
importante di certo, è stato preso in questi ultimi giorni. Il duce ha avuto la geniale idea di fare rientrare nel
vasto grembo della grande patria italiana la più gran parte possibile dei dieci e più milioni di Italiani che in
tempi meno lieti, hanno lasciato il patrio suolo ed ora [sono] sparsi e non sempre ben protetti nelle varie parti
del mondo. A questi suoi figli lontani non più trascurati, non più dimenticati, l'Italia ha lanciato il suo
affettuoso grido di madre amorosa e li invita a ritornare sul proprio suolo o sulle terre dell'Impero di recente
conquistato, che oramai sono abbastanza grandi per contenere e dare lavoro e pace a tutti gli Italiani di buona volontà.
Anche questo patriottico appello, unitamente a tutti gli altri provvedimenti di cui abbiamo fatto
sommario cenno, e che vanno a sommarsi con le grandi, molteplici benemerenze del Regime, avrà per effetto
di difendere la razza italiana, aumentandone rapidamente il numero che è potenza. Imperocché la vera
potenza dei popoli non sta tanto nella ricchezza quanto invece nel numero e nelle elette qualità fisiche, intellettuali
e morali dei cittadini.
Trino 12-12-1938 XVII
Dina Maddalena Tricerri
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