Nell'ambito delle celebrazioni per l'anniversario della Liberazione, è stata organizzata a Vercelli il 19 aprile scorso
una conferenza sulle stragi naziste in Italia, a cui ha partecipato Lutz Klinkhammer, ricercatore dell'Istituto storico
germanico di Roma e consigliere dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia.
Klinkhammer ha enucleato gli aspetti salienti della ricerca storica su quest'argomento, che recentemente è tornato
alla ribalta della cronaca con il processo di alcuni criminali nazisti responsabili di stragi effettuate nel Nord Italia e del
lager di Bolzano. I procedimenti penali arrivano certamente con molto ritardo, e non ne è certo l'esito finale, ma in questi
anni gli storici hanno lavorato con impegno alla ricostruzione di quei fatti, non esitando a darne un quadro storico e un
giudizio complessivo.
Vi sono stati periodi di alterna attenzione alle stragi: negli anni cinquanta, come oggi, si
sono recuperati episodi circoscritti, locali , meno eclatanti rispetto a Marzabotto o alle Fosse Ardeatine, che si andavano (e si vanno) perdendo nella
memoria collettiva: anche il Vercellese conserva ad esempio il ricordo di una strage, sconosciuta ai più, avvenuta alla fine di
aprile del 1945.
Certamente, la ricostruzione storica deve necessariamente incominciare dall'analisi di casi singoli: il rischio è però
che la dimensione umana, sociologica, antropologica dei protagonisti appanni lo sguardo d'insieme, che consente di far
luce su aspetti più generali, in un contesto confuso come quello dell'occupazione tedesca in Italia e della collaborazione
con la Repubblica sociale italiana negli anni 1943-45.
È difficile, infatti, quando si parla dell'uccisione in massa di civili inermi, fare in modo che il giudizio etico e
morale non influisca sulla valutazione di azioni certamente deprecabili, ma è necessario che la ricostruzione storica sia il
più possibile lucida e distaccata: solo in questo modo si possono estrapolare gli elementi strutturali delle stragi e costruire
una mappa attendibile del movimento dei reparti, degli eserciti, dell'esecuzione degli ordini, della matrice nazista o
fascista delle stragi.
Riversare la responsabilità delle stragi su pochi-singoli-uomini-molto-cattivi, significa abbassare l'attenzione
rispetto al sistema nel complesso, quindi sbilanciare il peso delle responsabilità rispetto al contesto degli eventi: in altre
parole, se si accusa di sadismo il singolo, in un certo modo si sollevano dalle responsabilità le gerarchie militari superiori e
sembra minore la responsabilità del sistema.
Bisogna pertanto distinguere prima di tutto gli atti individuali, compiuti isolatamente da soldati tedeschi, dagli
eccessi collettivi: Klinkhammer ha messo in rilievo che la maggior parte delle stragi (intendendo con questo temine un
massacro effettuato in seguito a un preciso ordine militare, a cui gli esecutori non poterono sottrarsi perché indotti da un
rapporto di subordinazione alla gerarchia militare) avvennero nel periodo del passaggio-ritiro del fronte. A quel punto, la
strage dipese spesso da motivi futili, come il rifiuto da parte dei contadini di consegnare cibo ai soldati, da situazioni che nei
mesi precedenti non sarebbero state cause scatenanti una strage, ma nel contesto di esasperazione portarono alle
estreme conseguenze: la ritirata dei tedeschi, la perdita dei compagni ebbero infatti l'effetto di creare un rapporto con la morte
più diretto e feroce. Le azioni più brutali furono quindi quelle di punizione delle "bande", che per i tedeschi non erano
incarnate soltanto nel movimento partigiano, ma in tutti coloro che potessero comportare un pericolo per la loro incolumità: se i
civili avevano aiutato i partigiani, la strage avrebbe avuto effetto deterrente sui civili stessi.
Va sottolineato che vi fu un sostanziale contributo di individui appartenenti alla comunità locale nella delazione:
senza la conoscenza del territorio e degli appartenenti al movimento partigiano non sarebbe stato possibile per
l'esercito d'occupazione contrastare efficacemente il movimento di resistenza. Il collaborazionismo probabilmente si alimentò
anche del terrore della popolazione civile, frustrata da anni di guerra e spaventata dal passaggio del fronte: il ricorso alla
strage di civili come rappresaglia, che grazie all'opzione Kesselring sarebbe rimasta impunita, colse infatti impreparati tanto
i civili quanto i partigiani (e in alcuni casi gli ufficiali della Wehrmacht stessi), sconvolgendo completamente i
meccanismi organizzativi e sociali di intere comunità. La scelta da parte di alcuni di collaborare con l'occupante non rappresenta
che uno degli elementi di "ingarbugliamento" della memoria cosiddetta divisa, che faticò molto dopo la guerra a
rimarginare le ferite ed elaborare i lutti collettivi rimasti senza responsabili.
Dopo il 1 aprile 1944 un provvedimento di Hitler e Kesselring lasciò, in caso di reazione alle bande, l'opzione della
strage, che quindi dipese direttamente dalla scelta dei singoli comandanti di medio livello. E anche a questo livello è
necessario distinguere tra reparti ordinari dell'esercito e reparti d'élite: questi ultimi, truppe d'aviazione, corazzate, con alto
livello di ideologizzazione (tra cui la divisione Göring, responsabile della strage di Marzabotto) si macchiarono del
maggior numero di eccidi. Queste formazioni avevano già infranto, durante l'esperienza di occupazione dell'Est europeo, il
tabù della "matrice maschile della guerra", infierendo contro donne e bambini, addestrandosi tecnicamente alla strage.
Va detto inoltre che in situazioni simili non fu sempre tenuto il medesimo atteggiamento: il caso di Marzabotto è da
questo punto di vista esemplare, poiché è stato accertato che qualche mese prima nella stessa zona un rastrellamento analogo
non ebbe conseguenze, mentre nella seconda circostanza l'opzione ebbe come esito uno dei più feroci massacri
dell'occupazione tedesca in Italia.
All'epoca l'eccidio rimase impunito, come avvenne per un alto numero di stragi più o meno note, perpetrate ai danni
delle popolazioni di piccoli paesi dell'Italia centro-settentrionale. Ben più puntuali furono i processi contro i disertori
tedeschi: il comportamento indisciplinato fu, finché possibile, rigidamente sanzionato. Questo può aiutare a capire il rischio
che il soldato correva disobbedendo agli ordini.
La ricerca sulle stragi è un terreno scivoloso nel quale si sono cimentati in anni recenti ricercatori soprattutto
tedeschi: manca completamente una ricerca analoga da parte degli studiosi italiani sui massacri perpetrati contro le popolazioni
civili nei paesi occupati dall'esercito italiano durante la seconda guerra mondiale, come la Jugoslavia, l'Albania, la Grecia.
Probabilmente proprio questo è uno dei motivi per cui anche i crimini nazisti sono stati dimenticati a lungo:
l'indagine su questi ultimi sarebbe stata affidata agli stessi generali il cui esercito si era macchiato degli stessi crimini negli stessi
anni o in anni immediatamente precedenti l'occupazione tedesca in Italia.
L'indagine è complessa anche perché gran parte delle carte ufficiali è andata distrutta al ritiro del fronte, così come
le lettere personali e i ricordi dei soldati. Nonostante le difficoltà riscontrate si tratta indubbiamente di una ricerca
interessante non solo per ricostruire la storia dei singoli episodi, ma anche per sondare il livello di nazificazione dell'esercito e
della società tedesca più in generale: le lettere dei soldati tedeschi, scritte dal fronte alle famiglie, censurate e solo grazie a
ciò recuperate, consentono di ricostruire il contesto e il clima ad alto rischio in cui la strage poteva scatenarsi per motivi
banali o individuali, riproducono la percezione della situazione del fronte in continuo spostamento, restituendo gli aspetti
peculiari di questi tragici anni d'occupazione.
(Monica Favaro)
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