"Pietà l'è morta"
Pratiche e culture della violenza tra guerra e dopoguerra
1939-1946

  • Antonio Gibelli, Guerra, violenza, morte: un paradigma del nostro secolo
  • Gloria Chianese, Rappresaglie naziste, saccheggi e violenza alleata: alcuni esempi nel Sud
  • Santo Peli, I contrasti tra partigiani
  • Roberto Botta - Gabriella Solaro, L'amministrazione della giustizia nelle formazioni partigiane
  • Raoul Pupo, Le foibe giuliane (1943-45)
  • Mirco Dondi, Le denunce anonime nell’immediato dopoguerra
  • Massimo Storchi, Ordine pubblico e violenza politica nel Modenese e nel Reggiano
  • Paola Olivetti, La violenza occultata nel cinema di Salò

    Numero speciale che raccoglie alcune relazioni presentate nel corso dell'omonimo seminario nazionale di studi, organizzato dall'Istituto in collaborazione con il Comune di Santhià, l'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia e la Fondazione Micheletti di Brescia, con il patrocinio del Comitato provinciale per le celebrazioni del Cinquantesimo anniversario della Liberazione, che si svolse a Santhià nel maggio 1994.
    Apre la serie Antonio Gibelli, dell'Università di Genova, che tratta dell'evoluzione delle pratiche di violenza nella prima metà di questo secolo in rapporto al processo di modernizzazione, massificazione, miglioramento degli apparati tecnico-scientifici, evidenziando la consecutività tra i due conflitti mondiali.
    Gloria Chianese, dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Napoli, propone una ricca articolazione del tema della violenza nel Mezzogiorno durante l'occupazione nazista prima e angloamericana poi, tipologie di violenza molto diversificate ma con un filo conduttore: l'assenza dello Stato garante di ordine pubblico e legalità.
    Le relazioni di Santo Peli, dell'Università di Padova, e di Roberto Botta, dell'Istituto di Alessandria, e Gabriella Solaro, dell'Istituto nazionale, affrontano l'argomento in riferimento alle formazioni partigiane: il primo tratta degli scontri che contrapposero comandanti e nuovi quadri nell'estate del 1944, momento di ristrutturazione del movimento resistenziale; i secondi, sulla base di fonti documentali, analizzano le forme di violenza e del rapporto con questa fuori dallo scontro armato e dell'educazione del partigiano.
    Raoul Pupo, dell'Istituto di Trieste, presenta una relazione sulle foibe (termine genericamente usato per definire gli eccidi della popolazione italiana della Venezia Giulia), considerate il simbolo più chiaro e tragico del passaggio tra guerra e dopoguerra di questa parte del nostro Paese.
    Le relazioni di Mirco Dondi, dell'Istituto di Bologna, e Massimo Storchi, dell'Istituto di Reggio Emilia, hanno entrambe come base di riferimento l'Emilia-Romagna: il primo, attraverso la documentazione conservata, analizza le denunce anonime pervenute al Cln di questa regione nell'immediato dopoguerra, rilevandone le ragioni, il tratto e il valore che ebbero e l'importanza che lo studio di questo fenomeno può avere per la sua singolarità e per i significati ai quali rimanda. Storchi invece espone i risultati di due ricerche sul tema della violenza nel dopoguerra nel Reggiano e nel Modenese, zone teatro di episodi particolarmente significativi.
    In conclusione la relazione di Paola Olivetti, dell'Archivio nazionale cinematografico della Resistenza, che, dopo una premessa sul rapporto tra immagine e violenza, tratta del progetto ambizioso, ma poco concreto, della Rsi di rilanciare la propria cinematografia connessa ai temi della guerra in corso.

    Le relazioni pubblicate nel numero speciale (assieme ad altre pubblicate in altri numeri) della rivista sono ora riedite on line in questo sito.