Antifascismo e guerra di Spagna (2)


Ci si può accingere da diverse prospettive al ricordo della guerra di Spagna, e la storia può assumere significati differenti: ci si può avvicinare alla conoscenza di quello scontro attraverso la testimonianza di chi lo visse, o tramite lo studio dettagliato di eventi e biografie dei protagonisti, o sviscerando fatti e concetti per spiegare la realtà in cui viviamo e risolvere con coscienza problemi attuali.
Ma uno solo deve essere il punto di arrivo, cioè la volontà di tramandarne la memoria: ai giovani prima di tutto. Silvia Marsoni, presidente dell'Amministrazione provinciale di Biella, nel portare il saluto al convegno che si è tenuto a Biella il 29 maggio 1999, ha accennato all'importanza di trasmettere la storia tramite le testimonianze locali, in quanto fonte di riconoscimento e appropriazione di identità territoriale e culturale.
Il saluto di Vittorio Barazzotto, assessore alla Cultura della Città di Biella, e l'intervento di Sergio Scaramal, vicepresidente del Consorzio dei comuni biellesi, hanno aperto una questione fondamentale per le modalità di trasferimento e di insegnamento della storia, forse scontata, ma inderogabile se si vogliono trasmettere valori a più di sessant'anni dalla guerra di Spagna: per evitare un'involuzione della storia su se stessa, per fare storia in modo non archeologico, lo scopo deve rimanere il parallelo tra i giovani, le loro vite e le loro scelte di oggi e di ieri.
Da questo punto di vista, un argomento di interesse è quello della partecipazione volontaria della parte antifascista a quella guerra: un tema, qui evidentemente trattato in un'ottica storico-politica, che è stato anche traccia per l'elaborato dell'esame di maturità, e si sta sempre più caricando di significati, come ha dimostrato il dibattito politico-i deologico a cui abbiamo assistito durante la guerra già denominata dai mass-media "degli ottantotto giorni".
Tanto si è detto e scritto sulle formazioni costituitesi autonomamente a difesa della Repubblica spagnola, in cui uomini e donne provenienti da tutti i paesi d'Europa e dagli altri continenti si arruolarono negli anni 1936-39. Tra i "voluntarios de la libertad" fu il garibaldino biellese Anello Poma, che ha ricordato con commozione, durante il convegno, la partecipazione alla guerra di Spagna, prima che come presa di coscienza politica, come esperienza di vita: il bagaglio con cui si partì era povero, era il bagaglio degli operai dell'industria tessile biellese in crisi, impossibilitati ad esprimere dissenso nei confronti del regime fascista e della mano pesante della disciplina di fabbrica; quello con cui si poteva tornare era la tolleranza, la ricchezza di avere condiviso esperienze, timori e coraggio con giovani appartenenti ad altre culture, uniti nella difesa della repubblica e della libertà.
Cosa determinò nei volontari la scelta delle armi, come si passò dallo scontro politico allo scontro militare?
Nel ricordo di Poma furono l'impeto dei vent'anni e la progressiva formazione di una coscienza politica (che era rimasta in silenzio negli anni dell'apoteosi del fascismo, cioè fino alla conquista dell'Etiopia) a comportare la scelta di combattere nelle brigate internazionali.
Gianni Perona, segretario generale dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, ha individuato nel volontariato un tema complesso, che non può non suscitare l'interesse degli storici, in quanto la guerra di Spagna rappresentò l'accettazione della lotta armata come momento della lotta politica: il ricordo della prima guerra mondiale, infatti, fu in Europa, per tutti gli anni trenta, un forte deterrente di fronte alla prospettiva di un altro conflitto che poteva comportare, in termini di perdite umane, le conseguenze rovinose degli anni 1914-18. Fin dalla presa di potere, il fascismo aveva fatto leva proprio sulla "rimozione" e il rifiuto della guerra da parte dell'opinione pubblica di paesi come la Francia o l'Inghilterra (che durante la prima guerra mondiale avevano subito perdite enormi), "giocando a minacciare" il conflitto armato: prova ne è il fatto che la fascistizzazione e nazificazione stavano avvenendo senza scontri diretti nel cuore del vecchio continente, ma mediante colpi di mano e colpi di stato, come avrebbe dovuto accadere, nella pianificazione dell'"ordine nuovo", anche in Spagna.
La guerra civile spagnola costituì, aldilà delle mistificazioni, uno spartiacque: il volontariato rappresentò per chi si arruolò nelle brigate internazionali, oltre che una seppur minima fonte di guadagno, la scelta di continuare la lotta politica con le armi: volontario fu quindi non chi "volle" la guerra, ma chi la "accettò" come strumento di lotta politica. Si trattò di una trasformazione culturale in generale, e ideologica in particolare nella sinistra, che sino ad allora era stata pacifista. E pacifista sarebbe tornata, non senza attriti interni ai partiti comunisti e socialisti, nel secondo dopoguerra.
Fu la combinazione delle due cause, economica e ideologica, a comportare la decisione di accettare di combattere a sostegno della Repubblica spagnola al motto "oggi in Spagna, domani in Italia", a modificare le vite di giovani e meno giovani, che nel caso italiano erano molto spesso confinati politici o emigrati, e avevano già pagato le spese dell'opposizione ideologica al regime fascista.
Di questa difficile lotta politica, di cui anche i biellesi furono protagonisti, si è occupato nel suo intervento Piero Ambrosio, direttore dell'Istituto, evidenziando il filo rosso che lega le vite e le vicende degli antifascisti italiani, emigrati, fuoriusciti, confinati, con la guerra di Spagna e la Resistenza. L'intreccio delle vicende e delle vite dà un quadro del fermento della lotta politica e dell'acceso clima ideologico degli anni trenta: gli antifascisti biellesi, prima della guerra di Spagna, furono spesso esuli in Francia , dove contribuirono, ciascuno secondo le proprie capacità e attitudini, all'organizzazione della rete cospirativa e alla propaganda dei partiti disciolti dalle leggi fasciste. Come risulta dalle notizie biografiche, anche dalle scarne note che si hanno circa i personaggi minori, l'esilio politico prima e l'arruolamento nelle brigate internazionali poi, furono "scuola" per coloro che combatterono durante la Resistenza italiana. (Monica Favaro)