Piero Ambrosio

Antifascismo e guerra di Spagna: "miliziani rossi" e altri "sovversivi" nei documenti del Casellario politico centrale



Il Casellario politico centrale, schedario dei "sovversivi"

Il Casellario politico centrale (Cpc) fu istituito dalla Direzione generale della Pubblica sicurezza nel giugno 1896 come schedario "per gli affiliati a partiti sovversivi considerati pericolosi per l'ordine e la sicurezza pubblica": era quindi destinato ad accogliere i fascicoli personali di anarchici, socialisti, repubblicani e, dal 1921, anche di comunisti. A partire dal 1926, in seguito all'approvazione del Testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza, fu notevolmente ampliato e in esso furono inclusi, con la classificazione generica di antifascisti, anche oppositori del regime di altri orientamenti politici: popolari, liberali, appartenenti al movimento "Giustizia e libertà", irredentisti slavi e persino fascisti dissidenti1.
Nel Cpc esiste anche un certo numero di fascicoli di antifascisti che parteciparono alla guerra civile spagnola come volontari nelle brigate internazionali o che furono schedati per "propaganda a favore della Spagna repubblicana" o per aver espresso pubblicamente il loro sostegno al legittimo governo spagnolo, non disgiunto da critiche al regime fascista italiano.
Per quanto riguarda la provincia di Vercelli sono stati individuati trentasei fascicoli di combattenti in Spagna2, più alcuni altri fascicoli di antifascisti di cui non si hanno elementi sufficienti per provare la loro appartenenza alle brigate internazionali3.
Ovviamente non di tutti i volontari antifranchisti esiste il fascicolo del Cpc4: per realizzare un elenco il più completo e attendibile possibile dei volontari originari della provincia5, in mancanza di elenchi ufficiali, è necessario fare ricorso anche ad altre fonti6.
Per quanto riguarda invece gli antifascisti della provincia di Vercelli che furono denunciati per il loro atteggiamento favorevole alla Repubblica spagnola finora nel Cpc sono stati individuati ventisette fascicoli7.

I volontari antifascisti in Spagna nella documentazione del Cpc

Esaminando la documentazione contenuta nei fascicoli del Cpc, e confrontandola con i dati biografici riguardanti i volontari antifascisti in Spagna pubblicati nelle opere citate, emerge che essa è utile non solo per precisare alcuni aspetti della partecipazione alla guerra civile ma anche, in modo particolare, per la ricostruzione delle vicende precedenti (attività politica in Italia o nei paesi di emigrazione, eventuali arresti e condanne) ed anche seguenti (internamento in Francia, rimpatrio, interrogatori e condanne).
Va segnalato, per essere precisi, che non sempre i dati relativi alla guerra spagnola contenuti nei fascicoli del Cpc e quelli riportati nelle opere citate e nelle schede biografiche conservate nell'archivio dell'Aicvas corrispondono (per quanto concerne date di arruolamento, formazioni di appartenenza, combattimenti): se, da un lato, alcuni dati del Cpc sono imprecisi, o inattendibili, per difetti delle fonti che erano alla base della redazione di quei documenti8 o, come vedremo, per reticenze degli stessi antifascisti durante gli interrogatori, in altri casi la documentazione contenuta nei fascicoli del Cpc consente di entrare in possesso di dati prima ignoti. Ad esempio finora ben poco si conosceva dell'anarchico borgosesiano Enrico Albertini, che raggiunse la Spagna dagli Stati Uniti, dove era emigrato: questi, una vera "primula rossa", si era messo in vista fin dal 1911 per la sua attività "sovversiva"9.

I "miliziani rossi"

Vediamo quanto emerge dall'esame dei fascicoli del Cpc dei volontari antifascisti.
La partenza per la Spagna, l'arrivo nel territorio della Repubblica, la presenza nelle brigate internazionali (le "milizie rosse" come venivano definite dai fascisti) erano, nella maggior parte dei casi, ben presto note alla Prefettura e alla Direzione generale della Ps10: non appena segnalati gli antifascisti, se non erano già schedati, venivano iscritti nel Casellario politico centrale, per tutti scattava inoltre la segnalazione nella "Rubrica di frontiera" per l'arresto (e, in alcuni casi, anche nel "Bollettino delle ricerche") e veniva infine disposta la revisione della corrispondenza diretta ai familiari e ai conoscenti.
Alcuni esempi. La partenza per la Spagna di Eraldo Venezia e Gaspare Fracasso fu segnalata al comando della Milizia di Vercelli da "fonte fiduciaria non controllata"; quella di Giuseppe Tamagno fu comunicata dal console di Marsiglia al Ministero dell'Interno; quella di Adriano Rossetti da Villeparisis, dove risiedeva con la famiglia, risultò da una lettera della figlia Liliana acclusa ad una lettera di Arialdo Zanotti diretta a sua moglie Aurora, a Mongrando, "revisionata e sequestrata".
L'arrivo di Francesco Leone a Barcellona fu segnalato il 6 settembre 1936 alla Direzione generale della Ps con una "nota confidenziale" della polizia politica in cui si comunicava che il dirigente comunista aveva parlato alla radio di Barcellona. Da trasmissioni della stessa emittente radiofonica furono ricavate varie notizie, tra cui quella del ferimento di Leone.
La presenza in Spagna di Carlo Ravetto risultò da una lettera censurata indirizzata dal fratello Silvio alla madre, residente a Mezzana Mortigliengo; la partecipazione di Giovanni Calligaris alla guerra civile spagnola fu rivelata da sua moglie, ritornata a Mongrando nell'aprile 1940. "Fonte fiduciaria attendibilissima" nel maggio 1939 comunicò al comando delle truppe fasciste italiane che "il connazionale Mosca Carlotin (sic), miliziano nelle brigate internazionali, nell'anno 1937 [era stato] ricoverato nell'ospedale militare n. 1 di Madrid".
Nel febbraio 1937 il Consolato di Bordeaux comunicò alla Direzione generale della Ps che, secondo notizie non controllate, Giuseppe Bagnasacco sarebbe stato ucciso: questa incaricò pertanto la Prefettura di Vercelli "di fare eseguire riservate indagini nel di lui luogo di origine per accertare se uguale notizia [fosse] giunta ai di lui parenti e di fare controllare la corrispondenza dei medesimi anche per verificare se ad essi ven[issero] inviati sussidi del soccorso rosso". Ad ogni buon conto, "nell'eventualità che la notizia della di lui morte non [fosse stata] vera", l'antifascista fu iscritto nella "Rubrica di frontiera" per l'arresto. Il Ministero degli Affari Esteri, interessato al riguardo, nell'agosto dell'anno successivo comunicò che "malgrado le indagini esperite in questi ambienti sovversivi [di Bordeaux] e presso un creditore del Bagnasacco, non [era] stato possibile aver conferma del decesso". Che il Bagnasacco si fosse arruolato "nelle milizie rosse" era stato comunque confermato da "fonte confidenziale in contatto col comando delle truppe volontarie in Spagna".
La presenza nelle brigate internazionali di Quintino Minero Re fu segnalata alla Direzione generale della Ps dal comando delle truppe fasciste italiane; quella di Annibale Caneparo fu comunicata dall'Ambasciata di Parigi; Riccardo Zanotto risultò invece trovarsi "arruolato nelle milizie rosse in Spagna" secondo non meglio precisate "informazioni assunte sul luogo di nascita".
L'Ambasciata di Mosca segnalò invece il ritorno in quella città di Antonio Roasio, "proveniente dalla Spagna, ove [era] rimasto ferito in una azione sul fronte di Madrid", aggiungendo che egli aveva ripreso la "propria attività in seno al Comintern dove gli [era] stato affidato il reclutamento, il controllo e la selezione degli emigrati politici desiderosi di recarsi in Spagna".
In molti casi le segnalazioni furono dovute, come si è visto, all'opera di "fiduciari": grazie a loro la Direzione generale della Ps poté redigere veri e propri elenchi di volontari. Nei fascicoli del Cpc abbiamo rinvenuto, ad esempio, due elenchi della Divisione polizia politica datati 22 maggio 1938, relativi l'uno a caduti e l'altro a "connazionali reclutati nelle milizie rosse" con l'indicazione della data di partenza per la Spagna e la località dove erano stati destinati.
Talvolta gli agenti fascisti poterono addirittura rilevare i nominativi dei "miliziani" dai ruolini delle formazioni stesse; il Consolato di Salamanca poté infine redigere un elenco di "connazionali arruolati nelle milizie rosse, appartenenti al battaglione Garibaldi" e che avevano "preso parte attiva al conflitto" desumendo i nomi dal volume "Garibaldini in Spagna", pubblicato a Madrid nel 193711, che era stato inviato in visione da un agente nel maggio 1938; grazie ad una fotografia la Prefettura di Vercelli identificò, ad esempio, Antonio Mosca Carlottin.
Inoltre, dopo la sconfitta della Francia nel secondo conflitto mondiale, nell'aprile 1942 furono rinvenuti negli archivi della Sureté, a Parigi, documenti riguardanti l'Unione popolare italiana ed "i volontari italiani già combattenti nelle milizie rosse spagnole internati nei campi di concentramento francesi".
Infine non mancarono i casi di delazioni: ad esempio certo Alessio Arrighelli12, "reduce dalla Spagna rossa", nel febbraio 1938 si presentò al Consolato di Parigi e fornì molti nomi di antifascisti presenti nelle brigate internazionali, tra cui quello di un certo "Tondella della provincia di Vercelli" (che gli inquirenti ritennero di identificare "molto probabilmente in Tondella Federico"), che aveva sentito "ad Albacete parla[re] con altri tre connazionali di un progettato viaggio in Italia, attraverso il confine svizzero, per compiere un attentato con esplosivi durante qualche cerimonia" e aggiunse che questo attentato sarebbe stato diretto "da certo Camen"13.
Anche durante gli interrogatori cui gli ex volontari furono sottoposti nelle questure delle rispettive province di appartenenza, dopo il rimpatrio seguito alla caduta della Repubblica spagnola e al periodo, per molti versi drammatico, dell'internamento nei campi di concentramento francesi, vi furono casi in cui ex volontari confermarono l'appartenenza di loro ex commilitoni alle brigate internazionali. Ad esempio Ermenegildo Cozzi, da Castelnovo del Friuli (Ud), fornì, tra gli altri, il nome di Teresio Caron. Questi invece sostenne di aver conosciuto il suo accusatore in una prigione francese dove sarebbe stato incarcerato per contrabbando di effetti di vestiario dalla Spagna. Sostenne inoltre di essersi recato in Spagna nel marzo del 1937 alla ricerca di una certa Ida, svizzera tedesca, con cui aveva avuto una relazione amorosa e di cui non ricordava il cognome, che era stata colà portata "da persone che esercitavano la tratta delle bianche"; ed aggiunse che, dopo essersi soffermato in prossimità del confine, data l'impossibilità di proseguire nell'interno del paese per la guerra civile, era rientrato in Francia dove era, appunto, stato arrestato. Dichiarò inoltre di non ricordarsi quali fossero esattamente i paesi in cui aveva dimorato in Spagna e concluse negando di aver "combattuto nelle milizie rosse spagnole" e sostenendo di non essersi mai interessato di politica, ma di aver sempre esclusivamente pensato al suo lavoro.
Al prefetto la sua "narrazione" apparve "molto romanzesca e poco veridica" e, in considerazione sia dei suoi "sentimenti comunisti" sia della testimonianza dell'ex commilitone, pur non essendo stata la polizia in grado di "controllarne l'attendibilità", dopo aver sollecitato le "determinazioni del Ministero dell'Interno" (risulta che la relativa pratica fu sottoposta a Mussolini) lo deferì alla Commissione provinciale, che lo condannò a tre anni di confino.
Dopo il rimpatrio, nel corso degli interrogatori in Questura qualcuno, tra gli ex combattenti di cui ci occupiamo, cercò di far credere di essersi recato in Spagna in cerca di lavoro: Giovanni Calligaris, ad esempio, dichiarò quanto segue: "A Parigi [...] avevo aperto una modesta azienda di artigianato quale operaio decoratore, e gli affari andarono bene sin verso il 1935. In seguito cominciarono insormontabili difficoltà [...] dovetti così chiudere l'azienda nei primi mesi del 1936 e la mia situazione divenne molto grave, per mancanza di mezzi. [...] A Parigi io frequentavo l'associazione del 'Fronte unico antifascista' che divenne poi la 'Unione popolare italiana' e la 'Lega dei diritti dell'uomo' dove mi fu consigliato di recarmi in Spagna [...] dove vi era possibilità di lavoro e di guadagno".
Altri dichiararono di essersi arruolati spinti dalla necessità: ad esempio Carlo Zanada, emigrato in Francia nel 1924, dichiarò: "Rimasto privo di occupazione e privo di mezzi mi recai a Parigi nell'ottobre [1936] e decisi di andare in Spagna in cerca di lavoro. Alla frontiera spagnola ottenni di passare e mi recai in un paese nei pressi di Barcellona dove, non avendo possibilità di vita, mi arruolai nelle milizie rosse"; Olinto Sella, emigrato in Francia nel 1934, dichiarò che in seguito ad un incidente aveva perso la scarsa clientela della sua modesta officina per riparazione di motociclette e quindi, "non disponendo di mezzi e sollecitato da alcuni francesi del luogo, [aveva] decis[o] di arruolarsi nell'esercito repubblicano spagnolo"; anche Antonio Mosca Carlottin, emigrato in Francia nel 1925, dichiarò di essersi arruolato essendo rimasto disoccupato; e così pure Francesco Prevosto dichiarò che, emigrato clandestinamente in Francia, ed essendo stato espulso già nel 1925 e privato dei documenti di identità nel 1928, nell'agosto del 1936, "preoccupando[si] della [sua] sorte, [aveva] decis[o] di partire per la Spagna" e aggiunse che non fu "spinto da nessuno a partecipare alla campagna con i rossi spagnoli".
Altri invece non nascosero i motivi politici alla base della loro decisione: ad esempio nel verbale dell'interrogatorio di Luigi Viana si legge quanto segue: "nell'anno 1936 sentii il mio spirito di solidarietà verso i rivoluzionari spagnoli che combattevano contro il generale Franco ed il 20 agosto mi recai a Barcellona per arruolarmi nell'esercito popolare spagnolo"; anche Anello Poma dichiarò di essersi arruolato per "solidarietà morale col governo repubblicano spagnolo che combatteva contro le forze del generale Franco"; e Carlo Siletti "confermò di aver appartenuto alle forze comuniste spagnole aggiungendo di aver fatto ciò spinto dalla sua fede antifascista": in considerazione della sua dichiarazione, pur essendo stato riconosciuto non idoneo a sopportare il regime confinario, per le sue gravi condizioni di salute, fu ugualmente condannato a cinque anni di confino.
Nel corso degli interrogatori la maggior parte degli arrestati cercò di minimizzare il ruolo avuto nelle brigate internazionali: Olinto Sella, ad esempio, pur essendo stato costretto ad ammettere la propria partecipazione alla guerra civile, dichiarò di non aver partecipato ad alcun fatto d'armi. Altri, nell'intento di evitare la condanna al confino, non ammisero neppure di aver combattuto nelle brigate internazionali: Adriano Rossetti, ad esempio, negò "recisamente" la sua partecipazione alla guerra civile in Spagna; anche Annibale Caneparo non ammise la sua partecipazione alla guerra civile spagnola, fornendo inoltre una serie di recapiti e di nomi di persone che avrebbero potuto confermare che non si era mai allontanato da Parigi o da Perpignan, sue località di residenza in Francia: essendosi difeso "con accento di verità" e poiché la citata segnalazione dell'Ambasciata di Parigi secondo cui avrebbe militato nelle brigate internazionali non aveva trovato conferma, non fu assegnato al confino ma soltanto diffidato.
Comune a tutti i volontari antifranchisti della provincia di Vercelli fu l'atteggiamento di non fornire nomi di compagni o di dare informazioni generiche o false: Giovanni Calligaris, ad esempio, ammise di aver conosciuto nel battaglione "Garibaldi" alcuni italiani volontari, ma di non ricordarne i nomi; Anello Poma dichiarò che era stato arruolato col grado di soldato nella 3a compagnia della brigata "Garibaldi", comandata da un capitano spagnolo e che "in detta compagnia erano anche altri italiani, ma non ne ricord[ava] i nomi"; Antonio Mosca Carlottin affermò di non ricordare i nomi degli altri volontari italiani inquadrati nella sua compagnia ed aggiunse che essi, in gran parte, erano caduti in combattimento.
Anche Giuseppe Mosca, pur avendo ammesso che nel suo "reparto vi erano anche altri volontari italiani", sostenne che "non ne ricorda[va] più i nomi"; per quanto riguardava il comandante della sua compagnia disse che si trattava di un "certo Ferraris, italiano, settentrionale, da [lui] non meglio conosciuto"; Gaspare Fracasso, dopo aver ammesso di aver fatto parte della 1a compagnia della brigata "Garibaldi", disse che il comandante si chiamava Mario, piemontese di circa trentacinque anni ed aggiunse che non ne aveva mai saputo il cognome e di non ricordare i nomi di altri compagni; Carlo Zanada ammise di aver conosciuto "degli italiani facenti parte delle armate rosse" ma sostenne di non conoscerne i nomi e quando, il 25 maggio 1942, nella direzione della colonia di confino di Ventotene un funzionario di Ps gli mostrò una fotografia di Silvio Bianchi, suo ex comandante, dichiarò di non essere in grado di riconoscerlo, essendo stato ai suoi ordini soltanto per una quindicina di giorni e non ricordandone le sembianze.
Alcuni ex combattenti ritornarono in Italia solo dopo la caduta del fascismo ma preferirono ugualmente negare la loro militanza: così Giuseppe Mezzano che, interrogato nel mese di agosto del 1943, negò "recisamente di aver preso parte alla guerra civile spagnola, affermando di essersi recato in Spagna, e precisamente a Barcellona, nel 1936, unicamente per ragioni di lavoro e di esservi solamente rimasto sei mesi": fu messo in libertà e sottoposto ad "opportuna vigilanza"; così pure Francesco Montarolo, fermato da agenti di Ps a Bardonecchia (To) il 19 agosto 1943, negò "recisamente di aver preso parte alla guerra civile spagnola, aggiungendo di aver sempre lavorato in Francia e di non essersi mai allontanato nemmeno per ragioni di lavoro", e dichiarò "di non aver mai fatto parte di partiti politici ad eccezione di un circolo ricreativo di amicizia italo-francese a sfondo popolare": fu rilasciato e avviato al comune di origine.

La guerra di Spagna e gli antifascisti in provincia di Vercelli

Ed ecco invece quanto emerge dall'esame dei fascicoli del Cpc di alcuni antifascisti della provincia di Vercelli arrestati per episodi in qualche modo connessi alla guerra di Spagna.
Il 7 febbraio 1937 la polizia venne a conoscenza che al noto sovversivo vercellese Alessandro Rigolino14 era stata recapitata una lettera "di provenienza sospetta": perquisito il suo domicilio, gli agenti rinvennero e sequestrarono un foglietto scritto a penna ad essa allegato in cui era scritto: "Marsiglia 8 novembre 1936. La mia partenza è prossima è quistione di ore, la motonave sta alzando le ancore quando riceverai questa spero di essere a fianco di Leone a combattere per la libertà. Viva la Spagna proletaria. Viva la gloriosa centuria Gastone Sozzi. Preferisco morire sotto il cielo libero che vivere nelle carceri di Mussolini. Saluti Giuseppe15. Molti italiani sono già caduti. Non ti comprometto più questa è la prima e ultima volta che ti scrivo". Al foglietto era anche allegato "un ritaglio di giornale sovversivo riproducente la fotografia del pericoloso comunista schedato Leone Francesco".
Fermato e sottoposto a stringenti interrogatori perché indicasse il mittente della lettera "non fornì alcuna indicazione al riguardo, "mantenendosi evidentemente e pensatamente reticente e dando in tal modo la prova evidente di ispirarsi alle direttive del partito comunista che prescrive agli adepti di non rivelare i nomi dei compagni. Arrivò anche al punto di cinicamente affermare di non conoscere il Leone, vercellese di elezione, ben noto in provincia e suo amico". Ritenendo il suo comportamento "tale da ostacolare l'azione dei poteri dello Stato" fu deferito alla Commissione provinciale per i provvedimenti di polizia che, il 22 marzo, lo condannò ad un anno di confino16.
Il 14 febbraio 1937 Francesco Vacchetta17 fu fermato dalla Milizia confinaria di Domodossola (Vb) mentre si dirigeva, insieme ad altri, verso il confine con la Svizzera. Risultò che il tentativo di espatrio era originato da motivi politici: l'Ovra infatti accertò che "gli espatriandi avrebbero dovuto recarsi in Spagna per arruolarsi nelle file dei rossi spagnoli e presentarsi a Lugano da Giuseppe Faravelli18 per ricevere i mezzi per proseguire". Fu denunciato alla Commissione provinciale di Milano che, l'8 aprile, lo condannò a cinque anni di confino19.
Nel pomeriggio del 29 marzo 1937 in una trattoria di Pralungo l'operaio Mario Cantone20 tra l'altro disse che "sapeva che, mentre ritornavano dall'Africa orientale, tre divisioni, invece di rimpatriare, erano state mandate in Ispagna per l'occupazione di Malaga, che tra pochi giorni sarebbe stata ripresa dai rossi, e che quello che parla[va] alla radio di Barcellona [era] un biellese e di là si sent[iva] la pura verità di ciò che succede[va]".
Ai carabinieri, che lo arrestarono, negò di aver pronunciato tali frasi, ammettendo soltanto "di aver ascoltato lagnanze da parte di disoccupati", e cercò di giustificarsi affermando che "il duce non sa[peva] come sta[vano] gli operai giacché a Roma [andavano] solo i militari in congedo, mentre i dirigenti fascisti non obbedi[vano] al Capo del Governo" e aggiungendo che sarebbe stata necessaria la libertà di stampa per far conoscere al duce i desideri degli operai. Deferito alla Commissione provinciale, il 5 giugno fu condannato a tre anni di confino21.
Nell'aprile 1937, a Gattinara, in seguito "ad un certo risveglio sovversivo manifestatosi mediante scritti sovversivi sui muri dell'abitato" furono operati numerosi fermi: mentre parte dei sospettati, dopo le prime indagini sommarie, fu rilasciata, nei confronti di altri fu mantenuto il fermo perché fu accertato "che essi solevano spesso riunirsi fra loro per confabulare e biasimare l'opera del Regime, scambiarsi idee di avversione al Governo Fascista e di simpatia per quello Spagnolo". Si trattava di Alberto Brunetti22, Ernesto Nervi23, Antonio Rossi24 e Secondino Zanazzo25 che, deferiti alla Commissione provinciale, furono condannati a cinque anni di confino26.
Sempre nell'aprile del 1937, e precisamente il 24, quattro avventori di una trattoria di Vercelli, Settimo Benvegnù27, Germano Ferrari28, Giovanni Battista Savio29 e Giuseppe Viotti30, commentarono in francese gli avvenimenti della guerra di Spagna. Il primo esclamò: "Questo lo bevo in barba a Mussolini", mentre il secondo rivolto a certo Alberto Cazzaniga31, ex ardito di guerra e decorato al valore, disse: "Il 24 maggio le tue medaglie te le faremo saltare". Un milite presente, tal Ettore Gerardi, "che in quel giorno vestiva da operaio", denunciò il fatto al comando della Milizia e alla Questura: Benvegnù e Ferrari furono arrestati e deferiti alla Commissione provinciale che, il 20 maggio li condannò a tre anni di confino32, mentre Savio e Viotti furono diffidati.
Nel maggio 1937 a Pralungo fu arrestato l'attaccafili Giuseppe Negro33, in seguito alla confessione del giovane Vincenzo Biscotti34, pure arrestato, che aveva dichiarato che da lui "aveva appreso che qualche mese prima stando ad ascoltare le trasmissioni della stazione di Barcellona, alla radio del Dopolavoro di Pralungo, aveva udito notizie allarmanti sui combattenti italiani in Spagna". Interrogato, "si mantenne sulla negativa", ammettendo soltanto di essersi incontrato col Biscotti nel Dopolavoro di Pralungo e di avere ascoltato con questi dalla radio di Barcellona il canto "Bandiera rossa" e che la stessa sera erano anche venuti "a conoscenza che combattenti italiani erano stati fatti prigionieri dai rossi".
Fu interrogato anche il gerente del dopolavoro, Pietro Monti, che "nulla seppe precisare, poiché quella sera nei locali vi erano parecchie persone tutte iscritte al Pnf che schiamazzavano e bevevano". Deferito alla Commissione provinciale, l'8 luglio fu condannato a due anni di confino35.
Nel pomeriggio del 12 agosto 1937, Rocco Pareti36, carrettiere senza fissa dimora, mentre era intento a segare legna, a Curino, con il bracciante Giovanni Gnerro, esclamò, in presenza di due testimoni: "Maledetto quel giorno che sono ritornato in Italia a fare il soldato. Si starebbe meglio se venisse una rivoluzione come quella che c'è in Spagna. Se viene un'altra guerra, anche se dura venti anni, farò in modo di passare la frontiera per non fare più ritorno in Italia e passando la frontiera mi pulirò le scarpe perché voglio uscire con le scarpe pulite, perché della terra italiana ne sono stufo". I carabinieri di Masserano, venuti a conoscenza dell'episodio, il mattino successivo lo arrestarono. Denunciato alla Commissione provinciale, il 30 settembre fu condannato a tre anni di confino37.
Nel gennaio 1938 fu fermato e interrogato il vercellese Luigi Quarelli38, sorvegliato dalla Milizia perché sospettato di attività antinazionale39: ammise di avere espresso più volte "inconsulti apprezzamenti nei riguardi del Regime e della guerra civile in Spagna". Deferito alla Commissione provinciale, nella seduta del 25 febbraio fu assegnato al confino per due anni40.
Nel mese di luglio del 1938 risultò che Osvaldo Sasso41, biellese, militare nel 4o reggimento alpini di stanza ad Aosta, aveva tentato di propagandare le idee comuniste fra i suoi compagni d'arme: due soldati, Ermete Poma e Guerrino Scalfoni, avevano infatti dichiarato che aveva cercato "di attrarli con ogni mezzo nell'orbita delle sue vedute politiche", che aveva parlato "del benessere di cui god[evano] i lavoratori in Russia, auspicando l'avvento del comunismo anche in Italia [...e] della guerra civile di Spagna, dimostrando le più aperte simpatie per i rossi e lamentando che la Francia e la Russia non [dessero] sufficiente aiuto di armi e di uomini ai rossi". Deferito alla Commissione provinciale42, il 19 luglio 1938 fu condannato a tre anni di confino43.
Nel corso delle indagini praticate dai carabinieri e dall'Ovra a Borgosesia in seguito ad una serie di arresti operati nei mesi di agosto e settembre del 1938 risultò che, all'interno dei due gruppi di sovversivi scoperti, uno comunista e l'altro socialista, era circolata stampa di propaganda contro la guerra di Spagna e che alcuni degli arrestati avevano criticato l'intervento italiano44.
Nell'aprile dell'anno seguente uno degli arrestati in quell'occasione, Francesco Morando45, fu nuovamente denunciato e subì un nuovo provvedimento di ammonizione per aver commentato, nello stabilimento in cui era occupato, la morte di un fascista borgosesiano legionario in Spagna con un inequivocabile "Oh! là! è andato... uno di meno!".
Nel Casellario politico sono ovviamente documentati altri episodi46. Ne cito ancora due, in questo caso relativi a nati in provincia di Vercelli ma emigrati. Del primo fu protagonista Antonio Mairone47, che fu arrestato il 9 ottobre 1936 a Torino perché sospettato di appartenere al movimento "Giustizia e libertà": risultò, tra l'altro, che si era occupato del reclutamento di volontari per le brigate internazionali spagnole; denunciato, con altri, al Tribunale speciale, per "cospirazione politica mediante associazione per attentare alla costituzione dello Stato", il 20 marzo 1937 fu assolto per non provata reità e scarcerato.
Il secondo episodio riguarda Carlo Parsini48, segnalato nel dicembre del 1938 per essere stato più volte a capo di carovane di camion, organizzate dalla Lega dei diritti dell'uomo, contenenti medicinali ed indumenti per i volontari delle brigate internazionali49.

Come si è visto gli antifascisti citati furono quasi tutti sottoposti al giudizio della Commissione provinciale per i provvedimenti di polizia50: gli episodi di cui furono protagonisti appartengono infatti perlopiù ad un antifascismo per così dire "minore": singoli atti di protesta, di ribellione contro il regime fascista, contro la dittatura; tuttavia almeno due episodi ebbero un'importanza ed un valore ben superiore a quello che potrebbe apparire da questa breve esposizione: quello di Gattinara e quello di Borgosesia, che coinvolsero (particolarmente il secondo) un numero consistente di antifascisti. Questi due episodi appartengono cioè ad una fase di ripresa dell'antifascismo organizzato, dopo il periodo in cui, dal 1927 fino al 1932, si era scatenata la repressione, con decine di condanne al carcere e al confino comminate ai vari gruppi operanti in provincia, da quelli di Mongrando e della valle Strona, fino a quello di Cavaglià (a cui, tra gli altri, appartennero Eraldo Venezia e Gaspare Fracasso, poi volontari in Spagna). Una fase di ripresa dell'antifascismo che, a distanza di pochi mesi dal momento di massimo "consenso" al fascismo, quello rappresentato dalla guerra d'Africa e dalla conquista dell'impero, trasse alimento proprio da quella guerra che in Spagna migliaia di antifascisti stavano combattendo non solo in difesa della democrazia in quel paese e contro il fascismo spagnolo, ma, in un certo senso, contro tutti i fascismi: se nell'immediato l'antifascismo non ottenne i risultati sperati, se la repubblica spagnola fu sconfitta, quella lotta fu tuttavia, come ben sappiamo, assai importante per molti avvenimenti successivi, anche nel nostro Paese e sulle nostre montagne.


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