Piero Ambrosio

Percorsi biografici
tra storia locale e altre storie



Di solito si parte dalla storia della guerra civile spagnola e si arriva alla Resistenza biellese, collegando direttamente le vicende di singoli protagonisti, come Anello Poma e Piero Pajetta, combattenti nelle brigate internazionali e poi comandanti partigiani.
Il percorso che vorrei proporre è invece indiretto, una sorta di volo pindarico tra storia locale e altre storie, tra vicende biografiche che talvolta s'incontrano, s'intersecano, si scompongono e si ricompongono. I punti di partenza e di arrivo sono sempre l'antifascismo e la Resistenza biellese, passando attraverso la guerra di Spagna, in un piccolo - e spero interessante - gioco di ricomposizione di tessere di un mosaico.
Partiamo dunque da un antifascista di origine biellese. Poco noto, a tal punto che fino a qualche anno fa non se ne ricordava neppure il nome esatto e di cui abbiamo trovato solo qualche traccia, senza conoscere tuttavia completamente la sua vicenda biografica, anzi continuando a non sapere nulla dell'ultimo periodo della sua vita.
Si tratta di Plinio Lario. Nato il 5 settembre 1894, nel 1925 si trasferì ad Altamura (Ba), dove esercitò la professione di commerciante. Tre anni dopo emigrò clandestinamente in Francia, dove esplicò, con vari nomi di copertura, un'intensa attività comunista, in seguito alla quale nel 1933 fu espulso e si rese irreperibile.
Allo scoppio della guerra civile spagnola probabilmente era già in Spagna, poiché risulta arruolato il 28 luglio del 1936. Operò con un gruppo di italiani nella regione basca, combattendo a Irún e in altre località. In seguito all'avanzata dei fascisti nel Nord, riparò temporaneamente in Francia, arruolandosi successivamente nella squadriglia "España", con la quale combatté sul fronte di Madrid; fu quindi trasferito alla brigata "treni blindati" e successivamente al servizio informazioni dell'Armata del centro, con il grado di maggiore. Divenuto inabile in seguito ad una ferita e ad un intervento chirurgico, fu infine addetto al servizio di censura e al controspionaggio a Madrid, dove rimase fino al marzo del 1939, quando la massima parte degli internazionalisti aveva già lasciato la Spagna.
Ma a questo punto facciamo un passo indietro, per annodare i primi fili.
Il 28 ottobre 1930 Lario fu arrestato, insieme ad un altro antifascista, perché trovato in possesso di una bomba che intendeva collocare nella sede del Fascio di Parigi e subì una condanna a tre anni di reclusione. Le indagini sulla vicenda furono assai lunghe e complesse, anche perché il nome falso da lui usato in quel periodo mise gli inquirenti francesi (ed anche la polizia politica italiana, che si occupò del caso) su false piste.
A complicare le cose vi fu, in quei giorni, in Francia, un'altra vicenda dell'antifascismo che le polizie dei due paesi collegarono al fallito attentato: a Sartrouville, una cittadina della banlieue parigina, un portalettere rinvenne un ferito, colpito alla testa da un colpo d'arma da fuoco. Lo sconosciuto fu portato in un ospedale, dove declinò false generalità e dichiarò d'esser stato aggredito in strada da suoi nemici politici.
La stampa francese imbastì - con i titoli sul "mistero di Sartrouville" - un grosso scandalo.
Le indagini della polizia portarono ben presto al riconoscimento del ferito e alla scoperta di una importante sede comunista clandestina.
Anche i giornali italiani si occuparono ampiamente della vicenda che - come scrisse un dirigente comunista - "fu veramente un grosso fatto": anche perché nella sede scoperta, abbandonata in gran fretta dai suoi occupanti, furono trovati elenchi di militanti ed indirizzi. Anche se gli interessati poterono sfuggire alle molte retate della polizia, una parte dell'organizzazione clandestina del Partito comunista esistente a Parigi subì un duro colpo, soprattutto per il clima da "caccia alle streghe" che fu scatenato.
Chi era questo ferito? Cos'era accaduto?
L' "uomo dai sei nomi" - così fu definito dalla stampa francese il misterioso individuo - era un ex funzionario del Partito comunista, Eros Vecchi.
Nato nel 1902 a Mirandola, in provincia di Modena, figlio di un sindacalista rivoluzionario che in seguito aderirà al fascismo, nel 1921 era emigrato in Germania per proseguire gli studi in ingegneria e - avendo aderito al Partito comunista - un anno più tardi si era trasferito in Unione Sovietica, dove aveva frequentato la scuola militare. In seguito aveva operato in Francia, in Belgio e, clandestinamente, in Italia.
In Francia aveva partecipato all'attività del gruppo dirigente comunista e al dibattito sulla "svolta", cioè sulla decisione di ricostituire un organismo di direzione politica in Italia, il Centro interno, i cui primi membri furono Camilla Ravera, della segreteria del partito, il vicentino Bruno Tosin, Battista Santhià, originario di Santhià ma emigrato a Torino, ed altri, tra cui la biellese Ergenite Gili, ex operaia tessile di Miagliano, e lo stesso Vecchi, che era stato inviato in Italia con l'incarico di riorganizzare il partito in Lombardia e nel Veneto.
Il 10 luglio del 1930 Camilla Ravera, Bruno Tosin ed Ergenite Gili furono arrestati dall'Ovra ad Arona. Di quell'arresto i dirigenti comunisti - Camilla Ravera in primis - ritennero responsabile Eros Vecchi che - si sostenne e si tramandò nella storiografia antifascista - sarebbe stato arrestato qualche giorno prima ed avrebbe accettato un compromesso con la polizia: la libertà in cambio del tradimento e della consegna dei suoi compagni.
Tornato in Francia, Vecchi era stato sottoposto a vari interrogatori e, da ultimo, ad un vero e proprio processo: dichiarato colpevole, e immediatamente giustiziato, ma solo leggermente ferito, era riuscito a fingersi morto. Mentre i suoi giudici gli stavano scavando la fossa in cantina, era riuscito ad allontanarsi ed era stato - come abbiamo visto - soccorso.
Non è questa la sede per entrare nel merito di tutta questa vicenda (ampiamente trattata in un mio articolo pubblicato nella rivista dell'Istituto1): dirò solo che Vecchi non era affatto responsabile degli arresti di Arona ed il suo "compromesso" con la polizia fu successivo e non precedente ad essi, e che non è provato che il suo ritorno in Francia avesse effettivamente da parte sua lo scopo di infiltrarsi negli organismi dirigenti del Pc per servire l'Ovra: io ritengo anzi che egli avesse - piuttosto - finto di accettare il compromesso con la polizia al solo scopo di ottenere la libertà. Ma nel difficile clima della clandestinità non fu creduto.
Tra gli arrestati ad Arona vi era - come abbiamo detto - Bruno Tosin, che ricopriva l'incarico di dirigente interregionale comunista per il Piemonte e la Liguria.
Tosin era nato nel 1902 a Vicenza. Di famiglia socialista, si era iscritto alla Federazione giovanile ed era entrato in contatto con i maggiori esponenti socialisti della zona, tra cui il biellese Vittorio Flecchia, che era stato inviato a dirigere la locale Camera del lavoro. Nel 1921 aveva aderito al Partito comunista, di cui, due anni dopo, era divenuto segretario provinciale. Nell'ottobre del 1925 aveva iniziato ad operare in clandestinità, con l'incarico di corriere nell'Italia meridionale.
Nel 1926 era stato inviato in Unione Sovietica per frequentare il primo corso della neocostituita scuola di partito. Ammalatosi di tubercolosi, era stato ricoverato fino al mese di febbraio del 1928, quando, pur non ancora completamente guarito, era stato inviato in Italia e successivamente in Francia. Dopo essere stato nuovamente ricoverato in sanatorio, in Svizzera, fino al mese di maggio del 1929, era tornato a Parigi, dove era stato più volte presente alle sedute del Comitato centrale comunista come verbalizzante.
Nei suoi confronti era stato emesso fin dal febbraio del 1927 un mandato di cattura del giudice istruttore del Tribunale militare di Milano perché responsabile "della illegale e subdola attività sovvertitrice" che il Partito comunista "da tempo aveva intensificata [...] in numerose località del Regno".
Tosin, deferito al Tribunale speciale per la difesa dello stato assieme agli altri membri del Centro interno arrestati ad Arona, era stato condannato a undici anni di reclusione. Per effetto di due amnistie fu scarcerato nel luglio del 1935, dopo aver scontato cinque anni.
Tornato a Vicenza, a causa della stretta sorveglianza gli fu impossibile trovare lavoro e rientrare immediatamente in contatto con il partito. Solo nell'agosto 1938 riuscì ad espatriare clandestinamente e raggiungere Parigi. E qui annodiamo altri fili.
Tosin lavorò nella redazione della "Voce degli italiani", dove conobbe Piero Pajetta, che aveva combattuto in Spagna come sergente mitragliere nella brigata "Garibaldi" e che era da poco ritornato in Francia dopo aver subito l'amputazione della mano destra.
Dopo il patto russo-tedesco e lo scioglimento del Partito comunista francese, Tosin e Pajetta trovarono lavoro nella pasticceria del comunista toscano Martino Martini. Nel febbraio del 1941 furono entrambi arrestati, assieme ad altri, perché trovati in possesso di materiale di propaganda comunista. Processati, furono entrambi condannati a sei mesi di reclusione, che scontarono nello stesso carcere.
In seguito, mentre Tosin rimase in Francia per tutta la durata della guerra, organizzando gruppi partigiani in vari dipartimenti e assumendo la direzione politica e il comando militare di formazioni di ex combattenti repubblicani di Spagna, Pajetta, dopo aver operato nei francs tireurs partisans con incarichi di responsabilità, nell'ottobre del 1943 tornò in Italia e fu inviato dal partito nel Biellese, dove prese contatti con altri ex garibaldini di Spagna, come Anello Poma, Adriano Rossetti, di Mongrando, Luigi Viana, di Candelo, ed altri antifascisti provenienti dall'emigrazione in Francia o che erano stati liberati dal carcere o dal confino nelle settimane precedenti, dopo la caduta del fascismo il 25 luglio. Assunta, con il nome di battaglia di "Nedo", la direzione del nascente movimento partigiano, diventò il primo comandante della brigata "Garibaldi" che qui si costituì - seconda in Italia - nel gennaio del 1944.
Non mi soffermo sulla sua figura, ben nota: rimando eventualmente al volume di Luigi Moranino2, che ne tratteggia esemplarmente la vicenda biografica fino alla tragica e misteriosa morte nel febbraio del 1944.
E qui, secondo l'intendimento espresso, potrei fermarmi, ma mi sia consentita una piccola appendice. Del resto ritengo che non sarebbe opportuno abbandonare del tutti i nostri personaggi senza ricordarne - seppure brevemente - le vicende successive.
Eros Vecchi, dopo la vicenda di Sartrouville, emigrò nel Lussemburgo e successivamente in Germania, si rappacificò col padre - con il quale aveva interrotto i rapporti in seguito all'adesione di questi al fascismo - e finì la sua esistenza a trentotto anni in Eritrea, dove aveva partecipato alle operazioni per la conquista dell'impero in un reparto della Milizia.
Bruno Tosin rimpatriò nel maggio del 1945. Dopo aver operato per un breve periodo nell'apparato della direzione del Pci, assunse la segreteria della Federazione comunista vicentina ed in seguito lavorò alla Cgil a Roma.
Plinio Lario, tornato clandestinamente in Francia nel marzo del 1939, riuscì a restare in libertà fino all'inizio del 1942, quando fu arrestato a Tolosa: dopo aver scontato tre mesi di carcere perché sprovvisto di documenti, nuovamente arrestato, nel gennaio 1943 fu condannato ad altri sei mesi per uso di falso stato civile ed infrazione a decreto di espulsione.
Scarcerato nel mese di giugno, fu internato nel campo di Vernet d'Ariège - dove erano stati internati anche gli ex volontari antifascisti in Spagna - , dove presentò domanda di rimpatrio. Mentre veniva tradotto in Italia, riuscì a fuggire dal forte di Modane: arrestato, fu nuovamente internato. Prelevato dai tedeschi e incarcerato, riuscì ancora ad evadere e ad entrare nella Resistenza francese, combattendo con il grado di maggiore. Da questo periodo non si hanno altre notizie al suo riguardo.
Due parole anche su un'altra biellese citata en passant: Ergenite Gili, segretaria ed accompagnatice di Camilla Ravera durante il breve periodo di attività clandestina nella primavera-estate del 1930. Condannata a otto anni di reclusione, fu scarcerata nel settembre del 1934 in seguito ad amnistie, dopo aver scontato oltre metà della pena.
Fece ritorno al paese natale, dove riprese il lavoro di operaia e fu sottoposta a sorveglianza da parte della polizia. Durante la Resistenza fu staffetta delle brigate "Garibaldi" e rappresentante del Partito comunista nel Cln di Biella. Impegnata politicamente anche nel dopoguerra, morì a Miagliano nel 1966.