La storia della "Fabbrica della ruota" (il cui nome, forse è utile ricordarlo, è dovuto
alla grossa ruota metallica che sporge dal fianco orientale dell'edificio, cui si connettono all'esterno
il filo che collega alla turbina e all'interno l'albero di trasmissione) inizia nel 1877, quando la
ditta "Zignone Pietro e fratelli", operante a Trivero in frazione Cereie, decise di seguire l'esempio di
altre famiglie di piccoli imprenditori triveresi che negli anni precedenti erano scesi a valle e di
costruire un nuovo opificio lungo il corso del torrente Ponzone, in territorio del comune di Flecchia.
In quell'anno venne infatti presentata domanda "per poter derivare una condotta d'acqua dal
torrente Ponzone per uso di forza motrice destinata a dare moto ad un opificio laniero", su
progetto dell'ingegner Maglioli di Biella.
Il posto prescelto era strategico perché si trovava a poca distanza dalla confluenza tra
il Ponzone e il piccolo Rio Scoldo, dando la possibilità di utilizzare due derivazioni per aumentare
la portata d'acqua e di conseguenza la potenza motrice. Inoltre era proprio di quegli anni la
costruzione del tratto Croce Mosso - Pray della strada provinciale "Biella - Valsesia", il che significava
rapide comunicazioni e agevoli trasporti.
Subito iniziarono i problemi, infatti il comune di Flecchia si oppose alla domanda in
quanto intendeva impiantare, nella stessa località, "un molino a due macine con pesta da canape". I
tempi erano però tali che nella lotta tra mulino pubblico e opificio privato il risultato era scontato: le
autorità provinciali favorirono l'investimento imprenditoriale, così nel 1878 ebbe inizio e (si
presume, in mancanza di altra documentazione) si concluse, la costruzione del lanificio.
I fratelli Zignone - che, tra l'altro, esercitavano già attività industriale nel comune di
Flecchia, affittando alla ditta "Zignone e Trabaldo" un opificio con tintoria in frazione Solesio -
gestirono insieme l'attività fino al 1896, anno in cui la proprietà fu acquisita interamente da Carlo. Dopo
la sua improvvisa e prematura morte nel 1900, che lasciò la moglie Felicita Tonella sola con
cinque figli tutti minorenni, il lanificio venne affittato ad Anselmo Giletti, per poi essere gestito dai figli
di Carlo quando raggiunsero la maturità, per alcuni anni in società con i fratelli Ferla e poi da soli.
Tra una crisi e un rinnovato slancio - che portò il numero degli occupati, soprattutto operai di
Soprana e Flecchia ma anche di Curino, Portula, Trivero e Strona, a superare negli anni trenta le centocinquanta unità
- l'attività del lanificio continuò fino all'inizio degli anni sessanta. Nel 1966 l'edificio, ormai inattivo,
venne acquistato da Carlo Beretta e utilizzato come deposito fino all'alluvione del 1968, che
danneggiò gravemente il piano seminterrato. In passato altre alluvioni avevano fatto altrettanto, prima tra
tutte quella del 1927, che distrusse parte del magazzino e della tintoria, trascinando a valle alcune
macchine e provocando la temporanea cessazione dell'attività con la conseguente perdita di settanta posti
di lavoro. Come allora, anche dopo la terribile alluvione del novembre 1968 l'edificio fu riparato,
ma tornò in qualche modo a rivivere solo nel 1984 quando, dopo due anni di lavoro, vi venne
allestita la mostra "Archeologia industriale in Valsessera e Valle Strona".
Fu proprio in seguito a questa iniziativa che sorse il DocBi, Centro per la
documentazione e la tutela della cultura biellese, cui nel 1992 Carlo Beretta ha donato l'intera fabbrica, a
riconoscimento del lavoro profuso dall'associazione per la conservazione e la valorizzazione
dell'edificio. Passo dopo passo, grazie ai contributi di enti privati e della Regione Piemonte, il DocBi
sta recuperando e ridestinando tutti i piani del fabbricato con l'obiettivo, già in parte
concretamente realizzato, di fare della "Fabbrica della ruota" il luogo in cui fisicamente si conserva la
memoria dell'industrializzazione tessile biellese, grazie a mostre permanenti o temporanee, sale
conferenze, archivi industriali, centro raccolta macchinari e dati, oltre naturalmente alla fabbrica stessa che
con la sua struttura verticale, i suoi saloni a volta e il sistema di trasmissione teledinamica
integralmente conservato (fatta eccezione per il canale di derivazione d'acqua dal torrente oggi quasi del
tutto irriconoscibile) costituisce un unicum di straordinario valore documentario. (Marcello Vaudano)
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