L'antifascismo

Con la sola eccezione di Benedetto Croce, filosofo, storico ed esponente di spicco del liberalismo giolittiano, cui fu consentito di vivere libero a Napoli e di esprimere il suo dissenso, ogni voce dell’opposizione fu messa a tacere, spesso con la violenza ed anche con l’omicidio. Gli esponenti dei partiti antifascisti, per sfuggire all’arresto, furono costretti all’esilio o alla clandestinità. A Parigi i rifugiati socialisti formarono con i repubblicani una Concentrazione Antifascista, per continuare la loro battaglia contro Mussolini. I comunisti invece, sotto la guida di Palmiro Togliatti, si organizzarono in Belgio e in Francia mantenendo un contatto clandestino con l’Italia attraverso gli operai delle fabbriche, per tenere sempre viva l’opposizione al fascismo. I cattolici contrari al regime espressero il loro dissenso col silenzio, una opposizione aperta infatti era per loro più difficile, in quanto il Papa vedeva con favore Mussolini fin dall’inizio e lo appoggiò esplicitamente dopo la Conciliazione del 1929. Intanto molti antifascisti appartenenti alle classi subalterne (operai, contadini, artigiani) cercavano lavoro all’estero e nei primi anni del fascismo il numero degli emigranti aumentò a causa dei licenziamenti. Questo esodo politico di massa si orientò specialmente verso la Francia e, nonostante il controllo poliziesco, le idee di libertà sopravvissero un po’ in tutti i ceti sociali che speravano nella caduta del regime. Tra i liberali vi fu solo una minoranza decisamente democratica, fra cui si distinse Giovanni Amendola che morì nel 1926 dopo un pestaggio delle squadre fasciste.  Dopo la sua fondazione nel 1921, il Partito Comunista d’Italia era molto attivo ma anche contrastato internamente. Con Gramsci, dopo l’omicidio Matteotti (giugno 1924), il Partito Comunista d’Italia attaccò la debole opposizione degli altri gruppi parlamentari, tutti in attesa che il re intervenisse per estromettere Mussolini dal governo. I comunisti invece tramite la CGL con uno sciopero improvviso mobilitarono tutti i lavoratori che, per tutto il 1925, si scontrarono numerose volte con le camice nere. L’anno successivo il Partito Comunista italiano venne posto fuorilegge e tutti i suoi maggiori dirigenti, compreso Gramsci, furono imprigionati, o dovettero emigrare.