25 aprile: immagini di Liberazione
tra cinema, tv e video



Il 23 aprile si è svolto a Biella, nell'ambito delle manifestazioni per la celebrazione del sessantesimo anniversario della Liberazione, un convegno organizzato dall'Istituto, che ha preso in esame i differenti modi in cui il cinema, dal dopoguerra ad oggi, ha rappresentato la lotta di liberazione e ha mantenuto vivi, nel corso dei decenni, il suo significato e i suoi valori.
L'argomento è stato trattato in alcune delle sue numerose sfaccettature, ponendo l'accento tanto sull'aspetto contenutistico dei film, quanto su quello formale, indissolubili nel caso di un'arte come il cinema, in cui il "cosa" si dice trae il suo valore dal "come" lo si fa: dalle riprese documentaristiche contemporanee ai fatti, che forniscono una straordinaria testimonianza dell'evento storico, al cinema di Rossellini, che, a diversi anni di distanza da "Paisà" e "Roma città aperta", torna sullo stesso tema in altre due significative opere, al linguaggio fortemente simbolico di Pasolini in "Salò", per giungere fino ai film che si rivolgono alle nuove generazioni e a quelli che, recuperato il messaggio resistenziale, ne portano avanti il significato di lotta e impegno civile.
Dei documenti filmici che costituiscono un'importante testimonianza diretta della lotta di liberazione ha parlato Jacopo Chessa, dell'Archivio nazionale cinematografico della Resistenza di Torino, ponendo l'attenzione sulle differenti tipologie di filmati di cui disponiamo e sull'importante contributo che, con le dovute precauzioni, possono fornire al lavoro dello storico.
I documenti girati da inglesi e americani, che riprendono il procedere delle truppe alleate verso il nord della penisola, il loro rapporto con i partigiani e la popolazione, la liberazione delle città e anche i giorni della ricostruzione, si distinguono per un'elevata qualità tecnica, essendo stati girati in gran parte in 35 mm da cineoperatori professionisti, così come i filmati italiani destinati fin dall'inizio a costituire la base materiale per la realizzazione di documentari sull'argomento. Un esempio in tal senso è "Aldo dice 26x1", documentario di Carlo Borghese e Fernando Cerchio sulla liberazione di Torino, costituito dalle riprese fatte direttamente in quei giorni dagli autori e caratterizzato anche da alcune scene appositamente ricostruite per l'occasione.
Sia i cinegiornali alleati che le riprese professionistiche realizzate da italiani non nascondono un intento di carattere propagandistico, che mira da un lato ad accentuare il ruolo dei liberatori alleati e il loro determinante apporto nel processo di ricostruzione nei primi anni del dopoguerra, dall'altro a celebrare, con toni trionfalistici e non di rado retorici, la vittoria conseguita dalla lotta partigiana.
Anche se caratterizzati da immagini di qualità inferiore, i filmati amatoriali costitui-scono una preziosa testimonianza diretta degli eventi, essendo tra i rarissimi documenti che mostrano, con una verità ed immediatezza ineguagliata, la semplicità e quotidianità della vita partigiana e che, di conseguenza, forniscono fondamentali informazioni sul modo in cui i partigiani si autorappresentavano. "Momenti di vita e lotta partigiana", di don Giuseppe Pollarolo, prete unitosi alle bande di ribelli, è uno dei filmati amatoriali più preziosi, che segue le vicende del capo partigiano Duccio Galimberti e dei suoi uomini e ci restituisce un'immagine di straordinario realismo e di notevole intensità degli eventi piccoli e grandi della lotta di liberazione.
Chessa ha sottolineato infine l'impossibilità per lo storico di prescindere dalle differenti tipologie di immagini documentarie sopra descritte, dato il fondamentale apporto che esse forniscono alla ricostruzione di un periodo così complesso, ma mette in guardia anche dall'accettazione passiva della verità di ogni filmato che, per la stessa natura del mezzo cinematografico, che appunto "ricostruisce" la realtà, può nascondere in sé delle insidie. Fatta questa importante raccomandazione, l'analisi dei documenti che filmano la Resistenza e la Liberazione nel loro svolgersi è comunque irrinunciabile, sia per meglio comprendere gli eventi attraverso l'evidenza dell'immagine, sia per riflettere sul modo in cui furono rappresentati da chi li visse e, di conseguenza, sull'evoluzione delle strategie di comunicazione.
Il messaggio di rinascita e di profonda trasformazione che la Resistenza porta con sé, come ha argomentato Maria Teresa Ferragatta, critico cinematografico, nel suo intervento, è il nocciolo del film di Rossellini "Il generale Della Rovere". Il regista, a circa quindici anni dalla fine della guerra, nel tentativo di riscoprire valori ormai sopiti nell'Italia postbellica del boom economico, mostra l'influenza che gli ideali resistenziali di libertà e giustizia esercitano sull'animo umano, rendendolo consapevole della necessità di difenderli ad ogni costo.
"Il generale Della Rovere" racconta il mutamento interiore del protagonista Giovanni Bertone, persona dalla moralità discutibile, che vive di espedienti, barando al gioco e speculando sulle sofferenze altrui (lo vediamo estorcere denaro ai famigliari dei prigionieri politici, illudendoli di poter intercedere per la liberazione dei loro cari). Nel momento in cui viene arrestato e accetta la proposta del generale Müller di fingersi il badogliano generale Della Rovere, per poter entrare in contatto con il capo partigiano Fabrizio e poi riferire ai tedeschi i suoi piani per la liberazione, qualcosa in lui comincia a cambiare. I valori della lotta partigiana penetrano così profondamente nel suo animo da spingerlo a diventare realmente la persona che finge di essere: una persona che ha scelto con chiarezza da che parte stare e che combatte per ciò in cui crede fino all'estremo sacrificio.
Rossellini in questo film, come anche in "Era notte a Roma", dove assistiamo ad una analoga presa di coscienza da parte della protagonista Esperia, affronta il tema resistenziale da un punto di vista differente rispetto a "Paisà e "Roma citta aperta". Mentre nei film girati nell'immediato dopoguerra i ruoli sono chiari e ben definiti - chi ha scelto di impegnarsi e di combattere per la libertà, chi questa libertà la nega e chi invece ha scelto di non scegliere - nei film successivi Rossellini mette in scena una maggiore dialettica tra male e bene, mostrando come avvenga il passaggio dall'uno all'altro in una persona che, vissuta fino a quel momento concentrata su se stessa e il proprio tornaconto, entri in contatto con i valori forti della lotta di liberazione. In tal modo il regista rende evidente l'azione pedagogica svolta dalla Resistenza, il suo rendere possibile il risveglio di coscienze assopite e il suo operare maieuticamente sugli individui, facendo sì che si manifesti la loro parte migliore.
E di una Resistenza che porta con sé la maturazione delle persone parlano anche i film più recenti girati sull'argomento, che, proprio per il loro raccontare a chi è giovane oggi l'esperienza di vita di ragazzi e ragazze che in quegli anni si trovarono di fronte a decisioni difficili, hanno il merito di conservare e rendere attuale la memoria di quelle scelte etiche. Maria Elena D'Amelio, dell'Università di San Marino, ha evidenziato come "Il partigiano Johnny", di Guido Chiesa e "I piccoli maestri", di Daniele Luchetti, tratti dalle opere omonime di Fenoglio e Meneghello, svolgano proprio la funzione di recuperare la memoria collettiva di un periodo in cui affondano le nostre radici.
Entrambi racconti di formazione, i film sottolineano la progressiva presa di coscienza, da parte di giovani studenti universitari, dell'importanza di una scelta, quella di combattere, inizialmente compiuta impulsivamente sulla spinta di motivazioni ideali, ma poi assunta su di sé come compito concreto, reale, che deve fare i conti con la sofferenza e la morte. Insieme a Johnny e ai "piccoli maestri" è l'Italia intera a crescere e maturare, a riscattare anni di accettazione passiva della situazione e ad essere educata al valore etico del sacrificio e della libertà.
Anche Orazio Paggi, critico cinematografico, si è soffermato su "Il partigiano Johnny" e sui film che, più di recente, hanno cercato di attualizzare il messaggio resistenziale. In un'ottica orientata sul passato allo scopo di capire e svelare il presente, si pongono tanto Guido Chiesa che Daniele Gaglianone, con "I nostri anni". Sono entrambe opere che proiettano sull'oggi una memoria fatta di dolore, sacrificio, dovere, istituendo in tal modo un parallelo tra una Resistenza certamente controversa, ma illuminata dalla purezza dell'ideale, e i tempi attuali, caratterizzati da mediocrità e indifferenza. La messa in scena di giovani disposti a portare fino alle estreme conseguenze le proprie scelte etiche e di vecchi partigiani per i quali la Resistenza non è mai finita, costituisce un atto d'accusa nei confronti di un presente che ha dimenticato gli slanci disinteressati e il senso del dovere.
Questa lezione che la Resistenza ci impartisce viene raccolta da film che, pur non raccontando direttamente quegli anni difficili, ne recuperano il significato, mostrandoci personaggi che "resistono" alla corruzione, alla mafia, alla degenerazione della politica, all'ipocrisia del conformismo. Film di impegno civile quali "Placido Rizzotto", di Pasquale Scimeca, "L'ora di religione" e "Buongiorno notte", di Marco Bellocchio, "I cento passi", di Marco Tullio Giordana, si fanno portatori dell'eternità dell'idea di resistenza, trasponibile in qualsiasi contesto in cui la prepotenza, l'arroganza e la violenza soffochino la libertà degli individui.
E un cinema che resiste, secondo Paggi, è anche quello della coppia di registi francofoni Jean-Marie Straub e Danièle Huillet che, nel film "Fortini/Cani", del 1976, compiono la scelta radicale, dal punto di vista del linguaggio cinematografico, di riprendere in lunghi piani-sequenza i luoghi delle Alpi Apuane in cui combatterono i partigiani e i paesi della zona teatro di stragi nazifasciste. Il lavoro di Straub-Huillet va nella direzione dell'essenzialità, della sottrazione al film di ogni elemento narrativo e musicale, per far emergere la forza della testimonianza esclusivamente da un'immagine che ha come unico commento i suoni e i rumori ambientali. La macchina da presa filma un paesaggio che è stato testimone di eventi dolorosi, restituendoli in tal modo senza mediazioni allo sguardo e alla riflessione dello spettatore. Il rigore e l'anticonformismo di un cinema che non concede nulla allo spettacolo rendono visibile, anche da un punto di vista formale ed estetico, quell'impegno a trasmettere e attualizzare il significato della Resistenza come lotta al sopruso e all'ingiustizia che è già evidente dal punto di vista dei contenuti, in tal modo rafforzandoli.
Accanto agli Straub-Huillet, un altro autore che negli anni settanta ha, con una linguaggio estremamente personale, interpretato l'opposizione dei valori resistenziali alla violenza e repressione della dittatura fascista, è Pier Paolo Pasolini, di cui Enrico Terrone, critico cinematografico, ha analizzato il film "Salò o le 120 giornate di Sodoma".
Riadattando un romanzo del marchese de Sade, ambientato alla fine del regno di Luigi XIV, Pasolini costruisce principalmente un film sul fascismo, inteso non tanto e non solo come evento storicamente contingente, ma soprattutto come idea di sopraffazione che si incarna nella storia in forme sempre ricorrenti.
I quattro gerarchi fascisti rinchiusi nella villa con alcuni ragazzi rastrellati nella zona, sfogano su di loro le perversioni e pulsioni più basse e mostruose, trasformando la violenza, l'arbitrio, il desiderio in legge. Il fascismo è mostrato da Pasolini nel suo significato di negazione dell'umano nella scena evidentemente simbolica della tortura cui i giovani rinchiusi nella villa vengono sottoposti. Il tagliare la lingua, il cavare l'occhio, l'asportare lo scalpo, il marchiare a fuoco nella zona del cuore, sono gesti che negano progressivamente tutte le componenti specifiche dell'essere uomo: il linguaggio, la vista, la ragione e il sentimento. E le differenti possibilità di reazione a tale esasperazione della violenza sono mostrate metaforicamente da Pasolini in due momenti estremamente significativi del film che incarnano sia l'idea di Resistenza al fascismo, che l'idea di indifferenza determinata dall'assuefazione.
Il giovane che, di fronte ai fascisti che irrompono nella sua stanza, solleva senza esitazioni il pugno chiuso alzato, compie un gesto coraggioso, di rottura e di forte opposizione alla logica della mostruosità che governa la villa. La bellezza plastica di questo gesto è sottolineata da Pasolini con un movimento di macchina che si avvicina progressivamente al pugno chiuso, in un film che, fino a quel momento, per mantenere un gelido distacco da quanto rappresentato, ha utilizzato la camera fissa o, al limite, ha compiuto movimenti orizzontali puramente descrittivi. In tal modo l'autore abbandona l'oggettiva freddezza dello sguardo per manifestare la propria adesione al gesto del giovane e la condivisione del suo atteggiamento dirompente.
Un'altra possibile reazione al fascismo è rappresentata nel finale del film, nella scena in cui due ragazzini si trovano nella stanza da cui un gerarca assiste alle torture che si svolgono nel giardino, mentre una radio trasmette i "Carmina Burana" di Orff. Pasolini, nei pochi istanti in cui uno dei due ragazzi cambia stazione, passando da un brano appartenente alla mistica nazista e fascista alle note di un valzer sentimentale, crea una folgorante messa in scena della Liberazione. Questo gesto infatti, unito al ballo dei ragazzi nella stanza e alle loro frivole conversazioni, rivela, un attimo prima che lo faccia la macchina da presa, l'assenza dalla stanza del gerarca fascista, che sembra quasi smaterializzatosi. Si assiste qui ad un ritorno alla normalità che però, a differenza della scena descritta in precedenza, non è raggiunta grazie ad un momento di rottura, ma attraverso un passaggio quasi impercettibile: il clima che si respira è prossimo all'indifferenza per l'orrore passato, destinato presto ad essere relegato nell'oblio.
Il linguaggio cinematografico di Pasolini, ha sostenuto Terrone, come quello di autori quali gli Straub-Huillet, è sicuramente ostico e, mentre gli si può con qualche ragione muovere l'accusa di rendere scarsamente accessibili temi che dovrebbero avere la massima diffusione, non si può però negargli il significativo merito di avere evitato l'appiattimento e la perdita di senso di ideali e valori che è importante preservare dalla banalizzazione.
Altrettanto importante è la conservazione della memoria di eventi fondanti della nostra storia repubblicana attraverso la loro celebrazione ufficiale. Come ha evidenziato Guido Michelone, dell'Università Cattolica di Milano, nella sua analisi del documentario di Guido Chiesa "25 aprile: la memoria inquieta", nel corso dei decenni si sono alternati momenti di grande partecipazione all'anniversario della Liberazione a momenti di appannamento e di vera e propria rimozione collettiva della ricorrenza. Tale alternanza è il risultato dell'influenza esercitata sulla società civile dai mutamenti della situazione storica e politica interna e internazionale. Gli anni cinquanta, dominati dalla tensione della guerra fredda, e gli anni del craxismo, sono i momenti storici meno sensibili alla celebrazione del 25 aprile, mentre i primi anni sessanta, con la forte opposizione al governo di destra Tambroni, il Sessantotto, con la protesta studentesca, la metà degli anni settanta, con la rivoluzione dei garofani in Portogallo e la liberazione di Saigon da parte dei vietcong, e la metà degli anni novanta, con un governo in cui figurano tanto gli eredi del Movimento sociale, quanto gli esponenti di un partito xenofobo come la Lega Nord, rappresentano i picchi di maggior interesse e coinvolgimento.
È proprio quando i valori resistenziali sono messi a rischio che si assiste alla loro riscoperta e ci si rende conto della necessità di vigilare sulla loro conservazione, evitando di dare per scontata la libertà di cui godiamo e, al contrario, facendo in modo di difenderla e riaffermarla continuamente. (Raffaella Franzosi)