La provincia di Vercelli durante la Rsi

Cenni storici



Il 10 settembre 1943, due giorni dopo l'annuncio dell'armistizio con gli anglo-americani, giunsero a Vercelli le prime pattuglie tedesche a presidiare i punti più importanti della città1. La sera stessa e il mattino seguente altre truppe completarono l'occupazione del capoluogo. Il 21 giunsero a Biella e ben presto tutta la provincia fu sotto il loro controllo2.
Il 12 settembre il generale di corpo d'armata Enrico Adami Rossi, comandante la Difesa territoriale, impartì disposizioni per l'ordine pubblico: "Invito tutta la popolazione alla calma ed a considerare l'estrema delicatezza e gravità dell'ora attuale. Tutti indistintamente, autorità e cittadini, facciano opera di persuasione per infondere tranquillità e fiducia onde evitare dolorose repressioni e far sì che la vita cittadina possa tornare a svolgersi normalmente. Gli operai, nel loro esclusivo interesse, riprendano il lavoro con la consueta attività. Gli organi e reparti di polizia italiana si prodigano per mantenere l'ordine pubblico nell'esclusivo interesse della popolazione [...]". Seguiva l'avvertenza che le disposizioni dovevano essere "osservate scrupolosamente nell'esclusivo e superiore interesse dei cittadini": il divieto a più di tre persone di riunirsi e di circolare insieme, il divieto di spettacoli pubblici; l'ordine di consegnare le armi di qualsiasi specie; l'ordine di "astenersi da ogni atto ostile verso i militari e la forza pubblica" e la precisazione che "qualunque atto di saccheggio, sabotaggio, violenza ed offesa alle persone e alle proprietà sa[rebbe stato] prontamente represso"3.
Lo stesso giorno il maggiore Moser, comandante le truppe tedesche di Ghemme, assunse il comando della zona di Biella4 e affidò il compito di mantenere l'ordine pubblico al comandante la locale compagnia dei carabinieri, capitano Francesco Crimi5.
Nei giorni seguenti i giornali informarono che Mussolini aveva "nuovamente riassunto la suprema direzione del Fascismo in Italia" e diramato cinque ordini del giorno6.
Il 18 la radio di Monaco di Baviera trasmise un discorso di Mussolini7, il primo dopo il "colpo di stato" del 25 luglio: "Dopo un lungo silenzio ecco che nuovamente vi giunge la mia voce. [...] È la voce che vi ha chiamato a raccolta in momenti difficili e ha celebrato con voi le giornate trionfali della Patria". Queste erano le direttive del "duce" agli italiani: "Nell'attesa che il movimento si sviluppi sino a diventare irresistibile, i nostri postulati sono i seguenti: riprendere le armi al fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati [...] eliminare i traditori [...] annientare le plutocrazie parassitarie e fare del lavoro finalmente la base infrangibile dello Stato"8.
L'"alleato germanico" aveva intanto già provveduto ad emettere proclami in cui, tra l'altro, si ordinava l'immediata presentazione dei militari "dei reparti scioltisi" ai comandi tedeschi, si disponeva il deferimento ai tribunali di guerra di coloro che avessero aiutato gli ex prigionieri di guerra anglo-americani e si minacciava la fucilazione a chiunque asportasse o danneggiasse oggetti di proprietà dell'esercito tedesco oppure fosse in possesso di armi9.
Il prefetto Enrico Avalle10 il 18 settembre si era affrettato a precisare che "le disposizioni tutte" erano valide anche per la provincia di Vercelli. Il manifesto della Prefettura11 esortava inoltre la popolazione "alla calma e a considerare l'estrema delicatezza e gravità dell'ora". Le disposizioni erano severissime: "le riunioni di qualsiasi genere" erano proibite "sotto pena della fucilazione"; era proibito circolare in gruppi di più di tre persone; si ordinava la consegna delle armi "entro il termine improrogabile delle ore 18 del 20 settembre12 al Comando Militare Germanico più vicino" avvertendo che, trascorso tale termine, i civili che fossero stati trovati in possesso di armi, escluse quelle da caccia, sarebbero stati immediatamente fucilati; si minacciava infine la pena capitale anche per gli atti di sabotaggio.
La situazione era difficilissima. Mentre la stampa raccomandava ripetutamente la concordia13, i proclami si susseguirono a ritmo serrato (talvolta anche in contrasto tra di loro): il Comando tedesco per il Piemonte ordinò a soldati e cittadini di "coadiuvare le Forze Armate germaniche nella lotta contro il comune nemico"14. Le ordinanze venivano riportate anche dai periodici locali: ad esempio il "Corriere Valsesiano" il 18 settembre informò che, per ordine del Comando militare di Torino, tutte le armi dovevano essere consegnate entro il 22 ai municipi15. "Il Biellese" del 24 settembre pubblicò la seguente notizia: "Il Comando germanico di Milano che, com'è noto, ha giurisdizione su tutta l'Italia settentrionale ha emanato il seguente proclama alla popolazione: [...] le truppe germaniche hanno l'ordine di rispettare la popolazione, se questa si mantiene pacifica, e di avere riguardo alla sua proprietà. Se le autorità provinciali collaboreranno lealmente, potranno continuare la loro attività. Ci si augura che la popolazione per buon senso e comprensione si astenga da ogni azione sconsiderata, da ogni atto di sabotaggio, da ogni resistenza, sia passiva oppure attiva, contro le Forze Armate germaniche. Dispiacerebbe alle truppe germaniche essere costrette a severe contromisure, nel caso che la popolazione dovesse compiere atti ostili e non dovesse attenersi agli ordini emanati [...]"16.
L'invito alla calma e a "considerare l'estrema delicatezza e gravità dell'ora" era contenuto anche in un'ordinanza del 29 settembre del nuovo comandante delle truppe tedesche in Biella, Richter. Questi, richiamando gli ordini già emanati in precedenza da vari organismi, invitò inoltre "autorità e cittadini [a fare] opera di persuasione per infondere tranquillità e fiducia onde la vita cittadina po[tesse] continuare a svolgersi normalmente" e "le maestranze di tutte le categorie, nel loro interesse ed in quello della popolazione, [ad] attend[ere] con continuità al loro lavoro", avvertendo che "gli organi ed i reparti di Polizia italiani [erano] impegnati a mantenere l'ordine pubblico con qualsiasi mezzo"17.
Dopo la costituzione dei comandi e dei presidi militari tedeschi, cominciarono a costituirsi anche i comandi fascisti e, "in seguito ad accordi intervenuti fra le autorità germaniche e civili locali", riprese a funzionare il Distretto militare, anche se, per il momento, solo per il disbrigo di pratiche amministrative18.
Si ricostituì invece con difficoltà il fascio: non si trovava nessuna persona di un certo prestigio che accettasse di dirigere la Federazione. I vecchi gerarchi si erano quasi tutti eclissati: qualcuno anzi era già diventato fervente antifascista19. Anche per quanto riguardava i fasci locali la situazione non era dissimile20.
Il 30 settembre si tenne a Vercelli, a Palazzo Littorio, un'assemblea, nel corso della quale venne nominato commissario federale reggente il seniore Mario Uboldi, affiancato da quattro collaboratori21 Dante Gadina, Luigi Merlo, l'ing. Eugenio Vittani e Cesare Cavalli. Gli ultimi due però dichiararono subito pubblicamente che rinunciavano all'incarico22. L'Uboldi si affrettò a smentire l'attribuzione degli incarichi e a rendere noto che i collaboratori se li sarebbe "scelti da sé"23; il giorno successivo, fece affiggere un manifesto per informare che la Federazione fascista repubblicana aveva "riattivato il funzionamento"24.
Lo stesso giorno "La Sesia" informò che si era tenuta la prima riunione del nuovo governo fascista repubblicano, sotto la direzione di Mussolini25. Il periodico pubblicò inoltre un comunicato del Comando della 28a legione della Milizia in cui si invitavano tutti i legionari che non si erano ancora presentati ad adempiere subito al bando di presentazione affisso in ogni comune, avvertendo che contro "i ritardatari ed inadempienti" sarebbero state prese "gravi sanzioni"26.
Il 4 ottobre Erwin Rommel emise un'ordinanza, valida per tutta l'Italia settentrionale, in cui si avvertiva che chiunque avesse commesso "un'aggressione alla vita di un appartenente alle Forze Armate Germaniche oppure appartenente ad un Ufficio Germanico" sarebbe stato "punito colla pena di morte"27.
Il 5 "il Biellese" pubblicò una notizia "tratta dai giornali di Torino" secondo cui il prefetto del capoluogo piemontese, "dopo vari giorni di trattative", aveva risolto la "tristissima situazione nella quale si erano venuti a trovare i militari che dopo l'armistizio avevano abbandonato i loro reparti e si erano resi latitanti" e aveva ottenuto "dalle autorità superiori germaniche una proroga al ritorno degli ufficiali, sottufficiali e soldati" che, se si fossero presentati "spontaneamente entro un dato periodo di tempo" ad un ufficio che sarebbe stato indicato, non sarebbero stati "più fermati e deportati, ma lasciati liberi di ritornare alle loro case e quindi alle occupazioni della vita civile"28.
Il giorno successivo il Comando tedesco della Piazza di Vercelli pubblicò un avviso in cui si stabilivano le misure per il coprifuoco, si proibiva l'ascolto di trasmissioni radiofoniche "nemiche della Germania", si imponeva la consegna al Comando tedesco, entro l'8 ottobre, di tutte le armi, comprese quelle da caccia29, e si informava che i prigionieri di guerra inglesi ed americani, fuggiti dai campi di concentramento, dovevano essere consegnati alle autorità militari tedesche, precisando che per ogni prigioniero consegnato sarebbero state corrisposte 1.800 lire in contanti e che chiunque avesse dato "ricovero o vitto ai prigionieri [sarebbe stato] passibile di pene severe"30.
L'11 ottobre venne ordinata la presentazione di tutti i militari, sottufficiali e ufficiali del disciolto Regio esercito al Comando tedesco di Vercelli, "per il rilascio di una attestazione": chi fosse stato trovato, dopo il 14 ottobre, privo di tale documento sarebbe stato punito; chi fosse stato fermato "in zona infestata dai ribelli" sarebbe stato arrestato e, se ufficiale, immediatamente fucilato31.
Il 13 ottobre il governo del Regno d'Italia dichiarò guerra alla Germania. "Il Biellese" ne diede notizia in poche righe al termine dell'articolo "Sui fronti di guerra", senza alcun commento32.
"La Sesia", commentando invece la notizia, scrisse: "Nuova confusione sull'orizzonte mondiale [...]. Come sempre sta in noi evitare l'aggravarsi della situazione, mantenendoci calmi e disciplinati, vivendo del nostro lavoro, senza traviamenti, tesi alla meta che è in ogni anima e che per conquistarla già soffrimmo e soffriamo: la pace con giustizia"33. Il "Corriere Valsesiano" il 23 ottobre pubblicò un corsivo dal titolo "Limoni spremuti", ripreso da "La Stampa", in cui si accusava Badoglio di aver voluto in tal modo dare "ufficialmente inizio alla guerra civile in Italia".
Il 14 ottobre iniziò le pubblicazioni "La Provincia Lavoratrice", organo della Federazione fascista repubblicana34, seguito, ad un mese di distanza, da "Il Lavoro Biellese"35. Su questi strumenti propagandistici, in misura ovviamente maggiore rispetto agli altri periodici locali, comparvero ripetuti inviti alla pacificazione sociale36. La popolazione venne invitata ad aver fiducia nelle autorità e nella loro opera di persuasione volta ad infondere tranquillità affinché la vita in città e nei paesi potesse continuare a svolgersi "normalmente". "È necessario che ognuno non rimanga passivamente inerte in mezzo al grande dramma che tutti ci investe [...] ma se ne faccia una intima e forte coscienza, e ne tragga la convinzione dei propri doveri"37.
Lo stesso Uboldi, nel comunicare la ripresa del funzionamento della Federazione fascista, aveva proclamato intransigenti propositi di "dirittura morale e politica, giustizia sociale, leale collaborazione a chiunque [l'avesse data] lealmente, assistenza al popolo combattente e lavoratore, intransigente repressione con giustizia degli abusi, degli abusatori, dei disonesti, degli imbelli [...] nel nome sacro della madre comune, l'Italia, onde po[ter] ad essa ridare l'onore, supremo patrimonio di ognuno"38.
Ma chi poteva accreditare al risorto regime un barlume di buona fede, un fondo di onestà e di moralità? L'isolamento era completo: il governo di Salò non poteva contare che sulla coazione, poiché il consenso gli mancava. L'ostilità popolare al regime era, tra l'altro, provata dalle scarsissime adesioni al Partito fascista repubblicano.
Il 25 ottobre giunse a Vercelli, come "capo della provincia", Michele Morsero39, che così si rivolse alla popolazione: "Nell'assumere in nome del Governo Fascista Repubblicano la direzione politico-amministrativa di questa aurea, industre ed agricola provincia ricca di nobilissime tradizioni guerriere, rivolgo innanzi a tutto il mio pensiero reverente a tutti coloro che si arruolarono per la loro fede patriottica; a tutti quelli che sentono la necessità del sacrificio ed i doveri dell'ora [...]. Cittadini! Dobbiamo sentire l'imperativo categorico: salvare la Patria. E la Patria si salva oltre tutto e sovra tutto riorganizzando sollecitamente le nostre Forze Armate ed impegnandole [...] per far sì che la Bandiera Italiana possa ancora, per merito del Popolo combattente in armi, sventolare alla testa delle unità italiane che continuano a riprendere la lotta affiancando il forte e valoroso Esercito Tedesco"40.
Rivolse poi il saluto ai fascisti e agli squadristi41: "Le nostre sedi sono riaperte per quelli fra di voi che [...] sono disposti a concorrere nei ranghi delle nuove Forze Armate o in quelle del lavoro alla riscossa nazionale in perfetta intesa e unità d'intenti con le Forze Armate del grande popolo Germanico amico e alleato. Ma soprattutto le nostre sedi sono aperte ai giovani, al popolo lavoratore (operai, contadini, impiegati), e cioè alle categorie che più hanno sofferto e soffrono"42.
Uno dei primi atti di Morsero fu quello di riunire, il 26 ottobre, i rappresentanti della stampa locale per impartire direttive: ad essi illustrò "il dovere della stampa: essere in linea sempre e colla massima energia affinché si rafforz[asse] sempre più nella popolazione la certezza che con la volontà e la fede al nostro paese [sarebbe stata] sempre aperta la strada che porta alla ricostruzione e all'onore"43.
Morsero agì subito energicamente per riorganizzare i "quadri" del fascio. Nominò fiduciaria dei fasci femminili della provincia Maria Buffa44, commissario del fascio di Vercelli Enzo Busca45, ed aprì le iscrizioni al Partito fascista repubblicano, prorogandone tuttavia più volte i termini "improrogabili", a causa delle scarse adesioni46. Il 29 tenne un rapporto "alle gerarchie di Vercelli, ai vecchi squadristi, alle donne fasciste ed ai giovani" ed impartì "precise istruzioni al fine di potenziare al massimo le forze sane del Paese"47.
Il 4 novembre fu la volta dei podestà di ricevere le "precise direttive" del capo della provincia. Morsero nell'occasione insistette "particolarmente sui seguenti punti: opera di persuasione verso gli sbandati per il loro ritorno, curare intensamente il rifornimento annonario, cooperazione con le truppe germaniche ed azione continua verso le popolazioni per controbattere l'opera della propaganda nemica che vorrebbe alimentare false prevenzioni, incitare il popolo al lavoro, con fede nei sicuri destini della Patria"48.
Lo stesso giorno Morsero nominò commissario del fascio di Biella l'avvocato Umberto Savio49 e commissario del fascio femminile della città la professoressa Silvia Zappi50.
Il 6 novembre assunse le funzioni di commissario prefettizio di Biella Baldassarre Trabucco, che subito indirizzò un appello alla cittadinanza: "Biellesi! [...] Di fronte alla necessità della comune salvezza, taccia ogni risentimento personale; le eventuali disparità di idee non degenerino in odio di parte; ogni critica sia aperta e leale e si proponga soltanto un fine costruttivo nell'interesse comune. L'attività di ognuno sia regolata da una disciplina interiore ed ispirata a profondo sentimento di carità di Patria. [...] Mia e vostra guida siano: Patria, Concordia, Lavoro"51.
Alcuni giorni dopo anche Savio diramò un appello ai biellesi: "[...] Biellesi! Aprite gli occhi! La monarchia, ormai disprezzata anche dallo stesso nemico, non può essere più il nostro governo. Mentre i nostri padri avevano ragione di essere monarchici ora, che la monarchia ha tradito il popolo, il nostro dovere è di aderire a un governo repubblicano. Biellesi! Aprite gli occhi! Noi uomini di buon senso, siamo sempre stati ligi ai supremi doveri, senza distinzioni di classi. [...] Il nostro dovere è quello di non stancarci di combattere a fianco dei tedeschi per la salvezza dell'Italia e dell'Europa. Biellesi! Ascoltate il mio fraterno consiglio con animo forte e fiducioso. Accorrete ad iscrivervi al Partito Repubblicano Fascista. Il Fascismo è l'avvenire del popolo"52.
Tra la metà di ottobre e i primi di novembre scattò l'operazione per la ricostruzione dell'esercito. La stampa locale53 informò che il Ministero della Difesa nazionale aveva predisposto la chiamata dell'ultima aliquota del 1924 e dell'intera classe 1925. Il 4 novembre uscì il bando di chiamata alle armi per i giovani del 1923 e del 1924 in congedo provvisorio e per quelli del 1925 della leva di terra54. Bisognava convincere i giovani a presentarsi con le buone o con le cattive. Il duce telegrafò ai capi delle province: "Vi impegno personalmente per quanto riguarda la [...] chiamata alle armi [...]. Con opera di propaganda intensa e di vigilanza, chiamando alla collaborazione tutte le forze sociali, si deve raggiungere l'obiettivo che è quello di avere il maggior numero possibile di futuri soldati del nuovo esercito. Il successo della presentazione sarà il segno della ripresa nazionale"55.
Il Distretto militare di Vercelli aveva ripreso, dal 25 ottobre, il "normale funzionamento"56 e iniziò a cercare i richiamati renitenti ai loro indirizzi: naturalmente non furono molti a lasciarsi trovare. La Prefettura promosse allora rappresaglie contro le famiglie57.
Anche gli ex appartenenti alla Milizia fascista che non si erano ancora presentati, nonostante i bandi di chiamata, vennero ricercati e siccome, anche in questo caso, pochi risposero, il Comando della legione avvertì che gli inadempienti, a partire dal 1 novembre, sarebbero stati considerati "fuori legge" e che si sarebbe proceduto "al rastrellamento a domicilio dei ritardatari"58.
Morsero il 1 novembre fece diramare un proclama ai militari ("È l'ultimo appello che la Patria rivolge, in perfetto accordo con i Comandi Germanici, a quei pochi di voi che ad oggi non hanno ancora superato la crisi spirituale") invitandoli a ritornare alle famiglie, a riprendere il lavoro, a collaborare colle "nuove Forze Armate d'Italia"59.
Il brutale accanimento con cui il capo della provincia perseguì gli ex militari ed i giovani di leva provocò risultati per lui disastrosi: gli infiammati bandi incitanti all'amor patrio e al sacrificio, i continui proclami, i ripetuti inviti ad arruolarsi nei corpi volontari provocarono una mobilitazione in una direzione ben diversa da quella sperata: verso i centri di raccolta partigiani.
Il numero di coloro che nella nostra provincia risposero alle cartoline-precetto della Rsi fu assai esiguo, come testimonia una lettera del colonnello Raoul Rivalta al Comando militare regionale: "Le previsioni ottimistiche che era logico fare nei confronti [...della leva] della classe 1924 in conseguenza delle misure adottate [...] sono state annullate dalla realtà dei fatti [...]. Oggi ha avuto termine l'affluenza delle reclute della classe 1925. Sul totale di 1.801 precettate se ne sono presentate 112"60.
E molti di quelli che furono reclutati forzatamente, in questa ed in successive occasioni, odiarono le divise che erano stati costretti ad indossare e divennero dapprima ostruzionisti e sabotatori e poi, all'occasione, disertori e "ribelli".
Nel pomeriggio di sabato 13 novembre si svolse a Vercelli (fra "manifestazioni di fervido entusiasmo", si affrettò ad annunciare "La Provincia Lavoratrice") la prima assemblea del Fascio repubblicano della provincia. Morsero espose l'attività svolta e le direttive a cui si sarebbe ispirata la sua azione, tra cui il "fattivo contributo per risolvere integralmente il problema della giustizia sociale nei riguardi delle classi lavoratrici"61.
Nella seconda metà di novembre "La Provincia Lavoratrice" e "Il Lavoro Biellese" iniziarono a dedicare ampio spazio al tema delle "realizzazioni sociali", per illustrare i deliberati del Congresso nazionale del Pfr che si era tenuto a Verona il 14 novembre e la conseguente azione in questo campo del capo della provincia62. Il 25 novembre "La Provincia Lavoratrice" informò che Morsero era stato a "diretto contatto con i lavoratori per la sollecita definizione ed applicazione dei provvedimenti". Infatti "riconosciuta la necessità inderogabile di apportare congrua revisione dei salari" in vigore, Morsero aveva presieduto un incontro tra l'Unione degli industriali, il Segretario provinciale dell'artigianato e l'Unione lavoratori dell'industria, nel corso del quale si era decisa la concessione di un premio e l'aumento delle retribuzioni "sulla base del 50% a partire dal 16 novembre"63.
In un corsivo "La Provincia Lavoratrice" affermò che si doveva "soprattutto al particolare premuroso interessamento del capo della provincia" se era stato possibile "raggiungere a tempo di primato l'accordo", e si informava che le trattative, alle quali avevano partecipato "rappresentanti di autentici64 contadini", si erano svolte "in una atmosfera di reciproca comprensione". E così proseguiva: "L'importante accordo concluso, che viene a sanzionare con tempestiva immediatezza un decisivo adeguamento del salario al costo reale della vita attuale [...] rende concreto [...] il riconoscimento e l'alta importanza sociale attribuita al lavoro e al lavoratore secondo le enunciazioni contenute nel manifesto programmatico del nuovo Partito Repubblicano che apre indubbiamente e definitivamente al lavoro e al lavoratore più vasti orizzonti di giustizia"65.
Il 1 dicembre, a Palazzo Littorio (nella consueta "atmosfera di raccoglimento e di calda adesione degli animi"...) si svolse la prima riunione dei commissari del fascio della provincia. Questi vennero invitati da Morsero a considerarsi i soldati strenui di una lotta la quale nel campo politico [doveva] aprire gli animi del popolo [...] e indurvi una fiduciosa attesa della rinascita nazionale sotto gli auspici del Partito Fascista Repubblicano"66.
Morsero commentò poi le linee programmatiche dei punti del Congresso di Verona e impartì le immancabili "precise direttive": l'azione del partito non si sarebbe dovuta esaurire nel campo politico ma avrebbe dovuto avere invece "il compito di basarsi essenzialmente sopra una profonda, intelligente, oculata, appassionata indagine dei problemi sociali". Infine chiuse la riunione dicendosi certo che anche la provincia di Vercelli avrebbe ripreso senz'altro il posto che le spettava nell'ambito "della rinnovata atmosfera politica nazionale", che avrebbe voluto come prima, "ai tempi della sua più nobile tradizione, mostrarsi sollecita e cosciente del problema nazionale che incombe[va] e urge[va] più che mai: quello della più alta giustizia sociale; auspicando, insieme alle fortune della Nazione, nella rinnovata Patria lavoratrice, tutte le conquiste del lavoro nella provincia che per eccellenza si intitola[va] lavoratrice"67.
L'11 dicembre Morsero ricevette a Vercelli gli esponenti del fascio biellese, "esaminando i vari problemi che interessa[vano] la zona, trattando dell'assistenza ai lavoratori ed impartendo le direttive per l'azione da svolgere"68.
Il 19 dicembre fu la volta delle "gerarchie politico-amministrative" di essere ricevute a Palazzo Littorio.
Su questa riunione "La Provincia Lavoratrice" scrisse che: "Alla parola netta e decisa del Capo della Provincia, aliena da qualsiasi lenocinio retorico, ha fatto riscontro l'adesione pronta e convinta del pubblico, il quale ha dimostrato così di apprezzare degnamente il nuovo stile nel pensiero e nell'azione"69.
Dopo Morsero prese la parola il comandante tedesco della Piazza di Vercelli, che affermò la sua "inderogabile volontà di porre fine agli atti di banditismo verificatisi specialmente nelle zone del Biellese e della Valsesia", precisando che fino ad allora si era "pazientato sperando nel rinsavimento degli sbandati e dei traviati", ma che era giunto il momento di dire "basta"70. Subito dopo ebbe luogo un rapporto delle gerarchie fasciste, in cui venne approvato questo ordine del giorno: "Il Fascismo della Provincia delle medaglie d'oro, riunito nella sua prima totalitaria (sic) assemblea [...] invita il popolo e in particolare i giovani al combattimento a fianco dei valorosi eserciti del Tripartito [...] chiede al popolo tutto rispetto ed ai fascisti assoluta intransigenza al programma base della Repubblica Sociale Italiana"71.
"La Provincia Lavoratrice", in un corsivo, così commentò: "Non azione improvvisata saltuaria ma costante, meditata, virile determinazione di porre fine alla delinquenza camuffata da patriottismo, alla ribellione cieca e crudele alimentata dallo straniero [...]. Urge l'opera ricostruttrice che deve unire gli animi di tutti i cittadini per far fronte al nemico in armi sul suolo della Patria, per riprendere il posto di combattimento, per assumere una dignità di vita sociale"72.
Era il periodo in cui cominciava a manifestarsi con forza la presenza partigiana. Il colonnello Rivalta, comandante militare della provincia, così scrisse al Comando militare regionale: "Nelle zone montuose della provincia [...] il particolare ambiente creatosi [...] sfugge in gran parte all'azione di investigazione e di repressione da parte delle autorità legalmente costituite.
Risulta che l'Autorità politica fa tutto quello che può per circoscrivere tali atti di vero e proprio banditismo e se ne preoccupa [...] per le serie ripercussioni morali e sulla popolazione della provincia e dell'Esercito in formazione [...]. Si renderebbe pertanto necessario [...] mettere al più presto a disposizione dell'Autorità politica almeno un contingente della Guardia Nazionale Repubblicana"73.
In Valsesia e nel Biellese si erano, tra l'altro, verificati alcuni episodi che avevano impressionato fortemente i fascisti: il 29 ottobre partigiani e popolazione avevano assalito la caserma dei carabinieri di Borgosesia per liberare il noto antifascista Cino Moscatelli, che era stato arrestato per ordine del comando tedesco e che stava per essere tradotto a Vercelli74, e il 2 dicembre un reparto di camicie nere inviato a Varallo, per presidiare una zona che stava diventando "nevralgica", era stato attaccato poco dopo il suo arrivo ed i fascisti avevano avuto in quell'occasione il loro primo soldato caduto in provincia, il caposquadra della Milizia Leandro Guida75; a Biella il 7 dicembre alcuni partigiani avevano danneggiato le attrezzature della tipografia che stampava "Il Lavoro Biellese"76; altri partigiani a Tollegno, in quello stesso periodo, avevano incendiato locali di un lanificio in cui erano immagazzinate forniture militari; il 10, sempre a Tollegno, era scoppiato uno sciopero; la sera dell'11, a Ponzone, era stato ucciso dai partigiani il locale commissario del fascio, Bruno Ponzecchi, il primo fascista della zona caduto77.
Uno dei principali problemi delle "autorità" fasciste, quello di "ripristinare l'ordine" e di instaurare forme di potere, ovviamente nei limiti concessi dai tedeschi, si scontrava quindi con la presenza combattiva dei partigiani. I fascisti inoltre non erano in grado di valutare le forze dei "ribelli", a quell'epoca non molto numerosi, ed erano convinti di avere di fronte un nemico assai più agguerrito di quanto non fosse in realtà.
Morsero, man mano che gli erano giunte segnalazioni di azioni partigiane, aveva avanzato richieste di rinforzi78. Ma i vertici della Rsi erano in difficoltà: i ministeri, i comandi della Milizia, dei carabinieri e dell'Esercito non riuscivano a coordinarsi tra di loro e con gli organismi tedeschi. Le richieste di invio di contingenti di militari non trovarono risposta, i reparti di camicie nere inviati si erano dimostrati insufficienti, mentre dall'altro lato i partigiani continuavano ad attaccare le caserme e a disarmare i carabinieri (che spesso non opponevano resistenza)79 e gli operai, appoggiati dai partigiani, cominciavano a scioperare. Il capo della provincia si rivolse allora al Comando tedesco invocando gli "opportuni interventi" poiché le "deprecate azioni dei ribelli" aumentavano di giorno in giorno e influivano negativamente sull'orientamento della popolazione. Morsero sottolineò di non avere "forza di polizia sufficiente" e affermò che la situazione lo preoccupava per la difesa dell'economia nazionale e per affermare il prestigio dell'autorità.
Le ripetute richieste di "reparti per prevenire reprimere ovvero anche [in] alcuni casi solo [per] dimostrazione [di] forza" alla fine furono accolte: fu inviato a Vercelli il 63o battaglione "M"80 della costituenda Guardia nazionale repubblicana81, agli ordini di Merico Zuccari, un fanatico che, subito dopo l'8 settembre, prima ancora che fosse proclamata la Repubblica sociale, si era messo al servizio dei tedeschi. Il 63o battaglione giunse a Vercelli il 19 dicembre. Zuccari ricevette da Morsero le direttive per un'energica azione contro i partigiani che il 15 e il 17 avevano "imposto" lo sciopero e "dominavano la situazione" in alcuni comuni della Valsesia e della Valsessera.
Il primo compito del battaglione fu dunque quello di recarsi in Valsesia, di "pacificarla" e di spostarsi poi in Valsessera e nel Biellese. Zuccari emanò subito bandi per l'adozione di "misure di rigore" in tutta la zona in cui si erano sviluppati scioperi e in cui più minacciosa era la presenza partigiana.
Iniziò la triste stagione delle rappresaglie, delle fucilazioni, delle minacce di incendiare i paesi i cui abitanti avessero "osato" sparare contro i militi. A poche settimane dalla costituzione della Rsi tutta la provincia era precipitata in un clima rovente di terrore82.
Il 22 dicembre, in seguito a scioperi scoppiati il giorno precedente83 e ad alcune azioni dei partigiani, gli occupanti effettuarono alcune azioni di rappresaglia84 per "dare un esempio" e intimidire partigiani e popolazione85: a Biella, nel rione popolare di Riva, i fascisti fucilarono cinque civili e due partigiani86, a Cossato tre civili, uno a Crevacuore; a Borgosesia, dopo una notte di torture, furono fucilate dieci persone, tra partigiani e collaboratori87; il 23 i tedeschi passarono per le armi tre operai a Valle Mosso ed altre quattro persone a Tollegno. L'intendimento nazifascista era quello di spezzare, con le rappresaglie e la violenza gratuita, i legami tra "i vari gruppi di ribelli e la massa operaia" e di creare rancore verso i partigiani.
Il 29 dicembre Zuccari fece affiggere nella sua zona di operazioni un manifesto per avvertire la popolazione che se qualcuno avesse usato violenza anche ad uno solo dei suoi legionari sarebbero stati passati per le armi cento uomini e sarebbe stato messo a ferro e fuoco il paese in cui fosse avvenuto il "crimine"88.
Ma le minacce non riuscirono a "stroncare sul nascere il ribellismo", come i nazifascisti avrebbero voluto: dopo pochi giorni i partigiani ripresero con slancio le loro azioni e gli operai, particolarmente in Valsessera, ai primi di gennaio scesero nuovamente in sciopero.
Il 1 gennaio 1944 Morsero decretò il divieto assoluto di ingresso e soggiorno nei comuni della Valsesia a tutti i forestieri. Successivamente la Prefettura dovette però precisare che "il normale ritmo lavorativo" della zona non doveva essere "minimamente interrotto o rallentato" e che pertanto il divieto non sarebbe stato applicato nei confronti di coloro che fossero stati in grado di provare di svolgere una attività lavorativa in valle89.
Tra la fine del 1943 e i primi mesi del 1944 nuovi "quadri" fedeli e "duri" subentrarono ai vecchi funzionari troppo "tiepidi": lo squadrista Amedeo Sartoris sostituì il questore Cesare Rossi90, il comandante della Guardia nazionale repubblicana, Egidio Colamussi, fu sostituito da Attilio Giovannelli91, il capo dell'Amministrazione provinciale, ragionier Ernesto Aghina, fu sostituito dal professor Mario Pagani92.
L'8 gennaio 1944 l'assemblea dei fascisti vercellesi rinnovò le cariche del fascio repubblicano della città: vennero nominati il segretario politico, il dottor Vittorio Sandri, ed un direttorio composto dall'avvocato Mario Busca, dal dottor Domenico Prestamburgo e da Pierino Mainardi, Giovanni Verro, Angelo Mazzucco93.
Il capo della provincia, Michele Morsero, nel suo discorso, affrontando il problema delle scarse adesioni al fascismo repubblicano, affermò che "l'essere relativamente in pochi [era] un segno d'elezione perché la minoranza fascista [era] ben lungi dal pericolo che pot[esse] arridergli una vita comoda e tranquilla" e concluse che chi non aveva "saputo volere l'onore di appartenere ad essa" ne sarebbe rimasto "per sempre fuori"94.
Il 9 gennaio, "per ordine del Capo della Provincia e Commissario federale", tenne la sua prima assemblea anche il fascio repubblicano di Biella, intitolato ad Ettore Muti. Il commissario Antonio Giraudi, che lo reggeva dal 20 dicembre, nel suo discorso, dopo aver esposto "le vicende della ricostruzione del Fascio", diede "uno sguardo alla situazione biellese" e concluse esponendo la "ferma volontà del Partito di intervenire con una decisa azione chiarificatrice e purificatrice, accertando responsabilità ed abusi, eliminando una volta per sempre, dato che non si [poteva] più sperare in un ravvedimento, gli elementi perturbatori e sobillatori"95. Al termine della riunione furono eletti il segretario politico, che fu lo stesso Giraudi, e i membri del direttorio: il professor Bruno Costantini, Alessandro Crovella, Erminio Milano, Pierino Moscati, Aldo Coda96.
Verso la fine del mese, il 26, vi fu, a Vercelli, una manifestazione di popolo "spontanea": alle 8 una folla "vibrante" si riunì davanti a Palazzo Littorio: il capo della provincia e altri gerarchi "avvertiti della manifestazione" si affacciarono e Morsero arringò la folla: "Questa è la prima adunata di popolo dopo il tradimento. In essa vi è una dimostrazione di quel senso di virile italianità degna delle antiche e recenti tradizioni di Roma imperiale". Rivolse poi un appello ai giovani perché accorressero alle armi e chiese al clero "una attiva collaborazione nel terreno del sentimento patriottico" che non poteva essere ripudiato da coloro che hanno "ministero di anime, di amore cristiano e di fede religiosa, se italiani e figli di genitori italiani"97. I gerarchi e la folla si recarono poi in corteo alla stazione ferroviaria per accogliere il battaglione "Fiamme verdi" del Corpo volontario d'assalto.
Il 31 gennaio i fascisti biellesi si riunirono nuovamente: questa volta per i funerali di Pietro Peraldo, membro del Tribunale straordinario di Novara, giustiziato dai partigiani. Dopo la cerimonia, Morsero si recò a Palazzo Littorio, dove ricevette "autorità, fascisti e rappresentanti, dando loro precise disposizioni sull'attività da svolgere e sul contegno da tenere in [quei] momenti di prova durissima"98.
Nel mese di febbraio si accentuò l'opera di repressione. Il 3 "La Provincia Lavoratrice" pubblicò una disposizione del Ministero dell'Interno in cui si minacciava l'esecuzione sommaria di chi fosse stato sorpreso a circolare con armi da fuoco senza autorizzazione99. Il 18 il governo di Salò comunicò che gli iscritti di leva che non si fossero presentati alle chiamate o che si fossero allontanati dai reparti sarebbero stati considerati disertori e quindi fucilati100. Il 25 fu insediato il Tribunale straordinario provinciale, che iniziò la sua attività condannando il direttore de "La Sesia", Piero Gallardi, e l'avvocato Luigi Mandosio "per aver denigrato il fascismo con scritti pubblicati sul giornale"101.
Alcuni periodici locali intanto erano stati costretti a cessare le pubblicazioni102, ufficialmente per mancanza di carta; altri poterono invece continuare ad uscire anche se con periodicità irregolare e talvolta con i segni della censura103.
Il 18 febbraio Morsero compì a Biella una serie di visite a enti, stabilimenti industriali e a reparti militari di stanza nella città, accompagnato dal segretario del fascio Giraudi, dal commissario prefettizio, dal comandante tedesco e da altri ufficiali. Nel corso della visita al Lanificio Cerruti, rivolto agli operai affermò che quella "prima presa di contatto" rivestiva per lui "carattere di particolare importanza e di alto valore morale" e li invitò a far sì che la loro coscienza non venisse "intaccata da idee dissolvitrici o dal tarlo roditore di un odio insano e ingiustificato e assolutamente incomprensibile"104.
In seguito, dopo aver tenuto un altro discorso agli operai dello stabilimento Rivetti, il capo della Provincia si recò nel palazzo municipale, dove ricevette alcune autorità cittadine e, nel pomeriggio, presiedette una adunata di industriali. Sempre nel pomeriggio, allo stadio, passò in rassegna militari reduci dalla Germania, inquadrati nelle Ss, e il battaglione "Montebello" della Guardia nazionale repubblicana105.
Il 23 marzo si tenne, al Teatro Civico di Vercelli, una "solenne celebrazione" del venticinquesimo anniversario della fondazione dei fasci, nel corso della quale i fascisti repubblicani e i capi delle pubbliche amministrazioni prestarono giuramento. In quella occasione lo squadrista Gaspare Bertozzi assunse la carica di commissario federale106. Morsero nel suo discorso si rivolse così ai presenti: "Cittadini! Non avete ancora voluto capire a che punto la tragedia sia giunta, perché non vedo in voi affiorare ancora tutta la responsabilità che avrebbe dovuto essere raggiunta. Convincetevi che oggi si può marciare o verso la via del disonore definitivo e della schiavitù o verso la via della libertà e dell'onore. È giunta l'ora di decidersi definitivamente: o con noi o contro di noi". Invitò poi il clero della provincia (che si stava "sempre più estraniando dalla vita della Patria") ad assumere un atteggiamento "più chiaro e ben definito". Rivolto infine ai giovani, li invitò a "riprendere la via coraggiosa dell'onore a fianco dei meravigliosi alleati germanici onde poter difendere la santa causa dell'Asse ed i paesi che da esso sperano civiltà e benessere"107.
Su "La Provincia Lavoratrice" e "Il Lavoro Biellese" si infittirono intanto gli inviti ad andare a lavorare in Germania108: "Lavoratori recatevi in Germania: sarete apprezzati e rispettati e guadagnerete tanto da poter largamente aiutare le vostre famiglie. Lavoratori arruolatevi!"109. "Operai italiani! Raggiungete in Germania i vostri compagni i quali, col lavoro quotidiano, si meritano sempre più la stima e il rispetto del popolo germanico"110. All' "alleato" tedesco serviva infatti un numero sempre maggiore di lavoratori, da utilizzare nell'industria bellica ed anche nell'agricoltura, in sostituzione della forza lavoro locale che prestava servizio militare111.
Il 18 aprile il governo di Salò decretò nuove "sanzioni per gli sbandati" e per chi avesse dato loro aiuto: stabilì che i militari che, prima o dopo l'8 settembre 1943, avevano abbandonato il reparto o la propria abitazione "per unirsi a bande operanti in danno delle organizzazioni militari o civili dello Stato" sarebbero stati puniti con la fucilazione nella schiena. La stessa pena sarebbe stata comminata a chi avesse esplicato "un'azione diretta ad agevolare l'opera delle bande stesse". Tuttavia i colpevoli di questi "delitti" che si fossero costituiti volontariamente entro le ore 24 del 25 maggio non sarebbero stati sottoposti a procedimento penale e sarebbero stati esenti da pena112. Si rese inoltre noto che dopo tale data "un'azione inflessibile e di estremo rigore" sarebbe stata portata a fondo con ogni mezzo113.
Era un ennesimo tentativo della Rsi di risolvere il problema delle proprie forze armate e, nello stesso tempo, di debellare il movimento partigiano.
Anche in quest'occasione, oltre al ricorso contemporaneo alle blandizie e alle minacce, i toni dei proclami e degli appelli erano molto retorici: "La Patria offre ancora una volta, con generosità romana, il perdono assoluto a quanti nell'ora dello smarrimento credettero di fare il bene dell'Italia sottraendosi ai loro precisi doveri di cittadini e di soldati e si rifugiarono tra i monti e nelle macchie per iniziare una guerriglia assurda e fratricida. Se nel cuore di ogni smarrito vibra tuttora il senso della dignità nazionale e dell'onore è questo il momento di accogliere il supremo, generoso appello del Duce. È tempo di decidersi!"114.
"Quando è la Patria che chiama, o fratelli, quando insieme al suo accorato appello si unisce quello delle vostre madri, delle vostre spose, sorelle, figli, il vostro cuore non può, non deve rimaner sordo. Tornate a casa, vi dice il grido dei vostri cari che in ansia vi attendono! Tornate alla Patria, che ha bisogno di voi per l'immediato oggi che esige la presenza di tutti; per il domani vittorioso che dovrà essere di pace, di lavoro, di concordia!"115.
Ma neppure questo bando di "franchigia" ottenne l'effetto sperato dai fascisti. I "banditi" non si presentarono116 ed anzi accrebbero le loro forze. Inoltre risposero duramente al bando di Mussolini e alla tracotanza di Morsero: il comando della 2a brigata Garibaldi, ad esempio, avvertì che: "Malgrado le montature propagandistiche nessuno ormai [poteva] ignorare che le ore del fascismo [erano] contate" e che chi avesse collaborato in qualche modo con i tedeschi ed i fascisti non avrebbe fatto che "prolungare inutilmente lo strazio del nostro Paese" e avrebbe segnato la propria condanna a morte117.
Così pure ben scarsi effetti avevano avuto le azioni di rastrellamento effettuate da reparti tedeschi e fascisti contro le formazioni partigiane: la "Tagliamento" e il 15o reggimento di polizia germanico avevano iniziato le operazioni fin dal mese di febbraio contro i partigiani biellesi e valsesiani118. Dopo una serie di azioni isolate, il grande rastrellamento si era sviluppato a partire dal 5 aprile: forti colonne nazifasciste avevano attaccato con ingenti mezzi i partigiani valsesiani119, che erano stati costretti a lasciare l'alta valle e a raggiungere, con perdite limitate, la zona di Cellio e di Valduggia, filtrando attraverso l'accerchiamento120. Tuttavia il comandante della "Tagliamento", Merico Zuccari, non trovando più traccia dei partigiani in alta valle, si era convinto di aver praticamente sgominato la "banda del famigerato Moscatelli". I notiziari della Guardia nazionale repubblicana testimoniano di queste valutazioni errate: in essi si legge infatti che "la banda non esisteva più, che Moscatelli, dopo aver perduto i contatti con i suoi uomini, era riparato in Svizzera o addirittura che si era "rifugiato sulla cima di una montagna alta 4.000 metri"121.
Alla fine del mese di maggio, certo che i "ribelli" della Valsesia fossero stati messi in condizione di non potersi riorganizzare e in conseguenza anche della ripresa dell'offensiva alleata, il comando generale della Gnr, in ossequio alle disposizioni dei comandi tedeschi di sguarnire tutte le zone di non rilevante interesse strategico per concentrare gli sforzi contro gli angloamericani avanzanti, aveva deciso di destinare la "Tagliamento" al fronte meridionale. La legione si riunì a Vercelli, dove furono compiuti i preparativi per la partenza e, il 5 giugno, fu passata in rassegna dal generale Ricci, comandante della Guardia, e dal generale delle Ss Tennsfeld. Il giorno seguente partì per le Marche122.
Per pochi giorni la Valsesia fu ancora presidiata dal battaglione "Pontida", dopodiché, in seguito al ritiro anche di questo reparto, i presidi della Gnr rimasti furono immediatamente attaccati dai partigiani. Nella notte del 10 giugno fu attaccato il distaccamento di Serravalle Sesia e, successivamente, quelli di Borgosesia e di Varallo123. I fascisti scoprirono così, troppo tardi, che "i banditi", che ritenevano fossero stati annientati, "si erano invece soltanto frazionati in piccolissimi gruppi e mantenuti nascosti nelle vicinanze [...] in attesa del momento favorevole per riprendere la loro attività"124. Era nata la "Valsesia libera".
La "zona libera" richiamò ben presto numerosi giovani da ogni parte del Piemonte e della Lombardia, che rafforzarono l'esercito partigiano. Ma se aumentava il numero delle "reclute" ai "distretti" della montagna, così non si poteva invece dire per l'esercito della Repubblica sociale. Il 17 giugno il comandante militare provinciale, colonnello Raoul Rivalta, segnalò infatti alla Prefettura che il gettito del primo semestre della classe 1926 era stato minimo: meno del 10 per cento125.
Del resto i giovani fatti affluire a Vercelli, sede del Centro costituzione grandi unità dell'esercito126, per essere inviati in Germania per addestramento manifestavano più o meno apertamente la loro avversione al fascismo. Gli stessi dirigenti militari e politici se ne erano resi conto e non avevano potuto fare a meno di segnalarlo ai loro superiori: "In genere gli ufficiali non curano sufficientemente i loro reparti. Ben pochi di essi sono adeguati ai doveri del momento [...]. La truppa accasermata in città si mantiene fredda ed apparentemente indifferente. Solo qualche piccolo gruppo manifesta un certo slancio ed un sincero entusiasmo patriottico. La maggior parte dimostra chiaramente sentimenti antifascisti"127. [L']attiva propaganda sovversiva incitante le reclute alla diserzione e al passaggio con armi ai ribelli [...] fa presa sull'animo dei soldati, tanto che alcuni elementi si sono allontanati dal reparto"128.
Nel frattempo Mussolini si era convinto di potersi fidare solo del partito e delle sue organizzazioni e aveva deciso di trasformare la struttura politica del Pfr in organismo di tipo militare, inquadrando tutti gli iscritti al fascio dai 18 ai 60 anni. Il 30 giugno venne promulgato il decreto che stabiliva la nascita in ogni provincia delle "brigate nere" agli ordini del segretario del partito Pavolini. La brigata nera della provincia di Vercelli, intitolata a Bruno Ponzecchi, al comando del commissario federale Gaspare Bertozzi, fu costituita ufficialmente il 25 luglio: essa affiancò i reparti della Gnr nella lotta contro i partigiani, divenendo una delle forze più attive in questo campo129.
Frattanto i comandi nazifascisti, che non potevano certo tollerare a lungo l'esistenza di una zona "dominata dai partigiani", organizzarono migliaia di uomini per aprire un piccolo fronte là dove cominciava ad esserci una "spina pericolosa": concentrarono notevoli forze a Romagnano Sesia e a Borgomanero ed il 2 luglio iniziarono l'attacco, che fu respinto dopo dodici ore di combattimento. Un nuovo attacco, due giorni dopo, costrinse i partigiani a ritirarsi per evitare l'accerchiamento: era la fine. La superiorità dei tedeschi e dei fascisti era schiacciante: iniziò il ripiegamento verso l'alta valle, secondo i piani prestabiliti dal comando garibaldino, che non si era certo illuso di poter "governare" la zona a lungo. I nazifascisti tuttavia impiegarono più di dieci giorni per rioccupare tutta la Valsesia130.
Nel frattempo, nella bassa valle, a tergo delle truppe nazifasciste, i partigiani valsesiani avevano già ripreso la guerriglia: anche quel rastrellamento, nonostante tutto, era fallito.
Crescenti difficoltà incontrarono i gerarchi locali, come del resto avvenne nella maggior parte delle province, nell'utilizzo dei carabinieri. Alcuni di essi si erano infatti uniti ai "ribelli"131 e quelli che erano rimasti ai loro posti erano trattati con molta diffidenza dalle autorità tedesche e della Rsi. Fin dal mese di giugno contingenti di carabinieri furono concentrati a Milano per essere trasferiti in Germania132: "volontariamente", proclamò la propaganda fascista; in realtà i carabinieri si ribellarono e molti di essi fuggirono. A Vercelli i carabinieri ed i loro ufficiali furono catturati e deportati in Germania il 5 agosto da reparti tedeschi che, all'alba, avevano circondato le caserme133.
Durante l'estate i gerarchi della Rsi dovettero affrontare un nuovo problema: i partigiani avevano infatti invitato i contadini a non trebbiare e a non consegnare il grano agli ammassi. Morsero diramò ripetuti appelli per convincere i contadini a non ascoltare le direttive dei comandi partigiani: "Lavoratori dell'agricoltura! Agricoltori! Trebbiatori! Bisogna assicurare il pane a tutti! Le imminenti operazioni di raccolta e di trebbiatura delle messi trovino ognuno di voi al suo posto di lavoro e di responsabilità [...]. Non lasciatevi illudere né traviare dalla propaganda nemica che attraverso pochi rinnegati tenta di turbare le coscienze e di seminare quindi il panico e il disordine. Ognuno difenda il pane, frutto del proprio lavoro in questa generosa terra vercellese"134.
"Non ascoltate né seguite la subdola e deleteria propaganda nemica che tende ad avvelenare gli animi propalando notizie destituite da ogni fondamento [...] non abbiate scrupoli di denunziare chiunque tenti di sottrarre un solo Kg di frumento all'ammasso, poiché anche quel Kg di pane potrebbe domani salvare dalla fame un vostro congiunto"135.
"Contadino, terroristi senza patria e banditi prezzolati dal nemico ti esortano a non mietere il raccolto, ma di farlo marcire, asserendo come pretesto di voler recare danno alle forze armate germaniche [...]. Contadino! È il tuo raccolto, è il tuo pane, quello che dovrebbe imputridire sui campi. Il tuo raccolto è, e rimane, il pane del popolo italiano [...]. Assicura a te stesso e alla tua famiglia il pane quotidiano, proteggendo la benedizione divina del raccolto dalle insidie dei tuoi nemici"136.
La Prefettura comunicò che anche se "alcuni agricoltori [avevano] sollevato difficoltà di ordine vario (furti ecc.) circa il conferimento del grano agli ammassi, nessuna decurtazione [poteva] essere consentita"137. Infatti non furono pochi i casi di proprietari di aziende agricole che si accordarono con i partigiani per rifornirli regolarmente di cereali, inventando naturalmente, per giustificarsi di fronte alle "autorità" fasciste, prelevamenti da parte dei "fuori legge". I fascisti, per evitare "ogni irregolarità ed abuso da parte dei produttori" minacciarono però che "le deficienze nel conferimento del grano all'ammasso sarebbero state punite con l'arresto immediato e con l'invio in un campo di concentramento in Italia ed anche fuori Italia"138.
Ma anche tutti questi "bandi" ebbero ben scarsi esiti, così come vani furono i tentativi dei gerarchi "repubblichini" di risolvere un altro problema che li preoccupava moltissimo: quello della cosiddetta "borsa nera", che si era accentuato nel corso dell'estate.
La popolazione era stata avvertita fin dal dicembre 1943 che "per gli speculatori del mercato nero" il programma di Verona prevedeva addirittura la pena di morte139. Era stata costituita una speciale "squadra annonaria" della Questura, che si era impegnata assiduamente e che aveva proceduto a numerosi arresti, denunce, requisizioni di merci, chiusura di esercizi, senza tuttavia riuscire a porre freno al fenomeno140. Ne "La Provincia Lavoratrice" comparvero inoltre ripetutamente inviti di questo tenore: "Lavoratore difendi te stesso e la tua famiglia non favorendo la borsa nera", "Operai ed impiegati collaborate con le autorità per stroncare la borsa nera"141.
Ad agosto "La Provincia Lavoratrice" e "Il Lavoro Biellese" scrissero che il Comitato di liberazione nazionale si era sciolto142. Era evidentemente una menzogna, una delle tante cui fece ricorso la propaganda fascista. Ad essa faceva seguito un ennesimo invito a "ravvedersi": "Non è mai troppo tardi. L'Italia ha fede nei suoi figli e non dispera; ravvedimenti si stanno verificando proprio ora che a molti sembrava troppo tardi. L'Italia risorge". Stava risorgendo, secondo i due settimanali fascisti, grazie alle Ss italiane, che erano pronte "a tutto osare". Si invitavano pertanto i giovani ad arruolarsi in queste unità per "ridare prestigio al popolo italiano con la fede, l'onore, il combattimento"143.
Sabato 16 settembre a Vercelli fu celebrato il primo anniversario della Repubblica sociale italiana. Il capo della provincia Morsero arringò a lungo i militari e i responsabili delle organizzazioni provinciali del partito: "In questa provincia ove noi e i nostri collaboratori abbiamo voluto essere fino ad oggi equilibratissimi nel colpire, questa linea di condotta onesta e leale deve insegnare al popolo che noi abbiamo voluto ispirarsi (sic) alla volontà del Duce e che in noi, nella nostra vita e nei nostri atti predomina soltanto la virile consapevolezza della nostra forza morale, della sicura vittoria sui nemici esterni ed interni. E il popolo, se veramente vuole che questi criteri di equità e di giustizia siano mantenuti nell'interesse della quiete collettiva e familiare, si unisca con deciso proposito alla nostra opera di pacificazione degli animi e scinda la propria responsabilità da chi vilmente persiste nell'attività criminosa [...]. Altrimenti si stringeranno inesorabilmente i freni e colpiremo senza pietà [...]. Ai camerati delle forze armate [...] a quelli buoni che sanno ancora cosa significa indossare la divisa, sia in grigioverde che in camicia nera, e sentono perciò l'orgoglio di servire in armi la Patria, io voglio rinnovare [...] il saluto riconoscente per quello che hanno fatto e per quello che i migliori di loro sapranno fare domani. A questi camerati io devo anche ricordare la necessità di epurare le loro file, di guardarsi bene intorno e, dove occorre, colpire inesorabilmente tutti i traditori che ancora forse si annidano in mezzo a loro"144.
Da questo discorso, in cui le peggiori menzogne facevano da sfondo alle minacce più o meno velate, traspare tutta la preoccupazione dei vertici e dei quadri periferici della Rsi per la situazione dell'esercito. L'appello ai "camerati buoni" a colpire i "traditori" trovava una sua origine nelle decine di rapporti che via via Morsero aveva ricevuto, che segnalavano atti di sabotaggio compiuti da militari145 e continue diserzioni146.
Il quel periodo, intanto, le formazioni partigiane biellesi iniziarono ad operare audacemente anche contro posti di blocco alla periferia di Vercelli (mentre quelle valsesiane operavano nella pianura novarese). Morsero, anche in questa occasione, dimostrò il suo completo asservimento ai tedeschi e alle loro leggi di guerra, facendo ricorso all'arresto di inermi cittadini quali ostaggi, che minacciò di fucilazione se "tali e simili deprecabili attentati all'ordine pubblico" si fossero ripetuti147.
Il 28 ottobre la Federazione fascista organizzò, sia a Vercelli che a Biella, la celebrazione dell'anniversario della marcia su Roma. Nel capoluogo parlò per primo il commissario federale Bertozzi, il quale, dopo aver "commemorato la storica data", affermò che un anno di vita della Rsi aveva dimostrato che il fascismo repubblicano, "sia pure attraverso le infinite difficoltà [...] attraverso gli ostacoli e le stragi fatte dal nemico bestiale e dagli italiani rinnegati" aveva saputo "riorganizzare la compagine statale, diffondere una nuova linea vivificatrice" che aveva permesso alle province della Repubblica "non solo di non piombare nella totale anarchia e nella miseria, diventate retaggio dell'Italia invasa dai tanto attesi 'alleati' ma [aveva] anche permesso di raggiungere un'altra grande realizzazione che prima sembrava un mito: la socializzazione", ed aggiunse trionfalisticamente che, "aureolata dalla vittoria", la Rsi sarebbe diventata "la Repubblica dei lavoratori, che in essa, e solo in essa, avrebbero potuto realizzare le secolari aspirazioni che nessun'altra ideologia politica e nessun altro stato [avevano] mai assicurato alle masse lavoratrici"148.
Prese quindi la parola Morsero che rivolse un ennesimo appello alla popolazione: "Ancora una volta io vi rivolgo la mia parola nella fiduciosa speranza che essa scenda in tutte le coscienze e riporti in esse la fiamma dell'amore di patria in tempo opportuno e prima che sia troppo tardi, perché il nemico - lo vediamo ogni giorno di più - tende ormai ad accelerare i tempi per portarci ad una lunga schiavitù".
Seguirono le esortazioni di prammatica: alle donne, perché facessero "opera di chiarificazione e di persuasione tra il popolo"; ai lavoratori, perché avessero fede in Mussolini, che era sempre stato sensibile alle "necessità imperiose della massa operaia"; ai "camerati in armi" e, infine, a "certi fratelli che si ostinano ancora a restare in armi sulle montagne vivendo di insidie e di delitti", perché scindessero le proprie responsabilità da quelle di coloro che li tenevano "stretti e che, usciti dalle patrie galere il 26 luglio, [erano] dediti al furto, allo scasso e all'assassinio". Morsero concluse esortando "questi fratelli" a prendere atto del "generoso gesto di amnistia che il Governo Repubblicano [aveva] compiuto"149.
La nuova amnistia fissava come termine per la presentazione il 10 novembre. I due settimanali fascisti rivolsero, dalle loro colonne, i soliti appelli: "Che fanno ormai sui monti e nei boschi questi giovani, avvelenati da false dottrine create a bella posta dallo straniero e nemico per aver facile ragione su un popolo già abbastanza martoriato e diviso nei suoi figli ma che vorrebbe ridurre al più obbrobrioso servaggio? [...] Mancano poche ore! Sbandati e fuorilegge salvatevi ed accettate il perdono che generosamente vi viene offerto. Se rimarrete ancora insensibili e sordi alle voci veramente fraterne vi attende un pauroso domani!"150.
Ma la paura evidentemente ormai serpeggiava in altri animi: in quei mesi, nonostante i settimanali fascisti si affannassero a sostenere che "il fenomeno ribellistico [era] in declino"151, sulle loro stesse pagine si infittirono i necrologi per militi e brigatisti caduti sotto i colpi dei partigiani. È significativo, del resto, che né su "La Provincia Lavoratrice" né su "Il Lavoro Biellese" siano state pubblicate notizie di presentazione di "sbandati" in seguito all'amnistia. Solo nel numero del 30 novembre si può leggere che "di pari passo con l'azione militare il Commissario federale nella zona di Trino ha svolto un'intensa opera di propaganda, coadiuvato dall'intera brigata, riuscendo ad ottenere che centinaia e centinaia di sbandati si costituissero spontaneamente e venissero a chiedere di servire la Repubblica sociale col lavoro o con le armi"152. Il ricorso all'iperbole dimostra che la realtà era ben diversa. Nelle stesse parole pronunziate da Morsero il 28 ottobre si possono del resto cogliere dubbi sulla "vittoria finale".
Tuttavia la propaganda ha le sue regole: il 27 dicembre il delegato del Pfr per il Piemonte, Giuseppe Solaro, in visita a Vercelli, dove si erano radunati, per l'occasione, anche squadristi della compagnia di Biella, affermò che continuava "la presentazione ai comandi di centinaia e centinaia di sbandati". Ogni commento è superfluo.
Solaro, scrissero i due settimanali fascisti, poté rendersi perfettamente conto non solo della "condizione spirituale elevatissima" dei fascisti della provincia di Vercelli, ma anche "dei diversi sintomi di risveglio delle masse operaie"153. A questo proposito i due settimanali colsero l'occasione per tornare ad affrontare il tema della socializzazione. Tuttavia, ormai, il fallimento della politica del governo di Salò era evidente anche in questo campo, e non solo in quello militare. Infatti la legislazione sulla "socializzazione", la promessa riforma "popolare", non era andata molto al di là delle enunciazioni. Il programma elaborato dal ministro dell'Economia corporativa, Angelo Tarchi, dopo il Congresso di Verona del novembre 1943, aveva trovato l'opposizione del padronato, dei tedeschi e particolarmente degli operai, espressa con il massimo vigore a più riprese con scioperi che avevano mostrato che il regime non godeva prestigio tra i lavoratori e rivelato il totale disinteresse di questi per i programmi governativi.
L'opposizione al programma di socializzazione era stata così tenace ed energica che il governo fascista aveva deciso di sospendere ogni tentativo di dare attuazione ai progetti di Tarchi. Mussolini era tuttavia consapevole che il recupero del consenso operaio era l'ultima occasione che si presentava al fascismo per rifarsi una verginità, almeno in termini demagogici, e, nel gennaio 1945, tentò di rilanciare la "socializzazione".
Morsero lanciò quindi, attraverso le colonne de "La Provincia Lavoratrice", uno dei suoi magniloquenti appelli: "Io non dubito che in quest'ora difficile tutti i cittadini di questa valorosa ed industre provincia, disdegnando ogni e qualsiasi falsa e prezzolata propaganda, sapranno dare ancora una volta prova della loro maturità, del loro buon senso e del loro realismo, collaborando con lealtà piena alla esecuzione delle provvidenze [...] create esclusivamente per consentire al popolo tutto e alle masse lavoratrici in particolare di guardare con occhio più fidente il futuro. Ben operando in questo settore tutti avremo effettivamente concorso alla sicura resurrezione della Patria"154.
Il capo della provincia affrontò più volte l'argomento, anche nel corso di adunate di fascisti: "La socializzazione pone sullo stesso piano capitale e lavoro [...]. Le leggi sociali mussoliniane, umane ed equilibratrici, mira[no] alla tutela del lavoro e dell'economia nazionale per il benessere della collettività. Malgrado tutte le resistenze palesi ed occulte la socializzazione avrà la sua completa realizzazione [...] i datori di lavoro, i grandi capitalisti si convincano della necessità storica e si arrendano ad essa in una collaborazione leale. La massa dei lavoratori sia paziente, non si dia alla facile critica, collabori con serietà e buon volere per il suo migliore divenire economico-morale e non dia ascolto alla fallace propaganda comunista che non si attaglia allo spirito italiano. Indietro non si torna, anche in questo campo noi tireremo diritto"155.
I due settimanali fascisti dedicarono intere pagine all'illustrazione dei nuovi "importanti" provvedimenti del duce in materia economica. Si promisero case ai lavoratori, istituzione di mense di guerra, requisizione delle aziende di generi alimentari all'ingrosso, istituzione di cooperative di consumo in ogni paese156, si affermò che "i decreti di socializzazione di tutte le aziende industriali aventi almeno 100 operai e capitale di almeno 1 milione, sar[ebbero stati] promulgati entro la data del 21 aprile"157.
Un anonimo giornalista, infine, compiendo uno degli ultimi inutili tentativi di guadagnare l'interesse popolare alla politica economico-sociale dell'agonizzante regime, scrisse: "È provato ormai che la volontà mussoliniana tende particolarmente alla elevazione del popolo lavoratore [...]. Il popolo, solo il popolo, deve essere sovrano, preparatore del suo avvenire [...]. I lavoratori sanno ormai rendersi conto di questa nuova era che schiude nuovi e felici orizzonti al loro avvenire"158. Forse non immaginava quanto fossero profetiche le sue parole, quale nuovo futuro si sarebbe aperto di lì a poco, certo grazie ad altri ben diversi avvenimenti, alle genti della nostra provincia e dell'Italia intera.
Intanto, mentre gli ultimi fedeli a Salò si apprestavano a "difendere la valle del Po con le unghie e con i denti", gli organi fascisti richiamarono gli iscritti all'obbedienza e alla lotta: "Crediamo nel Duce, unico potentissimo faro di luce che illumina il nostro cammino [...] obbediamo con la consapevolezza che sulla nostra obbedienza si basa la forza e la sicurezza dell'oggi e del domani, combatteremo quando e dove sarà necessario, gettando tranquillamente, se occorre, oltre l'ultimo ostacolo, anche il dono più prezioso che la natura ci ha dato: la vita!"159. Tornavano le vecchie parole d'ordine: il "credere, obbedire, combattere" che era stato stampigliato a caratteri cubitali su tanti muri in tutte le contrade d'Italia.
Frattanto nuove notizie di "efferati delitti", di "vili attentati compiuti dai fuorilegge" comparvero con sempre maggior frequenza sui due settimanali fascisti160, costretti ad ammettere che buona parte del territorio della provincia era ormai controllata dai partigiani: ai fascisti non restava che sperare di essere al sicuro almeno in città: non poteva venir meno anche questa speranza! Invece proprio in città, nei pressi del posto di blocco della strada per Trino, il 2 marzo venne ucciso da un sappista addirittura il questore Sartoris "vittima di incomprensione e di odio fraterno"161 (alla fine del mese, a sostituirlo, giungerà da Novara un vice questore, Giovanni Amato)162.
Il delegato regionale Solaro non mancò tuttavia, ancora una volta, di tentare di tenere alto il morale dei fascisti: in un'adunata a Vercelli, il 16 marzo, "documentò la certezza della vittoria", sostenendo addirittura che le armate nazifasciste erano "ansiosamente attese al di là della barriera" e che "il giorno in cui le forze dell'Asse avessero riconquistato i territori occupati una marea di popolo osannante" avrebbe accolto "trionfalmente i veri liberatori"163.
Sulla "certezza della vittoria" ritornò "La Provincia Lavoratrice" del 24 marzo riportando, in un sottotitolo, una frase di Mussolini: "Nemmeno il più lontano dubbio ci sfiora circa l'esito di questa immane battaglia: noi vinceremo"164.
Morsero, nel suo discorso per la celebrazione dell'anniversario dell'adunata in piazza S. Sepolcro, facendo riferimento a queste parole, disse: "La presenza del Duce e la sua decisa volontà di vittoria costituiscono oggi più che mai la nostra garanzia e la nostra bandiera [...]. Il nostro bilancio è ancora attivo, anche se contro di noi e sovente intorno a noi sembrano aumentare le insidie, crescere i nemici e se si assottigliano le file". Invitò quindi a "non mollare" e a "proseguire sulla scia del passato senza ammainare le bandiere"165.
La fine della Repubblica sociale si avvicinava. Pochi giorni dopo, sui due settimanali della Federazione fascista apparve uno degli ultimi ordini: "Nella presente situazione ogni fascista repubblicano ha il dovere e il diritto di portare un'arma. Chiunque non corrisponda a questo dovere e non eserciti questo diritto è considerato disertore dei nostri ranghi"166. Nella stessa pagina de "La Provincia Lavoratrice" vi era un'ultima, retorica esortazione alla lotta: "L'attuale nostra situazione è indubbiamente difficile. Negarlo sarebbe ingenuo o in mala fede [...]. Occorre lottare? Ebbene lotteremo. Dovremo esporci a maggiori sacrifici? Ebbene siamo disposti anche a ciò. Ad una sola cosa non rinunzieremo mai: alla vittoria"167.

Piero Ambrosio


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