L'insurrezione
in provincia di Vercelli

Brevi cenni*



La provincia di Vercelli era divisa in due zone operative partigiane: la zona denominata "Biellese" (ma comprendente anche il Vercellese), che costituiva la 1a zona del Comando regionale piemontese del Corpo volontari della libertà, e la zona "Valsesia", che dipendeva direttamente dal Comando generale del Cvl, avente sede a Milano1.
Verso la metà di aprile del 1945 i tedeschi e i fascisti disponevano nel Biellese e nel Vercellese di forze ancora ingenti: si trattava, secondo i rapporti dei servizi informazioni partigiani, di duecento tedeschi e quattrocento fascisti a Biella, circa duecento fascisti a Cossato, circa cento a Salussola, ottanta a Valle Mosso, circa duecentocinquanta a Greggio, oltre quattrocento a Santhià, circa duecentocinquanta a Cigliano ed infine oltre cinquecento tedeschi e circa duemila fascisti a Vercelli. Inoltre vi erano ancora numerosi presidi mobili, in vari centri. Complessivamente quindi circa quattromilacinquecento uomini fortemente armati. Altri mille uomini circa erano dislocati nei presidi valsesiani di Varallo, Roccapietra, Quarona, Borgosesia2.
I partigiani schieravano nella zona "Biellese" sei brigate garibaldine: la 2a "Pensiero", la 75a "Maffei", la 182a "Camana", appartenenti alla V divisione "Piemonte", e la 50a "Valle", la 109a "Tellaroli", la 110a "Fontanella", appartenenti alla XII divisione "Nedo"; una brigata gielle, la "Cattaneo"; una brigata di polizia e due brigate Sap, una nel Biellese ("Graziola") e una nel Vercellese ("Boero"). Complessivamente circa cinquemila uomini, il cui armamento era però notevolmente inferiore a quello nazifascista. I partigiani delle brigate valsesiane "Nello", "Osella", "Loss" erano ormai prevalentemente stabiliti nel Novarese3; solo la brigata "Musati" operava sul lato destro del fiume Sesia, nella zona di Lozzolo.
Il piano insurrezionale prevedeva infatti che le formazioni delle divisioni "Fratelli Varalli" e "Gaspare Pajetta" partecipassero alla liberazione di Novara e proseguissero in direzione di Milano4.
Il 18 aprile a Biella vi furono alcune azioni isolate di sciopero5. Alle 13 il capitano Sora, comandante del battaglione della Guardia nazionale repubblicana "Pontida" in assenza del maggiore Zanotti (che era a Monza), telefonò al capo della provincia, Michele Morsero, che tre lanifici (Reda, Mello e Pagani) avevano scioperato e che la situazione era tesa. Aggiunse che, secondo informazioni ricevute, l'indomani ci sarebbe stato uno sciopero generale e che i partigiani avrebbero istituito posti di blocco per impedire agli operai di recarsi al lavoro6.
Morsero rispose di troncare sul nascere qualsiasi tentativo atto a turbare la tranquillità della zona e lo esortò all' "inflessibilità nell'agire". Poco più tardi il capitano Sora propose alla Prefettura un piano d'intervento contro lo sciopero così concepito: chiusura a tempo indeterminato degli stabilimenti, versamento da parte degli industriali delle paghe, per il periodo di chiusura, alla Prefettura, istituzione immediata del coprifuoco per tutta la popolazione dalle 16 alle 8 del mattino, obbligo ai direttori delle aziende di comunicare la situazione al comando del "Pontida". Morsero accolse con cautela le drastiche proposte e fece comunicare al capitano Sora di non fare passi avventati (testualmente disse di "non riscaldarsi troppo"); ordinò tuttavia che se vi fosse stato uno sciopero armato avrebbe dovuto fare immediatamente fuoco.
Poco dopo le 15 del 18 aprile Morsero, in contrasto con le disposizioni impartite al capitano Sora, ordinò a tutte le autorità politiche e amministrative della zona biellese e ai comandanti dei battaglioni "Pontida" e "Montebello" di "prevenire con energia e decisione disordini e astensioni dal lavoro, in seguito alla necessità di scovare una buona volta i sobillatori al soldo del nemico". Infine, verso le 18, il capo della provincia accolse la proposta del capitano Sora e ordinò al commissario prefettizio di Biella, Trabucco, di disporre, in caso di sciopero, la serrata e la sospensione dei salari.
Il giorno seguente scoppiò lo sciopero: i partigiani bloccarono le tranvie, gli operai che si presentarono furono mandati a casa dagli stessi industriali. Risulta inoltre da un rapporto di Giovanni Vogliolo, segretario della Federazione comunista biellese, che anche agenti di polizia in borghese abbiano collaborato a respingere gli operai ai cancelli delle fabbriche7. La notizia può essere interpretata in un solo modo: era interesse di alcuni gerarchi fascisti far riuscire lo sciopero perché avere le fabbriche vuote significava impedire agli operai di organizzarsi.
Lo sciopero si sviluppò anche nella valle di Mosso e in Valsessera8. Qui si svolse una imponente manifestazione popolare, a Pray, dove confluirono gli operai della valle, nel corso della quale parlarono i comandanti partigiani Franco Moranino e Cino Moscatelli.
Morsero, alla richiesta di istruzioni del segretario del fascio di Biella, Giraudi, raccomandò di prendere misure solo nei centri presidiati dalla Gnr. Successivamente, in seguito a disposizioni dell'alto commissario fascista per il Piemonte, Giuseppe Solaro, ordinò di fare resistenza passiva finché la popolazione si fosse mantenuta calma e di colpire i sabotatori, se individuati. Giraudi insistette invece per avere l'autorizzazione a procedere ad arresti di "persone segnalate" come responsabili degli scioperi. Il maggiore Zanotti, comandante del "Pontida", che si trovava a Vercelli in Prefettura, autorizzò il capitano Sora a prendere le opportune iniziative di repressione ma rifiutò di ordinare il coprifuoco, ancora richiesto dal capitano stesso e gli ordinò di bloccare l'intransigenza del segretario del fascio biellese e di arrestarlo se avesse tentato azioni avventate.
Più tardi Morsero ordinò di far sciogliere, se necessario facendo fuoco, i gruppi di più di cinque persone. Il capo della provincia diede l'ordine di sparare anche sugli operai di Vercelli che si fossero rifiutati di andare a lavorare: anche in questa città il 19 si erano infatti verificati casi di astensione dal lavoro9.
Il 20, alle 10.30, il commissario prefettizio di Biella telefonò al capo della provincia, riferendo che il lavoro era ripreso "adagino, ma in modo quasi normale", anche se si erano verificate delle incomprensioni: un tram carico di operai era stato rimandato indietro ad un posto di blocco; altri operai avevano trovato l'ingresso dello stabilimento chiuso perché era assente l'ufficiale addetto al posto di blocco, che teneva la chiave in tasca, ed erano quindi stati rimandati a casa; operai residenti nelle zone in cui vi erano state azioni di rastrellamento erano sottoposti al coprifuoco fino alle 6 del 21; diversi stabilimenti erano fermi per mancanza di energia; altri infine non avevano potuto riprendere il lavoro perché si erano presentati operai in numero insufficiente.
Alle 13 il commissario di Ps di Biella comunicò alla Prefettura i dati sullo sciopero: risultava che solo sette stabilimenti lavoravano parzialmente, mentre diciassette non lavoravano (in cinque gli operai non si erano assolutamente presentati)10.
Alle 15 Morsero chiese al commissario di illustrargli l'evolversi della situazione: questi rispose che in qualche stabilimento si era ripreso il lavoro, ma che la maggioranza degli operai continuava lo sciopero. Lo stesso commissario, poco dopo le 18, informò la Questura che l'attività lavorativa era stata ripresa "nella quasi totalità" degli stabilimenti di Biella.
Poco più tardi la Questura ordinò alla Confederazione del lavoro di disporre affinché gli industriali corrispondessero il salario solo a quei lavoratori che avessero ripreso il lavoro al massimo nel pomeriggio, per quanto riguardava Biella, e per chi aveva ripreso il lavoro nel pomeriggio del giorno precedente, o al massimo al mattino del 20, a Vercelli. L'ordinanza impegnava inoltre la Confederazione a "controllare efficacemente e diffidare i datori di lavoro perché una buona volta lealmente collabo[rassero] con le autorità, che vo[levano] ordine e giustizia". Inoltre i datori di lavoro che comunque avessero dato "anche indirettamente prova di solidarietà con l'inconsulto movimento di agitazione" sarebbero stati immediatamente arrestati e denunciati al tribunale speciale militare.
Atteggiamento duro nei confronti degli industriali era già stato manifestato la sera precedente da Morsero, che aveva comunicato al capitano Pasqualini, della Gnr, che avrebbe effettuato rappresaglie contro gli industriali.
Il capo della provincia il sabato precedente, 14 aprile, aveva convocato alcuni industriali del Biellese a cui aveva avanzato la richiesta di una decina di milioni. Secondo l'emittente partigiana "Radio Libertà", che divulgò la notizia nel corso della trasmissione del 17, la richiesta venne motivata con l'esigenza di acquistare alcuni cannoni11. La somma avrebbe dovuto essere consegnata entro martedì 17. Dal testo di una telefonata della Prefettura di Vercelli alla ditta Rivetti di Biella risulta che il conte Oreste Rivetti si sarebbe impegnato con il capo della provincia a fare da tramite presso altri industriali e a fare accettare la richiesta. Tuttavia, tre giorni dopo la scadenza, i milioni non erano stati consegnati né raccolti. Alle 19 del 20 aprile un funzionario della Prefettura telefonò all'industriale Ernesto Porrino per chiedere spiegazioni. Questi rispose che Giorgio Rivetti, in assenza dello zio, non aveva dato seguito alla questione. Poco dopo, Morsero chiamò personalmente Giorgio Rivetti, che non si fece trovare. Morsero reagì duramente: disse all'impiegato di avvertire l'industriale che "quello che non [aveva] fatto in 18 mesi [sarebbe stato] capace di farlo in un'ora". Ed aggiunse: "Alla malora il conte e i suoi seguaci". Ordinò infine di comunicare a Giorgio Rivetti di richiamarlo entro la sera stessa.
Il mattino successivo, alle 9, poiché il Rivetti non si era ancora fatto vivo, il maggiore Colamussi, della Prefettura, gli telefonò nuovamente. Rivetti rispose di non volersi assumere responsabilità. Intervenne quindi il procuratore della società, Rolando, che disse esplicitamente che le richieste del capo della provincia avevano incontrato una forte ostilità tra gli industriali e che - aggiunse - "domenica mattina mezza Biella ne parlava". Il conte, stante il malcontento che regnava, era partito per Milano. Il maggiore Colamussi incaricò quindi Giorgio Rivetti di avvertire lo zio che sarebbe stato meglio concludere al più presto "per evitare spiacevoli incidenti", e precisò che il capo della provincia era arrabbiatissimo e che non aveva "bisogno di quattrini ma di una dimostrazione di solidarietà in tempi così difficili".
Frattanto, il 19 aprile, i nazifascisti avevano scatenato l'ultima violenta offensiva12 contro le formazioni partigiane, allo scopo di liberarsi dall'accerchiamento e di paralizzare il lavoro di preparazione dell'insurrezione. Obiettivo secondario, ma non meno importante, era quello di individuare e distruggere gli impianti di "Radio Libertà"13, per togliere ai partigiani un efficace mezzo di comunicazione con la popolazione14.
L'attacco concentrico, da Biella e da Ivrea, si sviluppò contro la 75a brigata, e contro le due brigate della VII divisione Garibaldi "Aosta", la 76a e la 183a, dislocate a Sala, Torrazzo e Croceserra. Agli scontri, che si susseguirono per nove ore, partecipò anche un reparto della 182a brigata, accorso in aiuto dei compagni attaccati. A sera i partigiani si ritirarono. L'azione difensiva aveva ottenuto buoni risultati, causando la morte di una decina di nemici. Purtroppo anche tra i partigiani vi furono alcuni caduti, tra cui il comandante di battaglione Giuseppe Boggiani15.
L'attacco proseguì il giorno seguente. Sala, la "capitale" della Resistenza biellese, rimase indifesa e la trasmittente di "Radio Libertà" fu scoperta e fatta saltare16. Il paese rimase occupato fino al 2217.
Terminata l'azione sulla Serra, i nazifascisti decisero di attaccare la 2a brigata, nella valle del Cervo e nella valle di Mosso18. Questa formazione aveva potuto, il 19, agire in piena libertà appoggiando lo sciopero generale e il giorno successivo aveva cercato, su richiesta del comando della 75a brigata, di alleggerire la pressione esercitata contro le formazioni partigiane della Serra, invitando pattuglie a compiere azioni alle spalle dello schieramento nemico.
Il 23 i nazifascisti attaccarono Veglio Mosso: il contrattacco partigiano li respinse e li costrinse ad attestarsi a mezzo km dal paese. Negli altri settori le colonne tedesche e fasciste riuscirono a manovrare abilmente e a circondare la brigata partigiana. Il comando decise di aprire un varco nell'accerchiamento per ritirarsi, combattendo, verso la zona tenuta dalla XII divisione, la Valsessera, che era libera già dalla fine di marzo. Nel primo pomeriggio il reparto nazifascista che era stato bloccato a Veglio Mosso iniziò un massiccio bombardamento del paese che causò caduti tra la popolazione. Il grosso delle forze della 2a brigata ripiegò quindi verso Trivero.
Nella notte, alle 3, il comandante del presidio di Valle Mosso fece comunicare ai partigiani che intendeva arrendersi: la resa fu concordata per le 11.
Nella notte tra il 23 e il 24 i fascisti ed i tedeschi abbandonarono i quattro presidi valsesiani, dirigendosi verso Novara, e alle 4 del mattino furono attaccati dalla brigata "Osella" a Grignasco e Romagnano Sesia19.
All'alba del 24 i tedeschi lasciarono Biella20. La città era paralizzata dallo sciopero insurrezionale. I fascisti erano in parte asserragliati nelle caserme, in parte (la brigata nera) dislocati verso l'imbocco della strada per Vercelli. Uomini della Sap iniziarono a disarmare i militi dei posti di blocco. Il Cln si riunì d'urgenza, fin dal mattino, in seduta permanente. Collaboratori furono inviati ai comandi partigiani della 2a e della 75a brigata per informarli della situazione. I fascisti, abbandonati dai loro alleati, iniziarono trattative, tramite la Curia vescovile di Biella, per ottenere di uscire dalla città senza combattere, a condizione di non essere attaccati. L'intermediario, don Antonio Ferraris, ebbe dal Cln il consenso per la trattativa, e si recò, fra l'altro, a Cossato per ottenere che il battaglione "Montebello" si ritirasse senza attraversare Biella21.
Si esercitava così una forte pressione perché in Biella non vi fosse insurrezione. "Gli interessi degli industriali, quelli della missione alleata, delle forze politiche moderate, dei fascisti meno fanatici, più inclini a pattuire la salvezza che a vendere cara la vita, concorrevano a questo risultato", al quale verosimilmente si lavorava da giorni22.
L'ultima offensiva aveva inoltre agevolato i tedeschi, che, con l'allontanamento da Biella dei reparti partigiani, avevano potuto organizzare la ritirata. I fascisti si trovarono invece in una situazione meno buona, dovendo lasciare la città in pieno giorno e con le forze partigiane già in fase di riorganizzazione e di avvicinamento. La 75a brigata aveva infatti già inviato un battaglione nella zona di Occhieppo Inferiore, a poca distanza da Biella, e i battaglioni della 2a brigata si stavano spingendo verso la città su due direttrici, da Cossato (est) e da nord.
Il Cln decise di permettere ai reparti fascisti di lasciare Biella. Tra le 14 e le 16 la colonna (battaglioni "Pontida" e "Montebello" e reparti della brigata nera) abbandonò la città, uccidendo ancora, senza alcun motivo, tre civili, e iniziò il ripiegamento verso Vercelli, attaccata dalle pattuglie partigiane, fin dalla periferia della città e poi ripetutamente nella zona di Candelo e di Massazza. Alle 18 il battaglione Talpa della 2a brigata entrò in Biella, completamente libera, dove non vi furono neppure azioni di cecchinaggio.
Il giorno successivo, 25 aprile, Biella in festa rese omaggio ai partigiani. Il Cln si insediò ufficialmente come organo di governo provvisorio23, la missione britannica per l'Alto Piemonte "Cherokee" si installò all'albergo Principe, già sede del Comando piazza tedesco.
Nel pomeriggio vi fu un comizio in cui parlarono i comandanti partigiani Domenico Bricarello, Franco Moranino, Anello Poma e Bruno Salza24.
I festeggiamenti proseguirono il giorno successivo, nonostante il Cln avesse raccomandato, fin dal 24, di riprendere il lavoro. Il comitato deliberò poi, il 26, l'astensione dal lavoro fino al 1 maggio, stabilendo che i lavoratori venissero pagati comunque per i giorni dal 27 aprile al 1 maggio, facendosi carico il Cln stesso della corresponsione degli stipendi per i giorni 24, 25 e 26 aprile25.
Liberata Biella, si trattava di iniziare le operazioni previste dal piano E 27 per la liberazione del capoluogo di provincia e degli altri centri minori26. Lasciati alcuni reparti sulla Serra a protezione di Biella da truppe nazifasciste eventualmente provenienti dal Canavese e dalla Valle d'Aosta, il grosso della 75a e parte della 2a brigata si diressero verso Cavaglià e Santhià; la 182a brigata verso Vercelli, passando da Santhià; le brigate della XII divisione si mossero pure alla volta di Vercelli.
La sera del 25 Santhià era libera, anche se la situazione non era ancora sotto controllo: alcuni allievi ufficiali, a bordo di due camion, misero in atto una sparatoria terroristica e si dovette inoltre costringere alla resa un reparto a bordo di un treno blindato, carico di feriti, giunto nella notte da Novara. I tedeschi ed i fascisti della legione "Muti" approfittarono dell'occasione per fuggire. Gli alpini che si erano arresi invece erano passati in gran parte nelle file partigiane.
A Vercelli intanto fin dal mattino era entrata in azione la brigata Sap "Boero", mentre i reparti della 182a brigata e della XII divisione stavano compiendo la marcia di avvicinamento alla città27.
Il concentramento di forze nazifasciste nel capoluogo era consistente: un presidio tedesco di oltre cinquecento uomini e notevoli forze repubblichine: la brigata nera, soldati delle divisioni "Monterosa" e "Littorio", granatieri, militi della "Muti" e della Gnr e superstiti dei vari presidi.
La 182a brigata aveva avuto il compito di circondare il presidio tedesco, mentre le formazioni della XII divisione bloccavano la città da nord, est e sud.
Il mattino del 26 si svolsero trattative. Il capo della provincia fece comunicare ai comandi partigiani e al Cln la proposta di non combattere in città, che fu respinta, con un ultimatum per la resa o la partenza entro le 15.
Nel pomeriggio la colonna fascista, di oltre duemila uomini28, lasciò Vercelli in un inutile tentativo di fuga: attaccata ripetutamente da reparti partigiani e mitragliata dall'aviazione alleata, nella notte tra il 27 e il 28 sarà costretta dalla brigata valsesiana "Osella" ad arrestare la marcia nei pressi di Castellazzo Novarese. Il Comando zona Valsesia, considerando che nel Novarese non esistevano ormai altre minacce da parte di formazioni nazifasciste, provvide a spostare reparti delle brigate "Musati" e "Pizio Greta" intorno al paese, in cui la colonna si era arroccata. Il 28 furono iniziate trattative, che non approdarono a nulla. La resa fu imposta alle 7 del mattino seguente. I fascisti vennero disarmati e inviati in campo di concentramento a Novara29.
Intanto, nel pomeriggio del 26, verso le 17, a Vercelli era stato costretto alla resa anche il presidio tedesco. La sera stessa le brigate partigiane entrarono in città, dove erano rimasti solo gruppetti di fanatici cecchini, che furono ridotti al silenzio in un paio di giorni30.
In quello stesso giorno il 1o battaglione della 75a brigata aveva rastrellato la zona di Cavaglià, dove aveva incontrato moltissime pattuglie e sbandati fascisti che si erano arresi.
Il mattino del 27 due distaccamenti partigiani ottennero a Tronzano Vercellese la resa di duecentocinquanta alpini, fortemente armati. Iniziò inoltre l'attacco contro il presidio di Cigliano, composto da una cinquantina di allievi ufficiali e da circa duecento militari dell'esercito repubblicano, che opposero accanita resistenza. L'attacco durò tutto il giorno; due garibaldini caddero nell'azione. Alle 20 i fascisti si arresero.
Il mattino successivo, alle 3.30, le avanguardie della forte colonna nazifascista in ritirata dalla Liguria, da Torino e dalla Valle d'Aosta giunsero a Cigliano, in un primo tempo bloccate dalle postazioni partigiane, che furono però ben presto costrette a ripiegare. Nel corso della giornata la colonna occupò il paese e Tronzano Vercellese. La sproporzione di forze era enorme.
I partigiani ricevettero dal comando regionale l'ordine di impedire alla colonna di raggiungere Milano31. Furono pertanto avviate trattative: un primo incontro, avvenuto a Cigliano nel pomeriggio tra il comando tedesco e rappresentanti del Cln di Vercelli, cui premeva di interrompere la marcia dei nazifascisti verso la città, non ebbe alcun esito. Un secondo incontro ebbe luogo alle 20 a Tronzano Vercellese tra comandanti partigiani e comandanti nazifascisti, che rifiutarono ancora di arrendersi. Si stabilì però una tregua di ventiquattro ore. I tedeschi e i fascisti tentarono tuttavia di continuare i loro movimenti: furono allora fatti saltare i ponti sul canale Cavour e sul Naviglio.
I tedeschi occuparono Borgo d'Ale, Cavaglià, Salussola e Carisio, compiendo razzie e devastazioni e uccidendo due partigiani. La sera del 29, inoltre, i nazifascisti entrarono in Santhià, dove uccisero il presidente del Cln, alcuni civili e partigiani. All'alba del 30 attaccarono e circondarono una pattuglia della 2a brigata, massacrandola. Altri partigiani, che tentarono di portare aiuto ai compagni attaccati, furono uccisi nei campi. Sei cascine furono date alle fiamme e i loro abitanti trucidati. Il totale dei caduti di quelle tragiche giornate fu di cinquantasette tra partigiani e civili32.
Vi era a quel punto il rischio che i tedeschi decidessero di puntare su Biella. La missione inglese, preoccupata, propose un massiccio bombardamento; i partigiani si opposero con fermezza, per evitare di annullare tutti gli sforzi compiuti nei mesi precedenti per impedire devastazioni nella zona.
Vi è da aggiungere che, intanto, a Borgo d'Ale, la colonna era stata effettivamente attaccata dall'aviazione alleata. La minaccia degli ufficiali della missione di far intervenire nuovamente l'aviazione forse bastò a convincere il comando tedesco ad accettare di avviare trattative per la resa.
Buona parte della colonna si era intanto dislocata tra Livorno Ferraris, Moncrivello e in parte del Canavese, stabilendo il comando ad Ivrea. Il Cln di questa città e la missione alleata iniziarono i colloqui33.
Il 2 maggio gli americani giunsero a Vercelli. Il comandante del Corpo d'armata tedesco, generale Schlemmer, delegò un ufficiale del suo stato maggiore, il colonnello Faulmüller, a trattare. Il colonnello venne accompagnato, con scorta partigiana, a Biella, sede della missione alleata, dove, dopo una lunga trattativa, fu firmata la resa. Per i partigiani erano presenti: Felice Mautino "Monti", Domenico Bricarello "Walter" e Primo Corbelletti "Timo", in rappresentanza dei comandi di Ivrea, Biella e Aosta; per il Cln di Ivrea l'ingegner Giulio Borello; per gli Alleati il capitano Patrick Amoore, della missione, ed il colonnello americano John Breit, giunto nel pomeriggio a Biella.
La resa decorreva dalle 0 del 3 maggio: così finivano le azioni militari del 75o Corpo d'armata tedesco e dei reparti fascisti aggregati e finiva anche la Resistenza in Piemonte34. Le forze arresesi ammontavano, secondo un rapporto del 4 maggio, a sessantunmila tedeschi e dodicimila fascisti35.
Il 3 maggio iniziò un lento deflusso dei tedeschi da Ivrea verso Milano, attraverso Santhià e Cigliano: molti di essi si fermarono tuttavia ancora per parecchi giorni nell'Eporediese e nella zona di Viverone. I tedeschi e i fascisti si diedero ancora al saccheggio e il 4 tagliarono inoltre alcune linee telefoniche. Le formazioni partigiane controllarono le strade su cui si effettuava la ritirata e proseguirono le operazioni di rastrellamento di fascisti sbandati, isolati o a gruppi36.
Frattanto, fin dagli ultimi giorni di aprile, i tribunali militari avevano iniziato i procedimenti contro gerarchi e ufficiali fascisti imputati di tradimento e di collaborazione con il tedesco invasore. Vennero fucilati i responsabili dei più gravi crimini; tra essi l'ex capo della provincia, Morsero, giustiziato a Vercelli il 2 maggio37.
Vi fu chi, a proposito delle esecuzioni di fascisti nei giorni successivi alla liberazione scrisse falsità: fonti fasciste38, riprese poi in altre pubblicazioni39, parlarono di settecento "assassinati" nel Vercellese e di trecento nel Biellese. Non è certo possibile permettere che la storia acquisisca queste cifre inattendibili. È vero che è difficile il conteggio di quanti furono giustiziati per iniziativa di singoli o di gruppi40 ed è altrettanto vero che vi fu, in seguito alle stragi di Santhià e di Cavaglià, un clima di rabbia e di tensione: cinquantuno fascisti vennero fucilati per ritorsione a Vercelli41, altri venticinque, del Rau di Cigliano, a Graglia. Si ebbero poi alcune decine di condanne a morte, decise dai tribunali militari. Un totale quindi largamente inferiore alle cifre che alcune fonti fasciste hanno tentato di accreditare42.
Dopo la liberazione dei vari centri fu attuato il piano di normalizzazione della vita civile, messo a punto nei mesi precedenti. Le formazioni partigiane e le Sap assunsero, agli ordini dei vari Cln locali, il controllo delle zone liberate.
I Cln, assunti tutti i poteri, emanarono disposizioni per l'ordine pubblico e svolsero, tramite apposite commissioni, un notevole lavoro per l'assistenza ai civili e per garantire l'approvvigionamento di generi alimentari43.
A partire dal 25 aprile iniziò, nelle varie località liberate, l'attività legale delle rappresentanze sindacali.
Il 1 maggio, nonostante la minaccia ancora rappresentata dalla colonna nazifascista, si svolsero imponenti manifestazioni popolari: secondo i giornali dell'epoca a Biella vi parteciparono quindicimila persone, a Vercelli novemila, altre migliaia parteciparono alle manifestazioni negli altri centri. Iniziava il periodo della ricostruzione.

Piero Ambrosio

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