La Resistenza in provincia di Vercelli

Brevi cenni



Nei giorni successivi all'8 settembre 1943 si sviluppò in tutta la provincia di Vercelli una vasta opera di solidarietà verso gli ex prigionieri di guerra alleati e verso i militari dell'esercito italiano sbandati.
Da treni in sosta alle stazioni di Santhià e di Vercelli vennero fatti fuggire soldati prigionieri dei tedeschi che stavano per essere deportati in Germania e furono costituiti in varie località comitati per l'assistenza agli sbandati. Assai intensa fu l'opera di assistenza agli ex prigionieri alleati, alcuni dei quali vennero avviati ai valichi alpini e accompagnati fino al territorio elvetico, mentre altri furono ospitati per tutto il periodo dell'occupazione tedesca da famiglie di contadini e di operai e alcuni decisero di prendere parte alla lotta contro i nazifascisti nelle formazioni partigiane.
Intanto si gettavano le basi degli organismi che sarebbero diventati i comitati di liberazione: a Biella era operante da alcuni mesi il Fronte nazionale antifascista, a Varallo si costituì il Comitato valsesiano di resistenza.
I primi distaccamenti partigiani dedicarono i mesi autunnali all'organizzazione, all'approvvigionamento delle armi, delle munizioni e dei viveri e all'apprestamento di alcune basi in montagna. All'inizio si dovette - soprattutto nel Biellese - fare i conti con le posizioni "attendiste" di alcuni ufficiali dell'esercito, ma ben presto la situazione mutò radicalmente e i distaccamenti partigiani iniziarono le prime azioni contro le caserme dei carabinieri e i presidi fascisti.
La prima vera azione di guerra ebbe luogo a Varallo dove, il 2 dicembre, i garibaldini del distaccamento "Gramsci", comandato da Cino Moscatelli, attaccarono un contingente di camicie nere accasermato nel Municipio: i fascisti ebbero un morto, i partigiani alcuni feriti. Pochi giorni dopo, il 10 dicembre, i garibaldini biellesi attaccarono i fascisti che stavano deportando alcuni operai colpevoli di avere organizzato uno sciopero alla Filatura di Tollegno.
Queste azioni furono la premessa di un deciso intervento dei partigiani in appoggio agli scioperi che si svilupparono in Valsessera a partire dal 15 dicembre, e che sfociarono nello sciopero generale delle maestranze del Biellese e della Valsesia.
Le azioni partigiane e gli scioperi richiamarono l'attenzione delle "autorità" della Repubblica di Salò su quanto stava avvenendo in queste zone. I ripetuti appelli del capo della provincia, Michele Morsero, tendenti a ottenere contingenti di carabinieri, dell'esercito o della costituenda Guardia nazionale repubblichina ebbero risposta: venne inviato a Vercelli, e successivamente in Valsesia e nel Biellese, il 63o battaglione "Tagliamento" che si rese responsabile di efferati massacri, incendi, saccheggi fin dai primi giorni della sua attività nella nostra provincia.
Il 22 dicembre a Borgosesia furono trucidati, dopo una notte di torture, dieci collaboratori del movimento partigiano (tra essi l'ex podestà di Varallo, l'industriale Giuseppe Osella, e un quindicenne, Mario Canova). Altri fucilati, per rappresaglia o semplicemente per intimidire la popolazione, si ebbero a Crevacuore, Cossato e Valle Mosso. A Biella, sempre il 22 dicembre, i tedeschi fucilarono cinque civili e due partigiani (uno riuscì a salvarsi).
Il 15 gennaio 1944 si costituì la brigata Garibaldi "Biella", la seconda d'Italia, formata dai sei distaccamenti biellesi e dal distaccamento valsesiano. Il 18 febbraio, quest'ultimo, notevolmente ingrossatosi, costituì la 6a brigata garibaldina.
I primi mesi del 1944 furono contrassegnati da continui attacchi e rastrellamenti di tedeschi e fascisti per distruggere le unità partigiane, che erano riuscite perfino a occupare paesi, come nel caso di Postua.
Il 19 gennaio iniziò il primo grande rastrellamento contro le formazioni valsesiane, dislocate nella zona del monte Briasco, che riuscirono a filtrare attraverso le "maglie" dell'accerchiamento e a ricongiungersi, stabilendo la nuova sede nell'alta Val Mastallone e il comando a Rimella. I fascisti sfogarono l'ira incendiando baite e razziando bestiame.
Il 20 febbraio, dopo alcuni rapidi attacchi nelle valli dell'Elvo, del Cervo e in Valsessera, i nazifascisti svilupparono un attacco in forze contro i distaccamenti biellesi, che ebbero undici morti, per lo più fucilati dopo la cattura, e diversi feriti. Pochi giorni dopo, il 24, cadde il comandante della brigata, Piero Pajetta "Nedo". I distaccamenti uscirono assai provati dai combattimenti ma mantennero la loro coesione. Venne deciso lo spostamento a Rassa, in Valsesia, per riorganizzare le forze. Qui, però, le formazioni biellesi furono investite da un nuovo rastrellamento, il 12 marzo, che costò la vita a diciotto partigiani.
Nel mese di aprile, il giorno di Pasqua, furono nuovamente attaccate le formazioni valsesiane.
La primavera, creando condizioni favorevoli alla guerriglia, consentì una rapida ripresa, favorita anche dall'affluenza di nuove "reclute", di giovani che non vollero rispondere al bando di Graziani per l'arruolamento nelle file "repubblichine", preferendo salire ai "distretti della montagna". Ma il tributo di sangue fu ancora oneroso. Le perdite più ingenti si ebbero: a Curino in Valsessera dove, l'8 maggio, nove partigiani caddero in un'imboscata; a Mottalciata dove, il 17 maggio, tre partigiani furono uccisi in combattimento e diciassette fucilati dopo la cattura, infine a Biella dove, il 4 giugno, vennero fucilati ventidue partigiani catturati in un rastrellamento nella valle dell'Elvo.
Anche il nemico, però, ebbe in questi mesi numerose perdite: in uno scontro nei pressi di Quarona, al ponte della Pietà, il 6 aprile caddero ventun legionari; sulle colline della Serra il 25 maggio una colonna tedesca ebbe venti morti e una cinquantina di feriti.
L'estate segnò una svolta per il movimento partigiano. Il 10 giugno la Valsesia venne interamente liberata: fu questa la prima delle zone libere che ben presto sorsero un po' dovunque nel nostro Paese. Anche la Valsessera fu, per lunghi periodi, occupata stabilmente dai partigiani.
Ai primi di luglio iniziò la controffensiva nazifascista. Il 2 e il 4 si combatté per la difesa della zona libera valsesiana; ma il nemico, superiore per forze e mezzi, ebbe il sopravvento. I garibaldini dovettero ripiegare. Il 14 luglio ad Alagna, ai piedi del Monte Rosa, furono fucilati sedici partigiani (alcuni erano ex carabinieri).
Il rastrellamento interessò anche la Valsessera che venne investita da un forte attacco: i partigiani biellesi resistettero e combatterono per tre giorni (dal 5 al 7 luglio) nei pressi di Crevacuore: nel corso dello scontro frontale contrattaccarono persino, e ripetutamente.
Il periodo, anche se breve, in cui le popolazioni della Valsesia e della Valsessera assaporarono la libertà dopo venti anni di dittatura fascista, i frequenti interventi dei partigiani e la costante vicinanza crearono una stretta unitÓ tra combattenti e popolazione. Proliferarono i comitati di liberazione che assunsero compiti di amministrazione civile, operando quali organi di potere democratico. Il Cln di Biella divenne uno dei più efficienti del Piemonte: si calcola che raccolse e distribuì fondi per un ammontare di circa 120 milioni di lire; altri ingenti contributi furono raccolti dai Cln di zona: il comitato della Valsessera, a esempio, gestì all'incirca altri 34 milioni.
Intanto le formazioni valsesiane, riorganizzatesi dopo la "Caporetto di Alagna", cominciarono a operare stabilmente nella pianura novarese; anche le formazioni biellesi applicarono la tattica della "pianurizzazione": si posero obbiettivi ambiziosi di attacchi in forze a grosse unità e a presidi fascisti. Fu, a esempio, concordata con formazioni valdostane un'azione mirante a liberare la valle di Gressoney. Toccò principalmente ai battaglioni biellesi condurre l'operazione.
Ma l'azione riusci solo in parte: il distaccamento "Caralli", che aveva attaccato Lillianes, fu costretto a ritirarsi perché da Ivrea arrivarono rinforzi fascisti, mentre il distaccamento "Bixio" riusci a espugnare il presidio di Issime e a conquistare un ingente quantitativo di armi. Le perdite furono contenute nonostante l'asprezza dello scontro: undici morti e una decina di feriti.
Nei mesi di agosto e settembre, grazie a un ulteriore accrescimento degli effettivi, furono costituite nuove brigate, raggruppate in divisioni. Nel frattempo, cominciarono a essere paracadutate nel Biellese missioni alleate: dapprima la "Bamon", composta da ufficiali italiani; poi la missione britannica "Cherokee", che ebbe giurisdizione su tutto l'alto Piemonte.
La "Cherokee" dispose di effettuare un grande lancio di armi che avvenne nei pressi della frazione Baltigati di Soprana (Valsessera) il 26 dicembre, in pieno giorno: fu un lancio spettacolare, effettuato da ventiquattro quadrimotori. Il giorno precedente, intanto, la 75a brigata aveva occupato il paese di Cigliano e catturato cinquanta fascisti e un notevole bottino di armi, tra cui tre mortai da 81. Di questa operazione, compiuta in modo fulmineo, che costò solo tre feriti non gravi, diedero notizia le radio di Londra e di Mosca.
Il proclama del generale inglese Alexander, il comandante delle truppe sul fronte italiano, che invitava i partigiani a sospendere le operazioni e a svernare a casa, e la stasi sul fronte della linea gotica favorirono i nazifascisti, che ai primi di gennaio scatenarono un'offensiva di grande stile contro le brigate biellesi. I partigiani non si fecero, però, sorprendere e, anziché ripiegare verso le montagne, fecero il vuoto di fronte all'avanzata e iniziarono azioni di disturbo alle spalle dello schieramento nemico.
Le azioni delle pattuglie e dei nuclei di guastatori delle brigate garibaldine e della brigata Giustizia e Libertà "Cattaneo" (che, proveniente dal Canavese, si era insediata nel Biellese durante l'estate) assunsero dimensioni tali da costituire una vera e propria controffensiva che arrivò fino alla periferia di Vercelli.
Il culmine delle operazioni invernali si ebbe il 1 febbraio: sulla Serra si svilupparono aspri combattimenti noti come "la battaglia di Sala". Si lottò duramente lungo un fronte assai esteso, impegnando tutte le formazioni presenti: la 75a e la 182a brigata, composta prevalentemente da vercellesi; la brigata Gl; la 76a brigata "Aosta" (quest'ultima era stata originata dal distaccamento biellese "Caralli" e in quel periodo era tornata, anche se provvisoriamente, nelle sue basi originarie).
Minime furono le perdite partigiane, consistenti quelle dei nazifascisti; esemplare fu il comportamento della popolazione che, dopo lo "sganciamento" dei partigiani, fece sparire ogni traccia della loro presenza, occultando il materiale e i feriti che non potevano essere evacuati.
Nelle settimane che seguirono, fu un succedersi di attacchi, scontri, episodi che fiaccarono i fascisti. Inoltre i partigiani combattevano anche con l'arma della propaganda: a questa azione contribuì fortemente l'emittente "Radio Libertà" che riuscì a contrastare la vasta opera di disinformazione compiuta dalla emittente nazifascista "Radio Baita", a smentire le notizie contrarie ai partigiani, a intaccare il morale dei fascisti e dei tedeschi, diffondendo notizie sulla distruzione di città in Germania e sulle sconfitte dell'esercito nazista sui vari fronti. Dalle formazioni fasciste iniziarono le diserzioni in massa: a gruppi gli alpini delle divisioni "Monterosa" e "Littorio" si affrettarono a raggiungere i reparti partigiani.
Il 9 marzo, a Salussola, avvenne l'ultimo eccidio perpetrato dai fascisti: dopo orrende torture, ventun partigiani furono fucilati. In risposta il Cln di Biella ordinò lo sciopero generale di protesta (l'ordine venne trasmesso da "Radio Libertà") che si effettuò imponente in tutte le fabbriche.
In marzo e aprile si organizzò la difesa delle fabbriche, in vista dell'abbandono della zona da parte dei nazifascisti. Il 24 aprile Biella era libera; il 25 veniva liberata Santhià, il 26 Vercelli. Le formazioni valsesiane, intanto, liberavano Novara e puntavano diritte su Milano

Il corpo d'armata firma la resa

Ma le vicende belliche per la provincia di Vercelli non erano ancora finite: una grossa colonna di tedeschi in ritirata da Torino verso Milano, si fermò nella zona di Cavaglià, Santhià e Salussola e in parte del Canavese, compiendo rapine e devastazioni.
Il 29 aprile a Santhià i tedeschi uccisero il presidente del Cln e tre garibaldini; il giorno successivo, all'alba, assalirono un distaccamento della 2a brigata, uccidendo partigiani e civili. In queste tragiche giornate di sangue si ebbero in totale cinquantasette caduti.
La colonna, attestatasi sulle colline di Viverone, accettò infine la resa dopo che la missione alleata aveva minacciato di far intervenire l'aviazione. Il 2 maggio a Biella fu firmata la resa del 75o corpo d'armata tedesco e delle divisioni fasciste dipendenti.
La guerra era veramente finita.

Piero Ambrosio