Le forze armate della Rsi
in provincia di Vercelli

La Guardia nazionale repubblicana



21-22 dicembre 1943: il 63° battaglione “M” a Borgosesia

Perché il 21 dicembre 1943 il 63° battaglione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (da poco incorporata nella costituenda Guardia nazionale repubblicana), comandato da Merico Zuccari, giunse a Borgosesia? E perché il giorno seguente fucilò dieci antifascisti?
Vi è chi - ancora recentemente - ha sostenuto che “i fatti di Borgosesia del 22 dicembre erano stati preceduti e forse anche provocati dai fatti del 2 dicembre a Varallo” e che l’arrivo e l’impiego del reparto era stato provocato dall’uccisione di un appartenente alla Milizia avvenuta durante quello scontro a fuoco.
Come è noto il 2 dicembre 1943 a Varallo un gruppo di partigiani di Moscatelli aveva attaccato un reparto di camicie nere inviato a costituire un presidio.
“La Resistenza in Valsesia è cominciata quella sera. Morsero che si allarma: in Valsesia si spara. C’è un morto. E arriva la Tagliamento”.
Non solo questa ricostruzione è imprecisa (la Resistenza in Valsesia iniziò il 29 ottobre, con la liberazione di Moscatelli dalla caserma dei carabinieri, dov’era stato trattenuto per ordine del comando tedesco, che intendeva tradurlo a Vercelli) ma l’affermazione secondo cui vi fu un rapporto di causa-effetto tra i due episodi di dicembre non ha fondamento: sembra evidente infatti che se il reparto fosse stato inviato in Valsesia in conseguenza dell’episodio varallese sarebbe stata insanguinata una piazza di quella città e non di Borgosesia.
La prova che le cause furono precedenti è nota da tempo: in documenti della Prefettura (conservati nell’Archivio di Stato di Vercelli), relativi a quel periodo, che pubblicai nel dicembre 1983 ne “l’impegno”, con il titolo Dicembre 1943: iniziano le azioni contro i “ribelli”, è ampiamente comprovato che il capo della Provincia, Michele Morsero (che era giunto a Vercelli, inviato dal governo della Repubblica sociale, il 25 ottobre), aveva iniziato a richiedere rinforzi già dal mese di novembre e - in un crescendo parossistico - a partire dal 1 dicembre si era rivolto al generale Gastone Gambara, capo di stato maggiore dell’Esercito, a Francesco Maria Barracu, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, al Comando militare regionale di Alessandria, a Valerio Paolo Zerbino, capo della Provincia di Torino, al Comando della Legione dei Carabinieri di Torino, al comando della Zona della Milizia di Torino, al Comando generale della Gnr, alla Direzione generale della Polizia, ad Archimede Mischi, comandante generale dei Carabinieri, al Comando tedesco della Piazza di Vercelli.
Infatti in Valsesia e nel Biellese l’attività partigiana si stava intensificando e si erano verificati altri episodi che avevano impressionato fortemente i tedeschi ed i fascisti: la sera dell’11 dicembre, a Ponzone, era stato ucciso dai partigiani il locale commissario del fascio, Bruno Ponzecchi, direttore del Lanificio Giletti; il 16 numerosi “ribelli armati” avevano compiuto azioni a Varallo e Borgosesia e Cino Moscatelli aveva parlato alla folla. Intanto gli operai, appoggiati dai partigiani, avevano cominciato le astensioni dal lavoro (fin dal 10, quando era scoppiato il primo sciopero a Tollegno).
Ma i vertici della Rsi erano in difficoltà: i ministeri e i comandi militari non riuscivano a coordinarsi tra di loro e con gli organismi tedeschi: le richieste d’invio di reparti erano state per il momento senza risposta. Tuttavia Morsero non aveva desistito: il 14 dicembre si era rivolto al ministro dell’Interno, Guido Buffarini Guidi: “Ribelli in questa Provincia et particolarmente zona Biellese et Valsesia da oltre una settimana continuano con crescendo attività terroristica con incendi stabilimenti assassinii ferimenti ruberie con gravi danni economia locale et nazionale”. La sera del 15 dicembre, dopo aver ricevuto nel pomeriggio la notizia dell’occupazione delle fabbriche di Crevacuore “da parte dei ribelli” e l’informazione che questi l’indomani avrebbero promosso uno sciopero anche degli operai di Pray, aveva telefonato al segretario particolare del ministro dell’Interno, facendogli presente che la questione diventava sempre più grave e ripetendo la richiesta di “almeno 200 uomini bene armati”.
Dopo tanta insistenza, le richieste di Morsero furono accolte: il 19 dicembre giunse a Vercelli, proveniente da Chiari, in provincia di Brescia, il 63o battaglione “M”, il cui comandante era un fanatico che, subito dopo l’8 settembre, prima ancora che fosse proclamata la Repubblica sociale, si era messo al servizio dei tedeschi.
Il mattino del 21 dicembre Morsero inviò a Zuccari le proprie direttive: recarsi in Valsesia, “pacificarla” e spostarsi nel Biellese, per far riprendere il lavoro agli operai che avevano scioperato. Zuccari (che firmò i bandi emessi in quei giorni come comandante militare della Valsesia) adottò “misure di rigore” che riguardavano: Varallo, Borgosesia, Crevacuore, Pray, Valle Mosso, Mosso Santa Maria, Cossato, Masserano, Quarona, ovvero tutta la zona in cui si erano sviluppati scioperi e in cui più minacciosa era la presenza partigiana.
Il 22 dicembre, alle 11, Zuccari comunicò a Morsero con un fonogramma “di aver giustiziato n. 10 fra partigiani e favoreggiatori compreso il Podestà di Varallo” e che le operazioni sarebbero proseguite “secondo note disposizioni impartite Eccellenza”. Il battaglione si spostò quindi a Crevacuore e successivamente a Cossato, dove si erano verificate azioni partigiane e manifestazioni popolari. Qui Zuccari emanò un bando che prevedeva la pena di morte per chi non si fosse presentato al lavoro e fece fucilare due operai.
Il giorno seguente Morsero - dopo aver disposto l’affissione di un manifesto nei comuni citati (a cui aggiunse Serravalle Sesia) in cui ordinava “la immediata ripresa del lavoro in tutti gli stabilimenti, officine, ecc.” e minacciava di morte chiunque avesse ostacolato l’ordine - comunicò al Ministero dell’Interno: “Giornata odierna trascorsa senza incidenti rilievo punto Misure energiche adottate hanno fatto sì che buona parte operai ha ripreso oggi lavoro et si prevede che domani tutti stabilimenti funzioneranno regolarmente punto”. L’uccisione del milite a Varallo non sembra aver costituito in quei giorni l’assillo più grande per Morsero.
Infine: la minaccia contenuta nel bando “l’uccisione di un militare della Guardia Nazionale Repubblicana o di ogni altro agente della forza pubblica o di un militare germanico costerà la vita a 10 individui del luogo” fu attuata in seguito all’uccisione avvenuta a Borgosesia il 21 dicembre di (non uno ma) due militi del 63° battaglione. Vero è che tra i fucilati figuravano anche tre varallesi, ma evidentemente Zuccari non faceva questioni di campanile.

Piero Ambrosio (dicembre 2010)