Cesarina Bracco

Evaso



Il messaggio ricevuto da radio Londra era finalmente positivo: un lancio di armi e munizioni sarebbe avvenuto quella notte nella piccola zona pianeggiante della Serra che da Sala Biellese porta a Croce Serra.
I partigiani della 75a brigata avevano preparato con cura il campo di lancio, avevano tagliato le piante per facilitare il recupero dei "containers", poiché nulla doveva andare perduto, avevano portato della paglia e l'avevano disposta a mucchi. Non appena gli aerei si fossero trovati nella zona di lancio, i fuochi si sarebbero accesi al segnale convenuto e la luce vivida delle fiamme avrebbe segnalato il punto giusto per lo sgancio. Le pattuglie partigiane controllavano tutte le strade di accesso, il battaglione Vercelli e il battaglione Bixio erano pronti per ogni eventuale attacco nemico.
Un'euforia insolita regnava in tutti i distaccamenti. I lanci erano pochi, le armi e le munizioni non bastavano mai; i giovani che venivano in montagna per combattere contro il fascismo erano molti, ma quasi tutti giungevano disarmati: i partigiani dovevano lottare e combattere duramente per conquistarsi le armi. Se armati, si sarebbe potuto resistere a lungo in caso di attacco nemico inoltre, la certezza di avere munizioni dava coraggio e sicurezza. Si attendeva perciò la notte con ansia: una notte piena di speranze.
Anche noi staffette andammo al campo, vedemmo i partigiani disposti a gruppi attorno ai mucchi di paglia pronti per essere accesi al segnale del maggiore inglese.
Nell'attesa ci avvicinammo ad un gruppo di partigiani che sostava al bordo del campo e tra essi riconoscemmo Evaso.
Evaso era un partigiano ormai noto a tutti per la sua incredibile e terribile avventura: fucilato a Biella per rappresaglia con altri sei compagni di sventura, si era salvato.
Per noi ragazze era l'uomo delle cose impossibili, come i protagonisti dei racconti di avventure della nostra adolescenza, perciò la curiosità prevalse sul buon senso e, senza pensare che le nostre domande avrebbero potuto fargli ricordare momenti terribili e drammatici, gli chiedemmo di raccontarci la sua vicenda. Lui ci guardò con occhi buoni, quasi commosso del nostro interessamento, mentre avrebbe dovuto mandarci al diavolo perché non era la prima volta che gli facevamo raccontare quella triste storia, ma forse lo facevamo perché il suo modo di raccontare con semplici parole infondeva in noi la speranza di avere il suo stesso coraggio.
Anche altri partigiani del gruppo si erano avvicinati ed Evaso cominciò a parlare.
Evaso faceva parte del distaccamento Mameli, uno dei primi distaccamenti operanti sulle montagne biellesi. Il 21 dicembre 1943, a Pavignano, in un'azione contro i tedeschi, venne catturato con un altro compagno e portato a Biella all'albergo Principe, sede del comando tedesco, dove furono sottoposti ad interrogatori e a torture. Erano i primi partigiani che i tedeschi riuscivano a catturare e da essi speravano di avere tutte le informazioni. Il comandante tedesco guardava sprezzante il giovane partigiano che gli stava di fronte: non aveva divisa, i pantaloni e la giacca erano quelli di tutti i giorni, la camicia e la maglia che si intravedevano erano povere cose se paragonate all'impeccabile divisa tedesca: egli vedeva in lui non un soldato, ma un bandito. Pensò certamente che sarebbe stato facile farlo parlare accompagnando ogni domanda a colpi vibrati con il calcio del fucile, ma la bocca del partigiano rimase chiusa anche quando cominciarono a infierire con uno staffile di gomma: solo qualche gemito soffocato dal sangue che usciva dalla bocca.
La stessa sorte toccò all'altro partigiano, mentre Evaso veniva trascinato via e portato in una camera vicina.
Durante la notte vennero sottoposti nuovamente alle torture, Evaso sentiva che le forze stavano per mancargli e disse ai suoi aguzzini: "Ammazzatemi subito, tanto non parlerò". "Sarebbe troppo comodo morire così presto, ne vedrai ancora delle belle!", gli venne risposto.
La lunga notte piena di dolore e di angosciosa paura passò lentamente; alle prime luci dell'alba la porta si aprì nuovamente e i due ragazzi ebbero un sussulto pensando a nuove torture, ma l'interprete tedesco li informò che sarebbero stati fucilati in mattinata. È triste morire a diciotto anni, ma la morte parve loro come una liberazione dopo tutto il male subito.
La mattina del 22 dicembre, i due partigiani vennero brutalmente sospinti verso un gruppo di civili presi per rappresaglia: lo sguardo degli uomini si posò su di loro, in esso vi era un'immensa pietà e una profonda angoscia.
Il gruppo si incamminò sulla via della morte in un greve silenzio, rotto solo dai passi cadenzati del plotone tedesco, verso piazza San Cassiano. I portici della vecchia Biella segnavano la fine del cammino: i due partigiani e il gruppo di civili furono schierati vicino ad una fontanella. L'interprete si avvicinò chiedendo quale fosse il loro ultimo desiderio: qualcuno lo guardò come se non si rendesse conto di quello che stava per accadere, altri consegnarono alcuni documenti da recapitare ai familiari, Evaso chiese di poter bere un bicchier d'acqua, sentiva la gola arsa, ma gli venne rifiutato.
Vide schierarsi il plotone di esecuzione poi il capitano ordinò loro di alzare le mani; le torture lo avevano portato a pensare: "Meno male, fra un attimo tutto sarà finito". Sentì l'ordine secco: "Caricate! Puntate!...", a questo punto il racconto di Evaso si interruppe all'improvviso; egli non pronunciò la parola "fuoco" quasi volesse, anche solo per un istante, fermare la morte di tutti i suoi compagni.
Sentimmo un brivido, nessuno osò parlare o farlo proseguire, avremmo voluto che quel greve silenzio fosse rotto improvvisamente dal rumore degli aerei, ma Evaso proseguì e, quasi in un sussurro, disse: "Fuoco!".
La scarica uscita dalle armi aveva riempito la piazza ripercuotendosi su tutta la città e salendo poi, come un rornbo minaccioso verso le vallate biellesi, poi ancora più su, fino all'ultima casa, portato dalla gente.
La rappresaglia voluta per intimorire la popolazione ebbe effetto contrario a quello sperato dai nazifascisti: se una parte della popolazione si lasciò sopraffare dalla paura, la presa di coscienza della gente per la lotta contro la violenza, il terrore, le rappresaglie, si fece man mano sempre più forte e l'indignazione per le vittime innocenti portò quasi tutta la popolazione a dare il proprio aiuto alle formazioni partigiane.
Sette corpi giacevano a terra, uno accanto all'altro, nell'agonia della morte. Evaso sentiva un forte dolore al fianco e un forte senso di nausea lo invase, poi sentì le urla della gente, costretta ad assistere all'esecuzione, le grida del capitano e dei suoi camerati.
Nella sua mente, in quell'istante, passarono domande angosciose unite ad un senso di incredulità. Istintivamente provò a muovere le dita della mano e vi riuscì, aprì leggermente un occhio e vide il capitano tedesco avvicinarsi con la pistola in pugno per dare il colpo di grazia alle vittime. Capì in quel terribile momento di essere vivo e di dover morire un'altra volta; rimase immobile in attesa del secondo supplizio, sentì i passi avvicinarsi sempre più e poi la presenza del tedesco accanto a lui. In quell'istante il suo compagno ebbe un fremito, si mosse: il tedesco scaricò la pistola su di lui poi proseguì verso gli altri, dimenticando Evaso, il primo della fila.
Il massacro era compiuto.
Una parte dei tedeschi si allontanò, passando tra la gente sbigottita, tra gli sguardi pieni di odio di coloro che avevano assistito all'esecuzione. Tre tedeschi rimasero sul luogo.
Alcune donne si avvicinarono ai corpi, pietosamente. Una di esse, chinandosi su Evaso, disse: "Ma questo è ancora vivo, guardate, respira ancora!". A quelle parole Evaso, con uno sforzo supremo tentò di alzarsi. Le donne si strinsero subito una vicino all'altra per coprirlo alla vista dei tedeschi dicendo: "No, no, stai giù, ci sono ancora i tedeschi, non ti muovere!". Con mossa frettolosa, una di esse si tolse la sciarpa dal collo e gli coprì il viso, ma Evaso, se un attimo prima aveva accettato la morte come una suprema liberazione, ora, sentendosi vivo, si aggrappò disperatamente alla vita, ai suoi diciotto anni, cercando la salvezza.
Si alzò di colpo, senza pensare alle ferite, e si mise a correre verso l'albergo che si trovava sul fondo della piazza. Entrò nel cortile e si infilò per le scale cercando di aprire le porte chiuse dalle persone spaventate: l'unica porta che trovò aperta era quella di un gabinetto e vi si rifugiò, ansante, appoggiandosi al muro per riprendere fiato. Avvertì solo in quel momento il sangue che colava copioso dalla ferita nel fianco, ma non ebbe il tempo di pensare.
I passi inconfondibili del tedesco che lo inseguiva si fecero sentire per le scale, poi vide la maniglia della porta abbassarsi. Fu un momento terribile, trattenne il fiato per controllare il fremito convulso che lo invadeva e con voce calma, disse: "Occupato". Il tedesco, forse convinto dal tono della voce, si allontanò dirigendosi verso altre porte.
Evaso cercò disperatamente una via d'uscita: non poteva rimanere chiuso in quella trappola, voleva dire fare la fine del topo. Il tedesco, non trovando nessuno nelle camere, si sarebbe insospettito e allora, per lui, sarebbe stata finita. L'aveva scampata due volte, doveva farcela anche la terza.
Lentamente aprì la porta, con l'orecchio teso ad ogni rumore sospetto, poi vi si appiattì dietro cercando di occupare meno spazio possibile. Forse la semplicità di tutto questo convinse il tedesco che, al ritorno, nel vedere la porta aperta, proseguì le sue ricerche in altri posti, non immaginando che chi stava cercando era lì, a due passi da lui.
Il tempo passò lentamente: i minuti come ore, le ore come eternità; in quegli attimi era certo di vivere tutta una vita.
Cercò di tamponare la ferita che continuava a sanguinare, arrotolando la camicia su di essa. Non aveva più la nozione del tempo. Provò a contare le ore da quando era uscito dall'albergo, ma non ci riuscì. Pensò: "Potessi almeno bere un bicchiere d'acqua! Mi hanno rifiutato anche un bicchier d'acqua prima di morire".
Sentiva forti dolori in tutto il corpo: le lotte, le torture, la ferita e, soprattutto, la sete. Poi, finalmente, il silenzio scese su tutto.
Cautamente decise di uscire dal suo nascondiglio e, sforzandosi di rimanere calmo, cominciò a scendere le scale. Si sentiva come un animale ferito inseguito dai cani e solo la volontà di uscire al più presto da quella situazione ormai insostenibile lo fece proseguire.
Ebbe un sussulto vedendo di fronte a sé un civile: era il proprietario dell'albergo che si avvicinò subito al giovane cercando di sostenerlo. Evaso chiese un po' d'acqua, mentre le forze stavano per abbandonarlo: l'acqua fresca gli portò un po' di sollievo e bevve avidamente un bicchiere dopo l'altro poi, sentendosi meglio, chiese di uscire senza passare dalla piazza.
L'uomo lo accompagnò sul retro della casa: un muro divideva il cortile da una via secondaria, ma per Evaso era insormontabile, gli mancava ormai la forza di arrampicarsi. La chiesa vicina poteva essere un nascondiglio sicuro, così si diresse verso una porta secondaria che immetteva nella canonica. Il parroco accorse subito, ma il terrore delle rappresaglie ebbe il sopravvento sulla pietà: li pregò di allontanarsi perché i nazisti avrebbero bruciato la chiesa se vi avessero scoperto un partigiano e li accompagnò, scusandosi, verso l'uscita.
Barcollando, Evaso si incamminò in una strada stretta senza sapere dove lo avrebbe portato.
A quel punto del racconto, il nostro pensiero andò riconoscente verso quei sacerdoti che, nelle formazioni partigiane, prestavano la loro opera di misericordia, andò a don Ferraris che instancabilmente, mettendo a repentaglio la propria vita, si prodigava per salvare partigiani incarcerati in attesa della morte, a quei parroci che nei paesi di montagna nascondevano feriti o portavano messaggi. Erano tanti e riscattavano la viltà di quel sacerdote di San Cassiano.
Evaso proseguì nel drammatico racconto. Il cielo si stava ormai oscurando e, anche se i tedeschi, in quella parte della città, avevano ormai rinunciato alle ricerche, il pericolo era ancora in agguato.
Evaso si appoggiò al muro di una vecchia casa per riprendere fiato; un uomo in bicicletta passò in quel momento accanto a lui: era un operaio che tornava dal lavoro. Il suo sguardo incontrò quello angosciato del giovane, si fermò e tornò indietro: capì. La voce si era sparsa, ormai non si parlava d'altro a Biella: un partigiano era sfuggito al plotone d'esecuzione.
"Sali sulla bicicletta", disse semplicemente l'uomo, poi riprese a pedalare velocemente lungo la discesa che porta a Chiavazza, fermandosi solo di fronte ad una farmacia.
Evaso venne portato nel retro dove venne medicato e fasciato dal farmacista, gli furono dati camicia e abiti puliti poiché i suoi vestiti, ormai, erano intrisi di sangue.
Quando si sentì in forze, dopo essersi rifocillato, chiese di essere accompagnato alla stazione: la piccola stazione di Chiavazza era poco controllata e vi sarebbe passato inosservato. Avrebbe voluto esprimere la sua riconoscenza con tante parole, ma la voce non seguiva il pensiero, un nodo gli stringeva la gola.
Quando il treno partì e le figure di quegli amici quasi sconosciuti svanirono, si sentì nuovamente solo, pur essendo consapevole del fatto che, allontanandosi da Biella, il pericolo per lui sarebbe stato minore.
Riuscì ad arrivare fino ad Arborio, presso alcuni amici. Qui un partigiano vestito da carabiniere lo accompagnò fino a Vercelli, passando atraverso i posti di blocco. Giunto a casa venne curato dai familiari e, dopo quaranta giorni, tornò nelle formazioni partigiane a riprendere il suo posto di combattente. Il suo nome di battaglia fu cambiato da Ciccio a Evaso, evaso dalla morte.
Immersi nei nostri pensieri, ogni tanto alzavamo gli occhi verso il cielo, tendendo l'orecchio per sentire il rumore degli aerei che avrebbero effettuato quel lancio che attendevamo con impazienza e che pure a tratti avevamo scordato, coinvolti nella vicenda di Evaso.
Ad un tratto balzammo tutti in piedi: stavano arrivando; avvertimmo in lontananza un rumore distinto di motori.
Dubbiosi, pensammo potessero essere aerei che andavano a bombardare qualche città, ma il rumore si avvicinava sempre di più e quando il maggiore inglese diede l'ordine di accendere i fuochi, avemmo la certezza che il lancio sarebbe avvenuto.
I fuochi erano ormai tutti accesi: i partigiani alimentavano continuamente le fiamme che salivano verso il cielo tingendolo di rosso. Quando gli aerei scesero a bassa quota, il rumore si fece assordante; li vedevamo bene. Il maggiore inglese fece i segnali convenuti con una grossa pila. Dal primo aereo uscì un "container", poi un secondo e così via. Il primo paracadute si aprì seguito da tutti gli altri: sembravano grosse meduse che si dondolavano lentamente nel mare. Era uno spettacolo insolito, bellissimo, anche se il carico che scendeva era un carico di armi. Un secondo, poi un terzo aereo lasciarono cadere man mano tutti i "containers" e ognuno di essi era per noi una speranza.
Quando gli aerei ripresero quota e si allontanarono sparendo nel buio, alzammo la mano in segno di saluto e di riconoscenza verso quegli uomini sconosciuti, ma così vicini a noi in quel momento. Il silenzio ritornò all'improvviso e ci riportò alla realtà; per un istante avevamo dimenticato la guerra, completamente presi da quello spettacolo.
I fuochi, ancora accesi, illuminavano la scena, ovunque era un frenetico correre di partigiani per il recupero del materiale paracadutato. I paracadute vennero arrotolati e consegnati alla missione inglese: uno di questi sarebbe stato più tardi regalato a noi staffette, gli altri, nascosti, sarebbero finiti in mano fascista durante un rastrellamento.
Quando tutto fu recuperato, i fuochi si spensero piano piano. Ritrovammo Evaso più avanti, stava con altri partigiani trascinando un "container" verso un carro in attesa: "Ciao, Evaso", gli dicemmo mentre proseguivamo. Gli altri partigiani dissero: "Ciao solo a lui?", ma nella loro voce non c'era risentimento, sapevano che Evaso era un partigiano "speciale".