Il volume di Angela Regis è uno di quei rari studi che scelgono di concentrare la propria attenzione su una comunità locale, creando un ampio quadro del rapporto che vi fu tra la seconda guerra mondiale e la comunità di Boccioleto e del rapporto che vi è oggi fra la guerra e coloro che la combatterono. Lavorando lungo due binari, quello degli avvenimenti (frutto sia delle ricerche d'archivio, sia delle interviste) e quello della memoria, l'autrice valuta i fatti e i ricordi gli uni alla luce degli altri, in una visione caleidoscopica che consente di arrivare a significative conclusioni.
Dai racconti dei testimoni emerge un atteggiamento di rassegnazione degli abitanti di Boccioleto nei confronti del fascismo, visto come una forza alla quale era impossibile opporsi, subita dai più e che restò sempre in superficie, senza penetrare mai nel profondo del tessuto sociale. Furono pochi i fascisti convinti: molti di coloro che tali si dichiaravano in realtà non facevano altro che usare il fascismo per mantenere, o per ottenere, posti di potere.
L'accettazione, da parte della comunità di Boccioleto, di tutto ciò che il potere imponeva, non contraddistinse solo il periodo del regime, ma anche quello in cui la guerra chiamò alle armi un gran numero di uomini del paese. Quando scoppiò il conflitto, tutti partirono, convinti di non potersi sottrarre al proprio destino, per combattere una guerra che non capivano e che non condividevano, vissuta come un'assurdità.
L'8 settembre 1943 è ricordato dai testimoni con dolore e con rabbia: molti furono fatti prigionieri dai tedeschi; chi riuscì a tornare a casa, per la prima volta si ribellò al potere costituito, imboscandosi quando la Rsi cercò di formare un suo esercito. Allo stesso modo si opposero alla Repubblica sociale le nuove leve, che non risposero ai bandi di novembre e di dicembre ma che, in primavera, viste le intimidazioni alle famiglie da parte dei nazifascisti, si presentarono al Distretto militare.
Furono pochi coloro che scelsero l'insurrezione armata. Sia perché quasi tutti avevano nei confronti del movimento partigiano, nuovo e sconosciuto, notevoli riserve, sia perché, dopo il settembre del 1943, il paese non subì gravi danni, né morali, né materiali e quindi non scattò quel desiderio di ribellarsi in modo attivo, con le armi, che avrebbe potuto manifestarsi in presenza di atti di violenza da parte dei nazifascisti.
Durante la guerra in paese la vita continuò a fluire con gli stessi ritmi. Il lavoro, in prevalenza di tipo agropastorale, fu portato avanti dalle donne e dagli uomini meno giovani e, nonostante le tante partenze e i mutamenti politici, il tessuto sociale non si lacerò mai e Boccioleto, nel suo complesso, fu capace di sopportare tutti i disagi e di andare avanti con una certa stabilità.
Secondo le testimonianze, invece, coloro che avevano vissuto la guerra in prima persona uscirono dal conflitto tutt'altro che indenni: tornarono a casa con un pesante bagaglio di emozioni dolorose cui dare sfogo, ma furono presto indotti al silenzio, perché il paese voleva dimenticare e tornare ad una vita tranquilla. Così i tanti reduci della seconda guerra mondiale, ex combattenti del regio esercito ed ex combattenti dell'esercito repubblicano, furono messi da parte ed esclusi anche dalla vita amministrativa, che restò salda nelle mani di coloro che per anni avevano detenuto e rappresentato il potere. Infatti, i personaggi più in vista nel periodo del regime fascista continuarono il loro impegno pubblico anche nel dopoguerra, come se Boccioleto fosse stata risparmiata dalle lacerazioni della storia.
Il volume è stato pubblicato con il contributo dell'Unione europea e della Regione Piemonte nell'ambito del progetto Interreg IIIA "La memoria delle Alpi", con la partecipazione della Comunità montana "Valsesia"; ha usufruito inoltre di un contributo della Fondazione Crt.
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