Recensione


Il silenzio colpevole
Mimmo Franzinelli, Le stragi nascoste. L'armadio della vergogna. Impunità e rimozione dei crimini di guerra nazifascisti 1943-2001, Milano, Mondadori, 2002, pp. 418, € 18,60.

Mimmo Franzinelli sta assurgendo, con una raffica di libri pubblicati a ritmo serrato negli ultimi anni (ricordiamo solamente "I tentacoli dell'Ovra" e "Delatori. Spie e confidenti anonimi: l'arma segreta del regime fascista") al ruolo di uno dei più accreditati storici del fascismo. Già in queste opere si poteva cogliere una delle tesi care a questo autore, tesi peraltro ormai accreditata da tempo nella storiografia italiana e cioè la continuità, sotto molti aspetti, tra il regime fascista e l'Italia repubblicana. La mancata defascistizzazione dell'Italia è una delle tare consolidate del nostro paese.
Nel caso trattato in quest'opera poi, la continuità è addirittura fisica, grottesca e indegna di un paese che si vorrebbe civile: fascicoli dimenticati (o "dimenticati") dentro un armadio alla fine della guerra e che, saltati fuori dopo cinquant'anni, rivelano documentazione a iosa su stragi perpetrate ai danni di civili da nazisti e "bravi ragazzi di Salò".
Come viene detto nell'introduzione, il libro esamina tre questioni: la repressione in Italia durante l'occupazione tedesca, la politica di occultamento delle prove di vari eccidi e l'iter seguito da alcune istruttorie su alcuni dei fatti riemersi alla luce dopo mezzo secolo di silenzio.
Per quanto riguarda gli eccidi, Franzinelli fa molte osservazioni interessanti, tra le quali occorre citare il fatto che la repressione mise spesso in scacco il movimento partigiano, se non altro perché le popolazioni martoriate non volevano più saperne non tanto di questo schieramento o di quell'altro, ma della guerra e basta. Ma il punto più importante, a mio parere, è sul ruolo di Mussolini, e della Rsi tutta, in merito alle rappresaglie. È nota la posizione di chi sostiene che o Mussolini non sapeva oppure, se sapeva, proprio la sua presenza avrebbe impedito, o almeno egli ci avrebbe provato, maggiori violenze. La tesi di Franzinelli è chiara: non solo il duce non poteva non sapere, subissato com'era di rapporti su quel che avveniva nell'Italia occupata dai tedeschi, ma la sua azione, e quella dell'intera struttura repubblichina, fu "insignificante o addirittura legittimante rispetto alla presenza militare germanica in Italia". Mussolini poi tenne su tutta la questione un comportamento altalenante, ora lamentandosi debolmente con l'ambasciata tedesca ora facendo proclami bellicosi, da cui spariva l'interesse per l'incolumità delle popolazioni civili.
Se possibile, la parte più dolorosa della vicenda era ancora di là da venire. Quella che si sviluppò subito dopo la guerra e negli anni successivi fu una vera e propria congiura del silenzio e dell'insabbiamento. Migliaia di processi a collaborazionisti furono rallentati o rinviati a nuovo ruolo, i processi contro i tedeschi furono accantonati e centinaia di fascicoli finirono dentro un armadio della Procura generale militare. Cause interne, certo, prima fra tutte, come si è detto, la continuità in tante branche dello stato italiano di strutture e personale fascista, ma soprattutto fu la guerra fredda a pesare. La necessità di non spiacere agli "alleati" americani e di non creare polemiche con la Germania federale portò a una situazione in cui il popolo italiano si è poi ritrovato tante volte, anche per sua colpa: la memoria delle stragi, la pietà per le vittime e soprattutto la ricerca della verità e la punizione dei colpevoli furono lasciate ai parenti dei morti, dei feriti e dei torturati. L'idea di una "Norimberga italiana" fu, come afferma l'autore, accantonata (eppure, quanti delitti sarebbero stati da punire, anche commessi all'estero dalle nostre truppe nei Balcani, in Grecia, in Albania e in Africa) e, come sempre accade in Italia, la tragedia assunse toni grotteschi: i fascicoli finiti in quell'armadio furono rubricati sotto la dicitura "archiviazione provvisoria" (una barzelletta giuridica) e dimenticati per cinquant'anni. Saltarono di nuovo fuori in occasione del processo Priebke e la macchina processuale si rimise cigolando in movimento. Il volume segue con pignoleria il destino di alcuni di questi processi o istruttorie anche nel caso, come quello dei Lager di Bolzano e Fossoli (di cui vengono presentate alcune agghiaccianti immagini), si siano concluse con l'ennesimo insabbiamento.
Come afferma l'autore alla fine dell'introduzione, ormai il passaggio inesorabile del tempo ha consegnato ai giudici, nel caso fossero intenzionati a servire veramente la giustizia, il compito non più di perseguire i colpevoli (ormai per la maggior parte deceduti nel loro letto), ma di testimoniare che la ricerca della verità e il predominio della legge non possono arrestarsi, pena non tanto il ripetersi delle stragi quanto il loro essere ritenute meri incidenti di percorso nelle vicende umane. (Paolo Ceola)