Recensione


Un omaggio a Nuto Revelli
Michele Calandri - Mario Cordero (a cura di), Nuto Revelli. Percorsi di memoria, "Il Presente e la Storia", rivista dell'Istituto storico della Resistenza in Cuneo e provincia, n. 55, giugno 1999, pp. 353, L. 35.000.

"A Nuto per i suoi ottant'anni", è la semplice dedica che i curatori dell'opera pongono in apertura della presentazione. Semplice e diretta, schietta e priva di retorica come piace a lui, al soldato, partigiano, memorialista, storico, narratore che di se stesso, rudemente e da tipico piemontese che detesta ogni enfasi, accetta per buona solo la definizione di "manovale della ricerca". Dopo riconoscimenti, premi e successi editoriali internazionali gli giunge ora questo atto di omaggio - un libro intero su di lui, sulla sua opera - dall'Istituto per la storia della Resistenza che ha contribuito a fondare nel 1964. Ma gli arriva anche dalla sua città, quella Cuneo che non sempre, affermano i curatori, "ha capito e riconosciuto il debito" verso un uomo certo ammirato ma anche un po' temuto "per la sua intransigenza, per la sua autorevolezza, per la sua coerenza, per il coraggio di dire le cose chiare".
La prima delle tre sezioni - "Saggi, testimonianze, documenti" - in cui l'opera è suddivisa raccoglie i contributi critici di maggior spessore, a firma di Giovanni De Luna, Luisa Passerini, Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, Laurana Lajolo, Fausto Ciuffi, Bodo Guthmüller e Massimo Luciani. Le diverse voci mettono a fuoco alcuni temi: dalla difficoltà di collocare in schemi precostituiti la sua opera (storia? letteratura? antropologia?), alle modalità di ricerca utilizzate da Nuto Revelli, dalla sua formazione militare alla ricerca sul campo per documentare la cultura contadina delle pianure e delle colline del basso Piemonte.
Per estensione e penetrazione, mi pare siano i due saggi firmati da donne ad essere più significativi. Luisa Passerini riflette sul rapporto tra oralità e scrittura nelle opere di Revelli, insistendo sul fatto che egli non va considerato uno storico professionista in senso stretto, in quanto raccoglie, organizza e usa il materiale in modo più letterario che non scientifico. Ciò non significa naturalmente sottostimarne il pregio, anzi: ricostruendo il dibattito storiografico sulla sua opera con il rimando alle recensioni, spesso firmate da importanti esponenti della cultura italiana, alle opere pubblicate tra 1946 e 1998, Luisa Passerini vuole richiamare l'attenzione sul particolare valore espressivo della sua opera, a suo parere non sufficientemente riconosciuto perché "nascosto" dai significati morali, documentari, sociali.
È su questi aspetti che si sofferma invece Laurana Lajolo, in un lungo contributo ("L'interprete del mondo contadino") nel quale il valore forte dell'opera di Revelli viene individuato nell'aver testimoniato "attraverso ricordi, pensieri, emozioni, il passaggio traumatico dall'Italia rurale a quella industriale, la trasformazione epocale che rappresenta uno snodo decisivo della storia dell'Italia repubblicana". Sottolineandone lo sperimentalismo metodologico - modalità di raccolta delle testimonianze, uso dei mediatori, temi di indagine, attenzione per la storia "di genere", linguaggio - Lajolo esalta in Revelli il ricercatore attento, capace di indignarsi - al pari di Pier Paolo Pasolini - per il "genocidio" contadino e di porsi in perfetta sintonia con i propri testimoni (dei quali, se mai, non riesce a condividere unicamente il modo di schierarsi - ma sarebbe forse meglio dire di non schierarsi - politicamente nel dopoguerra).
Nelle "Testimonianze" trovano posto ricordi affettuosi di amici, tra i quali Ernesto Ferrero (che scrive al posto del recentemente scomparso Giulio Einaudi e tratteggia il lungo sodalizio di Revelli con la casa editrice torinese), Mario Rigoni Stern (al quale, sia detto qui per inciso, Mario Isnenghi aveva accostato Revelli nel suo saggio per comunanza di percorso e di ispirazione e che qui, con commozione, rievoca all'amico cuneese la tragica esperienza della ritirata in Russia), Alessandro Galante Garrone, Gian Luigi Beccaria (che torna sulla condivisa passione per la lingua della cultura contadina), Christoph Schminck-Gustavus, l'amico e collaboratore tedesco che lo ha aiutato nella ricerca delle fonti archivistiche sul caso dell'ufficiale - un "tedesco buono"!? - cui Revelli ha dedicato nel 1994 "Il disperso di Marburg".
Chiude il prezioso volume la sezione "Documenti", in cui è collocata una prima bibliografia delle opere di Nuto Revelli, curata da Alessandra Demichelis, e le lettere di Livio Bianco a Nuto tra primavera 1944 e aprile 1945. Seppure non inedite - parte di esse sono state pubblicate in "Guerra partigiana" di Livio Bianco e altre in "La guerra dei poveri" - esse costituiscono una documentazione fondamentale per seguire da vicino, nelle parole dell'amico e maestro, il forgiarsi del "nuovo" Nuto, in cui senso dell'onore e della disciplina, spirito di servizio e amor di patria si amalgamano con una spiccata sensibilità per gli umili e una radicale scelta politica. (Marcello Vaudano)