Guido Quazza: uno storico biellese


Sabato 11 ottobre 1997 si è tenuta nell'aula magna dell'Istituto tecnico commerciale "Motta" di Mosso Santa Maria una giornata dedicata a Guido Quazza, storico scomparso nel 1996, molto legato a questa località.
L'iniziativa è stata promossa dal comitato provinciale biellese dell'Anpi e dall'Istituto, con il patrocinio del Comune di Mosso Santa Maria, della Provincia di Biella e della Fondazione Cassa di risparmio di Biella. La giornata non è stata una semplice rievocazione della vita di Quazza, ma si sono descritte in maniera approfondita tutte quelle situazioni sociali, politiche e culturali che hanno influenzato le scelte e lo stile di vita dello storico biellese.
I lavori sono iniziati con una breve introduzione di Luciano Castaldi, presidente dell'Istituto, a cui sono seguiti gli interventi di saluto da parte del sindaco Gianni Regis Milano, e di Giorgio Rochat, presidente dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia.
Le relazioni vere e proprie hanno preso il via con l'intervento di Gianni Perona, dell'Università di Torino, dal titolo "La storia della comunità di Mosso".
Perona ha messo molto bene in luce la straordinaria importanza che Mosso, per la sua storia e la sua gente, ha rappresentato per Quazza. Nel corso della relazione ha detto che non è stato un caso se per quasi un secolo Mosso è stata vista dagli storici come una sorta di laboratorio economico, sociale e politico su piccola scala.
Tutto ciò prese il via fin dal 1817, quando Pietro Sella, per primo nel Biellese, ma sarebbe meglio dire primo in Italia, instaurò proprio a Mosso le prime macchine meccaniche in una tessitura. Da quel momento prese il via quella che in modo improprio, come ha giustamente messo in rilievo Perona, è definita "rivoluzione industriale".
Quazza, come ogni ben documentato storico, si è reso immediatamente conto che un fenomeno così importante come l'inizio del processo di industrializzazione porta dietro di sé molte conseguenze in tutti i settori, e non tutte visibili da subito. Egli punta l'attenzione soprattutto sugli effetti sociali di questa trasformazione e individua alcuni episodi molto significativi, non messi in evidenza da altri studiosi.
Così lo sciopero del 1877, che non fu certo il primo dell'era industriale in Italia, ma che fu tra quelli che maggiormente preoccuparono la classe politica nazionale di allora, a motivo della particolare situazione statutaria della Società operaia di mutuo soccorso di Mosso. Essa infatti era l'unica a non prevedere nello statuto la presenza dei soci onorari (gli industriali stessi o ricchi notabili), in modo da tutelare meglio gli interessi dei soci effettivi.
Altra situazione ottimamente messa in risalto da Quazza è stata l'elettrificazione delle fabbriche, che avvenne tra la fine del secolo scorso e l'inizio del Novecento e che provocò una sensibile diminuzione dell'apporto meccanico nei processi di produzione. Il minor impiego di forza fisica consentì il massiccio ingresso delle donne nelle fabbriche, fatto carico di conseguenze sociali di fondamentale importanza, perché grazie al lavoro in fabbrica le donne di Mosso furono tra le prime in Italia a conquistare un'effettiva autonomia economica.
Mosso, quindi, si è trovata nel volgere di un secolo radicalmente trasformata nel proprio essere comunità. Da una società di liberi tessitori di inizio Ottocento, si passò ad una costituita da operai che lavoravano nelle fabbriche e che tutelavano i loro diritti non più individualmente ma collettivamente.
Da tutto ciò è facilmente comprensibile il profondo interesse scientifico nutrito da Quazza per Mosso.
Perona, prima di concludere il suo intervento, ha ricordato le altre ragioni dell'intenso rapporto tra lo storico e questa comunità. Una è di ordine strettamente sentimentale: Mosso, essendo il paese di origine della sua famiglia, rappresentò sempre per Quazza una sorta di "nido degli affetti", a cui rimase legato fin da ragazzo.
L'altra ragione è dovuta al fatto che proprio a Mosso ebbe i suoi natali Quintino Sella, figura molto ammirata da Quazza sia per il suo pensiero politico molto moderno, sia per le sue grandi qualità di uomo di cultura.
Ha preso quindi la parola Anello Poma, presidente dell'Anpi di Biella. La sua relazione, dal titolo "Le origini del movimento partigiano", ha inquadrato in modo limpido la situazione di sbandamento in quello che rimaneva dell'esercito italiano dopo l'8 settembre. Molti erano coloro che volevano farla finita con la guerra, pochi invece quelli che, con senso realistico, avevano capito che la guerra sarebbe stata ancora lunga e che occorreva attrezzarsi al meglio per farvi fronte. Lo stesso Comitato di liberazione nazionale era diviso al suo interno e solo la componente comunista sosteneva l'azione della guerriglia.
Quazza, pur non essendo comunista, fu tra coloro che decisero di rimanere in montagna a combattere fin dall'autunno del '43. Per un fatto di coerenza con i suoi ideali, e probabilmente anche per non compromettere la sua famiglia, scelse di combattere non sulle montagne biellesi, territori presidiati dai garibaldini, ma su quelle torinesi in una formazione autonoma. Ma ciò che conta è la scelta di fondo che Quazza fece: egli fu partigiano fino in fondo, condividendo la dura legge morale che tale scelta comportava.
Nel corso del suo intervento Poma ha parlato, con un tono che chi ha vissuto certe situazioni può autorevolmente tenere, dei primi mesi in cui si organizzò la Resistenza nel Biellese, delle enormi difficoltà incontrate, dei momenti di profondo scoramento, quasi di disperazione vissuti in quei primi mesi di guerriglia.
La parola è poi passata a Marisa Piola Quazza, vedova dello storico. Il suo intervento, intitolato "La biografia e i carteggi di Quintino Sella", è stato il primo ad analizzare in modo specifico il rapporto Quazza- Sella.
Dopo un breve ricordo della famiglia di Quazza, in particolare del nonno paterno Fiorenzo, tessitore che visse durante lo sviluppo dell'industria tessile nel Biellese, figura chiave nella trasmissione al giovane Guido dell'interesse per la storia locale, in particolare dell'Ottocento. Quazza, come si è già detto, notò da sempre molte affinità di carattere tra sé e Quintino Sella. Innanzitutto l'adesione ai valori della comunità, poi la dedizione al lavoro, considerato "condanna e gratificazione", infine la coerenza nella propria condotta di vita elevata a legge morale. Fu certamente per queste ragioni che Quazza si assunse l'impegno di curare l'epistolario di Quintino, lavoro che si dimostrò molto impegnativo fin da subito, sia per il gran numero di documenti esistenti, sia per l'oggettiva difficoltà a rintracciare tutte queste lettere, sparse un po' ovunque in archivi e biblioteche, e recuperarle. Un grande aiuto a questo lavoro venne certamente fornito dalle ricerche compiute nell'archivio Sella San Gerolamo di Biella, con la consultazione dell'archivio dello stesso Quintino Sella, all'epoca ordinato solo in piccola parte.
Alla fine tuttavia, l'immane fatica fu ricompensata dalla qualità dell'opera risultante. Nel 1980 uscì così il primo volume, comprendente ben seicentocinquanta lettere, riferite al periodo 1842-1865. La ricerca non si arrestò, anzi, l'istituzione della Fondazione Sella diede nuovo impulso a questa attività. Alla fine del 1995 si giunse alla pubblicazione di altri tre volumi, per un totale complessivo di oltre tremila lettere, dal 1842 al 1874.
L'epistolario è perlopiù composto da lettere di natura politica. Molto scarsi i riferimenti alla vita privata, ad eccezione del primo volume.
La relatrice ha anche aggiunto che è di prossima pubblicazione un quinto volume, che si riferisce al periodo 1875-76, quando Sella svolgeva l'incarico, per conto del governo italiano, di curare il riscatto dall'Austria delle ferrovie dell'Alta Italia.
Dopo la lettura di brevi brani di lettere di Sella, la signora Quazza ha parlato dell'altra importante opera del marito su Quintino Sella, la biografia intitolata "L'utopia di Quintino Sella. La politica della scienza", pubblicata nel 1992. Quazza aveva da tempo accettato la proposta della casa editrice Utet, ma ne aveva a lungo rinviato la stesura, preferendo prima raccogliere documenti nella Fondazione Sella ma non solo.
Finalmente, nel 1992 fu redatta la stesura, con un approccio metodologico inconsueto: non si è seguito un ordine descrittivo di tipo cronologico, ma si è proceduto per analisi di problemi. Il quadro biografico dell'opera è risultato perciò incompleto, e del resto Quazza prevedeva la scrittura di un secondo volume, incentrato completamente sull'attività politica di Sella.
Le ragioni di questa scelta di stile le chiarì egli stesso nella premessa, affermando che era suo intendimento andare oltre gli avvenimenti e l'attività di Sella e "avvicinarsi meglio al cuore dell'io profondo e dell'io sociale di Quintino, attraverso lo studio della lezione della comunità natia, dell'educazione familiare, dell'autoeducazione".
Sempre nelle parole di Quazza, la selezione per problemi ha fatto emergere "una linea etica, scientifica e politica chiara e costante" fino a quel momento non rivelata dalla narrazione degli eventi politici nel senso più stretto del termine.
Dopo l'applaudito intervento ha preso brevemente la parola la preside dell'Istituto tecnico commerciale, Marisa Bressa, la quale ha ricordato le grandi capacità di Quazza come docente universitario di storia contemporanea alla facoltà di Magistero dell'Università di Torino.
Molto interessante, specie per il modo aneddotico in cui è stato impostato, si è rivelato l'intervento di Lodovico Sella, presidente della Fondazione Sella. La sua relazione, dal titolo "La ricerca negli archivi Sella", ha presentato dapprima l'imponente dimensione degli archivi della famiglia Sella, fatto principalmente dovuto al gran numero di personalità presenti in famiglia, tra religiosi, uomini politici e professori universitari.
Sella ha poi ricordato la figura di Quazza attraverso racconti di episodi di vita vissuta, fra cui quello personale della profonda ammirazione nutrita nei confronti dello storico biellese, ammirazione che arrivava al punto da considerarlo un maestro più che un amico.
Chiudendo il suo intervento, Sella si è soffermato sui grandi meriti di Quazza come studioso di storia: il suo saper depurare il racconto da ciò che non è strettamente necessario, equilibrandolo, e la sua capacità di comunicare il messaggio storico con la giusta emozione, rappresentano per Lodovico Sella dei canoni estremamente validi per chi si appresta a fare della storiografia.
Ultimo relatore è stato Luciano Boccalatte, responsabile dell'archivio dell'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea. Col suo intervento, "L'archivio di Guido Quazza", ha voluto presentare le dimensioni, la struttura e la quantità di lavoro finora svolto nel riordinamento dell'archivio di Quazza.
Boccalatte ha messo in luce la particolarità di questo archivio: esso presenta già una struttura meditata e definitiva, non è nato da una semplice accumulazione di carte una dopo l'altra.
Anche in questo, ha sottolineato Boccalatte, è possibile scorgere un'affinità di Quazza con Quintino Sella, e non è certo un caso se lo storico biellese, parlando dell'importante uomo politico nella biografia, ne ha esaltato le qualità di ricercatore attento, promotore sensibile di cultura, organizzatore pratico, politico intelligente e cittadino appassionato e generoso. Un vero e proprio modello, dunque a cui ispirare il proprio stile di vita.
Boccalatte ha in seguito descritto in modo sommario le otto sezioni in cui è suddiviso l'archivio, l'ultima delle quali, riguardante la corrispondenza confidenziale, è ancora in sistemazione.
Ha quindi chiuso il suo intervento ricordando che pochi mesi or sono la famiglia Quazza ha destinato in deposito all'Istituto oltre all'archivio di Guido Quazza, la sua biblioteca (dodicimila volumi) e un'ampia collezione delle più importanti riviste storiche italiane.
A concludere i lavori è stato chiamato Giorgio Rochat, che ha delineato in modo sintetico ma chiaro i tratti fondamentali del carattere di Quazza.
Di padre piemontese e di madre napoletana, la sua qualità peculiare è stata certamente la piemontesità, caratteristica che lo faceva a volte apparire formale, anche nei rapporti personali, mentre in realtà coltivava un sentimento di amicizia molto forte.
Aveva un altissimo senso del dovere, come testimoniato nell'episodio riguardante gli anni della Resistenza raccontato dallo stesso Rochat. Come è già stato in precedenza messo in luce, Quazza aveva dei principi morali molto rigorosi, e anche quando si impegnò nella politica lo fece sempre in modo serio e risoluto, cosa che gli permise di non essere mai etichettato come uomo di partito. Certamente uomo di sinistra, forse più giacobino che socialista, fu particolarmente critico verso la gestione di quel partito nell'ultima fase della sua storia.
Aveva due grandi passioni: la ricerca costante del dialogo con i giovani e la testimonianza dei valori della Resistenza. Egli non si vantò mai della sua esperienza di partigiano, ma ne andava sicuramente orgoglioso. Trasmettere quei valori ai giovani, pur lasciando ad essi piena libertà di trarre le conclusioni che ritenessero più opportune, era più di un semplice compito da svolgere. Per Quazza era una sorta di obbligo morale.