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Scrivere la storia del fascismo, della guerra, della Resistenza interpretando i "dati in memoria" di chi ne è
stato protagonista comporta un complesso uso di fonti soggettive, orali o scritte che siano. L'ultima fase della guerra e
la Resistenza sono momenti cruciali nella vita della Valsesia: costituiscono un anello imprescindibile della catena
storica, attraverso il quale rivisitare l'esperienza precedente, del ventennio fascista, e il periodo postbellico.
Più di mezzo secolo ci separa da quegli anni: ricordare significa compiere un'operazione di interpretazione, sia
per chi "possiede" la memoria, sia per chi voglia utilizzarla come fonte storica. Per chi è depositario di ricordi,
conservare tutto non è stato e non è possibile, è inevitabile che avvenga una selezione allo scopo di equilibrare e comprendere
se stessi e il proprio vissuto. Diverso è lo scopo di chi, storico o antropologo, voglia interpretare gli oggetti e i ricordi:
il fine ultimo è spiegare, conoscere con la lucidità e il distacco dello scienziato, cogliere il generale dal particolare.
Se la testimonianza individuale non consente di ricostruire con certezza assoluta fatti, azioni, cronologie, (ma può
essere un utile strumento di confronto dei documenti ufficiali), essa sola offre allo storico l'opportunità di
indagare risvolti nell'atteggiamento, nel modo di vivere e interpretare gli avvenimenti da parte di protagonisti e comparse:
in una parola, di connotare, contestualizzare i fatti, individuando i tempi, i luoghi, gli scopi che solo la memoria
può restituire.
E proprio gli oggetti personali, i diari, i racconti, le cronistorie, i frammenti di pensiero ritrovati cinquant'anni
dopo, sono stati i documenti attorno ai quali si è sviluppata la giornata di studi "1940- 1945 in Valsesia. Storia, società
e memoria", organizzata il 18 ottobre 1997 a Quarona dall'Istituto, con il patrocino dell'Amministrazione comunale.
Numerosi i problemi aperti e le prospettive di studio per chiunque voglia ripercorrere la storia di quegli anni in
Valsesia: le comunità locali, che fino al 1943 avevano vissuto la guerra come un disastro lontano e per molti aspetti
incomprensibile, a cui destinare fatalmente il proprio contributo di vite umane, furono travolte da eventi sconvolgenti, che turbarono
la continuità della vita quotidiana. Eventi che, d'altro canto, inserirono, in gruppi perlopiù chiusi e sostanzialmente
stabili, esperienze, modi di vivere e pensare geograficamente e culturalmente distanti.
Enrico Pagano, consigliere dell'Istituto, ha analizzato, a questo proposito, le conseguenze del movimento degli
"sfollati" dalla città ai paesi della Valsesia, occupandosi in particolare della realtà di Varallo e Valduggia. Durante la guerra
il fenomeno assunse a Varallo dimensioni rilevanti, considerando che già nel 1940, secondo stime ufficiali, era
segnalata un' incidenza degli sfollati pari al 20 per cento della popolazione legale e che Varallo oltrepassò sempre, almeno
fino al gennaio 1945, il limite di assorbimento di sfollati fissato, dalla Prefettura, al 10 per cento della popolazione totale.
La Valsesia apparive alle famiglie provenienti da città quali Torino e Milano, martoriate dai bombardamenti,
accogliente, per la sufficienza di cibo e servizi, e tranquilla sotto l'aspetto militare, anche se questa speranza si rivelò presto
infondata; in alcuni casi lo sfollamento in Valsesia costituì un ritorno alla terra natale, da cui gli emigranti erano partiti in
cerca di lavoro.
Da un punto di vista sociologico, questa migrazione obbligata portò in Valsesia soprattutto donne e bambini,
perlopiù autosufficienti da un punto di vista economico. L'afflusso di un grande numero di ragazzi in età scolare causò
problemi di tipo logistico per l'inserimento nelle strutture didattiche, ma certamente la conseguenza più interessante è
rappresentata dalla difficile integrazione nel tessuto sociale dei "cittadini", le cui abitudini divennero oggetto di curiosità ed
osservazione da parte dei piccoli valligiani:conoscere la differenza comportò un fenomeno di rafforzamento e identificazione
nei modi e nei valori rudi della vita valsesiana, ben più spartana rispetto a quelli che apparivano agi e mollezze degli
sfollati, come l'indossare scarpe tutti i giorni, o giocare a tennis.
Alberto Lovatto, consigliere scientifico dell'Istituto, ha rilevato la possibilità di raggruppare in nuclei tematici
i ricordi relativi alla vita quotidiana dei soggetti: una nuova dimensione spazio- temporale, la paura, la fame, il
freddo, la morte, la voglia di vivere. Alla luce di questa fertile linea interpretativa, l'esperienza individuale e l'esperienza collettiva possono rivelare meccanismi profondi del funzionamento dei gruppi e delle comunità. Non va
dimenticato, infatti, che la memoria del periodo bellico, e ancor più degli anni 1943-45, è una memoria divisa, di piccoli e
grandi gruppi: è una memoria di avvenimenti territorialmente limitati, temporalmente circoscritti, e soprattutto divisa
nello scopo di chi ha la volontà di liberare il Paese dai tedeschi, dai fascisti e dai padroni, contro quella di chi vuole
mantenere la situazione precedente la guerra.
Angela Regis, consigliere dell'Istituto, ha esposto i risultati di una ricerca relativa a Boccioleto, basata su
dati oggettivi, d'archivio, e sui ricordi dei testimoni: l'impressione più forte che se ne coglie è quella della continuità
che ha caratterizzato prima, durante e dopo la guerra le relazioni sociali all'interno del gruppo e la percezione degli
eventi bellici e politici come marginali, lontani dalla realtà quotidiana. Espressione di questo stato di fatti sono stati
la rassegnazione di fronte a una guerra che strappava alla comunità la forza lavoro più giovane, l'accettazione poco
entusiasta del fascismo, la ribellione passiva dei giovani chiamati alla leva dopo il 25 luglio 1943, il sospetto nei confronti
del movimento dei ribelli partigiani.
Il risvolto della sostanziale unità sociale è stato, nel ricordo dei protagonisti, la volontà di dimenticare in fretta,
l'evitare il confronto con chi era partito da Boccioleto per andare a combattere ed era tornato con un bagaglio di
interrogativi, di delusione, di amarezza. Soltanto coloro che periodicamente si allontanavano dal paese per lavoro svilupparono
un moto interiore di ribellione al potere costituito, esclusivamente individuale.
Di questo sentimento di antifascismo, "esistenziale" prima che "politico", ha parlato Piera Mazzone, direttrice
della Biblioteca civica di Varallo, in un'analisi delle memorie personali del serravallese Angelo Biglia, che annotò in
due diari scritti durante e dopo la guerra, come e soprattutto in che misura la guerra avesse influito sui suoi progetti:
"Oggi compio trent'anni. Guardo indietro nella mia vita e non vedo che poche cose fatte, dei grandi progetti che si
animavano in me dieci anni fa. Dove sono andati tutti questi dieci anni? Tutto, o quasi, è condizionato dalla guerra, i miei
anni migliori".
Un diario personale è espressione della volontà individuale: ma attraverso la testimonianza di un soggetto
passano le relazioni sociali, le esperienze collettive, tanto quelle di vita quotidiana, come uscire con gli amici e andare al
cinema, quanto quelle eccezionali, legate al precipitare degli eventi bellici, come il coprifuoco, il razionamento, le
limitazioni alla libertà personale.
Il diario di Angelo Biglia utilizza un alfabeto cifrato: a quale scopo tenere un diario la cui scoperta potrebbe
causare gravi ripercussioni? Biglia afferma di voler avere documento di varie impressioni e di volersi formare una
"memoria cartacea"; dopo la fine della guerra, in un più tranquillo momento storico, Alfredo Pignatta, nello svolgimento
della sua carica sociale e civile di tesoriere presso la Confraternita di Sant'Antonio, annota sul Registro dei verbali i
dolorosi fatti del 23 dicembre 1943, che resero Borgosesia attonita spettatrice dell'eccidio di dieci civili, in seguito
all'uccisione di un comandante fascista: il fine - dice Pignatta - è quello di far conoscere a coloro che verranno dopo e
studieranno nelle chiese i tragici eventi che ebbero come sfondo i muri e le belle vetrate dell'oratorio. Franca Tonella Regis,
presidente della Società valsesiana di cultura, descrive la prosa del confratello come razionale, curata, partecipata, se letta
accanto ai memoriali del 1944; Piera Mazzone, a proposito del diario di Biglia, parla di uno stile limpido, asciutto, che
non concede nulla alla retorica sentimentale neanche nei momenti di violenza fisica e morale. Di fronte ad episodi
sconvolgenti, la scrittura del diario costituisce un momento in cui meditare e mediante il quale cercare una spiegazione personale
a tali fatti.
Proprio della memorialistica dei "minori" in Valsesia si è occupata Marisa Gardoni, preside del Liceo scientifico
di Borgosesia, tracciando una mappa di ciò che la memoria ha affidato alla scrittura in quel periodo: mentre degli
anni 1940-43 si hanno pochi, frammentari ricordi, è soprattutto del periodo seguente il luglio e il settembre 1943 che si
è sentita la necessità di dare testimonianza. Se si eccettuano le memorie di soldati e prigionieri in Russia, in Albania,
in Algeria, la memorialistica valsesiana è essenzialmente memorialistica resistenziale: per raccontare la presa di
posizione in una guerra che ha come teatro la stessa Valsesia, l'impegno etico-civile, per difendere la Resistenza, per
stimolare la ricostruzione storiografica o per ricreare situazioni, atmosfere non solo personali, ma collettive, per ricordare
ed essere ricordati. Nelle memorie partigiane spesso l'unità di senso è la lotta armata, descritta con precisione, per
rievocare imprese coraggiose, esibire documenti attestanti la verità storica; tuttavia non mancano, in alcuni casi, riflessioni,
commenti morali e politici. Le donne della Resistenza, combattenti senz'armi, continuando ad appartenere alla società
civile, descrivono una realtà quotidiana più composita, di casalinghe, operaie e partigiane.
Una testimonianza femminile è stata quella della grignaschese Ginevra Vinzio, presentata dallo storico Cesare
Bermani: frammenti, piccoli appunti, ritrovati casualmente, hanno rappresentato l'avvio di un operazione "maieutica"
di interpretazione, di ricordo collettivo. La donna aveva annotato alcuni fatti di cui era stata protagonista, o di cui
aveva sentito parlare, commenti personali ad avvenimenti tragici, come l'uccisione di alcuni grignaschesi, o risvolti
quotidiani della guerra, come la penuria alimentare. Da un lato Ginevra Vinzio scrive della rottura rispetto ai ritmi del
passato, dei posti di blocco, delle sparatorie, della paura; dall'altro c'è la vita sociale, che mantiene inalterati certi rituali,
come la visita ai morti da parte delle donne (salvo recarsi al cimitero con un mazzo di simbolici fiori rossi), la
celebrazione della cresima nel paese, la raccolta delle amarene.
Le testimonianze individuali possono restituire risvolti diversi del medesimo avvenimento: in alcune
circostanze possono dare anche spiegazioni e interpretazioni ad avvenimenti e documenti ufficiali altrimenti incomprensibili.
In casi estremi si può essere nell'impossibilità di confrontare le testimonianze soggettive con altre fonti, se non
altre testimonianze soggettive.
Claudio Dellavalle, dell'Università di Torino, ha sottolineato che il lavoro dello storico consiste nel vagliare tutte
le i fonti, senza che un eccessivo rigore impedisca di ricostruire la storia di gruppi di cui mancano completamente
le informazioni scritte o ufficiali: ogni fonte deve essere usata per ciò che dà.
Gli studenti universitari Luca Perrone e Bruno Ziglioli hanno messo in cantiere un lavoro di questo tipo, per
approfondire la storia di una brigata partigiana che ebbe il suo nucleo di formazione a Varallo, la "Strisciante Musati".
Trattandosi di una "volante", non ne esistono che scarsi documenti scritti: la ricerca consiste soprattutto nel confrontare le
testimonianze dei partigiani, sia per ricostruire la vita e le azioni della brigata, sia per cogliere la percezione del vissuto di ogni protagonista.
Il nucleo storico fu costituito da un gruppo di amici di estrazione operaia della Varallo vecchia, che si andò
ampliando soprattutto nella fase di pianurizzazione, con l'ingresso di elementi contadini; emerge con chiarezza che la
formazione della "Strisciante" su un territorio scarsamente industrializzato e con ridotta partecipazione al movimento operaio,
ha implicato un'attività politica all'interno della formazione partigiana piuttosto ridotta.
Le testimonianze dei varallesi Gianni Nascimbene e Mario Bruno hanno spostato l'attenzione dal "ricordare" al
"far ricordare": la loro personale memoria si è rivolta direttamente alle nuove generazioni. Nascimbene ha ripercorso
con commozione gli anni in cui fu sacerdote a Varallo, dal 1942 al 1947, giovanissimo confessore dei condannati a
morte e testimone della loro frettolosa fucilazione, su cui i documenti ufficiali hanno volutamente taciuto. Anni tragici,
di manifestazione di un'umanità efferata, ma di cui è soprattutto necessario non dimenticare l'affermazione di un
sentimento di patriottismo corale, di unità popolare, di un'idea per la quale molti sacerdoti, insieme ai civili e ai partigiani,
rischiarono o persero la vita.
Mario Bruno, pur essendo stato prigioniero in un campo di prigionia nazista, ha incentrato il suo intervento su
un tema solo apparentemente meno tragico: il sentimento di delusione, di tradimento avvertito da tanti giovani nati e
vissuti nel ventennio fascista, al momento del crollo di Mussolini, dell'unico ideale appreso fin dall'età scolare, quello
di "Roma doma", di un regime che sembrava l'unico nel quale si potesse vivere, e vivere liberi; sentimento che per
Bruno si concretizzò nel rifiuto della leva fascista, per molti giovani nell'arruolamento tra le file partigiane.
Come far coesistere e interagire in maniera proficua sentimenti e memorie personali, vita collettiva quotidiana
e ricostruzione storica? Dellavalle, in una prospettiva storico-antropologica e storico-semiologica, ha proposto di
proseguire la ricerca in direzione dei fatti quotidiani, dei meccanismi molecolari che hanno agito nelle comunità territoriali:
recuperare i ricordi dei protagonisti e la loro percezione degli avvenimenti è solo il primo passo per giungere all'indagine del
livello culturale profondo, di cui la memoria collettiva è manifestazione e interpretazione. Si tratta di un lavoro capillare
e complesso, il solo in grado di far emergere quali strutture e quali culture abbiano dimostrato una forza e una
persistenza tale da sopravvivere indenni alla forza del fascismo e del conflitto, alle rotture, agli allontanamnenti, alla nuova
percezione dello spazio e del tempo, alla paura, alla fame, alla morte: ma in che modo e a quale
prezzo? (Monica Favaro)
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