Programmi, libri di testo
e ruolo pubblico
dei docenti di storia


Il rapporto tra storia e memoria, memoria e interpretazione, storia e contesto, memoria personale e memoria collettiva, "trasmissione" della memoria e "costruzione" della memoria sono stati i temi al centro degli interventi e del dibattito svoltisi a Vercelli lo scorso 11 dicembre durante il convegno organizzato dall'Istituto in collaborazione con l'Assessorato alle Politiche culturali della Città di Vercelli e il Centro interuniversitario "Bairati".
Una giornata soddisfacente, a giudicare dal consistente numero di problematiche affrontate, non risolte ma certamente "rilanciate" ai partecipanti, perlopiù insegnanti, che hanno evidenziato nei loro interventi le difficoltà metodologiche e concettuali nell'insegnamento della storia, e in questo particolare momento la delicatezza della funzione civile, del "ruolo pubblico" rivestito di fronte ai giovani; difficoltà determinate anche dal divario generazionale, acuito dagli stravolgimenti dell'assetto internazionale verificatisi nell'ultimo decennio.
Protagonista del convegno il libro di testo, il famigerato manuale di storia del Novecento messo sotto accusa dalla Regione Lazio perché ritenuto fazioso, parziale e filo-marxista, bene di arricchimento delle case editrici, che gli insegnanti propinano agli studenti ignari, omettendo acriticamente parti della storia del nostro Paese nel Novecento.
Posto che gli studenti, specialmente quelli frequentanti le scuole medie superiori, siano davvero tabulae rasae, digiuni completamente da ogni opinione storica, politica, ideologica mai appresa all'interno della famiglia o di altri gruppi di appartenenza e mai maturata secondo la propria esperienza e il proprio pensiero soggettivo, personale, unico, riassumerò rapidamente le considerazioni di alcuni di quei "mostri" che, lasciata la cattedra hanno partecipato al convegno.

Un aspetto innanzitutto merita rilievo: il manuale è uno degli strumenti di conoscenza della storia, ma certamente non il solo. Luciana Ziruolo, della Commissione didattica dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, ha evidenziato come proprio la storia del Novecento si presti ad una ricerca ad ampio raggio sulle fonti: giornali, fotografia, cinematografia, archivi, ma anche fonti orali, visto che i testimoni di alcuni avvenimenti sono tuttora viventi.
Sono questi strumenti che consentono di evitare un appiattimento della storia sul libro di testo, di evitare che gli avvenimenti si storicizzino e in questo modo "muoiano" nella memoria e nella soggettività degli studenti: a questo fine la memoria e il ricordo della partecipazione ai fatti possono personalizzare la storia, dandole spessore.
Tuttavia Luciana Ziruolo ha evidenziato che proprio tra gli insegnanti, com'è stato rilevato da un sondaggio qualitativo su un campione di cinquanta docenti italiani, vi è una percezione debole del nesso storia/memoria anche nella propria autobiografia e che il ricordo storico personale attiene più ad avvenimenti politici che sociali o economici.
Anche l'unico momento che gli insegnanti (formatisi perlopiù negli anni cinquanta/settanta) riferiscono come momento forte di partecipazione, il Sessantotto, assume una connotazione di ricordo malinconico più che essere affrontato come nodo problematico causante la realtà socio-economica attuale.
Non la trasmissione, quindi, ma la costruzione di memoria, che nasce dal confronto tra le memorie soggettive ma le trascende, è l'anello che consente di passare dall'esperienza del singolo al confronto nell'esperienza collettiva, in vista di concettualizzazioni ampie, di "griglie" interpretative alla luce delle quali i giovani possano davvero sentirsi partecipi della catena storica e individui consapevoli, responsabili e soprattutto preparati a svolgere il ruolo di cittadini elettori a cui saranno chiamati.
La concettualizzazione diviene sempre più urgente per riuscire a possedere uno sguardo stile "meteo-sat" (rubo la metafora al mio ex professore) della storia, sia passata sia attuale: i veloci cambiamenti, la rapidità della trasmissione dell'informazione impongono, come ha sottolineato Edoardo Tortarolo, docente di storia moderna all'Università di Vercelli, di avere una prospettiva "lunga" e "larga". Il manuale deve contribuire quindi a "fissare" scansioni secolari e non più eurocentriche.
Una prospettiva di ben più ampio respiro, quindi, da quella in cui si collocavano gli storici di inizio Novecento, ma ben diversa anche da quella in cui si ponevano gli storici della guerra fredda. Chi è nato negli anni novanta non può più sentire propria esperienza la dicotomia Est-Ovest, ma deve confrontarsi con temi ben più tangibili nell'esistenza individuale, quali l'immigrazione, la globalizzazione, la multiculturalità.
Tutto questo crea nuove domande, a cui non può rispondere il libro di storia, come un totem, ma l'esperienza dei giovani stessi: la loro memoria recente può e deve essere punto d'avvio nella ricerca delle cause, dei movimenti di lungo periodo, delle radici sociali, culturali, etiche e politiche del presente.
Essendo la storia "lavoro in corso", va considerato che dei fatti, degli eventi lo storico e lo storiografo creano verosimilmente non oggettività, ma "visioni", materiali fluidi e in perpetuo mutamento: piuttosto che fossilizzarsi su problemi e idee anacronistici o dai risvolti squisitamente politici, vale la pena di leggere nel presente nodi problematici, entità concettuali, chiavi interpretative astratte, che danno senso alla memoria e alla storia.
L'intensificazione dell'intervento della dimensione politica, degli operatori pubblici, a scapito di quella culturale, degli addetti ai lavori, scaturito dal dibattito sui libri di testo, è secondo Maurizio Vaudagna, docente di storia contemporanea all'Università di Vercelli, un segnale che deve far pensare.
Gli esempi, tratti da manuali di storia, dizionari, enciclopedie (riportati anche dai giornali locali) che sono stati tacciati di parzialità devono indurre certamente a riflettere sull'effettiva necessità di non fossilizzarsi mai su determinate posizioni, accettate verosimilmente, che devono essere messe continuamente in discussione per principio di scientificità. È la fissazione di un paradigma ritenuto onnicomprensivo ed esaustivo da una comunità scientifica ad inficiarne la ricerca, la metodologia della ricerca e di conseguenza la metodologia dell'insegnamento stesso, determinandone l'indebolimento.
Se nella polemica sollevata dal presidente della Regione Lazio c'è un aspetto valido, utile, esso è quindi l'aver causato domande nuove, discussione, momenti di confronto democratico all'interno della comunità scientifica e tra gli insegnanti stessi, aventi come fine non la difesa ad ogni costo e la canonizzazione di concetti e dicotomie ideologicamente connotati, come quella fascismo-antifascismo, per vari aspetti inattuale, ma il rilancio di stimoli nuovi e nuove domande, di una nuova vis critica, che porti a sviscerare concetti attuali o ad attualizzare quelli che, consolidati culturalmente, sono imprescindibili per qualunque ricerca e qualunque metodologia di ricerca. Al di là delle opinioni ideologiche e politiche, la "democrazia" dev'essere il minimo denominatore comune nello scambio, nel trasferimento, nell'interpretazione, nella costruzione delle idee: compito di chi ha, come i docenti di storia, un ruolo pedagogico civile è porre come fondante il concetto di democrazia, accettando di discutere i nodi problematici, attuali, urgenti, immediati e tangibili che ne derivano.

La polemica sui libri di testo ha prodotto anche una conseguenza negativa: la funesta sensazione che proprio chi dalla sfera politica ha espresso esigenze di criticità intenda strumentalizzare faziosamente il dibattito che ne è sortito.
Dagli interventi finali degli insegnanti presenti, infatti, è emersa la percezione di una sorta di intimidazione che diverse prese di posizione di politici mostrano essere più che una sensazione.
Sorge infatti una domanda: perché soltanto i libri e gli insegnanti di storia sono stati chiamati in causa, quando anche i chirurghi, i filosofi e qualunque categoria professionale costituiscono comunità scientifiche con paradigmi affermati? Perché non sono stati allo stesso modo esaminati i manuali di filosofia, espressione di culture consolidate?
Non c'è dubbio che esistano insegnanti competenti, che sanno scegliere, analizzare criticamente i manuali, e insegnanti incapaci, ma questo vale per qualunque disciplina.
E ancora: se con la recente riforma della scuola il merito degli insegnanti comporterà gratificazioni per i docenti, in base a quali direttive politiche si stabilirà ciò che è consentito e buono? E quindi, quali insegnanti saranno da premiare e quali da sanzionare?
Il timore è che si stiano stilando liste e classifiche di libri e di insegnanti con una semplificazione brutale, poco democratica (una "grida" accolta da tv e giornali, anziché un dibattito costruttivo, aperto, a cui possano partecipare confrontandosi le parti chiamate in causa) con una semplificazione che solo i dittatori in età contemporanea hanno compiuto: posto che la libertà di opinione è sancita dalla Costituzione, e che quindi ogni critica è legittima, ciò che è deprecabile è arrogarsi il diritto di determinare, sancire e interpretare ciò che è ammissibile e ciò che è inammissibile. (Monica Favaro)