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Il gruppo di partigiani, una ventina, con base all'alpe Affittà di Sopra sul Monte Cucco (Tollegno),
che diede poi origine alla 2a brigata d'assalto Garibaldi "Ermanno Angiono-Pensiero", prese il nome di
"Fratelli Bandiera" ed il comando fu assunto da Quinto Antonietti (Quinto), in qualità di comandante militare e
da Mario Mancini (Grillo), quale commissario politico.
Fra i primi reparti ad iniziare la lotta armata nel Biellese contro i nazifascisti, l'11 dicembre 1943, fu
una squadra del "Bandiera" che, con una tempestiva azione a fuoco, pose in fuga un reparto di carabinieri
inviato dalle autorità nazifasciste alla Filatura di Tollegno per soffocare con la forza uno "sciopero bianco" che
da due giorni le maestranze stavano attuando.
Il mattino del 21 dicembre, i partigiani del "Bandiera", ai quali era stato assegnato il compito di
proteggere gli operai della valle del Cervo che, come in tutto il Biellese, avevano iniziato uno sciopero per
ottenere aumenti salariali e l'assegnazione di generi alimentari, uccisero nel corso di un combattimento, al bivio
fra Tollegno e Pralungo, un ufficiale e un graduato dell'esercito germanico, e ferirono e catturarono gli altri
due occupanti dell'autovettura diretta alla Filatura di Tollegno: un graduato tedesco e il capitano Bianco,
dei carabinieri di Biella. A questo fatto i nazifascisti risposero con un'efferata rappresaglia che costò una
trentina di vittime tra la popolazione del Biellese e della Valsesia.
Alla vigilia di Natale, il distaccamento, non ritenendo più sicura la base sul Cucco, si spostò al
Bocchetto Sessera e si insediò nell'edificio colà esistente. Nel mese di gennaio del 1944, gli effettivi raggiunsero
le quaranta unità ed il "Bandiera" fu, con gli altri cinque distaccamenti partigiani biellesi ed uno
valsesiano, componente della 2a brigata d'assalto Garibaldi "Biella", fondata in località Pratetto (Tavigliano), il
15 gennaio 1944.
Alcuni riusciti colpi di mano nella valle del Cervo, caratterizzarono, all'inizio del 1944, l'attività
del distaccamento che il 27 gennaio subì la prima perdita: Salvatore Solinas (Cuffia) caduto a Tavigliano. Il
20 febbraio il "Bandiera", che per la sua ubicazione (Bocchetto Sessera) non venne investito
direttamente dall'attacco in forze scatenato dai nazifascisti nel saliente montano compreso tra il Monte Rubello
(Trivero) e il Deir del Fieno (Orio di Mosso), dove si trovavano il "Mameli" (cascine Orio Secco) e il "Piave"
(Basto, sulla Rocca d'Argimonia), fornì protezione ai garibaldini dei due distaccamenti più provati dai
duri combattimenti e dalle gravi perdite subite (otto uomini il "Piave" e tre il "Mameli") coi quali, agli ordini
di Piero Pajetta (Nedo), si trasferì, verso sera, in baite dell'alta Valsessera.
Pochi giorni dopo, quasi tutti i partigiani operanti nel Biellese centro-orientale si spostarono in Valsesia,
nel piccolo centro di Rassa, ove, il 12 marzo, in condizioni precarie per una copiosa nevicata avvenuta sul
finire di febbraio, sostennero un massiccio attacco nazifascista. Il giorno seguente, mentre i garibaldini
del "Bandiera" con altri del "Piave" e del "Mameli" tentavano di raggiungere Piedicavallo, nell'alta valle
Cervo, attraverso il bocchetto del Croso, furono nuovamente attaccati all'alpe Dosso, in alta val Sorba, non
lontano dal valico. Sei partigiani caddero in combattimento, undici furono fatti prigionieri e fucilati il giorno
stesso a Rassa; il diciottesimo morì giorni dopo per sopravvenuta setticemia da congelamento. Molti furono
i partigiani feriti e congelati.
Il perdurare degli attacchi effettuati dai nazifascisti nei mesi di febbraio e marzo, costrinse i superstiti
del "Bandiera", divisi in piccoli gruppi, a trovare rifugio in baite di alpeggi situati da una estremità all'altra
del Biellese: alpe Baroso (zona Bocchetto della Boscarola, valle Dolca), alpe Isola (valle del Viona, zona
alta Serra-Mombarone). Malgrado ciò, nel marzo, alcune squadre riuscirono a compiere azioni nella valle
del Cervo ed a Biella che sorpresero il nemico, il quale pensava di avere sgominato quei distaccamenti
partigiani che con tanto accanimento aveva incalzato per più di due mesi.
In aprile, si ricostituirono le pattuglie, con il compito di portare attacchi partigiani anche in pianura. Una
di queste, in seguito ad una delazione cui fece seguito un'azione moralmente inqualificabile, fu annientata
il 17 maggio a Mottalciata. Dei venti garibaldini del "Bandiera" componenti la pattuglia, tre morirono
in combattimento, gli altri diciassette, resi inoffensivi da un potente sonnifero contenuto nel vino che era
stato loro offerto, furono catturati e fucilati presso il cimitero di S. Vincenzo.
A luglio, il "Bandiera", superato il periodo cruciale dell'inverno 1943-44 e della successiva primavera,
che costò al distaccamento più di quaranta caduti, con l'apporto di altri giovani volontari che giornalmente
ne raggiungevano la base, situata alle Piane del ponte (alta Valsessera), si trasformò in battaglione. In
questa fase di riassestamento non furono tuttavia tralasciate le operazioni militari, che comprendevano azioni
di sabotaggio alla produzione di guerra e alla rete ferroviaria ed elettrica, effettuate da nuclei di sabotatori
in pianura, e due attacchi al presidio della Gnr di Andorno, il cui esito non fu però quello sperato.
Nella prima decade di agosto, quando gli effettivi del "Bandiera" superarono i duecento, il
battaglione diventò brigata, assumendo, come detto, la denominazione di
2a brigata d'assalto Garibaldi
"Ermanno Angiono-Pensiero", in memoria del giovane commissario politico del "Piave", caduto a Cossato il 17
febbraio 1944. Comandante e commissario, furono per qualche tempo Silvio Ortona (Lungo) e Mario Mancini
(Grillo), sostituiti poi da Renato Sasso (Renato) e Domenico Bricarello (Walter). Vicecomandante fu Vincenzo
Biscotti (Mitra), vicecommissario Luigi Moranino (Pit) e capo di stato maggiore il capitano Bertola (Rosso).
Con la divisione del Biellese in zone operative per le diverse brigate, alla
2a venne assegnato il territorio comprendente l'alto Sessera e l'alto Cervo, nella zona montana; quello compreso tra il torrente Oropa e
il torrente Strona, nella zona pedemontana, quello tra il torrente Cervo e la direttrice
Biella-Salussola-Santhià, in pianura. Per tutta l'estate e parte dell'autunno, numerosi furono gli attacchi portati da pattuglie della
2a brigata a posti di blocco nemici a Biella, Andorno, Valle Mosso e a decine si contarono le azioni di
sabotaggio e le imboscate ad autoveicoli nemici sulle rotabili di pianura. Diversi anche gli scontri armati tra le
colonne nemiche, che operavano azioni di rastrellamento nei territori controllati dalla
2a brigata, e reparti della stessa, alcuni dei quali, a partire da agosto, erano stati dislocati in prossimità di San Francesco
(Zumaglia), Ronco, Ternengo, a significare con la loro presenza l'avvenuta liberazione della zona assegnata alla
2a, ad eccezione delle località presidiate permanentemente dai nazifascisti i quali, oltre a registrare la
crescente ostilità della popolazione, dovevano fare i conti con partigiani sempre più agguerriti ed intraprendenti.
Alla metà di novembre i distaccamenti della brigata, che aveva ormai superato i quattrocento
effettivi, suddivisi in tre battaglioni di tre distaccamenti ciascuno (inizialmente), che erano ancora in alta
Valsessera, lasciarono questa zona ed assunsero uno schieramento difensivo che offrisse buone garanzie di sicurezza
ed una adeguata sistemazione, dislocandosi in cascine limitrofe o negli stessi centri abitati della
sottostante zona collinare. Il comando di brigata fu insediato a Camandona, dove già si trovavano l'infermeria e
il servizio di intendenza, che furono potenziati.
Durante gli ultimi due mesi del 1944, nella zona occupata dalla
2a brigata la calma fu pressoché assoluta.
Il nemico, impressionato dallo spiegamento di forze partigiane, dalla loro organizzazione e dalle
esagerate notizie sul loro armamento, non osò attaccare. Gli scontri armati al di fuori della zona avvennero
esclusivamente per iniziativa dei partigiani. Fu un periodo di vita libera in una vasta zona del Biellese e gli abitanti
di numerose località furono lieti di avere rapporti diretti e di ospitare i garibaldini. Le autorità
comunali collaborarono con i commissari politici delle formazioni, i quali, nel limite del possibile, cercarono
di facilitare la vita delle popolazioni.
All'inizio del 1945, allo scatenarsi di un poderoso quanto previsto rastrellamento che investì tutta la
zona, scoppiò una grave crisi da tempo latente nel comando di brigata. A renderla più drammatica furono
le defezioni del comandante, del capo di stato maggiore e l'aperta secessione del vicecomandante
che provocarono lo sbandamento di alcuni reparti, la perdita di molti partigiani e la cattura di alcune decine
di essi. La crisi, anche se grave ed incresciosa, fu di breve durata poiché, grazie all'impegno dei
responsabili politici della brigata, al prestigio e alla capacità di Bruno Salza (Mastrilli), Leandro Volpini (Tom) e
Alberto Buratti (Cichet), chiamati a ricoprire gli incarichi di comandante, vicecomandante e capo di stato
maggiore, i reparti si ripresero prontamente.
Lo spostamento della quasi totalità degli uomini della
2a brigata (trecentocinquanta circa) dalla loro
zona abituale a Cuceglio (basso Canavese) che dista 80 chilometri da Camandona, per sfuggire
all'accerchiamento di preponderanti forze nemiche che per alcune settimane setacciarono palmo a palmo il territorio,
avvenuto in condizioni di innevamento eccezionali, con lunghe e faticose marce, contrappuntate dagli scontri
armati di Cerrione, Zimone, bivio di Caravino, contribuirono infatti a ritemprare lo spirito dei garibaldini. Al
loro ritorno in zona, dopo la metà di febbraio, erano di fatto pronti ad affrontare il nemico con rinnovato
slancio e combattività.
La prova fu loro offerta pochi giorni dopo, allorché, per alleggerire da una persistente pressione
nazifascista la 75a brigata, numerose pattuglie della
2a vennero impegnate, a partire dal 23 febbraio, in attacchi ai posti
di blocco fascisti di Biella, ed un suo reparto, il 25 febbraio, occupò Andorno e ne bloccò la valle.
All'indomani, 26 febbraio, i nazifascisti, oltre a risalire la valle del Cervo per riprendere Andorno, che per la strenua
difesa opposta dai garibaldini cadde solo dopo alcune ore di combattimento, puntando da tre direttrici:
Mosso Santa Maria-Veglio Mosso, Banchette-Pianezze-Camandona, Pettinengo-Selve
Marcone-Callabiana, sferrarono un massiccio attacco ai distaccamenti della
2a brigata. Il combattimento, iniziato alle 6 del
mattino, si protrasse per tutta la giornata e solo verso sera tutti i reparti, provati per alcune perdite, riuscirono
a sganciarsi dal nemico e a portarsi in luoghi più sicuri.
Il mese di marzo fu ancora contraddistinto da numerose puntate nemiche verso località occupate dai
partigiani della 2a, ma ogni qualvolta i nazifascisti tentarono di forzare il dispositivo di difesa della brigata
furono respinti. I reparti, avendo ormai acquisito notevole addestramento e capacità manovriera,
dimostrarono queste attitudini in ogni occasione. Il loro spostamento avveniva con tempestività ed eccellente era la
loro efficienza sia in movimento che in fase di apprestamento per l'attacco o la difesa.
Analoga situazione ad aprile, coi nazifascisti che, con le loro puntate, immancabilmente respinte,
cercarono di contenere l'iniziativa dei reparti della
2a, sempre più spesso caratterizzate da attacchi al
munitissimo presidio della Gnr di Valle Mosso e ai posti di blocco intorno a Biella, rendendo più problematici
gli spostamenti alle unità nemiche. Il 19 aprile, nella zona della
2a brigata si verificò uno sciopero
generale, preludio di quello insurrezionale, e numerosi furono i comizi tenuti dai responsabili partigiani ai
lavoratori e alla popolazione. Il 23 aprile, la mattina presto, numerose colonne nemiche, ricalcando lo schema
d'intervento già attuato il 26 febbraio, con un dispiegamento inusitato di uomini e di mezzi, scatenarono un
attacco simultaneo, tale da impegnare e stringere in cerchio tutti i distaccamenti della brigata. Si combatté per
tutta la giornata e solo a sera i garibaldini lasciarono la zona contesa ai nazifascisti, spostandosi nelle vicinanze
di Trivero.
Alle 3 del mattino del 24 aprile, il comando, informato della fuga dei tedeschi da Biella, diede
pratica attuazione al piano E 27, che affidava alla
2a brigata, con la collaborazione di reparti della
75a, la liberazione di Biella. Le prime pattuglie della
2a entrarono in città nel primo pomeriggio e verso sera Biella fu
libera. Mastrilli e Walter ne assunsero il comando di piazza.
Per liberare invece le località in pianura, il battaglione "Gianni", di rinforzo alla
75a brigata si spostò a Santhià e nella zona di Cavaglià. In queste località, nella notte tra il 29 e 30 aprile, venticinque
garibaldini, diciotto dei quali del battaglione "Gianni", e ventisette civili, furono barbaramente trucidati dai nazisti.
Il 2 maggio 1945 a Biella, fu firmato l'atto di resa del 75° Corpo d'armata tedesco e delle
formazioni fasciste da esso dipendenti, che poneva fine alla Resistenza armata in Piemonte. Tra i firmatari, il
commissario della 2a brigata, Domenico Bricarello (Walter). I caduti della
2a brigata erano stati centoventotto. Al
momento della smobilitazione, il 7 giugno 1945, la
2a brigata era formata da quattro battaglioni con più di
sedici distaccamenti (di alcuni dei quali non disponiamo della fotografia), per un totale di
ottocentoquarantadue garibaldini così suddivisi: 509 partigiani combattenti, 71 patrioti, 195 benemeriti, 49 partigiani feriti,
18 mutilati ed invalidi.
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