Antifascismo e guerra di Spagna (1)


Sabato 30 maggio 1998 si è tenuto a Mezzana Mortigliengo un convegno organizzato dall'Istituto, in collaborazione con il Comitato provinciale biellese dell'Associazione nazionale perseguitati politici antifascisti italiani e con il patrocinio dell'Amministrazione comunale, per ricordare otto antifascisti di Mezzana e dei comuni limitrofi, combattenti in Spagna nelle fila delle Brigate internazionale.
Dopo il saluto del sindaco, Ernestino Radice Marascet, è intervenuto Anello Poma, ex garibaldino di Spagna ed ex commissario politico del Comando zona Biellese durante la Resistenza, che ha incentrato il suo intervento in particolare su Carlo Ravetto, nativo di Mezzana Mortigliengo, una tra le figure più note e interessanti dell'antifascismo biellese.
Prima di entrare nello specifico di questo personaggio, Poma ha voluto esporre alcune riflessioni sulla guerra civile spagnola, ricordando innanzitutto il contributo determinante del fascismo italiano e del nazismo nell'attuazione del golpe militare. Spesso, ha affermato Poma, ci si ricorda di Guernica, rasa al suolo dall'aviazione tedesca e immortalata dal celebre dipinto di Pablo Picasso, ma non furono minori i crimini di cui si resero protagonisti i fascisti italiani. Poma si è poi soffermato nel ricordo dell'emozione che suscitò questa guerra tra gli antifascisti italiani, i quali sentirono come un dovere morale andare in Spagna a portare solidarietà alla Repubblica e dimostrare che l'Italia non era solo quella del fascismo.
Il relatore ha parlato sempre di antifascisti, criticando aspramente quanti etichettano come comunisti tutti coloro che presero parte alla difesa della Repubblica spagnola. Ciò è offensivo nei confronti di chi non era di quell'ideologia ed è pure oltremodo falso. Poma ha infatti citato Carlo Rosselli, colui che lanciò il famoso appello "oggi in Spagna, domani in Italia", nel quale gli antifascisti di tutte le ideologie si riconobbero.
A giudizio dell'ex garibaldino, l'intervento italiano nella guerra civile segnò la prima crepa nel solido edificio del consenso che il regime aveva saputo costruire e che raggiunse il massimo con la conquista dell'Etiopia. Malgrado i severi divieti del regime a parlare di quanto stava avvenendo in Spagna, molti italiani iniziarono a discutere di quest'avvenimento, riunendosi in modo clandestino per ascoltare l'emittente "Radio Barcellona", procurando parecchio fastidio al fascismo.
Venendo poi a parlare in dettaglio della figura di Ravetto, Poma lo ha ricordato come lavoratore combattivo e intelligente, tra i fondatori della Federazione biellese del Partito comunista d'Italia. Durante il periodo trascorso in Argentina e Uruguay, grazie alle sue spiccate doti organizzative e alla sua intelligenza, riuscì ad accedere a funzioni dirigenti nei sindacati locali.
Concludendo il suo intervento, Poma ha ricordato la piena dedizione di Ravetto al partito, che lo destinò, attraverso il Comintern, alla Spagna, per organizzare il Partito comunista che, oltre ad avere scarsa influenza, faticava a trovare un suo spazio in una sinistra dominata dal Partito socialista.
Piero Ambrosio, direttore dell'Istituto, nel corso della sua relazione ha ricordato le figure degli altri sette antifascisti volontari in Spagna, originari o residenti nei comuni limitrofi a Mezzana, che furono: Alfonso Mellina Sartore, Ezzelino Prina Cerai, Benedetto Varnero, Giuseppe Mosca, Andrea Crovella, Enrico Bonora e Ottavio Callegaro.
Ambrosio ha anche parlato del lavoro di ricerca condotto in questi ultimi anni, ovvero la storia dell'antifascismo nel Vercellese dal punto di vista della repressione. In particolare ha avuto modo di studiare il grado di efficienza dei vari organismi addetti al controllo e alla vigilanza degli antifascisti. Per quanto concerne la partecipazione alla guerra civile di Spagna, l'arrivo e l'arruolamento nelle Brigate internazionali erano ben presto noti alla polizia. Non appena segnalati, i nominativi degli antifascisti, se già non erano schedati, venivano inseriti nel Casellario politico centrale, nella "Rubrica di frontiera" e nel "Bollettino delle ricerche" e, contemporaneamente, veniva disposta la revisione della corrispondenza diretta ai familiari.
Un grande aiuto alla polizia venne fornito dai "fiduciari" che, grazie alle loro segnalazioni, resero possibile la compilazione di veri e propri elenchi di volontari. Furono decine le persone denunciate nel Biellese e nel Vercellese per il loro atteggiamento favorevole alla Repubblica spagnola, anche semplicemente per aver ascoltato "Radio Barcellona", o per aver divulgato "notizie allarmanti sui combattenti italiani in Spagna", oppure per aver criticato l'intervento italiano. La pena comminata era quasi sempre quella dell'assegnazione al confino.
Ambrosio ha poi concluso ricordando che il conflitto spagnolo segnò una ripresa dell'antifascismo organizzato, il quale, pur non ottenendo nell'immediato i risultati sperati, gettò le basi per quella lotta antifascista che, di lì a qualche anno, sarebbe sorta anche in Italia.
Ha poi preso la parola - fuori programma - Brunello Livorno, della segreteria della Camera del lavoro di Biella, per ricordare ancora Carlo Ravetto nella sua veste di segretario della Cgil biellese dal 1946 al 1955, gli anni della ricostruzione del sindacato democratico in Italia. La sua esperienza alla guida della Camera del lavoro coincise anche con la fase più difficile e aspra del sindacalismo italiano, quello della rottura dell'unità sindacale a seguito della sconfitta del Fronte popolare alle elezioni del 18 aprile. Ravetto si trovò infatti a dover affrontare una situazione pesante, in cui si combinavano vari fattori negativi, tra i quali l'asprezza delle relazioni sindacali, il clima di divisione con le altre confederazioni, la situazione industriale di un territorio a monocultura tessile, caratterizzata da continue crisi congiunturali. Livorno ha quindi concluso il suo intervento rendendo merito a Ravetto di aver saputo condurre la Camera del lavoro di Biella in una fase molto delicata, facendo in modo che essa non si cristalizzasse ma fosse in grado di rinnovarsi.
È stata quindi proiettata un'intervista allo stesso Ravetto, realizzata nel 1975 dall'Archivio nazionale cinematografico della Resistenza, a cura di Paolo Gobetti e Paola Olivetti, con la collaborazione di Anello Poma, nel quadro di un'ampia ricerca in video sulla guerra di Spagna intitolata "Autobiografia di una guerra civile", effettuata principalmente attraverso la raccolta di testimonianze di combattenti italiani e spagnoli.
Ultimo intervento della giornata è stato quello di Gianni Perona, docente di storia all'Università di Torino e segretario generale dell'Insmli, il quale si è soffermato sull'importanza di una corretta rievocazione storica. A suo parere, infatti, oggi si ricorre molto spesso, nel raccontare i fatti del passato, all'uso di un quadro di riferimenti sociali, politici e culturali completamente fuorvianti, in quanto legati all'attualità.
Altro errore sovente commesso è quello di dare una lettura esclusivamente politica dei fatti storici. La stessa intervista a Ravetto è stata molto significativa in questo senso: egli ha letto la sua vita in termini di ideologia e di appartenenza politica. Ma, secondo Perona, la gran parte degli operai che, come Ravetto, parteciparono alla guerra di Spagna arruolandosi nelle Brigate internazionali, non erano internazionalisti per scelta, ma fu la loro situazione, comune a milioni di operai, che li avvicinò all'internazionalismo comunista.
Perona ha sostenuto che è impossibile comprendere la guerra di Spagna se non ci si rende conto che essa fu l'espressione di una crisi che attraversava tutta la società europea e gli Stati Uniti, crisi che fu prima di tutto economica e che provocò milioni di licenziamenti, povertà e disperazione. Il relatore si è detto convinto del fatto che, senza quella drammatica situazione economica e sociale, non sarebbe stato così semplice reclutare migliaia di volontari per la guerra di Spagna. La prova di ciò è fornita dalla loro provenienza: Inghilterra, Italia, Francia, Germania, Belgio, tutti paesi alle prese con la recessione.
Anche l'età dei volontari è un interessante indicatore, molti di questi avevano un'età compresa tra i trenta e i quarant'anni, e non furono tanto le ragioni ideali ad indurli ad arruolarsi, quanto piuttosto la disperazione.
È dunque sbagliato analizzare la psicologia dell'operaio solo in termini politici, come è sbagliato considerare tutti i contrasti sociali come scontri politici. Ciò fu proprio quello che fece il fascismo: incominciò con il dire che bisognava togliere di mezzo quei pochi bolscevichi che impedivano la salute morale del Paese. Una volta preso il potere il regime alzò il tiro e nel 1926 si stabilì per legge che lo sciopero diventasse un reato penalmente perseguibile. Il passo ulteriore fu quello di sostenere che tutti quelli che scioperavano fossero comunisti, etichettando politicamente l'identità di questi operai e braccianti.
Un aspetto della guerra che viene considerato secondo uno schema politico è l'anticlericalismo. Per i contadini spagnoli la Chiesa rappresentava il più grande proprietario terriero di Spagna. Essi, dominati in condizioni di miseria, avvertirono la parola d'ordine anarchica della divisione della terra come un qualcosa di irresistibile e non seguirono alcuna indicazione proveniente dai comunisti, i quali giudicavano inopportuno un sovvertimento sociale rivoluzionario. Dunque, ha concluso Perona, il carattere rivoluzionario anticlericale della guerra civile spagnola ci fu non per i comunisti, ma malgrado i comunisti.