Malcolm R. Webster
Un australiano tra i partigiani biellesi
"l'impegno", a. IX, n. 1, aprile 1989
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Mi arruolai nel giorno del mio diciannovesimo compleanno e lasciai l'Australia per il Medio Oriente
nel tardo 1940. Seguendo lo sfollamento delle truppe da Creta, mi trovai sul cacciatorpediniere
britannico "Hereward", che fu colpito e poi affondato nello stretto di Kaso a causa di un bombardamento della
Luftwaffe tedesca il 29 maggio 1941. La nave venne abbandonata alle 6.45 del mattino e dopo 5 ore in mare senza
un giubbotto di salvataggio venni salvato da una torpediniera della Marina italiana. Questa azione contro
la "Hereward" costò più di trecento vite, perse soprattutto per annegamento.
L'azione di quel giorno effettuata dai tedeschi contro il convoglio causò la perdita anche di un'altra nave,
l' "Imperial" e attacchi contro gli incrociatori "Orion" e "Dido" ed al cacciatorpediniere "Decoy". In tutto
ci furono più di mille vittime. Noi, sopravvissuti dell' "Hereward", salvati dai "mas" della Marina
italiana fummo portati a Scarpanto: molti erano nudi, altri scarsamente vestiti. Qui ci fu dato cibo e acqua.
Poi venimmo trasportati sul cacciatorpediniere della Marina italiana "Francesco Crispi" a Rodi. Dopo circa
tre settimane a Rodi, dopo esserci ripresi da quella terribile esperienza, e piuttosto deboli per le scarse
razioni di cibo, fummo mandati all'isola di Leros, dove fummo imbarcati sulla "Caleno", che salpò verso la
Grecia e poi, via Corinto - Patrasso, arrivò a Bari il 22 giugno 1941, il giorno in cui la Russia sovietica entrò
in guerra. Arrivati a Bari, fummo sottoposti ad una accoglienza molto ostile: mentre marciavamo verso
la stazione ferroviaria ci venivano lanciati bastoni e pietre. Per fortuna le guardie italiane fecero un buon
lavoro nel tenere sotto controllo la situazione. Dopo quasi tre settimane nel campo di sosta per prigionieri di
guerra a Capua, il 12 luglio 1941 venimmo inviati in treno a Bolzano e avanzammo verso Prato Isarco, vicino
al Passo del Brennero. ll campo di Prato Isarco consisteva in una vecchia fabbrica di birra in disuso, in
edifici in legno molto polverosi adiacenti alla principale linea ferroviaria che serviva le forze germaniche
operanti nel Nord Africa. La vita e le condizioni, sebbene piuttosto primitive, erano tollerabili, con sufficienti
razioni, aumentate dai pacchi di cibo che arrivavano tramite la Croce rossa internazionale di Ginevra. Il campo
di Prato Isarco fu evacuato il 25 ottobre 1941 e tutti i prigionieri di guerra furono trasferiti in treno al campo
di concentramento Pg numero 57 a Cividale, vicino a Udine.
Il Pg 57 risultò essere un vero campo di prigionia, efficiente, ben amministrato e strettamente controllato.
Il campo, situato sugli altopiani vicino a Caporetto, era esposto a forti venti ed a un freddo estremo, da noi
mai sperimentato in precedenza: quell'inverno la temperatura toccò la punta record di 23°. ll vestiario
insufficiente e inadatto era un problema e aumentò il nostro disagio; quest'ultimo venne mitigato durante il mese
di marzo 1942 dall'arrivo dei pacchi con abiti personali provenienti dall'Australia ed anche di alcune
provviste tramite l'organizzazione della Croce Rossa.
Nel febbraio 1942 le razioni di cibo erano state inoltre drammaticamente "tagliate" del 60 per cento
ed anche i pacchi della Croce rossa erano cessati.
Molti soffrirono di denutrizione, altri di "beri-beri", malattia causata dalla mancanza di frutta e
verdura, necessarie per mantenere nel corpo il giusto livello di vitamina B. Molti prigionieri di guerra
finirono nell'ospedale di Udine, io compreso, perché mi ammalai di "beri-beri" e di setticemia, a causa di
una infezione al piede che richiese un intervento chirurgico. Sebbene l'esistenza nel campo Pg 57 fosse dura
e difficile, il morale venne sostenuto da molte attività: concerti, dibattiti, lezioni, gare di quiz, tornei a
carte, e competizioni sportive di cricket, calcio e atletica fra le squadre delle varie baracche. All'inizio del
1942 l'attività sportiva fu tuttavia interrotta per alcune settimane dato il cibo insufficiente per sostenere il
corpo ad un livello accettabile.
L'aprile 1943 vide la spedizione dei prigionieri di guerra con il grado di sergente ai campi di lavoro. Io, in
un gruppo di cinquanta uomini fui mandato al campo di lavoro numero 106 nella cascina Oschiena, vicino
a Vercelli, a lavorare nei campi di grano e nelle risaie. La sistemazione era sgradevole, le baracche di
legno erano piccole e sovrappopolate, mancava l'aria a causa delle doppie porte tenute chiuse dalle guardie.
Dato che questa situazione causò molto disagio durante le notti calde, organizzammo in maniera tipica uno
sciopero e ci rifiutammo di lavorare. A poco a poco, le condizioni migliorarono, la fornitura di cibo si poteva
definire buona, con doppie razioni rese più consistenti dai generi extra provenienti dalla fattoria. Tutto ciò
unitamente ai pacchi di cibo della Croce rossa, migliorò presto la nostra condizione fisica.
Progressivamente divenne chiaro che gli italiani erano disillusi dal regime fascista e dall'alleanza con
la Germania nazista. Vi furono poi il ritiro dall'Africa settentrionale, lo sbarco alleato in Sicilia e l'invasione
dell'Italia a Salerno e Anzio; non fu una sorpresa il fatto che l'armistizio venne chiesto agli Alleati
dal maresciallo Badoglio, l'8 settembre 1943.
Questo fu un giorno eccezionale, di grande gioia e festeggiamenti nella cascina Oschiena, condiviso
dai prigionieri di guerra, dalle guardie italiane e dai contadini. Si avvertiva ovunque che finalmente il
giogo fascista di Mussolini era rotto per sempre. Era una grande sensazione di libertà e sollievo. Tuttavia,
insieme ai miei compatrioti, mi interessai subito dell'attività delle truppe tedesche nella zona di Vercelli, in
relazione alla notizia secondo la quale tutti i campi dei prigionieri di guerra in Italia venivano controllati e i
reclusi mandati nei campi di concentramento in Germania. Piuttosto che questo succedesse, decidemmo
di abbandonare il campo di lavoro e di prendere, ognuno, la propria strada; alcuni verso la Svizzera, altri a
sud, altri nascondendosi con l'aiuto degli agricoltori delle vicinanze nella vana speranza che gli alleati
sbarcassero a Genova e li liberassero. Io mi unii ad altri quattro australiani, di cui uno venne poi giustiziato, insieme
a quattro compatrioti, tutti disarmati, nelle montagne del Vercellese settentrionale (i corpi di questi
cinque australiani furono esumati dagli abitanti del luogo all'inizio del 1945 e messi in un cimitero italiano,
vicino a Portula). Dopo essere rimasti nascosti vicino alla cascina per sei settimane ed essere mantenuti con cibo
e denaro dalla popolazione, ci divenne chiaro che non ci sarebbe stato uno sbarco alleato a Genova e che
la lotta per estromettere le truppe tedesche dall'Italia sarebbe stata ancora ardua e lunga.
Non arrivò neppure una guida, necessaria a condurci attraverso le Alpi in Svizzera, nonostante le
promesse e i contatti speranzosi. Prendemmo allora la decisione di dirigerci a nord, anche senza aiuto, con la
speranza che avremmo potuto trovare una guida idonea in qualche paese di montagna. Ci dirigemmo quindi a
nord per alcuni giorni e alla fine raggiungemmo un rifugio in alta montagna occupato da alcuni ex soldati
italiani nascosti. Qui ci rendemmo conto che i rischi per trovare il giusto passaggio in Svizzera in quel
periodo dell'anno erano troppo grandi. Dirigendoci allora verso le colline pedemontane, dove faceva più caldo, io
e i miei tre compagni venimmo a sapere che il passaggio in Svizzera era possibile in un'altra zona,
cosi tornammo indietro verso le Alpi per scoprire che eravamo ancora una volta troppo in ritardo e che
l'ultimo contingente era stato seriamente provato poiché due uomini erano morti per il mal di montagna a
causa dell'altitudine. Disperati, ci dirigemmo a sud, ancora attraverso le pianure del Piemonte e oltre il fiume
Po, nella provincia di Alessandria. Finora avevamo viaggiato con abiti civili dato che l'intenzione era di
trovare o rubare una barca e raggiungere la Sardegna. Più ci avvicinavamo a Genova e più erano concentrate
le truppe tedesche, in attesa - senza dubbio - di uno sbarco alleato. Senza denaro e cibo divenne
difficile muoversi; anche la popolazione era molto nervosa e sotto costante minaccia dei tedeschi che, inoltre,
avevano offerto ricompense per informazioni che conducessero alla cattura dei prigionieri di guerra evasi dai
campi di concentramento: si decise di ritornare a nord. Diventò difficile trovare cibo e, poiché insieme
eravamo troppo vistosi, ci dividemmo in coppie, sorteggiando un nome da un cappello.
Io sorteggiai William Wrigglesworth, un membro della mia unità dell'esercito, gli altri due erano
Roger Wettenhall e Bert Ridgway. Il 24 novembre ogni coppia andò in direzioni diverse ma, fondamentalmente,
a nord. Dopo alcune settimane Bert Ridgway si consegnò alle autorità a causa della sua salute
compromessa. Roger Wettenhall fu fermato e arrestato dalla polizia italiana il 17 gennaio 1944 e, dopo l'interrogatorio
al quartiere generale fascista di Vercelli, fu mandato in prigione a Novara dove, una settimana più tardi,
fu preso dai tedeschi e portato a Milano e poi nello stalag V 11 a Moosburg, in Germania. Alla fine della
guerra venne rimpatriato in Inghilterra e finalmente arrivò a casa, in Australia, dove tuttora vive, in un sobborgo
di Melbourne.
Io e il mio compagno continuammo a vagare nella campagna a nord di Vercelli e ci dirigemmo
gradualmente verso Domodossola, quando fummo intercettati da un membro di una organizzazione antifascista
operante nella zona di Borgosesia. Venimmo portati in un campo fra le montagne, comandato da un patriota
antifascista, Moscatelli. In questo campo incontrammo un altro australiano, di nome Frank Jocumsen, che
avevamo conosciuto al campo Pg 57 vicino a Udine. Frank sarebbe diventato piuttosto famoso in quella zona, per
le sue imprese contro il nemico. Io e i miei compagni lasciammo il gruppo di Moscatelli dopo un
breve soggiorno; poiché non avevamo armi, fummo molto fortunati a evitare la cattura da parte dei fascisti
mentre passammo per Borgosesia.
Qualche giorno più tardi giungemmo a Mezzana dove venimmo aiutati dalla famiglia di Cellio e
Mariettina Confienza, i quali, in quel periodo, avevano due figli piccoli, Giacomo e Tiziano. Trascorremmo tre
settimane a casa dei Confienza, dormendo di notte e nascondendoci di giorno sulle colline vicine.
Poi, a causa dell'incrementata attività repubblicana ed alle frequenti fughe in quella zona, si rese
necessario lasciare Mezzana e vivere in collina. I rifugi vennero costruiti in mezzo alla brughiera e fra gli alberi.
L'erica venne impiegata per ricoprire il tetto ma anche come giaciglio: un capolavoro che orgogliosamente chiamammo
"Australia house". Mezzana venne sottoposta ad una crescente pressione dovuta alle perquisizioni dei
fascisti, disperatamente alla ricerca di due australiani che - sembrava - si trovavano sempre un passo più
avanti, grazie ai preavvisi opportuni di Cellio e Mariettina, il cui coraggio fu incredibile e mai dimenticato.
Dopo aver costruito i due rifugi, poi eliminati, dovemmo trascorrere un certo periodo di tempo in una grotta,
fino a quando un abitante, insospettitosi, la scoprì e dovemmo, su consiglio di altri abitanti del paese
abbandonare subito anche questo rifugio.
In quel periodo si unirono a noi due soldati inglesi che erano stati catturati in Tunisia e che erano
stati nascosti in un altro paese, dove un loro compagno e alcune persone che li avevano aiutati erano stati
arrestati dai repubblicani. Temendo per la loro salvezza chi li aiutava decise che essi avrebbero vissuto nelle
colline con noi due. Verso la fine di marzo 1944 decidemmo di allontanarci da Mezzana verso le "colline
rosse": una valle profonda e appartata con un fiumicello fu individuata vicino a Rongio.
Era l'ideale, e così si scavò un locale sotterraneo sul lato di una collina scoscesa, camuffata
completamente con piante ed erba. La "trincea" fu chiamata "riposo dei vagabondi" e fortunatamente non fu mai
scoperta. Cucinavamo solo di notte con un piccolo fuoco reso invisibile. Una stretta sorveglianza fu mantenuta
dall'alba al tramonto, mettendo una sentinella su un albero della collina più alta: quando veniva avvistata una
pattuglia nemica oppure una persona sospetta ci ritiravamo nella valle e restavamo nascosti fino a quando la
via ritornava libera.
I rifornimenti di cibo erano raccolti a Mezzana ogni domenica sera, il tutto organizzato attraverso la
famiglia Confienza: per importanti ragioni di sicurezza solo poche altre gentili famiglie partecipavano a tutto ciò;
i rischi di queste famiglie erano enormi. Viaggiare di notte lungo sentieri accidentati si rivelò molto
difficile quando non c'era la luna, era un viaggio di oltre quattro ore e si verificarono molte cadute, per fortuna
senza rompere le ossa.
Dopo il 15 marzo del 1944 provammo una grande delusione dopo che il leader britannico Churchill
aveva anticipatamente dichiarato che il mondo sarebbe stato testimone del più grande evento della storia entro
le "idi di marzo": senza dubbio faceva riferimento all'apertura del secondo fronte nell'Europa occidentale,
che però non avvenne. Nonostante le difficoltà e la continua minaccia di cattura e la possibile condanna a
morte, mantenemmo alto il morale, determinati a sopravvivere; avevamo anche pianificato un altro tentativo per
la Svizzera qualora le condizioni si fossero rivelate idonee. Talvolta era necessario abbandonare "la trincea"
a causa di piogge eccezionalmente abbondanti che bagnavano il giaciglio. Trovavamo allora rifugio nel
fienile di una cascina, in attesa che la nostra dimora asciugasse.
Dopo l'apertura del secondo fronte in Francia, nel giugno del 1944, ci unimmo alla
Resistenza antifascista-antinazista, che era diventata attiva e cresciuta di numero, in seguito anche alla chiamata
dei giovani alle armi nelle forze repubblicane, mentre questi decisero, al contrario, di diventare partigiani.
Per noi era giunto il momento di evitare ulteriori avversità ed una eventuale cattura di quelle persone
coraggiose che così prontamente avevano assistito noi e molti altri fuggiaschi. Io e William Wrigglesworth
diventammo membri del distaccamento "Dellatezza", comandato da Giovanni Gniatti detto "Topolino", e
adottammo rispettivamente i nomi di battaglia di Sidney e Melbourne.
Anche se alcune armi erano state lanciate col paracadute nella zona, sfortunatamente ci vollero
ancora alcune settimane prima che il distaccamento fosse completamente armato e in grado di organizzare
una effettiva guerriglia contro il nemico fascista-nazista. In un primo tempo il "Dellatezza" aveva solo un
fucile da caccia e un revolver per trentasei uomini, perciò era necessario il gioco del "gatto con il topo" per
diverse settimane, per evitare di essere eliminati dai repubblicani; molte volte dovemmo ritirarci verso i pendii
del monte Barone e trascorrere gelide notti ad una quota di oltre duemila metri.
I primi mesi risultarono essere duri e difficili, era più un caso di sopravvivenza, comunque l'esistenza
stessa della Resistenza costituì una grossa preoccupazione per il nemico. Furono necessari forti presidi
repubblicani a Valle Mosso e a Cossato per "mantenere l'ordine" e far lavorare le industrie. I partigiani
attaccarono ripetutamente le linee di approvvigionamento nemiche tenute sotto pressione dai presidi. A poco a poco
le linee nemiche di rifornimento vennero rafforzate dall'uso di veicoli armati nelle colonne, ciononostante
i partigiani continuarono ad attaccare in ogni occasione. Intanto fu paracadutata nella zona la British
mission per il Nord Piemonte, al comando del maggiore Mac Donald, e per la Resistenza fu possibile il
contatto radio con le forze alleate e vennero fatti più frequenti lanci di armi, consistenti in mortai, mitragliatrici,
armi automatiche leggere, bombe a mano ed esplosivi. Gradualmente la Resistenza divenne una vera forza
di combattimento e una vera minaccia per il nemico.
Sfortunatamente i civili dovettero sopportare le rappresaglie e le atrocità loro inflitte; le case vennero
bruciate ed anche i paesi indifesi subirono il bombardamento aereo della Luftwaffe tedesca. Molte persone vennero
imprigionate, alcune giustiziate per aver aiutato i partigiani. I soldati nemici presero spesso degli
ostaggi allineandoli al muro e minacciandoli di morte se fossero stati attaccati dai partigiani. Questa tattica
frustrò abbastanza la Resistenza, tuttavia non vennero risparmiati attacchi al nemico, quando possibile.
Furono organizzati scioperi nelle fabbriche per ostacolare gli approvvigionamenti al nemico, questi scioperi
ebbero però vita breve a causa delle crudeli rappresaglie contro gli sfortunati lavoratori.
Con le battaglie dell'autunno-inverno e la mancanza del riparo degli alberi, il nemico iniziò un
forte rastrellamento nella zona, con forze di gran lunga superiori, allo scopo di eliminare i partigiani. La
110a brigata "Fontanella" ritirò allora le proprie forze e le disperse nella pianura del Piemonte. Il mio,
con altri distaccamenti, si diresse ad est, attraverso il fiume Sesia, poi voltò a sud verso la pianura. Solo di
notte venivano effettuate lunghe, estenuanti marce, mentre durante il giorno restavamo nascosti nelle
cascine. Divenne difficile ottenere il cibo e così si sperimentarono alcuni giorni di autentica fame; dove possibile,
si comperava il cibo nelle cascine. La situazione divenne estremamente critica a causa della neve, del
ghiaccio e del freddo intenso. Il distaccamento "Dellatezza" fu spesso sotto pressione, e fronteggiò persino
l'attacco nemico trascinandosi lungo i fossi di irrigazione e tenendosi nascosto a soli duecento metri da
uomini dell'organizzazione tedesca Todt che riparavano il ponte dell'autostrada sul Sesia, che era stato bombardato.
Dopo alcune settimane ritornammo nella nostra zona operativa per continuare gli attacchi contro le
guarnigioni; in tutto, ero stato coinvolto in tre ritirate verso la pianura.
Finalmente gli Alleati attraversarono il Po ed il generale Mark Clark, comandante in capo degli Alleati
in Italia, chiese alla popolazione di insorgere e disturbare la ritirata del nemico. Dopo questa richiesta
la Resistenza divenne molto aggressiva e attaccò in continuazione il nemico. I repubblicani si
arrendevano ovunque e le forze tedesche vennero completamente intrappolate. La brigata "Fontanella" insieme alla
brigata comandata da Moscatelli occupò la città di Vercelli il 26 aprile 1945; ci fu solo una simbolica
resistenza, dato che i tedeschi si erano ritirati ad ovest e avevano innalzato una linea lungo il canale Cavour.
Le due brigate partigiane organizzarono una marcia della vittoria il 1 maggio 1945 per Vercelli e,
attraverso la folla festosa, raggiunsero il centro città dove vennero tenuti discorsi da entrambi i comandanti militari
e politici. Appena dopo la mezzanotte del 2 maggio, unità motorizzate
della 5a Armata americana, aiutate dalla fanteria, entrarono in Vercelli e in pochi giorni tutte le forze tedesche si arresero.
Improvvisamente la guerra in Italia era finita, la crudeltà e il male finirono, ma il dolore, la tristezza e
le cicatrici sarebbero rimaste a lungo.
Nel maggio 1945 lasciai le formazioni partigiane e divenni membro della British mission per il
Piemonte settentrionale. Dopo alcune settimane e molti tristi addii con le famiglie e gli amici che avevano fatto
così tanto per la mia sopravvivenza e quella di William Wrigglesworth, raggiunsi l'Inghilterra con un
"Liberator" da Napoli, il 22 giugno 1945. Poi mi riunii ai miei familiari a Melbourne, l'8 settembre 1945, dopo
essere stato dichiarato "morto presunto" per due anni e dopo un'assenza di quasi cinque anni.
Ora vivo vicino a Melbourne, in pensione dal 1983 dopo aver lavorato in un'industria
automobilistica. William Wrigglesworth, mio fedele compagno, morì il 25 maggio 1987 per un attacco cardiaco, all'età di
70 anni, dopo aver sofferto per molti anni di malattie cardiache.
Espressi grande ammirazione per i civili italiani che mostrarono coraggio e resistenza durante la
sofferenza della rappresaglia e i maltrattamenti causati da un nemico spietato; il loro esempio rafforza certamente
il coraggio e la volontà di tutte le forze partigiane.
Rendo ora un omaggio particolare a tutte le persone che rischiarono gravi pene se sorpresi ad aiutare
i prigionieri di guerra evasi, ed in particolare Cellio e Mariettina Confienza, i quali, con grave rischio,
furono gli organizzatori principali del mio mantenimento e di quello dei miei tre compagni per cinque mesi.
Cellio Confienza che fu anche partigiano, morì per un attacco cardiaco, a Lima, il 4 gennaio 1962, all'età di soli
54 anni; sua moglie Mariettina vive ancora a Lima con il figlio più giovane, Tiziano. Infine un
ringraziamento alla famiglia Zampese di Scoldo, che mi prese a cuore e mi trattò come un suo membro e all'amicizia
così generosamente e calorosamente offerta dalla gente, nonostante i terribili rischi corsi, che rese possibile
la mia sopravvivenza durante un periodo molto pericoloso della mia vita.
Traduzione di Lauretta Milanaccio
| |