Renzo Roncarolo

Ricordi di un militare vercellese internato nei lager nazisti

A cura di Gladys Motta



Renzo Roncarolo è stato uno dei seicentomila militari italiani internati nei campi di sterminio nazisti dopo l'8 settembre 1943.
Le fotografie dei carri bestiame stipati di soldati diretti verso il Brennero sono note, noto il disperato tentativo di affidare a un pezzetto di carta lanciato dal convoglio un messaggio per la famiglia e, in ultimo, la speranza di ritornare. Insieme a quelle delle nostre truppe disperse sul fronte russo e sui molti altri fronti sono diventate il simbolo del crollo dell'esercito, dell'epilogo di un regime militarista fondato... sulle baionette.
L'informazione è invece meno precisa per quanto riguarda la realtà dell'internamento, non solo rispetto alle sofferenze e alle umiliazioni, ma anche per ciò che rimanda ad alcune precise scelte operate dalla Repubblica sociale italiana in ossequio ai voleri nazisti e che si tradusse per gli internati in situazioni spesso insostenibili dal punto di vista morale.
Quest'ultimo aspetto è stato senza dubbio piuttosto sottovalutato. Quasi soffocato fra la tragedia della deportazione e la gloriosa stagione della Resistenza, l'internamento ha così finito di pagare rispetto alla prima il prezzo di quella che giustamente è stata definita "macabra gerarchia delle sofferenze"
1 e rispetto alla seconda il prezzo, non meno alto, in verità, dell'assenza da un fenomeno che fu fondamentale per la creazione del nuovo assetto nazionale.
Ed in effetti, dopo la guerra, non fu subito facile l'avvicinamento fra i partigiani, eroi vittoriosi di una stagione che aveva dell'epico e quel triste esercito di "traditori" traditi. "Solitamente - sottolinea Paride Piasenti
2 - il termine internati non evoca particolari immagini di fierezza o di coraggio. Li si colloca istintivamente su di un piano diverso dal prigioniero di guerra, che è diventato tale combattendo, in una sorta di limbo terreno". In altre parole, è come se l'artificio giuridico messo in atto dai nazisti e dal governo della Repubblica sociale italiana continuasse a produrre i suoi drammatici effetti.
La qualifica di internato militare, infatti, era stata appositamente e strumentalmente creata per impedire che i soldati e gli ufficiali italiani, rastrellati in Italia, Grecia, Albania, Paesi balcanici e in ogni stato occupato dal nazismo, fossero soggetti alla tutela garantita dalla Convenzione di Ginevra del 1929 e potessero godere degli aiuti da parte della Croce rossa internazionale. Eppure, merita di essere ricordato, moltissimi, prima della cattura, avevano combattuto strenuamente ed erano stati costretti ad arrendersi solo per l'isolamento totale, lo sfacelo dei comandi militari e la soverchiante forza tedesca.
Scegliere la prigionia, infatti, costò la vita a circa quarantamila internati; molti altri morirono dopo la liberazione per le gravi malattie contratte e nessun dato sarà mai in grado di dar conto delle conseguenze morali e spirituali.
Né quella può dirsi l'ultima battaglia, nonostante l'apparente passività determinata dalla condizione di prigionia, se è vero che su di loro fu esercitata una pressione continua, intessuta di minacce prontamente attuate, per ottenere l'adesione al nuovo esercito fascista repubblicano in via di costituzione prima e al "libero" lavoro poi. Tutto questo emerge nitidamente nei ricordi di Roncarolo, indubbiamente soggettivi però non meno incisivamente emblematici dell'esperienza di molti.
Nato a Vercelli l'8 settembre 1916, Renzo Roncarolo ha dunque ventisette anni quando i nazisti scatenano il "piano Alarico", cioè il rastrellamento sistematico dei militari italiani, concepito fin dal luglio '43, alle prime avvisaglie di crollo del regime di Mussolini. Richiamato alle armi nel 1940 è in forza al 4o reggimento genio artieri di stanza a Verona. La notizia della firma dell'armistizio lo coglie al rientro da una breve licenza, poi è un repentino susseguirsi di eventi all'insegna dell'incertezza. Dopo alcuni giorni di prigionia in una caserma veronese, il 15 settembre c'è la partenza per la Germania e, da subito, il delinearsi di una realtà che non lascia spazio ad illusioni.
Da quel momento, la vicenda di Roncarolo si snoda secondo il classico copione nazista di progressivo annullamento fisico e morale degli internati. Chiedersi se abbiano pesato di più le sofferenze fisiche o quelle morali non ha probabilmente molto senso, certo è che la loro comminazione creò quelle condizioni per cui, a buon diritto, non tutti, ma moltissimi soldati e ufficiali italiani rientrano nella schiera di coloro che vollero coscientemente opporsi al nazifascismo. Valga per tutti l'esempio di Cefalonia, dove un'intera divisione, per aver resistito ai nazisti, fu quasi completamente massacrata: i morti furono oltre ottomila.
Fame e umiliazioni sono due costanti nel ricordo come lo furono nella realtà. Spesso la fame rompe il legame di solidarietà umana ed è fonte di ulteriori umiliazioni; ancora la fame è lo strumento di cui si serve
la Rsi per "convincere" i militari ad entrare nel proprio esercito. È verosimile che per capire fino in fondo cosa sia la fame si debba averla provata almeno una volta nella vita, esperienza fortunatamente risparmiata alle giovani generazioni, ma se almeno in parte è possibile raccontarla, Roncarolo ci riesce benissimo. A chi legge, specie se giovane, c'è quasi l'invito a interpretarla al di là del suo carattere di impulso biologico primario non soddisfatto, per ciò che rappresenta anche ad un altro livello: fame e libertà hanno convivenza difficile, ma l'assenza della prima, percepita come scontata, è la premessa, spesso, della perdita della seconda.
Quanto alle umiliazioni, vanno dalle più evidenti, con immediato effetto sul corpo: sporcizia, pidocchi, violenze, privazione totale della dimensione privata, a quelle più raffinate, come l'assenza di notizie dall'Italia e la negazione della propria dignità di militare, che arriva al vilipendio per i meriti acquiisiti sul campo: emblematico l'esempio dell'alpino a cui viene strappata e calpestata la medaglia d'argento al valore.
Pervade ogni cosa, come una sorta di ulteriore elemento dell'atmosfera, l'dea del tradimento, che accomuna militari e civili tedeschi, salvo alcune eccezioni, in un odio profondo per i "badogliani". Di fronte ad un odio tanto forte è difficile non pensare ad una efficace azione di propaganda, resa agevole dalle condizioni della Germania e del suo popolo, e al suo significato.
Nel momento in cui viene stipulato l'armistizio fra l'Italia e gli Alleati, la Germania è una nazione in grave difficoltà che ha bisogno di negare l'evidenza per sopravvivere, e fra tutti i nemici, paradossalmente, uno dei più pericolosi è rappresentato proprio dai militari italiani, che sono l'esempio vivente dell'evidenza, cioè della sconfitta imminente per il nazismo e i suoi alleati. Ciò che gli internati affrontano, dunque, non è solo il peso di un' "amicizia" consunta, ma molto di più: l'assoluta e cieca necessità dei tedeschi di credere a tutti i costi ad un loro volontario tradimento per non dover credere all'ineluttabile resa dei conti.
I segnali della fine, comunque, non mancano, scanditi regolarmente dai bombardamenti angloamericani, sempre più frequenti con il passare del tempo. Spesso non c'è nessun rifugio per gli internati; per loro ogni attacco aereo significa restare nel luogo in cui si trovano senza potersi difendere o senza sapere quando e se mai usciranno dai bunker in cui sono stati rinchiusi; come nell'aprile del 1945: cinque notti e sei giorni, senza cibo e quasi senz'aria.
Roncarolo, però, non sa ricordare soltanto l'odio e la disperazione; nel suo racconto c'è posto anche per la solidarietà e per l'amicizia. Le figure di Margot Schultz, della giovane coppia di lavoratori polacchi o del lager führer di Dreilinden, ad esempio, accompagnano momenti di rinnovata speranza nell'uomo, nella possibilità di un riscatto per la vittima e per l'aggressore.
Sono momenti che non intaccano la drammaticità dell'esperienza di Roncarolo, culminata con la detenzione nel sinistro carcere-fortezza di Postdam, ma gli garantiscono un'autenticità che rifugge l'esasperazione e che diventa istintivamente credibile e coinvolgente.
Certo, e Roncarolo ne è consapevole quando afferma di essere parte "della famiglia dei prigionieri ricchi", la sorte di molti altri internati è stata peggiore, ed egli stesso non manca di rilevarlo parlando dei suoi compagni meno fortunati, ma l'incisività dei ricordi di Renzo Roncarolo sta proprio nella lucidità con cui l'autore riesce a darci la misura del dramma di molti senza alterare o snaturare la sua esperienza personale, in un dosato e spontaneo equilibrio fra ciò che è umano e ciò che ne rappresenta la negazione
.


Sui carri bestiame

8 settembre 1943. Partii da Vercelli dopo aver salutato i miei cari, con cui avevo trascorso due giorni di licenza. Il treno era affollatissirno di soldati. Alle 22, dopo una lunga camminata per la città di Verona, semibuia e quasi deserta, entrai in caserma, a San Zeno. Che trambusto! Il portone era stato chiuso, tutti i soldati si erano riuniti in cortile e i superiori distribuivano munizioni e viveri. Io non capivo il motivo di tutti questi preparativi; mi avvicinai al sergente Bartoli e mi presentai, poi chiesi il perché di tutta quella agitazione. Bartoli, in poche parole, mi informò del discorso del generale Badoglio e dell'armistizio con gli Alleati. Che sorpresa! Una pattuglia di ventitré soldati era pronta per perlustrare la zona dei bastioni di San Zeno; mi aggregai e, aperto il portone della caserma pian piano, con pallottole in canna e fucile in sicurezza, rasentando i muri della chiesa di San Zeno, arrivammo ai bastioni. Tutto era buio e si sentivano solo in lontananza rumori di motociclette, camionette militari e carri armati. Rimanemmo mezz'ora ad ascoltare ogni minimo rumore, poi il tenente diede ordine di rientrare in caserma perché aveva capito perfettamente la situazione del nemico: i tedeschi stavano occupando tutti i punti nevralgici della città. Come gatti, sfiorando i muri e nascondendoci per non farci scoprire, rientrammo in caserma. Per tutta la notte ci preparammo per la difesa: un cannoncino era in posizione di sparo verso il portone di entrata, le mitragliatrici erano sotto il porticato del cortile della caserma e vicino ad ogni finestra che guardava nella strada vi erano cinque uomini armati con fucile 91 e con quattro caricatori.
9 settembre 1943. Verso le 6 del mattino sentimmo rumori di carri armati in lontananza, capimmo però che si muovevano nella nostra direzione, anche perché tra gli alberi, ancora immersi nella bruma mattutina, vedemmo alcuni soldati tedeschi che piazzavano mitragliatrici leggere puntate verso la caserma. Frattanto, i carri armati si avvicinavano al portone della caserma: un ufficiale tedesco, che teneva in mano una bandiera bianca, si avvicinò al portone della caserma e gridò in lingua italiana: "Vi diamo tempo dieci minuti. Se vi arrendete bene, altrimenti faremo fuoco!". I nostri comandanti diedero ordine di far fuoco qualora i tedeschi avessero attaccato. Così successe: due carri armati sfondarono il muretto a sud della caserma e incominciarono a sparare verso il cannoncino rivolto dalla parte opposta. Vi furono diversi feriti. Era impossibile continuare così e, per ordini superiori, ci arrendemmo alle 7.30, con umiliazione e tristezza.
I tedeschi entrarono nel cortile della caserma e il loro comandante, con un interprete, diede ordine di fare adunata in cortile, ci fecero deporre il fucile, l'elmetto e le giberne per terra e ci fecero sedere. Alle 11 ci portarono in una piazzetta vicino a San Zeno; ci fecero però prendere lo zaino con tutto ciò che occorreva. Giunti alla piazzetta ci fecero sedere per terra e, sotto la sorveglianza di due sentinelle rnolto armate, ci fecero stare lì fino alle 18; dopodiché, in fila e con passo lento, ci fecero attraversare il centro della città. Tutte le strade erano deserte, tutte le imposte delle finestre erano chiuse, ma si intravedeva la gente che sbirciava. Durante il tragitto, un nostro compagno, di Verona, credendo che il soldato tedesco che ci guidava non lo vedesse, tentò la fuga all'altezza di una trasversale della via principale in cui abitava la sua famiglia. Il soldato lo vide e due raffiche di fucile mitragliatore lo falciarono. In quell'attimo quante persiane si aprirono, quante grida, quanti insulti! Allora il tedesco sparò due colpi in alto, le imposte si richiusero, e tutto ritornò come prima. Dopo una camminata interminabile e umiliante entrammo in una caserma. Era come un castello circondato da un grande fossato senz'acqua e ci lasciarono liberi per cercare un posto in cui dormire. Non c'era nemmeno una branda, non ci dettero da mangiare, tutte le luci erano spente. Fuori eravamo circondati da soldati armati, che per tutta la notte spararono colpi di fucile, di pistola e raffiche di mitragliatrici.
10 settembre 1943. Alle prime ore del mattino cominciò la scena della fuga e dei travestimenti. Vidi cittadini veronesi, ad esempio travestiti da imbianchini, che entravano in caserma col pretesto di portare via il materiale lasciato il giorno prima; a loro volta i soldati travestiti da imbianchini lasciavano la caserma. Una signorina, che mi conosceva bene, si offrì di portarmi abiti da civile e condurmi a casa sua, ma siccome avevo assistito dieci minuti prima all'uccisione di due soldati che avevano tentato la fuga saltando un muricciolo, preferii non rischiare. Verso le 17, il portone della caserma si aprì e quattro camion carichi di pagnotte entrarono nel cortile. Non li lasciarono fermare, tutti si lanciarono su quelle pagnotte, al punto che i soldati tedeschi furono costretti a sparare: altri feriti. In breve tempo tornò di nuovo la calma: in fila, uno per uno, avemmo una pagnotta, che per quel giorno fu il nostro solo nutrimento. Così continuò per quattro giorni.
15 settembre 1943. Al mattino arrivarono una decina di camionette tedesche con soldati armati fino ai denti. Ci fecero radunare tutti in cortile e ci portarono alla stazione. Quanti soldati! Quante tradotte! Verso le 11 fu il nostro turno: la nostra tradotta, con una sessantina e più di carri bestiame entrò in stazione, in due minuti eravamo saliti tutti. Ogni due carri, sul tettuccio, c'era un soldato tedesco armato; in ogni carro c'erano settanta uomini.
Il treno era diretto a Vicenza; in una curva della strada ferrata, in aperta campagna, si fermò ed i soldati tedeschi chiusero le porte dei vagoni. Da quel momento cominciarono le sventure. Quanta fame! Viaggiammo per tutta la notte, più si viaggiava e più faceva freddo. Nelle prime ore del mattino un nostro amico guardò dall'unico finestrino e ci disse che le montagne erano tutte cariche di neve. Il treno si fermò e il mio amico disse: "Siamo a Tarvisio". Nella mia mente pensavo: "Ci portano in Germania. Chissà quanti patimenti". Eravamo al confine italo-austriaco; ci dirottarono su un binario morto e ci lasciarono, sempre chiusi nel vagone, per quattro ore al freddo intenso. Che strazio! Su sessanta persone, almeno dieci stavano male, avevano forti dolori al ventre. Alcuni miei compagni riuscirono a bucare il pavimento del vagone. Risolvemmo così un grande problema, però era terribile per chi doveva sostare nelle vicinanze del buco.
Speravamo che, dopo tante ore di attesa, ci portassero almeno un po' di pane; invece niente. Attraversammo la frontiera e continuammo il doloroso viaggio. Dopo diverse ore il treno si fermò, i soldati aprirono la porta del vagone e ci fecero scendere: la neve era alta quaranta centimetri. Tre fischi del capo treno e finalmente ditribuzione viveri: un pezzo di pane nero di segala e un pezzo di lardo rancido e affumicato, mangiammo tutto lo stesso.
Il treno ripartì. Viaggiammo per tutta la notte e solo al mattino, verso le 10, il treno sostò: da uno spiraglio capimmo di essere a Vienna.
Un soldato tedesco vuotò una cesta di mele dal finestrino del vagone. Successe un putiferio. Sembravamo tutti pazzi: come degli avvoltoi ci gettammo uno sull'altro per poter prendere e mangiare una mela.
Che incredibili cose fa fare la fame! In mezzo a quel mondo di disgraziati affamati, viaggiammo altri due giorni e due notti, e ci fermammo tre volte per avere nuovamente pane nero e un pezzo di lardo affumicato, poi il treno si fermò in una stazione: era notte inoltrata, nessuna lampada accesa. Scendemmo, zaino in spalla e in cammino. Eravamo molto deboli, avevamo quasi tutti la febbre e qualcuno lamentava atroci dolori viscerali.

Il campo di Fürstenberg

Camminammo per quattro o cinque ore. Quanti ne seminammo per strada, quante botte a chi si fermava! Avevamo i piedi molto freddi per la neve. Ci trovammo lungo una strada asfaltata fiancheggiata da alberi, i pennoni altissimi decorati da bandiere rosse con croci uncinate di nero, alla fine vedemmo l'entrata monumentale di un grande campo di concentramento: Fürstenberg. Entrammo e vedemmo tante baracche di legno, un migliaio circa, tutte cintate da ferro spinato, in ogni campo c'erano tre torri di vedetta con soldati armati di mitra. Quanto freddo e quanta fame!
Ci fecero posare lo zaino sul campo e ci portarono via, i soldati tedeschi ci spogliarono dei nostri indumenti e ci portarono via tutte le cose che interessavano a loro, mentre noi ricevemmo la prima serie di iniezioni. Dopo diverse ore ci portarono in un ufficio e ci fotografarono con un numero in mano. Da quel momento mi ribattezzarono: io ero il prigioniero n. 306687, dopodiché, febbricitanti e malconci per l'antitifica, ci misero in fila e ci portarono a prendere la gavetta e i nostri zaini; poi ci portarono vicino alle cucine: una razione di pane nero, un po' di the caldo e una porzione di salame affumicato.
Dopo aver velocemente trangugiato il tutto, fummo condotti nelle nostre baracche di legno. Si dormì su tralicci di legno a tre piani; si vedevano a colpo d'occhio centinaia di pulci. Non ci facemmo caso, scegliemmo la cuccia e dopo pochi minuti tutti eravamo coricati. In quel campo erano già stati rinchiusi, prima di noi, ebrei, polacchi, ungheresi, bulgari e anche americani; in quel momento c'erano sessantamila prigionieri italiani.
20 settembre 1943. Mattino ore 6: buio pesto, fuori un vento siberiano. "Austen! Austen!". Dopo mezz'ora sentimmo un lungo fischio acutissimo, non capivamo un bel niente. Passò un soldato con un grosso cane lupo e, con fare prepotente, ci fece capire che tutti dovevamo andare nel cortile, con tutti i nostri equipaggiamenti; il freddo era insopportabile! I reticolati altissimi ci dividevano dai nostri vicini di casa: i prigionieri americani. Ogni tanto sentivamo una voce simpatica che ci chiamava paisà e ci offriva della marmellata in cambio delle nostre stellette. Era quasi impossibile, però, perché per noi era proibito avvicinarsi ai reticolati degli americani. Quante trovate intelligenti escogitammo per avere il cioccolato!
I soldati americani erano fortunati: ricevevano un pacco da 15 chili contenente ogni ben di Dio dalla loro Croce rossa, al punto che lasciavano la brodaglia che i tedeschi preparavano in mezzo al cortile con grande disprezzo. Noi invece! Verso le 8 adunata: tutti in fila e distribuzione di acqua con tiglio e un pezzo di pane nero. Io, che ero uno degli ultimi a ricevere la razione, l'avevo alle 10.30. Mezz'ora per consumare la colazione poi nuovamente in fila per avere la possibilità di pulire il cortile e le baracche: assoluta proibizione di sedersi. Verso le 11.30 arrivavano i bidoni di minestra: stanco morto prendevo la mia razione alle 16: brodo di rape e due ettogrammi di pane nero duro, con cinque patate, spesso marce. Nel pomeriggio, sempre al freddo, cucivamo gli indumenti, i guanti rotti, le calze. Verso l'imbrunire nuovamente in fila e la distribuzione di razioni in scatola (una ogni dieci soldati), tutto era svolto celermente e il cibo finalmente veniva consumato in baracca. Alle 21, fischio di ritirata e tutti a dormire in mezzo ai pidocchi e alle pulci giganti.
Una mattina fu indimenticabile per il fatto veramente umiliante a cui assistemmo. In fila, si prendeva acqua calda e tiglio e si procedeva abbastanza velocemente quando un nostro alpino, presentando la gavetta, non si mise sull'attenti davanti a un giovane soldato tedesco. Quest'ultimo cominciò a parlare forte e a gridare, noi non riuscimmo a comprenderlo e anche il soldato che gli stava davanti era come istupidito. Ad un bel momento il soldato tedesco gli mollò un pugno, gli prese la medaglia d'argento che aveva puntata sulla giacca, la gettò per terra e la pestò diverse volte. L'alpino non capì più nulla, prese quel bambino prepotente e quasi lo sculacciò. Successe il putiferio, le vedette che stavano sulle torrette cominciarono a gridare, dando l'allarme, pronti, i tedeschi dal comando slegarono i cani lupo. Fu una fuga generale, uno scompiglio totale, i cani correvano veloci verso di noi e noi fuggivamo a ripararci in posti di fortuna, mentre diversi furono morsicati. Per rimettere ordine i tedeschi spararono qualche scarica di mitra, per fortuna senza ferire nessuno. Due soldati delle Ss vennero a prelevare l'alpino e lo portarono via: non l'abbiamo più rivisto.

Il ricatto

La vita nel lager era terribile, poco da mangiare: il cibo che distribuivano fra tutti non era nemmeno sufficiente per un uomo solo! Probabilmente era una tattica dei tedeschi per ottenere qualche cosa da noi. Ed era proprio così! Il 27 settembre 1943, fecero un'adunata generale. Tutti i prigionieri del lager di Fürstenberg furono radunati davanti alla grande torre. L'oratore era italiano, un centurione fascista. Dopo una lunga esaltazione del fascismo, e in particolare del duce, concluse: "Invito gli italiani a riprendere le armi. Chi aderisce a combattere avrà una miglioria nel rancio e avrà la certezza di ritornare in Italia". Malgrado questo, però, nessuno alzò le braccia in segno di adesione.
Da quel giorno diminuirono la porzione del pane. Seguirono altri inviti a combattere, ma il nostro gruppo non volle aderire. Combattere, ritornare in Italia e uccidere i nostri fratelli? In un discorso tenuto da un ufficiale tedesco che parlava correttamente la lingua italiana, avemmo questo terribile ammonimento: "Attenzione! Voi non volete aderire, allora io vi dico che è proprio in questo lager che morirono 30.000 ebrei e che proprio qui ci sono le fosse comuni!". Non so se questa fosse la realtà, forse era per impaurirci e indurci a firmare.
Così, il cibo fu ancora più scarso: tanti di noi si ammalarono. Cominciò subito dopo la propaganda per il lavoro. Noi soldati italiani dovevamo lavorare per il popolo tedesco: anche qui diverse settimane di rifiuto. Alla fine, tante squadre di italiani preferirono aderire a questo, piuttosto che combattere. I tedeschi volevano la firma di adesione. Un mattino ci fecero svegliare alle 4 e dopo un'adunata in cortile, al freddo, e una veloce chiarificazione, invitarono gli italiani a firmare. Ci fecero stare in piedi, senza mangiare: tanti, nel frattempo, svennero, tanti aderirono. Io e una squadra di una quarantina di amici resistemmo. Allora i soldati tedeschi, alle 17, ci presero brutalmente e ci portarono davanti al capitano il quale, presaci la mano, ci fece sporcare il pollice e fece l'impronta digitale al posto della firma.
Da quel giorno, partirono diverse tradotte, e i nostri soldati diventarono lavoratori prigionieri sotto la sorveglianza dell'esercito tedesco.
La nostra tradotta partì il 12 ottobre 1943 verso una destinazione ignota. Eravamo gli ultimi ad uscire dal lager di Fürstenberg. Incominciammo un'altra peregrinazione. Ci chiusero nuovamente nei carri bestiame e per cinque giorni restammo rinchiusi. Si viaggiava per due ore con passo di lumaca e poi ci fermavano per mezza giornata sul binario morto. Il cibo veniva distribuito dai soldati che ci accompagnavano. Aprivano la porta del vagone dieci minuti al giorno, per la distribuzione dei viveri e specialmente per i bisogni corporali. Finalmente arrivammo in una grande stazione: Cottbus.
Ci fecero scendere e ci misero in fila: dopo tanto tempo di segregazione potevamo vedere qualche persona vestita civilmente. La città era bella, ben organizzata, silenziosa.
Camminammo diverse ore, attraversammo tutta la città, percorremmo un viale interminabile e finalmente, in mezzo a una grande pianura, vedemmo un piccolo campo con diverse baracche, cintato dal filo spinato. Finalmente arrivammo: due soldati tedeschi aprirono il cancello, e noi, che eravamo quasi trenta, entrammo nel cortile alberato con piante altissime. Faceva freddo, ed era quasi buio, tutto era bianco per terra perché due giorni prima la neve era caduta abbondante.
Nella stanza che ci assegnarono c'era una stufa, spenta però. I letti erano i famosi castelli di legno a due posti, con pagliericcio e una coperta militare, sottile e quasi trasparente. In una stanza di 6 metri per 6, stiparono trenta prigionieri. Subito ci demmo da fare, prendemmo la scopa e pulimmo bene il pavimento e le ragnatele al sofffitto, poi i tedeschi permisero a due uomini per ogni camerata di andare a prelevare una bacinella di carbone: dopo dieci minuti la stufa era calda. Sembravamo trenta persone in adorazione, uno vicino all'altro, con le mani verso la sorgente di calore. Tutto venne accettato con grande rassegnazione, la nostra idea ossessionante però era quella di poter mangiare...
Sveglia alle 6 del mattino, nel buio si sentivano quattro fischi acuti. Adunata, un maresciallo senza orecchio assisteva all'appello e poi in fila ci portavano fuori dal piccolo lager: trecento prigionieri divisi in dieci squadre, ogni squadra un lume a petrolio. Ci accompagnavano cinque soldati armati di mitra. Partivamo e pian pianino camminavamo per tre ore, poi, stanchi morti, arrivavamo in aperta campagna, in un cantiere ferroviario. Ci riposavamo dieci minuti, poi ci davano pale, picconi e altri strumenti di lavoro, e ci disponevano in fila lungo la linea ferrata. Si trattava di cambiare le traverse di legno delle rotaie e mettere quelle di acciaio. Lavoro massacrante e per tutto il giorno al freddo. Il primo giorno, a mezzogiorno, si sperava di mangiare, ma purtroppo niente. I soldati mangiavano pane bianco e pietanza, noi mezz'ora di riposo e basta. Lavoravamo fino alle 15, dopodiché ci mettevano in fila e dopo tre ore di marcia, all'imbrunire, arrivavamo al nostro lager. Alle 19.30, finalmente, si mangiava, alle 21 ci chiudevano nella nostra stanza semicalda e fino al mattino alle 6 non si poteva più uscire. Per dieci giorni fu la medesima vita, non so come feci a resistere, forse perché resistevano gli altri e allora anch'io cercavo di non cedere.
Una notte, in particolare, fu lunghissima, ed essendo parecchie settimane che non avevamo più la possibilità di lavarci il corpo e gli indumenti, incominciai per la prima volta a vedere i pidocchi. Che schifezza, mi sentivo un uomo letteralmente umiliato e finito. Io credevo di essere il solo a possedere tanta "ricchezza", ma parlai con un amico, il quale si fece una gran risata: "Povero professore - così mi chiamavano - non te la prendere; guarda i miei: sono uno sull'altro e fanno gli acrobati". Cercava, povero Mariani, di consolarmi.
Diverse settimane passarono, io ero "felice" solo alla domenica perché era giornata di riposo. Quanti lavori si facevano in quella giornata: al mattino, di buon'ora, eravamo già nel cortile ad accendere il fuoco per far bollire gli indumenti per l'eliminazione dei pidocchi. Verso le 10 ci si dedicava alla pulizia del corpo. Per trecento uomini c'era un solo rubinetto d'acqua che funzionava. Si formava così una coda che non finiva più. Però il tempo era tanto e la pazienza era diventata una cosa naturale per noi. Finiti i lavori della giornata andavamo in baracca e tutti insieme cercavamo di far passare la serata, uno rammendava le calze, l'altro era addetto a far bollire le patate che durante la settimana avevamo rubato, l'altro con una forbice tagliava i capelli, altri ancora facevano pulizia alla camera, altri invece curavano i malati: eravamo denutriti e quasi tutti febbricitanti.

Al lavoro

Un lunedì, si presentò al lager un omone tedesco con tanto di cappello con piumetto, ben vestito, con un fare da grande industriale. Cercava mano d'opera tra i prigionieri italiani. Il maresciallo venne nella mia baracca e si fece capire: voleva che io lasciassi il lavoro in ferrovia e che organizzassi una squadra di lavoro per l'industriale. Che felicità! Pensare di lavorare in fabbrica, magari al caldo e lasciare quel terribile lavoro. Dopo due giorni, la squadra composta da dodici prigionieri lasciava il lavoro della ferrovia ed entrava a far parte della famiglia Richtman, industriale di macchine a vapore delle ferrovie tedesche.
Io, in qualità di professore di pittura e di disegno, venni messo al servizio di un imbianchino polacco, volontario, lavoratore. Gli altri, invece, furono destinati alla pulizia delle officine e del cortile. Fra noi pensavamo: chissà se a mezzogiorno ci daranno da mangiare? Niente da fare. Suonò il campanello del riposo, i lavoratori tedeschi andarono alla mensa, a noi fecero fare il riposo però senza cibo. Che pena, quante maledizioni! L'imbianchino era un uomo di quarantacinque anni, molto in gamba, in poche settimane diventammo amici. Io lavoravo ma avevo una fame da lupo. Lui lo capì e a mezzogiorno mi portava un pezzo di pane nero senza che nessuno lo vedesse e lo metteva sul mio pastrano. Appena lo rivedevo, mi avvicinavo e lo ringraziavo con gli occhi; subito dopo mi prendevo il mio pastrano e andavo a mangiare, nascondendomi nei gabinetti.
Nel cortile di un teatro, che doveva diventare un dormitorio, c'era una piccola baracca, costruita con piloni di cemento e io, involontariamente, osservavo che da quel comignolo usciva abbondante fumo. Un mattino di buon'ora, il mio sorvegliante mi diede ordine di fermarmi al teatro: era ancora buio, nevicava, pochissima gente si vedeva per le strade, i tram non viaggiavano ancora. Io ero dietro a un angolo della casa che cercavo di ripararmi da quelle intemperie, con i piedi che erano semicongelati, quando vidi la luce della piccola baracca accendersi. Ripensai ai miei genitori: chissà quante lacrime! A noi prigionieri era severamente proibito dare loro nostre notizie; i tedeschi ci avevano promesso delle apposite cartoline da spedire a casa, ma ormai eran passati mesi e non si sperava più di averle. In quel momento vedevo il viso della mia mamma, del papà, vedevo Vercelli, via Gioberti, la vecchia caserma dei pompieri, insomma rivedevo ogni momento della mia vita. Allora pregai, ma subito sentii passi leggeri sulla neve, mi voltai, e nella semioscurità vidi una giovane donna vestita con un lungo cappotto di pelo di renna e un paio di stivaloni. Aveva un visino tanto carino che subito mi diede tranquillità d'animo.
Noi prigionieri non potevamo parlare con persone civili, anzi loro dovevano evitarci, ma lei, con fare attento, si avvicinò e mi porse un bel pezzo di pane con margarina: io non sapevo più come comportarmi. Quando l'ebbi accettato mi sorrise e disse di essere la moglie di un lavoratore polacco, sposata da tre mesi. Quando arrivò il mio sorvegliante gli raccontai subito i fatti e allora lui andò verso la baracca di legno, bussò, la porta si aprì ed entrò. Ebbi l'impressione che si conoscessero già, infatti dopo poco tempo mi chiamarono e mi fecero entrare. Che bella casettina, tutta ben ordinata, ben riscaldata. Il marito stava facendo colazione, mi salutò, mi fece accomodare e parlando con la moglie disse: "Quando al mattino il prigioniero italiano arriverà in cortile, lo farai entrare in casa al caldo e gli darai qualcosa da mangiare...". Ringraziai caldamente e quasi mi venne da piangere. Che soddisfazione! Erano i primi amici che avevano accettato un italiano in casa loro.
Così passarono diverse settimane, ed io, nella grande sventura, avevo la fortuna di continuare a frequentare quella famiglia polacca. Il freddo era intenso, ma al mattino ricevevo il mio panino. Il mio caro sorvegliante polacco migliorò ancora di più la situazione: ottenne per il mezzogiorno di farmi avere una gamella di crusca calda con un po' di margarina; alla sera, prima di ritornare al lager, ricevevo quattro o cinque patate crude dalla buona signora polacca. Era un paradiso, poter mangiare un bel piattone di crusca e far cuocere le patate.
Passarono altre settimane. Una domenica mattina, mentre eravamo nel cortile del lager, chi per far bollire patate, chi per lavare i panni carichi di pidocchi, udimmo per la prima volta il fischio delle sirene d'allarme che, come un lamento a singhiozzo, continuò per cinque minuti abbondanti, poi incominciammo a sentire i primi motori aerei. Noi restammo in cortile, in quanto nel lager non vi erano rifugi e quelli esterni erano per la popolazione civile: vedemmo arrivare due squadriglie di bombardieri americani, sembrava facessero una grande sfilata. Passarono a due o a tre chilometri da noi. Nelle nostre vicinanze cominciarono a sparare le artiglierie: colpi da orbi. Sentivamo le schegge vagare nell'atmosfera compiendo strani sibili acutissimi. Una tregua di mezz'ora, poi sentimmo tremare la terra: che succedeva? Avevano colpito la città nel settore opposto al nostro lager.
Quando arrivammo sul luogo del disastro, ci spaventammo. Ognuno di noi fu preso e messo come aiutante di diversi tedeschi. Quanti morti! Quante persone ferite abbiamo salvato e portato alle macchine e alle portantine militari, tutti si davano da fare: soldati, pompieri, civili, prigionieri. Era la prima volta che vedevo da vicino le conseguenze di un bombardamento aereo: bambini che cercavano i genitori, genitori che cercavano i loro bambini, tutti i corpi martoriati, cadaveri distesi e coperti con delle lenzuola. Lavorammo tutto il giorno e tutta la notte.

Ennesimo trasferimento

Una mattina di buon'ora ci vennero a svegliare. Il maresciallo disse: "Duecento uomini dovranno lasciare il campo domani mattina, oggi andrete a lavorare tutti, questa sera al rientro io dirò quali sono le baracche scelte per lasciare la città". Che dolore sentire quelle parole! Ormai ci eravamo ambientati, ci conoscevamo tutti, cercavamo di sopportarci e aiutarci, lasciare quel piccolo lager, lontano circa due ore dal centro della cittadina, ben nascosto in mezzo ad una boscaglia, con tutte le baracche mimetizzate era un enigma non indifferente.
Passai una giornata nera, quante preoccupazioni. Chissà se sarei stato fra i duecento disgraziati? Non lo fui, ma durò poco. Credevo che la calma ritornasse nel piccolo lager, invece dopo quattro giorni il comandante ci parlò e disse che il piccolo lager doveva essere chiuso e che sarebbe stato occupato da prigionieri russi: la partenza, per destinazione ignota, era imminente. Avrei dovuto lasciare gli unici amici che avevo!
La mattina successiva niente lavoro: tutti i prigionieri furono rinchiusi nel lager per fare pulizia nelle baracche; al pomeriggio, verso le 15, anche i cento italiani rimasti partirono. Arrivati alla stazione ci portarono in una zona deserta e dopo un'ora di attesa, al freddo, 19° sotto zero, arrivò la nostra tradotta. Ci fecero salire sui carri bestiame coi tetti pieni di neve ghiacciata e ci chiusero dentro. Da quel momento incominciò la tragedia vera. Il treno viaggiò tutta la notte, però ogni ora o tre quarti d'ora si fermava mezz'ora. Chissà dove ci portavano? Era l'alba, la solita alba nordica. Bianca, ghiacciata la campagna, gli alberi senza una misera foglia, nebbia fittissima, il freddo e il gelo padroneggiavano. Verso le otto del mattino il treno si fermò, osservammo fuori e vedemmo una piccola casa in mezzo al paesaggio glaciale: era la stazione di un piccolo paesino del nord.
Qualche prigioniero tossiva paurosamente, la bronchite era la malattia all'ordine del giorno. In un angolo c'era un ragazzo ridotto molto male: piangeva, batteva i denti, tremava per la forte febbre; a turno lo scaldavamo, cedendo per dieci minuti le nostre coperte, non potevamo fare niente di più. Alle 10 aprirono gli sportelli dei vagoni e potemmo scendere; alle 11.30 ci fu la distribuzione dei viveri: un filone di pane da un chilogrammo ogni dieci prigionieri, quattro patate fredde, un pezzetto di salame tedesco affumicato e un quadratino di margarina. Ritornammo nei vagoni e per tutto il giorno il treno non si mosse: noi rimanemmo chiusi in quella fredda prigione. Verso sera, dopo diverse brusche scosse, il treno si mise in moto.
Attraversammo diverse città senza fermarci, la notte ormai era inoltrata, e noi eravamo tra il sonno e la veglia quando il treno si fermò. Mentre cercavamo di capire dove fossimo, sentimmo il conosciuto lamento delle sirene che annunciavano l'allarme aereo; i soldati tedeschi che ci accompagnavano gridavano e si allontanavano veloci dalla tradotta. Noi eravamo chiusi dentro ai vagoni: la situazione era critica. A poco a poco sentimmo distintamente il rumore dei quadrimotori: avevamo veramente paura. L'allarme durò due ore: due ore di incubo infernale. Se ci avessero colpiti avremmo fatto la fine del topo chiuso in trappola. Cessato il pericolo, il treno viaggiò fino alla stazione più vicina, ci aprirono le porte del vagone e ci fecero scendere per portare soccorso. Per tre notti e due giorni rimanemmo in quel paese, poi ci riportarono alla stazione e il viaggio riprese.
Il treno viaggiava di notte e di giorno si fermava, così, ridotti a stracci, con il nostro fardello, arrivammo in una grande stazione: leggemmo Berlin, eravamo proprio nel cuore del nazismo! Ovunque erano bandiere crociate di nero e fotografie immense di Hitler, la gente silenziosa e disciplinata aspettava i treni, che si susseguivano, ma non si sentivano le voci delle persone: tutto avveniva in silenzio e in rigido ordine militaresco.
Stavamo mettendoci in fila per uscire dalla stazione quando udimmo le sirene d'allarme. Tutta la gente scappò frettolosamente, i treni lasciarono la stazione e noi invece fummo obbligati a stare inquadrati. Quando la stazione fu semideserta, uno dei soldati accompagnatori arrivò di corsa e ci diede ordine di seguirlo velocemente. Dopo aver corso per dieci minuti, stanchi morti, ci fecero entrare in un grande rifugio blindato, immenso, meravigliosamente attrezzato. Ci rinchiusero in un locale e ci lasciarono per tutto il periodo dell'incursione: durò ben quarantotto ore, senza un pezzo di pane, senza un po' d'acqua. Quando ci vennero a prendere e ci portarono fuori dal rifugio, sembrò di essere entrati all'inferno: tutto bruciava.
Ripartimmo e, dopo diverse fermate, ci fecero scendere in una piccola stazione: Dreilinden. Il paesetto era nascosto in mezzo a una grande pianura ricoperta di piante altissime. Il nostro lager era a mezz'ora dalla stazione. Entrammo in un bosco di piante con fusto grandissimo, non c'erano strade bensì sentieri, le indicazioni stradali erano frecce dipinte di rosso sul tronco degli alberi, chi non avesse seguito le segnalazioni difficilmente avrebbe potuto uscire da quell'immenso labirinto.
Il campo era diviso in scompartimenti stagni, tante porte appositamente costruite chiudevano il passaggio da un settore all'altro. Subito capimmo che era un campo di disciplina. Dopo circa un quarto d'ora, un gruppo di soldati tedeschi guidati da un omone in divisa delle Ss, con tanto di teschio sul berretto, si avvicinò a noi. Ci suddivisero in squadre e fecero l'appello. Man mano che ci chiamavano per numero, dovevamo salire su una passerella di legno e attraversare la prima parte del filo spinato. "N. 306687!". "Presente!". "Svelto, svelto, Badoglio!". Ci prendevano in giro, ci deridevano. Mentre un soldato mi accompagnava in un altro cortile camminando sulla passerella di legno, un giovane di diciotto anni, un bambino, probabilmente una giovane recluta, smorfioso e prepotente cominciò a darmi calci negli stinchi e a farmi correre per il campo. Tutti i tedeschi ridevano a vedere la scena ma io mi rodevo... eppure dovetti trangugiare quel brutto scherzo. Dopo una cinquantina di metri il giovane smise di ridere; mi mise sull'attenti e mi ordinò per punizione due giri di corsa di tutto il lager. Che vigliaccheria! Ero mezzo morto dal viaggio, senza cibo da quarantotto ore: due giri del lager erano troppo, tuttavia resistetti, piangendo e stringendo i denti, e riuscii a finire la punizione.
La scalogna ci perseguitava: la nostra squadra, composta da trenta persone, dovette dormire sulla baracca pagliaio e senza stufa. Dormimmo cinque notti su blocchi di paglia, uno vicino all'altro; mangiavamo nello stesso luogo dove si dormiva. Eravamo in una stalla e la sporcizia regnava ovunque. Oltre ai parassiti si erano aggiunti grossi topi. Al mattino ci alzavamo prestissimo: alle cinque i fischietti dei soldati tedeschi trillavano a tutto spiano. Appena svegli ci si metteva in fila per l'appello, dopodiché ci si rimetteva in fila per potersi lavare. Era una pena. Ogni campo era diviso da filo spinato, i campi erano più di venti, però la baracca dove c'erano trecento rubinetti era proprio al centro del lager e tutti i prigionieri dovevano lavarsi andando nella famosa baracca. Dei trecento rubinetti, quattro erano quelli funzionanti: i tedeschi sveltivano le operazioni lasciandoci pochi minuti a nostra disposizione, così, molte volte, non riuscivi nemmeno ad avvicinarti a quello zampillo d'acqua gelatissima. Sistema pratico di vivere nella sporcizia, con la certezza che i pidocchi migliorassero la loro razza.
Ci fecero stare una settimana sul pagliaio poi, finalmente, ci destinarono una baracca: doppia porta, all'interno una bella lampada, al centro una stufa e un lungo tavolo con quattro panche, ai lati i famosi letti a castello a due posti. Abituati ormai alla vita nella stalla, trovare una camera in baracca riscaldata e illuminata, un tavolo e panche era un sogno. La tenevamo bene. Al mattino, dopo i soliti strilli dei soldati tedeschi, ci svegliavamo e il capo camerata dava ordine per la pulizia. Mettevamo in ordine la nostra cuccia, aprivamo per un quarto d'ora le finestre, portavamo i rifiuti a destinazione poi, dopo l'appello e una bevutina di acqua calda con tiglio, libertà fino alle 10. Ognuno aveva la possibilità di parlare, cantare o aggiustarsi, per esempio, la parete vicino alla cuccia, dove io avevo appeso le fotografie di mia mamma e di mio papà. In certi momenti la nostra baracca sembrava un laboratorio di sarti, altre volte sembrava essere una cappella votiva: quante fotografie, quanti santi erano appesi alle pareti!

Fame e umiliazioni

Verso le 11.30 lunghi fischi acuti chiamavano i capi baracca, con tre prigionieri, per ricevere i viveri. Era un'ottima organizzazione, invece di portare tutta la truppa al freddo e quindi creare confusione, solo quattro per baracca ricevevano le razioni viveri. Noi in baracca si fremeva, a pensare che arrivassero ben tre filoni di pane da dividere in trenta (il filone era di 2 chili), un catino di patate, un salame lungo una trentina di centimetri e di un diametro di dieci e un blocchetto di margarina. Credo fosse il momento più difficile della giornata: tagliare il pane in parti uguali era davvero un serio problema. Quanti bisticci: uno si lamentava perché aveva ricevuto la porzione più scarsa, l'altro perché non voleva la parte iniziale del filone, l'altro perché non c'era la mollica, l'altro pretendeva che la fetta al centro fosse meno spessa di quella iniziale, insomma per il buon andamento e per l'armonia decidemmo di fare la conta fino a quando, con il passare delle giornate, ci organizzammo diversamente: costruimmo persino bilance rudimentali. Sembravamo leoni feroci in gabbia.
Io, di solito, mangiavo metà razione, così verso sera potevo consumare l'altra metà. Era uno sforzo di volontà non indifferente, però riuscivo a dare al mio corpo una regola e ottenere da quel poco cibo un po' di sostentamento per le deboli membra. Il fatto che non si lavorasse e che il corpo non fosse messo sotto duro sforzo era già una gran cosa, era però anche vero che quando uscivamo per andare a lavorare, essendo a contatto con altre persone, qualche cosa extra potevamo ottenere: qualche patata, qualche carota, qualche barbabietola. Cominciammo a pregare perché ci mandassero a lavorare. Continuò così per due settimane una vita d'inferno: due settimane interminabili.
Quante malvagità dovemmo subire! Ricordo una sera di dicembre: notte freddissima. Verso le 21.30, noi eravamo tutti nei letti quando sentimmo aprirsi risolutamente la porta della nostra baracca. "Austen! Svegliatevi, fetenti, vigliacchi italiani!", allora noi, tutti seduti sulla cuccetta, aspettavamo che il soldato parlasse. Il silenzio era di tomba. Credo che il soldato fosse ubriaco, perché puzzava di cognac; con la pistola in mano si avvicinò alla cuccetta di un mio vicino e con fare prepotente pretese che gli regalasse il suo orologio. L'italiano indubbiamente non voleva, glielo avrebbe ceduto solo se ci avesse dato del pane. Allora lui, gridando, promise il pane, prese l'orologio, se lo mise in tasca, poi, prima di uscire, sempre con la pistola puntata alzò le coperte di un nostro compagno gridando: "Piedi sporchi, piedi sporchi!". Ci obbligò a scendere dalle cuccette senza pantaloni e senza scarpe e ci fece uscire dalla baracca, poi comandò a tutta la squadra di fare tre giri di corsa del cortile. Ansanti e intirizziti finimmo la punizione ingiusta, ma non era finita. Prima di entrare in baracca, ci fece rompere il ghiaccio che si era formato sulla cisterna dell'acqua e ci fece stare due minuti con le mani dentro all'acqua ghiacciata. Entrammo in baracca e ci guardammo come rimbambiti, nessuno parlò, battevamo i denti e tremavamo per il gran freddo patito. Il soldato tedesco ritirò la pistola e se ne andò ridendo, portando con sé l'orologio rubato al nostro amico.
Un altro caso simile ci rattristò enormemente. Il carbone veniva distribuito una volta al giorno e il quantitativo era per tutti uguale. Il capo baracca doveva prendere un grande secchio e andare, sempre accompagnato dal soldato tedesco, nel rifugio apposito. Una sera, all'imbrunire, sentimmo atmosfera di guai: i tedeschi erano agitati e dalle finestre delle nostre baracche vedevamo un andirivieni di soldati, cosa succedeva? Mandammo uno di noi al gabinetto a sentire le ultime notizie, dopo dieci minuti ritornò in baracca correndo: i tedeschi dicevano che un italiano aveva rubato delle patate. Era una cosa tremenda: rubare patate significava il campo di punizione o anche la fucilazione. Qualche ora dopo, quando eravamo ormai lontani dal pensare a una vendetta vennero due soldati tedeschi a chiamare il nostro capo baracca per il prelievo del carbone; noi lo aiutammo a cercare e vuotare il secchio e lui, ignaro di quello che stava per succedere, camminando con passo spedito, aprì la porta del buio rifugio. Altri soldati tedeschi, nascosti dentro il bunker, si scagliarono sul nostro povero amico, lo picchiarono selvaggiamente, poi lo tirarono e lo fecero strisciare violentemente sul carbone. Tutto nero e sanguinante lo riportammo in baracca mentre i soldati tedeschi gridarono parole che noi non capimmo. Era ridotto male: tutte le mani screpolate, gli occhi pesti e la faccia graffiata. Povero ragazzo, e pensare che non era capace di fare la più piccola ingiustizia. Ecco la giustizia tedesca. Qualcuno aveva rubato delle patate, uno degli italiani doveva essere punito, non importava se era il ladro.
Una domenica mattina, il lager führer venne nella nostra baracca con l'interprete italiano e ci disse che la nostra squadra, composta da trenta prigionieri, da lunedì sarebbe andata a lavorare. Saremmo stati la prima squadra di italiani a lavorare. Sveglia alle 5: i primi venti uomini, fra cui io, sarebbero stati occupati in una fabbrica di radio, gli altri sarebbero andati in una ditta di carri armati. Quando andò via saltammo per la felicità, il nostro primo pensiero fu: "Chissà se a mezzogiorno ci daranno da mangiare?".
Il lunedì mattina verso le 4.30 eravamo tutti svegli. Accompagnati da due anziani soldati tedeschi armati di mitra, ci avviammo. Impiegammo un'ora e mezza per arrivare alla fabbrica. Il percorso era interessante: si percorreva il lato destro del campo e ci si avviava al canale navigabile, che era bellissimo. Lungo gli argini del canale c'erano i binari, su cui viaggiava una macchina elettrica che trascinava i vaporetti dove la corrente era meno irruenta. Alla sinistra c'era una zona di boscaglia con piante alte e abitate da molti volatili.
Dopo tre quarti d'ora si arrivava alla zona delle chiuse, che regolavano ed alzavano il livello dell'acqua nelle camere stagne per permettere il passaggio delle pesanti barche. Oltrepassato un grande ponte in ferro iniziava un lungo viale frequentato da soldati tedeschi (lungo il percorso c'erano due caserme), a metà viale c'era un grande lager di prigionieri francesi, polacchi e ungheresi. Dopo qualche chilometro iniziavano le prime case di un bel paese, piuttosto grande, con strade molto belle: un villaggio semicollinare tutto bianco, con le piante ricamate dal gelo come arabeschi. Finalmente arrivammo in una grande piazza, un campo che mi ricordava quello della Pro Vercelli; a destra c'era un grande edificio della Telefunken, di fronte, una fabbrica a un solo piano con un'architettura particolare. Era la nostra, leggemmo l'insegna: Ditta dr. ing. Hell.
Un soldato tedesco entrò dal cancello principale e dopo breve tempo uscì accompagnato da un vecchio custode. Incominciò a gridare, sapeva qualche parola in lingua italiana, probabilmente perché era stato combattente nella prima guerra mondiale: "Merdosi italiani, attenti, testa alta, riposo, attenti, avanti march". Indubbiamente noi, per la paura, eseguimmo gli ordini. Era felice, con gli occhi lucidi, si tirava i baffi e impettito gridava: "Merdosi italiani".
Finita "l'istruzione militare" entrammo in ditta, percorremmo un lungo corridoio e ci fecero entrare in una sala, dove ci divisero, dando ad ognuno la propria mansione. Io fui destinato al settore spedizione, come facchino. La fabbrica produceva apparecchi radio militari e parti vitali di mine subacquee. Mi condussero nel mio settore di lavoro. Chi mi prese in consegna era un omino più piccolo di me ma robusto, e con la tipica grinta da tedesco. Parlava esperanto. Parlò con il soldato tedesco, poi, rivolgendosi a me, per prima cosa mi sputò in faccia dicendo: "Merda, sporco Badoglio!", e mi diede un calcio. "Incominciamo bene!", pensai.
Per un'ora abbondante mi fece trasportare pesanti radio (trentacinque chili) dal primo piano al pianterreno; appena finito, me le fece rimettere al piano iniziale. Alle 9 suonò una campanella, era l'ora della prima colazione. Tutti i lavoratori lasciavano il lavoro per un quarto d'ora e andavano alla mensa a consumare le cibarie portate da casa. La fabbrica metteva a disposizione, ma solo per i tedeschi e i lavoratori civili stranieri, the caldo e latte, per noi solo riposo e poi al lavoro. Mangiare niente. Il mio sorvegliante si chiamava herr Gancia, non consumava la colazione al refettorio, si fermava nel grande magazzino e tutte le mattine si mangiava tre bei panini imbottiti e due tazze di latte, che si faceva scaldare su un'apposita macchinetta a petrolio.
Al secondo fischio, tutti ritornavano a lavorare con lo stomaco in ordine, noi invece eravamo molli come fichi maturi. Il mio lavoro era pesante più che mai: dovevo scaricare i vagoni dei treni, tutto materiale in ferro che abbisognava alla ditta. Dovevo aprire le casse di legno, mettere il materiale in magazzino e poi distribuirlo secondo gli ordini di herr Gancia ai diversi reparti. Invece, quando dovevamo spedire, dovevo caricare i vagoni di radio e materiale bellico. Quanti maltrattamenti, quanti sforzi enormi, quante umiliazioni! Herr Gancia non era un uomo era un bruto. Per ogni cosa che facevo e che, secondo il suo concetto, non era esatta, gridava: "Sabotaggio! Attento! Ché io ti faccio morire in prigione di rigore!", e con queste parole mi dava tanti calci nel sedere. Gridava: "Merda, Badoglio d'un italiano!". All'una, mezz'ora di riposo, tutti andavano a mangiare e noi adunati in cortile. Così la vita continuò fino a qualche giorno prima di Natale.
Ogni notte avevamo visite. In un primo tempo erano vigliacchi, ladri, tedeschi ubriachi, poi iniziarono i primi guai seri: gli allarmi aerei, due sicuri ogni notte. Ore 22 gli inglesi, ore 2 gli americani e ore 5 sveglia per il lavoro quotidiano. Mancavano due giorni a Natale, cominciavamo a vedere tutte le baracche decorate con i rami di pino. Per le vie, le belle villette erano adornate con festoni argentei e alberi di Natale. Chissà come lo avremmo passato. Speravamo di essere ancora in vita. Chissà se i tedeschi ci avrebbero dato un vitto speciale? Chissà se saremmo stati a casa dal lavoro? Queste domande erano ormai sulla bocca di tutti.
Alla vigilia della santa notte andammo a dormire prestissimo, tutti un po' tristi, tutti pensavamo a casa e tutti ricordavamo le notti di Natale quando si viveva in famiglia: gli scambi dei doni, la messa di mezzanotte, il panettone, la bottiglia di spumante. A mezzanotte, come se ci fossimo dati appuntamento, tutti ci svegliammo, ci alzammo dalla nostra cuccia, Ci mettemmo tutti attorno alla lunga tavola. Il capo camerata incominciò a pregare e con lui pregammo un po', poi ci sedemmo e ognuno tirò fuori dai nascondigli pezzi di pane, patate, carote, pezzetti di margarina messi in disparte con tanto sacrificio. Augurandoci buon Natale, mettemmo tutto sul tavolo e mangiammo. Quella sera sentimmo che formavamo veramente una grande famiglia; finito di mangiare, fumammo una sigaretta tedesca in trenta persone. Fu una grande soddisfazione. Così passammo il primo Natale in prigionia.
Passato Natale, la vita schifosa continuò. Il freddo era sempre più intenso, i venti gelidi del nord soffiavano e creavano bufere di neve e di ghiaccio, il canale navigabile era gelato, si poteva camminare sulla sua crosta gelata. Uccellacci neri volavano per il cielo grigio; nel bosco si vedevano perfettamente le orme degli animali da pelliccia... e noi diventavamo sempre più deboli: nel campo una grande percentuale di noi era ammalata di bronchite e pleurite.
Herr Gancia diventava insopportabile, cattivo e l'odio verso noi italiani aumentava sempre di più. Malgrado tutta la buona volontà per rendermi simpatico, non ottenni niente. Ricordo che un mattino, in cui non stavo bene ed ero anche febbricitante, herr Gancia voleva mandarmi a portare del materiale pesante nella baracca dei rifiuti con il carrello di ferro: dovevo percorrere quasi trecento metri in mezzo alla neve, al terreno ghiacciato e probabilmente non ce l'avrei fatta. Osai allora chiedere l'aiuto di un altro prigioniero italiano. Non l'avessi mai fatto! Herr Gancia mi spinse vicino al carrello e quindi mi diede uno schiaffone. Fu lì che trovai la forza di parlare: "Perché herr Gancia mi maltratta così? Cosa ho fatto per meritarmi questo trattamento? Lei approfitta del fatto che non possiamo difenderci, che siamo dei poveri disgraziati lontani dalle loro famiglie, ma sappia che noi siamo stati dei bravi ragazzi, che durante la vita militare abbiamo sempre fatto il nostro dovere e che non per colpa nostra siamo ridotti così. Noi non siamo dei vigliacchi traditori perché il nostro dovere sempre l'abbiamo fatto. Lei potrebbe essere mio papà, perché ogni mattina mi malmena così? Se avesse un figlio prigioniero in Italia, e mio papà e mia mamma fossero nelle sue condizioni certamente non si comporterebbero come si è comportato finora con me. Io chiedo scusa se qualche volta non riesco a comprendervi, ma se non capisco non è perché faccio l'impostore per non lavorare è perché non riesco ad afferrare tutte le sue parole. Ha capito papà Gancia?". Non so se fu il discorso o per la parola papà detta in un momento particolare, fatto sta che si avvicinò, mi prese per un braccio, fraternamente, mi portò nel suo nascondiglio, tirò fuori un panino di pane bianco con un salamino affumicato e me lo donò. Da quel giorno, tutte le mattine mi portò pane e companatico.

Un po' di umanità

Nel mese di febbraio nel nostro lager avvenne la sostituzione del lager führer. Il nuovo comandante era un maresciallo pluridecorato, alto e dallo sguardo buono. Apportò diverse modifiche sul campo e rallentò la ferrea disciplina, il vitto divenne più abbondante, radunò parrucchieri, calzolai, sarti in una camerata, e in cucina mandò dieci o dodici prigionieri italiani per aiutare i cuochi tedeschi. Nominò tre interpreti italiani-tedeschi e un comandante del lager italiano, fece distribuire costantemente cinque sigarette alla settimana e ogni sera all'appello voleva controllare personalmente tutte le squadre; chiedeva al capo camerata se ci occorreva qualche cosa, insomma voleva sapere tutto. Fece inoltre aggiustare i tubi dell'acqua, tutti i rubinetti e rimise in efficienza le docce d'acqua calda, le migliorie non si contavano. Gli volevamo tutti bene, sapemmo che era un amante della musica leggera, che era stato diverso tempo in Italia alla Rai e che ora allestiva spettacoli di arte varia a Berlino. Quando seppe che nella baracca c'era un italiano che sapeva suonare la chitarra, volle conoscermi, mi mandò a chiamare da un soldato tedesco: era la prima volta che un italiano varcava la zona proibita, riservata ai soldati tedeschi.
Il lavoro presso la ditta Hell aumentava, però il trattamento verso i prigionieri italiani era cambiato in meglio. A colazione la minestra era bella calda e a base di verdure, quasi sempre rape e carote. Non passò molto tempo che gli italiani, dopo aver preso posti di una certa responsabilità si diedero al "commercio". La divisa cambiò leggemmente, oltre alla gavetta e al cucchiaio si aggiunse uno zainetto o una piccola borsa, recipiente che serviva per la "refurtiva". Io, per esempio, non fumavo le sigarette che settimanalmente mi davano quindi le scambiavo con i prigionieri russi: io davo tabacco, loro mi davano patate, carote o rape. Tutti avevano trovato il sistema per aumentare leggermente la porzione quotidiana di cibo però avevamo l'esigenza di cuocere quella verdura. Tentammo questa soluzione: finita la giornata lavorativa, tutti inquadrati, tornavamo al lager, quando da lontano lo intravvedevamo, sveltivamo il passo, gli ultimi della fila cercavano di venire in avanti come fanno i campioni ciclisti per iniziare la volata finale e la ricerca della posizione favorevole, certe volte giungevamo all'entrata del lager di corsa. I nostri accompagnatori non comprendevano questo strano comportamento e iniziarono a insospettirsi.
La nostra "gara di velocità" dipendeva dal fatto che chi arrivava per primo a toccare la baracca aveva il diritto di far cuocere per primo le patate e le diverse verdure sulla stufa. Il secondo arrivato aveva il diritto di adoperare la parte destra, il terzo la parte sinistra, il quarto la parte anteriore, il quinto la parte superiore: il diritto durava un'ora, non senza bisticci. Il più fortunato era il primo, in quanto poteva far bollire l'acqua, gli altri dovevano praticare il sistema dell'appiccicamento. Tagliavamo le patate a fette, o le bietole da zucchero, poi le appiccicavamo sulla stufa caldissima per arrostirle. Gli altri dovevano aspettare il regolare turno. Successe che gli ultimi arrivati cuocessero verso le tre di notte.
I sospetti dei tedeschi, però, aumentarono e una sera, quando arrivammo al lager vollero controllare tutti i tascapane, requisendoci tutto. Poi, per punizione, per tre giorni ci diminuirono la porzione di pane. Dopo non molto ci riorganizzammo: gli zainetti furono ben nascosti sotto i cappotti. I portatori erano disposti tutti al centro. Si abbandonò il sistema individuale e la "refurtiva" venne divisa fra tutti. Il passo non era più in crescendo bensì normale, però, prima di entrare, la fila interna passava all'esterno e, con astuzia, quando i soldati tedeschi passavano davanti alla squadra per avvertire la sentinella, in un baleno, dieci zaini venivano fatti volare oltre i reticolati, dopodiché, in ordine, ci presentavamo per il normale appello e il controllo. In camerata, dieci secondi dopo, gli addetti partivano e andavano al recupero della merce.
Una sera, mentre stavo cantando una canzone in dialetto vercellese, sentii bussare alla parete della camerata confinante con la nostra e una voce mi chiese in dialetto: "Chi sei tu che suoni? Sei un vercellese?". Capii subito che anche lui doveva essere se non proprio di Vercelli del circondario. "Sì - risposi - sono di Vercelli, e tu?". "Io invece sono di Pezzana". "Io sono il Pimpi di Vercelli". Lui gridò: "Sei il Pimpi? Io sono il Livera Rosalbo!". Ci conoscevamo da molti anni. "Vieni qui da noi vieni a suonare" mi diceva, ma io non sapevo cosa fare perché per noi era severamente proibito l'ingresso nella sua baracca in quanto era la camerata dei lavoratori addetti al lager: sarti, ciabattini, aiuto cuochi, ecc. Continuarono a insistere e mi decisi: che abbracci! Subito notai la grande diversità dell'ambiente: due stufe, dieci o dodici pagliericci ben gonfi e tutte le comodità. Erano tutti ben nutriti, i più fortunani di tutti i prigionieri del nostro campo.
Per prima cosa mi fecero cantare e suonare, poi prepararono il tavolo e i cuochi portarono una gamella piena di puré di patate: la mangiai avidamente, sembravo un cannibale. Rosalbo mi cambiò le scarpe, ormai ridotte ai minimi termini, con un paio di scarpe seminuove. Che regalo! Per me significava la salute! Rimasi con loro un'oretta, poi li salutai e ritornai fra i prigionieri poveri.
Una sera rientrando dal lavoro stanco morto, vidi il lager führer, con il nostro interprete, che si dirigeva verso il nostro gruppo: pensai a qualche punizione. Fu, invece, una grande soddisfazione. Mi dissero che da quella sera sarei andato a dormire nella baracca dei lavoratori del lager, anche se avrei continuato a lavorare a Teltow. Avevo gli occhi lucidi dall'emozione, ringraziai caldamente e, da quel momento, entrai a far parte della famiglia dei prigionieri ricchi.
Una domenica mattina del marzo 1944, la sveglia suonò come al solito alle 6.30. Dedicammo la mattinata alla pulizia personale e della camerata. Fuori c'era un nebbione fittissimo, proprio come nel Vercellese nel mese di gennaio, però il freddo era molto più rigido. Verso le 11 udimmo i fischietti tedeschi. Cosa succedeva? Di corsa, tutti fuori dalle nostre calde baracche e adunata sul grande cortile. Parlò il lager führer: il comando superiore aveva dato ordine che gli italiani potessero scrivere a casa una volta al mese. Le lettere venivano distribuite dal comando tedesco. Che bella sorpresa, erano ormai sette mesi che i nostri cari non avevano nostre notizie. Chissà cosa pensavano, certamente male, a causa delle notizie sui disastri e sui bombardamenti continui. Ora, però, potevamo finalmente scrivere. Al pomeriggio distribuirono le cartoline: erano cartoncini bianchi con indirizzo scritto in tedesco e dieci o dodici righe per poter scrivere. Lo spazio non bastava per quanto avrei voluto scrivere ai miei cari, ma non importava, era già tanto far sapere che ero in vita e che la fame si faceva sentire. Era severamente proibito precisare la località dove ci trovavamo, quindi i nostri genitori non potevano nemmeno immaginare in quale parte dell'Europa fossimo; però potevano rispondere, in quanto alla nostra cartolina era allegato un foglio per la risposta.
Il freddo continuava. Era iniziato il mese di maggio ma la neve era ancora visibile nelle parti ombrose del terreno; il canale navigabile scorreva piano piano e le grosse imbarcazioni incominciavano a viaggiare. Le giornate erano già diventate più lunghe, le strade erano bagnate, ma non ghiacciate come prima. Fu proprio in questo mese che la salute del 70 per cento dei prigionieri si aggravò: febbre leggera ma duratura, irritazioni polmonari, tosse asciutta; nella mia ex baracca una ventina erano affetti da polmonite, pleurite e probabile tubercolosi.
Quando la neve si sciolse defininvamente i tedeschi ci portarono a fare delle passeggiate domenicali, alle 13, tutti in fila, andavamo lungo il canale. Che bello vedere quell'erba verde o qualche fiore di colore tenue! Una domenica ci fecero sedere lungo il canale, al sole; sulla riva opposta alla nostra si fermò una lunga fila di prigionieri, uomini e donne, circa duemila persone, vestini con pelli e pellicce, giubbotti imbottiti, colbacchi, le donne avevano sciarpe e fazzoletti colorati in testa. Capimmo che erano prigionieri russi, anche loro si sedettero lungo la riva del canale.
Dopo dieci minuti cominciarono a cantare in coro una canzone dolce, armoniosa, semplice come una ninna nanna. Che sensazione, veniva voglia di piangere! Sebbene non conoscessi una parola di lingua russa capivo che era un canto della tristezza, della vita di tribulazione. Erano mamme e papà russi che chiamavano con il canto i loro figli.
Quando ebbero finito il canto noi li applaudimmo, dopo cantammo noi: vecchie canzoni italiane degli alpini in guerra. Sembrava fossimo guidati da una forza sovrumana, cantavamo tutti e avevamo gli occhi lucidi; qualcuno tratteneva i singhiozzi e gli sguardi si incontravano. Italiani con russi, russi con italiani e anche noi ricevemmo un lungo applauso. Eravamo soddisfatti, uomini e donne di due popoli diversi che in quel momento si erano compresi, e forse amati. La giornata domenicale, finì così.
Il lavoro a Teltow continuava con ritmo serrato ed io ero sempre molto triste, camminavo come un automa, lavoravo con volontà ma senza soddisfazione. La fatica era sempre più insopportabile. Una mattina, mentre stavo spingendo un pesante carrello lungo il corridoio, stanco e febbricitante, mi fermai un istante davanti all'entrata di un ufficio della ditta, mi appoggiai ad una cassa piena di materiale di ferro e mi riposai un attimo. Quando ripresi il cammino, sentii aprire la porta dell'ufficio ed ebbi l'impressione che qualcuno mi seguisse. Involontariamente mi fermai sentendo un leggero passo; una bionda e bellissima signorina mi passò vicino e, senza che nessuno la vedesse, lasciò cadere in una cassa semipiena del mio carrello un pacchetto, mi guardò, sorrise e se ne andò. Senza dubbio non era una prigioniera: era decisamente una bellissima donna tedesca. Non appena mi fu possibile presi il pacchetto e guardai: che meraviglia, erano due panini di pane bianco, con burro! Perché la bella signorina aveva voluto fare questo gesto proibito severamente dal regime hitleriano? Perché aveva voluto mettere in pericolo la sua vita? Per chi aiutava i prigionieri c'era il carcere!
La notte passò in un baleno e al mattino cercai il sistema di poter nuovamente vedere la mia protettrice. Appena mi vide, si alzò e compì il medesimo gesto del giorno prima, però non mi parlò. Chissà come si chiamava? Un giorno certamente sarei venuto a saperlo! Sentivo il morale alzarsi, mi sentivo ringiovanito di dieci anni.
I mesi passarono e la mia benefattrice continuò a donarmi tante cose buone. Un mattino di giugno, verso le 11, le sirene cominciarono a fischiare: "Professore - gridava herr Gancia - aeroplani puntano su Teltow, chiudere tutte le porte, togliere le spine della luce elettrica e poi vieni con me. Non scappare con gli altri prigionieri, tu venire nel rifugio tedesco". Come due fulmini ci portammo nel grande rifugio, i primi velivoli passavano già a bassa quota. I vetri della grande fabbrica cominciarono a vibrare al punto massimo fino allo schianto generale. Ad un certo punto, il direttore della fabbrica mi venne vicino e con disprezzo mi mandò fuori dal rifugio. L'istinto mi invitava a ritornare indietro, ma il timore di essere ancora maltrattato e magari picchiato o punito mi fece cambiare idea, così mi inoltrai nella mischia. A carponi, qualche volta correndo, gettandomi a terra, arrivai al bunker dei russi che mi fecero subito posto. Mi inoltrai nel tetro e instabile bunker e con stupore vidi la bellissima donna tedesca, la mia protettrice. Mi diede la mano con gentilezza e mi disse di stare tranquillo, poi mi disse il suo nome: Margot Schultz.
Non erano passati tre minuti dal mio arrivo nel rifugio, quando sentimmo due terribili scosse e due colpi formidabili. Il nostro rifugio tremò violentemente, le luci si spensero. Un istante dopo, la voce del divulgatore radio gridava: "Attenzione, attenzione, tutti fuori, è stato bombardato un rifugio, il numero uno, tutti fuori per l'aiuto". Come dei bolidi, sotto il pericolo delle bombe, delle schegge e del fuoco uscimmo per prestare i primi soccorsi. Tutti correvano come pazzi in direzione del bunker tedesco da cui il direttore di fabbrica mi aveva mandato via.
Alla vista del disastro dovetti sedermi. Una grossa bomba era esplosa all'entrata e un'altra esattamente all'uscita del bunker tedesco: tutta la costruzione era crollata, più di sessanta persone erano chiuse dentro, probabilmente ancora vive. Allora io pensai al mio herr Gancia, dovevo fare qualcosa. I prigionieri russi, italiani e francesi, praticarono diversi buchi per dare aria agli eventuali superstiti, ma qualcuno doveva scendere nel bunker. Io, che ero uno dei più piccoli, scesi volontariamente in quella terribile tomba e fra i lamenti, il fumo e la polvere, riuscii a trovare herr Gancia: era sotto una trave maestra che per fortuna aveva resistito al terribile urto. Quando fummo fuori tutti e due lo volli vedere: era ridotto male, però il cuore batteva ancora.
In quel periodo, venni trasferito dal reparto spedizioni al reparto disegnatori tecnici meccanici. Mi destinarono in un ufficio, mi diedero in dotazione un bel tecnigrafo, una scatola di compassi, diversi strumenti di precisione e mi lasciarono in prova in quel reparto, prova che superai.
Dopo un anno e più di prigionia, i soldati italiani divennero prigionieri civili, in seguito ad un trattato firmato dal duce e dal führer. Da quel momento non fummo più affidati a soldati tedeschi bensì a civili o ex soldati. Ci fecero firmare per accettazione e ancora una volta la mia firma fu solo un'impronta digitale. I soldati lasciarono il lager, il nostro comprensivo lager führer ci venne a salutare e non lo vedemmo più. Tolsero le garitte, i fili spinati che servivano per delimitare il perimetro del campo, alle torrette di controllo avevano tolto le mitragliatrici e la nostra libertà era meno vigilata. Le persone che ci accompagnavano al lavoro erano soldati vecchi e ammalati non idonei per combattere.
Continuando a lavorare e sperando che la guerra finisse presto, tra i continui bombardamenti ormai diventati sempre più terribili e frequenti, arrivò il secondo Natale. La festa fu migliore di quella del 1943. Verso le 22, Rosalbo Livera mi chiamò: "Renzo, vieni in baracca, c'è una sorpresa", le gambe mi tremarono. Quando arrivai in baracca, vidi che sulla mia branda c'era una grande scatola. Pensai a un pacco spedito dai miei genitori, però non c'erano affrancature italiane. Finalmente Livera mi disse da dove arrivava, ma solo dopo un quarto d'ora, come aveva promesso a chi l'aveva portato proprio per me: "una signora tedesca che gli vuole bene". Non apersi il pacco, come una furia uscii dalla baracca senza farmi vedere dai sorveglianti e di corsa andai alla stazione ferroviaria. Troppo tardi, mentre entravo in stazione il treno portava via Margot. Ritornai prudentemente al lager e con venerazione apersi il pacco; c'era una fortuna: due paia di calze di lana, una sciarpa, un paio di guanti di pelle, un bellissimo cappotto, due filoni di pane bianco, quattro salamini e un biglietto di auguri. Tutti insieme, a mezzanotte, mangiammo i salamini e cantammo, ringraziando il Signore e... Margot.

Nel carcere di Postdam

Passarono diverse settimane e la libertà era in crescendo. Alla sera, dopo il rancio, potevamo uscire. Il nostro gruppo, amante della bella musica, andava a suonare in una località a venti minuti dal campo; passavamo un grande ponte sull'autostrada, dove c'era una casa pulitissima, una birreria, ben tenuta da due vecchietti i quali ci volevano bene da matti. Lì, dopo aver suonato e cantato le belle canzoni italiane, potevamo bere un buon the caldo con latte e pane a sazietà, senza bollini. Poveri vecchietti volevano aiutarci ad ogni costo.
In quel paesino, vivevano quasi tutte le famiglie importanti sfollate di Berlino; fra queste famiglie c'era quella del capo polizei di Berlino, il tenore Brandoli dava lezioni di canto alla bella figlia. Diverse volte suonammo a ricevimenti in casa del comandante che, sebbene fosse un uomo rude, amava l'Italia e gli italiani. Posso ringraziare proprio il comandante se il mio internamento in Germania non finì tragicamente in seguito a questo fatto.
Andavamo a lavorare a Teltow, ed era la prima settimana che non ci accompagnavano al lavoro. Prendevamo il bus: il periodo delle lunghe camminate era finito. Quella mattina per me fu una vera catastrofe. Cinquanta metri prima che il bus si fermasse definitivamente l'autista aprì le porte. Alle mie spalle, un signore in borghese sulla quarantina mi diede uno spintone e uno schiaffo e mi gettò giù sul terreno ghiacciato. Feci un volo non indifferente e gli occhiali mi si ruppero, i miei amici emisero un grido di sorpresa, però rimasero immobili. L'autobus si fermò. Io ero a terra mal concio, per poco non ero finito sotto le ruote del grosso veicolo. Non compresi più niente, la rabbia mi accecò; mi alzai, raccolsi quel che era rimasto dei miei occhiali e come una tigre mi gettai sul vigliacco, sferrandogli due sonori pugni negli occhi. Quello, invece di difendersi, si avvinghiò al mio corpo e chiese aiuto ai tedeschi che stavano guardando il fatto. Nessuno dei miei amici mi aiutò, sarei morto se il tedesco non avesse allentato la stretta morsa. Approfittando di quell'attimo, fuggii in mezzo ai campi.
Per quattro giorni e quattro notti non mi presentai al lager, al lavoro, per paura, ma le forze mi venivano meno. Rubai patate, mangiai radici e barbabietole crude, non resistevo più. La mattina del quinto giorno, alle 6.30, mi presentai al lavoro. Il capo dei disegnatori era indignato: volle sapere tutto per filo e per segno, dopodiché telefonò alla polizia di Teltow e mi consegnò a due poliziotti. Del resto, era obbligato a comportarsi così.
Mi legarono le mani e mi portarono alle carceri di Teltow: una notte terribile, piena di incubi. Non dormii tutta la notte, al mattino, alle prime luci, mi vennero a prelevare e mi portarono lontano da Berlino. Il treno si fermò in una grande stazione: Postdam. Camminammo mezz'ora ed entrammo in un grande castello medioevale: le prigioni. Mi lasciarono chiuso in un sottoscala, buio e umido, per tre ore, poi cominciò l'interrogatorio. L'uomo che mi aveva scaraventato fuori dal pulmann era presente. Parlava perfettamente la lingua italiana: le poche parole che mi rivolse erano pesanti insulti. Dopo un'ora di interrogatorio in cui capii un bel niente, mi portarono lungo un corridoio buio, con il pavimento di pietra, poi attraversammo un cortile tutto gelato. Aprirono diversi cancelli di ferro e poi mi fecero salire una lunga scala a chiocciola, dove mi lasciarono in piedi per un palo d'ore.
Cosa non vidi! Gente dal viso tumefatto, bluastro per le gran botte prese, ogni tanto si sentivano grida strazianti, quando aprivano le porte di ferro, a spintoni e calci, ne uscivano uomini pallidi e denutriti che non riuscivano più a camminare. Pensai che per me, ormai, era finita. Pregavo, quando due soldati armati mi fecero entrare in una piccola stanza umida e fredda e mi ordinarono con le baionette puntate di spogliarmi completamente. Che freddo faceva! Ero come un pezzo di ghiaccio. Lasciai gli indumenti e mi fecero salire ancora, più si saliva più il freddo era intenso; aprirono una porta e con due calci mi fecero entrare in una grossa stanza con quattro piccole finestre senza vetri. Che squallore! E che odore! Era buio, quasi non si vedeva. Chiusero la porta e se ne andarono.
Credetti di impazzire, quando una voce cavernosa, debole, che veniva dal basso disse: "Vieni qui italiano". Credevo che mi avessero messo in una cella da solo, invece osservando bene vidi che a destra, in un angolo, c'erano quattro uomini nudi seduti per terra che si abbracciavano per potersi scaldare. Rivolsi loro qualche domanda e mi persuasi che ero finito in una prigione di detenuti politici. Seppi che quello che mi aveva chiamato era un brigadiere dei carabinieri: aveva una gamba che andava in cancrena. Mi abituai a vedere al buio, in quella stanza del castello medioevale di Postdam eravamo in una trentina: facce pallide e spigolose, si contavano tutte le ossa del costato, le cosce erano ridotte alla forma dei femori.
Nel grande stanzone, oltre alle piccole feritoie, c'erano due porte. Da queste, alla sera, i tedeschi entravano come lupi nella cella con lunghe fruste. Quelli che potevano ancora alzarsi e fuggire riuscivano a schivare quelle dolorose frustate, gli altri soccombevano e si lasciavano frustare. Altri soldati tedeschi, intanto, bagnavano il pavimento spugnoso, poi ci davano le coperte: una ogni cinque persone. Ci facevano dormire sul pavimento bagnato, uno contro l'altro, appoggiati sul fianco destro e le gambe rannicchiate. Dovevamo stare tutta la notte nella stessa posizione: chi involontariamente allungava la gamba oppure variava la posizione prendeva violente frustate.
Verso la mezza ci davano l'unica parvenza di pasto in tutto il giomo. Tutti nudi e in fila scendevamo una sessantina di gradini fino al cortile. Dopo cinque giorni che ero a Postdam avevo già difficoltà a scendere e salire quei pochi gradini. Una mattina vennero ad avvertire che un carcerato francese finiva il periodo di pena. Aveva passato due mesi a Postdam: lo conoscevo, lo avvicinai e gli dissi: "Quando uscirai vai nel mio lager, presentati al mio amico Brandoli, che ti porterà dal comandante della polizia di Berlino e gli dirai che il professor Roncarolo è nelle prigioni di Postdam, che sta morendo, vedrai che lui certamente mi aiuterà". Promise di farlo.
Passarono ancora venti giorni ed io vivevo solo per la grande fiducia in François. Una mattina, verso le 10, un sergente venne nella nostra cella e gridò: "Prigioniero n. 306687 vieni con me". Ebbi paura che mi aspettasse di peggio. Il graduato, invece, aprì una porta e fece dei segni che io subito compresi: "Prendi i tuoi vestiti, vestiti, e seguimi". Compresi che il buon François era riuscito a trovare Brandoli. Quando riuscii a vestirmi mi sembrò di rivivere, lo seguii e vidi il mio salvatore: il comandante della polizia di Berlino. Mi sfiorò il viso con la mano e mi disse: "Stai tranquillo".

Libertà

Feci ritorno al lager italiano. I miei amici, saputo del mio ritomo, mi presero e mi portarono via come un fuscello: quante cure premurose! Il medico italiano volle visitarmi. Cercava di sollevarmi lo spirito, ma ogni tanto scuoteva la testa con un gesto preoccupato: "È ridotto male, denutrito, e con la bronchite acuta, bisogna ricoverarlo in infermeria". Da quaranta chili di peso, in venti giorni di riposo e di cure arrivai a quarantotto, le punture e le abbondanti pappe di orzo e di patate fecero di me, di nuovo, un uomo.
Ogni giorno che passava le informazioni erano sempre tanto più favorevoli per noi e sfavorevoli per il popolo tedesco: con l'invasione degli americani la situazione della guerra era totalmente capovolta... Dicevano che gli americani avanzavano a tutto spiano verso la capitale e che i russi erano alle porte di Postdam. La guerra aveva raggiunto quasi il punto culminante. I bombardamenti aerei erano aumentati, si susseguivano giorno e notte al punto di distruggere ancora quelle poche case rimaste in piedi. Berlino era quasi ridotta al tappeto.
Lavorammo ancora fino alla fine del mese di marzo 1945, in un clima agitatissimo: i soldati americani erano arrivati oltre il Reno, i russi erano entrati a Berlino. Ai prigionieri fu proibito di uscire dal proprio lager: il nostro campo era diventato una fortezza. I rifugi erano difesi nella parte verso il canale navigabile da grosse postazioni di mitragliatrici, in ogni bunker cinque soldati tedeschi, armatissimi, difendevano la posizione.
Un mattino, era la prima settimana di aprile, verso le 11, sentimmo due terribili scoppi: le baracche tremarono, qualche baracca si piegò sul fianco. Tutti uscimmo a vedere quello che succedeva, ma subito i soldati tedeschi che difendevano il nostro lager ci intimarono l'alto là puntandoci contro i mitra. I soldati tedeschi avevano fatto saltare due ponti, quello di destra verso il canale, che era un grande ponte di cemento armato sull'autostrada Berlino-Monaco e quello di sinistra, un vecchio ponte ferrato. Qualche ora dopo ci fecero entrare nei bunker. Era l'8 aprile 1945.
Si udirono i primi colpi di artiglieria sibilare sulle nostre teste: noi rimanemmo lì ad aspettare la morte, senza poterci eventualmente difendere. Dopo le prime bombe ne arrivarono centinaia, migliaia di altre. Nel cielo le squadriglie di aeroplani americani, inglesi e francesi martellavano la zona, mentre sulla terraferma scendeva il cataclisma, i cannoni, i mortai, continuavano a lanciare le terribili bombe. Sembrava stesse arrivando il finimondo. In mezzo a quel fetore, nella paura di morire come topi, senza mai prendere una boccata d'aria restammo rinchiusi per cinque notti e sei giorni. Il 13 aprile, finalmente, il campo fu occupato dai soldati russi, nemmeno un mese dopo la guerra finì.


note