Antonio Roasio

Un'esperienza antifascista nella Spagna della guerra civile*



Ritengo più che giusto ricordare gli avvenimenti che caratterizzarono gli anni trenta in Spagna. Se è vero che la storia è fonte inesauribile di esperienza per il futuro è doppiamente giusto ricordare quei fatti, perché la guerra di Spagna del 1936-39, rappresenta una delle pagine più importanti della lotta popolare contro il fascismo e per la libertà combattuta fra le due guerre mondiali.
Viviamo di nuovo, oggi, un momento di acuta tensione internazionale, di contrapposizioni e di blocchi, la corsa agli armamenti è sempre più affannosa, la guerra nucleare, che distruggerebbe l'umanità, diventa sempre più un pericolo reale. Altrettanto ampio è il fronte della protesta contro la guerra, per ristabilire forme di collaborazione tra i paesi, per assicurare pace e libertà ai popoli.
Gli anni ottanta presentano molti elementi di analogia con gli anni trenta. Per suffragare la mia affermazione vorrei ricordare alcune tappe salienti di quel periodo.
1931. Aggressione della Cina da parte del Giappone e conquista della Manciuria: primo passo dell'imperialismo giapponese in Asia.
1933. Conquista del potere da parte di Hitler ed avvio della violenta politica antidemocratica e razziale in Germania e di revanscismo nazionalista in Europa.
1934. Rivolta armata a Vienna e vittoria delle forze fasciste. Tentativo di colpo di stato fascista in Francia, sconfitto dalla protesta popolare: preludio alla vittoria del Fronte popolare nel 1936.
1935. Guerra coloniale del fascismo italiano in Abissinia.
1936. Accordo di Monaco e cedimento delle forze democratiche ai ricatti di Hitler, che può occupare tranquillamente la Cecoslovacchia.
È in questo clima di tensione che si inserirono gli avvenimenti del decennio spagnolo, culminati nel 1929 con la sconfitta del regime fascista di De Rivera e, nel 1931, con la caduta della monarchia e la costituzione di un governo repubblicano. Questo governò non ebbe però sufficiente fiducia nella spinta delle masse popolari e dei partiti democratici e di sinistra nel portare avanti le riforme democratiche e nel contrastare le forze reazionarie: quella fiducia avrebbe forse dato alla Spagna un destino diverso.

Le parti in lotta

Il colpo di stato del luglio 1936 provocò un vasto movimento di lotta popolare nel Paese e profonda indignazione e solidarietà tra le masse popolari del mondo intero. In Spagna, la lotta armata contro i golpisti fu immediata: sorsero i primi gruppi della milizia popolare che imposero al governo la distribuzione delle armi per attaccare i focolai fascisti e liberarono in pochi giorni due terzi del Paese e tutte le città principali: Madrid, Barcellona, Valencia ed altre ancora.
I golpisti, sconfitti sul terreno della sorpresa, di fronte alla reazione coraggiosa delle masse popolari non esitarono a gettare la Spagna nella più orribile e sanguinosa delle guerre civili con l'aiuto delle nazioni fasciste: Italia, Germania e Portogallo.
Fu in questo periodo che tra le forze democratiche e di sinistra maturò la coscienza di un aiuto concreto ai repubblicani, con l'organizzazione di forti nuclei di volontari che combattessero in Spagna la battaglia della libertà. Nacquero così i primi nuclei del volontariato internazionale: la colonna "Rosselli" (con il motto "oggi in Spagna, domani in Italia"), la centuria italiana "Gastone Sozzi", la centuria "Comune di Parigi", la centuria "Thaelmann", la centuria "Dombrowski" e tante altre, che combatterono la loro prima battaglia contro il fascismo internazionale inquadrati in unità spagnole.
Nel mese di agosto, la situazione politica e militare della Spagna cominciò a delinearsi con maggiore chiarezza e si intravidero gli sviluppi di un conflitto non più limitato ai confini della sola Spagna. Non si trattava, cioè, solo di uno scontro nazionale, di una guerra civile fra golpisti e repubblicani, ma di una guerra fra fascismo e democrazia in Europa.
Lo confermarono, del resto, gli stessi governanti italiani quando parlarono apertamente di una guerra ideologica contro le plutodemocrazie, della prosecuzione della guerra d'Abissinia, di una necessità nazionale per fare del Mediterraneo un "lago" italiano. Ancora più esplicita fu la dichiarazione del generale tedesco Reichmann quando affermò: "L'intervento in Spagna non è soltanto una magnifica scuola di guerra ma anche una lezione politica ammirevole. Alla forza imperativa di preparazione sistematica alla guerra corrisponde quello di infiltrarsi nel campo avversario. L'appoggio dato a Franco ci ha permesso di situarci attraverso le linee strategiche e vitali della Francia e dell'Inghilterra".
Si rivelò quindi un grave errore, condannato da tutte le forze di sinistra e democratiche, la decisione di "non intervento" della Francia e della Gran Bretagna, che isolarono la Spagna repubblicana, le impedirono di acquistare armi e i materiali necessari per la guerra, fornendo, in pratica, un aiuto indiretto alla politica fascista.
In questo momento tragico per le sorti della democrazia spagnola, come ho detto, prese coscienza il vasto movimento di solidarietà, attraverso l'organizzazione del volontariato internazionale. Iniziò quindi una vasta azione che vide uniti tutti i dirigenti della 2a e della 3a internazionale. Numerosi incontri videro impegnati personaggi come Nenni, De Bruckère, Adler, Thorez, Cachin, Longo, ecc., con queste finalità: realizzazione di una unità fattiva su obiettivi immediati e concreti, organizzazione alla base di comitati unitari per il reclutamento fra le forze popolari e antifasciste, organizzazione di manifestazioni di massa come non se ne erano ancora viste in passato.
Fra la fine di agosto e settembre fu chiara a tutti la superiorità militare dell'esercito fascista, la cui forza era composta dalle unità comandate dal generale Franco, dall'esercito coloniale composto da dodicimila legionari e diecimila marocchini e dal battaglione del "Tercio", mercenari trasportati nel continente con l'aiuto dell'aviazione italiana e tedesca. A ciò bisognava aggiungere le unità militari dell'esercito del Sud, comandate dal generale Queipo de Llano, e le armate del Nord, comandate dal generale Mola. A queste unità giungeva inoltre l'aiuto, in armi e uomini, da parte dei paesi fascisti. Si ritiene che l'Italia abbia utilizzato in Spagna circa centomila uomini, la Germania fra i venticinque e trentamila: in maggioranza tecnici ed unità speciali.
L'esercito fascista seppe fin dal primo momento utilizzare le proprie forze, orientandole verso un obiettivo strategico-militare unico: l'unificazione delle forze armate del Sud e del Nord, con la conquista delle province occidentali e, successivamente, la conquista di Madrid, che fin dall'inizio era stata il centro della resistenza repubblicana. L'obiettivo, che avrebbe dovuto condurre alla resa totale delle forze repubblicane, fu raggiunto solo in parte nell'arco di due mesi. L'esercito fascista del Nord, infatti, venne fermato sulla Sierra e Somosierra dalle prime brigate "di acciaio" organizzate dai lavoratori di Madrid e venne inchiodato sulle posizioni di partenza. L'esercito del Sud, invece, al comando del generale Franco, in tre mesi occupò tutte le province occidentali, meridionali e centrali, praticamente senza incontrare una vera e propria resistenza, se si eccettua l'opposizione di unità locali, non collegate fra loro, che difendevano il proprio villaggio o provincia. Ai primi di novembre, le truppe franchiste raggiunsero così la periferia di Madrid, dove prepararono l'offensiva decisiva che consentì loro di occupare la capitale il 7 di quello stesso mese.
A quel punto emersero tragicamente le deficienze politiche e militari del governo repubblicano, prima fra tutte, l'impossibilità di poter contrastare l'avanzata di un esercito ben preparato, armato fino ai denti e con una visione strategica precisa, soltanto con milizie operaie male armate, poco preparate e senza il minimo coordinamento.
L'esigenza di un governo forte, che impegnasse direttamente tutti i partiti democratici divenne prioritaria. Si formò così la coalizione nota come governo di Largo Caballero, con il seguente programma: mobilitare tutte le energie del Paese per vincere la guerra; reclutare energie nuove per creare riserve fra le forze armate; organizzare un nuovo esercito repubblicano unendo in unità militari tutti i distaccamenti, le varie colonne, le unità combattive organizzate dai vari partiti ed organizzazioni sindacali; creare uno stato maggiore capace di elaborare una strategia militare unica utilizzando le unità militari nei punti strategici e non nella regione in cui si erano formate; mobilitare tutte le ricchezze nazionali per la causa repubblicana.
La cosa fu quasi facile a dirsi, ma faticosa e lunga a realizzarsi, e tra contrasti violenti. Su questa base si decise l'utilizzazione dei volontari internazionali, anch'essi organizzati in unità militari, nel nuovo esercito repubblicano e sotto il comando dello stato maggiore spagnolo. Si può così spiegare la contraddizione esistente fra il documento unitario, approvato a Parigi il 28 ottobre 1936 e firmato dal Partito socialista, dal Partito comunista e dal Partito repubblicano, in cui si parla della costituzione in Spagna di una legione di volontari antifascisti, e la decisione, presa ad Albacete, di costituire le brigate internazionali, fra cui il battaglione "Garibaldi".

L'organizzazione delle brigate internazionali

Base di organizzazione e di raccolta delle brigate internazionali fu, appunto, la città di Albacete, piccolo centro lontano dalla linea del fronte. Il grosso dei volontari arrivò nei primi sei mesi della guerra, poi gli arrivi si diradarono fino a cessare nella primavera del 1938, quando il governo repubblicano, vista la durezza delle battaglie, le gravi perdite e la scarsa, se non nulla, possibilità di vittoria, pensò di ritirare i volontari dal fronte per rimpatriarli. Il rimpatrio avvenne nel settembre del '38; nello stesso tempo, la Repubblica tentò, tramite l'ambasciatore francese, di stabilire una trattativa per trovare un accordo con i franchisti su basi onorevoli. Il tentativo fallì per il rifiuto di questi ultimi di trattare con i repubblicani, da cui si voleva una resa senza condizioni.
Come ho detto, i volontari internazionali furono cinquantamila, provenienti da cinquantatré nazioni. Il contingente più numeroso era dato dai francesi, con oltre novemila uomini, seguito da tedeschi e austriaci con oltre cinquemila, dagli italiani con quattromilaottocento, dai polacchi con quattromilacinquecento, mentre dai paesi balcanici giunsero tremilacinquecento uomini. La maggioranza di questi volontari erano emigrati politici che vivevano all'estero, per lo più in Francia. Non meno significative le cifre riguardanti i volontari provenienti da altre nazioni, anche extraeuropee: tremila uomini da Stati Uniti e Canada, duemilacinquecento dalla Gran Bretagna, duemila dalla Cecoslovacchia, millecinquecento dai paesi del Nord Europa, oltre duemila dall'America latina. Numerosi, oltre duemila, furono anche i volontari sovietici, in maggioranza aviatori, carristi, artiglieri ed istruttori.
Durante i primi cinque mesi di guerra furono organizzate sei brigate internazionali, due gruppi di artiglieria e vari servizi ausiliari come il servizio sanitario, con oltre duemilaseicento volontari e duecento medici, che consentì l'allestimento di diciassette ospedali fissi e di quaranta ospedali da campo; il servizio trasporti, dotato di oltre millesettecento automezzi e di un'officina per le varie riparazioni; il servizio postale per i volontari, il servizio vettovagliamento e raccolta mezzi inviati dalla solidarietà internazionale; il commissariato politico per la propaganda; una scuola per commissari politici ed un servizio di fureria.
Poiché, però, le sei brigate erano composte da elementi di nazionalità diversa, destinati nelle varie unità a seconda del loro arrivo ad Albacete, si presentarono subito problemi di coesione dovuti alle differenze di lingua, mentalità, caratteristiche culturali e militari. Si rese quindi indispensabile risolvere al più presto tale stato di cose. Nell'aprile 1937, le brigate vennero ristrutturate in base alla nazionalità o alla lingua. I nomi che esse assunsero: "Garibaldi", "Lincoln", "Dimitrov", "Thaelmann", ecc., indicavano chiaramente la loro composizione nazionale.
Io arrivai ad Albacete proveniente dall'Unione Sovietica, il 12 ottobre 19361. Il flusso dei volontari in arrivo era di circa settecento-ottocento uomini la settimana; gli italiani erano già circa duecento. Alcuni giungevano in modo legale, altri no. In Francia esistevano due punti di raccolta: uno a Perpignan, per chi entrava attraverso i Pirenei, e uno a Marsiglia, per chi arrivava via mare. Successivamente, i volontari venivano concentrati in vari punti della Catalogna e trasportati ad Albacete con treni speciali.
Quando giunsi ad Albacete, i volontari erano già circa duemila e la mia prima impressione fu tutt'altro che esaltante. Le strutture ricettive erano scarsissime, inoltre sembrava di vivere nella torre di Babele, dove migliaia di uomini vivevano insieme senza comprendersi, con abitudini e culture diverse: da quel caos bisognava creare velocemente un esercito. Due condizioni richiedevano di fare presto: la situazione militare a Madrid e il desiderio dei volontari di entrare in azione, poiché era per combattere che erano giunti sin lì.
La confusione era enorme: mancava di tutto. Bisognava trovare il posto per sistemare i volontari, possibilmente per nazionalità o per lingua, trovare i materassi, che erano pochissimi, la paglia, le coperte, organizzare le mense, trovare i viveri, i piatti, le posate. Si cominciava dal niente e la confusione favoriva fenomeni di indisciplina e di individualismo. Ci volle una settimana per superare le deficienze, mettere un po' d'ordine, dividere e sistemare i volontari, conoscere gli uomini, la loro preparazione militare ed incominciare a dividerli in unità militari, plotoni, sezioni, compagnie, abbozzando una minima preparazione militare. Così, alla fine di ottobre del 1936, nascevano le prime due brigate intemazionali, la XI e la XII. Verso la fine di ottobre venne costituito ufficialmente il battaglione "Garibaldi", cinquecento volontari divisi in quattro compagnie, al comando di Randolfo Pacciardi; commissari politici io, comunista, e Amedeo Azzi, socialista.
Per portare a termine la preparazione militare degli uomini ci volle molta iniziativa, se si tiene conto che i volontari avevano età molto diverse: i più giovani non avevano ancora diciotto anni, i più anziani ne avevano più di sessanta. La maggioranza aveva un'età che andava dai trenta ai quarant'anni. Gli italiani vennero spostati a Madrigueras, distante una ventina di chilometri da Albacete. Si trattava, in pochi giorni, di compiere azioni militari di preparazione e di armarli, sparando però pochi colpi perché le munizioni erano molto scarse. Poche erano anche le mitragliatrici e i fucili, di tipo vecchio, modello 91, molto pesanti e pieni di difetti.

Verso Madrid

Il 10 novembre, il battaglione "Garibaldi" partiva per il fronte, verso Madrid. Fu un viaggio trionfale, ad ogni stazione centinaia, migliaia di cittadini ci aspettavano, ci offrivano fiori, vino, frutta, ci ringraziavano di tutto cuore per il nostro esempio di solidarietà. Giunti al posto di concentramento prendemmo contatto ufficiale con il comando della XII brigata internazionale, comandata dall'ungherese Lukacs (Maté Zalka, scrittore) e con Luigi Longo, commissario politico. Lo stato maggiore era composto da due bulgari, Bielav e Pietrov (Damianov e Lukanov), consigliere militare era il colonnello Fritz (solo dopo la guerra seppi che si trattava del generale Batov, che durante l'ultima guerra aveva comandato un corpo d'armata), vice commissario politico era il tedesco Regler, scrittore. La lingua ufficiale era il russo, ed in parte il francese. Della brigata facevano parte il battaglione italiano, il battaglione tedesco e quello franco-belga.
La preparazione dell'offensiva venne fatta in modo molto superficiale, con un viaggio verso l'obiettivo militare lontano cinque o sei chilometri. Si trattava di un'azione diversiva; bisognava attaccare e conquistare il Cerro Rojo (Cerro de los Angeles), una montagnola che dominava una vasta pianura, per minacciare il fianco destro dei franchisti, dominare Getafe, dove esisteva il campo di aviazione usato come base per bombardare Madrid, e difendere le strade che univano la capitale alle province orientali della Spagna.
Emersero subito dolenti note di impreparazione. I camion che dovevano portare i combattenti verso la linea del fronte arrivarono con ore di ritardo, le strade erano intasate, si marciava a passo d'uomo e quando un camion aveva un guasto non esisteva alcuna possibilità che rovesciarlo nell'argine della strada. Pesava la non conoscenza della località e quindi l'impossibilità di stabilire come e da quale parte attaccare l'obiettivo. Quando arrivammo vicino a Cerro Rojo trovammo un muro invalicabile in cui bastava far rotolare dei sassi per fermarci. Inoltre, eravamo all'oscuro di quali altre unità militari fossero impegnate nell'operazione, cosicché ogni movimento di truppe ai nostri fianchi ci creava problemi e preoccupazioni. I servizi di collegamento non funzionarono, non avevamo quindi contatti con lo stato maggiore della brigata, con i servizi di vettovagliamento, né sapevamo dove portare i feriti (per fortuna solo due ed in modo leggero).
Fu un'esperienza amara, dove imparammo a nostre spese che ci volevano tempo e pazienza, ma anche ingegno per diventare un'unità combattente; non bastavano la conoscenza e lo slancio per vincere un nemico agguerrito come l'armata franchista. Purtroppo, questa inesperienza, che al nostro battaglione era costata due feriti, venne pagata duramente da altre unità delle brigate internazionali che, impegnate in veri combattimenti frontali con il nemico persero il 30 e anche il 40 per cento dei loro uomini.
Utilizzammo i pochi giorni successivi per parlare intensamente con i volontari, mettere a nudo le deficienze, sottolineare che non bastava la combattività, ma che dovevamo imparare l'arte militare, prestare maggiore attenzione alla organizzazione dei servizi e dei collegamenti con telefono e staffette, garantire i contatti con lo stato maggiore e migliorare la conoscenza degli obiettivi militari e della zona in cui eravamo costretti a combattere. Nello stesso tempo, si rendeva necessaria una partecipazione cosciente di tutti i volontari nel superare le difficoltà e una maggiore disciplina nell'assolvere i compiti cui erano preposti. I combattenti di compagnia, di sezione o di squadra dovevano innanzitutto imparare ad assolvere al loro dovere, mantenendo i contatti con le loro unità ed organizzando la loro azione; questo valeva anche per i porta ordini, i barellisti e gli infermieri. Non doveva più succedere, cioè, come nella battaglia del Cerro Rojo, in cui tutti avevano abbandonato il proprio incarico specifico e si erano trasformati in combattenti che sparavano contro i fascisti. Quelle poche ore di esperienza pratica, fatta sotto il tiro dei fascisti, tuttavia, servì molto più di tutte le conversazioni di Albacete.

Da Casa de Campo a Guadalajara

Quattro giorni dopo, il 18 novembre, il battaglione venne trasferito sul fronte di Madrid, nel settore di Casa de Campo. Erano giorni d'autunno freddi ed umidi: faceva un freddo cane. Nella notte del 19 novembre, gli uomini vennero trasferiti sulla linea del fronte, in un parco con poche casette e con scarse possibilità di adattarsi per passare la notte e ripararsi dal freddo, che si faceva sentire anche perché non tutti i volontari avevano indumenti adatti per quel clima.
Alla mattina presto, fummo svegliati da un forte tiro di artiglieria, per molti volontari era la prima volta. Per fortuna non si ebbero vittime: nel bosco era facile trovare posizioni sicure. Il comandante del battaglione, Pacciardi, il sottoscritto e Francesco Leone, che aveva già una certa esperienza nel combattimento come ex commissario della centuria "Gastone Sozzi", ci consultammo rapidamente. Non sapevamo dove si trovava il fronte, eravamo in seconda linea in attesa di ordini dal comando di brigata.
Più tardi si cominciarono a vedere gruppi di combattenti che si ritiravano verso Madrid, capimmo che i fascisti attaccavano e che i nostri combattenti, come era successo molte volte, si ritiravano. Si decise di mandare avanti una compagnia per vedere cosa stesse accadendo, mentre Leone, che parlava bene lo spagnolo e poteva dialogare con i soldati che si ritiravano, cercava di fermarli e di convincerli a combattere.
Dopo poche centinaia di metri i nostri volontari si trovarono a contatto con i franchisti e si organizzarono per resistere e fermare la loro avanzata. Così il nostro battaglione si trovò faccia a faccia con il nemico, senza sapere bene dove fosse il fronte e quali truppe avessimo alla nostra destra e sinistra. Il contatto con il comando di brigata ci permise di chiarire questi problemi e di sapere che a destra avevamo un battaglione di "carabineros" e a sinistra un battaglione di volontari tedeschi. Il fronte venne ristabilito e i fascisti fermati.
Furono otto giorni di duri combattimenti con attacchi e contrattacchi, ma il fronte rimase fermo. Quei combattimenti furono un insegnamento preciso per gli uomini, i quali, a loro spese, impararono a cercare le posizioni migliori per colpire e per nascondersi, a non uscire allo scoperto se non per gravi motivi, perché sarebbero stati colpiti dai cecchini e dal nemico appostato, a creare trincee e buche per non prestarsi al tiro al piccione. In poche parole, si imparava a combattere. Le perdite, purtroppo, furono elevate: oltre cento uomini tra morti e feriti. Morirono un comandante di compagnia, un commissario politico, il comandante del servizio per i collegamenti, Leone fu ferito.
Da novembre, cioè dalla battaglia del Cerro Rojo, fino a marzo, alla battaglia di Guadalajara, il battaglione "Garibaldi" partecipò a tutti i duri combattimenti per la difesa di Madrid, guadagnandosi, con le altre unità di volontari internazionali, il titolo di brigate "modello", la riconoscenza del governo spagnolo, ma anche l'onore e la soddisfazione di combattere una battaglia che persino la maggioranza degli spagnoli considerava persa, come aveva dimostrato lo spostamento del governo e dello stato maggiore dell'esercito a Valencia2.
La battaglia, malgrado l'inferiorità in uomini ed armi, fu vinta perché combattuta con lo slancio coraggioso della maggioranza della popolazione che, in vista del pericolo, si era tutta mobilitata per frenare ogni atto di ribellione da parte della famosa "quinta colonna", così numerosa nella capitale, per aiutare i combattenti repubblicani, per costruire opere di difesa ed anche per combattere. A Madrid, l'antifascismo scriveva così la sua pagina gloriosa di storia, di esempio per il mondo intero, dimostrando che un esercito è invincibile quando è sostenuto da tutto il popolo. Eroismo che doveva ripetersi su scala ben più importante durante la seconda guerra mondiale. A conforto di questa mia affermazione, vorrei ricordare anche l'esempio contrario di Parigi, nel giugno 1940, quando le truppe tedesche, in formazione di parata ed al canto degli inni militari, marciarono nelle vie della città, senza che venisse sparato un solo colpo di fucile e sotto gli occhi di una massa di cittadini cupi e umorosi, ma anche vergognosi per quella brutta pagina di storia. I parigini cancellarono quella macchia solo nel giugno 1944, nei giorni dell'insurrezione nazionale.

Gli italiani in Spagna

Per gli italiani antifascisti, la battaglia di Guadalajara ebbe un valore particolare, perché fu la prima volta che l'antifascismo italiano si scontrò con il fascismo ad armi pari, infliggendogli una cocente sconfitta .
Con l'organizzazione delle brigate internazionali su base nazionale o di lingua, confluirono nel battaglione "Garibaldi" tutti gli italiani che combattevano in altre unità: un piccolo gruppo della colonna "Rosselli" e gli italiani che erano stati inquadrati nella XIV, XV, XVI brigata internazionale, per un totale di circa quattrocento uomini. Gli ultimi scaglioni arrivati si trovavano ad Albacete al comando di Pacciardi, commissario politico era Ilio Barontini. Altri italiani che si trovavano in Spagna a combattere, oltre duecentottanta nei vari gruppi di artiglieria da campagna e nell'artiglieria antiaerea ed una cinquantina di specialisti nell'arte militare, erano impegnati in corpi speciali come cavalleria, carri armati, aviazione, marina. Oltre duecento italiani combattevano in unità spagnole anarchiche o del Poum.
Una prima considerazione riguarda l'elevata qualità della presenza dell'antifascismo italiano in Spagna. Uomini come Togliatti, Nenni, Longo, Rosselli, Di Vittorio, Pacciardi, Braccialarghe, Platone, Vidali e numerosi altri portarono il loro contributo militare e politico in quella prima battaglia combattuta contro il fascismo. Gravi furono le perdite, oltre settecento combattenti, numerosi i mutilati. Voglio, a nome di tutti, ricordare Battistelli, comandante di battaglione; Battistata, commissario politico della brigata; Melchiorre Vanni, che faceva parte del Comitato internazionale di solidarietà a Parigi, ferito durante una missione da un bombardamento su Madrid; Nino Nannetti, comandante di divisione; De Rosa, Angeloni, Jacchia, professore di Trieste, uno dei fondatori del fascismo che venne in Spagna per lavare la sua macchia; Primo Gibelli, operaio torinese espatriato in Urss, maggiore di aviazione, caduto durante un'azione in difesa di Madrid, unico italiano dichiarato eroe in Unione Sovietica.

Le molte cause della sconfitta repubblicana

Questa gloriosa pagina di storia e di solidarietà popolare dovette purtroppo soccombere per molti motivi, internazionali ed interni. La decisione di "non intervento" applicata dalle democrazie borghesi privò, come ho detto, la Spagna repubblicana degli aiuti in armi e materiali necessari per la guerra. Soltanto l'Unione Sovietica inviò numerosi aiuti tecnici, armi, munizioni, materiali vari, ma l'aiuto cominciò a diminuire verso la fine del 1937 e si diradò nei primi sei mesi del 1938, per difficoltà logistiche: ben otto navi sovietiche da trasporto vennero affondate in quel periodo nel Mediterraneo da sottomarini "fantasma", in realtà italiani e tedeschi. Per questi motivi la Spagna repubblicana, nel campo dell'armamento, non poté mai competere con la parte avversaria.
Agirono negativamente per la Repubblica anche motivi di carattere politico, come l'arretratezza di larghe masse contadine influenzate dalla Chiesa; la nefasta influenza su ampi strati popolari, specie in Catalogna, della concezione anarchica e populista contraria ad ogni iniziativa da parte del governo e dello stato maggiore per mobilitare tutte le possibilità del paese per vincere la guerra; le loro inizianive utopistiche condussero addirittura allo scontro armato con le forze repubblicane a Barcellona.
A questi fattori va aggiunta l'incapacità del governo repubblicano di appoggiare e indirizzare l'entusiasmo popolare, così chiaro a Madrid nel novembre 1936, di utilizzare tutte le risorse nazionali per la guerra, di creare nelle retrovie del nemico un movimento partigiano, di smascherare i nemici che si annidavano nelle retrovie, prima fra tutte la famosa "quinta colonna".
Vanno ricordati, infine, i contrasti tra i vari partiti del Fronte popolare, generati dal latente anticomunismo che cresceva con il peggioramento della situazione militare all'interno, la diffidenza per l'attivismo e la combattività dei comunisti nell'esercito, l'aiuto materiale dell'Urss e la presenza delle brigate internazionali. Alcuni partiti, cioè, ebbero quasi sempre il pensiero rivolto al compromesso con le forze franchiste, poi realizzato da Besteiro, Casado e Carrillo nel marzo 1939 a Madrid.
Tutti questi fatti ebbero un'influenza diretta sul morale dei volontari antifascisti, che non erano semplici soldati in cerca di avventura ma militanti coscienti, molti di essi con alte qualità politiche, che avevano dietro di loro un passato di combattività e di sacrificio. Dall'esame di alcune migliaia di cartellini individuali di volontari italiani, risulta che cinquantasei antifascisti avevano subito una condanna dal Tribunale speciale, quarantadue da tribunali ordinari e sei da tribunali militari. Inoltre, ben quattrocento avevano subito espulsioni dalla Francia, Belgio o Svizzera e duecentocinquanta avevano subito arresti per infrazione alla legge dopo la loro espulsione. Infine ben millecinquantaquattro nominativi si trovano sui bollettini del ministero degli Interni con l'indicazione: "da arrestare come antifascista".
Gli elementi di dissenso fra i vari partiti pesarono quindi sulla coscienza dei combattenti, anche perché essi avevano coscienza di essere sempre stati fedeli all'impegno di combattenti al servizio delle autorità della Repubblica spagnola, così come pesarono i fatti di Barcellona, il modo in cui veniva condotta la guerra nazionale di liberazione, sempre sulla difensiva e per tutti i trenta mesi con l'iniziativa sempre lasciata ai fascisti e senza offensive che incidessero sull'andamento della guerra.
I volontari dimostrarono tuttavia un'alta coscienza internazionalista e la volontà di combattere fino in fondo la guerra antifascista. Dall'ottobre 1936 al marzo 1939, cioè fino alla ritirata, dimostrarono sempre la loro combattività, la loro fiducia sulla giustezza della guerra che combattevano.
Vorrei terminare la mia testimonianza con questa affermazione di Togliatti, fatta nel maggio 1945 sulla rivista mensile "Risorgimento": "Se è vero che sulla Spagna scese dopo il marzo del 1939 il silenzio funebre dei sepolcri e delle galere, il campo della lotta non fece altro che spostarsi e gli obiettivi non cambiarono. Se quel primo bastione fosse caduto senza combattimento le sorti del mondo, quelle del nostro paese, sarebbero state diverse. Su quel campo di battaglia riconoscemmo amici e nemici, riconoscemmo il pericolo ed il compito comune [...] Su quel campo di battaglia sorse l'unità antifascista, scuola concreta tanto di guerra quanto di politica".
Quell'esperienza, infatti, venne utilizzata dopo pochi anni in tutta Europa contro il nemico comune, venne utilizzata in Italia con l'unione di tutte le forze democratiche ed antifasciste, per combattere insieme la guerra di liberazione nazionale e creare una nuova nazione.


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