Anello Poma

Come vissero gli ex combattenti delle brigate internazionali nei campi di concentramento francesi



Molto si è scritto sulla vita nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale. Ovviamente si parla dei lager tedeschi: in primo luogo per il numero impressionante delle vittime - morti o sopravvissuti - che essi mieterono, poi perché nulla e nessuno ha saputo finora eguagliare i tedeschi in fatto di efferatezza applicata con la forza del raziocinio che si spinge fino allo sfruttamento scientifico dell'uomo come cavia.
Altri possono aver imitato i tedeschi in crudeltà, in ferocia, ma nessuno possedeva, né possiede, il genio diabolico che li ha caratterizzati.
Piuttosto poco si è parlato, almeno in Italia, della vita nei campi di concentramento francesi, dove per un quinquennio (1939-1944) furono internati in un primo tempo i reduci della guerra di Spagna che avevano combattuto a fianco dei repubblicani e che non potevano rientrare nei loro paesi, oppressi dalla dittatura fascista: la loro tragedia trovava in quest'ultima sventura il suo epilogo. Poi, allo scoppio della guerra, vi furono concentrati gli stranieri residenti in Francia e ritenuti da quel Paese ospiti indesiderati: erano politici e anche non politici che la Francia ufficiale mal tollerava nel suo territorio.
Ciò non infirma - bisogna dirlo - i meriti di quel Paese e di quel popolo, che fu dal punto di vista politico il più ospitale, ma quando la componente democratica cessò di pesare per quel tanto che aveva potuto, allora i nemici dei rifugiati politici, che erano anche i nemici della libertà e della democrazia, riuscirono a prevalere e a sbarazzarsi della presenza giudicata incomoda - oltreché talvolta illegale - di migliaia di stranieri, semplicemente internandoli in campi di concentramento.

"In fondo all'oceano"

Al momento dell'occupazione franchista di quel Paese, parecchie migliaia di persone passarono la frontiera e si rifugiarono in Francia. Prima dai paesi Baschi e dalle Asturie, poi dall'Aragona, infine dalla Catalogna. L'ultima di queste trasmigrazioni forzate vide mezzo milione di persone tra militari e civili passare la frontiera. Se non si può negare che tale esodo massiccio costituisse un problema per le autorità francesi, si deve però contestare che non ci fosse altra soluzione all'infuori del campo di concentramento. Infatti, i pochi o tanti che trovarono una sistemazione, tramite familiari o amici, non furono di peso ai francesi; spesso fornirono manodopera necessaria al lavoro dei campi, dei cantieri e delle fabbriche, il più delle volte con paghe sottocosto per l'assillo del bisogno e la minaccia dell'internamento.
Il Messico aveva offerto ospitalità ai combattenti delle brigate internazionali, ma le autorità francesi non consentirono loro di lasciare il Paese, preferendo accollarsi l'onere del mantenimento, pur di tenerli sotto controllo.
Ricordo un dibattito svoltosi alla Camera dei deputati, a Parigi. Il resoconto che se ne leggeva nei giornali riportava a chiare lettere che di fronte al problema di una loro sistemazione, qualcuno aveva proposto di inviarli in qualche isola "in fondo all'oceano"; al che, dai banchi della destra, un commento sprezzante aveva interrotto l'oratore: "Sì in fondo, molto in fondo".
La Francia ufficiale che, dal governo di Daladier a quello di Pétain, non era stata certo amica della Spagna repubblicana durante la guerra civile, non poteva esserlo dei suoi reduci. I combattenti che avevano resistito fino allo stremo delle loro forze, lo avvertirono subito appena varcata la frontiera e toccato il suolo francese. Disarmati, furono avviati in colonne verso i luoghi di internamento non ancora predisposti. Furono le spiagge del Mediterraneo, di Argelès-sur-Mer e di St. Cyprien ad accogliere decine di migliaia di persone sulla nuda e fredda sabbia del mese di febbraio del 1939. Un pane e una coperta fu la prima dotazione che ricevettero.
Qualche mese dopo ebbe luogo il trasferimento in campi forniti di baracche e di servizi primari. Ma intanto furono in molti a prendersi dei malanni da cui non guarirono più.
La località di Gurs nei Pirenei orientali accolse migliaia di ex combattenti provenienti dai campi di Argelès e St. Cyprien. Qui esistevano baracche con servizi essenziali, ma toccò agli internati stessi provvedere a dare un organizzazione alla vita del campo per renderla sopportabile. Si cominciò col costruire i letti, che non c'erano, adoperando i ritagli del legno che era servito per erigere le baracche, poi con l'organizzare le cucine, la pulizia, l'infermeria.

Per continuare a pensare

C'è un aspetto di questa loro vita sul quale vorrei soffermarmi: quello dell'impiego di quel tempo forzatamente ozioso, per mantenersi uomini nella loro interezza, pronti ad essere immessi nuovamente in un campo di attività qualsiasi. Era un problema serio quanto quello dell'alimentazione e della sanità; anzi, quello dell'alimentazione si pose in modo drammatico dopo i primi quindici mesi, quando la fame mieté numerose vittime, mentre alla questione sanitaria provvidero le organizzazioni popolari ancora legali fornendo il materiale; in quanto ai medici, bastavano quelli che si trovavano fra gli internati medesimi. Ma il carattere e la forza interiore di un uomo possono essere distrutti o seriamente compromessi dall'inedia che un regime di cattività comporta.
Gli italiani e i combattenti delle brigate internazionali in genere provvidero a darsi un'organizzazione efficiente per l'impiego di quella specie di "tempo libero", sia a Gurs, sia più tardi al campo di Vernet (Ariège). Vennero organizzate le attività di lavoro manuale che, specie al campo del Vernet, si rivelarono prezioso elemento di sostegno nella vita degli internati. I reduci di quei campi ricordano (e alcuni ancora ne conservano qualche esemplare) gli anelli e i modellini di aeroplano prodotti su larga scala, che in parte venivano venduti alle stesse guardie del campo, ma perlopiù spediti in tutta la Francia e in altri paesi, Italia compresa. Di questi oggettini i compagni in libertà facevano commercio o, semplicemente, li donavano a chi sottoscriveva in favore degli internati. Parecchi impiegavano parte del loro tempo in quest'attività, l'anima e la mente della quale, oltre che il maggior esperto, era il biellese Giuseppe Mosca, fonditore altamente qualificato nella vita civile. Egli ideò l'apparecchiatura per la fusione del metallo con cui si forgiavano i modellini che, quasi sempre lui stesso creava. I suoi collaboratori erano addetti al paziente lavoro della rifinitura. Ne risultavano così, utilizzando i più impensati materiali, modellini niente affatto scadenti, anche dal punto di vista artistico.
La preoccupazione principale degli organizzatori del campo fu tuttavia quella di assicurare che gli internati continuassero a pensare, e anzi mettessero a profitto quel loro ozio forzato accrescendo le loro cognizioni politico-culturali.
La vita - per così dire - "culturale" nel campo iniziava al mattino con la lettura del giornale. Nella mia baracca toccò a me quest'incarico della lettura ad alta voce del quotidiano. Pur non essendomi ancora impadronito sufficientemente della lingua francese, la traduzione in italiano mi riusciva abbastanza facile. Si finiva poi la sera, con la lettura, sempre collettiva, di un qualche romanzo a sfondo sociale, e toccava ancora al sottoscritto adempiere a quell'incarico. Ricordo che, a confermarmi in quella mansione, contribuì forse un poco la mia dizione abbastanza corretta, ma ancor più la mia risata contagiosa. Mi poteva capitare, nel corso della lettura, d'imbattermi in qualche brano umoristico, e io, anziché attendere di unirmi alla risata generale, la provocavo: avevo colto con un'occhiata il seguito del discorso e, prorompevo in una risata fragorosa che trascinava anche gli altri; avevo allora 25 anni.
Trascorrevamo nello studio collettivo o nella lettura individuale il tempo che divideva la lettura mattutina da quella serale: il lavoro collettivo era compiuto su testi di studio, quello individuale su libri che le ricche letterature francese e russa ci fornivano. Ricevevamo gli uni e gli altri dagli emigrati italiani residenti in Francia, in Svizzera o nel Belgio. I testi di studio erano gli articoli di "Stato Operaio", le opere di Lenin che erano in circolazione e, tradotti in francese, alcuni libri di economia politica, tra i quali ricordo il "Précis d'economie politique", di Leontiev, fino alla Storia del Partito comunista bolscevico dell'Urss, uscita allora. Non ultimo era lo studio delle lingue, soprattutto il francese, e poi di altre materie quali la matematica; quest'ultima materia ce la insegnava un valente professore albanese.
Lo sport faceva pure parte delle nostre occupazioni, ma potevamo praticare solo la pallavolo, che era naturalmente riservata ai più giovani di noi. In quanto agli esercizi ginnici non smentivamo la proverbiale avversione degli italiani per questo genere di applicazione. Ma l'occupazione più impegnativa e continua restava lo studio.
Le trincee di Spagna formarono combattenti esperti e coraggiosi, molti dei quali completarono la loro preparazione politico-organizzativa nei campi di concentramento. Essi poterono valersi di capi qualificati che la reazione francese aveva arrestato dopo lo scoppio della guerra nel settembre 1939, e concentrato in buona parte nel campo di Vernet (Ariège). Erano i dirigenti dei partiti antifascisti dei vari paesi, rifugiatisi in Francia perché ricercati.

Da Gurs al Vernet (Ariège)

Il primo gruppo di italiani trasferito da Gurs, lo fu per un motivo abbastanza curioso. Allo scoppio della guerra con la Germania, quasi tutti avevano fatto richiesta di essere arruolati nell'esercito francese, senza porre condizioni all'infuori di quella di essere considerati combattenti a tutti gli effetti. Il governo francese rifiutò l'offerta e poi, quando divampò l'incendio della guerra, le autorità pretesero che accettassimo di arruolarci nelle compagnie di lavoro, per scavare trincee al fronte. Diversi, pur di uscire dal campo, accettarono, molti invece rifiutarono questa offerta umiliante.
A questo punto si vollero fare pressioni e, radunatici nelle baracche, le guardie effettuarono una sorta di decimazione, trascinando a viva forza fuori dal campo un certo numero di noi, perlopiù i giovani, e rinchiudendoci poi in stato d'arresto in una baracca isolata. Ci tennero parecchi giorni senza pane e senz'acqua nell'intenzione di piegare la nostra resistenza. Nonostante la stretta vigilanza, i compagni riuscirono ugualmente a farci pervenire qualche pezzo di cioccolato e delle zollette di zucchero e in quanto all'acqua ricordo che pioveva: sopperiva quella della grondaia. Le ulteriori pressioni e le minacce non sortirono quindi nessun effetto: a quel punto, per non farci ritornare al campo d'origine, perché significava per loro uno smacco, ci trasferirono al campo del Vernet.
Fui tra i primi dunque a raggiungere quella nuova residenza, dopo un viaggio che ebbe dello stravagante e del drammatico. Eravamo nelle settimane dell'invasione tedesca della Francia e, nei transiti dalle stazioni, dove il treno che ci trasportava alla nuova destinazione sostava anche per lunghe ore, la gente, angosciata per le terrificanti notizie che giungevano dal fronte, ci scambiava per dei prigionieri tedeschi e sfogava su di noi tutta la carica della sua angoscia e del suo odio. Sono irripetibili certe ingiurie che ci toccò sentire, tra l'indifferenza dei poliziotti di scorta, che pure avrebbero potuto e dovuto spiegare chi veramente eravamo. Si può immaginare con quale profonda amarezza ci adoperassimo a chiarire l'equivoco in cui involontariamente quei poveretti erano incorsi; con scarsa fortuna, purtroppo, perché quegli stessi poliziotti che non si degnavano di dare le dovute spiegazioni, impedivano alla gente di avvicinarsi ai nostri vagoni per sentire le nostre buone ragioni e capacitarsi dell'equivoco.
Fu al Vernet che incontrammo, alcuni di noi per la prima volta, i dirigenti dei partiti antifascisti esuli in Francia che vi erano stati internati.
I tempi dovevano, nel giro di poche settimane, farsi molto più duri, sia perché più pesante era la disciplina interna del campo, sia perché diventava grave e preoccupante il problema dell'alimentazione. Doveva finire molto presto e per sempre il tempo in cui potevamo giocare a pallavolo.
Con la fine della "drôle de guerre" che aveva visto per otto-nove mesi gli eserciti francesi e tedeschi fronteggiarsi senza quasi sparare un colpo, l'invasione tedesca della Francia e la sua resa senza condizioni imposta da Hitler fece immediatamente piombare quel Paese in uno stato non solo di oppressione mai conosciuta, ma di spoliazione frenetica delle sue pur immense ricchezze.
La mano dell'occupazione tedesca si fece subito sentire pesante e noi dovevamo subirne le più dure conseguenze. Nel giro di un mese o poco più scomparvero completamente dalla nostra parca mensa i legumi secchi, i cereali, e perfino i cavoli e le patate. Solo verdure fresche della peggior specie, bollite e senza grassi e una fetta di pane di 175 grammi, divennero il nostro cibo quotidiano.

La solidarietà popolare

A salvarci provvide, con uno sforzo che sfiora l'inimmaginabile, la solidarietà dei compagni ancora in libertà e delle famiglie degli emigrati italiani che, sottraendo dalle loro ormai magre razioni giornaliere alcuni grammi di questo o quell'alimento, ci facevano giungere pacchi, che poi andavano per la quasi totalità a finire al collettivo, affinché tutti potessero beneficiarne.
Significativa la confezione di quei pacchi. Alcuni, ad esempio, contenevano solo farina ed erano quelli che ci faceva giungere l'organizzazione politica e cioè il Partito comunista; altri, quelli individuali, ma solo di nome, che giungevano dalle famiglie, contenevano mezzo chilo di pasta, due etti di fagioli, un etto di zucchero, mezzo etto di burro, una tavoletta di cioccolato, piselli e parecchie altre cosette, ma ognuna in piccola o minima quantità: conferma che esse provenivano dalla sottrazione alle scarse razioni che ricevevano con la tessera.
Tuttavia, nonostante questo grandioso sforzo compiuto dalla solidarietà popolare, guidata dall'organizzazione politica che, anche nella completa illegalità, continuò a funzionare ininterrottamente a Parigi, come a Marsiglia, a Lione come nelle Alpi Marittime, la salute di parecchi di noi cominciò a vacillare. Ricordo il povero Luigi Viana, un omone grosso e robusto, che perse nel corso di un anno trenta chili di peso e, pur salvandosi, rimase con la salute irrimediabilmente compromessa. Bastava un niente per correre rischi seri ed erano i più giovani a dare le più gravi preoccupazioni, secondo una legge comprovata anche dai campi tedeschi, che un organismo di quarant'anni è più temprato e resistente ai disagi che non uno di venti o venticinque.
Ogni giorno la morte mieteva vittime tra gli internati generici, che dividevano la nostra sorte solo perché cittadini stranieri, molti dei quali ebrei.
Ciononostante fu proprio in quel periodo che svolgemmo il lavoro più impegnativo nel campo dello studio e molti di noi fecero i maggiori progressi nella loro preparazione politico-culturale. I testi non mancavano, ma erano gli avvenimenti che si succedevano a ritmo frenetico e di eccezionale importanza, a fornirci materia di riflessione, di studio e di discussione. Dovevamo non solo seguire il corso di quegli avvenimenti, ma interpretarli.
Quando si vive un momento così eccezionale c'è il pericolo di rimanere frastornati o disorientati. A noi non successe; anzi, anche nel tremendo anno 1941, quando il dilagare delle armate tedesche in Europa e poi le folgoranti vittorie iniziali dei giapponesi nell'Estremo Oriente giunsero al culmine, vedemmo sostanzialmente giusto e rimanemmo degli ostinati ottimisti.

Il rientro in Italia

Cominciava intanto a giungerci l'eco delle prime azioni dei partigiani in Jugoslavia e dei Francs tireurs partisans a Parigi e in altre città: ciò contribuì a prefigurare in modo decisivo la nostra prospettiva. Ci pose in modo concreto l'obiettivo di raggiungere il nostro Paese, a costo di passare dal campo di concentramento francese al carcere in Italia. Per noi la prospettiva non era delle più nere: un primo gruppo di internati estradati già dal principio del 1941 erano finiti al confino e così di seguito tutti gli altri che li seguirono; ciò fece accelerare la richiesta di un rimpatrio generale.
Anche le nostre discussioni ne rimasero, com'è logico, influenzate: lo scambio d'informazioni, la ricerca di materiale che parlasse di guerra partigiana, lo studio di testi militari che si possedevano, divennero argomento di più viva attualità. Ci apprestammo, cioè, a riprendere, a più o meno lontana scadenza, il nostro posto di combattimento e, all'esperienza della guerra di Spagna, cercavamo di aggiungere quante più conoscenze possibili in tutti i campi. Era un problema che interessava noi ma ancor più gli slavi che già si sentivano partecipi della lotta che divampava nel loro Paese: di lì a non molto, lo sarebbero stati ad ogni effetto.
A noi italiani che proprio negli anni 1941-42 rientrammo in Italia (quasi tutti con destinazione l'isola di confino di Ventotene) toccò aspettare due anni prima di ritornare nel vivo della lotta ma le nostre previsioni si dimostrarono giuste: il 25 luglio cadeva il fascismo.
La permanenza nei campi di concentramento francesi non fu dunque una pura perdita di tempo. Fu anche un momento di riflessione e di maturazione della nostra personalità.