Anello Poma
La guerra di Spagna: ricordi e
riflessioni*
"l'impegno", a. VI, n. 2, giugno 1986
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
L'ambiente biellese e la guerra spagnola
Questa testimonianza, sull'esperienza vissuta in Spagna durante la partecipazione a quella sanguinosa
guerra civile, aggiungerà poco a quanto già si conosce, ma ha forse la particolarità di riportare alle mutevoli
condizioni ambientali di quegli anni e a quelle che sono state le duplici reazioni che si ebbero in Italia all'esplodere
di quella tragedia, ai commenti influenzati dalla propaganda del regime fascista. Conservo ricordi nitidi
di quei giorni così lontani, che coincisero con le mie prime esperienze di impegno politico-ideale. I
commenti che riuscivo a captare nella fabbrica e fuori erano di vario genere e divergenti dall'uno all'altro ambiente,
ma una sottolineatura si impose subito: ora più, ora meno, essi presentavano differenziazioni di fondo,
assai marcate, rispetto a quelli che si erano manifestati un anno prima, nel corso, cioè, della guerra di Abissinia.
In fabbrica, la maggior parte dei commenti era improntata ad una chiara simpatia per i repubblicani,
ovvero alla parte che si opponeva al colpo di stato dei generali e c'era la speranza di una vittoria delle forze
strette attorno al governo di Fronte popolare. Il clima di fabbrica era opprimente o, per meglio dire, rigido,
per quanto attineva all'impegno nel lavoro e all'osservanza dei regolamenti di disciplina; assoluto era il
divieto di ogni protesta che intaccasse anche solo minimamente il potere del padrone, considerato indiscusso.
Fuori di lì, per quanto ne ricavai dalla mia esperienza personale, le proteste erano piuttosto blande, vigeva
una certa indifferenza. Laddove c'era, la stessa presenza di colui che aveva la qualifica politico-sindacale
di fiduciario di fabbrica, designato dal sindacato fascista, non era molesta, non già perché qualcuno non
lo fosse o non lo volesse essere, ma perché non aveva nessun potere riconosciuto dal proprietario
dell'azienda. Semmai, era tenuto a non pretendere alcunché dal lavoratore che potesse infastidirlo o distoglierlo dal
suo impegno di lavoro.
Nella fabbrica, e più generalmente nei luoghi di lavoro, comandava chi ne era padrone, o qualcuno
designato da questo. Personalmente ebbi a scontrarmi con il potere padronale ed a subirne i drastici
provvedimenti disciplinari, il più grave dei quali, oltre al licenziamento in tronco, fu la denuncia ai carabinieri. Per
fortuna non alle autorità di Pubblica sicurezza o, peggio, a quelle fasciste (altrimenti l'accusa sarebbe entrata
nella sfera dei reati politici) e ciò non è senza significato. Subii infatti il provvedimento e la denuncia perché
osai, in tempi in cui erano stati cancellati tutti i diritti dei lavoratori, ribellarmi e, soprattutto, reclamare per me
e i miei compagni di lavoro, l'applicazione di quella che era una "larva" di contratto di lavoro; nel concreto,
il pagamento a tariffa maggiorata delle ore straordinarie, la cui osservanza, nella pratica, era lasciata
alla completa discrezione dell'imprenditore. Devo dire, però, che non mi fu mai rimproverato, nemmeno
in quella circostanza, il fatto che la pensassi in modo contrario al regime fascista e lo esprimessi
abbastanza apertamente con gli altri operai. Quella fu veramente una grossa fortuna perché il fatto avvenne
all'inizio dell'estate del 1937, cioè poche settimane prima del mio espatrio in Francia. Un'accusa per antifascismo
lo avrebbe certo reso impossibile.
Vale ancora la pena di ricordare, per rendere più chiaro un discorso che potrebbe apparire
contraddittorio, che nessuno dei militanti antifascisti che tornarono dal carcere in quegli anni, in maggioranza
comunisti dichiarati, incontrò serie difficoltà ad accedere ad un posto di lavoro. In questi casi, l'elemento
determinante era la loro qualifica professionale, per il resto, poté toccar loro di ricevere il classico e abusato
ammonimento: "In questa fabbrica si viene per lavorare", frase lapidaria che comprendeva tutto.
In questo clima, che definirei tollerante, persino le autorità di Pubblica sicurezza ostentavano un
atteggiamento bonario. Ricordo che questo mi fu ancora più chiaro seguendo la vicenda di Domenico Bricarello,
che incontrai alla fine del 1934. Veniva dal penitenziario di Civitavecchia, dove aveva scontato sei anni e
mezzo di reclusione, e da dove era stato scarcerato per indulto. La pena inflittagli dal Tribunale speciale nel
1928 era stata, infatti, di dodici anni e nove mesi: una delle condanne più pesanti, a cui, come se non bastasse,
si erano aggiunti tre anni di vigilanza speciale. In conseguenza di quest'ultimo provvedimento, era tenuto
non solo a ritirarsi in casa al calar della sera, ma anche a recarsi periodicamente al Commissariato di Ps
per apporre una firma che attestasse la sua presenza in città. Più di una volta il funzionario si lasciò andare
a commenti scherzosi tipo: "Allora Bricarello, quando la facciamo questa rivoluzione", a cui
l'interpellato rispondeva: "Presto, signor commissario". Si sentivano forti e saldamente attestati al potere i funzionari
del regime e persino in vena di scherzare. Sarebbe stata proprio la guerra civile spagnola a rivelare le
prime crepe di quell'edificio, nel quale essi allora credevano.
Raccolsi le prime reazioni e i primi commenti sulla guerra di Spagna all'esterno del luogo di
lavoro, frequentando un albergo-ristorante, nonché luogo di ritrovo della città, da lungo tempo scomparso. Si
chiamava "Gallo antico" ed era situato nell'area adiacente la chiesa di San Cassiano. Vi si trovavano numerosi
giochi delle bocce, dove si davano appuntamento i più provetti giocatori nonché moltissimi altri che non
praticavano il gioco, ma si divertivano ad assistervi. Si potevano trovare persone di ogni ceto sociale: il
lavoratore appena uscito dalla fabbrica, in certe ore anche il bottegaio o l'artigiano, l'impiegato e, non di rado,
il professionista. Era un ambiente molto vario e anche alcuni antifascisti a me noti ne erano assidui
frequentatori e lo utilizzavano come luogo di incontro. Ricordo, ad esempio, uno scambio furtivo e inavvertibile a chi
non l'avesse saputo di stampa clandestina a cui mi capitò di assistere.
Alla discussione sul procedere delle partite in corso, si mescolavano o facevano capolino riferimenti
agli avvenimenti politici. Fin dalla vittoria dei fronti popolari, in Spagna ma soprattutto in Francia, si
poteva avvertire un maggior interesse e partecipazione al discorso politico, cosa che non succedeva durante
la guerra d'Africa. La Spagna, e il carattere di quello scontro, rivelatosi subito sanguinoso, accesero
una grande curiosità ed ebbero il potere di monopolizzare le discussioni.
Le opinioni di quanti tradivano simpatia per gli antifascisti spagnoli erano meno esplicite, sommesse e
a mezze frasi; a voce alta venivano invece espresse quelle di coloro che pronosticavano, e si auguravano,
il sopravvento dei militari, anche quando non era ancora ben chiara la loro collocazione politica e
ideologica. Tanto più venne ostentata e dichiarata la simpatia per i generali quando si ebbe conferma che erano
fascisti e quando si seppe della partecipazione di forze armate italiane, che non tardò molto. Emergeva con
chiarezza la presa efficace fin dall'inizio, della martellante propaganda degli organi d'informazione. "I
comunisti perderanno in Spagna", dicevano quanti ne erano influenzati. Si trattava, per lo più, di persone del
ceto medio, piccolo borghese e la loro opinione, che esemplificava in modo eccessivamente drastico e
schematico la qualifica delle parti in lotta, era per larga parte la conseguenza della loro scarsa informazione
ricavata unicamente dagli organi d'informazione, specialmente dai giornali ufficiali.
Doveva però essere soltanto una realtà apparente, o quanto meno non generalizzata, perché le
autorità cominciarono ben presto a preoccuparsi dell'eco che gli avvenimenui di Spagna generavano negli
ambienti operai, ansiosi, invece, di conoscere più da vicino i fatti, e di attingere informazioni meno contraffatte
sulla realtà. Ciò è comprensibile se si tiene presente che molti di quei lavoratori avevano un passato di lotte
sociali rilevanti e un presente di opposizione, anche aperta, al regime, come testimoniava il numero
ragguardevole di militanti antifascisti, in maggioranza provenienti dal ceto operaio, condannati dal Tribunale
speciale fascista o dalle commissioni per il confino.
Gli stessi discorsi tenuti in quei mesi in particolari ricorrenze o occasioni dai gerarchi fascisti
tradivano questa crescente preoccupazione. Si udirono infatti frasi, volutamente minacciose, di questo tenore: "È
ora di rispolverare il manganello". Proprio perché velleitarie nascondevano timori fondati. Le autorità,
infatti, avvertivano un risveglio crescente dell'interesse politico: troppi ardivano parlare del Fronte popolare e
poi, anche della Spagna; alcuni cominciarono a riunirsi per discuterne.
A partire dalla fine del 1936 riprese a circolare più largamente, sempre in senso relativo, s'intende,
la stampa clandestina. Passava più frequentemente tra le mie mani "l'Unità", in piccolo formato e in
carta finissima, ma anche "Il grido del popolo" e, subito dopo, "La voce degli italiani", che lo sostituì.
Non rammento se circolassero in città altri giornali stampati dai vari movimenti antifascisti; conobbi l'
"Avanti!", organo del Partito socialista, più tardi, in Francia.
Si andò anche oltre a questo: a partire dai primi mesi del 1937 seppi, non ricordo come, della possibilità
di captare l'emittente "Radio Barcellona", dalla quale si potevano ascoltare i notiziari in lingua italiana.
In quegli anni, però, erano in pochi a possedere un apparecchio radio, perché per tanti di noi era ancora
un genere di lusso: si usavano allora degli stratagemmi. Persino i locali pubblici gestiti da persone fidate, e
che a loro volta si fidavano degli avventori che li frequentavano, erano utilizzani a quello scopo. Nel
popoloso rione Riva, dove ero nato e cresciuto, il bar Italia era fra questi e fu lì che ascoltai le prime trasmissioni.
Andavano in onda a tarda sera e coincidevano con l'orario di chiusura dell'esercizio. Organizzava la
ricezione, con tutte le precauzioni del caso, Giuseppe Zaldera, mio coetaneo ed amico, anche lui cresciuto in
quel popolare rione. Ricordo che anche lui seguiva con la mia stessa trepidazione gli avvenimenti della Spagna
e insieme gioivamo e soffrivamo per le vicende di quella battaglia che per noi era una battaglia di civiltà e
a cui, comunque, attribuivamo, più per istinto che per convinzione ragionata, grande importanza per il
nostro stesso domani.
Credo ci fossero altri in città a vivere attraverso quell'emittente il dramma di quel paese e di quel
popolo. Seppi che anche nei paesi del circondario, specialmente nelle numerosissime frazioni disseminate nel Biellese,
al riparo di un'omertà impenetrabile, quella trasmissione fu ampiamente ascoltata ed i fascisti, pur
sapendolo, furono nell'impossibilità di reprimere. Se si ripensa alla situazione di due anni prima, quando il
regime aveva saputo montare la folle avventura della guerra in Abissinia e al grandissimo consenso che
aveva raccolto, si deve concluderne che i tempi erano molto cambiati e con una rapidità straordinaria.
Tentativi di espatrio
In quel nuovo clima, maturarono in me l'idea e poi la decisione di espatriare. La costituzione delle
brigate internazionali in Spagna, l'eco delle loro imprese che ci giungeva da "Radio Barcellona",
specialmente dopo le notizie della battaglia di Guadalajara, esercitarono un grande richiamo. Quando giunsi in
Spagna capii che eravamo stati in molti a sentirlo, perciò è discutibile la tesi, sostenuta anche in opere scritte,
di coloro che affermano essere stato praticamente impossibile raggiungere la Spagna repubblicana a
quanti risiedevano in Italia. Non furono in molti, questo è vero, ma oltre duecento tra i cinquemila italiani
che combatterono nella XII brigata internazionale "Garibaldi" e in altre unità dell'esercito popolare
spagnolo, provenivano direttamente dall'Italia. Il rischio, in fondo, era lo stesso di ogni espatrio clandestino.
Personalmente provai in diversi modi. Un mio conoscente, che aveva parenti nei dintorni del lago di
Como ed asseriva di poter contattare dei contrabbandieri per il mio espatrio, mi tenne per qualche tempo
aggrappato a questa speranza, ma alla fine dovetti abbandonarla. Più seria e realistica fu una seconda via
prospettatami da Bricarello, quel vecchio "galeotto", benché poco più che trentenne, che tanta parte ebbe nella mia
formazione di militante fino al mio espatrio dall'Italia. Egli si trovava sempre nel mirino della polizia perché
faceva parte degli indiziati pericolosi ed era sempre soggetto a sorveglianza. Nella primavera del 1937 ci fu a
Biella la visita di un grosso gerarca fascista, forse Starace, non ricordo. In tali occasioni, la polizia locale
veniva mobilitata e il primo atto era l'arresto e l'incarceramento degli antifascisti più noti e giudicati più
pericolosi. Parecchi furono dunque rinchiusi nelle carceri del Piazzo per otto o dieci giorni, anche se la visita
del gerarca non durò più di due giomi. Mentre erano in cella, alcuni di loro progettarono di espatriare in
Francia o in Svizzera, per raggiungere poi la Spagna. Poiché desideravo far parte di coloro che volevano
realizzare il progetto, mi recai, su indicazione di Bricarello, a Pralungo Sant'Eurosia per parlare con Rodolfo
Benna. Vi trovai invece la moglie, la quale probabilmente era al corrente della cosa e con ogni probabilità cercava
di dissuadere il marito. Mi accolse, perciò, se non proprio con ostilità, con una certa freddezza. Non
avversava, tutt'altro, le opinioni politiche del marito, già reduce dalle "panie galere" per le sue convinzioni e il
suo impegno, ma aveva due figlie e credo non se la sentisse di rimanere sola a sobbarcarsi quel peso e
quella responsabilità. Non le si poteva dar torto, e anche questa possibilità cadde.
Andò male, ma soltanto per me, la opportunità sfruttata con successo da Eraldo Venezia e Giuseppe
Fracasso nel mese di luglio, forse per un malinteso, o per un eccesso di prudenza. Con loro, soprattutto con
Eraldo, strinsi poi una affettuosa amicizia che fu interrotta solo dalla sua prematura morte, sul fronte di
Estremadura, nel febbraio del 1938.
Perseguii comunque con tenacia il mio progetto e finii per trovare la strada giusta, che era poi la più
semplice e alla portata di tutti. Si rivelò tanto facile da sembrare inverosimile nel regime fortemente restrittivo
del tempo, per questo penso non sia stata sfruttata adeguatamente. Nel 1937, a Parigi, si tenne la
Esposizione universale e le agenzie di viaggio italiane, in collaborazione con le ferrovie dello Stato, organizzarono
treni popolari, a prezzi modesti, per agevolare coloro che la volevano visitare. Si viaggiava con passaporto
collettivo e il controllo non fu severo, potrebbe sembrare una stranezza poco credibile ma fu così. Mi prenotai per
quel viaggio e ai primi di agosto ero a Parigi.
Tappa a Parigi
L'impatto con la realtà francese fu subito sconvolgente per una natura entusiasta, e diciamo pure un
po' sognante, come era la mia. Già durante il viaggio, poco dopo il passaggio della frontiera, c'imbattemmo
in una unità dell'esercito francese in esercitazione, credo si trattasse di un reparto di
chasseurs des Alpes, o comunque truppe alpine, ed i soldati salutarono il treno in arrivo dall'Italia con il pugno chiuso, che era
il saluto del Fronte popolare. Ero partito con Pio Borsano, mio coetaneo e compagno di viaggio e,
tutto sommato, di avventura, perché alla nostra età un'impresa come quella che avevamo cominciato aveva
anche dell'avventuroso. Ci guardammo esterrefatti, comprendendo il carattere politico e polemico
di quell'accoglienza, e Pio, che era una natura spontanea, esplose in una delle sue caratteristiche
rumorose risate. Gli fece eco uno dei viaggiatori che proveniva da Roma, da dove il treno aveva iniziato il suo lungo
viaggio, e che, se ben ricordo, doveva essere un impiegato statale. In primo luogo si espresse con un
gesto piuttosto tipico, consistente in un certo movimento del braccio, poi esclamò: "Ci penserà Mussolini
a sistemarli". La cosa non ebbe seguito, noi eravamo troppo occupati a ripensare a quell'accoglienza,
fatto nuovo e del tutto insolito, gli altri viaggiatori non ritennero di fiatare.
Giunti a Parigi, cercammo subito di prendere contatto con le organizzazioni o gli ambienti
antifascisti dell'emigrazione italiana, non prima però di aver camminato per diverse ore lungo le vie della città e
conoscerne alcuni punti più rinomati. Per parte mia sperimentai l'uso di quel poco francese che avevo imparato,
certo non a scuola perché avevo dovuto fermarmi alle elementari e darmi subito da fare per trovare un lavoro.
Ad un certo punto, la nostra attenzione venne catturata da un gruppo di giovani che guardammo
ammirati. Negli angoli delle vie erano intenti a vendere il quotidiano comunista l' "Humanitè" e il settimanale
della gioventù che, se ben ricordo, era intitolato "Regard". Non solo vendevano i giornali, ma
intavolavano discussioni con i passanti che vi erano interessati. Non cercai di mescolarmi a quella discussione, che
del resto non avrei potuto pretendere di capire bene, ma tentai di scambiare qualche parola chiedendo
informazioni. Ebbi poca fortuna, purtroppo, perché m'impappinavo, provocando la rumorosa risata del mio compagno,
il che aveva il potere di accrescere ancor più il mio imbarazzo.
Bricarello ci aveva fornito alcuni recapiti ed avemmo fortuna. In una libreria, intitolata "Les bureaux
d'éditions sociales", trovammo la persona giusta. Ricordo poco di lui ma quanto basta per provare
commozione ripensando a quell'incontro. Era certamente un emigrato politico di età media, l'aspetto da persona
dedita agli studi, perciò credo svolgesse il lavoro di libraio. Conosceva bene Bricarello e anche altri biellesi;
saputo delle nostre intenzioni ci indirizzò alla redazione della "Voce degli italiani", che seppi poi essere il
portavoce dell'Unione popolare italiana.
Ripetemmo la nostra storia, che non aveva nulla di complicato, e perciò non dovemmo faticare per
essere creduti, dal momento che ci indirizzarono in una pensioncina popolare alla periferia della città,
ridandoci appuntamento per discutere della nostra situazione e decidere cosa fare. Infatti non ci furono problemi e
la nostra permanenza a Parigi fu di breve durata. Dopo meno d'una settimana eravamo in viaggio con
altri verso il "Midi" della Francia, per fare tappa a Carcassonne. Ancora una sosta di qualche giorno,
senza neanche il tempo di approfondire le nuove conoscenze e riprendemmo il viaggio, prima in camion poi
a piedi, per attraversare i Pirenei e raggiungere la cittadina di Figueras: ero in Spagna.
L'impatto con la realtà spagnola
Percorsi in treno la Catalogna e la stupenda regione del Levante, terra dei legumi e degli agrumi, fino
a Valencia, quindi deviai verso l'interno e, senza conoscere soste, giunsi ad Albacete, sede e base delle
brigate internazionali. Albacete e la regione della Mancia erano ben altra cosa come paesaggio rispetto a quello
che avevo visto di quella terra fino a quel momento, e questo valeva anche per il povero paesino di Quintana
de la Reina, che da pochi anni, cioè dalla caduta della monarchia nel 1931, era stato ribattezzato Quintana de
la Republica. Avrei rivisto il Levante l'anno seguente, quando sostai all'ospedale di Murcia e al
convalescenziario di Horiguela per guarire da una ferita rimediata a Campillo, sul fronte dell'Estremadura. La vera Spagna
era però quella di Albacete: lo imparai dopo. Allora dovevo solo trascorrere il periodo, nemmeno lungo,
di istruzione militare che, a parte alcune difficoltà iniziali per abituarmi all'alimentazione, non
trovai eccessivamente noioso. Intanto cercai di "guardarmi attorno".
Affermare che capii tutto e subito sarebbe infantile, mentre è vero che ci fosse curiosità e persino ansia
di comprendere. Faticai, naturalmente, a penetrare nella situazione del paese e le prime cose
comprensibili furono le conseguenze dolorose di quella guerra che già contava centinaia di migliaia di morti.
Eppure, nonostante questo, ebbi la sensazione, divenuta presto certezza, che quello fosse un popolo deciso a
vincere e che ancora coltivasse questa speranza; forse perché si giocava tutto: la sua condizione di popolo libero
e qualcos'altro ancora. Più convincente fu la sensazione che ricavai dai primi veri contatti umani che,
superando l'ostacolo della lingua, stabilii con i giovani della classe 1917, chiamati alle armi. Li incontrai
quando raggiunsi la brigata "Garibaldi", dove venni incorporato in quanto italiano, e che, se ben ricordo,
era acquartierata nelle vicinanze della città di Lérida, nell'impervia regione dell'Aragona.
Stavamo per essere impiegati in una operazione offensiva sul fronte di Saragozza, quando affluirono,
appunto, le reclute spagnole. Erano giovani mobilitati al servizio militare obbligatorio che la Repubblica aveva
istituito da poco, non più, quindi, i combattenti volontari politicizzati delle prime milizie, sebbene anch'essi
permeati dalla tensione ideale che animava lo sforzo bellico di quel popolo. Devo tuttavia aggiungere che
la politicizzazione di quella guerra era grande ed estesa anche nella parte franchista e lo era persino con il
marchio della crociata religiosa, come constatai fin dal primo contatto in guerra, e che mi fu confermata
nel corso della battaglia dell'Ebro.
Con quei giovani spagnoli salii al fronte ed ebbi l'impatto con la guerra. Fui impressionato da qualcosa
nel loro comportamento che per me aveva dell'incredibile e che poteva spiegarsi solo con l'ignoranza che
essi avevano della guerra. Ci trovavamo impegnati davanti a Saragozza, in uno dei tantii e vani assalti
alla capitale dell'Aragona, che si rivelò sempre un obiettivo imprendibile. Non fu un
combattimento particolarmente cruento e le perdite furono limitate, tuttavia fu sconcertante la paura iniziale di quei
giovani. Pensai che forse io, che avevo tanto sentito parlare della guerra 1914-1918 negli anni dell'infanzia, a
scuola e fuori, da coloro che l'avevano fatta, mi ero in una certa misura familiarizzato con taluni dei suoi
aspetti, come il bombardamento dell'artiglieria. Ciò influì certamente sul mio contegno, che determinò però
un giudizio esageratamente positivo di quei giovani nei miei confronti.
Lo manifestarono appunto dopo quel primo combattimento di Fuentes d'Ebro con una sconfinata
quanto gratuita ammirazione verso uno che, al pari di loro, era alle sue prime esperienze di guerra e non
faceva niente di più che padroneggiare come poteva il senso di paura che sentiva intensamente e
persino dolorosamente. "Ma tu non tienes
miedo?"1, mi dicevano ammirati per il solo fatto che a me
riuscivano comprensibili certi effetti della guerra che a loro invece sfuggivano e che al loro primo manifestarsi
li atterriva. Non valse, in quel momento, spiegar loro che era vero il contrario. Si stabilì però un legame
di affettuosa amicizia, di confidenza profonda. Ne parlo con commozione perché mi legai moltissimo a
quei giovani, che raggiunsero con me la brigata nel settembre 1937 e che provenivano in maggioranza
dalla provincia di Jean in Andalusia. Più tardi avrei conosciuto e stretto rapporti amichevoli anche con
giovani catalani, provenienti cioè da una regione più affine all'Italia del Nord, ma ciò che provai in affetto e
amicizia con e per quei giovani andalusi non ebbe eguali.
Fu comunque grazie a quei legami e a quelle conoscenze che imparai a guardare più addentro alle cose
di quel paese e a formarmi un giudizio più completo e maturo, comprendendo certi fenomeni e
certe contraddizioni. Capii, ad esempio, che il consenso di cui godeva la Repubblica era vasto ma non
generalizzato. I franchisti e le forze della destra reazionaria che avevano promosso la ribellione dei generali avevano i
loro seguaci infiltrati nella Spagna repubblicana. Franco battezzò quei suoi sostenitori "Quinta colonna".
Resta pur vero, tuttavia, che senza un largo consenso di massa la resistenza delle forze schieratesi con il
governo di Fronte popolare non sarebbe durata quasi tre anni.
Violenta offensiva franchista
Naturalmente l'appoggio e la partecipazione popolare rivelarono anche incrinature e momenti di
crisi, specialmente quando si verificarono gravi rovesci sul piano militare. Di una in particolare vorrei
parlare, non solo perché la vissi in tutta la sua drammaticità, ma perché resta un fenomeno quasi stupefacente il
fatto che le manifestazioni di cedimento non abbiano avuto le conseguenze disastrose che il mondo esterno
alla Spagna, e in particolare gli ambienti dirigenti degli stessi governi democratici europei, si attendevano.
Fu quanto accadde nel marzo del 1938 con l'offensiva franchista in Aragona, che portò le truppe dei
generali fascisti, comprese logicamente le divisioni italiane fasciste e le forze tedesche, a infrangere ogni
resistenza repubblicana, a occupare la regione e, attraverso la Catalogna, a raggiungere il mare alla foce del
fiume Ebro. La Spagna repubblicana si trovò così ad essere spaccata in due corpi separati, e si verificarono
nelle nostre file fenomeni di disgregazione. Penetrò, cioè, la convinzione che la guerra fosse perduta e diversi
si lasciarono prendere dal panico e vincere dallo sconforto, raggiungendo la Francia e consegnandosi
alla polizia di confine di quel paese.
Credo che quel fenomeno coinvolse soprattutto gli antifascisti che erano giunti da altri paesi. Non mi
avventuro naturalmente in giudizi che coinvolgono le forze politiche e le sfere del governo, e mi limito a ciò
che riguarda le brigate internazionali, che del resto non erano poca cosa. La stragrande maggioranza dei
volontari restarono al loro posto di lotta, posto che essi stessi avevano scelto. Considerammo infatti quella
defezione un fatto passeggero, conseguenza della stanchezza e, diciamo pure, della delusione. Siccome si era
volontari trovammo quasi logico e naturale che alcuni, in quella condizione, abbandonassero la lotta.
Altri due dati, piuttosto, furono sorprendenti. L'afflusso dei volontari internazionali non si interruppe e
altri ne giunsero; la testimonianza fisica della solidarietà morale e materiale delle forze democratiche e
popolari si mantenne quindi integra, al di là del peso che tale presenza ebbe sul piano militare, cioè mai
determinante. Fu invece importante per la parte repubblicana, sebbene in misura ben minore di quanto non lo sia stato
per quella franchista, il flusso degli armamenti. Ciò che più mi impressionò e mi emozionò fu la crescita della
determinazione degli spagnoli di battersi fino in fondo, e non solo per orgoglio, in battaglie di
retroguardia. Ormai avevo imparato a conoscerli bene: dal nulla si erano fatti soldati ed erano diventati fior di
combattenti. Solo così fu possibile costruire l'esercito dell'Ebro, che fuori dalla Spagna venne considerato un miracolo
e stupì il mondo, perché si mostrò capace di compiere l'operazione più importante e più lunga di
quella guerra, per quanto la più sanguinosa.
Non mi dilungherò sui combattimenti ai quali presi parte. Ho voluto ricordare soprattutto i
comportamenti umani ed è proprio in quest'ottica che intendo parlare dei fatti legati alla battaglia dell'Ebro, a come la
vissi. Padrone ormai della lingua fno a pensare in "castellano", partecipai con entusiasmo alla preparazione
di quello scontro, perché proprio in ragione dei legami che avevo stretto mi sentivo parte di quel popolo,
della sua storia, che studiavo con passione, dei suoi costumi, che assimilavo. D'altra parte, sentivo, al pari
degli altri volontari, con grande tensione che la prossima battaglia avrebbe avuto un carattere decisivo, che
sarebbe stata una svolta, anche perché eravamo partecipi della storia dell'Europa e sentivamo dunque che la
guerra di Spagna avrebbe avuto un grande significato per tutto il continente. Infatti lo ebbe, anche se negativo
e molto diverso da come avevamo sperato, perché a Monaco, la Gran Bretagna e la Francia, che già
aveva proclamato la mobilitazione generale, cedettero ai ricatti di Hitler, consegnandogli praticamente
la Cecoslovacchia.
Dalla battaglia dell'Ebro al ritiro delle brigate internazionali
In nessun altro fatto d'armi, in tutta quella guerra che durò quasi tre anni, vi fu un così grande
dispiegamento di uomini e mezzi come nella battaglia dell'Ebro. La disponibilità di questi ultimi ne decise l'esito. Al
suo inizio, il 24 luglio, l'esercito repubblicano poteva contare su un dispositivo efficiente. Dopo la
sconfitta subita dalla Repubblica in Aragona, le nazioni europee, e particolarmente la Francia, convinte che la
partita fosse decisa, avevano infatti allentato il rigido blocco delle frontiere, decretato in ossequio al
famigerato "patto di non intervento", sottoscritto da tutti i paesi ma mai rispettato da quelli fascisti. La Francia,
dunque, lasciò affluire ingenti quantitativi d'armi, in particolare cannoni e aerei che la Spagna produceva in
minima misura e doveva quindi importare. Al momento dell'offensiva repubblicana culminata col passaggio
dell'Ebro, i paesi europei reagirono palesando umori anche maggiori degli stessi governi fascisti. Il blocco alle
frontiere con la Francia torna ad essere rigido come non mai, e poiché i mari erano sorvegliati dalla marina dei
paesi fascisti la sproporzione dell'armamento divenne abissale, diventando il fattore determinante delle sorti
della guerra.
La "Garibaldi" fece interamente la sua parte, pur partecipando solamente alla fase difensiva, la più
cruenta e ossessiva di quella battaglia. Capimmo, ma solo quando si rivelò in tutta la sua tragica realtà, che
sarebbe stata l'ultima, al di là della nostra sopravvivenza. Era impressionante lo scenario delle colline nei pressi
di Gandesa (il settore allora difeso dalle brigate internazionali si trovava in una zona denominata Sierra
Caballs); ancora più impressionante e sconvolgente il rombo dell'artiglieria e dell'aviazione franchista,
assolutamente padrone del campo.
L'artiglieria iniziava di buon mattino il suo martellamento e non cessava che alla sera, quando le
truppe franchiste venivano scagliate contro le nostre postazioni. Per quanto provati dai vuoti paurosi provocati
nelle nostre file dai bombardamenti e colmati con sempre maggiori difficoltà, la nostra reazione era
rabbiosa, quasi fossimo sorretti da una sorta di determinazione fatalistica. Pareva impossibile tenere la
posizione dopo giornate di bombardamenti così micidiali, ciononostante riuscimmo più volte a ricacciare gli
assalitori con le armi individuali o a colpi di bombe a mano, provocando anche tra loro perdite gravissime.
Ricordo le notizie forniteci da alcuni soldati franchisti passati nelle nostre file. Alla domanda se
lamentavano forti perdite, risposero con l'ironia scanzonata che è tipica e spontanea degli spagnoli: "Hombre, es la
unica cosa que no falta"2. È noto, del resto, che la battaglia dell'Ebro, durata oltre due mesi di ininterrotti
attacchi e contrattacchi, costò oltre centocinquantamila caduti in combattimento. La frase dell'ex combattente
nelle file franchiste mi induce ad una notazione riflessiva. Le diserzioni fra i franchisti furono purtroppo
limitate, anche perché Franco era spietato con le famiglie dei disertori, tuttavia considero lo scarso risultato
ottenuto in questo senso una delle maggiori debolezze palesate dall'azione politica e propagandistica dei
repubblicani e una tra le cause, seppure secondarie, che facilitarono la vittoria franchista.
Mi sorregge in questa convinzione il fatto che potei, proprio in quei giorni e in quegli scontri
sanguinosi, misurare la capacità combattiva delle truppe fasciste. È vero, come ho detto prima, che il loro assalto
era preceduto dal bombardamento incessante delle nostre postazioni, mentre essi non ne erano praticamente
più soggetti, ed è altrettanto vero, come credo capiti ad ogni esercito, che le truppe franchiste venissero all'attacco
furiose per le perdite subite ed ebbre da abbondanti libagioni di anice. Lo sentivamo il giorno che
precedeva l'azione, quando giungevano a noi le grida sprezzanti ed ammonitrici che dicevano testualmente:
"Rojo prepara las alpargatas que mañana vas a
corer"3 e subito dopo la richiesta di "un'otra copa de anice". Le
frasi citate, che ricordo esattamente e non solo approssimativamente, avevano su di noi un effetto
agghiacciante giacché si sapeva che se non a noi, sicuramente la sorte preannunciata sarebbe toccata a qualche
reparto. Proprio in quelle occasioni, dicevo, potei registrare la caparbia determinazione degli assalitori nel
continuare l'avanzata lungo il pendio fino all'obiettivo, pur subendo perdite assai pesanti, perché sapevamo usare
le armi e lo facevamo. Non credo però che la loro insistenza, che alla fine, spesso, veniva premiata, pur a
caro prezzo, fosse dovuta solo all'effetto dell'alcool e alle minacce degli ufficiali, rivolte a chi tentennava
e mostrava di lasciarsi sopraffare dalla paura. Le minacce non erano gratuite, ma sono convinto che agisse
su quegli uomini anche l'effetto di una propaganda efficace.
Queste, comunque, furono le impressioni più vive riportate sulle impervie e desolate pendici di
Sierra Caballs nei mesi di agosto e settembre 1938, che furono anche gli ultimi della mia esperienza in
Spagna. Verso la fine di settembre, infatti Alvarez del Vayo, ministro degli Esteri della Repubblica spagnola,
comunica alla Società delle nazioni di Ginevra la decisione presa dal governo del suo paese di ritirare i
combattenti delle brigate internazionali dal fronte. Nel tentativo di respingere uno dei tanti attacchi dei franchisti
alla zona occupata dalla mia compagnia, ormai tale solo di nome, perché gli effettivi si erano
drasticamente ridotti, rimasi ferito e fui evacuato in ospedale. Da lì raggiunsi il paese di Torelló in Catalogna, base
di raccolta dei superstiti internazionalisti di nazionalità italiana. Era la terza ferita riportata in quella
guerra, segno della mia permanenza sulla linea del fronte o nelle immediate retrovie.
Forse anche per questo mi riesce difficile dominare una fastidiosa insofferenza verso quanti si erigono,
a mio avviso con troppa disinvoltura, a giudici ipercritici rispetto alla politica e alla condotta del
governo spagnolo. Capisco bene che la mia reazione è più istintiva che ragionata e dunque rispetto, anche
quando non la condivido, l'opinione di coloro che, giornalisti e scrittori, si recarono in Spagna in qualità di
osservatori, per capire e raccontare. Mi riesce invece molto più difficile capire, ripensando alla mia esperienza di
persona che andò a offrire solidarietà fattiva per un popolo di cui condivideva la causa, combattendo fino allo
stremo e senza il tempo di approfondire o di indagare nelle pieghe della politica governativa, come possano
invece averlo trovato altri, partiti come me per combattere e da cosa derivi la loro sicurezza di giudizio.
Personalmente ho una sola certezza: vissi in quegli anni una delle esperienze più esaltanti della mia vita, anche se fu la
più sfortunata. Sono convinto, però, che fu determinante nel non avere esitazioni di fronte a importanti
scelte successive.
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