Anello Poma
Ripensando alla guerra di Spagna cinquant'anni dopo
"l'impegno", a. VIII, n. 1, aprile 1988
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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La ricorrenza del 50o anniversario dell'inizio della guerra civile spagnola (1936-1939) non ha registrato atti
celebrativi di grande rilevanza e solennità. Da segnalare soltanto qualche incontro dei pochi superstiti, tra i quali
merita menzione quello di alcune centinaia di essi che avevano combattuto nelle brigate internazionali, che si sono
ritrovati a Madrid; pur essendo pochi di numero, erano tuttavia rappresentativi: alcuni di loro, infatti, erano venuti
anche dalle Americhe. Non si è però andati oltre e credo non si volesse andare oltre a quello. Si è registrato, invece, un
certo risveglio del dibattito storico-culturale. Da esso sono scaturiti segnali interessanti per una rilettura di
quell'avvenimento, delle tante cose dette e scritte e, fatto che costituisce a
mio parere un dato importante, anche alcune revisioni di giudizi che parevano definitivi. Ne ho rilevati certuni che offrono lo spunto, non certo per
addentrarmi nella ricerca - non ne ho la pretesa né mi sentirei di farlo - ma per tentare, qualche interpretazione e,
soprattutto, qualche riflessione.
Venendo al concreto, direi che,
nell'insieme, i giudizi principali a cui mette conto riferirsi, conducono, sia pure
con accentuazioni diverse, a riflettere su un gruppo di argomenti, sui quali desidero soffermarmi.
Innanzitutto il trionfo dello schieramento politico di Fronte popolare nelle elezioni del febbraio del 1936,
che assicurò la formazione di un governo delle sinistre in Spagna (e, poco tempo dopo, in Francia) rappresentò, e mi
pare rappresenti ancora per una grande parte dell'opinione corrente, il successo di un abile disegno politico
dell'Internazionale comunista (Komintern), alla quale erano affiliati e seguaci disciplinati i partiti comunisti. In
quest'ottica, persino la rivolta dei generali
capeggiati da Francisco Franco, per taluni, non solo era inevitabile, ma trova una sua
qualche legittimazione e logicità.
Un secondo argomento riguarda le cause della sconfitta delle forze che si opposero al golpe dei militari del
18 luglio 1936. Esse furono in gran parte dovute alla politica interna del governo della Repubblica, volta ad escludere
dalla lotta le milizie anarchiche e del Poum (Partito obrero unificado
marxista) specialmente in Catalogna e in Aragona,
il che determinò una caduta della tensione ideale e di motivazioni di
carattere sociale, che dovevano alimentare la resistenza dei repubblicani
all'aggressione dei militari fascisti.
Un terzo aspetto, infine, concerne la
convinzione di chi sostiene che il protrarsi della guerra dopo la prima
metà del 1937 sarebbe stata voluto dai comunisti e dagli agenti sovietici e subito
dagli altri partiti e dallo stesso presidente della Repubblica. Fattore determinante che avrebbe facilitato quell'operazione sarebbe stata la caduta del
governo presieduto dal socialista Largo Caballero.
Relativamente al primo gruppo di argomenti, direi che una parte notevole dei giudizi cui si è accennato
trovano conferma. È vero, infatti, che verso la metà degli anni trenta gli orientamenti
della politica estera sovietica incoraggiarono il Komintern a cercare l'avvicinamento, avanzando proposte di unità,
con i partiti socialisti e della sinistra borghese, come erano i radicali in Francia e i repubblicani in Spagna, che si concretizzò appunto con la proposta
dei fronti popolari. L'ascesa al potere di Hitler in Germania, i suoi attacchi
forsennati contro l'Unione Sovietica, che lasciavano presagire ben più di soli
sfoghi verbali propagandistici, avevano generato allarme in Urss; seri motivi
di sicurezza esterna stavano quindi alla base di questo appoggio alla svolta operata dal Komintern con
l'abbandono dell'accusa di socialfascismo e la ricerca del dialogo e dell'alleanza con la socialdemocrazia. L'Urss, dal canto
suo, ricercava accordi e persino offerte di alleanze militari a scopo difensivo con le potenze occidentali, particolarmente
con Francia ed Inghilterra.
Tutto ciò, credo non possa essere messo in discussione, ma si deve pure
aggiungere che, paradossalmente, la politica dei fronti popolari rispondeva a spinte reali provenienti da larghi strati popolari e non solo di
lavoratori, che reclamavano una unità delle sinistre, comunisti compresi, per fronteggiare il
pericolo del fascismo che portava con sé la guerra. Il largo successo ottenuto dai fronti popolari nelle elezioni del 1936 testimonia come, in
quel particolare momento, quella fosse l'esigenza più sentita. In Spagna, poi, se ne
aggiunse una del tutto particolare, che ebbe però grande peso. Il programma del Fronte popolare fece propria la richiesta, avanzata da forze
politiche e sindacali, di promulgare un provvedimento di amnistia a favore dei trentamila prigionieri politici, incarcerati
in seguito ai fatti accaduti a Barcellona, e soprattutto nelle Asturie e nei Paesi baschi, nell'ottobre del 1934
con scioperi grandiosi, scontri con forze di polizia e repressione sanguinosa ordinata dal governo delle destre.
L'impegno a promulgare l'amnistia
fu, tra l'altro, il fattore determinante nella decisione degli anarchici di uscire
dall'agnosticismo della loro tradizionale posizione di astensione nelle elezioni, invitando gli aderenti alla Fai
(Federacion anarquista iberica) e dell'organizzazione sindacale da loro diretta, la Cnt (Confederacion national del trabajo), a
votare per il Fronte popolare. Bisogna sottolineare quanto questa decisione abbia influito sul risultato delle elezioni,
particolarmente in Catalogna, dove la Cnt era l'organizzazione sindacale maggioritaria.
La vittoria del Fronte popolare nelle elezioni premiò tutti i partiti che
parteciparono alla coalizione, quindi anche i comunisti. Questi, tuttavia, contrariamente a quanto avvenne in Francia, dove conseguirono un successo
ragguardevole ed ebbero un consistente numero di eletti, risultarono sempre in
Spagna una forza modesta. È questo un dato importante, che è giusto tenere presente per dare una valutazione d'insieme degli avvenimenti spagnoli di quegli
anni. Dando pertanto il giusto posto alle varie componenti del Fronte, si deduce che l'influenza del Komintern in
Spagna nella fase che precedette la rivolta dei generali deve essere riportata a più realistiche valutazioni, cosa
che spesso non è stata fatta.
Vedremo più avanti che anche nella direzione della guerra cìvile, sia il
Partito socialista, che era di gran lunga la componente più forte della sinistra, sia i partiti democratici borghesi, che rappresentarono sempre la larga
maggioranza del Parlamento spagnolo (le Cortes) non subirono, se non forse negli
ultimissimi atti di quella tragedia, il
condìzionamento del Partìto comunìsta e dei dirigenti dell'Internazionale comunista, largamente impegnati, questo sì, in quella
sanguinosa contesa. A questo proposito è da tenere in considerazione che l'azione di questi ultimi, anche in virtù della
direzione di Palmiro Togliatti, fu improntata ad una condotta piuttosto accorta, si potrebbe dire prudente. Va infatti
tenuto presente, nel bene e nel male, che l'Unione Sovietica non cessò fino all'ultimo istante, e cioè almeno fino alla
tarda primavera del 1939, di perseguire un'intesa con le grandi nazioni democratiche, non foss'altro perché
maggiormente interessata a scongiurare la guerra. È indubbio dunque che ciò non poteva che riflettersi negli atteggiamenti dei
partiti comunisti, in Spagna ancor pìù che altrove.
Sempre a proposito della composizione dei fronti popolari, l'interesse esteso, anche solo la curiosità che
suscítarono, ed, infine, la presa che ebbero taluni aspetti del loro programma, sono apparsi recentemente studi
ínteressanti che danno risalto a certi fermenti che si registrarono anche all'interno della Chiesa cattolica. È noto
l'atteggiamento del Vaticano e l'appoggio che i generali rivoltosi rìcevettero fin dall'inizio dalla gerarchia della Chiesa e
dal primate di Spagna, cardinale Gomà. Tuttavia è giusto e interessante rílevare non solo e non tanto le eccezioni,
come quella del cardinale di Tarragona, Barraquer, ma quanto accadde nelle regioni del Nord.
Per meglio comprendere questa realtà, occorre riandare alla sanguinosa repressione dei moti popolari nelle
Asturie, nell'autunno del 1934. Il governo di destra, quello definito del "biennio negro", si servì delle truppe di colore
della Legione straniera, al comando del generale Francisco Franco, per reprimere le manifestazioni e gli scioperi.
Tale repressione suscitò indignazione vastissima, alla quale fu partecipe la stessa Chiesa o, comunque, la grande
maggioranza del clero basco, che non solo non appoggiò, ma anzi si schierò contro la rìvolta dei generali nel 1936.
A ciò bisogna aggiungere la lungimiranza del programma del Fronte
popolare, che aveva colto alcune esigenze molto sentite dalla popolazione di quelle regioni. Facendo eccezione ad una
regola che mi sono dato, mi rifaccio a questa sola citazione, dello studioso Alfonso Botti: "II caso più clamoroso è quello dei Paesi baschi dove una delle
poche scelte su questo piano politicamente lucide del Fronte popolare (la concessione dell'autonomia
politico-amministrativa) fa sì che le popolazioni e il clero di quelle contrade si schierino con la Repubblica, restandovi sostanzialmente
legati fino alla fine".
L'atteggiamento di quella parte non
certo trascurabile del clero spagnolo ebbe tra l'altro il suo costo perché
i franchisti non furono certo teneri e tolleranti verso il clero basco. Ritengo se ne debba tener conto al fine di dare
una valutazione non parziale del Fronte popolare e dell'influenza multiforme che il suo programma esercitò. Da
questa visione emerge come esso promosse un processo complesso e diversificato. Sullo sfondo c'era il pericolo
incombente del fascismo e della guerra che, per estesi settori dell'opinione pubblica
borghese, attenuò la loro diffidenza verso
i comunisti o la relegò in secondo piano, ma vi furono anche, come in Spagna, particolarità specifiche che
ebbero grande rilevanza. Per concludere questo discorso, penso si possa dire che la politica del Fronte popolare non
fu soltanto il risultato dell'iniziativa del Komintern, ma molto di più e di più
variegato. Azzarderei a dire che fu un tentativo sfortunato di parare i pericoli che
minacciavano la libertà dell'Europa e la pace del mondo. Soggetto a spinte
contraddittorie e a strumentalizzazioni fallì, o meglio fu sconfitto, senza però
che venissero seppellite le speranze che aveva generato.
Riguardo al secondo gruppo di argomenti, occorre, a premessa, sottolineare come si continui a discutere sulle
cause della sconfitta delle forze repubblicane, segno evidente che un giudizio definitivo e convincente deve ancora
essere espresso.
Prendiamo atto, intanto, che la ricorrenza del cinquantennale ha fornito stimoli per ulteriori approfondimenti
su aspetti importanti che fanno da contorno al discorso sul tema centrale.
Assumono ad esempio forte evidenza gli studi relativi al ruolo assolto dall'Internazionale socialista, così come si mantiene sempre vivo l'interesse per il
ruolo degli anarchici e per l'originalità che quel movimento ebbe in Spagna. È del resto comprensibile che tutto ciò
che concorre ad accrescere le conoscenze della politica e dell'azione che
entrambi quei movimenti svolsero in Spagna o in direzione della Spagna nel corso della guerra civile attrae e appassiona.
È dunque di grande interesse rivivere il travaglio con cui i partiti dell'Internazionale socialista hanno vissuto gli
anni del Fronte popolare, gli avvenimenti che, passo dopo passo, hanno
portato l'Europa alla seconda guerra mondiale, di cui la guerra civile
spagnola fu collaudo severo. Un travaglio, quello socialista, fatto di contrasti, esitazioni,
di differenziazioni marcate negli atteggiamenti, che ne misero in crisi lo stesso internazionalismo. Ad esempio, tra i
partiti socialisti che si trovarono investiti da responsabilità di
governo, come in Francia e in Belgio, e gli altri, vi furono
spesso differenze profonde con cui ogni studioso si trova a fare i conti. Così pure ci si incontra con una acuta
contraddizione, che generò anche polemiche aspre, circa il comportamento dei partiti socialdemocratici di quei paesi che più di altri
si sentivano esposti alla minaccia tedesca, come nel caso dell'Olanda. Essi vivevano nell'incubo di quella
minaccia, logicamente la temevano, ma nella illusoria speranza di evitare con la loro neutralità di fornire qualsiasi pretesto
che potesse anche solo minimamente deteriorare i già precari rapporti con il paese vicino, dal quale poteva venire, ed
in effetti poi venne, l'aggressione, regolarmente si dissociavano da ogni presa di
posizione. In tal modo, servendosi anche di una sorta di diritto di veto, bloccavano l'iniziativa dell'Internazionale socialista ed anche quella dei
sindacati, o almeno di quelli delle federazioni aderenti alla Fsi (Federazione sindacale internazionale), che in taluni paesi
era largamente maggioritaria, se non addirittura l'unico sindacato che contava.
È del tutto naturale, tuttavia, e i fatti parlano in quel senso, che gli atteggiamenti e gli atti che più
direttamente incisero nel corso degli eventi di quegli anni tormentati, non poterono che venire da quei partiti che avevano
responsabilità di governo. È persino curioso. nella sua tragicità, notare come alcuni dirigenti di quei partiti fossero
addirittura consapevoli di sacrificare alla ragion di stato non solo e non tanto le loro convinzioni politiche, ma ben di più. È
il caso di Léon Blum, quando fu a capo del governo in Francia, il quale. nel tentativo di salvaguardare i destini di
quella nazione e del suo popolo, che identificava in quelli della pace, non
esitò a sacrificare i destini di un altro paese,
la Spagna, diretto anch'esso da un governo socialista.
Nel contesto della ricostruzione e
dell'analisi di quei fatti, assumono naturalmente il giusto e dovuto risalto i
tentativi compiuti da settori di quei partiti per determinare una correzione di linea e di atteggiamento della
socialdemocrazia europea. Emerge così il ruolo importante assolto da Pietro Nenni, ma anche di Louis de Brouckère, il leader
socialista belga presidente dell'Internazionale operaia socialista (Ios) e
Friedrich Adier che ne era il segretario,
quest'ultimo appartenente alla schiera dei perseguitati che stava paurosamente allungandosi in quella seconda
metà degli anni trenta. Adler, infatti, si
trovava, come del resto Nenni, in Francia esule dall'Austria, non ancora assoggettata
alla Germania hitleriana ma già dominata da un regime semidittatoriale. Purtroppo gli appassionati appelli di questi,
che pure erano prestigiosi dirigenti dell'Internazionale socialista, per indurre questa Federazione ad una più
impegnativa azione di solidarietà a sostegno della Spagna repubblicana, restarono, come è noto, senza risposta.
Se quanto si è cercato sin qui di dire corrisponde, almeno nelle sue linee generali, al vero, si possono
trarre conclusioni illuminanti di una certa portata logica. Intanto si può quasi datare il momento critico in cui fu segnato
il destino della Spagna, operazione che si consumò nei primi mesi della guerra
civile, quando cioè dipese dal comportamento del governo francese la
possibilità del paese vicino di procurarsi i
mezzi e le armi con cui combattere e domare la ribellione dei generali franchisti. Con ciò non si vuol dire che dopo sarebbe comunque stato tardi, ma certo il
ritardo comportò costi in distruzioni e sacrificio di vite umane
enormemente più alto.
Il governo francese, lo ricordo ancora, era fortemente condizionato dall'Inghilterra, governata dai
conservatori. Istigata da questi, quel governo
applicò rigidamente l'iniquo patto del nonintervento adottato dalle
principali potenze europee nei confronti della guerra civile spagnola, bloccando le frontiere di quel paese e con ciò
stesso privandolo della possibilità di ricevere i rifornimenti di cui aveva bisogno. Assumono così un'evidenza marcata
alcune delle cause, direi le principali, che condannarono la Spagna democratica, ma mai i suoi avversari, all'isolamento
e concorsero alla sconfitta della Repubblica. Poiché il governo francese era prevalentemente a direzione socialista,
si giunge alla logica conclusione che sul seppellimento dell'internazionalismo da parte dei partiti della Ios e della
Fsi furono scarsamente influenti le posizioni settarie dei partiti comunisti e del Komintern. A quella sorta di
impotenza suicida che si manifestò non soltanto nei confronti della Spagna, ma proseguì con il patto di Monaco, i partiti
dell'Internazionale socialista andarono per conto loro e per propria scelta: constatazione amara fin che si vuole, ma che
va fatta.
Parecchi studiosi, soprattutto delle nuove leve, ci hanno dato, ed è
augurabile che ci diano ancor di più, informazioni e giudizi più approfonditi e dunque più accettabili, circa gli anarchici spagnoli. Sul loro ruolo nel corso
della guerra civile e, soprattutto, sulle profonde revisioni che si produssero nella Fai e nella Cnt, specialmente nei momenti
di diretta assunzione di responsabilità di direzione, ed anche sulle inevitabili contraddizioni che si produssero
all'interno di quei movimenti, sulle cui conseguenze è augurabile che
l'indagine sia ulteriormente approfondita. Al
momento pare si possa dire che, almeno a livello dei gruppi dirigenti, le esigenze di fronteggiare e vincere la
rivolta dei generali, determinarono il prevalere di orientamenti unitari che si tradussero, come è noto, nella partecipazione della Fai
al Comitato delle milizie prima e al governo di Largo Caballero poi.
Persino sulla necessità di un comando militare unico, esigenza
insopprimibile se si voleva por fine ai rovesci
militari causati da difetti di organizzazione e da mancanza di coordinamento
delle azioni, alcuni dirigenti si sarebbero
dimostrati quanto meno attenti agli sviluppi di quel discorso. Tuttavia
decisioni e assunzioni di responsabilità vennero decise
dai vertici di quel movimento politico-sindacale senza procedere a consultazioni della base, con ogni
probabilità per difficoltà obiettive e,
soprattutto, per la necessità di decisioni tempestive. Erano le leggi della guerra, anche se civile,
che imponevano la loro ferrea logica, ma ciò non poteva
accadere senza conseguenze, in un movimento come
quello anarchico. A tutto ciò si dovrebbe aggiungere che le
vicende della guerra civile e la priorità di determinate
scelte imposero momenti di pausa e, logicamente, il rientro di visioni velleitarie ed estremistiche di
trasformazioni sociali, portando a prevalere posizioni volte a mettere ordine sul piano organizzativo. Tutto questo venne a trovarsi
in stridente contrasto con le tradizioni libertarie che stavano alla base del movimento anarchico.
Le conseguenze si manifestarono nelle resistenze opposte dal movimento anarco-sindacalista a lasciarsi
coinvolgere interamente in quello più generale dell'organizzazione della lotta contro il colpo di stato dei militari, anche
quando l'aggressione straniera divenne aperta e conclamata. Vi furono, quale che sia il giudizio che si può dare
di loro, frange non trascurabili di quel movimento che, a Barcellona e in altre zone, persero interesse e passione a condurre
solamente una guerra antifascista, cosa ben diversa dalla "Révolucion social" che tanti anarchici avevano sognato. Giuste
o sbagliate che fossero, quelle posizioni e atteggiamenti
erano una spia dello stato di crisi che si creò, lo ripeto, in
settori tutt'altro che trascurabili del fronte antifascista, specialmente dove era forte l'influenza degli anarchici.
Queste valutazioni ci portano anche a dover riconoscere che lo stato di crisi che colpì il movimento anarchico, fu
la risultante delle crescenti difficoltà in cui
si dibatté, a partire dai primi mesi del 1937, tutto lo schieramento delle
forze repubblicane. Messe di fronte alla esigenza di superare i ritardi che incontravano in quella guerra sempre più
cruenta, le forze della Repubblica non potevano transigere sulle misure da
prendere, se volevano scongiurare il tracollo. Oltretutto, esisteva il pericolo di una frattura al loro interno, come si può desumere da una affermazione del
presidente della Repubblica, Manuel Azaña, resa all'inizio del 1937. Con
una certa durezza egli diceva: "La democrazia
esistente in Spagna è finita con l'inizio della guerra. Il sistema imperante da allora non è democrazia. È
una rivoluzione che non è riuscita a realizzarsi e ha prodotto solo disordine,
una invasione sindacale che è fallita e ha paralizzato lo Stato e
il governo".
Il giudizio sferzante e drastico poteva non essere condiviso, ma era un segno inequivocabile dei limiti di
quella battaglia antifascista. L'uomo che pronunciava quella sorta di sentenza non solo ricopriva la più alta carica
rappresentativa della Repubblica, ma era pure esponente autorevole della media borghesia intellettuale. Credo emerga
con chiarezza come il giudizio fosse prevalentemente indirizzato al
sindacalismo anarchico. Credo anche, però, che
vada sottolineato come quell'affermazione così autorevole non avesse sapore rinunciatario, ma fosse invece, senza
alcun dubbio, un avvertimento serio e una sollecitazione a sanare quelle contraddizioni, rimuovendo gli ostacoli inutili
o comunque ritenuti non più tollerabili. Non si spiegherebbe altrimenti l'impegno profuso in atti successivi della
politica spagnola ancora nel '37 e nei primi mesi del '38, che videro protagonisti Azafia e uomini come
lui.
Per quanto concerne gli anarchici, le contraddizioni all'interno di quel movimento si acuirono ma, soprattutto,
si deteriorarono i rapporti con le forze politiche e sindacali di altra estrazione
ideologica, sino a provocare i fatti nefasti di Barcellona del maggio 1937 e le lacerazioni profonde che non vennero più sanate, anche perché le altre forze
che sostenevano la Repubblica non seppero compiere l'azione di recupero, che magari non era impossibile e che
comunque doveva essere tentata; il che non mi sembra sia stato fatto fino in fondo e con convinzione.
Detto questo, desidero esprimere su quei tragici avvenimenti un giudizio del tutto personale ma motivato.
Innanzitutto essi non segnarono la fine della Repubblica, che seppe creare condizioni di ripresa e possibilità di capovolgere
la situazione; purtroppo essa ebbe contro di sé il succedersi di fatti di politica internazionale molto gravi, che a
mio giudizio si rivelarono più di altri decisivi per il destino di quel popolo.
Esprime questa opinione uno che si impegnò in
quella battaglia con molti altri provenienti da tantissimi paesi, dopo i
fatti di Barcellona. Non lo avrebbe potuto fare se
le sorti di quella battaglia, che fu ancora lunga, fossero già state segnate. Concludo con un'ultima
annotazione il discorso che ho tentato di fare sull'anarco-sindacalismo: quel movimento dopo le vicende della Spagna non si risollevò
più, né in quel paese né in nessun altro luogo.
Il terzo gruppo di questioni mi permette di entrare ancora più addentro nell'analisi. Partirei dalle cause che
determinarono la caduta del governo presieduto da Largo Caballero, sulle quali si è fatto un gran parlare, ma,
soprattutto, sentenziare.
Innanzitutto mi pare sia giusto anche su questo importante fatto politico ricordare che la fine di quella esperienza
di governo restrinse forse la base di consenso, ma non causò una perdita di efficienza del Fronte popolare.
Penso piuttosto si possa sostenere il contrario: la formazione del nuovo governo presieduto da Juan Negrin, se è vero che
da un lato determinò l'estraniarsi degli anarchici, dall'altro lato consolidò
però l'unità delle forze politiche che
credevano nella possibilità di vincere la guerra contro i franchisti che, va
tenuto ben presente, non era più soltanto tale, ma
aveva ormai assunto tutti i caratteri di guerra nazionale per
l'indipendenza della Spagna. Per conseguire quell'obiettivo,
si è già detto, bisognava rimuovere gli ostacoli che rallentavano lo sforzo bellico, superando la fase delle milizie di
partito e di sindacato e realizzando un comando militare unico. Questa era la strada da imboccare se si voleva essere in
grado di fronteggiare un esercito agguerrito perché organizzato, come quello franchista, diretto da uno stato maggiore
unico. Poteva piacere o no, ma certi sogni dovevano essere abbandonati, perché i termini dello scontro non erano tra
rivoluzione e controrivoluzione, ma tra fascismo e democrazia. Del resto il
Fronte popolare si costituì e vinse
perché aveva quell'obiettivo e non un altro, altrimenti certe adesioni e certi appoggi non li avrebbe avuti.
L'approfondimento degli studi che il cinquantenario di quell'avvenimento ha
stimolato dà, a mio parere, risposte chiare circa la crisi che portò all'estromissione di Caballero dal governo, operazione che, secondo alcuni, sarebbe
stata imposta dai comunisti e subita dagli altri partiti. I comunisti furono certo partecipi di manifestazioni che
rivendicavano un governo efficiente e soprattutto un comando militare unico e
in molti casi furono loro a guidare manifestazioni popolari che reclamavano quelle misure, ma, per quanto concerne il governo Caballero, essi, semmai
furono strumentalizzati da chi volle e diresse l'operazione che portò alle sue dimissioni, cioè i socialisti di destra, principalmente
Indalecio Prieto e Negrin, con il consenso del presidente della
Repubblica, Manuel Azaña.
È d'obbligo a questo punto rifarsi alla situazione in Spagna a partire dalla seconda metà del 1937 e per quasi tutto
il 1938.
La costituzione del nuovo governo,
diretto da Negrin, spianò la strada all'unica politica praticabile, quella
cioè che si atteneva al programma del Fronte popolare e alla sua strenua difesa.
Era la politica che offriva maggiori possibilità di mobilitazione delle forze
antifasciste e pacifiste, sia in Spagna che fuori dalla Spagna. Si sperava con
qualche fondamento che tale politica avrebbe ottenuto un appoggio più convinto
e impegnato da parte dell'Internazionale socialista. Una più determinata iniziativa di quella Internazionale e dei partiti
che vi aderivano, poteva indurre il governo francese a togliere l'embargo delle forniture di armi alla Spagna, quanto
meno ad aprire le frontiere francesi al passaggio di rifornimenti che il governo repubblicano poteva procurarsi in altri
paesi: Unione Sovietica, Cecoslovacchia e Messico.
Credo sia opportuno ricordare che per via mare i collegamenti tra la Spagna repubblicana e l'estero erano
ormai diventati sempre più difficili, a causa del controllo delle rotte di navigazione
esercitato non dalla marina di Franco, che praticamente non esisteva, stante che la marina spagnola al momento della ribellione dei militari era rimasta fedele
alla Repubblica ma, come è risaputo, da quella italiana e tedesca.
L'apertura della frontiera francese era dunque una
questione vitale e le speranze che ciò si avverasse erano ancora tante,
perché nell'estate del 1937 la pressione
dell'opinione pubblica a favore della solidarietà alla Spagna era vivace.
Assieme a ciò, si coltivava pure la speranza che il governo inglese potesse rivedere il suo atteggiamento di
rigida neutralità verso le parti contendenti in Spagna, che di fatto agevolò i generali ribelli, posti sullo stesso piano
del governo legittimo. Ma quando le truppe franchiste, ricevuti nuovi rinforzi da Italia e Germania, scatenarono
l'offensiva contro le regioni del Nord della penisola iberica e gli aviatori tedeschi della
legione "Condor" diedero al mondo la
dimostrazione della loro "bravura", sperimentando contro la cittadina basca di Guernica i nuovi metodi della guerra
moderna, sottoponendo quella popolazione a terrificanti bombardamenti, l'opinione pubblica inglese fu scossa e alcuni
segnali di mutamento si verificarono fra gli stessi uomini politici,
compresi i conservatori. Tra questi, Winston Churchill, che
passò da una certa simpatia iniziale per i franchisti, ad una più
obiettiva valutazione dell'avvenimento e dei pericoli che
poteva causare alla pace dell'Europa. Le speranze che si
accarezzavano in Spagna avevano dunque legittimità,
specialmente tra coloro che credevano possibile un'intesa
fra l'Unione Sovietica e le democrazie occidentali, che avrebbe
avuto come possibile conseguenza l'isolamento dei franchisti.
Fu, purtroppo, una speranza vana: Guernica ispirò il celebre dipinto di Pablo Picasso, ma gli inglesi, o meglio il
loro governo conservatore, non seppero o non vollero intendere la lezione. Il primo governo Negrin non poteva dunque,
in questo contesto internazionale, conseguire grandi risultati; ciononostante, resse alla prova per circa un
anno, ed in quel periodo, la Repubblica seppe produrre il maggior sforzo
bellico, con un esercito che aveva accresciuto la
sua efficienza, capace persino di promuovere azioni offensive di una qualche efficacia.
Si rivelarono però ancora una volta i limiti già conosciuti e, cioè,
l'insufficienza del suo armamento e, conseguentemente, la stessa impossibilità di impiegare tutte le forze disponibili e in qualsiasi fronte. Il disastroso
epilogo delle operazioni difensive del Nord, scarsamente aiutate da azioni diversive su altri fronti doveva essere la
tragica conferma. Nonostante le speranze tenacemente coltivate, il governo francese, sempre acquiescente a quello di
Londra, mantenne rigidamente il blocco della frontiera con la Spagna. Cosicché i franchisti, disponendo ormai di una
superiorità schiacciante, poterono, nel marzo del 1938, scatenare l'offensiva in Aragona e giungere in Catalogna, tagliando
la Spagna repubblicana in due tronconi.
Per le forze della sinistra moderata e del centro democratico che facevano parte del governo Negrin venne meno
ogni ragione di continuare la lotta. Tali forze si adoperarono o credettero di poterlo fare, per mitigare le pretese dei
vincitori. Così fece anche il presidente della Repubblica, ma anche le loro residue speranze che albergasse un minimo di
umanità nei vincitori, si sarebbero rivelate illusorie.
La ferocia e l'odio di Franco e dei militari non avrebbe infatti rispettato
nemmeno la persona del presidente. La sorte, credo si possa chiamare benigna, volle che egli morisse in Francia nel 1940, quando già Franco aveva
inoltrato al maresciallo Pétain, che amministrava con il beneplacito dei vincitori
germanici la parte della Francia denominata "Repubblica di Vichy", la richiesta di estradizione di Manuel Azaña.
Nessun dubbio può esserci sul sicuro accoglimento della richiesta da parte del governo di Pétain. Fu
quanto successe per Lluis Companys, il democratico catalano che aveva diretto la Generalitat de Catalunya fino al giorno
della occupazione franchista di Barcellona: tradotto in Spagna, dopo un
processo sommario, fu fucilato. La morte naturale evitò ad Azaña, eminente personalità della cultura oltre che uomo di Stato, quella triste ed umiliante conclusione
della sua esistenza.
Restano ancora poche cose da dire sul comportamento dei comunisti, ma
anche di una consistente parte di socialisti e democratici che seguirono Negrin nella costituzione del suo secondo governo dopo l'abbandono della corrente
di Indalecio Prieto e il pratico disimpegno di Azaña. La loro ostinata decisione di continuare la lotta, anche quando
i franchisti minacciavano già Valencia e difficile si era fatta la collaborazione con la Spagna centrale e Madrid, non
fu soltanto la risultante dell'influenza esercitata dal Komintern. Può esserlo stato, per i comunisti anzi lo fu certamente,
ma non per gli altri. Stupì infatti moltissimo, fuori dalla
Spagna, la miracolosa ripresa che si ebbe in Catalogna e la
ricostituzione dell'esercito, che poté valersi dell'allentamento del blocco delle frontiere, ricevendo rifornimenti di materiale.
A parte questo, che doveva rivelarsi quanto mai provvisorio e temporaneo, quella che poté sembrare una
tetragona ostinazione, fu la conseguenza di altri fattori che vale la pena prendere in considerazione. Nella primavera del 1938
non si registrò soltanto l'occupazione dell'Aragona e l'affacciarsi in Catalogna delle forze franchiste; l'Europa
fu scossa da fatti ancora più
sconvolgenti: l'occupazione dell'Austria da parte della Germania hitleriana e, subito dopo, la pretesa
di questa di annettere i Sudeti, la regione cecoslovacca dove risiedevano forti componenti di
popolazione di lingua tedesca. Di conseguenza si aprì, come è risaputo, la crisi politica che sfociò nel patto di Monaco e nella
capitolazione di Inghilterra e Francia alle pretese di Hitler. Ma nel corso della crisi la Francia proclamò la mobilitazione generale e
per un momento, quindi, parvero fondate le speranze di quanti, in Spagna e fuori della Spagna, sperarono, nel corso
della tarda primavera e dell'estate, nel miracolo di fatti nuovi che avrebbero costretto Inghilterra e Francia a mutare il
loro atteggiamento e ad assumere, di fronte alla politica aggressiva di Hitler una posizione di fermezza. Ciò voleva dire,
tra l'altro, tener fede a patti di mutua assistenza sottoscritti con alcuni stati
europei, tra i quali la Cecoslovacchia. Gli
archivi tedeschi hanno rivelato che se ciò fosse successo, lo Stato maggiore tedesco, non sentendosi pronto ad affrontare
uno scontro, si sarebbe sbarazzato del nazismo.
Non fu dunque la forza della
disperazione a guidare le divisioni dell'esercito dell'Ebro, lanciatesi all'assalto
delle posizioni franchiste alla fine di luglio del 1938. Nell'immediato c'era da fermare l'avanzata franchista su
Valencia, obiettivo che fu conseguito, ma in prospettiva poteva essere ben di più. Non potevano sapere che i pavidi
governanti inglesi e francesi avrebbero sacrificato la Cecoslovacchia, della cui indipendenza erano garanti, per avere
nient'altro che il rinvio di un anno della seconda guerra mondiale. La battaglia dell'Ebro, la più lunga e la più cruenta di
quella guerra, si concluse dunque con la sconfitta, ma solo dopo la stipulazione del patto di Monaco, e subentrò la
rassegnata accettazione della ineluttabilità della fine. Quei miliziani erano
stati inesorabilmente battuti ma non erano, a parere di
chi ha steso queste note, dei vinti.
Qualcuno ha voluto rinfacciare ai pochi superstiti delle brigate internazionali
che si sono ritrovati a Madrid nell'ottobre del 1986 di non aver capito di
essersi riuniti a celebrare una disfatta. Una battaglia perduta si può chiamare in molti
modi, anche disfatta, credo tuttavia che non si possa cancellare un dato certo, perché assunto dalla storia: tantissimi
di quegli uomini e di quelle donne che avevano combattuto in Spagna dal 1936 al 1939, furono, appena
due anni dopo, tra i promotori della Resistenza europea. In Jugoslavia dapprima, in Grecia e nei Balcani poi e, infine, in Italia,
nelle brigate partigiane, in Francia nel maquis e soprattutto nei francs-tireurs-partisans. Non fu una disfatta, per questo
è importante e augurabile che continui il dibattito storico
sullo svolgimento di quel grosso avvenimento che fu la
guerra di Spagna.
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