Anello Poma

Ripensando alla guerra di Spagna cinquant'anni dopo



La ricorrenza del 50o anniversario dell'inizio della guerra civile spagnola (1936-1939) non ha registrato atti celebrativi di grande rilevanza e solennità. Da segnalare soltanto qualche incontro dei pochi superstiti, tra i quali merita menzione quello di alcune centinaia di essi che avevano combattuto nelle brigate internazionali, che si sono ritrovati a Madrid; pur essendo pochi di numero, erano tuttavia rappresentativi: alcuni di loro, infatti, erano venuti anche dalle Americhe. Non si è però andati oltre e credo non si volesse andare oltre a quello. Si è registrato, invece, un certo risveglio del dibattito storico-culturale. Da esso sono scaturiti segnali interessanti per una rilettura di quell'avvenimento, delle tante cose dette e scritte e, fatto che costituisce a mio parere un dato importante, anche alcune revisioni di giudizi che parevano definitivi. Ne ho rilevati certuni che offrono lo spunto, non certo per addentrarmi nella ricerca - non ne ho la pretesa né mi sentirei di farlo - ma per tentare, qualche interpretazione e, soprattutto, qualche riflessione.
Venendo al concreto, direi che, nell'insieme, i giudizi principali a cui mette conto riferirsi, conducono, sia pure con accentuazioni diverse, a riflettere su un gruppo di argomenti, sui quali desidero soffermarmi.
Innanzitutto il trionfo dello schieramento politico di Fronte popolare nelle elezioni del febbraio del 1936, che assicurò la formazione di un governo delle sinistre in Spagna (e, poco tempo dopo, in Francia) rappresentò, e mi pare rappresenti ancora per una grande parte dell'opinione corrente, il successo di un abile disegno politico dell'Internazionale comunista (Komintern), alla quale erano affiliati e seguaci disciplinati i partiti comunisti. In quest'ottica, persino la rivolta dei generali capeggiati da Francisco Franco, per taluni, non solo era inevitabile, ma trova una sua qualche legittimazione e logicità.
Un secondo argomento riguarda le cause della sconfitta delle forze che si opposero al golpe dei militari del 18 luglio 1936. Esse furono in gran parte dovute alla politica interna del governo della Repubblica, volta ad escludere dalla lotta le milizie anarchiche e del Poum (Partito obrero unificado marxista) specialmente in Catalogna e in Aragona, il che determinò una caduta della tensione ideale e di motivazioni di carattere sociale, che dovevano alimentare la resistenza dei repubblicani all'aggressione dei militari fascisti.
Un terzo aspetto, infine, concerne la convinzione di chi sostiene che il protrarsi della guerra dopo la prima metà del 1937 sarebbe stata voluto dai comunisti e dagli agenti sovietici e subito dagli altri partiti e dallo stesso presidente della Repubblica. Fattore determinante che avrebbe facilitato quell'operazione sarebbe stata la caduta del governo presieduto dal socialista Largo Caballero.
Relativamente al primo gruppo di argomenti, direi che una parte notevole dei giudizi cui si è accennato trovano conferma. È vero, infatti, che verso la metà degli anni trenta gli orientamenti della politica estera sovietica incoraggiarono il Komintern a cercare l'avvicinamento, avanzando proposte di unità, con i partiti socialisti e della sinistra borghese, come erano i radicali in Francia e i repubblicani in Spagna, che si concretizzò appunto con la proposta dei fronti popolari. L'ascesa al potere di Hitler in Germania, i suoi attacchi forsennati contro l'Unione Sovietica, che lasciavano presagire ben più di soli sfoghi verbali propagandistici, avevano generato allarme in Urss; seri motivi di sicurezza esterna stavano quindi alla base di questo appoggio alla svolta operata dal Komintern con l'abbandono dell'accusa di socialfascismo e la ricerca del dialogo e dell'alleanza con la socialdemocrazia. L'Urss, dal canto suo, ricercava accordi e persino offerte di alleanze militari a scopo difensivo con le potenze occidentali, particolarmente con Francia ed Inghilterra.
Tutto ciò, credo non possa essere messo in discussione, ma si deve pure aggiungere che, paradossalmente, la politica dei fronti popolari rispondeva a spinte reali provenienti da larghi strati popolari e non solo di lavoratori, che reclamavano una unità delle sinistre, comunisti compresi, per fronteggiare il pericolo del fascismo che portava con sé la guerra. Il largo successo ottenuto dai fronti popolari nelle elezioni del 1936 testimonia come, in quel particolare momento, quella fosse l'esigenza più sentita. In Spagna, poi, se ne aggiunse una del tutto particolare, che ebbe però grande peso. Il programma del Fronte popolare fece propria la richiesta, avanzata da forze politiche e sindacali, di promulgare un provvedimento di amnistia a favore dei trentamila prigionieri politici, incarcerati in seguito ai fatti accaduti a Barcellona, e soprattutto nelle Asturie e nei Paesi baschi, nell'ottobre del 1934 con scioperi grandiosi, scontri con forze di polizia e repressione sanguinosa ordinata dal governo delle destre.
L'impegno a promulgare l'amnistia fu, tra l'altro, il fattore determinante nella decisione degli anarchici di uscire dall'agnosticismo della loro tradizionale posizione di astensione nelle elezioni, invitando gli aderenti alla Fai (Federacion anarquista iberica) e dell'organizzazione sindacale da loro diretta, la Cnt (Confederacion national del trabajo), a votare per il Fronte popolare. Bisogna sottolineare quanto questa decisione abbia influito sul risultato delle elezioni, particolarmente in Catalogna, dove la Cnt era l'organizzazione sindacale maggioritaria.
La vittoria del Fronte popolare nelle elezioni premiò tutti i partiti che parteciparono alla coalizione, quindi anche i comunisti. Questi, tuttavia, contrariamente a quanto avvenne in Francia, dove conseguirono un successo ragguardevole ed ebbero un consistente numero di eletti, risultarono sempre in Spagna una forza modesta. È questo un dato importante, che è giusto tenere presente per dare una valutazione d'insieme degli avvenimenti spagnoli di quegli anni. Dando pertanto il giusto posto alle varie componenti del Fronte, si deduce che l'influenza del Komintern in Spagna nella fase che precedette la rivolta dei generali deve essere riportata a più realistiche valutazioni, cosa che spesso non è stata fatta.
Vedremo più avanti che anche nella direzione della guerra cìvile, sia il Partito socialista, che era di gran lunga la componente più forte della sinistra, sia i partiti democratici borghesi, che rappresentarono sempre la larga maggioranza del Parlamento spagnolo (le Cortes) non subirono, se non forse negli ultimissimi atti di quella tragedia, il condìzionamento del Partìto comunìsta e dei dirigenti dell'Internazionale comunista, largamente impegnati, questo sì, in quella sanguinosa contesa. A questo proposito è da tenere in considerazione che l'azione di questi ultimi, anche in virtù della direzione di Palmiro Togliatti, fu improntata ad una condotta piuttosto accorta, si potrebbe dire prudente. Va infatti tenuto presente, nel bene e nel male, che l'Unione Sovietica non cessò fino all'ultimo istante, e cioè almeno fino alla tarda primavera del 1939, di perseguire un'intesa con le grandi nazioni democratiche, non foss'altro perché maggiormente interessata a scongiurare la guerra. È indubbio dunque che ciò non poteva che riflettersi negli atteggiamenti dei partiti comunisti, in Spagna ancor pìù che altrove.
Sempre a proposito della composizione dei fronti popolari, l'interesse esteso, anche solo la curiosità che suscítarono, ed, infine, la presa che ebbero taluni aspetti del loro programma, sono apparsi recentemente studi ínteressanti che danno risalto a certi fermenti che si registrarono anche all'interno della Chiesa cattolica. È noto l'atteggiamento del Vaticano e l'appoggio che i generali rivoltosi rìcevettero fin dall'inizio dalla gerarchia della Chiesa e dal primate di Spagna, cardinale Gomà. Tuttavia è giusto e interessante rílevare non solo e non tanto le eccezioni, come quella del cardinale di Tarragona, Barraquer, ma quanto accadde nelle regioni del Nord.
Per meglio comprendere questa realtà, occorre riandare alla sanguinosa repressione dei moti popolari nelle Asturie, nell'autunno del 1934. Il governo di destra, quello definito del "biennio negro", si servì delle truppe di colore della Legione straniera, al comando del generale Francisco Franco, per reprimere le manifestazioni e gli scioperi. Tale repressione suscitò indignazione vastissima, alla quale fu partecipe la stessa Chiesa o, comunque, la grande maggioranza del clero basco, che non solo non appoggiò, ma anzi si schierò contro la rìvolta dei generali nel 1936. A ciò bisogna aggiungere la lungimiranza del programma del Fronte popolare, che aveva colto alcune esigenze molto sentite dalla popolazione di quelle regioni. Facendo eccezione ad una regola che mi sono dato, mi rifaccio a questa sola citazione, dello studioso Alfonso Botti: "II caso più clamoroso è quello dei Paesi baschi dove una delle poche scelte su questo piano politicamente lucide del Fronte popolare (la concessione dell'autonomia politico-amministrativa) fa sì che le popolazioni e il clero di quelle contrade si schierino con la Repubblica, restandovi sostanzialmente legati fino alla fine".
L'atteggiamento di quella parte non certo trascurabile del clero spagnolo ebbe tra l'altro il suo costo perché i franchisti non furono certo teneri e tolleranti verso il clero basco. Ritengo se ne debba tener conto al fine di dare una valutazione non parziale del Fronte popolare e dell'influenza multiforme che il suo programma esercitò. Da questa visione emerge come esso promosse un processo complesso e diversificato. Sullo sfondo c'era il pericolo incombente del fascismo e della guerra che, per estesi settori dell'opinione pubblica borghese, attenuò la loro diffidenza verso i comunisti o la relegò in secondo piano, ma vi furono anche, come in Spagna, particolarità specifiche che ebbero grande rilevanza. Per concludere questo discorso, penso si possa dire che la politica del Fronte popolare non fu soltanto il risultato dell'iniziativa del Komintern, ma molto di più e di più variegato. Azzarderei a dire che fu un tentativo sfortunato di parare i pericoli che minacciavano la libertà dell'Europa e la pace del mondo. Soggetto a spinte contraddittorie e a strumentalizzazioni fallì, o meglio fu sconfitto, senza però che venissero seppellite le speranze che aveva generato.
Riguardo al secondo gruppo di argomenti, occorre, a premessa, sottolineare come si continui a discutere sulle cause della sconfitta delle forze repubblicane, segno evidente che un giudizio definitivo e convincente deve ancora essere espresso.
Prendiamo atto, intanto, che la ricorrenza del cinquantennale ha fornito stimoli per ulteriori approfondimenti su aspetti importanti che fanno da contorno al discorso sul tema centrale. Assumono ad esempio forte evidenza gli studi relativi al ruolo assolto dall'Internazionale socialista, così come si mantiene sempre vivo l'interesse per il ruolo degli anarchici e per l'originalità che quel movimento ebbe in Spagna. È del resto comprensibile che tutto ciò che concorre ad accrescere le conoscenze della politica e dell'azione che entrambi quei movimenti svolsero in Spagna o in direzione della Spagna nel corso della guerra civile attrae e appassiona.
È dunque di grande interesse rivivere il travaglio con cui i partiti dell'Internazionale socialista hanno vissuto gli anni del Fronte popolare, gli avvenimenti che, passo dopo passo, hanno portato l'Europa alla seconda guerra mondiale, di cui la guerra civile spagnola fu collaudo severo. Un travaglio, quello socialista, fatto di contrasti, esitazioni, di differenziazioni marcate negli atteggiamenti, che ne misero in crisi lo stesso internazionalismo. Ad esempio, tra i partiti socialisti che si trovarono investiti da responsabilità di governo, come in Francia e in Belgio, e gli altri, vi furono spesso differenze profonde con cui ogni studioso si trova a fare i conti. Così pure ci si incontra con una acuta contraddizione, che generò anche polemiche aspre, circa il comportamento dei partiti socialdemocratici di quei paesi che più di altri si sentivano esposti alla minaccia tedesca, come nel caso dell'Olanda. Essi vivevano nell'incubo di quella minaccia, logicamente la temevano, ma nella illusoria speranza di evitare con la loro neutralità di fornire qualsiasi pretesto che potesse anche solo minimamente deteriorare i già precari rapporti con il paese vicino, dal quale poteva venire, ed in effetti poi venne, l'aggressione, regolarmente si dissociavano da ogni presa di posizione. In tal modo, servendosi anche di una sorta di diritto di veto, bloccavano l'iniziativa dell'Internazionale socialista ed anche quella dei sindacati, o almeno di quelli delle federazioni aderenti alla Fsi (Federazione sindacale internazionale), che in taluni paesi era largamente maggioritaria, se non addirittura l'unico sindacato che contava.
È del tutto naturale, tuttavia, e i fatti parlano in quel senso, che gli atteggiamenti e gli atti che più direttamente incisero nel corso degli eventi di quegli anni tormentati, non poterono che venire da quei partiti che avevano responsabilità di governo. È persino curioso. nella sua tragicità, notare come alcuni dirigenti di quei partiti fossero addirittura consapevoli di sacrificare alla ragion di stato non solo e non tanto le loro convinzioni politiche, ma ben di più. È il caso di Léon Blum, quando fu a capo del governo in Francia, il quale. nel tentativo di salvaguardare i destini di quella nazione e del suo popolo, che identificava in quelli della pace, non esitò a sacrificare i destini di un altro paese, la Spagna, diretto anch'esso da un governo socialista.
Nel contesto della ricostruzione e dell'analisi di quei fatti, assumono naturalmente il giusto e dovuto risalto i tentativi compiuti da settori di quei partiti per determinare una correzione di linea e di atteggiamento della socialdemocrazia europea. Emerge così il ruolo importante assolto da Pietro Nenni, ma anche di Louis de Brouckère, il leader socialista belga presidente dell'Internazionale operaia socialista (Ios) e Friedrich Adier che ne era il segretario, quest'ultimo appartenente alla schiera dei perseguitati che stava paurosamente allungandosi in quella seconda metà degli anni trenta. Adler, infatti, si trovava, come del resto Nenni, in Francia esule dall'Austria, non ancora assoggettata alla Germania hitleriana ma già dominata da un regime semidittatoriale. Purtroppo gli appassionati appelli di questi, che pure erano prestigiosi dirigenti dell'Internazionale socialista, per indurre questa Federazione ad una più impegnativa azione di solidarietà a sostegno della Spagna repubblicana, restarono, come è noto, senza risposta.
Se quanto si è cercato sin qui di dire corrisponde, almeno nelle sue linee generali, al vero, si possono trarre conclusioni illuminanti di una certa portata logica. Intanto si può quasi datare il momento critico in cui fu segnato il destino della Spagna, operazione che si consumò nei primi mesi della guerra civile, quando cioè dipese dal comportamento del governo francese la possibilità del paese vicino di procurarsi i mezzi e le armi con cui combattere e domare la ribellione dei generali franchisti. Con ciò non si vuol dire che dopo sarebbe comunque stato tardi, ma certo il ritardo comportò costi in distruzioni e sacrificio di vite umane enormemente più alto.
Il governo francese, lo ricordo ancora, era fortemente condizionato dall'Inghilterra, governata dai conservatori. Istigata da questi, quel governo applicò rigidamente l'iniquo patto del nonintervento adottato dalle principali potenze europee nei confronti della guerra civile spagnola, bloccando le frontiere di quel paese e con ciò stesso privandolo della possibilità di ricevere i rifornimenti di cui aveva bisogno. Assumono così un'evidenza marcata alcune delle cause, direi le principali, che condannarono la Spagna democratica, ma mai i suoi avversari, all'isolamento e concorsero alla sconfitta della Repubblica. Poiché il governo francese era prevalentemente a direzione socialista, si giunge alla logica conclusione che sul seppellimento dell'internazionalismo da parte dei partiti della Ios e della Fsi furono scarsamente influenti le posizioni settarie dei partiti comunisti e del Komintern. A quella sorta di impotenza suicida che si manifestò non soltanto nei confronti della Spagna, ma proseguì con il patto di Monaco, i partiti dell'Internazionale socialista andarono per conto loro e per propria scelta: constatazione amara fin che si vuole, ma che va fatta.
Parecchi studiosi, soprattutto delle nuove leve, ci hanno dato, ed è augurabile che ci diano ancor di più, informazioni e giudizi più approfonditi e dunque più accettabili, circa gli anarchici spagnoli. Sul loro ruolo nel corso della guerra civile e, soprattutto, sulle profonde revisioni che si produssero nella Fai e nella Cnt, specialmente nei momenti di diretta assunzione di responsabilità di direzione, ed anche sulle inevitabili contraddizioni che si produssero all'interno di quei movimenti, sulle cui conseguenze è augurabile che l'indagine sia ulteriormente approfondita. Al momento pare si possa dire che, almeno a livello dei gruppi dirigenti, le esigenze di fronteggiare e vincere la rivolta dei generali, determinarono il prevalere di orientamenti unitari che si tradussero, come è noto, nella partecipazione della Fai al Comitato delle milizie prima e al governo di Largo Caballero poi.
Persino sulla necessità di un comando militare unico, esigenza insopprimibile se si voleva por fine ai rovesci militari causati da difetti di organizzazione e da mancanza di coordinamento delle azioni, alcuni dirigenti si sarebbero dimostrati quanto meno attenti agli sviluppi di quel discorso. Tuttavia decisioni e assunzioni di responsabilità vennero decise dai vertici di quel movimento politico-sindacale senza procedere a consultazioni della base, con ogni probabilità per difficoltà obiettive e, soprattutto, per la necessità di decisioni tempestive. Erano le leggi della guerra, anche se civile, che imponevano la loro ferrea logica, ma ciò non poteva accadere senza conseguenze, in un movimento come quello anarchico. A tutto ciò si dovrebbe aggiungere che le vicende della guerra civile e la priorità di determinate scelte imposero momenti di pausa e, logicamente, il rientro di visioni velleitarie ed estremistiche di trasformazioni sociali, portando a prevalere posizioni volte a mettere ordine sul piano organizzativo. Tutto questo venne a trovarsi in stridente contrasto con le tradizioni libertarie che stavano alla base del movimento anarchico.
Le conseguenze si manifestarono nelle resistenze opposte dal movimento anarco-sindacalista a lasciarsi coinvolgere interamente in quello più generale dell'organizzazione della lotta contro il colpo di stato dei militari, anche quando l'aggressione straniera divenne aperta e conclamata. Vi furono, quale che sia il giudizio che si può dare di loro, frange non trascurabili di quel movimento che, a Barcellona e in altre zone, persero interesse e passione a condurre solamente una guerra antifascista, cosa ben diversa dalla "Révolucion social" che tanti anarchici avevano sognato. Giuste o sbagliate che fossero, quelle posizioni e atteggiamenti erano una spia dello stato di crisi che si creò, lo ripeto, in settori tutt'altro che trascurabili del fronte antifascista, specialmente dove era forte l'influenza degli anarchici.
Queste valutazioni ci portano anche a dover riconoscere che lo stato di crisi che colpì il movimento anarchico, fu la risultante delle crescenti difficoltà in cui si dibatté, a partire dai primi mesi del 1937, tutto lo schieramento delle forze repubblicane. Messe di fronte alla esigenza di superare i ritardi che incontravano in quella guerra sempre più cruenta, le forze della Repubblica non potevano transigere sulle misure da prendere, se volevano scongiurare il tracollo. Oltretutto, esisteva il pericolo di una frattura al loro interno, come si può desumere da una affermazione del presidente della Repubblica, Manuel Azaña, resa all'inizio del 1937. Con una certa durezza egli diceva: "La democrazia esistente in Spagna è finita con l'inizio della guerra. Il sistema imperante da allora non è democrazia. È una rivoluzione che non è riuscita a realizzarsi e ha prodotto solo disordine, una invasione sindacale che è fallita e ha paralizzato lo Stato e il governo".
Il giudizio sferzante e drastico poteva non essere condiviso, ma era un segno inequivocabile dei limiti di quella battaglia antifascista. L'uomo che pronunciava quella sorta di sentenza non solo ricopriva la più alta carica rappresentativa della Repubblica, ma era pure esponente autorevole della media borghesia intellettuale. Credo emerga con chiarezza come il giudizio fosse prevalentemente indirizzato al sindacalismo anarchico. Credo anche, però, che vada sottolineato come quell'affermazione così autorevole non avesse sapore rinunciatario, ma fosse invece, senza alcun dubbio, un avvertimento serio e una sollecitazione a sanare quelle contraddizioni, rimuovendo gli ostacoli inutili o comunque ritenuti non più tollerabili. Non si spiegherebbe altrimenti l'impegno profuso in atti successivi della politica spagnola ancora nel '37 e nei primi mesi del '38, che videro protagonisti Azafia e uomini come lui.
Per quanto concerne gli anarchici, le contraddizioni all'interno di quel movimento si acuirono ma, soprattutto, si deteriorarono i rapporti con le forze politiche e sindacali di altra estrazione ideologica, sino a provocare i fatti nefasti di Barcellona del maggio 1937 e le lacerazioni profonde che non vennero più sanate, anche perché le altre forze che sostenevano la Repubblica non seppero compiere l'azione di recupero, che magari non era impossibile e che comunque doveva essere tentata; il che non mi sembra sia stato fatto fino in fondo e con convinzione.
Detto questo, desidero esprimere su quei tragici avvenimenti un giudizio del tutto personale ma motivato. Innanzitutto essi non segnarono la fine della Repubblica, che seppe creare condizioni di ripresa e possibilità di capovolgere la situazione; purtroppo essa ebbe contro di sé il succedersi di fatti di politica internazionale molto gravi, che a mio giudizio si rivelarono più di altri decisivi per il destino di quel popolo. Esprime questa opinione uno che si impegnò in quella battaglia con molti altri provenienti da tantissimi paesi, dopo i fatti di Barcellona. Non lo avrebbe potuto fare se le sorti di quella battaglia, che fu ancora lunga, fossero già state segnate. Concludo con un'ultima annotazione il discorso che ho tentato di fare sull'anarco-sindacalismo: quel movimento dopo le vicende della Spagna non si risollevò più, né in quel paese né in nessun altro luogo.
Il terzo gruppo di questioni mi permette di entrare ancora più addentro nell'analisi. Partirei dalle cause che determinarono la caduta del governo presieduto da Largo Caballero, sulle quali si è fatto un gran parlare, ma, soprattutto, sentenziare.
Innanzitutto mi pare sia giusto anche su questo importante fatto politico ricordare che la fine di quella esperienza di governo restrinse forse la base di consenso, ma non causò una perdita di efficienza del Fronte popolare. Penso piuttosto si possa sostenere il contrario: la formazione del nuovo governo presieduto da Juan Negrin, se è vero che da un lato determinò l'estraniarsi degli anarchici, dall'altro lato consolidò però l'unità delle forze politiche che credevano nella possibilità di vincere la guerra contro i franchisti che, va tenuto ben presente, non era più soltanto tale, ma aveva ormai assunto tutti i caratteri di guerra nazionale per l'indipendenza della Spagna. Per conseguire quell'obiettivo, si è già detto, bisognava rimuovere gli ostacoli che rallentavano lo sforzo bellico, superando la fase delle milizie di partito e di sindacato e realizzando un comando militare unico. Questa era la strada da imboccare se si voleva essere in grado di fronteggiare un esercito agguerrito perché organizzato, come quello franchista, diretto da uno stato maggiore unico. Poteva piacere o no, ma certi sogni dovevano essere abbandonati, perché i termini dello scontro non erano tra rivoluzione e controrivoluzione, ma tra fascismo e democrazia. Del resto il Fronte popolare si costituì e vinse perché aveva quell'obiettivo e non un altro, altrimenti certe adesioni e certi appoggi non li avrebbe avuti.
L'approfondimento degli studi che il cinquantenario di quell'avvenimento ha stimolato dà, a mio parere, risposte chiare circa la crisi che portò all'estromissione di Caballero dal governo, operazione che, secondo alcuni, sarebbe stata imposta dai comunisti e subita dagli altri partiti. I comunisti furono certo partecipi di manifestazioni che rivendicavano un governo efficiente e soprattutto un comando militare unico e in molti casi furono loro a guidare manifestazioni popolari che reclamavano quelle misure, ma, per quanto concerne il governo Caballero, essi, semmai furono strumentalizzati da chi volle e diresse l'operazione che portò alle sue dimissioni, cioè i socialisti di destra, principalmente Indalecio Prieto e Negrin, con il consenso del presidente della Repubblica, Manuel Azaña.
È d'obbligo a questo punto rifarsi alla situazione in Spagna a partire dalla seconda metà del 1937 e per quasi tutto il 1938.
La costituzione del nuovo governo, diretto da Negrin, spianò la strada all'unica politica praticabile, quella cioè che si atteneva al programma del Fronte popolare e alla sua strenua difesa.
Era la politica che offriva maggiori possibilità di mobilitazione delle forze antifasciste e pacifiste, sia in Spagna che fuori dalla Spagna. Si sperava con qualche fondamento che tale politica avrebbe ottenuto un appoggio più convinto e impegnato da parte dell'Internazionale socialista. Una più determinata iniziativa di quella Internazionale e dei partiti che vi aderivano, poteva indurre il governo francese a togliere l'embargo delle forniture di armi alla Spagna, quanto meno ad aprire le frontiere francesi al passaggio di rifornimenti che il governo repubblicano poteva procurarsi in altri paesi: Unione Sovietica, Cecoslovacchia e Messico.
Credo sia opportuno ricordare che per via mare i collegamenti tra la Spagna repubblicana e l'estero erano ormai diventati sempre più difficili, a causa del controllo delle rotte di navigazione esercitato non dalla marina di Franco, che praticamente non esisteva, stante che la marina spagnola al momento della ribellione dei militari era rimasta fedele alla Repubblica ma, come è risaputo, da quella italiana e tedesca. L'apertura della frontiera francese era dunque una questione vitale e le speranze che ciò si avverasse erano ancora tante, perché nell'estate del 1937 la pressione dell'opinione pubblica a favore della solidarietà alla Spagna era vivace.
Assieme a ciò, si coltivava pure la speranza che il governo inglese potesse rivedere il suo atteggiamento di rigida neutralità verso le parti contendenti in Spagna, che di fatto agevolò i generali ribelli, posti sullo stesso piano del governo legittimo. Ma quando le truppe franchiste, ricevuti nuovi rinforzi da Italia e Germania, scatenarono l'offensiva contro le regioni del Nord della penisola iberica e gli aviatori tedeschi della legione "Condor" diedero al mondo la dimostrazione della loro "bravura", sperimentando contro la cittadina basca di Guernica i nuovi metodi della guerra moderna, sottoponendo quella popolazione a terrificanti bombardamenti, l'opinione pubblica inglese fu scossa e alcuni segnali di mutamento si verificarono fra gli stessi uomini politici, compresi i conservatori. Tra questi, Winston Churchill, che passò da una certa simpatia iniziale per i franchisti, ad una più obiettiva valutazione dell'avvenimento e dei pericoli che poteva causare alla pace dell'Europa. Le speranze che si accarezzavano in Spagna avevano dunque legittimità, specialmente tra coloro che credevano possibile un'intesa fra l'Unione Sovietica e le democrazie occidentali, che avrebbe avuto come possibile conseguenza l'isolamento dei franchisti.
Fu, purtroppo, una speranza vana: Guernica ispirò il celebre dipinto di Pablo Picasso, ma gli inglesi, o meglio il loro governo conservatore, non seppero o non vollero intendere la lezione. Il primo governo Negrin non poteva dunque, in questo contesto internazionale, conseguire grandi risultati; ciononostante, resse alla prova per circa un anno, ed in quel periodo, la Repubblica seppe produrre il maggior sforzo bellico, con un esercito che aveva accresciuto la sua efficienza, capace persino di promuovere azioni offensive di una qualche efficacia.
Si rivelarono però ancora una volta i limiti già conosciuti e, cioè, l'insufficienza del suo armamento e, conseguentemente, la stessa impossibilità di impiegare tutte le forze disponibili e in qualsiasi fronte. Il disastroso epilogo delle operazioni difensive del Nord, scarsamente aiutate da azioni diversive su altri fronti doveva essere la tragica conferma. Nonostante le speranze tenacemente coltivate, il governo francese, sempre acquiescente a quello di Londra, mantenne rigidamente il blocco della frontiera con la Spagna. Cosicché i franchisti, disponendo ormai di una superiorità schiacciante, poterono, nel marzo del 1938, scatenare l'offensiva in Aragona e giungere in Catalogna, tagliando la Spagna repubblicana in due tronconi.
Per le forze della sinistra moderata e del centro democratico che facevano parte del governo Negrin venne meno ogni ragione di continuare la lotta. Tali forze si adoperarono o credettero di poterlo fare, per mitigare le pretese dei vincitori. Così fece anche il presidente della Repubblica, ma anche le loro residue speranze che albergasse un minimo di umanità nei vincitori, si sarebbero rivelate illusorie.
La ferocia e l'odio di Franco e dei militari non avrebbe infatti rispettato nemmeno la persona del presidente. La sorte, credo si possa chiamare benigna, volle che egli morisse in Francia nel 1940, quando già Franco aveva inoltrato al maresciallo Pétain, che amministrava con il beneplacito dei vincitori germanici la parte della Francia denominata "Repubblica di Vichy", la richiesta di estradizione di Manuel Azaña.
Nessun dubbio può esserci sul sicuro accoglimento della richiesta da parte del governo di Pétain. Fu quanto successe per Lluis Companys, il democratico catalano che aveva diretto la Generalitat de Catalunya fino al giorno della occupazione franchista di Barcellona: tradotto in Spagna, dopo un processo sommario, fu fucilato. La morte naturale evitò ad Azaña, eminente personalità della cultura oltre che uomo di Stato, quella triste ed umiliante conclusione della sua esistenza.
Restano ancora poche cose da dire sul comportamento dei comunisti, ma anche di una consistente parte di socialisti e democratici che seguirono Negrin nella costituzione del suo secondo governo dopo l'abbandono della corrente di Indalecio Prieto e il pratico disimpegno di Azaña. La loro ostinata decisione di continuare la lotta, anche quando i franchisti minacciavano già Valencia e difficile si era fatta la collaborazione con la Spagna centrale e Madrid, non fu soltanto la risultante dell'influenza esercitata dal Komintern. Può esserlo stato, per i comunisti anzi lo fu certamente, ma non per gli altri. Stupì infatti moltissimo, fuori dalla Spagna, la miracolosa ripresa che si ebbe in Catalogna e la ricostituzione dell'esercito, che poté valersi dell'allentamento del blocco delle frontiere, ricevendo rifornimenti di materiale.
A parte questo, che doveva rivelarsi quanto mai provvisorio e temporaneo, quella che poté sembrare una tetragona ostinazione, fu la conseguenza di altri fattori che vale la pena prendere in considerazione. Nella primavera del 1938 non si registrò soltanto l'occupazione dell'Aragona e l'affacciarsi in Catalogna delle forze franchiste; l'Europa fu scossa da fatti ancora più sconvolgenti: l'occupazione dell'Austria da parte della Germania hitleriana e, subito dopo, la pretesa di questa di annettere i Sudeti, la regione cecoslovacca dove risiedevano forti componenti di popolazione di lingua tedesca. Di conseguenza si aprì, come è risaputo, la crisi politica che sfociò nel patto di Monaco e nella capitolazione di Inghilterra e Francia alle pretese di Hitler. Ma nel corso della crisi la Francia proclamò la mobilitazione generale e per un momento, quindi, parvero fondate le speranze di quanti, in Spagna e fuori della Spagna, sperarono, nel corso della tarda primavera e dell'estate, nel miracolo di fatti nuovi che avrebbero costretto Inghilterra e Francia a mutare il loro atteggiamento e ad assumere, di fronte alla politica aggressiva di Hitler una posizione di fermezza. Ciò voleva dire, tra l'altro, tener fede a patti di mutua assistenza sottoscritti con alcuni stati europei, tra i quali la Cecoslovacchia. Gli archivi tedeschi hanno rivelato che se ciò fosse successo, lo Stato maggiore tedesco, non sentendosi pronto ad affrontare uno scontro, si sarebbe sbarazzato del nazismo.
Non fu dunque la forza della disperazione a guidare le divisioni dell'esercito dell'Ebro, lanciatesi all'assalto delle posizioni franchiste alla fine di luglio del 1938. Nell'immediato c'era da fermare l'avanzata franchista su Valencia, obiettivo che fu conseguito, ma in prospettiva poteva essere ben di più. Non potevano sapere che i pavidi governanti inglesi e francesi avrebbero sacrificato la Cecoslovacchia, della cui indipendenza erano garanti, per avere nient'altro che il rinvio di un anno della seconda guerra mondiale. La battaglia dell'Ebro, la più lunga e la più cruenta di quella guerra, si concluse dunque con la sconfitta, ma solo dopo la stipulazione del patto di Monaco, e subentrò la rassegnata accettazione della ineluttabilità della fine. Quei miliziani erano stati inesorabilmente battuti ma non erano, a parere di chi ha steso queste note, dei vinti.
Qualcuno ha voluto rinfacciare ai pochi superstiti delle brigate internazionali che si sono ritrovati a Madrid nell'ottobre del 1986 di non aver capito di essersi riuniti a celebrare una disfatta. Una battaglia perduta si può chiamare in molti modi, anche disfatta, credo tuttavia che non si possa cancellare un dato certo, perché assunto dalla storia: tantissimi di quegli uomini e di quelle donne che avevano combattuto in Spagna dal 1936 al 1939, furono, appena due anni dopo, tra i promotori della Resistenza europea. In Jugoslavia dapprima, in Grecia e nei Balcani poi e, infine, in Italia, nelle brigate partigiane, in Francia nel maquis e soprattutto nei francs-tireurs-partisans. Non fu una disfatta, per questo è importante e augurabile che continui il dibattito storico sullo svolgimento di quel grosso avvenimento che fu la guerra di Spagna.