La brigata di polizia partigiana nel Biellese
Intervista di Gladys Motta a Ezio
Peraldo*
"l'impegno", a. V, n. 4, dicembre 1985
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Come nacque l'idea di formare una brigata di polizia partigiana e come si realizzò ?
La brigata di polizia partigiana, a mio avviso, fu una precisa necessità e si formò a partire dal gennaio
1945. Già precedentemente, però, era stato costituito un servizio informazioni. Durante il servizio militare
avevo frequentato un corso di informazioni ed avevo quindi imparato le cose essenziali per costituire il
servizio. Mi fu così affidato l'incarico. Chiamammo il servizio "Ip", informazioni e polizia.
Questo avvenne al momento stesso della costituzione della
5a divisione Garibaldi, nell'agosto 1944.
Gruppi più o meno numerosi di polizia operarono comunque in seno ad ogni
brigata1.
Quali criteri venivano adottati per il reclutamento delle persone che avrebbero fatto parte del corpo
di polizia partigiana?
Cercavamo innanzitutto elementi fidati, che fossero poco sospetti e, anche questo molto importante,
che non fossero conosciuti dal nemico e potessero quindi circolare più facilmente. Un altro requisito era
la conoscenza approfondita delle zone in cui avrebbero dovuto
operare2. Questi elementi infatti
dovevano andare a Biella e ovunque fosse necessario, raccogliere le informazioni e portarle al comando della
brigata di polizia, che provvedeva a sua volta a compilare un rapporto giornaliero per il comando partigiano.
Abbiamo fatto questo per molto tempo e individuato parecchie persone, anche spie, che collaboravano
con i fascisti. Altri ordini o compiti da svolgere ci arrivavano poi direttamente dal comando partigiano.
Capitava, a volte, che fossero segnalate delle spie, ad esempio da parte delle Sap o dei gruppi che operavano
in pianura, e queste segnalazioni arrivavano direttamente al comando che le trasmetteva a noi che
praticamente fungevamo da organo esecutivo.
Quali altri compiti svolgeva la polizia partigiana?
Uno dei più delicati e importanti consisteva nei contatti con la popolazione civile, cioè fare in modo che
la gente ci conoscesse e capisse che i partigiani non erano banditi come dicevano i fascisti. La propaganda
dei repubblichini era stata intensa e avevano sbandierato dappertutto che in montagna erano saliti solo i
banditi. Ecco, noi dovevamo far capire che non era così. Inizialmente non fu facile, specialmente in alcune zone,
ma piano piano i risultati furono molto soddisfacenti.
L'azione della polizia si svolgeva anche verso i partigiani, qualora ce ne fosse stata la necessità?
Sì. Soprattutto agli inizi, in gruppi che operavano in frazioni o località lontane dai comandi e dalle
zone operative e che erano incaricati di tutte le mansioni di intendenza, come il prelievo del bestiame e del cibo
in genere, abbiamo dovuto affrontare alcune questioni un po' delicate.
Non si può assolutamente dire che fosse un fenomeno generalizzato, furono pochi casi, ma fu
necessario fare dei sopralluoghi, dei controlli. In effetti, emersero precise lacune che il comando di polizia
segnalò immediatamente al comando della divisione.
Come vi regolavate in questi casi?
Comunicavamo al comando partigiano ed era lì che venivano prese le decisioni. Subito dopo, le decisioni
ci venivano comunicate e noi eseguivamo. Una volta, ad esempio, a Sant'Eurosia, abbiamo avuto l'ordine
di sciogliere una piccola intendenza locale che forniva in particolare i distaccamenti della
2a brigata, cambiando radicalmente tutti gli uomini e così abbiamo fatto: tutti gli uomini sono stati spostati e inviati in altre
zone, con elementi più fidati che avrebbero migliorato la loro coscienza.
Questo, come ho detto, succedeva soprattutto agli inizi della nostra attività, quando era più facile per
qualcuno infiltrarsi fra i partigiani al solo scopo di lucro, approfittando anche dei difficili momenti che i
ragazzi passavano. Devo dire che, con la piena organizzazione della brigata di polizia, questi casi si ridussero
moltissimo, anche perché l'esperienza ci aiutava spesso a prevenirli.
Quale era il reato o i reati su cui eravate maggiormente severi?
Quelli commessi da tutte le persone che, approfittando della fiducia della popolazione verso i
partigiani, dell'aiuto che la gente ci dava, mettevano in cattiva luce la lotta partigiana, compromettevano il buon
nome dei combattenti e rischiavano di rovinare quella solidarietà che per la causa della libertà era
indispensabile. Con queste persone eravamo molto, molto severi. Eravamo molto severi anche verso chi commetteva
reati comuni, primo fra tutti il furto. Indubbiamente, comunque, per le tragiche conseguenze che poteva
avere sulla lotta partigiana, il reato su cui la severità era maggiore era lo spionaggio.
Vi occupavate anche delle questioni che potevano insorgere fra i civili, indipendentemente dal rapporto
con i partigiani?
Sì, ma solo in un secondo momento, nel periodo di pieno funzionamento della brigata. Agli inizi
sarebbe stato impossibile attendere anche a questo perché il numero dei nostri elementi era troppo ridotto
e l'organizzazione non ancora sufficiente. Successivamente, invece, con la formazione di gruppi di polizia
in ogni brigata e con l'aumento degli organici, svolgemmo anche questa importante mansione. Era la
gente stessa a rivolgersi direttamente a noi, a segnalare furti e qualunque tipo di azione scorretta. Siamo
riusciti spesso, in caso di furto, a recuperare la refurtiva e a catturare i colpevoli.
Stiamo parlando però, ripeto, della fase di massima organizzazione, del 1945, quando la brigata
poteva contare su distaccamenti presenti praticamente in tutte le zone del Biellese e del Vercellese. Nel
frattempo, inoltre, molti carabinieri erano passati nella brigata di
polizia3.
La polizia partigiana, dunque, raggiunse la piena efficienza nel '45, grazie ad un'organizzazione
piuttosto vasta. Vuole parlarcene?
Fu possibile dare alla polizia partigiana un'organizzazione così vasta proprio perché, come per tutte le
altre formazioni, ci fu un afflusso notevole di giovani verso la montagna. Questo consentiva di avere un
buon numero di elementi a disposizione che permettevano di coprire mansioni piuttosto ampie.
Certamente noi chiedevamo sempre ai comandi partigiani di mettere a nostra disposizione i più idonei
ai nostri compiti, ad esempio tutti gli ex carabinieri che si erano uniti a noi. Si può dire comunque che
lo sviluppo dei gruppi di polizia era parallelo a quello delle brigate. Per ciò che riguarda il nucleo
originario della brigata, che comprendeva il comando della polizia, la dipendenza era dal comando della
5a divisione e, successivamente, dal comando del
Raggruppamento divisioni Garibaldi biellesi.
Sempre per quel che riguarda l'organizzazione, devo dire che a Biella si era riusciti a strutturare
piuttosto bene il servizio informazioni e polizia. Capo dei servizi di informazione era Felice Medici (Mario), che
in un secondo momento sarebbe poi stato scoperto e arrestato dai nazisti, al quale facevano capo tutti gli
altri nostri informatori in città. Avevamo ad esempio un brigadiere della Questura, che era in grado di
darci notizie assai preziose; all'ospedale avevamo il dottor Ascari e altri collaboratori fra il personale medico
e para-medico. A Candelo collaborava un geometra che disegnava tutte le planimetrie dei luoghi in cui
si trovavano i nazifascisti. In questo modo, tutti i giorni, affluivano al comando di polizia, attraverso le
staffette, tutte donne, le informazioni che servivano; io le raccoglievo in un dossier e tramite un'altra staffetta
le facevo arrivare al comando partigiano.
Avevamo informatori anche a Vercelli. Ricordo ad esempio il dottor Sarasso, della Camera di
commercio, che otteneva sempre molte notizie nel capoluogo e inviava dettagliati rapporti ogni due o tre giorni.
Potrei continuare a lungo con l'elenco dei nostri collaboratori perché la rete era veramente vasta.
Fu proprio grazie a questa organizzazione che, nel gennaio '45, potemmo conoscere con due o tre giorni
di anticipo l'intenzione di Morsero di scatenare il grande rastrellamento. Mi fu così possibile
avvertire tempestivamente il comando di raggruppamento e provvedere io stesso a mettere in salvo il prezioso
materiale della brigata di polizia.
Quante donne operavano nella brigata di polizia?
Non ricordo il numero esatto. Avevamo quattro o cinque staffette giovani a disposizione del comando di
polizia e una per il collegamento con la Valsessera. Ci valevamo anche e soprattutto di donne più
anziane, che passavano più facilmente i posti di blocco. Ne ricordo una, la madre di un agente della mia
brigata, Volpe4, che sarebbe poi rimasto ucciso il 23 aprile '45, a Sant'Eurosia, in uno scontro coi fascisti. Si
chiamava Quinta, ed era veramente in gamba, riusciva a portare a compimento missioni molto difficili. Molto
in gamba era anche una giovane partigiana di Zumaglia, Luisa Giachino, che ha svolto proprio un
ruolo importante.
Accennava prima alla presenza di ex carabinieri nella polizia partigiana. Quanti erano e che
mansioni avevano?
Ce n'erano diversi. Avevamo quattro brigadieri: Salvatore Sapienza, Giacomo Conto (Briga), Michele
Griffa (Pippo), Tigre, di cui ricordo solo il nome di battaglia; c'era un maresciallo, Gino Buscioni (Biella), capo
di stato maggiore della brigata e poi c'era Nello Vallecorsa (Igrek). Di molti altri, purtroppo, non ricordo
i nomi, ma ce n'era un buon numero.
Quali erano i rapporti fra gli ex carabinieri, che avevano una preparazione specifica per quel compito, e
i partigiani della brigata di polizia? C'erano divergenze o contrasti nella conduzione dei compiti?
Per ciò che riguarda la mia esperienza, il mio reparto, posso rispondere di no. Non vi furono mai
contrasti, ci fu piuttosto un completamento reciproco di esperienza e di ideali.
Ricorda compiti particolarmente delicati o episodi che considera significativi?
Sì. Potrei raccontarne molti. Fra i compiti delicati, ad esempio, ricordo quello che consisteva nel
controllare che determinate zone da cui dovevano passare persone importanti per la lotta partigiana (politici,
militari, ecc.), fossero sicure e che queste persone non corressero alcun pericolo nel passarvi. Naturalmente si
trattava anche di mantenerle sicure dopo aver accertato che lo fossero veramente. Erano missioni che
richiedevano molta riservatezza, perché molto spesso la presenza di determinate persone in zona doveva essere
conosciuta dal minor numero di gente possibile.
Quando veniva segnalata una persona sospettata di essere una spia, ma sulla cui colpevolezza non
era possibile acquisire prove sicure, come vi comportavate?
Se la segnalazione veniva fatta direttamente a noi della polizia provvedevamo subito al prelevamento
della persona e al suo interrogatorio; parallelamente alcuni agenti scendevano nella zona in cui l'eventuale
spia poteva aver agito e raccoglievano tutte le informazioni che servivano per decidere se fosse colpevole
o meno. Nel caso in cui la colpevolezza fosse evidente o quasi sicura, il nostro compito era finito: noi
trasferivamo la persona al comando partigiano a cui passavamo tutti gli elementi che avevamo raccolto. Noi, cioè,
non decidevamo nulla dopo la fase di prelevamento e di
accertamenti5.
Altre volte, invece, la segnalazione proveniva dal comando partigiano che però ci trasmetteva soltanto
i nominativi delle persone da prelevare e non la ragione. Molte delle persone che prelevavamo e portavamo
al comando tornavano ben presto a casa dopo l'accertamento delle responsabilità. Solo per alcuni reati
gravissimi le decisioni potevano essere molto severe. Del resto si era in guerra.
Questo è un punto su cui va fatta molta chiarezza, a cui tengo molto, sebbene, ripeto, la decisione ultima
non fosse di competenza della polizia. Dire che i partigiani prendessero a cuor leggero la decisione di
giustiziare una spia è la cosa più sbagliata che si possa dire o pensare. Spesso nell'incertezza, pur avendo molte
prove, si preferiva credere all'innocenza e a volte i fatti successivi hanno dimostrato che quella persona era
invece colpevole. Vi furono poi alcuni casi in cui la colpevolezza era fin troppo evidente. Ricordiamo che allora
una spiata poteva costare la vita di venti, trenta ragazzi, con sevizie e torture. Ad esempio, quando fu
arrestata, con prove schiaccianti, la spia che aveva fatto sorprendere i ragazzi del "Bandiera" poi fucilati a
Mottalciata, ebbene non credo che in quel frangente molte persone avrebbero avuto dei dubbi sul fatto che quella
persona rappresentava un grave pericolo per i partigiani e per la stessa popolazione che ci aiutava. Quando,
al contrario, è stato possibile non si è mai evitato di trovare soluzioni diverse. Ci sarebbero diversi esempi.
Ne cito uno. Avevamo avuto informazioni che ci mettevano in condizione di arrestare il comandante del
Distretto militare repubblicano di Vercelli, che aveva la famiglia sfollata a Olcenengo; la cosa era importante perché
si sperava di scambiarlo con alcuni nostri partigiani che erano stati presi. In effetti, con le dovute
precauzioni la cattura avvenne senza troppe difficoltà ma non fu però possibile fare il cambio perché trattandosi di
un ufficiale fascista e non di un tedesco, i contatti andarono per le lunghe e rimasero senza esito:
evidentemente il cambio fra un fascista e un partigiano sembrava svantaggioso ai fascisti stessi. Quel colonnello
repubblicano rimase al comando partigiano due mesi, durante i quali venne trattato con correttezza; al termine dei
due mesi, essendo ormai sfumate le possibilità di un cambio, dopo aver avuto garanzia che non si
sarebbe presentato per riprendere il suo posto e non avrebbe più combattuto contro i partigiani fu lasciato libero.
Io non voglio dire che sempre tutto fu perfetto e che non siano mai stati commessi degli errori, perché
questo accade fra esseri umani, specialmente quando sono impegnati in una guerra dura e difficile, ma quello
che non va fatto è generalizzare, far credere che un errore fosse una consuetudine.
Nella ricostruzione storica fatta negli anni del dopoguerra a livello locale lo spazio dedicato alla brigata
di polizia è decisamente inferiore a quello dedicato ad altre brigate o ad altri aspetti della lotta
partigiana. Quali sono, a suo avviso, le ragioni di questo fatto?
Posso solo fare delle ipotesi. La prima è che il tipo di lavoro svolto dalla brigata di polizia fosse
meno evidente di quello prettamente militare e, sebbene ugualmente rischioso, meno legato alle fasi
principali della guerra partigiana. Il nostro, e ci tengo a sottolinearlo, era un ruolo importantissimo ma più in
sordina, tuttavia garantì l'incolumità di molti fra coloro che guidarono vittoriosamente la Resistenza. Eravamo
anche quelli che avevano maggiori mansioni nei confronti della popolazione civile: probabilmente studiando più
a fondo questo aspetto, meno militare, l'operato della brigata di polizia sarebbe più
evidente6.
Non voglio dire con questo che fossimo estranei alle vicende militari, beninteso, perché più volte la
nostra presenza venne richiesta al comando partigiano in occasione di avvenimenti rilevanti militarmente, è
vero però che svolgevamo compiti diversi da quelli tradizionali degli altri
partigiani7.
Quale fu il ruolo della polizia partigiana nei giorni della Liberazione?
Quando arrivò il momento decisivo, fui convocato, con i miei collaboratori, al comando del
Raggruppamento divisioni Garibaldi biellesi dove discutemmo con Lungo (Silvio Ortona), Ulisse (Domenico Marchisio)
e Italo (Nello Poma) sulle cose che sarebbe stato necessario fare non appena fossimo scesi a Biella, cosa
che facemmo il giorno stesso della Liberazione, dopo aver sepolto tre giovani partigiani della brigata,
Schissa, Trentaquattro e Volpe, rimasti uccisi in un improvviso attacco.
Quando arrivammo a Biella i tedeschi si stavano preparando a lasciare la città e non potendo proseguire
oltre la piazza del "Gallo Antico", raggiungemmo Tollegno, dove passammo la notte. La mattina successiva
ci concentrammo al ponte della Maddalena, dove Ulisse impartiva le disposizioni. Ricordo che disse di
prendere il controllo totale della città, di occupare il commissariato, il municipio, il tribunale e le carceri. Quello
fu dunque il nostro compito.
Contemporaneamente si provvide ad affiggere dei manifesti che avevamo preparato prima della discesa
e che avevano un preciso intento di salvaguardia dell'ordine pubblico. Il testo, firmato dal comando di
polizia, diceva infatti espressamente: "Il comando di polizia della
Ia zona del Piemonte, allo scopo di
garantire l'integrità assoluta della proprietà pubblica e privata, nonché della vita e della libertà dei cittadini,
avverte: chiunque approfittando delle circostanze determinate dalle discesa delle truppe del Corpo volontari
della libertà e dall'occupazione di città e paesi, venga sorpreso a saccheggiare o comunque a sottrarre
arbitrariamente allo scopo di impossessarsi in qualsiasi modo di oggetti o cose situate nei magazzini in genere,
negozi, abitazioni private o in qualsiasi altro luogo esse si trovino, sarà arrestato e deferito al Tribunale militare
di guerra. Altrettanto dicasi per tutti coloro che arbitrariamente per motivi di vendetta personale, attentino
alla vita e alla libertà dei privati cittadini". In effetti, era possibile che qualcuno tentasse di approfittare
della situazione particolare creatasi in quei giorni per risolvere contrasti e questioni personali che non
avevano niente a che fare con l'operato dei partigiani: si trattava di limitare al massimo questa possibilità.
Quasi subito è poi iniziato il nostro secondo compito, quello più delicato e impegnativo. Al
commissariato, dove c'era la nostra sede, venivano convogliate centinaia di prigionieri fascisti, in divisa e non, che
dovevamo smistare. Quelli che avevano commesso reati gravi contro persone o cose, ad esempio fucilato
partigiani, fatto la spia, bruciato case, venivano inviati direttamente nelle carceri. Quando queste furono piene
formammo un campo di concentramento ad Andorno, alla ex villa Biglia, uno a Graglia e uno a Oropa Bagni.
Compito degli agenti di polizia partigiana era dunque di sorvegliare i prigionieri dopo che il comando li aveva smistati.
Contemporaneamente li si interrogava. Il lavoro era molto e il nostro organico fu sottoposto ad un
grosso sforzo, che si allentò soltanto con l'arrivo degli Alleati che alleggerirono i nostri compiti, rilevandoci
ad esempio dalla sorveglianza dei prigionieri.
In quei giorni, oltre che duro, il nostro compito fu anche delicato. Operammo nel difficile e teso
clima dell'immediato dopoguerra, sebbene nel Biellese non si siano verificati episodi di particolare
violenza. Eppure era urgente voltare pagina in fretta e guardare avanti. Fu costituita una speciale commissione
di epurazione ed un tribunale, il Tribunale del popolo, la cui presidenza fu affidata al procuratore del
Tribunale di Biella, Domenico Calvelli, in cui furono celebrati regolari processi a coloro che si erano macchiati
di gravi colpe durante il regime.
Riassumendo, si può dire che proprio alla fine della guerra la brigata di polizia svolse uno dei compiti
più importanti, quello cioè di favorire, il più velocemente possibile, il recupero della normalità, per
contribuire a costruire finalmente una nazione libera.
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