In Corsica dopo l'8 settembre 1943

Il diario di Giovanni Milanetti*

a cura di Alberto Lovatto



Fin dal novembre 1942, cioè da quando gli angloamericani erano sbarcati in Algeria e Marocco, le autorità militari italiane avevano messo in conto un possibile sbarco nemico sul territorio nazionale. A partire da quella data la presenza dell'esercito nelle isole era stata gradualmente rafforzata. Tutto questo non aveva comunque impedito che, come è noto, nel luglio del 1943 le truppe alleate sbarcassero in Sicilia, precipitando rapidamente l'Italia nel caos.
Nella Corsica occupata la "difesa" del territorio era stata affidata principalmente al VII Corpo d'armata e posto alle dipendenze del Comando forze armate della Corsica il cui comando era stato affidato, il 22 agosto 1943, al generale Giovanni Magli
1.
Sull'isola, in particolare dopo la caduta di Mussolini, la resistenza armata, rafforzata dall'intensificarsi di aviolanci alleati di armi e munizioni, faceva sentire la sua presenza. Era andata intensificandosi anche la propaganda degollista filo alleata e, dunque, antitaliana ed antitedesca.
La presenza tedesca sul territorio corso era garantita principalmente, in quel periodo, dalla Brigata motorizzata delle Waffen Ss, la Sturmbrigade "Reichsfurer Ss", per un totale di oltre quattromila uomini fra ufficiali, sottufficiali e truppa. Responsabile delle forze germaniche era il generale Frido von Senger und Etterlin, capo di un organo di collegamento col Comando tedesco del maresciallo Albert Kesselring. Nella seconda metà di agosto, giunto sull'isola per una visita ai reparti tedeschi, von Senger aveva proposto ai comandi italiani la costituzione in Corsica di unità miste italotedesche e la immissione di artiglieri germanici nelle batterie costiere italiane. Il generale Magli, benché all'oscuro delle trattative in corso per la firma dell'armistizio, non accettò la proposta, interpretandola come espressione di scarsa fiducia dei tedeschi nei confronti dell'esercito italiano. Ben altro, evidentemente, era invece il senso della proposta tedesca.
Le prime indicazioni, sia pur quanto mai sommarie, sulla nuova situazione furono inviate ai comandi periferici con il "Memoria n. 44" del 2 settembre, giunto in Corsica al generale Magli il giorno 4. Per quello scenario di guerra vi si leggeva che, in caso di eventuali attacchi di parte germanica, il compito dei reparti italiani era quello di "far fuori" la Brigata corazzata Ss tedesca. Una direttiva questa che, priva com'era di ulteriori chiarimenti, aveva destato non poca confusione nei comandi.
In quegli stessi giorni Giovanni Milanetti, uno fra i molti militari valsesiani impegnati sui fronti della seconda guerra mondiale, era in servizio a La Spezia. Delle esperienze vissute in quei giorni a cavallo dell'8 settembre e nel periodo immediatamente successivo ci ha lasciato un diario-memoria. Scritta nel 1944, la storia di Giovanni Milanetti è un piccolo tassello di un mosaico complesso di eventi. Spesso tuttavia un diario, come una testimonianza, proprio in ragione della forte valenza soggettiva, individuale, della lettura dei fatti e della loro narrazione, è in grado di "coinvolgerci" negli avvenimenti con una intensità emotiva maggiore di quanto sappiano fare a volte, da soli, i documenti ufficiali.
A La Spezia aveva sede il Comando della V Armata. L'ufficiale superiore dello Stato maggiore dell'esercito addetto alla consegna della "Memoria n. 44", di cui si è detto sopra, arrivò a La Spezia il 5 settembre alle 9.30. Erano ormai passati due giorni da quando, il 3 settembre, a Cassibile, era stato firmato l'armistizio. Anche se i documenti non ne parlano, possiamo immaginare che la lettura della "Memoria" abbia destato a La Spezia le stesse angoscianti perplessità di cui si è detto per il Comando delle forze armate in Corsica.
Il 6 settembre il Comando supremo emanò il "Promemoria n. 1 "che, entro la sera del 7 settembre, fu recapitato a tutti i comandi. "La presente Memoria - vi si leggeva - riguarda il caso che forze germaniche intraprendano di iniziativa atti di ostilità contro gli organi di Governo e le Forze Armate italiane". In quello stesso documento, per quanto atteneva l'"Azione della Marina", si spiegava: "Unità da guerra italiane: debbono uscire al più presto in mare tutte quelle comunque in condizione di navigare, per raggiungere i porti della Sardegna, della Corsica, dell'Elba, oppure di Sebenico e Cattaro; tutte le unità non in condizioni di muovere, oppure che in uno dei porti di rifugio di cui sopra verranno a trovarsi in condizioni di cadere in mano germanica, dovranno essere autoaffondate"
2.
Si tratta complessivamente di documenti abbastanza noti ma che mi è parso utile richiamare a memoria per rendere meglio comprensibili i fatti narrati da Giovanni Milanetti.
Il presidio militare di La Spezia comprendeva le truppe ai depositi del 21o fanteria e di un reggimento di artiglieria da costa oltre che reparti della Marina e della Milizia.
Giovanni Milanetti, che apparteneva all'artiglieria contraerea, 12o gruppo, del Comando di Vercelli, alla fine di agosto era, "con sette artiglieri e un caporale maggiore, aggregat[o] in sussistenza del Comando imbarchi e sbarchi". È da lì che inizia la sua "memoria".



Sardegna-aprile 1944.
Ai miei cari in testimonianza della triste realtà.
Ai primi di Agosto si era a Genova in attesa di imbarco per raggiungere il gruppo dislocato in Sardegna, fin dal mese di maggio. Eravamo sette artiglieri e un caporale maggiore, aggregati in sussistenza del Comando imbarchi e sbarchi.
Si faceva un turno continuo di licenze per trascorrere qualche giorno in seno alla propria famiglia.
Un sabato sera, precisamente il 3 settembre, di ritorno da una breve scappatina a casa, mi comunicarono che la partenza era prossima. Alle sette di sera noi tutti autisti riuniti a banchetto in una trattoria del porto eravamo in buona armonia ma ecco che il cap. Maggiore Bollito [comandante del reparto] è chiamato a rapporto dal Comandante Alfiero dell'ufficio imbarchi e sbarchi per un'informazione urgente. Infatti al mattino seguente si doveva procedere all'imbarco dei quattro autocarri. Avevamo in tavola una buona pastasciutta fumante ma appena avuta la triste notizia l'appetito sparì, lasciando spaghetti e altro ben di Dio all'amico Moroni, un Milanese sbaffino potente. Ma subito dopo aver tracannato parecchie bottiglie di buon vino d'Asti, l'allegria ritornò in noi. Infine abbastanza allegri ce ne andammo a riposare, i più fifoni in galleria come sempre, ma il sottoscritto come al solito in una comoda branda installata sull'autocarro dell'amico Boido.
Dopo due giorni, era il giorno 5, dopo il primo rancio si procede all'imbarco degli automezzi e in poche ore sono tutte sistemate in una stiva di poppa. Era la motonave "Humanitas" nuova di zecca, appena varata dai cantieri di Spezia.
Stazzava 12.000 tonn. molto veloce, armata di dodici mitraglie e di due cannoni. (Questa motonave effettuava il primo viaggio di inaugurazione).
Per due notti si dormì sulle dure panche della galleria adibita a rifugio antiaereo non avendo più a nostra disposizione gli automezzi. Alle ore 14 dello stesso giorno (7 settembre) riceviamo ordine di salire a bordo per la partenza.
Mando un'ultima cartolina ai miei cari e alla mia cara Carmela [Carmela Pasquale, allora fidanzata e poi moglie di Milanetti] comunicando loro la partenza in nottata, consegnandola poi a un soldato con l'incarico di imbucarla.
Sono le 16 di pomeriggio. Gli uomini di servizio alla nave mettono in funzione le pompe del distributore per il rifornimento di carburante. L'operazione dura circa tre ore cioè fino le 19. Il Commissario di bordo si reca alla capitaneria del porto per ricevere ordini di partenza.
Alle ore 23.30 è giunta l'ora della partenza, si inizia il disancoramento della nave eseguito dai nostri marinai.
Il mare era molto calmo sul grigio porto di Genova, il cielo era costellato di stelle e la luna non era ancora sorta.
I motori sono in moto e lentamente la nave lascia la banchina. In quel momento il pensiero di noi tutti era lontano alle nostre case e alle nostre ragazze, e pensando chissà a quando il ritorno.
La nave è appena a cento metri dalla banchina ma ecco che le sirene della città irrompono nella notte silenziosa, siamo in allarme, la nave è immobile e gli uomini della difesa corrono ai loro pezzi in attesa di ordine per il fuoco. Infatti ho appena il tempo di mettermi l'elmetto e la Contraerea della difesa di Genova inizia un potentissimo fuoco di sbarramento che dura più di 30 minuti. Gli aerei nemici erano solo di passaggio. In città suona il cessato allarme e la nave lentamente si incammina.
Dopo qualche ora di navigazione a vista d'occhio era ancora ben visibile tutta la costa di Livorno e Spezia.
La nave era ben scortata da due cacciatorpediniere e perciò era difficile l'offesa nemica, anche noi tutti si viaggiava piuttosto tranquilli. Alle tre del mattino ero in coperta che dormivo saporitamente quand'ecco che un amico mi sveglia e mi indica che poco lontano un aereo nemico col lancio di razzi cerca di avvistarci, ci passa a pochi metri sulla nave, ma grazie alla foschia proseguimmo inosservati. Dopo questo fatto per me fu impossibile dormire e perciò vegliai tutta la notte!
Le ore mi parevano secoli e lo sguardo di noi tutti scrutava l'orizzonte in cerca di un lembo di terra, ma si dovette navigare parecchie ore ancora. Alle 6 [8 settembre] finalmente in lontananza si profila un sottilissimo lembo di terra, ci avviciniamo sempre più, ci informiamo dai marinai, è l'isola d'Elba.
Ma ecco che a un tratto i marinai corrono ai loro pezzi, siamo ancora una volta in allarme, il mio cuore batte più forte del solito per l'emozione. Infatti un sottomarino nemico emerge a poca distanza dalla nave e ci segue a tutto motore. Fu subito avvistato dai nostri baldi marinai e le mitraglie di bordo colpiscono ripetutamente il sommergibile, che è obbligato a desistere dall'attacco e si immerge immediatamente. Subito il cacciatorpediniere di scorta si mette alla caccia ma con esito negativo. I motori rallentano di molto, siamo prossimi all'entrata del porto di Bastia (Corsica) la nave sosta al largo per alcuni minuti e poi entra in porto e si attracca alla banchina.
Si ha ordine di non scendere dalla nave per nessun motivo. Io intanto faccio un po' di pulizia personale.
Anche le cacciatorpediniere di scorta entrano in porto, poco dopo anche una petroliera tedesca e poi altre navi di tipo diverso, in poche ore il piccolo porto è colmo di navi.

I militari tedeschi si davano un gran da fare a caricare munizioni e a controllare gli armamenti. La cosa non sfuggiva agli italiani, ma nessuno di loro era in grado di comprendere i motivi di tanta agitazione. Milanetti, intervistato, ricorda un episodio il cui senso gli era apparso chiaro solo con l'evolversi degli eventi. Nel pomeriggio, prima di scendere dalla nave, un soldato tedesco molto giovane, incrociato in un corridoio, lo aveva fermato e, rimasti soli, gli aveva detto in un misto di italiano e tedesco: "Tu nix dormire stanotte" e, imitando il gesto di chi utilizza un mitragliatore tenendolo con le due mani parallele, aveva aggiunto: "Noi sparare stanotte".
Oltre al piroscafo "Humanitas" ed alle due torpediniere di scorta "Aliseo" e "Ardito", nel porto di Bastia vi erano: il "Mas 543", il piroscafo "Sassari" e diciotto navi sussidiarie
3.
Dai documenti di quei giorni sappiamo che la sera dell'8 settembre il generale Magli e il generale von Senger cenarono insieme alla mensa del comando, a Corte. Magli informò l'ex collega tedesco del proclama del maresciallo Badoglio. Senger dichiarò che avrebbe lasciato l'isola ed ebbe assicurazione da Magli che la ritirata non sarebbe stata disturbata dalle truppe italiane. Nella stessa serata, intorno alle 22, il generale Magli diramò alle truppe ed ai comandi altri ordini per una corretta applicazione della parte del messaggio di Badoglio in cui si imponeva alle truppe italiane di "reagire a qualsiasi attacco da qualunque parte esso ven[isse]".
Ma non era alla fuga che erano preparati i tedeschi. Alle 0.30 del 9 settembre le truppe tedesche tentarono un "colpo di mano" nel porto di Bastia: "Ad un segnale convenuto, mentre vari gruppi bloccavano gli accessi al porto, attaccandone il personale di vigilanza, marinai giunti con mezzi da sbarco, appoggiati dal fuoco delle armi su di essi installate, assalirono il Mas '543', sequestrandone il comandante; altri tentarono di impadronirsi del caccia 'Ardito' e incendiarono la motonave 'Humanitas'. All'aggressione parteciparono anche gli armamenti tedeschi delle mitragliere di bordo delle motonavi 'Humanitas' e 'Sassari' "
4.
Nonostante la sorpresa la reazione italiana fu pronta. Furono affondati due cacciasommergibili e sette motozattere tedesche e morirono "non meno" di 160 militari germanici. Fonti ufficiali parlano per i reparti italiani di 5 morti e 51 feriti a terra oltre a 70 morti, feriti e dispersi a bordo della motonave "Ardito"5.
Le perdite italiane furono sicuramente superiori sia in ragione della sorpresa per la reazione tedesca sia per la reazione, in molti casi tenace, comunque tentata da parte italiana.

Bastia è una cittadina molto bella situata in collina e si specchia in mare, e perciò era mio grande desiderio di fare una breve visita alla città. Ma come fare? Scendere dalla nave è impossibile. Alle 18 mi decido, mi reco dal Comandante della nave e con un pretesto qualunque chiedo un permesso per un paio d'ore e mi fu concesso senza difficoltà. Così girando per le vie di Bastia con un sergente dei carristi, pure lui imbarcato sull' "Humanitas", erano le 19.30 qua e là correva voce che l'Italia avesse chiesto l'Armistizio. Più tardi anche da ogni viso di ogni persona che si incontrava per le vie era ben visibile la contentezza per la bella notizia inaspettata. Però non si pensava quali conseguenze potesse arrecare la resa incondizionata dell'Italia.
Alle 20.30 si entra al Porto molto allegri e contenti.
Nel frattempo il Porto si gremiva di zatteroni tedeschi col carico di uomini provenienti dall'isola d'Elba, con l'intenzione di effettuare un colpo di mano al porto e sfogare così la loro ira contro gli Italiani. Anche i Tedeschi imbarcati sull' "Humanitas" per la difesa Contraerea ricevettero ordine di fare fuoco sull'equipaggio con tutte le armi di bordo.
Sono le 23.30 circa. Il silenzio della notte è turbato da un forte fischio, e questo era il loro segnale di attacco.
La sentinella mi sveglia. Intanto tutte le navi ancorate nel porto sono attaccate contemporaneamente. Le sentinelle a una a una vengono pugnalate o uccise con bombe a mano, e ora tocca la stessa sorte pure a noi. Tutte le armi di bordo sono concentrate su di noi e così non ci rimane altro da fare che buttarci a terra e attendere un momento di tregua per lasciare la nave. In una stiva di poppa si sviluppa un incendio e in pochi istanti raggiunge grandi proporzioni. Una parte degli automezzi sono in preda delle fiamme, i serbatoi saltano in aria e pure parecchi fusti di benzina. L'incendio minaccia pure le altre stive dove si trova un forte carico di esplosivi e perciò non c'è da esitare un solo istante la situazione diviene sempre più precaria. A carponi mi porto verso la scaletta che è affollata da soldati atterriti da un grande panico.
In un attimo mi apro la via e sono a terra. Tutte le mitraglie e i cannoni di difesa del porto sono concentrati sulla nave, le granate fischiano da tutte le parti, qui si tratta di mettersi in salvo. Do uno sguardo furtivo della situazione, e scorgo a pochi metri una barricata di sacchi di sabbia con la funzione di paraschegge e trovo opportuno nascondermi. In un attimo il rifugio improvvisato adatto ad un massimo di venti persone è esaurito, da tutti i lati affluiscono soldati e in poco tempo siamo più di cento, per forza maggiore un buon numero di noi era allo scoperto e soggetto al mitragliamento, in conseguenza i morti e i feriti aumentavano sempre più. Di fronte a questo riparo vedo una scaletta dalla quale si esce dal porto, ma a salire era un problema, bisognava sfidare il tiro delle mitraglie.
Varie volte tento di salire, intanto anche la scaletta è ostruita di morti e feriti che chiedono aiuto. Un'altra volta mi accingo a salire ma subito indietreggio, una forza superiore mi trattiene. Vedo Boido [di Borgosesia] e [Cesare] Frigerio che in un baleno salgono la scaletta e sono dall'altra parte e si eclissano grazie all'oscurità. Un tedesco accortosi della fuga di molti soldati per quella stessa via si mette di guardia e con una pistola in pugno spara a bruciapelo facendo parecchi morti.
Basta questo atto per farmi desistere dalla idea banale di salire la scaletta. La miglior soluzione è quella di tentare l'uscita dal porto, mi decido, esco dal nascondiglio a mani alte e mi incammino (Anzi fui uno dei primi a uscire dal porto, nessuno si decideva a far da primo). Fatti pochi passi una raffica di mitraglia mi sfiora, mi butto a terra e attendo così qualche minuto. Ma ecco che un Tedesco avanza con moschetto puntato e baionetta in canna mi fa cenno di alzarmi, e mi intima mani in alto; mi accompagna fuori del porto eseguisce una minuziosa perquisizione e entro così nelle file degli altri prigionieri diretti in un campo di concentramento. Eravamo circa 200, si camminava per una via secondaria di Bastia sempre con mani in alto, e se si abbassavano solo qualche istante significava la morte.
Così camminando, destino volle al mio fianco, vedo l'amico Bugnolo, che si trascina a stento per una grave ferita da un colpo di pistola che gli trapassò l'anca. Cerco in tutti i modi di aiutarlo, ma era urgente il ricovero all'ospedale. Spiego il fatto al Tedesco che ci accompagnava e subito si interessò e con l'autoambulanza lo portarono via.
Strada facendo sento una voce che mi chiama, è Mazzola pure lui ferito gravemente alla testa da schegge di bomba a mano che ci trapassò l'elmetto e ci produsse una ferita piuttosto profonda, e con grande perdita di sangue.
Subito mi interesso per il ricovero all'ospedale, infatti si sale su una moto furgoncino della Croce Rossa e ci porta in un ospedale Civile Francese poco lontano dal porto, dove ci prodigano le cure del caso. Per tutta la notte fu un continuo affluire di feriti.
Era l'una dopo mezzanotte; la sorella ci accompagnò al proprio letto, ma disponibile era uno solo e perciò fu destinato all'amico Mazzola. Io mi sistemo alla meglio in un lettino con un fante ferito leggermente, pure lui scampato al pericolo sull' "Humanitas". Per tutta la notte non chiusi occhio un solo minuto, non potevo darmi pace un solo momento per quanto era successo, tutto per quei vigliacchi di Tedeschi e pregai la madonna per avermi assistito in una situazione terribile.
Alle 5.30 di mattina (9 settembre) poco prima dell'alba si sente dei colpi di cannone, mi affaccio alla finestra e siccome l' ospedale è situato in collina perciò si domina molto bene tutta la distesa di mare fino all'isola d'Elba. Sono i cannoni costieri Italiani che bombardano i zatteroni Tedeschi che tentano di lasciare il porto di Bastia diretti all'isola d'Elba.
Ma sotto i colpi ben aggiustati i zatteroni vengono tutti uno a uno centrati in pieno e colati a picco. Anche una petroliera è colpita e prosegue il cammino con incendio a bordo lasciando una densa cortina di fumo, e poco dopo salta in aria con grande fragore. Il mare si popola di naufraghi e finita la battaglia si prosegue al salvataggio.
Al porto la nave "Humanitas" e un cacciatorpediniere mandano una densa colonna di fumo nero nonostante gli sforzi del genio pompieri per arginare gli incendi. Al pomeriggio verso le 14 scendo in città in cerca dei miei compagni, ma per quel giorno incontrai solo l'amico Felli e nessun altro.
Ci mettiamo in cerca di un qualunque reparto almeno per dormire; ci indicano una batteria costiera e là ci danno un po' di rancio e un posto per dormire.
Al mattino [10 settembre] scendo in città e mi reco al porto, l'incendio a bordo è quasi spento, salgo sulla nave ancora fumante con la speranza di ritrovare almeno la valigia e il bottino lasciato durante la fuga precipitosa, ma ormai tutto è bruciato, dei nostri autocarri non rimane che delle carcasse di rottami.
All'uscita del porto con stupore incontro Boido. Bollito e Martinelli mi vedono e mi abbracciano e mi baciano dalla contentezza di ritrovarci tutti sani e salvi, manca solo Vipiana che dalla sera dell'incidente non fu più visto in nessun posto. Eravamo tutti in tristi condizioni, chi in semplici mutandine, chi col salvagente per nascondere la nudità. Ci rechiamo in una batteria Contraerea poco lontano dalla città ci prendono in forza, ci vestono e ci danno un buon rancio.

Nel porto di Bastia, tornato sotto il controllo italiano, erano arrivate due corvette: "Pellicano" e "Gabbiano". Quest'ultima doveva scortare il piroscafo "Sassari" a Portoferraio mentre la "Pellicano" sarebbe rimasta a Bastia in appoggio all' "Humanitas" che aveva a bordo milleseicento tonnellate di esplosivo. Il giorno 11, riparati in qualche modo i danni subiti nella notte dell'8 settembre, l' "Humanitas" prese il largo. Non molto distante dalla costa un sommergibile olandese, il "Dolfiju", forse non al corrente della mutata situazione bellica a seguito della firma dell'armistizio, colpì il piroscafo italiano che, dopo un successivo attacco aereo, questa volta tedesco, non fu più in condizione di navigare. L'ammiraglio Gaetano Catalano, comandante della marina militare in Corsica, vista la situazione, diede ordine alla corvetta "Pellicano" di uscire dal porto e di affondare l' "Humanitas";6.

Era l'11 Settembre, cioè solo dopo due giorni di permanenza in quella Batteria, ecco che un ordine del Comando della piazza di Bastia dice che i soldati imbarcati sull' "Humanitas" devono imbarcarsi perché la nave ormai è in grado di navigare, non essendo danneggiata nei motori e perciò è destinata in un porto occupato dagli Anglo Americani. Noi tutti ci rifiutiamo di partire perché si prevede una brutta fine. Alle ore 14.30 la sirena della nave annuncia che la partenza è prossima. Noi ci troviamo tutti su un'altura e si domina il mare in tutti i punti. Lentamente la nave lascia la banchina trainata da un rimorchiatore fino al largo e poi si incammina. A circa due Km dal porto ecco che un sottomarino si emerge, è Tedesco, ecco che ci lancia sei siluri uno dopo l'altro, la nave vira di colpo, ma purtroppo un siluro la colpisce a poppa asportando completamente il timone di direzione squartando una stiva, in poco tempo la nave si appoggia su di un lato senza però affondare.
Dal nostro osservatorio col cannocchiale si segue le fasi del salvataggio dei naufraghi. L'equipaggio alla partenza era composto di 300 uomini e in seguito al siluramento più di 50 uomini sono feriti.
La nave rimane qualche ora in balia delle onde, senza guida e senza equipaggio.
Alle ore 19 incomincia ad imbrunire. Dalle nubi sbucano otto caccia bombardieri Tedeschi, si gettano in picchiata sulla nave lasciando cadere il loro carico di bombe, ma tutte caddero in mare sollevando alte colonne d'acqua. Alle 20.30 circa dal porto di Bastia esce un cacciatorpediniere italiano col compito di far saltare la nave a colpi di cannone. Poco dopo con pochi colpi ben centrati la nave salta in aria con grande fragore e in pochi minuti si inabissa con tutto il suo carico.
Il giorno dopo 12 settembre era domenica, in batteria arriva un ordine di appostamento della batteria in un'altra posizione. Si parte con l'autocarro e si attraversa tutta la Bastia e si giunge al reparto situato su un'altura dominante il porto. Anche qui ci danno un po' di rancio e un po' di corredo, in poco tempo si piazza la tenda e ci sistemiamo tutti molto bene; ma questo non poteva durare a lungo. Verso le ore 16 di pomeriggio iniziano le scaramucce tra Italiani e Tedeschi, in poco tempo Bastia diventa un campo di battaglia. Intanto la difesa di Bastia con raffiche di mitragliatrice abbattono due aerei da trasporto Tedeschi che volavano a bassa quota sul mare. Anche noi ci armano di moschetti e caricatori e bombe a mano, in previsione di qualche attacco.
La sparatoria dura fino le ore 19. I Tedeschi fanno saltare una polveriera con una esplosione tremenda e una buona parte delle case di Bastia subiscono gravi danni. (Si è poi saputo che la polveriera era in una località delle vicinanze del cimitero, arrecando così distruzioni tremende, scoperchiando tombe, sradicando lapidi ecc. ecc.) Più tardi ritornò tutto calmo e la notte passò molto bene.

La situazione si era mantenuta relativamente calma fino alla mattina del giorno 13, data in cui fu attuato l'attacco tedesco a Bastia. La divisione "Friuli", cui era affidato il controllo di quella parte dell'isola, riuscì a reggere l'urto fino al tardo pomeriggio. "Quando la 'Friuli' ebbe notizia che altre forze tedesche, superato il colle di S. Antonio, stavano per giungere ad Oletta minacciando di avvolgere le posizioni italiane del Teghime", fu dato l'ordine ai reparti di ritirarsi. Alle 19.30 i primi reparti germanici entrarono a Bastia7.

Ma al mattino, giorno 13, alle 6.30 un rombo di apparecchio Tedesco in picchiata ci sveglia, di corsa si va al rifugio e l'aereo scarica le bombe sui Comandi Militari. Per tutta la mattinata fu un continuo andirivieni, ora un caccia che mitraglia, ora un bombardiere e perciò è prudente rimanere al rifugio. Nel frattempo i nostri baldi soldati, a pochi Km da Bastia combattono valorosamente per respingere i Tedeschi che tentano di occupare il porto, ormai sono già accerchiati. Ma ecco che il Comando Italiano dà ordine alle truppe operanti di ripiegare. (Ecco il tradimento di quei vigliacchi Fascisti che causarono la morte di parecchie migliaia di soldati, ma ci penserà Iddio a punirli). Così i Tedeschi effettuano un forte contrattacco e i nostri soldati sono sopraffatti, e avanzano velocemente coi carri armati Tigre verso Bastia.
Noi riceviamo ordine di spostare il Reparto con tutto il materiale perché ormai le granate nemiche cadono già qua e là nelle vicinanze.

In quegli stessi giorni anche in Sardegna la situazione militare stava precipitando. Pur se ostacolata quanto possibile dai reparti italiani il 18 settembre, attraverso le Bocche di Bonifacio, la 90ª Panzergrenadierdivision, composta da oltre venticinquemila uomini, al comando del generale Carl-Hans Lungerhausen, aveva completato il trasferimento in Corsica.
Nei giorni successivi per i reparti italiani la situazione militare, in particolare sulla litoranea orientale dell'isola, si fece sempre più difficile man mano che, da Bonifacio, la Divisione corazzata tedesca, risalendo verso Bastia, si univa ai reparti della Brigata motorizzata Ss già operante in Corsica. In quei giorni tutta la zona di Bastia, Capo Corso, e del Golfo di St-Florent erano già saldamente in mano tedesca.


Noi decidiamo di fuggire alla macchia per sfuggire alla morsa dei Tedeschi. Posiamo le armi e ci avviamo a piedi con le sole coperte e altro niente. Siamo in cammino da un'oretta arriviamo in una batteria e ci fermano per consumare il rancio per poi proseguire. In apparenza era un posticino piuttosto tranquillo e anche lontano da Bastia, ma dopo mezz'ora circa siamo in allarme e subito un ordine di fuggire alla macchia anche qui i Tedeschi sono alle nostre spalle. Visto così non rimane altro da fare che fuggire alla macchia a tutta velocità (N. B. avevamo il rancio nella marmitta pronto per la distribuzione ma la fuga fu così precipitosa che non si fece tempo consumarlo).
Si cammina per ben quattro ore sempre con la paura di essere inseguiti dai Tedeschi e su su fino a duemila metri. La mulattiera era una fila sola di fuggiaschi soldati, donne, uomini, bambini e soldati feriti.
A mezzanotte ci fermiamo per riposare, le piante non mancavano per nasconderci e per preservarci dall'umidità della notte, si dormì.
Alle sei di mattino [14 settembre] col fagotto sulle spalle ci incamminiamo in direzione di S. Fiorenzo. È un paesello ai piedi dello stesso monte probabilmente non ancora occupato dai Tedeschi, si scende camminando fino a mezzogiorno. Giunti in prossimità del paese incontriamo un soldato proveniente da S. Fiorenzo e ci dice che quella località è ormai in mano ai Tedeschi.
Fu grande il nostro stupore, dopo tante ore di cammino per sfuggire alla cattura trovarsi rinchiusi senza nessun'altra via di uscita, tutto Capo Corso era ormai in mano ai Tedeschi.
Ci riposiamo qualche oretta nelle vicinanze di un ruscello, ci rinfreschiamo un po' e poi si prende la via del ritorno.
Possiamo ringraziare Iddio che i monti della Corsica sono ricchi di acqua sorgiva, molto fredda e buonissima. L'acqua è una gran bella cosa ma non basta, ci vuole pure il cibo, e noi eravamo completamente sprovvisti. Io solo portavo con me una pagnottella, ma se si mangiava subito e poi in seguito si trovava qualcos'altro? Di ora in ora l'appetito aumenta, per forza maggiore bisogna andare in cerca di qualcosa. I monti di Capo Corso sono popolati di capre, ma avvicinarle è assolutamente impossibile data la loro selvatichezza. Si cammina tutto il giorno fino all'imbrunire senza incontrare anima viva nemmeno una misera casa, niente; e allora non ci rimane che riposare sotto le stelle e al chiar di luna.
Al mattino [15 settembre] come al solito sveglia prima dell'alba e dove si va? Nessuno di noi è pratico dei luoghi e tanto meno quei pochi soldati che si incontra nel cammino e quindi ci incamminiamo a casaccio. Dopo qualche ora di cammino incontriamo dei borghesi pure loro fuggiti da Bastia e ci indicano la strada giusta per giungere al paese più vicino.
Si cammina ancora un paio d'ore e in lontananza si scorge un alto campanile circondato da piccole casette bianche, ci informiamo, siamo a Farinole. È un piccolo paese di 400 abitanti circa, con poche case. Poco lontano dal paese ci fermiamo per riposare. Ormai da vari giorni si era in cammino senza mangiare e perciò eravamo molto stanchi e per lo più affamati; non si desiderava altro che pane!! Mentre gli amici sostano, io giro qua e là in cerca almeno di un po' d'uva, ma sarà un puro caso trovarla, ormai la vendemmia è terminata. Ma ecco che dietro una piccola collina vedo un vigneto ancora intatto, non esito un solo istante, entro e mi soddisfo una buona volta. Questo fu il solo pasto di quel giorno. Alla sera molto presto si va in cerca di un posto per dormire, ci sistemiamo sotto una quercia e si dormì.
Di buon mattino [16 settembre] sveglia, si deve scendere al paese in cerca di qualcosa per mangiare a tutti i costi, io e Boido ci mettiamo in cammino, ma le ricerche sono infruttuose si trova solo poche cipolle pagate saporitamente e niente altro, e per quel giorno dovettero bastare per forza.
Capo Corso è una zona tutta montagnosa, in conseguenza la coltivazione del terreno è impossibile, il poco terreno coltivabile è sufficiente sì e no per il fabbisogno degli abitanti.
Eravamo più di 2.000 soldati alla macchia e quindi per forza maggiore si doveva rubare quella poca verdura che si trovava per non morire di fame, ma ben presto anche quella poca roba finì.
A mezzogiorno si cucina le poche cipolle, ma l'olio manca, e allora come si fa? Ma con quella fame arretrata anche senza condimento tutto è buono, basta averne. Certo che una gavetta di sole cipolle per sei persone è poco, ma è sufficiente per non morire. Si vive così per cinque giorni, di tanto in tanto si è in grado di cucinare due gavette di cipolle con zucca, e qualche volta anche fagiolini quando si trovavano. Due di noi non sono più in grado di camminare, in seguito a ferite uno sino alla gamba e l'altro a tutti e due i piedi, e così siamo ridotti in tre alla ricerca del mangiare. Io, Boido e Martinelli come tutti i giorni si scende al paese, ma ormai le gambe non reggono più dalla debolezza, eppure tocca a noi, gli altri sono fuori combattimento. Quel giorno si arriva alla base con un buon carico di fichi d'India.
Da più di un mese tutta la Corsica è colpita da grande siccità, ora il tempo comincia ad oscurarsi e si mette a piovere. Questo per noi alla macchia non ci voleva, dal momento che lassù non si trovava nessuna casa e quindi soggetti a tutte le intemperie. Il destino ci era proprio avverso, non era sufficiente la mancanza del sostentamento, ci voleva pure il tempo brutto, ma nonostante tutto non ci siamo mai persi d' animo. Piove così due giorni e due notti di seguito, poi ritornò il bel tempo che durò molti giorni.
[23 settembre] Trascorrono così 10 lunghi giorni di quei patimenti. Ora anche i rari campi di verdura sono completamente spogli, e poi i borghesi armati di fucile hanno ordine di sparare sui soldati che si trovano nei campi. In queste tristi condizioni si tratta di morire di fame, bisogna trovare una soluzione ad ogni costo, o darsi prigionieri dei Tedeschi oppure tentare di raggiungere le nostre linee; ma questo è un grande rischio poiché si tratta di attraversare una pianura minata e per lo più difesa da cannoni e moltissime mitragliatrici annidate sui monti circostanti.
Siamo al 24 Settembre. La fame ci tormenta sempre più, il viso molto scarno porta i segni delle grandi privazioni, anche la barba è molto lunga, le condizioni nostre sono pietose. Poco lontano dalla nostra dimora ci sono accampati altri soldati al comando di un Capitano, pure loro ridotti agli ultimi estremi. Il loro Comandante dà ordine ai suoi soldati di uccidere l'ultimo mulo rimasto per mangiare almeno un giorno. Nessuno di noi si azzarda di chiedere un po' di carne, ci manca il coraggio, considerando pure le loro tristi condizioni, eppure uno di noi deve tentare per forza, la fame è più forte di qualunque cosa al mondo, e per la fame si commette qualunque pazzia. Allora io mi faccio avanti e supplico quasi piangendo che si muore, un sergente maggiore vedendomi in quelle misere condizioni mi dà una buona razione di carne di mulo, e così per qualche giorno la fame sparì e ci rinforzammo un po'.
Alla sera stessa si combina con l'ufficiale di tentare di passare per la piana minata e poi raggiungere le nostre linee. Ormai sono trascorsi 11 giorni sempre con la sofferenza da un giorno all'altro di essere liberati dalle nostre truppe ma sempre invano. Decidiamo così di partire alle ore 16, siamo più di 200 al comando di un Capitano. Si prepara armi e bagagli e si parte, si prosegue in fila indiana per una mulattiera attraverso i monti. Si cammina per tre ore senza sosta, e col fardello sulle spalle e alle 19 siamo in prossimità della piana minata. Si fa tappa sotto una piccola collinetta, per non essere scoperti dal nemico e molto in silenzio si attende il favore delle tenebre per il balzo e raggiungere il lato opposto del campo minato [nei pressi di Patrimonio]. È giunta l'ora, sono le 20.30, parte la prima squadra composta non più di 10 uomini e poi a distanza di 100 metri l'una dall'altra le altre squadre; ora tocca pure a noi. Il cuore batte più forte del solito, si può essere scoperti da un momento all'altro e allora sarebbe la morte sicura. Noi eravamo al comando di un sergente maggiore. Dopo 10 minuti di cammino in mezzo ai folti cespugli perdiamo di vista la squadra che ci precede, e quindi è un' imprudenza proseguire oltre, il campo era minato, un piede in fallo poteva essere fatale.
Grazie al coraggio del sergente maggiore che avanza da solo a suo rischio e pericolo in cerca del sentiero giusto fino a quando lo rintraccia e si prosegue a carponi. Nella notte buia regna un silenzio di tomba, qua e là si sente solo il fruscio dell' erbaccia alta che viene calpestata e nessun' altro rumore. Di tanto in tanto si sosta un attimo per ascoltare, e poi si avanza indisturbati. Dopo un'oretta di grande ansia siamo al lato opposto e fuori tiro del nemico.
Siamo salvi. Si cammina per tutta la notte, ma data la grande oscurità ancora una volta perdiamo il sentiero e si entra nel cuore della macchia, avanzando con grande fatica per i folti roveti. Sono le 3 dopo mezzanotte, la stanchezza e il sonno ci avvince, è impossibile procedere oltre, e ci corichiamo in mezzo all'erbaccia. Intanto la luna fa capolino dietro a una collina e coi suoi raggi luminosi la vallata è rischiarata a giorno e ci rendiamo consapevoli della posizione precisa dove ci troviamo: siamo poco lontano dal golfo di S. Fiorenzo.
Alle 6 di mattino [26 settembre] si parte in direzione di tale località costeggiando il mare calmo e taciturno e si cammina per ben quattro ore. Alle 10 precise siamo in vista di S. Fiorenzo. In lontananza sono visibili le bianche casette che si specchiano sul mare illuminate dai raggi cocenti delle giornate di settembre. Si prosegue per un sentiero in fila indiana; ma ecco che a un tratto una granata nemica a poca distanza da noi esplode con grande fragore.
I Tedeschi situati in una collina poco lontano ci avvistano, non ci rimane altro da fare che fuggire a tutta carica in cerca di un sentiero più nascosto. Con grande cautela si giunge a S. Fiorenzo. Passiamo oltre senza fermarci.
Strada facendo sul nostro cammino sono evidenti i segni della fuga precipitosa delle nostre truppe incalzate da Tedeschi coi famosi carri armati "Tigre". Cannoni distrutti, automezzi bruciati, materiale di casermaggio sparso per le strade, baracche sfasciate, ecc...
Ci fermiamo un attimino per riposare. Fagotto sulle spalle e siamo nuovamente in cammino. Prendiamo una mulattiera come accorciatoia, ma dopo buon tratto di cammino sentiamo in lontananza delle voci di donne e ci avvisano che stiamo per entrare, senza saperlo, in un campo minato. Si cambia sentiero ringraziando quelle brave donne.
Si giunge al bivio S. Fiorenzo-Casta. Il ponte sul fiume è distrutto dai Tedeschi per ostruire il traffico delle nostre truppe, ma a piedi si attraversa comodamente e così si prosegue.
Siamo solo in tre, io, Bollito e Martinelli, gli altri sicuramente hanno cambiato strada (ci ritroviamo due giorni dopo a Casta).
Dopo un'ora di strada arriviamo a Casta. Ci interessiamo subito per la cosa più importante, per il pane, da vari giorni non si vedeva più cibo di sorta. Mi reco in un Comando Francese Degaullista e chiedo del pane, anche vecchio, duro, ammuffito, non importa. Infatti mi riempiono le tasche di pezzi di galletta (per loro erano avanzi destinati al maiale).
Una parte di quel pane era ammuffito veramente ma con quella fame tutto è buono, e poi con un po' di rancio ci siamo rimessi a posto alquanto. Non posso descrivere come è sembrato buono per noi quel pane dopo quindici giorni di assoluta mancanza, sono inutili i commenti.
Alle 15 una colonna composta di dieci autocarri ci attende e ci trasporta a Belgodere. Si viaggia più di due ore per le strade polverose e montuose della Corsica e si arriva a Belgodere. Anche questa non è la meta prefissa. Intanto proseguono allo smistamento, e noi siamo destinati a Corte.

Il giorno 13 settembre erano atterrati ad Ajaccio i primi contingenti francesi cui ne seguirono altri nei giorni successivi. Nella zona di San Fiorenzo e Casta le truppe francesi giunsero nella notte fra il 25 ed il 26 settembre. Si arrivò così a concordare una prima azione comune italo-francese per la riconquista di Bastia prevista per il 29 settembre. Le truppe tedesche stavano nel frattempo avviando un graduale esodo dal porto di Bastia. Le operazioni militari proseguirono per alcuni giorni ed il mattino del 4 ottobre Bastia era riconquistata. Secondo le fonti ufficiali, nel periodo tra il 9 settembre e il 4 ottobre, gli italiani ebbero 637 morti, 2.152 dispersi e 557 feriti fra ufficiali, sottufficiali e truppa.

Alle 15 siamo nuovamente in viaggio con l'autocarro e dopo un viaggio di 80 Km. si arriva a Corte alle ore 21.
Ormai è troppo tardi non ci rimane che di andare in cerca di un posto per dormire, ma data l'oscurità ancora una volta ci adattiamo a dormire all'aperto e sotto una pianta, tanto ormai eravamo abituati!!
Il giorno dopo, 27 settembre, dopo il primo rancio ecco un altro ordine di partenza per Calvi. Boido e gli altri compagni da soli pochi minuti sono arrivati da Belgodere e così siamo nuovamente tutti uniti. Si parte con l'autocarro per Ponte Leccia dove poi si prende il treno che ci porterà a Calvi; fino al giorno dopo non c'è treno e perciò si attende a domani. Alla sera mentre si ascoltava la Radio in una Batteria nelle vicinanze della Stazione stessa, così chiacchierando del più e del meno con un fante mi fa sapere che a Ponte Leccia si trovano pure due miei compaesani. Li mandiamo subito a chiamare.
Ecco che arriva Corsini mio amico e anche mio vicino di casa, ci procura subito del pane e del buon rancio per la sera e per il giorno dopo. La sera si trascorse in buona allegria.
Al mattino io, Boido e Bollito facciamo una visita al compaesano, si passa qualche ora lieta rievocando la nostra bella Valsesia. Ci incontriamo pure con Togna e due altri di Borgosesia. Togna essendo magazziniere mi procura un paio di scarpe nuove perché ormai le mie erano sfasciate. Dopo aver consumato il rancio tutti assieme giunge l'ora della partenza.
Sono le ore 16, Corsini [anche lui valsesiano] è alla stazione per darci un ultimo saluto, il treno fischia e lentamente parte.
Il treno a tutto vapore attraversa i monti e le valli e non si arriva mai, è a scartamento ridotto e perciò non si può pretendere una eccessiva velocità, traballa tutto ma cammina sempre. Finalmente alle 19 ci decidiamo di fare uno spuntino grazie al buon cuore di Corsini che ci procurò pane e scatolame per lo spuntino a secco. Alle 19.30 si arriva a Calvi. Ci installiamo nel Castello di Cittadella che domina tutto il paese e la grande distesa di mare tutto intorno. Qui ci fermiamo più di venti giorni aggregati in sussistenza della 2ª Compagnia di Formazione venti giorni rinchiusi nel castello senza mai uscire dalle mura, siamo troppo malconci per circolare in paese. Io ho la fortuna di uscire tutti i giorni perché sono attendente di un Sotto Tenente dell'88o Fanteria un bravo ufficiale triestino. Il rancio è discreto ma molto scarso, non c'è da lamentarsi se si pensa a quello che si è passato alla macchia.
Qui le due pagnottelle non mancano mai e perciò si vive discretamente. Io sono pure aiutante del magazziniere dei viveri e perciò qualche pagnottella in più per me c'è sempre. Anche agli amici di tanto in tanto ci passo qualche pagnottella e così in pochi giorni ci rimettiamo tutti abbastanza bene.
Il giorno 29 ottobre arriva l'ordine di imbarco a Bonifacio. Al mattino si parte alle ore 6 con l'autocarro, provvisti di viveri a secco, anche questo è un viaggio molto lungo e si arriva a Corte al pomeriggio verso le ore 15, e ci accampiamo al Comando Tappa.
Come attendente subito vado in cerca di una camera per l'ufficiale, ma in città camere disponibili non ce ne sono.
Allora ci adattiamo alla meglio al Comando Tappa stesso, ché ai suoi tempi (forse prima della guerra) era una cella per detenuti, infatti sul tavolaccio si sistemò il mio Ufficiale e io a terra. Al mattino la sveglia fu alle 5, si ricarica il vario materiale sugli autocarri e poi con l'autocolonna si parte alla volta di Bonifacio. (Questo viaggio fu il più faticoso dovendo attraversare tutta la Corsica da Capo Corso fino a Bonifacio.) Durante il viaggio ci fermiamo per consumare il rancio a secco a metà strada. Si riparte e via via fino a Bonifacio e si arriva a notte inoltrata. Ci accampiamo poco prima della città come al solito al fresco di una quercia e si dorme.
Il giorno dopo al pomeriggio ecco l'ordine dell'imbarco. Alle 14 si rientra al Porto di Bonifacio, si procede all'operazione di imbarco sulla nave traghetto. Sono le 14.30, le autorità del Porto eseguiscono una sommaria visita al materiale, che viene poi caricato sulla nave. È giunta l'ora della partenza. Il mare è molto calmo, e sulla distesa di mare in lontananza emergono i comignoli e gli alberi di una nave Tedesca affondata. Mancano pochi minuti alla partenza, con l'ululo della sirena la nave lascia la banchina e attraversa lentamente le bocche di Bonifacio. Per un buon tratto si costeggia l'isola. In lontananza si profilano le isole di Asinara e di Maddalena.
Più tardi anche la Sardegna è visibile in tutta la sua larghezza. La nave procede con manovre diverse.
Ora si costeggia l'isola di Maddalena, dove quell'impostore di Mussolini fu imprigionato e successivamente liberato da quei vigliacchi di Tedeschi, è molto visibile il palazzo dove trascorse parecchi mesi di prigionia.
Alle 16.30 precise si entra a Porto Palau, il traghetto sosta pochi minuti al largo e poi si attracca alla banchina, e si procede subito allo sbarco della truppa e del materiale.
Con lo sbarco a Palau segna l'inizio d' una vita di serena tranquillità fra gli amici della 1ª Batteria del 79 Gruppo. Ora attendiamo serenamente i nuovi eventi che ci porteranno alla vittoria finale e per la completa distruzione del Fascismo e del Nazismo.
Prego Iddio che mi assista ovunque per ritornare sano e salvo dai miei cari.
Giovanni8


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