Arrigo Gallian "Russo"

"Tre donne vestite di nero"

A cura di Tiziano Bozio Madè



"Era passato da qualche giorno l'8 settembre del 1943. Io mi trovavo alla scuola militare di alpinismo ad Aosta, come allievo ufficiale degli alpini. Ricordo che un mattino c'è stato un allarme: i tedeschi stavano risalendo dall'altra parte del Ruitor!
La situazione era assurda: soldati che scappavano, ufficiali ai quali tutto si poteva chiedere salvo ottenere indicazioni, tedeschi alleati dai quali adesso ci si doveva difendere! Se erano passati pochissimi giorni dall'armistizio anche quel pochissimo tempo era bastato per capire in quale caos si era piombati e tanto bastava per considerarsi già in completa disfatta.
Noi reclute però, non si sa come e perché, ci han fatto andare tutti su là, con un fucile, un moschetto modello 91 ed un caricatore, un unico caricatore a testa. Lungo quel ghiacciaio enorme da attraversare già salendo, senza alcun criterio e senza alcun comando preciso, in mezzo a crepacci e con i muli al seguito, incontravamo militari che scendevano, che scappavano, che correvano disordinatamente. Noi siamo arrivati fin quasi in cima, ma figurarsi, i tedeschi, armatissimi con fucili, mitragliatrici e cannoni, ci sparavano addosso, di modo che non abbiamo potuto far altro che riprendere velocemente la via della discesa.
Ad Aosta ci siamo ritrovati lì in quattro o cinque amici, tutti biellesi, a chiederci cosa fare. Si voleva stare insieme e tuttavia, nell'estrema incertezza, anche i pareri tra di noi risultarono diversi. Gli altri alla fine decisero di andare ad Ivrea a piedi, dicendo che di là avrebbero preso il treno e sarebbero tornati a casa. Io non fui assolutamente d'accordo, dissi di no, che non si offendessero se le nostre strade si dividevano, ma che sarei andato in scuderia, avrei preso un mulo e... 'E dove lo trovi un mulo e dove vai con un mulo?'. L'avrei trovato un mulo in qualche modo e anche il posto dove andare avrei trovato. Non certo in bocca ai tedeschi. E così ho fatto.
Certo, detto adesso, mi è andata anche bene, perché successivamente ho saputo che quei miei amici appena arrivati ad Ivrea furono presi e mandati tutti in Germania!
Nel frattempo la cosa era impressionante. Non esisteva più niente, il Comando non c'era più, era totale disfatta di tutto l'esercito, non più un ufficiale che dicesse qualcosa, una direttiva su cosa fare e dove andare. Le caserme venivano vuotate, la popolazione entrava e portava via di tutto. Era una cosa penosa. In questo modo anch'io sono entrato in scuderia e quel mulo me lo son preso e me lo sono bardato, sono andato in fureria e l'ho caricato con quel che trovavo: scarponi, flanelle, coperte Zegna, quelle con la stella; l'ho attrezzato bene e mi sono avviato a piedi. Non giù verso Ivrea, ma ho preso la via dei monti. Ho fatto tutta la traversata e sono arrivato a Fontanemore. Ogni volta che mi fermavo, lasciavo o una maglia o qualche cosa (o anche niente) alla gente di quelle baite, che mi aveva ospitato per qualche giorno.
Così, attraversando montagne, nell'incertezza dei momenti e raccogliendo le notizie che potevo ottenere lassù, ho passato tutto il periodo fino a metà novembre, quando sono arrivato a Crocemosso. Qui ho venduto il mulo per poco e niente, mi sono tenuto però il moschetto e sono sceso a Ponzone. Io abitavo a Ponzone in quanto mio padre lì era il direttore della Banca Sella. Era allora il 16, forse 18 novembre. Ero a casa mia!
Rimasi alcuni giorni in casa dei miei, ma anche qui, nonostante fossero passati un paio di mesi, la situazione non era affatto migliorata, anzi, quella divisa da alpino, che orgogliosamente avevo vestito, rappresentava ora un grosso problema. Per i tedeschi ed i fascisti ero diventato un nemico, mentre l'esercito italiano non esisteva più. Ho saputo allora da un ragazzo più anziano di me, uno che 'aveva fatto la Russia', che proprio lì nella nostra zona si erano costituite delle formazioni 'partigiane', gruppi che radunavano militari sbandati dell'esercito e attivisti politici, perlopiù comunisti. Questo mi ha indirizzato verso Postua. Così sono ripartito col mio cappello da alpino, zaino, mantellina, moschetto".

Una storia che comincia in modo non dissimile da tante altre, quella di Arrigo Gallian, diciannovenne recluta alpina nel 1943, coinvolto suo malgrado nel tragico vortice che prende il via in un'estate con un governo che si discioglie, un regio esercito allo sbando, tedeschi alleati prima e improvvisamente nemici poi, militi repubblicani di qua, ribelli di là. Me ne ha raccontato in alcune occasioni, su tra il folto del bosco ceduo di Moglietti, tra le pareti della baita di Paride, che fu sede nel '44 e nel '45 di uno dei diversi comandi di Gemisto.
Sorvolerò i grandi temi della guerra e della Resistenza. Degli accadimenti più particolari nelle valli Sessera e di Postua tanto è stato riportato con dovizia. Mi sono parsi invece superbamente profondi due momenti di ciò che mi ha raccontato, lontani fra di loro, eppure curiosamente intrecciati da una di quelle casualità di cui solo il destino sembra essere capace. Di essi ho inteso farne motivo principale di queste pagine.
In tutti questi anni Gallian aveva con regolarità dismesso partecipazioni attive e commemorative legate a quel periodo, come qualcosa lasciato alle spalle, ma non ha mai potuto sottrarsi agli scomodi postumi di due proiettili tedeschi andati un giorno, nella loro traiettoria, ad incappare proprio contro la sua testa. Non ha potuto nemmeno offrire prolungata "resistenza" a quanto andavo incalzando. Mi tiene a ricordare come quei pezzetti di piombo abbiano influito irrimediabilmente in termini di vuoti ed amnesie su tanta parte nella sua mente e ad essi addebita sicure imprecisioni e malaugurate confusioni. A me l'averlo voluto trascinare in percorsi da tempo abbandonati. "Non mi fu difficile arrivare a Postua e nemmeno prendere contatto con chi era già là. Ho trovato subito Gemisto, con un gruppetto di una quindicina di ragazzi, tra cui ricordo Danda, Massimo, altri di Crevacuore. Avevano un fucile mitragliatore ed altre armi, poiché nel frattempo si erano riforniti attaccando alcune caserme. Non fu difficile farmi accogliere, e fu proprio Gemisto a darmi il nome Russo, così, senza una ragione precisa, mi ha detto: 'Tu: ti chiamiamo Russo'.
Eravamo alloggiati in una casa in mezzo al paese, una villetta a due piani, ben messa, ben arredata, dai pavimenti in legno. Io dormivo in una stanzetta assieme a un inglese di nome Jim.
Con il passare dei giorni la zona era diventata un vero centro di reclutamento. E questa cosa, con tutte le sue conseguenze, noi avevamo ben presente, tanto che non potevamo non prevedere tutti i rischi cui si andava incontro.
Così ci andavamo organizzando, sia come comando che dal punto di vista della difesa militare della zona. Con noi era arrivato uno più anziano, che proveniva dalla Jugoslavia, si chiamava Vladimir, era un esperto della guerriglia, un po' duro, ma ottimo conoscitore di come si fa la guerra. Era lui che ci insegnava le varie tecniche di difesa. Ecco allora che avevamo messo delle postazioni un po' ovunque: una lungo i muretti della strada che saliva dal ponte sullo Strona, un'altra dalle parti del cimitero, che guardava al di qua del torrente, verso Guardabosone e Borgosesia. Vladimir tutte le notti faceva le sue ispezioni, girava, guardava, si accertava. Ogni tanto si partiva a 'prendere' qualche caserma, come si è fatto per Serravalle e Crevacuore, si ricuperava qualche fucile, munizioni, eccetera. Incominciavamo ad avere più reclutamenti. La formazione aumentava. C'era organizzazione. La gente ci aiutava.
Il 25 gennaio del '44 noi avevamo le postazioni regolarmente piazzate su quel muricciolo e c'era chi era comandato di guardia. Io, mi ricordo, ero su in camera quando arrivò qualcuno: 'I tedeschi! Allarme! I tedeschi!'. Senza il tempo di stare lì a pensare, mi sono preso l'elmetto di quel ragazzo inglese che era con me, me lo sono messo in testa e sono sceso di corsa verso il campo sportivo.
Erano già nei pressi dello Strona un centinaio di tedeschi, armati di armi automatiche con due autoblindo ed un carro armato Tigre, i quali, oltre che bombardare da di là del ponte, venivano su dal torrente. Bisognava sentirli, con il loro sistema di combattimento col fischietto! Un colpo, due colpi, avanti o al riparo, a seconda del comando.
Io allora come armamento avevo sei bombe a mano Balilla, una Sipe, una pistola e un moschetto, tutto con me. Corsi verso il campo del football, per andare verso quella ripa che dava sul torrente, quando disgraziatamente caddi in una buca, una buca di quelle dove mettevano il letame. Come feci per uscire, sentii una scarica passarmi sopra la testa: rataratata. I fischietti adesso erano vicinissimi, il parlare tedesco lo sentivo come da qui a lì. Fu un attimo. Presi le bombe a mano e una dopo l'altra cominciai a buttarle dall'altra parte. Dovette succedere un macello. Tra polvere e fuoco vidi pezzi che saltavano in aria, gente, sangue! Cercai di rientrare. Sennonché sulla mia corsa si parò un muricciolo alto un'ottantina di centimetri. Feci un balzo per superarlo, ma come vi saltai sopra, sentii un colpo nella testa. Un secco tam, proprio qui dietro. In un attimo la testa prese a risuonare di un concerto assordante come di campane, un rintronare ossessivo, irreale. Caddi a terra e cominciai a perdere il senso della vista, ma ebbi la reazione di tirarmi su e riuscii a trascinarmi, tribolando, con le mie forze fino alla chiesa.
Qui incontrai delle suore, che assolutamente là dentro non volevano nascondermi. Disperato, ricordo che le minacciai anche con la pistola, quando arrivò suor Teresina. Lei mi prese sotto braccio e disse: 'Venga con me!'. Mi condusse, ma forse sarebbe più giusto dire che mi trascinò quasi di peso fino all'asilo. Qui fui nascosto in un sottoscala, quello che proprio dava sull'esterno, coperto di fascine, e lì rimasi.
I tedeschi intanto erano arrivati in paese. Sentivo i loro spari, le loro bombe un po' dappertutto, però qualcuno dovette avermi visto entrare, perché con insistenza continuavano ad arrivare al cancello. Minacciando, chiedevano di farsi aprire, volevano disfare tutto, perché sapevano che io dovevo essere nascosto là e suor Teresina continuava a dire loro che lì non c'era nessuno, che se ne andassero via. Quanto devo a suor Teresina! E se ne sono andati e sono ritornati ancora cinque o sei volte, ma non mi hanno mai scoperto. E pensare che mi passavano proprio sopra la testa ed io li sentivo e se avessi potuto avrei visto ad un palmo da me i loro scarponi attraverso quella scala che aveva le alzate aperte.
Quell'elmetto preso così sbadatamente mi aveva in parte attutito il colpo, mi aveva salvato, questo è vero, ma io nel frattempo avevo ormai perso completamente la vista, non vedevo più nemmeno ad un centimetro. Mi sembrava di vomitare. Sentivo il sangue che mi colava addosso un po' dappertutto. Una cosa impressionante!
Ho vissuto allora dei momenti veramente strani, dei momenti che a tratti mi ricordo ancora oggi in modo quasi perfetto, in altri invece mi sfuggono, con dei sensi di buio ai quali non riesco, anche se mi sforzo, a dar colore. Sentivo la testa rimbombare ed un suono continuo e forte di campane. Mi trovavo in alto su una valle con un enorme canalone che correva giù in fondo e in cima, dalla parte opposta, c'erano tre orribili figure, tre donne vestite di nero, la faccia come un teschio, che mi aspettavano e che agitavano minacciosamente verso di me delle lunghe falci. La saliva mi usciva dalla bocca e scendeva, attraversando questa valle, formando una scia, che loro cercavano continuamente di tagliare, senza riuscirci.
Ero pervaso da un tremendo senso di paura, ma nello stesso momento dalla precisa volontà di non lasciarmi prendere. Dovevo sostenere una lotta tremenda per non lasciarmi tagliare quella bava che mi usciva. Mi agitavo, scartavo la scia di quelle falci e la mia bava si muoveva con me. Cercavo di sottrarmi a quelle che avevano tutta l'aria di essere per me la mia morte.
Erano immagini terribili che a volte ancora adesso, a cinquant'anni di distanza, mi capita di rivedere.
I tedeschi se ne andarono. Seppi che avevano ucciso, preso ostaggi, depredato animali, incendiato case. Ritornò la calma. La suora sapeva chi ero. Telefonò in banca a mio papà e lui venne su con un industriale suo amico, il Paletta di Ponzone, in macchina a recuperarmi, nonostante fosse pieno di tedeschi e fascisti un po' ovunque, a Crevacuore, a Pray. Riuscimmo comunque a passare. Arrivammo a Ponzone.
Io ero completamente cieco. Per non spaventare mia mamma, cercai di andare avanti deciso in casa mia, che conoscevo bene. Riuscii anche ad arrivare da solo fino al letto, ma quando arrivò il dottor Valeri e mi poté visitare, descrisse a tutti il mio stato di estrema gravità. Niente da fare, lui non era in grado, lì bisognava operare, bisognava intervenire, ma era una cosa delicatissima, urgeva una trapanazione. Disse di portarmi in qualche clinica, e al più presto.
Sul subito si era pensato a Gattinara, ma Gattinara era troppo pericoloso. Fu deciso allora di portarmi a Cossila, dove c'era una clinica e dove operava il dottor Guernieri, che era del Comitato di liberazione, un vecchio socialista, persona di grandi qualità. Qui anche lui guardò e si espresse dicendo che non c'era niente da fare, che avevo pochissime speranze e che l'unica cosa era di portarmi all'ospedale di Biella. Ma come fare? Allora mi caricarono sulla sua macchina e giù.
Riuscirono a farmi ricoverare. Messo in uno stanzino buio, un ripostiglio abbastanza fuori mano, fui visitato subito dal dottor Rivetti. Fatte le lastre, la loro analisi fu impietosa: non c'era più niente da fare, si disse. Mio padre se ne uscì disperato per Biella, mia mamma invece, con qualche impeto più reattivo, si impuntò: 'No! Lei deve operare dottore, la responsabilità è tutta mia, ma lei deve tentare!'. Così fu fatto. Venni operato, assistito con il massimo delle cure da dottori ed infermieri. Furono estratte due pallottole, una proprio dal cervello e un'altra più esterna, unitamente ad un frammento dell'elmetto.
Otto o dieci giorni rimasi nascosto in quella stanzetta, finché fu deciso di portarmi in una camera normale, con un letto per l'assistenza. Qui rimasi quattro giorni. Il quinto arrivarono due fascisti e due tedeschi a piantonarmi, da allora giorno e notte, in continuazione. Non so come abbiano potuto sapere che io ero lì ricoverato. Certo le spie lavoravano molto anche in ospedale. Fatto sta che fui individuato come un responsabile delle formazioni partigiane. Ricordo che io non vedevo ancora assolutamente nulla e loro pretendevano che mi ristabilissi, per portarmi in piazza ed essere fucilato. I medici però riuscirono sempre ad imporsi, dicendo che in quelle condizioni non potevo essere assolutamente trasportato.
La cosa si protrasse così per quasi tre mesi. I medici erano del Comitato di liberazione, dottor Bertini, dottor Bertolani ed un terzo, che così mi aiutarono. Finché un giorno dissero di provare ad alzarmi, poiché il momento più brutto sarebbe stato quello in cui avrei messo i piedi a terra e vedere la circolazione come avveniva. Io nel frattempo cominciavo ad intravvedere un po' di ombre, cominciavo a vedere qualcosa.
Passò altro tempo, fino a quando un giorno il medico mi informò che era stata organizzata la mia fuga. Sarebbe stata per la settimana successiva. Difatti il giorno stabilito arrivarono dei compagni partigiani che disarmarono fascisti e tedeschi, mi presero, mi caricarono su una macchina e finii nuovamente a Ponzone".

A Ponzone il partigiano Russo fu ospitato dapprima in casa di una famiglia di amici, ma il rischio per loro era evidentemente elevato. Venne quindi alloggiato in un ricovero ricavato oltre gli scantinati dei Botto Varionet, poco più di un pozzo, in cui rimase al sicuro per alcuni tempi, ma dove la grande umidità non era di aiuto a ristabilirsi.
In momenti diversi ritrovò invece gli accoglienti spazi della sua casa. Le particolari cure familiari risultavano efficacissime quando si trattava di sostituire fasciature ed applicare medicazioni; quantomai favorevoli poi a riprendere la piena forma. Il rischio era però grandissimo. La circospezione non poteva che essere adeguata. In una credenza nascosta alla vista da un armadio fu ricavato un rifugio. Esso rispose appieno allo scopo in un paio di perquisizioni e tuttavia le attenzioni mirate di qualche vicino ben presto portarono ad una nuova più inopportuna visita. Quel giorno una buona stella doveva splendere da quelle parti. Dentro le ostili divise di un nemico straniero c'erano altri figli di altre madri lontane, non gli inflessibili della polizia tedesca, ma ragazzi di fanteria, forse anche loro stanchi di una guerra che non li aveva del tutto pervasi di odii e rappresaglia, che da una mamma non disdegnarono un po' di cibo. Il partigiano Russo... non fu visto.
Il ragazzo riprese forze e posizione tra le sue fila. Divenne commissario di gruppo distaccamenti e successivamente commissario civile di divisione. Il partigiano Russo ebbe modo, nei mesi successivi, di sapere a quale battaglione e compagnia appartenessero e chi fossero stati quei tedeschi. "Essi - mi dice - ebbero un prezioso aiuto un anno dopo, al tempo della ritirata delle forze tedesche nella pianura vercellese". E non pagò più di tanto il solerte dirimpettaio, il quale non si era lasciato sfuggire un incauto affacciarsi da dietro le tendine di casa.
Fugge il 1944, fugge l'inverno del generale Alexander, sfuggono particolari nel racconto che si va ricostruendo, ma non il senso del vissuto: la raccolta di tanti e tanti ragazzi da avviare in montagna, la nascita del Fronte della gioventù, l'attacco al presidio di Valle Mosso, la resa di quello di Agnona, la difesa di Crevacuore, la ritirata sulle spalle di un fantastico attendente genovese, le notti rubate in montagna a giacigli improvvisati e le altre più comode sotto accoglienti lenzuola in siti amici.
Gallian mi chiama ad aiutarlo ad esprimere la profonda riconoscenza che deve alla famiglia Travostino di Crevacuore. Quando portava ancora le bende e le ferite alla testa si facevano sentire, era per lui benevola e puntuale l'ospitalità del vecchio Sarturèt, della sua Cisa, delle loro figlie. Al piano di sopra del "Caffè degli amici", immerso in quello che altri hanno definito "il ventre molle" del paese, una camera era sempre pronta per lui, con un piatto di minestra e una tonica boule d'acqua calda.
Ma la nostra storia deve andare avanti. A conquistar la primavera.

"Nei primi mesi del 1945 ricevetti l'incarico dal Comando della nostra XII divisione di interessarmi ai cambi. Io ricoprivo a quel tempo il grado di commissario civile, significa che ero come un giudice, colui il quale doveva decidere sulle cause che in guerra potevano sorgere, anche non per chiara ragione militare, ma proprio di vivere comune, dissidi tra partigiani, ruberie verso la popolazione eccetera.
Ero in ottimi rapporti con Gemisto, lo stimavo, sapevo di avere i suoi favori. Forse per tutto questo venni prescelto. Naturalmente il mio intervento non partì dal niente, ma prese attuazione dopo precedente opera diplomatica avviata attraverso i canali ecclesiastici. Diversi erano i parroci con i quali avevamo rapporti diretti, ma questa volta si erano mosse proprio le 'alte sfere' della Curia di Biella. Se non proprio il vescovo, so che c'era il monsignor Ferraris, che si interessava di quelle cose, ma io con lui direttamente non ho mai avuto a che fare.
Noi sapevamo che anche le formazioni di Moscatelli avevano avviato con successo altri scambi giù a Gattinara, alla Madonna di Rado ed altri, ma con meno formalità o in modo più sbrigativo e improvvisato, le divisioni biellesi avevano nel frattempo messo in atto. Adesso però agivamo anche noi nella direzione ufficiale dell'opera di trattativa.
Fui quindi inviato a Biella al Comando del battaglione 'Pontida', all'albergo Principe e poi in quello tedesco, direttamente a colloquio con il capitano Thun. La mia incolumità era pressoché assicurata, però ricordo che i primi momenti dentro alla villa Schneider furono di forte tensione e di ostilità, per il posto nel quale mi capitava di trovarmi e per le persone con cui dovevo avere a che fare. Intanto si sentivano lamenti in altre stanze, erano probabilmente nostri compagni che non potei vedere e che chissà quali tormenti stavano vivendo. Dovevo soffocare disparati sentimenti di pietà e di disgusto, ma soprattutto il senso di odio e la voglia magari di sopraffare quel borioso ufficiale cui mi trovavo davanti. Per lui noi eravamo dei banditi e basta ed il colloquio versò in forma di natura soltanto strettamente formale e non ci mettemmo neppure molto a combinare i dettagli per il nostro trasporto alle carceri di Torino. Era infatti là che molti dei nostri compagni partigiani e i detenuti politici erano incarcerati sotto il diretto controllo dei tedeschi.
Qualche giorno dopo, a seguito di quanto si era concordato, ci ripresentammo io e il Volante, vestiti delle nostre più belle divise ed armati di parabellum, gli unici due forse di tutte le formazioni, ben lustrati e lubrificati e con tanto di caricatore visibilmente pieno, con lo scopo preciso di far colpo su quelli della 'repubblica'. Fummo fatti salire su un camion e trasportati fino a Vercelli. Qui a sera fummo ospitati per dormire nella caserma della 'Bruno Ponzecchi'. Ci mostrarono la nostra sistemazione e noi ci distendemmo sulle brandine. Un milite, passando, ci sputò anche addosso, ma eravamo in casa loro, loro si sentivano forti e forse cercavano apposta di provocarci. Difatti il Volante sembrava scattare ogni volta con il suo mitra, cosa che io dovevo bloccare, perché reagire in due da soli là dentro voleva dire non avere il minimo scampo. La notte comunque passò ed il giorno dopo, su una camionetta con i fascisti, partimmo alla volta di Torino.
Il Comando tedesco era situato in un grande albergo, mi sembra fosse il Nazionale, tutto circondato da guardie, garitte, filo spinato, protezioni di ogni genere. Quando fummo presentati all'entrata, il Volante però non lo lasciarono entrare. 'Sent: tì stà fora, ma m'raccomant neh!' [Senti: tu stai fuori, mi raccomando, neh!] gli dissi, dato che lo conoscevo bene. Entrai così da solo, con la mia lista ben stretta delle persone che noi desideravamo avere libere. I cambi erano convenuti allora in due partigiani per un tedesco, prima si scambiavano i tedeschi e poi i fascisti, i fascisti valevano meno. Poi con quegli ufficiali sorse subito una notevole discussione, poiché loro avevano stilato un loro elenco di partigiani da liberare, mentre io avevo il mio con i miei e magari non sapevo nemmeno chi fossero quegli altri proposti dai tedeschi! Per esempio noi avevamo non so più se uno o due inglesi da tirare fuori, ma su quei nomi subito fu un secco no. I tedeschi sapevano evidentemente che questi erano ufficiali delle missioni per i lanci aerei. Allora lì, niente. Tira e molla, la tensione era altissima, ricordo che sono stato minacciato di morte non so quante volte, forse una per ogni nome che si andava a trattare. 'Noi kaputt tutti! Anche tu kaputt!' facevano loro. E io ribattevo: 'Allora kaputt i vostri che sono in nostre mani!'. C'era da sudare. Non so nemmeno se avessi paura.
Fui allora invitato a salire ad un piano superiore, in un altro ufficio e qui fui prospettato ad un ufficiale, forse era un colonnello, decisamente comunque un bel grado, il quale stava seduto dietro ad una scrivania, oltre la quale si intravvedevano le ruote di una sedia a rotelle. Questi doveva essere una persona di alto potere decisionale, più pacato però degli ufficialetti dei piani bassi. Cominciammo a parlare, dapprima in modo più distaccato poi magari un po' più precisamente, fino a quando, ad un certo punto, lui mi fece: 'Ma lei di dove è ?'. Io non potevo essere preciso, poiché era sempre meglio non dare troppe informazioni. Dissi che ero delle parti del Biellese. 'Del Biellese' lui ripeté, mentre mi guardava con attenzione. 'Sì, del Biellese orientale'. 'Del Biellese io porto ricordi' lui disse a un certo punto, mentre continuava a fissare la mia persona con insistenza, tra una pausa e l'altra.'Ha ricordi di quelle parti?' allora gli feci io. 'Ecco, guardi' e si spostò con la sedia a rotelle e mi si mostrò: era senza gambe! Ma riprese subito: 'Non vorrei dire, ma lei era a Postua al nostro attacco del mese di gennaio dello scorso anno?'. Io rimasi completamente sorpreso. Sorpreso nella curiosità di come quella persona lì davanti a me, così lontano dai nostri posti e in modo così preciso poteva farmi quelle domande, e sorpreso nel voler rispondere un liberatorio sì, che io a Postua ero stato.
Ero sinceramente in difficoltà. Di fronte a me stava però una persona che in quei pochi attimi avevo potuto giudicare corretta. Ricordo lo chiamai generale: 'Senta, generale, io ero a Postua il 25 gennaio, quando dalle autoblindo di là del ponte fummo fatti a fuoco dai tedeschi, i quali successivamente risalirono lungo la ripa dello Strona'. 'E lei era in una buca lì sopra e si è alzato ed ha lanciato diverse bombe. Io sono stato colpito!' mi disse. 'Poi lei ha fatto dietro front ed è saltato su un muretto ed anche lei è stato colpito dai nostri. Ma non l'abbiamo più trovato!'. Cercò di rizzarsi, per quel che poteva, su quella seggiola e mi tese la mano. Poi la rilasciò, dicendomi: 'Quando uno fa il suo dovere!'. Poi riprese: 'E a lei come è andata?'. 'Io ho avuto due pallottole nel cervello, una internamente e l'altra più esternamente. Sono stato operato e ricoverato diverso tempo all'ospedale di Biella e successivamente sono stato liberato da compagni partigiani'. 'Allora lei era quello piantonato e poi per liberarlo han fatto prigionieri due dei nostri!'. Ero sbalordito! Ci siamo abbracciati! Avevamo probabilmente tutti e due le lacrime agli occhi. Ci siamo lasciati.
Non dimenticherò mai quella persona e quell'incontro. E male ho fatto a non interessarmi di chi fosse. Su una sedia a rotelle alcuni mesi dopo, al tempo della liberazione, quando tutti scappavano, forse avrebbe potuto avere bisogno di me. Io una minima riconoscenza per lui la sentivo.
Con il compagno Volante fummo tradotti quindi alle 'Nuove'. Transitammo lungo i corridoi delle carceri. Era una sensazione che difficilmente saprei spiegare ad altri che non la possono avere vissuta. Tutti i detenuti che si sbracciavano e che gridavano: 'Prendi me, prendi me!'. Può darsi che sapessero del cambio, di sicuro sapevano che in altro modo le loro possibilità là dentro non erano troppe. Cercavano, per quel che potevano, di attirare l'attenzione, di farsi vedere, magari di farsi riconoscere. D'improvviso tra grida e richiami fui attirato da una voce: 'Pìjme mì! Sun da'n Pray! Sun 'l Mariùs!' [Prendi me! Sono di Pray! Sono il Mariùs]. Non l'avevo nemmeno riconosciuto sul subito quel compagno. Lui era proprio uno di quelli richiesti. Gli dissi di stare allegro, che per lui era finita quell'avventura. Alla fine con l'ufficiale tedesco arrivammo a completare l'elenco di coloro che dovevamo riportare a casa. Il nostro è vero che non rispecchiava appieno quello prestabilito, ma alla fine fu gioco dover accettare per forza qualche compromesso.
Ripartimmo alla volta di Biella che eravamo felici. Però non eravamo ancora liberi. La meta successiva era ancora il Comando tedesco prima e il Piazzo, dove fummo trattenuti in attesa della conferma che anche il nostro Comando partigiano era pronto con i prigionieri tedeschi e fascisti per lo scambio.
A questo si arrivò qualche giorno dopo al Breil, a Cossato. Era metà marzo. Lungo la strada e anche fuori del paese si erano venute a formare due ali immense di folla. Il Comitato di liberazione, attraverso quelli che operavano in borghese nelle zone, la Gap, le Sap, aveva propagandato quanto più possibile l'avvenimento, perché la presenza di tanta folla rappresentava per noi soprattutto una garanzia perché tutto andasse a buon fine, ma più di tutto diede la conferma che la popolazione stava tutta definitivamente dalla nostra parte, mentre i fascisti ed i tedeschi poterono solo constatare come per loro ogni appoggio della gente era ormai perduto.
Partigiani di qua e tedeschi di là, ci siamo salutati come si conveniva tra due formazioni in guerra ed abbiamo proceduto allo scambio: un tedesco per due partigiani. Ma non c'era tanto tempo per festeggiare, la tregua concordata non era lunga. Pochissimo passò, che prendemmo la via verso le nostre posizioni, verso le colline di Masserano.
Ma quello che più ho a malincuore è che, se anche mi sforzo, non riesco proprio a ricordare i nomi dei nostri compagni liberati! Mi chiedo come sia possibile non ricordarli, eppure, niente da fare, non ricordo proprio. Sono sicuro del Mariùs, mi sembra che c'erano anche un paio di inglesi.
La gioia non è durata tanto. Quasi subito infatti ci ritrovammo nella crudeltà di quella guerra. Dopo pochi minuti di viaggio, quando eravamo già sulle colline, fummo fermati da una nostra pattuglia lungo la strada. Io fui invitato a scendere e a guardare: in mezzo a un vigneto stavano un paio di partigiani ammazzati, orribilmente sfigurati da violenze sulla faccia, nel petto e nelle parti di sotto. Allora il Volante, che fino a lì si era trattenuto, ha cominciato a far girare in aria il suo mitra e a tutti i costi voleva tornare indietro a vedere se i fascisti erano ancora in piazza, che voleva fare una strage".

Secondo i miei intenti, la testimonianza da riportare doveva finire qui. Sarebbero bastati la drammaticità del momento della ferita con la visione successiva delle tre donne vestite di nero e gli intensi attimi dell'incontro con l'ufficiale tedesco a Torino a renderne il carattere, senza aggiungere ulteriori commenti. Questi momenti mi erano apparsi infatti tali da far scivolare in second'ordine altre parti del racconto, nelle quali il coinvolgimento era pure notevole. Poi, nel leggere e rileggere quanto trascritto, prendevano sempre più corpo la curiosità di sapere qualcosa in più di quel gruppo anonimo di persone riportate in libertà. Gallian aveva pur messo tra le avvertenze generali le eventuali imprecisioni legate al peso degli anni. Ma com'è possibile dimenticare volti e nomi?
Ecco una conclusione a questo scritto ed un regalo a Gallian: un nome ad alcune delle persone liberate quel giorno.
Da diversi libri e pubblicazioni consultati tuttavia si ricavano poche notizie. Lo scambio di Cossato, avvenuto a metà marzo 1945, pare da tutti riconosciuto come altamente rappresentativo, ma non sembra aver lasciato documentazione scritta di sé. Vi si trova menzione, note più o meno marginali, ma nessun riferimento a precisi atti o documenti. Una ricerca all'archivio dell'Istituto non ha dato risultati: tra le carte, ci sono diversi foglietti riportanti nominativi di partigiani segnalati per scambi, alcuni molto vicini al nostro, di appartenenti alla XII divisione ed indirizzati per l'interessamento personale a monsignor Ferraris; altri più distanti, soprattutto della 75a brigata e valsesiani; null'altro che ci riporti vicino a questo.
Una ricerca all'archivio dell'Istituto di Torino non ha avuto miglior esito.
Ho proceduto allora a contattare direttamente i vari Ginepro, Alexander, Sindaco, Cori, Massimo, i professori Dellavalle, Colombo, Orsi. Nessuno mi ha saputo presentare migliori indicazioni. Volante e Mariùs più non possono.
Ho raccolto un riscontro da Danda, della 50a, il quale mi ha confermato che lo scambio comprese otto partigiani, tra cui Mariùs, Crok, Risòt, Ferri. Era una prima risposta, ma nello stesso tempo una complicazione imprevista, perché Gallian mi aveva sempre attestato di venti o più partigiani liberati.
Un altro aiuto arrivava dall'ancor ardito Mauser, già comandante dell' "Adriano Boero", della 110a: "Io avevo avuto l'ordine di sorvegliare dei prigionieri che erano in nostre mani. Eravamo dislocati in una cascina nei dintorni di Masserano, dove abbiamo tenuto per alcuni giorni sei o sette tedeschi, che erano stati catturati alla Garella, e undici fascisti, presi al posto di blocco di Ponderano. I tedeschi bisognava tenerli con cura, perché si scambiavano bene e difatti le disposizioni dei nostri comandi a quei tempi erano precise per catturare tedeschi vivi.
Quando ci è arrivato il segnale, li abbiamo portati giù nella piazza del paese, bendati, e caricati su un camion, che è partito verso Cossato. Non so se poi sono stati scambiati tutti quel giorno lì; so che da qui, dalla Ratina, fino a fuori dall'altra parte di Cossato quel giorno, per un paio d'ore, per accordi tra i comandi, era stata tutta dichiarata zona franca, io però sul camion non sono salito, mi fidavo ancora poco lo stesso. È saltato su invece il prete, con una bandiera bianca che sventolava bene in vista. Ma sono passati cinquant'anni, come faccio a ricordarmi ancora! Mi ricordo che hanno liberato il Mariùs, mi sembra il Bèk, di Roasio, e il Tito, di Crevacuore".
Sei, sette tedeschi scambiati a due, più una decina di fascisti fanno di nuovo più di venti. I conti tornano. O non tornano?
Bek non ci aiuterà più nella ricerca. Tito sì: "Ero nel terzo braccio alle 'Nuove', quando un giorno mi vedo improvvisamente davanti il Russo con due tedeschi. Del distaccamento 'Fontanella' io ero il comandante e lui il commissario. Ricordo che gli ho chiesto subito se avevano preso anche lui, invece mi dice che era lì per portarmi fuori! Siamo venuti via su una camionetta io, lui, il Volante, il Mariùs e due di loro; che anzi durante la strada ogni tanto facevo anche cenno agli altri di buttare giù quelli della scorta e di filare via, ma i miei mi avevano convinto che così avremmo solo messo in pericolo gli altri compagni ancora in carcere. Ci hanno portati al Piazzo, dove ci hanno anche dato bene da mangiare quel giorno o due che siamo rimasti lì, per farci trovare ben alla via al momento dello scambio e da lì siamo usciti credo in cinque o sei per lo scambio. Oltre al Mariùs mi sembra che c'era anche il Moro. Invece a riceverci a Cossato ricordo bene che dei nostri c'era il Marabelli".
Sentiamo allora Marabelli. "Il Comando della 50a aveva mandato me, il Mimmo e il Blek a ricevere i compagni partigiani da liberare. Il posto dello scambio a Cossato era dentro la proprietà dei Porrino, nel cortile dove c'era lo stallaggio. Quel giorno lungo tutta la strada era raccolta una moltitudine impressionante di persone e tanti si accalcavano contro il grande cancello di ferro e spingevano e gridavano contro i tedeschi e i fascisti, tanto che noi avevamo anche paura che succedesse qualcosa. Ci eravamo sistemati in riga, una formazione davanti all'altra, poi il tenente fascista ha cominciato: 'Avanti il primo!' e così via. Ne saranno stati liberati circa otto dei nostri e mi ricordo che il Mariùs, per esempio, non lo avevo nemmeno riconosciuto tanto aveva la faccia gonfia dalle botte. La tregua durava un'ora o un'ora e mezzo e quindi non c'è stato molto tempo per stare lì dopo. Noi siamo ritornati subito al nostro Comando, giù alla valle di Castelletto, mentre i partigiani liberati hanno preso un'altra direzione. Sono stati liberati Mariùs, Tito e Don Chisciotte.
"Donchi" è ancora vivo ed il suo ricordo è a tratti ancora lucido. "Sì sì, era il 19 di marzo. Lo so bene perché era il giorno di San Giuseppe ed era proprio il nome di mio papà. A Cossato, lì in cima a quella salita dopo il ponte, c'era tanta gente a fare da ala allo scambio. Ci hanno liberato in dodici di noi per dodici dei loro, perché allora negli scambi eravamo già equiparati con i tedeschi, uno a uno. Io ero rinchiuso nel quarto braccio delle 'Nuove', piano terreno. Nella cella con me c'erano il Tarabbolo e il Binacchiella, di Portula, e in quella a fianco c'era il Calvi. Era esattamente il 17 marzo, a un certo momento ci vediamo davanti il Russo: 'Siamo venuti a liberarvi!'. 'Eh bene!'. Era già una bella novità pensare che ci salvavamo la pelle! Abbiamo viaggiato su una camionetta che era buio e ci hanno portato al Piazzo, dove ci han tenuto dentro ancora un'altra notte. Poi il giorno dopo ci hanno caricati e siamo venuti a Cossato per lo scambio. Lo scambio l'hanno fatto dentro nel cortile dell'albergo Marini, lì nella salita dopo il ponte, per venire verso Masserano. C'era una recinzione, un pergolato, c'era soprattutto tanta gente per la strada a vedere. E dopo siamo partiti verso Rongio e da qui ognuno ha raggiunto le sue posizioni. Per la strada ci ha anche fermato una pattuglia dei nostri per farci vedere un partigiano che avevano trovato ammazzato sotto una vigna, ma io non sono sceso a vedere.
Il fatto è che dopo cinquantadue anni non è facile ricordare i nomi dei compagni di quel giorno, anche perché magari tra di noi non tutti ci conoscevamo e nemmeno sapevamo i nostri nomi veri. Doveva esserci forse anche un comandante, Sbarazzino, ma lui non era in carcere giù a Torino, lui doveva essere alla villa Schneider, a Biella. Però non sono sicuro. Sono sicuro del Mariùs e dell'Incas".
Non ho trovato Incas. Non ho trovato traccia riportata su alcuno dei giornali dell'epoca: "Il Biellese" pare non accorgersi della guerra che gli sta attorno, "Il Lavoro Biellese" e "Cronaca Biellese" dalle loro posizioni di parte raramente entrano in particolari. Ma non potrò trascinare questo racconto più di tanto!
Dalla moglie di Mariùs ottengo una foto di colui che è quasi unanimemente riconosciuto tra i sicuri dello scambio. Lei me ne dà ulteriore conferma, ma non sa aggiungere novità oltre a quanto già conosco. L'altro in uniforme è Pittore, compagno di una sfortunata notte alla cascina Spinola, dove il distaccamento "Zoppis" fu interamente fatto prigioniero. Pochi giorni dopo le strade dei due si sarebbero divise: a Mariùs il carcere di Torino, a Pittore il tragico destino nell'eccidio di Salussola.
È questi ad indicarmi un nuovo nome fin qui non ancora accertato: Taganoff.
È un attimo contattare anche quest'ultimo. La sua è un'altra conferma: delle "Nuove", del Russo, di un viaggio di notte, del Piazzo, di Cossato, di uno scambio uno a uno e di una corsa liberatoria oltre Sostegno. Il numero? Tredici. I nomi? Si dimenticano col tempo.
Ma a Vercelli c'è un altra persona da contattare, Teresio Pareglio: "Alle 'Nuove', mi raccontava l'amico Giannetti, si vivevano momenti anche di terrore. Per invitarli a confessioni, alcuni partigiani venivano condotti apposta in una stanza dove su un tavolo stava un vassoio dentro al quale erano contenuti occhi umani! Che sapessero regolarsi! Augusta era un commissario della XII, il suo nome era tra i primi nella lista del Russo. Ma per lui non fu assolutamente possibile ottenere la libertà quel giorno".
A Cossato, dalle parti di una moderna piazza della Pace, sono andato alla ricerca di un'ultima testimonianza. Due simpatiche donnine, oculatamente mirate oltre i settanta, mi omaggiano di sbiaditi e pure volenterosi ricordi, oltre al rammarico per i mariti che non ci sono più e i quali, mi dicono, di certo avrebbero saputo aiutarmi. Poi è la volta di una arzilla anzianotta: "Oh sì, sì, era proprio qui dietro. Venga che gli faccio vedere, era proprio a casa nostra, nel cortile del nostro albergo. Ma adesso è tutto diverso neh, tutte queste case qui non c'erano e neanche questo palazzo qui. E questo era l'albergo di mio papà e là in fondo c'era il cortile, davanti al magazzino. È stato proprio là, c'era tutta una staccionata. Però quanti erano non me lo ricordo proprio, otto o dieci o forse di più. C'era di sicuro tanta gente qui nella strada, solo che adesso non c'è quasi più nessuno di allora, sono morti in tanti e quelli che stanno qui attorno sono arrivati ad abitare dopo la guerra. Ma sono passati cinquant'anni...".
È un finale ahimè conosciuto e tanto mi ha soddisfatto questo ultimo raccolto da farmi dimenticare di chiedere il nome alla gentile interlocutrice prima di salutarla.
A questo punto però mi arrendo, numeri o non numeri. La ricerca di tanti protagonisti ha finito per evidenziare quanto siano diversi i ricordi che ognuno si porta dentro e ha fatto insorgere nel contempo ulteriori discordanze e nuovi interrogativi. Ma qui noi non riscriveremo la storia né saremo tacciati di inconcludenza. Credo rimanga giusto non distrarre con appendici strascicate il valore della testimonianza di Arrigo Gallian. Forse ci sarà tempo per aggiungere nuove testimonianze. Oggi un alone di incertezza sulla genuinità di un ricordo valga a rendere più gustoso il suo sapore. A noi apprezzarlo.