Arrigo Gallian "Russo"
"Tre donne vestite di nero"
A cura di Tiziano Bozio Madè
"l'impegno", a. XVII, n. 3, dicembre 1997
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
"Era passato da qualche giorno l'8 settembre del 1943. Io mi trovavo alla scuola militare di alpinismo ad
Aosta, come allievo ufficiale degli alpini. Ricordo che un mattino c'è stato un allarme: i tedeschi stavano
risalendo dall'altra parte del Ruitor!
La situazione era assurda: soldati che scappavano, ufficiali ai quali tutto si poteva chiedere salvo
ottenere indicazioni, tedeschi alleati dai quali adesso ci si doveva difendere! Se erano passati pochissimi giorni
dall'armistizio anche quel pochissimo tempo era bastato per capire in quale caos si era piombati e tanto bastava per
considerarsi già in completa disfatta.
Noi reclute però, non si sa come e perché, ci han fatto andare tutti su là, con un fucile, un moschetto
modello 91 ed un caricatore, un unico caricatore a testa. Lungo quel ghiacciaio enorme da attraversare già salendo,
senza alcun criterio e senza alcun comando preciso, in mezzo a crepacci e con i muli al seguito, incontravamo
militari che scendevano, che scappavano, che correvano disordinatamente. Noi siamo arrivati fin quasi in cima, ma
figurarsi, i tedeschi, armatissimi con fucili, mitragliatrici e cannoni, ci sparavano addosso, di modo che non abbiamo
potuto far altro che riprendere velocemente la via della discesa.
Ad Aosta ci siamo ritrovati lì in quattro o cinque amici, tutti biellesi, a chiederci cosa fare. Si voleva
stare insieme e tuttavia, nell'estrema incertezza, anche i pareri tra di noi risultarono diversi. Gli altri alla fine
decisero di andare ad Ivrea a piedi, dicendo che di là avrebbero preso il treno e sarebbero tornati a casa. Io non
fui assolutamente d'accordo, dissi di no, che non si offendessero se le nostre strade si dividevano, ma che sarei
andato in scuderia, avrei preso un mulo e... 'E dove lo trovi un mulo e dove vai con un mulo?'. L'avrei trovato un
mulo in qualche modo e anche il posto dove andare avrei trovato. Non certo in bocca ai tedeschi. E così ho fatto.
Certo, detto adesso, mi è andata anche bene, perché successivamente ho saputo che quei miei amici
appena arrivati ad Ivrea furono presi e mandati tutti in Germania!
Nel frattempo la cosa era impressionante. Non esisteva più niente, il Comando non c'era più, era totale
disfatta di tutto l'esercito, non più un ufficiale che dicesse qualcosa, una direttiva su cosa fare e dove andare. Le
caserme venivano vuotate, la popolazione entrava e portava via di tutto. Era una cosa penosa. In questo modo anch'io
sono entrato in scuderia e quel mulo me lo son preso e me lo sono bardato, sono andato in fureria e l'ho caricato
con quel che trovavo: scarponi, flanelle, coperte Zegna, quelle con la stella; l'ho attrezzato bene e mi sono
avviato a piedi. Non giù verso Ivrea, ma ho preso la via dei monti. Ho fatto tutta la traversata e sono arrivato a
Fontanemore. Ogni volta che mi fermavo, lasciavo o una maglia o qualche cosa (o anche niente) alla gente di quelle baite,
che mi aveva ospitato per qualche giorno.
Così, attraversando montagne, nell'incertezza dei momenti e raccogliendo le notizie che potevo ottenere
lassù, ho passato tutto il periodo fino a metà novembre, quando sono arrivato a Crocemosso. Qui ho venduto il
mulo per poco e niente, mi sono tenuto però il moschetto e sono sceso a Ponzone. Io abitavo a Ponzone in quanto
mio padre lì era il direttore della Banca Sella. Era allora il 16, forse 18 novembre. Ero a casa mia!
Rimasi alcuni giorni in casa dei miei, ma anche qui, nonostante fossero passati un paio di mesi, la
situazione non era affatto migliorata, anzi, quella divisa da alpino, che orgogliosamente avevo vestito, rappresentava
ora un grosso problema. Per i tedeschi ed i fascisti ero diventato un nemico, mentre l'esercito italiano non
esisteva più. Ho saputo allora da un ragazzo più anziano di me, uno che 'aveva fatto la Russia', che proprio lì nella
nostra zona si erano costituite delle formazioni 'partigiane', gruppi che radunavano militari sbandati dell'esercito
e attivisti politici, perlopiù comunisti. Questo mi ha indirizzato verso Postua. Così sono ripartito col mio
cappello da alpino, zaino, mantellina, moschetto".
Una storia che comincia in modo non dissimile da tante altre, quella di Arrigo Gallian, diciannovenne
recluta alpina nel 1943, coinvolto suo malgrado nel tragico vortice che prende il via in un'estate con un governo che
si discioglie, un regio esercito allo sbando, tedeschi alleati prima e improvvisamente nemici poi, militi
repubblicani di qua, ribelli di là. Me ne ha raccontato in alcune occasioni, su tra il folto del bosco ceduo di Moglietti, tra
le pareti della baita di Paride, che fu sede nel '44 e nel '45 di uno dei diversi comandi di Gemisto.
Sorvolerò i grandi temi della guerra e della Resistenza. Degli accadimenti più particolari nelle valli
Sessera e di Postua tanto è stato riportato con dovizia. Mi sono parsi invece superbamente profondi due momenti di
ciò che mi ha raccontato, lontani fra di loro, eppure curiosamente intrecciati da una di quelle casualità di cui
solo il destino sembra essere capace. Di essi ho inteso farne motivo principale di queste pagine.
In tutti questi anni Gallian aveva con regolarità dismesso partecipazioni attive e commemorative legate a
quel periodo, come qualcosa lasciato alle spalle, ma non ha mai potuto sottrarsi agli scomodi postumi di due
proiettili tedeschi andati un giorno, nella loro traiettoria, ad incappare proprio contro la sua testa. Non ha potuto
nemmeno offrire prolungata "resistenza" a quanto andavo incalzando. Mi tiene a ricordare come quei pezzetti di
piombo abbiano influito irrimediabilmente in termini di vuoti ed amnesie su tanta parte nella sua mente e ad essi
addebita sicure imprecisioni e malaugurate confusioni. A me l'averlo voluto trascinare in percorsi da tempo abbandonati.
"Non mi fu difficile arrivare a Postua e nemmeno prendere contatto con chi era già là. Ho trovato subito
Gemisto, con un gruppetto di una quindicina di ragazzi, tra cui ricordo Danda, Massimo, altri di Crevacuore. Avevano
un fucile mitragliatore ed altre armi, poiché nel frattempo si erano riforniti attaccando alcune caserme. Non
fu difficile farmi accogliere, e fu proprio Gemisto a darmi il nome Russo, così, senza una ragione precisa, mi
ha detto: 'Tu: ti chiamiamo Russo'.
Eravamo alloggiati in una casa in mezzo al paese, una villetta a due piani, ben messa, ben arredata, dai
pavimenti in legno. Io dormivo in una stanzetta assieme a un inglese di nome Jim.
Con il passare dei giorni la zona era diventata un vero centro di reclutamento. E questa cosa, con tutte le
sue conseguenze, noi avevamo ben presente, tanto che non potevamo non prevedere tutti i rischi cui si andava incontro.
Così ci andavamo organizzando, sia come comando che dal punto di vista della difesa militare della zona.
Con noi era arrivato uno più anziano, che proveniva dalla Jugoslavia, si chiamava Vladimir, era un esperto della
guerriglia, un po' duro, ma ottimo conoscitore di come si fa la guerra. Era lui che ci insegnava le varie tecniche di
difesa. Ecco allora che avevamo messo delle postazioni un po' ovunque: una lungo i muretti della strada che saliva
dal ponte sullo Strona, un'altra dalle parti del cimitero, che guardava al di qua del torrente, verso Guardabosone
e Borgosesia. Vladimir tutte le notti faceva le sue ispezioni, girava, guardava, si accertava. Ogni tanto si
partiva a 'prendere' qualche caserma, come si è fatto per Serravalle e Crevacuore, si ricuperava qualche fucile,
munizioni, eccetera. Incominciavamo ad avere più reclutamenti. La formazione aumentava. C'era organizzazione. La
gente ci aiutava.
Il 25 gennaio del '44 noi avevamo le postazioni regolarmente piazzate su quel muricciolo e c'era chi era
comandato di guardia. Io, mi ricordo, ero su in camera quando arrivò qualcuno: 'I tedeschi! Allarme!
I tedeschi!'. Senza il tempo di stare lì a pensare, mi sono preso l'elmetto di quel ragazzo inglese che era con me, me lo sono
messo in testa e sono sceso di corsa verso il campo sportivo.
Erano già nei pressi dello Strona un centinaio di tedeschi, armati di armi automatiche con due autoblindo
ed un carro armato Tigre, i quali, oltre che bombardare da di là del ponte, venivano su dal torrente. Bisognava
sentirli, con il loro sistema di combattimento col fischietto! Un colpo, due colpi, avanti o al riparo, a seconda del comando.
Io allora come armamento avevo sei bombe a mano Balilla, una Sipe, una pistola e un moschetto, tutto con
me. Corsi verso il campo del football, per andare verso quella ripa che dava sul torrente, quando
disgraziatamente caddi in una buca, una buca di quelle dove mettevano il letame. Come feci per uscire, sentii una scarica
passarmi sopra la testa: rataratata. I fischietti adesso erano vicinissimi, il parlare tedesco lo sentivo come da qui a lì.
Fu un attimo. Presi le bombe a mano e una dopo l'altra cominciai a buttarle dall'altra parte. Dovette succedere
un macello. Tra polvere e fuoco vidi pezzi che saltavano in aria, gente, sangue! Cercai di rientrare. Sennonché
sulla mia corsa si parò un muricciolo alto un'ottantina di centimetri. Feci un balzo per superarlo, ma come vi
saltai sopra, sentii un colpo nella testa. Un secco tam, proprio qui dietro. In un attimo la testa prese a risuonare di
un concerto assordante come di campane, un rintronare ossessivo, irreale. Caddi a terra e cominciai a perdere
il senso della vista, ma ebbi la reazione di tirarmi su e riuscii a trascinarmi, tribolando, con le mie forze fino
alla chiesa.
Qui incontrai delle suore, che assolutamente là dentro non volevano nascondermi. Disperato, ricordo che
le minacciai anche con la pistola, quando arrivò suor Teresina. Lei mi prese sotto braccio e disse: 'Venga con
me!'. Mi condusse, ma forse sarebbe più giusto dire che mi trascinò quasi di peso fino all'asilo. Qui fui nascosto
in un sottoscala, quello che proprio dava sull'esterno, coperto di fascine, e lì rimasi.
I tedeschi intanto erano arrivati in paese. Sentivo i loro spari, le loro bombe un po' dappertutto, però
qualcuno dovette avermi visto entrare, perché con insistenza continuavano ad arrivare al cancello. Minacciando,
chiedevano di farsi aprire, volevano disfare tutto, perché sapevano che io dovevo essere nascosto là e suor Teresina
continuava a dire loro che lì non c'era nessuno, che se ne andassero via. Quanto devo a suor Teresina! E se ne sono
andati e sono ritornati ancora cinque o sei volte, ma non mi hanno mai scoperto. E pensare che mi passavano
proprio sopra la testa ed io li sentivo e se avessi potuto avrei visto ad un palmo da me i loro scarponi attraverso
quella scala che aveva le alzate aperte.
Quell'elmetto preso così sbadatamente mi aveva in parte attutito il colpo, mi aveva salvato, questo è vero,
ma io nel frattempo avevo ormai perso completamente la vista, non vedevo più nemmeno ad un centimetro.
Mi sembrava di vomitare. Sentivo il sangue che mi colava addosso un po' dappertutto. Una cosa impressionante!
Ho vissuto allora dei momenti veramente strani, dei momenti che a tratti mi ricordo ancora oggi in modo
quasi perfetto, in altri invece mi sfuggono, con dei sensi di buio ai quali non riesco, anche se mi sforzo, a dar
colore. Sentivo la testa rimbombare ed un suono continuo e forte di campane. Mi trovavo in alto su una valle con
un enorme canalone che correva giù in fondo e in cima, dalla parte opposta, c'erano tre orribili figure, tre
donne vestite di nero, la faccia come un teschio, che mi aspettavano e che agitavano minacciosamente verso di me
delle lunghe falci. La saliva mi usciva dalla bocca e scendeva, attraversando questa valle, formando una scia, che
loro cercavano continuamente di tagliare, senza riuscirci.
Ero pervaso da un tremendo senso di paura, ma nello stesso momento dalla precisa volontà di non
lasciarmi prendere. Dovevo sostenere una lotta tremenda per non lasciarmi tagliare quella bava che mi usciva. Mi
agitavo, scartavo la scia di quelle falci e la mia bava si muoveva con me. Cercavo di sottrarmi a quelle che avevano
tutta l'aria di essere per me la mia morte.
Erano immagini terribili che a volte ancora adesso, a cinquant'anni di distanza, mi capita di rivedere.
I tedeschi se ne andarono. Seppi che avevano ucciso, preso ostaggi, depredato animali, incendiato case.
Ritornò la calma. La suora sapeva chi ero. Telefonò in banca a mio papà e lui venne su con un industriale suo amico,
il Paletta di Ponzone, in macchina a recuperarmi, nonostante fosse pieno di tedeschi e fascisti un po' ovunque,
a Crevacuore, a Pray. Riuscimmo comunque a passare. Arrivammo a Ponzone.
Io ero completamente cieco. Per non spaventare mia mamma, cercai di andare avanti deciso in casa mia,
che conoscevo bene. Riuscii anche ad arrivare da solo fino al letto, ma quando arrivò il dottor Valeri e mi poté
visitare, descrisse a tutti il mio stato di estrema gravità. Niente da fare, lui non era in grado, lì bisognava operare,
bisognava intervenire, ma era una cosa delicatissima, urgeva una trapanazione. Disse di portarmi in qualche clinica, e
al più presto.
Sul subito si era pensato a Gattinara, ma Gattinara era troppo pericoloso. Fu deciso allora di portarmi a
Cossila, dove c'era una clinica e dove operava il dottor Guernieri, che era del Comitato di liberazione, un vecchio
socialista, persona di grandi qualità. Qui anche lui guardò e si espresse dicendo che non c'era niente da fare, che
avevo pochissime speranze e che l'unica cosa era di portarmi all'ospedale di Biella. Ma come fare? Allora mi
caricarono sulla sua macchina e giù.
Riuscirono a farmi ricoverare. Messo in uno stanzino buio, un ripostiglio abbastanza fuori mano, fui
visitato subito dal dottor Rivetti. Fatte le lastre, la loro analisi fu impietosa: non c'era più niente da fare, si disse. Mio
padre se ne uscì disperato per Biella, mia mamma invece, con qualche impeto più reattivo, si impuntò: 'No! Lei
deve operare dottore, la responsabilità è tutta mia, ma lei deve tentare!'. Così fu fatto. Venni operato, assistito con
il massimo delle cure da dottori ed infermieri. Furono estratte due pallottole, una proprio dal cervello e
un'altra più esterna, unitamente ad un frammento dell'elmetto.
Otto o dieci giorni rimasi nascosto in quella stanzetta, finché fu deciso di portarmi in una camera normale,
con un letto per l'assistenza. Qui rimasi quattro giorni. Il quinto arrivarono due fascisti e due tedeschi a
piantonarmi, da allora giorno e notte, in continuazione. Non so come abbiano potuto sapere che io ero lì ricoverato. Certo
le spie lavoravano molto anche in ospedale. Fatto sta che fui individuato come un responsabile delle
formazioni partigiane. Ricordo che io non vedevo ancora assolutamente nulla e loro pretendevano che mi ristabilissi,
per portarmi in piazza ed essere fucilato. I medici però riuscirono sempre ad imporsi, dicendo che in quelle
condizioni non potevo essere assolutamente trasportato.
La cosa si protrasse così per quasi tre mesi. I medici erano del Comitato di liberazione, dottor Bertini,
dottor Bertolani ed un terzo, che così mi aiutarono. Finché un giorno dissero di provare ad alzarmi, poiché il
momento più brutto sarebbe stato quello in cui avrei messo i piedi a terra e vedere la circolazione come avveniva. Io
nel frattempo cominciavo ad intravvedere un po' di ombre, cominciavo a vedere qualcosa.
Passò altro tempo, fino a quando un giorno il medico mi informò che era stata organizzata la mia fuga.
Sarebbe stata per la settimana successiva. Difatti il giorno stabilito arrivarono dei compagni partigiani che
disarmarono fascisti e tedeschi, mi presero, mi caricarono su una macchina e finii nuovamente a Ponzone".
A Ponzone il partigiano Russo fu ospitato dapprima in casa di una famiglia di amici, ma il rischio per loro
era evidentemente elevato. Venne quindi alloggiato in un ricovero ricavato oltre gli scantinati dei Botto
Varionet, poco più di un pozzo, in cui rimase al sicuro per alcuni tempi, ma dove la grande umidità non era di aiuto
a ristabilirsi.
In momenti diversi ritrovò invece gli accoglienti spazi della sua casa. Le particolari cure familiari
risultavano efficacissime quando si trattava di sostituire fasciature ed applicare medicazioni; quantomai favorevoli poi
a riprendere la piena forma. Il rischio era però grandissimo. La circospezione non poteva che essere adeguata.
In una credenza nascosta alla vista da un armadio fu ricavato un rifugio. Esso rispose appieno allo scopo in un
paio di perquisizioni e tuttavia le attenzioni mirate di qualche vicino ben presto portarono ad una nuova più
inopportuna visita. Quel giorno una buona stella doveva splendere da quelle parti. Dentro le ostili divise di un nemico
straniero c'erano altri figli di altre madri lontane, non gli inflessibili della polizia tedesca, ma ragazzi di fanteria,
forse anche loro stanchi di una guerra che non li aveva del tutto pervasi di odii e rappresaglia, che da una mamma
non disdegnarono un po' di cibo. Il partigiano Russo... non fu visto.
Il ragazzo riprese forze e posizione tra le sue fila. Divenne commissario di gruppo distaccamenti
e successivamente commissario civile di divisione. Il partigiano Russo ebbe modo, nei mesi successivi, di
sapere a quale battaglione e compagnia appartenessero e chi fossero stati quei tedeschi. "Essi - mi dice - ebbero
un prezioso aiuto un anno dopo, al tempo della ritirata delle forze tedesche nella pianura vercellese". E non
pagò più di tanto il solerte dirimpettaio, il quale non si era lasciato sfuggire un incauto affacciarsi da dietro le
tendine di casa.
Fugge il 1944, fugge l'inverno del generale Alexander, sfuggono particolari nel racconto che si va
ricostruendo, ma non il senso del vissuto: la raccolta di tanti e tanti ragazzi da avviare in montagna, la nascita del Fronte
della gioventù, l'attacco al presidio di Valle Mosso, la resa di quello di Agnona, la difesa di Crevacuore, la ritirata
sulle spalle di un fantastico attendente genovese, le notti rubate in montagna a giacigli improvvisati e le altre
più comode sotto accoglienti lenzuola in siti amici.
Gallian mi chiama ad aiutarlo ad esprimere la profonda riconoscenza che deve alla famiglia Travostino
di Crevacuore. Quando portava ancora le bende e le ferite alla testa si facevano sentire, era per lui benevola
e puntuale l'ospitalità del vecchio
Sarturèt, della sua Cisa, delle loro figlie. Al piano di sopra del "Caffè degli
amici", immerso in quello che altri hanno definito "il ventre molle" del paese, una camera era sempre pronta
per lui, con un piatto di minestra e una tonica
boule d'acqua calda.
Ma la nostra storia deve andare avanti. A conquistar la primavera.
"Nei primi mesi del 1945 ricevetti l'incarico dal Comando della nostra XII divisione di interessarmi ai
cambi. Io ricoprivo a quel tempo il grado di commissario civile, significa che ero come un giudice, colui il quale
doveva decidere sulle cause che in guerra potevano sorgere, anche non per chiara ragione militare, ma proprio di
vivere comune, dissidi tra partigiani, ruberie verso la popolazione eccetera.
Ero in ottimi rapporti con Gemisto, lo stimavo, sapevo di avere i suoi favori. Forse per tutto questo venni
prescelto. Naturalmente il mio intervento non partì dal niente, ma prese attuazione dopo precedente opera
diplomatica avviata attraverso i canali ecclesiastici. Diversi erano i parroci con i quali avevamo rapporti diretti, ma
questa volta si erano mosse proprio le 'alte sfere' della Curia di Biella. Se non proprio il vescovo, so che c'era il
monsignor Ferraris, che si interessava di quelle cose, ma io con lui direttamente non ho mai avuto a che fare.
Noi sapevamo che anche le formazioni di Moscatelli avevano avviato con successo altri scambi giù a
Gattinara, alla Madonna di Rado ed altri, ma con meno formalità o in modo più sbrigativo e improvvisato, le divisioni
biellesi avevano nel frattempo messo in atto. Adesso però agivamo anche noi nella direzione ufficiale dell'opera di trattativa.
Fui quindi inviato a Biella al Comando del battaglione 'Pontida', all'albergo Principe e poi in quello
tedesco, direttamente a colloquio con il capitano Thun. La mia incolumità era pressoché assicurata, però ricordo che
i primi momenti dentro alla villa Schneider furono di forte tensione e di ostilità, per il posto nel quale mi
capitava di trovarmi e per le persone con cui dovevo avere a che fare. Intanto si sentivano lamenti in altre stanze,
erano probabilmente nostri compagni che non potei vedere e che chissà quali tormenti stavano vivendo. Dovevo
soffocare disparati sentimenti di pietà e di disgusto, ma soprattutto il senso di odio e la voglia magari di sopraffare
quel borioso ufficiale cui mi trovavo davanti. Per lui noi eravamo dei banditi e basta ed il colloquio versò in forma
di natura soltanto strettamente formale e non ci mettemmo neppure molto a combinare i dettagli per il nostro
trasporto alle carceri di Torino. Era infatti là che molti dei nostri compagni partigiani e i detenuti politici erano
incarcerati sotto il diretto controllo dei tedeschi.
Qualche giorno dopo, a seguito di quanto si era concordato, ci ripresentammo io e il Volante, vestiti delle
nostre più belle divise ed armati di parabellum, gli unici due forse di tutte le formazioni, ben lustrati e lubrificati e
con tanto di caricatore visibilmente pieno, con lo scopo preciso di far colpo su quelli della 'repubblica'. Fummo
fatti salire su un camion e trasportati fino a Vercelli. Qui a sera fummo ospitati per dormire nella caserma della
'Bruno Ponzecchi'. Ci mostrarono la nostra sistemazione e noi ci distendemmo sulle brandine. Un milite, passando,
ci sputò anche addosso, ma eravamo in casa loro, loro si sentivano forti e forse cercavano apposta di
provocarci. Difatti il Volante sembrava scattare ogni volta con il suo mitra, cosa che io dovevo bloccare, perché reagire
in due da soli là dentro voleva dire non avere il minimo scampo. La notte comunque passò ed il giorno dopo, su
una camionetta con i fascisti, partimmo alla volta di Torino.
Il Comando tedesco era situato in un grande albergo, mi sembra fosse il Nazionale, tutto circondato da
guardie, garitte, filo spinato, protezioni di ogni genere. Quando fummo presentati all'entrata, il Volante però non lo
lasciarono entrare. 'Sent: tì stà fora, ma m'raccomant
neh!' [Senti: tu stai fuori, mi raccomando, neh!] gli dissi, dato che
lo conoscevo bene. Entrai così da solo, con la mia lista ben stretta delle persone che noi desideravamo avere
libere. I cambi erano convenuti allora in due partigiani per un tedesco, prima si scambiavano i tedeschi e poi i
fascisti, i fascisti valevano meno. Poi con quegli ufficiali sorse subito una notevole discussione, poiché loro
avevano stilato un loro elenco di partigiani da liberare, mentre io avevo il mio con i miei e magari non sapevo
nemmeno chi fossero quegli altri proposti dai tedeschi! Per esempio noi avevamo non so più se uno o due inglesi da
tirare fuori, ma su quei nomi subito fu un secco no. I tedeschi sapevano evidentemente che questi erano ufficiali
delle missioni per i lanci aerei. Allora lì, niente. Tira e molla, la tensione era altissima, ricordo che sono stato
minacciato di morte non so quante volte, forse una per ogni nome che si andava a trattare. 'Noi kaputt tutti! Anche tu
kaputt!' facevano loro. E io ribattevo: 'Allora kaputt i vostri che sono in nostre mani!'. C'era da sudare. Non so
nemmeno se avessi paura.
Fui allora invitato a salire ad un piano superiore, in un altro ufficio e qui fui prospettato ad un ufficiale,
forse era un colonnello, decisamente comunque un bel grado, il quale stava seduto dietro ad una scrivania, oltre la
quale si intravvedevano le ruote di una sedia a rotelle. Questi doveva essere una persona di alto potere decisionale,
più pacato però degli ufficialetti dei piani bassi. Cominciammo a parlare, dapprima in modo più distaccato poi
magari un po' più precisamente, fino a quando, ad un certo punto, lui mi fece: 'Ma lei di dove è ?'. Io non potevo
essere preciso, poiché era sempre meglio non dare troppe informazioni. Dissi che ero delle parti del Biellese.
'Del Biellese' lui ripeté, mentre mi guardava con attenzione. 'Sì, del Biellese orientale'. 'Del Biellese io porto
ricordi' lui disse a un certo punto, mentre continuava a fissare la mia persona con insistenza, tra una pausa e
l'altra.'Ha ricordi di quelle parti?' allora gli feci io. 'Ecco, guardi' e si spostò con la sedia a rotelle e mi si mostrò: era
senza gambe! Ma riprese subito: 'Non vorrei dire, ma lei era a Postua al nostro attacco del mese di gennaio dello
scorso anno?'. Io rimasi completamente sorpreso. Sorpreso nella curiosità di come quella persona lì davanti a me,
così lontano dai nostri posti e in modo così preciso poteva farmi quelle domande, e sorpreso nel voler rispondere
un liberatorio sì, che io a Postua ero stato.
Ero sinceramente in difficoltà. Di fronte a me stava però una persona che in quei pochi attimi avevo potuto
giudicare corretta. Ricordo lo chiamai generale: 'Senta, generale, io ero a Postua il 25 gennaio, quando
dalle autoblindo di là del ponte fummo fatti a fuoco dai tedeschi, i quali successivamente risalirono lungo la ripa
dello Strona'. 'E lei era in una buca lì sopra e si è alzato ed ha lanciato diverse bombe. Io sono stato colpito!' mi
disse. 'Poi lei ha fatto dietro front ed è saltato su un muretto ed anche lei è stato colpito dai nostri. Ma non
l'abbiamo più trovato!'. Cercò di rizzarsi, per quel che poteva, su quella seggiola e mi tese la mano. Poi la rilasciò,
dicendomi: 'Quando uno fa il suo dovere!'. Poi riprese: 'E a lei come è andata?'. 'Io ho avuto due pallottole nel
cervello, una internamente e l'altra più esternamente. Sono stato operato e ricoverato diverso tempo all'ospedale di
Biella e successivamente sono stato liberato da compagni partigiani'. 'Allora lei era quello piantonato e poi per
liberarlo han fatto prigionieri due dei nostri!'. Ero sbalordito! Ci siamo abbracciati! Avevamo probabilmente tutti e
due le lacrime agli occhi. Ci siamo lasciati.
Non dimenticherò mai quella persona e quell'incontro. E male ho fatto a non interessarmi di chi fosse. Su
una sedia a rotelle alcuni mesi dopo, al tempo della liberazione, quando tutti scappavano, forse avrebbe potuto
avere bisogno di me. Io una minima riconoscenza per lui la sentivo.
Con il compagno Volante fummo tradotti quindi alle 'Nuove'. Transitammo lungo i corridoi delle carceri.
Era una sensazione che difficilmente saprei spiegare ad altri che non la possono avere vissuta. Tutti i detenuti
che si sbracciavano e che gridavano: 'Prendi me, prendi me!'. Può darsi che sapessero del cambio, di sicuro
sapevano che in altro modo le loro possibilità là dentro non erano troppe. Cercavano, per quel che potevano, di
attirare l'attenzione, di farsi vedere, magari di farsi riconoscere. D'improvviso tra grida e richiami fui attirato da
una voce: 'Pìjme mì! Sun da'n Pray! Sun 'l
Mariùs!' [Prendi me! Sono di Pray! Sono il Mariùs]. Non l'avevo
nemmeno riconosciuto sul subito quel compagno. Lui era proprio uno di quelli richiesti. Gli dissi di stare allegro, che
per lui era finita quell'avventura. Alla fine con l'ufficiale tedesco arrivammo a completare l'elenco di coloro
che dovevamo riportare a casa. Il nostro è vero che non rispecchiava appieno quello prestabilito, ma alla fine fu
gioco dover accettare per forza qualche compromesso.
Ripartimmo alla volta di Biella che eravamo felici. Però non eravamo ancora liberi. La meta successiva
era ancora il Comando tedesco prima e il Piazzo, dove fummo trattenuti in attesa della conferma che anche il
nostro Comando partigiano era pronto con i prigionieri tedeschi e fascisti per lo scambio.
A questo si arrivò qualche giorno dopo
al Breil, a Cossato. Era metà marzo. Lungo la strada e anche fuori
del paese si erano venute a formare due ali immense di folla. Il Comitato di liberazione, attraverso quelli che
operavano in borghese nelle zone, la Gap, le Sap, aveva propagandato quanto più possibile l'avvenimento, perché la
presenza di tanta folla rappresentava per noi soprattutto una garanzia perché tutto andasse a buon fine, ma più di tutto
diede la conferma che la popolazione stava tutta definitivamente dalla nostra parte, mentre i fascisti ed i tedeschi
poterono solo constatare come per loro ogni appoggio della gente era ormai perduto.
Partigiani di qua e tedeschi di là, ci siamo salutati come si conveniva tra due formazioni in guerra ed
abbiamo proceduto allo scambio: un tedesco per due partigiani. Ma non c'era tanto tempo per festeggiare, la tregua
concordata non era lunga. Pochissimo passò, che prendemmo la via verso le nostre posizioni, verso le colline di Masserano.
Ma quello che più ho a malincuore è che, se anche mi sforzo, non riesco proprio a ricordare i nomi dei
nostri compagni liberati! Mi chiedo come sia possibile non ricordarli, eppure, niente da fare, non ricordo proprio.
Sono sicuro del Mariùs, mi sembra che c'erano anche un paio di inglesi.
La gioia non è durata tanto. Quasi subito infatti ci ritrovammo nella crudeltà di quella guerra. Dopo
pochi minuti di viaggio, quando eravamo già sulle colline, fummo fermati da una nostra pattuglia lungo la strada.
Io fui invitato a scendere e a guardare: in mezzo a un vigneto stavano un paio di partigiani ammazzati,
orribilmente sfigurati da violenze sulla faccia, nel petto e nelle parti di sotto. Allora il Volante, che fino a lì si era
trattenuto, ha cominciato a far girare in aria il suo mitra e a tutti i costi voleva tornare indietro a vedere se i fascisti
erano ancora in piazza, che voleva fare una strage".
Secondo i miei intenti, la testimonianza da riportare doveva finire qui. Sarebbero bastati la drammaticità
del momento della ferita con la visione successiva delle tre donne vestite di nero e gli intensi attimi dell'incontro
con l'ufficiale tedesco a Torino a renderne il carattere, senza aggiungere ulteriori commenti. Questi momenti
mi erano apparsi infatti tali da far scivolare in second'ordine altre parti del racconto, nelle quali il
coinvolgimento era pure notevole. Poi, nel leggere e rileggere quanto trascritto, prendevano sempre più corpo la curiosità
di sapere qualcosa in più di quel gruppo anonimo di persone riportate in libertà. Gallian aveva pur messo tra
le avvertenze generali le eventuali imprecisioni legate al peso degli anni. Ma com'è possibile dimenticare volti
e nomi?
Ecco una conclusione a questo scritto ed un regalo a Gallian: un nome ad alcune delle persone liberate
quel giorno.
Da diversi libri e pubblicazioni consultati tuttavia si ricavano poche notizie. Lo scambio di Cossato,
avvenuto a metà marzo 1945, pare da tutti riconosciuto come altamente rappresentativo, ma non sembra aver
lasciato documentazione scritta di sé. Vi si trova menzione, note più o meno marginali, ma nessun riferimento a
precisi atti o documenti. Una ricerca all'archivio dell'Istituto non ha dato risultati: tra le carte, ci sono diversi
foglietti riportanti nominativi di partigiani segnalati per scambi, alcuni molto vicini al nostro, di appartenenti alla
XII divisione ed indirizzati per l'interessamento personale a monsignor Ferraris; altri più distanti, soprattutto
della 75a brigata e valsesiani; null'altro che ci riporti vicino a questo.
Una ricerca all'archivio dell'Istituto di Torino non ha avuto miglior esito.
Ho proceduto allora a contattare direttamente i vari Ginepro,
Alexander, Sindaco, Cori, Massimo, i
professori Dellavalle, Colombo, Orsi. Nessuno mi ha saputo presentare migliori indicazioni.
Volante e Mariùs più non possono.
Ho raccolto un riscontro da Danda, della
50a, il quale mi ha confermato che lo scambio comprese otto
partigiani, tra cui Mariùs, Crok, Risòt, Ferri. Era una prima risposta, ma nello stesso tempo una complicazione
imprevista, perché Gallian mi aveva sempre attestato di venti o più partigiani liberati.
Un altro aiuto arrivava dall'ancor ardito Mauser, già comandante dell' "Adriano Boero", della
110a: "Io avevo avuto l'ordine di sorvegliare dei prigionieri che erano in nostre mani. Eravamo dislocati in una cascina nei
dintorni di Masserano, dove abbiamo tenuto per alcuni giorni sei o sette tedeschi, che erano stati catturati alla
Garella, e undici fascisti, presi al posto di blocco di Ponderano. I tedeschi bisognava tenerli con cura, perché si
scambiavano bene e difatti le disposizioni dei nostri comandi a quei tempi erano precise per catturare tedeschi vivi.
Quando ci è arrivato il segnale, li abbiamo portati giù nella piazza del paese, bendati, e caricati su un
camion, che è partito verso Cossato. Non so se poi sono stati scambiati tutti quel giorno lì; so che da qui, dalla
Ratina, fino a fuori dall'altra parte di Cossato quel giorno, per un paio d'ore, per accordi tra i comandi, era stata
tutta dichiarata zona franca, io però sul camion non sono salito, mi fidavo ancora poco lo stesso. È saltato su
invece il prete, con una bandiera bianca che sventolava bene in vista. Ma sono passati cinquant'anni, come faccio
a ricordarmi ancora! Mi ricordo che hanno liberato il Mariùs, mi sembra il Bèk, di Roasio, e il Tito, di
Crevacuore".
Sei, sette tedeschi scambiati a due, più una decina di fascisti fanno di nuovo più di venti. I conti tornano. O
non tornano?
Bek non ci aiuterà più nella ricerca. Tito sì: "Ero nel terzo braccio alle 'Nuove', quando un giorno mi
vedo improvvisamente davanti il Russo con due tedeschi. Del distaccamento 'Fontanella' io ero il comandante e
lui il commissario. Ricordo che gli ho chiesto subito se avevano preso anche lui, invece mi dice che era lì per
portarmi fuori! Siamo venuti via su una camionetta io, lui, il Volante, il Mariùs e due di loro; che anzi durante la
strada ogni tanto facevo anche cenno agli altri di buttare giù quelli della scorta e di filare via, ma i miei mi
avevano convinto che così avremmo solo messo in pericolo gli altri compagni ancora in carcere. Ci hanno portati al
Piazzo, dove ci hanno anche dato bene da mangiare quel giorno o due che siamo rimasti lì, per farci trovare ben alla
via al momento dello scambio e da lì siamo usciti credo in cinque o sei per lo scambio. Oltre al Mariùs mi
sembra che c'era anche il Moro. Invece a riceverci a Cossato ricordo bene che dei nostri c'era il Marabelli".
Sentiamo allora Marabelli. "Il Comando della
50a aveva mandato me, il Mimmo e il Blek a ricevere i
compagni partigiani da liberare. Il posto dello scambio a Cossato era dentro la proprietà dei Porrino, nel cortile dove
c'era lo stallaggio. Quel giorno lungo tutta la strada era raccolta una moltitudine impressionante di persone e tanti
si accalcavano contro il grande cancello di ferro e spingevano e gridavano contro i tedeschi e i fascisti, tanto
che noi avevamo anche paura che succedesse qualcosa. Ci eravamo sistemati in riga, una formazione davanti
all'altra, poi il tenente fascista ha cominciato: 'Avanti il primo!' e così via. Ne saranno stati liberati circa otto dei
nostri e mi ricordo che il Mariùs, per esempio, non lo avevo nemmeno riconosciuto tanto aveva la faccia gonfia
dalle botte. La tregua durava un'ora o un'ora e mezzo e quindi non c'è stato molto tempo per stare lì dopo. Noi
siamo ritornati subito al nostro Comando, giù alla valle di Castelletto, mentre i partigiani liberati hanno preso
un'altra direzione. Sono stati liberati Mariùs, Tito e Don Chisciotte.
"Donchi" è ancora vivo ed il suo ricordo è a tratti ancora lucido. "Sì sì, era il 19 di marzo. Lo so bene
perché era il giorno di San Giuseppe ed era proprio il nome di mio papà. A Cossato, lì in cima a quella salita dopo il
ponte, c'era tanta gente a fare da ala allo scambio. Ci hanno liberato in dodici di noi per dodici dei loro, perché
allora negli scambi eravamo già equiparati con i tedeschi, uno a uno. Io ero rinchiuso nel quarto braccio delle
'Nuove', piano terreno. Nella cella con me c'erano il Tarabbolo e il Binacchiella, di Portula, e in quella a fianco c'era
il Calvi. Era esattamente il 17 marzo, a un certo momento ci vediamo davanti il Russo: 'Siamo venuti a
liberarvi!'. 'Eh bene!'. Era già una bella novità pensare che ci salvavamo la pelle! Abbiamo viaggiato su una camionetta
che era buio e ci hanno portato al Piazzo, dove ci han tenuto dentro ancora un'altra notte. Poi il giorno dopo ci
hanno caricati e siamo venuti a Cossato per lo scambio. Lo scambio l'hanno fatto dentro nel cortile dell'albergo
Marini, lì nella salita dopo il ponte, per venire verso Masserano. C'era una recinzione, un pergolato, c'era
soprattutto tanta gente per la strada a vedere. E dopo siamo partiti verso Rongio e da qui ognuno ha raggiunto le sue
posizioni. Per la strada ci ha anche fermato una pattuglia dei nostri per farci vedere un partigiano che avevano
trovato ammazzato sotto una vigna, ma io non sono sceso a vedere.
Il fatto è che dopo cinquantadue anni non è facile ricordare i nomi dei compagni di quel giorno, anche
perché magari tra di noi non tutti ci conoscevamo e nemmeno sapevamo i nostri nomi veri. Doveva esserci forse
anche un comandante, Sbarazzino, ma lui non era in carcere giù a Torino, lui doveva essere alla villa Schneider, a
Biella. Però non sono sicuro. Sono sicuro del Mariùs e dell'Incas".
Non ho trovato Incas. Non ho trovato traccia riportata su alcuno dei giornali dell'epoca: "Il Biellese" pare
non accorgersi della guerra che gli sta attorno, "Il Lavoro Biellese" e "Cronaca Biellese" dalle loro posizioni di
parte raramente entrano in particolari. Ma non potrò trascinare questo racconto più di tanto!
Dalla moglie di Mariùs ottengo una foto di colui che è quasi unanimemente riconosciuto tra i sicuri dello
scambio. Lei me ne dà ulteriore conferma, ma non sa aggiungere novità oltre a quanto già conosco. L'altro in
uniforme è Pittore, compagno di una sfortunata notte alla cascina Spinola, dove il distaccamento "Zoppis" fu
interamente fatto prigioniero. Pochi giorni dopo le strade dei due si sarebbero divise: a Mariùs il carcere di Torino, a Pittore
il tragico destino nell'eccidio di Salussola.
È questi ad indicarmi un nuovo nome fin qui non ancora accertato: Taganoff.
È un attimo contattare anche quest'ultimo. La sua è un'altra conferma: delle "Nuove", del Russo, di un
viaggio di notte, del Piazzo, di Cossato, di uno scambio uno a uno e di una corsa liberatoria oltre Sostegno. Il
numero? Tredici. I nomi? Si dimenticano col tempo.
Ma a Vercelli c'è un altra persona da contattare, Teresio Pareglio: "Alle 'Nuove', mi raccontava l'amico
Giannetti, si vivevano momenti anche di terrore. Per invitarli a confessioni, alcuni partigiani venivano condotti apposta
in una stanza dove su un tavolo stava un vassoio dentro al quale erano contenuti occhi umani! Che sapessero
regolarsi! Augusta era un commissario della XII, il suo nome era tra i primi nella lista del Russo. Ma per lui non fu
assolutamente possibile ottenere la libertà quel giorno".
A Cossato, dalle parti di una moderna piazza della Pace, sono andato alla ricerca di un'ultima
testimonianza. Due simpatiche donnine, oculatamente mirate oltre i settanta, mi omaggiano di sbiaditi e pure volenterosi
ricordi, oltre al rammarico per i mariti che non ci sono più e i quali, mi dicono, di certo avrebbero saputo aiutarmi.
Poi è la volta di una arzilla anzianotta: "Oh sì, sì, era proprio qui dietro. Venga che gli faccio vedere, era proprio
a casa nostra, nel cortile del nostro albergo. Ma adesso è tutto diverso neh, tutte queste case qui non c'erano
e neanche questo palazzo qui. E questo era l'albergo di mio papà e là in fondo c'era il cortile, davanti al
magazzino. È stato proprio là, c'era tutta una staccionata. Però quanti erano non me lo ricordo proprio, otto o dieci o
forse di più. C'era di sicuro tanta gente qui nella strada, solo che adesso non c'è quasi più nessuno di allora, sono
morti in tanti e quelli che stanno qui attorno sono arrivati ad abitare dopo la guerra. Ma sono passati cinquant'anni...".
È un finale ahimè conosciuto e tanto mi ha soddisfatto questo ultimo raccolto da farmi dimenticare di
chiedere il nome alla gentile interlocutrice prima di salutarla.
A questo punto però mi arrendo, numeri o non numeri. La ricerca di tanti protagonisti ha finito per
evidenziare quanto siano diversi i ricordi che ognuno si porta dentro e ha fatto insorgere nel contempo ulteriori
discordanze e nuovi interrogativi. Ma qui noi non riscriveremo la storia né saremo tacciati di inconcludenza. Credo
rimanga giusto non distrarre con appendici strascicate il valore della testimonianza di Arrigo Gallian. Forse ci sarà
tempo per aggiungere nuove testimonianze. Oggi un alone di incertezza sulla genuinità di un ricordo valga a
rendere più gustoso il suo sapore. A noi apprezzarlo.
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