Andreina Zaninetti Libano "Anna"
"Era finito un triste capitolo..."
*
A cura di Patrizia Dongilli
"l'impegno", a. XVII, n. 2, agosto 1997
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Quella pubblicata di seguito è una parte, l'ultima, del diario "Cronaca della Resistenza", steso da
Andreina Zaninetti Libano tra l'8 settembre 1943 e i primi giorni di maggio del 1945.
Si tratta della cronaca dei giorni (dal 24 aprile 1945 all'8 maggio successivo) che videro la smobilitazione
dei nazifascisti da Vercelli, in cui si festeggiavano i partigiani entrati in città.
Con l'avanzata delle truppe angloamericane verso il Nord del Paese, i tedeschi, rendendosi conto che si
stava avvicinando l'ora della resa, lasciarono gli alleati fascisti in balia di se stessi.
A Vercelli i tedeschi organizzarono freneticamente la loro partenza mentre i fascisti, agli ordini di
Michele Morsero, costretti dal Comando partigiano, lasciarono la città entro il pomeriggio del 26 aprile.
"Alle 17: tutte le sirene delle fabbriche e degli edifici pubblici dettero l'annuncio che dalle porte del
Belvedere, di Torino, entravano i partigiani. Spari di evviva! La Liberazione", è scritto nel diario. Infatti da Villata e
Quinto Vercellese proprio verso le 17 arrivarono alle porte della città (regione Isola, Canadà, ponte Vecchio)
alcuni reparti della 50a brigata che, con l'aiuto di uomini della Sap "Boero", rastrellarono i superstiti di alcuni
nuclei nazifascisti, mentre da porta Torino entravano gli uomini della
182a brigata, provenienti da San
Germano, appoggiati da formazioni della
110a e della 109a brigata.
Con l'aiuto anche dei componenti del Fronte della gioventù, in serata e nel corso della giornata
successiva riuscirono ad avere la meglio sugli ultimi fascisti rimasti in città.
Furono, quelli, giorni frenetici, carichi di nervosismo, in cui non solo coloro che avevano vissuto la lotta
di liberazione in prima persona, ma tutta la popolazione, sentiva forte il desiderio, ormai la necessità, di poter
avere finalmente la certezza che la guerra fosse veramente finita e che la paura di morire, proprio in quelle prime
ore di "pace", potesse essere messa da parte per sempre. Fu un sollievo per tutti - come scrisse Andreina -
vedere che "il Cln è ormai padrone della situazione [e] impartisce ordini alla popolazione perché si adegui a
questo stato di cose ancora anormale. Le loro voci ci suonano gradite e carezzevoli, qualunque cosa dicano, dopo
tutto quel periodo di segreto rodimento, nell'ascoltare quelle altre".
Comunque persistettero per parecchi giorni ancora ansie, timori e incertezze. Si doveva affrontare il
ritorno alla normalità con la ripresa delle consuete funzioni di una comunità; grossi problemi erano rappresentati
dalla giustizia, che doveva essere fatta contro coloro che si erano macchiati di crimini di guerra, e dall'epurazione
per chi aveva collaborato in vari modi con il regime. Inoltre il clima era avvelenato anche dalle denunce, che
per la maggior parte provenivano proprio da persone che nel ventennio erano state molto vicine al regime;
molta cautela sembrarono dimostrare invece i veri antifascisti. Alcuni passi del diario dimostrano infatti quanto
fossero ponderati e sofferti i giudizi che si dovettero emettere proprio in merito a casi di epurazione. Sappiamo
d'altra parte che non sempre in quei giorni fu così, ci furono anche esecuzioni sommarie e alcune vicende, come
quella che riguarda l'uccisione di appartenenti al Pnf, all'Upi, alla brigata nera e alla Gnr avvenuta a Vercelli il
12 maggio 1945, che ancora oggi non sono state definitivamente archiviate.
Inoltre - quasi ogni giorno Andreina ne scrisse - era incombente un'altra minaccia: una colonna tedesca
"forte di quindicimila uomini, [che era] ferma poco lontano, verso Cigliano", gettava un'ulteriore ombra di
insicurezza. Infatti la mattina del 28 aprile, in ritirata dalla Liguria, da Torino e dalla Valle d'Aosta, proprio a
Cigliano giunse una forte colonna di nazifascisti che i partigiani, per l'enorme sproporzione di forze, tentarono
inutilmente di bloccare.
Una delegazione del Cln di Vercelli cercò, senza esito, di trattare col Comando tedesco. Il giorno dopo ci
provarono alcuni comandanti partigiani, ma poiché i nazifascisti rifiutarono ancora di arrendersi, si giunse solo a
una tregua di ventiquattr'ore. Nazisti e fascisti continuarono però a muoversi, tanto che i partigiani furono
costretti a minare i ponti sul canale Cavour e sul Naviglio. Non potendo proseguire verso Vercelli e Milano, le forze
nemiche occuparono la zona fino a Borgo d'Ale, Cavaglià e Salussola, compiendo le consuete razzie e devastazioni.
La sera del 29 aprile arrivarono a Santhià, dove uccisero alcuni civili, partigiani e il presidente del Cln.
In quei tragici giorni la colonna di nazifascisti si lasciò alle spalle cinquantadue morti tra partigiani e civili.
A questo punto la missione alleata pensò di bombardare, ma i partigiani si opposero per evitare le
devastazioni che fino ad allora faticosamente erano riusciti ad evitare. Intanto però l'aviazione alleata aveva attaccato
la colonna a Borgo d'Ale e la minaccia di continuare aveva convinto il Comando tedesco a trattare la resa.
Durante la notte tra l'1 e il 2 maggio gli americani entrarono a Vercelli: "Tutta la notte fu un carosello
continuo di macchine e di auto. Non riuscivo a capire se la colonna fosse in città, oppure se fossero arrivati dei
soccorsi [...]. Quando l'alba spuntò [...] seppimo che in città era entrata la colonna americana con una lunga fila di
carri armati enormi [...]. La gente fissava tutto quell'apparato ad occhi spalancati [...]. In me era uno strano
contrasto. Dopo aver tanto atteso - durante la clandestinità - che giungessero i liberatori, ora sentivo in loro degli
stranieri, dei nuovi occupanti, coi quali non si sapeva ancora come sarebbero andate le cose", è quanto scrisse
Andreina riguardo a quel momento. Durante la giornata del 2 maggio un delegato dello stato maggiore del
75o Corpo d'armata tedesco accompagnato dai partigiani raggiunse Biella, dove aveva sede la missione alleata, e
firmò la resa.
Prima di passare al diario, alcune note biografiche sull'autrice.
Andreina Zaninetti Libano, Anna il suo nome di battaglia, nacque a Vercelli il 18 giugno del 1904, figlia
di Giulio Zaninetti, di Breia, che a Vercelli conduceva un'attività di lattoniere-idraulico, con alcuni dipendenti,
e Maria Bredo, di Vercelli, dove vivevano. Andreina aveva due sorelle minori: Laura "Lora", nata nel 1906, e
Jole "Lina", nel 1908. Si era diplomata in ragioneria ed era impiegata nell'Ufficio provinciale dell'economia
di Vercelli, l'attuale Camera di commercio.
Dopo essersi sposata con Luigi Libano, titolare di una bottega di orafo-orologiaio, aveva avuto due figli:
nel 1923 Giulio, ora musicista e direttore d'orchestra, e Maria Laura, la Mila del diario, nata nel 1926,
insegnante per bambini portatori di handicap, ora in pensione.
Ad introdurre Andreina alla lotta antifascista, già prima della caduta del regime, aveva contribuito molto
il ragionier Giovanni Celoria, Celeste nel diario, marito di Jole, sorella di Andreina, e alcuni colleghi di
lavoro che, come Celoria e tutta la famiglia di Andreina, appartenevano al Partito d'azione. Andreina dopo l'8
settembre 1943 si impegnò per salvare i prigionieri di guerra angloamericani, con l' "Ufficio informazioni" e
l' "Ufficio falsi" del movimento giellista vercellese e faceva parte anche dell'Udi, Unione donne italiane, associazione
di appartenenti ai partiti antifascisti, già presenti nei Gruppi di difesa della donna.
Queste pagine di diario riflettono l'immagine di una donna dotata di un carattere forte, molto
impegnata, dinamica: quei momenti li visse molto intensamente, in un continuo dividersi, sempre da protagonista, tra
il lavoro, il Cln, il Pda, l'Udi, dove sempre c'erano da prendere decisioni importanti, affrontare situazioni
difficili, a volte dolorose. Risaltano però anche i dubbi e le incertezze, che la spingono, tra la cronaca incalzante
degli avvenimenti, a intensi momenti di riflessione su di sé, i suoi compagni di lotta, ma soprattutto sul futuro di
un Paese che usciva dalla guerra.
Dopo la Liberazione fu responsabile della sezione vercellese dell'Istituto per la storia della Resistenza.
Rimase nel Pda fino al suo scioglimento nell'agosto del 1947.
Morì a Vercelli il 30 aprile 1982.
24 aprile
Tre limitati1 al mattino. Ma nessuno ha tempo per badarci. Gli avvenimenti incalzano. Si sente l'avvicinarsi
di qualcosa di molto atteso e di temuto insieme. I tedeschi si apprestano a partire, si dice ovunque. In cortile c'è il
caos. Oppezzo2 e il direttore sono sempre giù. Si sentono ordini e contrordini (sembra tornato l'8 settembre).
A mezzogiorno e dieci, il pericoloso seguito, dopo poco, dal precessato. Quattro apparecchi sono passati
molto bassi. Il cessato alle 14,20. Colonne di autocarri e di cannoni nei viali delle città. Tutta la gente è sulle spine. A
sera debbono partire la schiera degli "Ss" e dei comandi tedeschi. Addio, "al nemico che fugge, ponti d'oro".
Mentre passavo in corridoio, ho visto salire il direttore dalla scaletta di servizio a testa china; mi è passato
vicino senza volgere lo sguardo. Dev'essere al corrente che la situazione, per loro, è senza scampo.
Pomeriggio greve. Poco dopo il rientro in ufficio è venuto il
marito3 di Clara. Era agitatissimo. Disse di
essere scappato dall'ufficio, perché non sapeva che pesci pigliare. Nessun membro del Cl è reperibile in questo
momento. Sono tutti fuori. Solo Albino4, che non gli era possibile avvicinare. Si trattava di questo: il Capo Provincia, in
vista che i tedeschi se ne vanno e che con oggi ha solo tre giorni di tempo per far uscire le colonne fasciste ed i
battaglioni repubblichini, ha dato ordine alle banche di tenere pronti e consegnare immediatamente tutti i fondi liquidi a
loro disposizione, evitando ogni altro esborso di denaro ai privati. Che cosa possiamo fare. I direttori degli istituti di
credito non osano rifiutarsi, anche se a loro rincresce enormemente di obbedire. "Un attimo - gli dissi - se Dafne mi
può aiutare, il mezzo per arginare quest'ultima intimazione è già pronto nella mia mente". Lo feci aspettare.
Dafne5 c'era ed era per fortuna senza alcun altro intorno. Poche parole e lo misi al corrente della mia impresa. Mi disse di
preparare le lettere che avevo in mente, intanto lui chiamava i suoi delle Poste-Telegrafi. Corsi via. Dieci minuti, forse
quindici e le poche lettere dirette agli istituti bancari, sottoscritte il "Comitato di Liberazione Nazionale", con le quali
si intimava, sotto personale responsabilità, di consegnare alcunché a chicchessia, trattandosi non di denaro
pubblico, ma proprietà privata. In caso contrario, avrebbero risposto in proprio del mancante, a tempo opportuno. Nel
frattempo Dafne aveva avuto conferma che le missive, racchiuse in semplici buste non intestate, con specifica "espresso
urgente", sarebbero state portate a destinazione da un apposito fattorino, entro un'ora al massimo. Ed infatti prima
delle sedici erano già partite e consegnate.
Operazione lampo. Il marito di Clara se ne andò col cuore sollevato. Io
ero lieta di aver compiuta la quotidiana opera di bene.
25 aprile
In cortile il fermento è giunto all'apice. Tutta la Brig. Nera è intenta a fare i bagagli. Nella serata di ieri erano
giunti i Batt. "Pontida" e "Montebello" da Biella. Con loro quella trista "mascotte", che, mi pare, sia la N[...] B[...].
Tutto il giorno si sono visti girare per la città in pieno assetto di guerra. Hanno fatto diverse razzie di biciclette [...].
Oppezzo si è sbracciato senza posa per requisire tutti i camions e provvedere alla fuga, prima della scadenza
che il Comando Piazza cittadino e Partigiano aveva concesso. Lui aveva già portato tutti i suoi beni alle sorelle.
Nel pomeriggio l'elemento femminile dei nostri uffici venne esentato dal presentarsi in ufficio. Solo la
Cavinelli, la sfollata genovese, fingendo di essere all'oscuro dell'ordine, andò ugualmente. Ma l'avevo vista benissimo
ch'era presente, quando venne dato l'annuncio.
Tutta la giornata e la notte, fu un susseguirsi di allarmi limitati.
È corsa voce che una ragazza era stata uccisa in mattinata in regione Canadà. (Si seppe poi che si chiamava
[Lorenzina] Unnio ed era staffetta partigiana).
In mattinata era venuto Ugo a prendere gli ultimi fogli. Nessuno ormai aveva voglia di lavorare. Altre voci
riferirono che anche due giovani, forse per tragico errore, erano stati fucilati.
26 aprile
Ieri sera abbiamo sentito la voce di Radio Milano annunciante la liberazione del centro cittadino. Sporadici
ancora i combattimenti nei sobborghi. Nuclei di franchi tiratori continueranno probabilmente anche nei prossimi giorni.
Da noi è un continuo transitare di autocarri.
Stanotte il solito apparecchio è passato spesso a volo radente. Probabilmente sorveglia le strade e la
situazione. Verso le 3,30 un forte rombo, poi scariche di moschetti e di mitra. Allarmi a ripetizione e passaggio di macchine.
Davanti a palazzo "littorio" le colonne sono pronte. Alle 15 partono le ultime, e vengono aperti gli accessi al
palazzo perché la folla entri a fare man bassa di quel che si trova. In tal modo possono essere dispersi anche documenti e
cimeli, che non si è avuto il tempo materiale di bruciare. La speranza, credo, sia che il popolo distrugga ogni cosa. Non
c'è che dire, c'è sempre chi spera di fare bottino. Sono entrati infatti anche nei nostri uffici. Hanno portato via
macchine calcolatrici e da scrivere; buttato all'aria alcuni archivi. Dalla federazione [dei fasci] pure uscirono le macchine
ed altre cose facilmente portatili. Dalla "Rosa Stampa" furono saccheggiate le provviste e gli arredi di
casermaggio. Uscivano mezzi vitelli, damigiane di vino, salami, fiaschi d'olio, bottiglie di liquori. Ma non ci furono incendi.
Alle 16, mentre stavo alla finestra a guardare il via vai della strada, dove già si radunavano gruppi di "sappisti"
e di "gappisti" per tenere a bada qualsiasi eventuale disordine, vidi uscire tre individui dal portone, in borghese,
coi cappelli calcati sulla fronte ed un vistoso nastro tricolore al braccio, armati di mitra. In uno di essi riconobbi
Delli, della B.[rigata] N.[era] - ex direttore del cinema del Corso - in un altro quel tizio, che era venuto nel novembre
scorso per la "ispezione" alle finestre dell'ufficio.
Corsi giù. La portinaia ed anche la sig. Zarino dalla finestra mi gridarono di non muovermi, ma io feci una
corsa fino al giornale "La Sesia" per la segnalazione. Sapevo che c'era una squadra con Madini,
Gallardi6 ed altri di guardia. Telefonarono subito dai
Bianchi7, dove era riunito il Cln. Risposero che avrebbero subito inviato la "Sap" a
circondare i pressi di via S. Michele e via Verdi, dove si erano diretti.
Tornando incontrai Guido Arada e Glauco Baratto con Gino Cantone ed altri, che si avviavano verso via
Feliciano di Gattinara. Glauco e Guido mi dissero che avrebbero "lavorato anche per
Giulio8 che, se fosse stato qui,
sarebbe stato con loro".
Seppi poi che i "tre" della B. N. vennero fermati mezz'ora dopo.
Alle 17: tutte le sirene delle fabbriche e degli edifici pubblici dettero l'annuncio che dalle porte del Belvedere,
di Torino, entravano i partigiani. Spari ed evviva! La Liberazione!!!!
Era finito un triste capitolo. Non i dolori, non le ripercussioni, non le amarezze, non le ristrettezze. Era finita
la guerra. Cominciava la "pace" non meno drammatica, a pensarci bene. Ma si aveva una grande speranza di
poter vincere anche quella, colla fede e la perseveranza.
Le formazioni Partigiane, che tutta la mattina avevano sostato in attesa che la colonna nemica avesse preso la
strada di Borgovercelli, per portarsi verso Monza e Como, colla speranza di riparare in Svizzera, cominciarono
ordinatamente ad entrare in città ed a sfilare lungo la Piazza della Stazione, i viali, via Duomo. E... incominciano le
sorprese. Nelle file, con il fazzoletto rosso delle varie brigate Garibaldine, alcune "ex ausiliarie" che, probabilmente
avevano fatto il "doppio gioco". Nella "Giacomo Matteotti", spavalda come sempre: la Bianca
Molinaro9. Questa poi no. Passino le [...] come la graziosa biondina che abita dall'altra parte del mio cortile, della quale non ho mai
sentito dire niente di male, ma la Bianca M.! Di parecchie di esse, come la Zucca, la Adriana Pesce; altre di cui mi
sembrava dovesse occuparsi la squadra di epurazione, mentre erano già tutte discriminate, non importa, e non c'erano
nel corteo, non era il caso di occuparsi. Di lei bisognava sapere con precisione, dalla stessa Br. Matteotti, che cosa
avesse fatto, negli ultimi giorni, per assurgere a camminare davanti a loro, vessillifera di Libertà.
A sera seppi che era arrivata
Virtus10 da Milano, in bicicletta. Novara era stata liberata. In Vercelli erano
entrate le bande del Biellese e del Sessera, con Gemisto, Pesgo, Platone, ed altri. A Novara quelle di Moscatelli ed i
suoi, compreso il famoso Cappellano Bianco "Padre
Russo"11.
Spari venivano ogni tanto dall'alto delle Torri Cittadine, come quelle di Città e dell'Angelo, in piazza
Cavour, quella dei Tizzoni, ed altre. Franchi tiratori si erano portati lassù, sparando su chi cercava di andarli a snidare.
Una firma, per la condanna a morte, colla legge marziale che già si apprestavano a segnalare con gli affissi del
coprifuoco, sui muri cittadini. La catena dei guai e dei dolori non era ancora spezzata del tutto.
I primi giorni della Liberazione
26 aprile
Il lungo Corteo dei Partigiani sfila lungo l'intera città ed i sobborghi. Il Comando Piazza ha già cominciato a
far affiggere i manifesti, che portano il coprifuoco alle ore 20. I negozi alimentari domani saranno aperti per poco.
La città è più che mai in condizioni difficili. Si teme che molti nazifascisti siano asserragliati nelle case e che
possano provocare disordini. Si attendono i Comandi Alleati, che dovranno giungere nei prossimi giorni, per dare inizio
all'assetto delle pubbliche amministrazioni. Lo scoppio delle bombe a mano e dei mitra è pressoché continuo. Il
Cln ormai padrone della situazione impartisce ordini alla popolazione, perché si adegui a questo stato di cose
ancora anormale. Le loro voci ci suonano gradite e carezzevoli, qualunque cosa dicano, dopo tutto quel periodo di
segreto rodimento, nell'ascoltare quelle altre. Parlano attraverso le onde della radio italiana, non più nemica. Non
abbiamo più la continua velleità di buttare l'apparecchio dalla finestra, per evitare di ascoltare. Si sono invertiti i termini
e per sempre. Comunque vada, quali che siano le asperità che ancora dovremo smussare, le lotte che occorrerà
sostenere, qualcosa è caduto in un modo tale, che non potrà mai più tornare qual era prima.
27 aprile
Stamane ci siamo insediati nei locali al primo piano del Palazzo del Credito Italiano, dove c'è il grande
balcone d'angolo, tra Corso Carlo Alberto - oggi Corso Libertà - e via Fratelli Ponti. Sarà la sede del Partito d'Azione.
Vi sventola la bandiera rossa, al cui centro sta il nero pugnale fiammeggiante con la leggenda: P. D. A. a contorno. Ad
uno dei capi la striscia tricolore in diagonale. Mentirei, se dicessi che quando essa ci pervenne da Torino,
portataci dalla staffetta (un campione, con le istruzioni per la confezione, che venne affidata a Clara) essa non ci abbia
dato un momento di intensa perplessità. Ci siamo guardate: Clara, Lina, ed io, poi le altre, con uno sguardo
interrogativo, che voleva dire tante e tante cose, forse non del tutto espresse neppure dentro di noi. Forse ci eravamo attese
qualche altra cosa. Chi sa?! Ma poi accettammo il fatto compiuto e Clara predispose la confezione, secondo gli ordini
e vennero preparati anche i fazzoletti da collo, allo stesso modo. I pugnali fiammeggianti vennero dipinti sulla
stoffa dalla Signorina Donis, una delle intime amiche della Bianca
P.12.
In quei locali, prima di darsi alla fuga, erano state alloggiate le "ausiliarie". Ancora c'erano le brandine in
qualche punto e i piccoli armadi pensili con boccette di olio di mallo di noce ed altri trucchi femminili, che avevano
lasciato. Nell'ufficio della Ciuffini, la comandante, erano stati bruciati dei documenti sul pavimento di linoleum, che ne
venne intaccato. Ovunque disordine, sudiciume. I fili del telefono staccati, così quelli della luce. Un solo
apparecchio telefonico era in grado di funzionare. Il fattorino del Credito ci mandò una donna per le pulizie.
Una impiegata del Municipio venne a dare aiuto ai ragazzi del Fronte della Gioventù, a mettere un po'
d'ordine. Coi pochi mobili rimasti potemmo apprestare due uffici per funzionare provvisoriamente. Poi la ragazza del
Municipio, la Teresina Garavana, promise di inviare due uomini dell'Ufficio d'Igiene a disinfettare dappertutto: ce
n'era bisogno.
Fra tutte queste cose, Mila ed io ci siamo anche oggi dimenticate di fare la spesa in orario. Siamo senza pane.
È venuta parecchia gente a chiedere l'iscrizione al partito. C'è un continuo andirivieni, che dà il capogiro.
Anche i ragazzi che provvedono a riordinare, sono di continuo qui a chiedere qualcosa. Non si può avere il tempo di
correre a casa a far da mangiare, né si ha la possibilità e la voglia di inghiottire qualcosa.
28 aprile
A sera un temporalone, che ha reso l'aria frizzante, quasi come in inverno. Bianca P. è corsa da me eccitata
al massimo. È uscito il primo numero di "Italia libera" quale organo del Cln. Mi dice che debbo fare qualcosa
per rivendicare a noi la testata del
giornale13. Ne abbiamo il diritto, infatti, perché proprio per quello, ci siamo dati
tanta pena in periodo clandestino, per stampare le tre copie del giornale nostro.
Corro da Gallardi, in tipografia. Anche lui è molto giù di morale. Vuole andare da Fabiano, per sentire da lui
come si può risolvere la questione.
Dovrò andare da Celeste ed incitarlo a prendere in mano l'argomento in riunione di Cln. Eppure la faccenda
della "Stampa", a pensarci bene, spetterebbe alla Ilda Sacerdote. Dovrebbe muoversi lei, da questa parte. Ma è
malandata di salute, non si può contare su di lei. Bianca P. non vuole sia molestata.
Per poter avvisare Celeste, perché pensi a parlare al Comitato Naz., corro in Prefettura. Non trovo nessuno.
Vado allora nell'Ufficio del Questore. Incontro Carlo Arena, che funziona lui da
Questore14. Gli parlo. Lui mi vorrebbe aiutare. Ma gli altri? Sono tutti nell'ufficio appresso. Facce cadaveriche. Hanno vegliato tutta la notte. Chiamo
Celeste. È depresso. Viene via con me e corriamo ancora da Gallardi.
Finalmente ci si spiega. In questo clima di battaglia "semi-perduta" io ritrovo il mordente e riesco a farne
partecipi gli altri. Sento che la crisi sta per essere superata, che la spunteremo. Gli accordi vengono riordinati. Celeste
radunerà il Cln ed affronterà la questione. Per ora andiamo al Consiglio. Io riesco a riprendermi tutto "l'archivio" e lo
porto in sede.
Là apprendo, in tutta segretezza da
Attilio15, che trovo abbacchiato anche lui, come tutti gli altri, quale altra
calamità ci sta sorprendendo: una colonna tedesca, forte di "quindicimila uomini" tutti ben equipaggiati, con
armi automatiche e cannoni, è ferma poco lontano (verso Cigliano, pare) e punta su Vercelli. Sta ritornando - con
ritardo - dalla Linea Gotica, e deve passare di qui per portarsi in salvo. Ma non vuole venire a patti con i Comandi
Italiani. Piuttosto combatterà, per salvare l'onore. È una minaccia grave. Dico ad Attilio: "Va bene. Riporterò via
l'archivio e tutti i documenti che potrebbero danneggiarci". Lui scuote la testa e mi risponde: "È inutile! Se la colonna
riesce ad entrare in città, siamo perduti. Dovunque essa passa, brucia tutto. Bisogna evitare di andare a casa". Anche
Lina è decisa, se il pericolo permane, stasera non rincaserà.
In ogni modo, poiché Lora è lì con me, così Mila, dò tutto a loro, perché riportino ogni cosa a
casa16. Dico a Mila di andare a prendere del pane. Una quantità maggiore del solito, se possibile, per il caso che si resti bloccati
da improvvisi ordini che "fermino la circolazione della popolazione". Mi vien fatto di pensare, con una certa
tristezza, che sarebbe veramente atroce perdere tutto - fors'anche la vita - ai primi giorni della Liberazione! Ma la
mattinata passa e nulla succede ancora. Nessuna notizia che la colonna si sia mossa. A mezzogiorno si corre da Lora a
mangiare qualche cucchiaio di minestra. Viene Lina a dire che occorre trovare gli elenchi delle spie, per darlo al nuovo
Capo-Gabinetto. Ricerche affannose. Col duplice esodo, le cartelle si sono un po' scompigliate. Finalmente vengono
rintracciate. Ma sono incomplete. Mancano [casualmente] i nomi dei peggiori.
Ora è la radio a segnalare che la colonna tedesca si trova nei pressi di Balocco e punta su Novara. Ma di là,
penso, è più vicina a Vercelli, che a Novara. Avrà recato danni al suo passaggio? Vorrà ancora combattere? Dove
deciderà di passare?
La radio ha pure commemorato un caduto G. L. del nostro Partito: il primo caduto di Milano, per la
liberazione. Sono corsa da Gallardi. Accettò l'idea di un volantino, che, distribuito, avrebbe dato una favorevole impressione
sulla cittadinanza, nei confronti dei combattenti Giellisti. Lo preparo e lui lo fa stampare subito. Domani potrà
essere distribuito.
29 aprile
Una giornata di intenso lavoro, con un afflusso grandissimo di gente. Già alle sette del mattino ero stata da
Pierino Gallardi, per il volantino.
Ancora ci sono dei focolai di rivolta qua e là, degli spari non molto lontani. Letizia R. è corsa allarmatissima
da Lora, perché teme per la vita di Peppino. Sono venute da me. C'era anche Dafne. L'abbiamo rassicurata. Dafne
andrà a prenderlo e lo ospiterà in casa sua. Triste situazione la sua. Ma non ha mai fatto del male, se la caverà. Siamo in
tanti a poterlo provare. Salverà la vita e la posizione. Vorrei poterlo ospitare nel partito, ma non è facile. Ci sono
degli accaniti oppositori.
Alle 16 circa, una macchina partigiana mi è venuta a prendere e mi ha portata a una riunione di Donne, a
Porta Torino. Ci sono la Mimma17 e la
Fiamma18. Riabbraccio Mimma dopo tanto tempo, con molto affetto. Con
Fiamma simpatizziamo subito. È una donna energica. Abbiamo discusso a lungo sull'organizzazione ed abbiamo portato
alla ribalta il nostro programma. Esso collima, almeno alle prime apparenze, con quanto le comuniste hanno a loro
volta rielaborato. Fiamma è contenta ed io pure. Le dico di avere già pronti una serie di articoli, che, modificati in
qualche punto, potranno servire per il lancio della prima stampa. Poi ho intavolato la discussione sul punto principale che
in quel momento mi pareva essenziale e mi stava profondamente a cuore: "L'assistenza ai rimpatriati della
Germania e degli altri fronti, dei quali nessuno si curava in quel momento, come mi ero potuta accorgere". "Essi - dissi -
vanno a destra e a sinistra per tutti gli uffici, e nessuno li guarda. Qualcuno desidera andare a casa; ma abita molto
lontano; nessuno che dia un 'lasciapassare' ". Fiamma mi rispose: "A me pare che questo compito spetti al Comando
Piazza". Le obiettai: "No. Il Comando Piazza, in questo momento ha ben altro da fare. Spetta a noi donne. È questione
d'assistenza e di umanità". Si arrese subito. Conclusione: li avremmo mandati per il vitto alla Chatillon ed alla
Anonima Rossa. Per l'alloggio: all'Asilo Mora. Ai lasciapassare, dato che ci debbono entrare i Comandi Partigiani, ci
penserà lei. Così non dovrò distogliere Attilio da altri lavori.
Ma, nel mezzo di tutti questi pensieri, un altro non meno grave: la Colonna è sempre là.
Nel pomeriggio, altra seduta delle Donne Italiane, in via Morosone n. 6. È l'alloggio di un ebreo fuggito quel
17 novembre. Non sono sicura se si tratta dei
Cingoli19 o di altri. Doveva avervi preso alloggio qualche "ariano", mi
pare. C'era una vetrina con dell'argenteria. Cosa che mi ha meravigliata, sapendo di tutti gli spogli fatti in diverse
riprese. Comunicai che non mi sembrava un posto adatto. Anche perché la porta di casa rimaneva aperta, né sapevo chi
ne prendesse cura. Abbiamo letto un manifesto, che chiede l'adesione delle masse femminili, appartenenti a tutti i
partiti ed alle apartitiche. Sarà affisso domani, su carta tricolore.
Rincasata, per brevi momenti, sono corsa ad una seduta del "Comitato" dove funzionai da Segretaria. Una
seduta movimentatissima, ho preso molti appunti, che dovrò poi sviluppare assieme ad Albino. Purché se ne abbia il
tempo necessario. Mi arriva, come un'eco lontana, il resoconto di tutto ciò che si fa in questi giorni a Vercelli ed
altrove, in questi primi giorni della Liberazione: arresti, fermi, esecuzioni... io vivo in un mondo diverso non ho nulla a
che fare con ciò - che appartiene al Comando Piazza, ai Comandi Partigiani, alle Giurie di Epurazione - ma ho il
cuore greve come un macigno. Ho incontrato stamane Guido Arada. Mi ha detto d'aver ascoltato alla radio che tutti i
prigionieri saranno lasciati liberi di tornare alle proprie case, perché possano celebrarvi la festa della Liberazione. Lo
ringrazio. Può darsi sia vero. Almeno per quelli che si trovano in territorio continentale. Ma non mi faccio illusioni che
Giulio possa arrivare subito.
Rincasata, vennero Lora, Virtus ed altre ad avvisarmi che nelle cantine dell'ingegnere [Canetti], a sua
insaputa, erano state messe delle casse, di proprietà della professoressa qui sotto (lei e la figlia erano state ospitate da
Gildo Bertola). Dissi loro di andarlo ad avvisare e di dirgli che sarebbe tenuto responsabile della loro conservazione.
Avrei deciso in seguito per il recupero, da parte delle autorità interessate. È questo un compito che non mi va proprio a
genio, ma che è mio dovere eseguire.
30 aprile
Stamane ero in forse sul da farsi. Nella notte non ero riuscita a dormire. Poi decisi: alle sette uscivo per andare
da Don Picco, di Santa Maria Maggiore a parlargliene. Ma la Peppa mi chiamò e mi evitò di andarci. Mi disse
infatti che quelle casse erano state portate via, d'accordo, dalla persona di servizio dell'ing. Canetti e dalla portinaia
dell'Ospedale (reparto maternità). Si trattava di effetti di proprietà del dr.
Crispolti20 e delle sue assistenti (tutte
ausiliarie e tedescofile), le quali le avevano affidate ad un'amica intima, pigionale di casa Canetti, - una tizia di Caresana
della quale non rammento il nome - che si era preposta a salvarli da ogni possibilità di rapina. Non c'è che dire, erano
al sicuro.
Fatta una scappata nell'Ufficio, consegnata la chiave a Dafne, seppi che il direttore-interino, il rag.
Ranghino, proposto dal Cln (facente parte del Pda) non si era ancora recato a pigliare possesso della carica. Gli detti
qualche commissione per lui poi corsi al partito. Parlai con Attilio e Celeste della faccenda di quelle casse ed essi mi
dissero, per mia tranquillità, di farne denuncia alla Questura. Feci la lettera e la mandai a destinazione. La Questura
dispose poco dopo per il ritiro. Probabilmente i proprietari erano fuggiti e quelle casse sarebbero finite in chissà che
mani. Erano roba che apparteneva alle due assistenti. Vesti, biancheria, radio, ecc.
Nel pomeriggio vennero in sede l'avv. Patoia col figlio e la figlia. Celeste gli ha commesso la sua carica nel
Cln, affinché si sbrighi lui a litigare un po' con gli altri, per tutte le questioni che stanno sorgendo, ora che la
politica comincia a... disgregare un pochino l'unione che era esistita fino alla vigilia. Celeste qualora prenderà il suo
posto quando motivi di salute od altri impedimenti gli vietassero di presidiare. Ciò darà fastidio ad altri componenti il
Cln. Speriamo sappia farsi valere. Al tempo stesso, entrerà a far parte nell'Esecutivo di Torino.
Vedo il partito fiorire. Ma appunto questo, temo assai che darà noia agli altri partiti e faranno di tutto per
eliminarlo. Sono partiti che vantano priorità antiche, pre-fasciste. Mentre il nostro è nato da un movimento intellettuale,
partito dalle correnti più progredite del Liberalismo di Piero Gobetti, dei Fratelli Rosselli, di Parri, ecc.
Questo pomeriggio venne da noi un "garibaldino" della Villata, per chiedere l'iscrizione. Ha promesso di
farci molta propaganda in paese.
Neanche oggi sono arrivati i volantini. Ci saranno domani: 1 maggio. Forse è meglio così. Faranno un effetto
doppio. Gli ho visti in bozza. Risaltano molto. Sono abbastanza contenta della giornata. La seduta delle 11,30 di
stamane, colla Liberale, la Socialista, e la Comunista, è stata molto calorosa. L'unica nota piuttosto fredda venne portata
dalla Democristiana, che è sempre stata piuttosto sulle sue. Pare che abbia studiato a memoria le direttive del partito e
non transige mai d'una virgola da quelle che sono. Ho tentato di dirle che, in fondo, i partiti dovrebbero essere
lasciati un pochino in disparte nelle nostre questioni. Abbiamo dei compiti diversi. Mimma ha chiesto per prima che
cosa intendevamo fare per solennizzare degnamente il Primo maggio. Ho risposto subito che, per parte mia, mi rimettevo
al giudizio di tutte le presenti. Nel campo operaio hanno la priorità per ora i vecchi partiti. Mimma ha detto che
se ogni partito avesse mandato sette od otto donne, con bandiera, tutte le altre, con un semplice tricolore
avrebbero potuto tener dietro, con l'Unione Donne.
Dissi che, per conto mio, lasciavo libera ognuna di fare come meglio credeva. Primo postulato Giellista è
appunto la libertà di azione e di pensiero in ogni campo. La Dc disse che non vedeva la necessità da parte delle sue
compagne di presenziare come partito alla sfilata e "non presenzierà". Ci sarà invece, se non lei personalmente, la
rappresentanza dell'Unione. Ho saputo dopo ch'era una professoressa di filosofia, la quale prima di iniziare le lezioni
faceva recitare le preghiere alle alunne, senza chiedersi se, fra loro, putacaso, ci fosse qualcuna di altre opinioni
religiose. Sull'organizzazione delle Donne, lunga discussione da parte di ognuna e raggiunto l'accordo. Abbiamo ancora
discusso di "assistenza e di lasciapassare, ma non sono riuscita a sapere dove avrei potuto trovare Fiamma. (Oh
Mimma, Mimma! Cominciamo già le lotte politiche, anche tra noi. Io sarei così propensa a che le donne si dimenticassero
un pochino, almeno qui, i problemi di partito, per pensare a qualcosa di più necessario in questo momento).
Arrivò un tenente partigiano dicendo che aveva in consegna dei viveri, dei quali non sapeva che fare, né
dove depositarli. La Dc pensò subito agli Istituti di Suore. Io le dissi che ci sono molti altri casi non meno pietosi
di necessità, mentre gli Istituti sono riforniti: rimpatriati, popolazione minuta, che affolla le mense aziendali, ad
attendere gli avanzi. All'unanimità - esclusa la Dc e la sua compagna dell'Acli, che l'accompagna sempre, ma mi
pare più malleabile di lei - venne progettato di adibirla alla popolazione che da più giorni è senza rifornimenti. La Dc
allora è uscita colla coadiuvatrice e noi abbiamo continuato le discussioni. Decisa una nuova riunione alle 13,30 di
mercoledì prossimo: dovranno essere nominate le Capogruppo, ecc. Dal canto mio, mi riservai di dare una risposta
in seguito. Come Fiduciaria delle Gl, non potevo decidere se sarei intervenuta io oppure una delegata. Dovevo
sentire gli altri. Mimma - che ho saputo essere la fidanzata di Attilio - disse subito che Attilio non mi avrebbe permesso
lo lasciassi solo al partito. Le aveva detto che funzionare era piuttosto difficile in seno al medesimo e che la mia
opera gli era necessaria. Eppure, in linea di principio, avrei dovuto avere maggiore influenza nella branca sindacale,
più congeniale ai miei mezzi - non troppo diplomatici, per il machiavellismo politico -. Ne parlai a Bianca P., che
subito, con grande slancio - del quale mi sarei sovvenuta più tardi - mi disse che io dovevo andare all'Unione Donne,
ottenerne la presidenza, dal momento che Fiamma era stata tutto il tempo in montagna e l'avevo impiantata io e non
pensare più al Partito. "Quello è il tuo posto! - mi assicurò - a sostituirti qui, potrai nominare la Maria Gianolio che è
molto fattiva". Avevo già avuto contatto con lei. E mi era parsa davvero molto attiva e piuttosto simpatica anche alle
altre. Vedremo dopo che avrò ascoltato la Piera, la Lilia, la Teresina e le altre. Al caso, potremo benissimo sostituirci
a vicenda sia qui che là. Non posso abbandonare così, di colpo, le tante amiche che ho qui.
Con Attilio non riuscii a parlare. Aveva altro da fare. C'era la questione "Peppino" che mi causava una certa
pena. Dafne e Celeste erano del parere di accettarlo nel partito. Ma Attilio, mi dissero, era irremovibile. Debbo
ammirarlo perché va dritto allo scopo, senza darsi pensieri delle conseguenze. Quello che è giusto è giusto. Più niente da
fare. A mia volta, allora, dissi ad uno dei Bianchi che non faceva per noi. Ognuno, in casa sua, aveva una linea diversa
di partito. Avevano formato un Cln in tono minore. Perciò continuassero a darci aiuti, ma non parlassero di venire
con noi. Tanto, gli industriali, un bel momento sarebbero stati ancora soltanto degli industriali. Franco Bianchi è un
uomo intelligente. Mi ha ringraziata.
Lina mi ha parlato a sua volta. Inutile che io e Dafne si continui a voler impuntarsi. Poi c'è Patoia, il quale è
un nemico acerrimo di Peppino; mai, ha già detto, "vorrò vedermelo tra i piedi". Eppure so bene che stiamo
commettendo un grande sbaglio. Se guardiamo alla Dc ed al Pci, abbiamo già visto che hanno dato larga accoglienza a tanti
uomini che assai meno possono essere considerati "puri". Lo dissi ad Attilio: "Per Patoia noi potremo un giorno crearci
un isolamento, di cui trarranno beneficio soltanto gli avversari". Mimma mi disse che loro [comuniste] hanno un
"seguito" per l'Unione molto numeroso. Le donne fanno parte del partito e non hanno ancora assimilato l'idea di
questo "fronte della donna". Gli uomini, anche i maggiorenti, non sono molto propensi a lasciarle entrare. Serviva un
tempo, ora non più. Sembra di sentire parlare le Dc. Così le socialiste. La liberale non ha seguito, mi disse. Il suo partito
per ora è molto scarso di donne.
Abbiamo parlato di farci dare dei fondi dal Cln per i fiori e gli addobbi per domani. Celeste ha subito detto
che il Comitato non darà niente. Quello del Pda intendeva. Il Cln, invece, poteva darsi ci desse qualcosa. Bel
fondo davvero: mille lire. Decidemmo di sborsare qualcosa noi di tasca propria. Se siamo un certo numero, potremo
riuscire ad avere qualcosa di concreto. Decisa la visita delle tombe dei "Caduti" e proposta di riunirli tutti in una sola
tomba, o per lo meno, in un angolo separato, come per i Caduti di Guerra. Apriremo, se necessario, una sottoscrizione a
tale scopo. I "nostri Caduti" debbono avere un tangibile segno della nostra riconoscenza.
La "Colonna Fascista e Tedesca" è sempre là, sul piede di guerra. Ce n'eravamo dimenticate. Attilio mi disse
che non si era sicuri di niente. Forse domani potremo avere maggiori notizie. Le staffette hanno continuato tutta la
notte a correre su e giù. Anche il Vescovo con altri del Comando Piazza (fra cui Attilio stesso) avevano cercato di
venire a patti con i capi della colonna, promettendo di lasciarla passare incolume nella città, se si fosse arresa,
promettendo di non dare disturbo ai cittadini ed alle associazioni. Pareva che in un certo momento fossero propense, poi
ritornarono sulle prime posizioni. Non si sarebbero arresi ai Partigiani, bensì alla Missione Inglese. In seguito non ne vollero
più sapere nemmeno della Missione Inglese, doveva esserci per lo meno un generale inglese, oppure un generale
americano. Era pura e semplice tergiversazione, per guadagnare tempo. Probabilmente qualche loro staffetta li
avvisava che, finora, gli americani non erano ancora molto vicini. Pensavano di poter dare battaglia ed avere qualche
rivincita - meglio vendetta - da aggiungere alle altre, prima di capitolare.
Primo maggio 1945
Ultimi preparativi per la solenne manifestazione della Festa del Lavoro. Nella notte c'era stato ancora
temporale. Ma stamane il tempo se pure assai fresco, è limpido e bello. C'è molta tensione ancora tutto intorno a noi. Fra
quelli che sanno, per lo meno, quanto la situazione è precaria. Ora la colonna è nei pressi di S. Germano, vicino al
ponte sul Canale Cavour. Punta sempre minacciosa su di noi. Nessun accordo è stato raggiunto. La missione è tornata
delusa dalla sua impresa di pace. L'ultima decisione dei tedeschi è stata: daremo battaglia, per salvaguardare l'onore delle
armi!
Tuttavia il corteo, immenso, con bandiere e gagliardetti, si è snodato per tutta la città tra grida di evviva e
canti. Qualcosa di fantastico e di veramente spontaneo, da toccare il cuore e la sensibilità di ciascuno.
Attilio prima di lasciarci mi disse: "Non andare a casa tua. Non si sa che cosa potrebbe capitare stanotte. State
bene attente. Se udite il fischio delle sirene, fuggite in campagna, più lontane che potete. Altrimenti, faremo la fine
dei nostri, di Crescentino e di Santhià.
Sembrava assurdo udire parole simili, in mezzo ad una moltitudine urlante di gioia. Parlarono applauditissimi,
da un balcone di Piazza Cavour, il segretario della Camera del Lavoro, Giulio Pastore; capi partigiani, fra i quali,
apprezzatissimo "Gemisto", Nino Baltaro, esponente comunista di Vercelli, commemorò "Primula rossa",
proponendolo per la medaglia d'Oro, quale eroe nazionale. Anche Fiamma si presentò alla ribalta a salutare la folla.
Accanto a me c'era la liberale. Non potemmo fare a meno di osservare che potersi esprimere liberamente, anche in un
simile frangente, era una bella cosa.
Pensai, amaramente, che lei, per lo meno, non aveva tutti i miei problemi. Era quasi sconosciuta. Quella
notte avrebbe anche potuto dormire a casa, senza alcun timore. A sera, eravamo tutte in casa di Lora, un forte
temporale imperversava sulla città. Col paltò addosso (perché il freddo era piuttosto intenso) gli scarponi da montagna ai
piedi; attendevamo tra il sibilo del vento, le raffiche di grandine e pioggia, il rombo del tuono e quelli delle raffiche
isolate dei mitra, l'eventuale ululato delle sirene annunciare il "si salvi chi può!"
Sul tardi, ci siamo coricate, vestite, sul divano di Lora, tirandoci addosso una coperta di lana. Di riposare non
era il caso. Ogni tanto un rombo lontano, indicava che i partigiani - i quali avevano lasciato la città subito dopo il
corteo, tornando alla campagna - stavano facendo saltare i ponti sui corsi d'acqua. Tutta la notte fu un carosello continuo
di macchine e di auto. Non riuscivamo a capire se la colonna fosse in città, oppure, se fossero arrivati dei soccorsi,
che si sapeva erano stati chiamati dalle nostre staffette a Milano e dintorni. Nei luoghi, del resto, per i quali la
colonna nemica si sarebbe avviata, se non veniva fermata qui da noi.
Quando l'alba spuntò, portando via i resti del temporale, seppimo che in città era entrata la colonna americana
con una lunga fila di carri armati enormi. Era quello il rumore infernale che avevamo udito nella notte. Quei
mastodonti, che arrivavano all'altezza del primo piano, percorrendo il selciato del corso, propagavano un clamore che la
notte duplicava.
La gente fissava tutto quell'apparato ad occhi spalancati. Mai visto niente di simile. Non mi fermai. Andai
subito al partito. In me era uno strano contrasto. Dopo aver tanto atteso - durante la clandestinità - che giungessero i
liberatori, ora sentivo in loro degli stranieri, dei nuovi occupanti, coi quali non si sapeva ancora come sarebbero
andate le cose.
In sede ebbi la notizia sicura che la colonna tedesca aveva occupato: Santhià, Cavaglià ed altri paesi fino a
Viverone. Al loro passaggio avevano devastato e bruciato tutto ciò che dava loro fastidio. Hanno ucciso dovunque i membri
del Cln. Ora non sappiamo ancora se queste truppe si fermeranno qui per proteggerci, oppure se dovranno seguire un
loro preciso itinerario. Se ci lasciassero, può darsi che si compia per noi la sorte che ebbero i giorni scorsi i
compagni massacrati.
Mentre eravamo intenti a calcolare le nostre possibilità, è arrivato Bobba a comunicarci che Alberto (Giorgio
Latis)21 è caduto durante i primi tre giorni della liberazione a Torino. Si trovava in collina ed aveva con sé i piani della
liberazione dei compagni imprigionati alle Nuove. Nel passare un blocco, dalle parti di Pino, la fatalità volle ci fosse
un tedesco che lo riconobbe, per aver già avuto a che fare con lui. Questa volta la fortuna, che lo aveva seguito nelle
più mirabolanti imprese, lo abbandonò, venne frugato e saltarono fuori i documenti, fra i quali la piantina delle
carceri, con la segnalazione delle celle in cui c'erano gli amici da liberare. Fu messo al muro e una sventagliata di mitra
lo stese al suolo.
Un altro dolore tremendo. Povero caro Alberto, non l'avremmo rivisto mai più. Tutti costernati. Ma Attilio ed
io più d'ogni altro. Gli avevamo voluto bene veramente. E lui ci aveva ricambiato, lo sapevamo. Ci è parso
inumano ed ingiusto, che dovesse finire così, alla soglia della libertà!
Quando alle 13,30 andai alla riunione delle Donne, mancava la rappresentante Dc. Abbiamo preso alcune
decisioni, però, ho fatto presente alle altre che, anche se eravamo in maggioranza, prima di rendere efficaci le
deliberazioni, era meglio esporle all'indomani alle rappresentanti Dc, se venivano alla seduta delle 18, per la quale si
sarebbero avvisate.
Nel tardo pomeriggio, una sequela di mastodontici carri armati si avviò per lo stradale Torino incontro alla
colonna che, nel frattempo, si era ritirata nei pressi del lago di Viverone, facendo saltare i ponti. Non eravamo sicuri se
gli americani andassero a dar battaglia ai tedeschi, oppure si recassero a Torino. Tuttavia, un po' di
truppa, con altri mezzi, era rimasta in città.
Venne assegnato all'Unione Donne, quale sede, quella parte di edificio all'ultimo piano di palazzo Littorio,
che era già stata dell'unione femminile della federazione [fascista]. Siamo andate a visitarla. Sono arredati
benissimo gli uffici e non ci sono molti guasti. Faremo presto a rimetterli in ordine. C'è molto lusso; mi è parso eccezionale.
3 maggio
Primi approcci fra occupanti e popolazione. Un partigiano si è lamentato che molte donne preferiscono
occhieggiare gli americani, che sono carichi di soldi, anziché badare a loro che sono straccioni. Incominceranno anche
qui gli episodi di cui sono state famose Napoli, Roma, Tombolo?
Stamane ho sentito che la questione del giornale ormai è perduta. Bianca P. è venuta con me in Questura per
la questione della macchina, nonché quella della carta. Abbiamo avuto in dono due risme di carta. Il Capo
Gabinetto ha promesso di provvederci la benzina. Siamo poi andate dalla Ilda Sacerdote. Vi abbiamo trovato la sorella di
Bertola. Anche loro non erano d'accordo sul problema dell'epurazione. Abbiamo appena sfiorato l'argomento della
morte di Alberto, di quanto aveva deciso sulle diverse questioni, l'ultima volta che è venuto. Ci faceva troppo male.
Anche la Bertola, erasi dimostrata assai impressionata. Non ricordo se fu lei oppure Ilda, che disse: "L'ho visto appena
due volte, ma era un ragazzo che trascinava. Se prima facevo dieci, d'ora in poi farò cento".
Dafne mi confessò che, rincasato dopo aver saputo, pianse al vedere il letto sul quale tante volte Alberto
aveva riposato, quando si fermava qui.
Alle 13, la radio ha fatto una nuova trasmissione per esaltare le formazioni "Giustizia e Libertà"
dell'Oltrepò Pavese. Comandanti di quelle Brigate, il Cappellano parlarono per ricordare episodi di valore, per ricordare i
Caduti delle giornate della liberazione; lo stoicismo d'un alpino, aderente ai "Gl", che, catturato dagli "Ss" e messo
davanti al plotone d'esecuzione, ha chiesto, come ultima grazia, di poter cantare per la sua mamma, la canzone "El
me Milan!". L'ascoltammo con religione, mentre le lacrime ci cadevano dagli occhi. Coloro che erano presenti -
disse il rievocatore - piangevano e imploravano grazia; ma gli "Ss" spararono. E noi, perdoneremo?
Alle 18 circa, sono passata da via Morosone, per assicurarmi se dovevamo prendere parte alla seduta. Le porte
erano semi-accostate, dentro segni di scompiglio. Sono andata dai
Bocchino22 per sapere. C'era stato qualcuno, mi
dissero; "forse i Garibaldini - disse lei - per cercarvi un certo Di Pinto". Sono corsa in sede a riferire. Vennero tre
americani, uno dei quali parlava benino l'italiano, mentre eravamo lì a discutere. Volevano sapere se "eravamo
comunisti". Avevano visto quella enorme bandiera rossa, e poiché non c'era la falce e martello, ma un segno sconosciuto,
non sapevano che pensare; Bianca P. spiegò le nostre premesse, comparandole col loro "laburismo".
Io non mi potei fermare. Andai alla nuova sede dell'Unione Donne dove già trovai alcune altre. Anche la
Maria Gianolio, che avevo già incontrato alle 15 e che avevo convinto di venire con noi, benché fosse dimissionaria.
Mancava la socialista. Aperta la discussione, la discussione divenne molto laboriosa. Su taluni punti venne finalmente
raggiunto un accordo. La proposta che intavolai, affinché si facesse un ordine del giorno, od una mozione, affinché
venissero restituiti i beni degli ebrei, sottratti dai nazifascisti (o almeno una sovvenzione) non trovò aderenti.
La proposta per i rimpatriati, venne invece definita: troveranno assistenza presso la Sede del Ricreativo, a
Palazzo Verga. A questo punto, volli fare pressione affinché l'interesse non si fermasse ad una pura e semplice
formalità, ma fosse effettiva ed efficace. Quel mandare la gente da Erode a Pilato, inutilmente, come mi era parso fosse
avvenuto nel frattempo, non mi andava a genio. Fra qualche mese, le cose saranno sistemate in altro modo e la
nostra opera non sarà più tanto necessaria, ma in questo intervallo è necessario far muovere chi di dovere. Siamo in una
fase di vero caos e di riassestamento.
Non so se l'avere un figlio lontano, che potrebbe trovarsi in eguali condizioni, possa influire su di me, ma è
certo che finalmente mi è parso di aver ottenuto lo scopo. Anche su tutte le altre questioni proposte vi fu la generale
approvazione.
Dopo aver dato consigli circa la "genericità della stampa e propaganda" da usarsi nell'Unione, per non urtare
la suscettibilità delle appartenenti agli altri partiti, mi è parso di sentire una specie di riserva, in certi campi. Per i
poteri della Presidente, mi sono espressa nel senso che essa - chiunque sarà - (io finora continuo a considerarmi
enterina) non dovrà avere alcun voto di favore, in soprappiù al voto unico delle altre. La "demo" e la "liberale" hanno approvato.
Sull'assistenza ai bisognosi, che sono molti, ho pregato di non addivenire alle solite elemosine abitudinarie,
ma di studiare i casi ad uno ad uno e di aiutare decorosamente dove occorre, portando soprattutto anche
un'assistenza morale, che aiuti a non umiliare chi riceve. Sulla questione del risanamento morale, tutte d'accordo. Su quello
del tesseramento e del contributo, no.
Circa l'epurazione la "demo" ha contrastato con molto fuoco le altre, che insistevano su certi nominativi.
Speciale intervento della "demo" a favore della
Giandomenico23. La sua nuova compagna tentava invece una certa
conciliazione. Io mi sono limitata ad ascoltare cercando di mettere pace.
Sulla questione sindacale hanno insistito, sempre la "demo" a non interessarci, demandando agli Organi
preposti di fare quanto dovuto. Osservai che noi non avevamo il compito di metterci al disopra od alla pari delle
Organizzazioni Sindacali, ma di fungere da "trait d'union" fra quelli e le nostre donne, assistendole affinché i loro interessi
venissero tutelati e ben interpretati. E poiché quel giorno la mia vena m'assisteva, raggiunsi lo scopo di far approvare la
proposta. Anzi, all'unanimità, mi venne proposto di
occuparmene io stessa. Per me, che avevo già sempre avuto -
anche in periodi proibiti - le mani in pasta, non era una cosa che mi desse fastidio ed accettai.
Restava la questione più scottante: la Segreteria. Sapevo che era già stata aggiudicata alla "Com.[unista]", a
priori. Anche se Bianca P. voleva che io la chiedessi per me, in quanto Pda, non mi sentivo affatto di farlo. Ho portato
invece sul tappeto la pariteticità del voto e dei compiti. In tal modo, la presidenza non era che una pura e semplice
carica onorifica, che non poteva infirmare tutto il resto. Enumerai compiti ed azioni, dalle quali nessuna avrebbe
potuto esorbitare. Trovai l'adesione della "demo" e della "liberale". Le sole comuniste non si trovarono d'accordo. La
socialista non c'era, ma penso che, a sua volta, sarebbe stata dalla mia. Mimma si trovò invece a confessare d'aver voglia
di dare le dimissioni. Ma dopo averle parlato con la mia solita sincerità, si riprese e mi dette ragione. Bisognava
dimenticare il partito, se si doveva essere all'altezza della situazione. Ma questo fatto mi lasciò un certo qual
dubbio: il suo partito avrebbe permesso che le donne comuniste mantenessero veramente l'apartiticità nelle decisioni?
La risposta per ora non era possibile. Più tardi, forse. Presi lo spunto, per parlare in senso generale della possibilità
che i partiti potessero tentare di far portare nelle nostre discussioni la loro voce; in questo caso avremmo dovuto
decidere una linea sul da farsi. La "demo" a questo punto disse ch'era tardi e doveva essere ad un appuntamento alle
19,30 e abbandonò la sala.
Allora la Mimma disse che era pronta a cedere la Segreteria al Pda, ma solo al Pda ed a nessun'altra
rappresentante di partito, perché le pareva che il nostro programma avesse dei punti di contatto con il loro.
La Santuzza Baratto, che aveva in primo tempo dichiarato che i partiti di massa avevano il dovere di
sindacare quanto avveniva all'Udi (e credo che questo avesse dato fastidio alla "demo"), a questo riguardo disse che non
le sembrava giusto che il Pda - a prescindere dalla mia persona - dovesse avere la segreteria. Però, se in certo
momento fosse stato necessario, pensava che anche la segreteria avrebbe potuto essere nuovamente messa in discussione.
Ricordai a Santuzza che l'Unione, a sua volta, domani che le aderenti degli altri partiti vi si immettessero, sarebbe
"una massa" non indifferente e le ricordai che la "demo" aveva appunto già fatto sentire che il numero maggiore era
proprio quello delle cattoliche. Le dissi ch'era un errore il suo, di pensare al "patto a tre" escludendo i partiti minori. Il
numero non sempre è vera forza. La vera forza sta nel saper vedere le questioni dal loro punto giusto e nell'usare lealtà
ed onestà nel portarle alla soluzione. Dal momento che le "cinque rappresentanti di partito" avevano un unico voto
ciascuna, secondo quanto avevamo già deliberato, il numero delle loro seguaci non aveva più senso alcuno. Ho
parlato a lungo ancora, per poter chiarire a fondo il mio pensiero ed infine anche Santuzza si disse soddisfatta e si rimise
alla volontà delle presenti. Me lo dimostrarono dicendosi solidali a desiderose di darmi il loro appoggio e la
coadiuvazione. Mancando la "demo" sostenne la sua parte l'amica rimasta. Se non erro la signorina Colombo. Una persona simpatica.
Finito, andai da Bianca P. che si disse contenta. Poi incontrai
Marinone24, col quale parlai di "Baita", mi disse
che aveva necessità di parlare ad Attilio, domani alle 16. Mi comunicò che il Sindaco era propenso ad affidare
all'Unione Donne "Maternità ed Infanzia". Pensai alla "demo". Non sarebbe stata contenta, ne sono sicura.
Ho promesso al partigiano di "Baita" la nostra collaborazione.
4 maggio
"Baita" verrà domattina a prendere le note e gli articoli.
Nel pomeriggio avrò il "lasciapassare" ed andremo a Brusnengo: Fiamma, Mimma, io ed altri. Partenza alle
14,30. Con una "topolino" venivano Cecco Ansaldi e Fiamma, che faceva da autista. Nella balilla di Bianca, che
guidava, Mimma, una signorina di Masserano ed io. Ma non appena fuori del bivio di Quinto, la macchina si ferma.
Bianca non riesce a far niente. Passa una macchina del Cln di Serravalle, cerca di rimorchiarla, ma la corda che hanno
agganciato è debole e si rompe. Alcuni rimpatriati cercano di portare aiuto, ma falliscono. Non resta che attendere.
Passa una macchina del Cln di Santhià che si offre di portare giù la signorina ed io vado con lei. Loro aspetteranno che
Arada, passato in quel momento, vada a Gattinara e torni indietro con un cavo più robusto. Sulla strada fa molto
freddo. Passano molte macchine americane ma nessuna si ferma e noi non facciamo cenni. Vedemmo anche Momo ed
il cugino di Alberto, che ci dettero qualche notizia circa lo svolgersi delle cose a Torino.
5 maggio
Bianca ha stabilito per domani "la plenaria" alle 9,30. Poi una seduta alle 15 in sede, dove parleranno "Ilda
Sacerdote ed Ippolito". Non mi ha detto niente. Ilda stamane ha mandato la sua donna a pregarmi di andare da lei,
perché doveva darmi spiegazioni al riguardo. Io avevo una seduta alle 14 all'Unione. Come potevo essere in sede alle
15? Qualcosa non ingranava. Una conferenza ai giovani, senza alcuna preparazione, mi pareva poco propizia.
Attilio era di malumore e disse che voleva essere libero, perché era deciso da prima che voleva portarsi
altrove. Gli chiesi come mai, così di botto, si fosse pensato a due riunioni tanto importanti in una sola giornata, senza
preavvisi. Anche a lui la fretta di Bianca era parsa più o meno strana, se non assurda. Con lui potevo essere sincera, gli
dissi che i giovani non volevano saperne di quella conferenza. La Ilda è una brava ragazza, ma ha una pronuncia
impossibile e loro non ci capiscono niente. M'avevano detto, quando li avevo pregati di non mancare, di farmelo come un
favore personale, che non vedevano la necessità che parlasse la Ilda. Potevo benissimo parlare io come sempre.
C'intendevamo meglio. Le ragazze pure, non si dimostrarono molto più concilianti. Dissero addirittura che non
sarebbero venute. Il mio consiglio era stato quello di rivolgerci prima alle nostre clandestine, di spronarle a fare opera di
persuasione colle altre, spiegando chi era Ilda ecc. ecc. ed invitarle poi ad ascoltarla, come si ascolta una
qualunque conferenziera che arrivi anche da fuori. Attilio disse che lui era dello stesso parere, ma che era inutile cercare di
far cambiar parere a Bianca P. quando aveva deciso qualche cosa.
In quella passarono da noi due componenti della Divisione Partigiana Gl fra cui un'altro "Riccio". Mi fece
dono del suo piastrino che tolse dalla manica di camicia coll'emblema di "Gl".
Poi venne il partigiano di "Baita" al quale diedi i quattro articoli promessi e la poesia di Mila.
Mimma avrebbe voluto fossi andata con lei per parlare alle donne della Villata; ma ho dovuto rifiutare, perché
sono impegnata qui, colla "plenaria". Andrà la Maria Gianolio.
Confesso di essere molto stanca.
Si è avuto notizia che i tedeschi oggi arriveranno in Germania sud-occidentale. Forse sono quelli che ci
avevano fatto penare la settimana scorsa.
7 maggio - 1945
In Europa la guerra è finita! La Germania ha chiesto la resa.
Alle 14,30 siamo partite alla volta di Gattinara. Con noi c'era il padre di quella "Katia", la famosa Giuliana
Borgo, che aveva fatto stare in pensiero parecchio tempo Dafne e Carlo Arena. Dopo che era andata a spifferare tutto
quanto sapeva ai comandi nazisti. Mimma m'aveva detto che egli era stato un partigiano molto in vista e che aveva
provato un profondo dolore quando seppe del tradimento della figlia. Non fece nulla per salvarla. La ragazza, conscia del
male fatto, prima di morire gli chiese perdono dicendo che sperava di lavare, col suo sangue, la macchia che aveva
cagionato sul buon nome della famiglia.
Siamo state dallo zio di
Ripi25, quindi a Serravalle, dove abbiamo visto la madre, poi Ripi, lasciando loro la
stampa. Quindi siamo partite per Roasio, Brusnengo, Villa del Bosco. All'Ospizio di S. Rita abbiamo incontrata la
sorella della moglie di Moscatelli. Mimma era stata in quell'Ospizio, durante la sua permanenza coatta, dopo la fuga
dall'ospedale. Doveva riprendere la roba che non aveva potuto portare via al ritorno. A Brusnengo invece avevo
trovato il "Riccio" di Gemisto. Disse che tutti i partigiani erano di malumore. L'epurazione non veniva fatta e le cose
andavano diversamente da quanto avevano creduto.
Gli dissi di venire a Vercelli, giovedì; mi avrebbe trovata in sede.
Lungo le strade, vedevamo ovunque dei pali infissi nel terreno con dei nastri tricolori e corone di fiori.
Indicavano i luoghi dove erano avvenute le esecuzioni dei partigiani, da parte dei nazifascisti. Anche sulle piazze e sui
balconi di Roasio S. Maurizio, c'erano di questi segni di lutto e di ricordo. Una grande pena ci toccava il cuore.
Sembravano innaturali ormai, tutte le atrocità che si erano fatte a così poca distanza di tempo.
Pregavamo in cuor nostro che tutto fosse ormai finito e non si ripetesse mai più.
8 maggio
Giornata della vittoria!
Preparativi febbrili per i festeggiamenti ai Partigiani.
Ulisse26 non vuole permettere che ballino.
La festa avrà inizio alle 17,30 dopo un incontro di pallacanestro tra "Americani e Partigiani". I fratelli
Furno27 per l'occasione hanno mandato un quintale di salami, dieci quintali di grano e 2.000 litri di vino. Fiamma mi ha
telefonato dicendo di far preparare una bandiera tricolore con la leggenda "Cvl. I Zona Biellese". Alle 21 di stasera,
discussione libera dei giovani, sulle diverse tesi politiche.
Appuntamento poi per martedì prossimo. Attilio domani andrà a Torino. Mimma è ancora giù di morale: dice
di essere delusa. Avrò il mio bel da fare. Ma che cosa speravano dunque tutti? Che il giorno dopo la Liberazione le
cose fossero già sistemate a dovere e prendessero il loro corso normale? Io penso che dovremo vedere qualcosa di
peggio ancora. Non si risolve di botto una situazione come la nostra.
La festa ha avuto luogo nel salone della Vittoria, a Palazzo Pasta (non più littorio). Grande affluenza di gente.
Il discorso lo ha letto, dall'alto della prima balconata, una ragazza che molti dicevano "ex ausiliaria". Ma la
Mimma mi disse che aveva collaborato molto - non so bene con chi -. Io non la conosco. Fu la Bose, a dirmelo. Quella
sa sempre tutto. Qualche altro invece, anche Mimma, ce l'avevano proprio con lei, la Bose, dicendola spia ed ebbi
il mio da fare per dire ch'era solo una chiacchierona. [...]
Mi hanno riferito che la "Bianca Molinaro" è stata trovata uccisa, non so bene dove. Pare sia stata fucilata
come spia, dopo aver subito un processo del Tribunale Speciale. Il Vice Segretario Politico dei comunisti, mi ha più
tardi dato il resoconto. Durante il processo, con un sangue freddo inaudito, ha ammesso tutto quanto ha fatto, sia per
i fascisti, che con i partigiani. Alla Brigata Matteotti era andata verso la fine, per potersi salvare e tentare nuove
avventure. Non si pentiva affatto. Ascoltò la condanna impassibile. Tutti rimasero perplessi, nel vederla così disinvolta ed
indifferente. Prima dell'esecuzione chiese una sigaretta, che fumò tranquillamente. Poi si drizzò sulla persona e
attese la scarica. Diciannove anni!
Quel fatto mi rattristò. L'avevo vista bambina. Non che sperassi in un suo ravvedimento, sia pure lontano. In
lei c'era un abisso di perversità. Ma, chissà, avrebbe anche potuto darsi che, maturando, avesse cambiato vita.
Ormai era finita. Aveva fatta la fine stessa di tante sue vittime.
E qui posso anche fermarmi e mettere un punto definitivo su quello che è stato.
| |